Nel tech per le donne ci sono ancora stereotipi da abbattere e insicurezze da vincere

  • È un dato di fatto: le aziende che assumono donne sono più produttive, ciononostante il gender gap continua a persistere;
  • Le insicurezze e gli stereotipi influenzano i percorsi lavorativi delle donne nel settore tech;
  • Il report della Commissione europea dimostra che gli uomini – a parità di esperienza – valutano con più ottimismo le proprie competenze rispetto alle donne.

 

Prima di approfondire la tematica “donne in tech”, è necessario citare gli studi della Columbia University secondo i quali aziende con alte percentuali di dipendenti donne superano i loro concorrenti in termini di redditività. Nonostante ciò, posizioni di vertice, promozioni e salari più alti non sono equamente distribuiti tra i generi. I motivi attribuiti al divario sono diversi, tra cui le barriere burocratiche e le differenze culturali. Numerosi studi, inoltre, dimostrano come la carenza di fiducia nei propri mezzi delle donne le spinga spesso a sottovalutarsi e a frenarsi.

La disparità per le donne in tech

Women in the digital age, il report della Commissione Europea sulla disparità di genere nel settore tecnologico, dimostra che il divario tra uomo e donna è ancora grande. Il gender gap nelle alte posizioni dell’high-tech è ancora quasi il doppio rispetto agli altri settori.

Al giorno d’oggi, nel settore della programmazione, le developer di sesso femminile sono sotto-rappresentate. Il digital report conferma il cosiddetto “confidence-gap” ovvero che le donne – a parità di anni di esperienza dei colleghi maschi – sottovalutano le loro capacità. Su una scala da 1 a 10, più del 70% dei developer maschi hanno valutato le loro abilità nella programmazione con voto 7 o più, mentre solo la metà delle donne ha scelto di darsi un voto uguale o superiore al 7.

Report "Women in the digital age"

Statistica tratta dal report della Commissione europea “women in the digital age”

Gli stereotipi di genere hanno fatto sì che le donne tendano molto meno degli uomini a pubblicizzare i risultati ottenuti.

La scrittrice e giornalista di ABC News Claire Shipmann, nel suo libro “The Confidence Code”, racconta che inizialmente giustificava il suo successo avuto come corrispondente della CNN con un semplice “sono solo fortunata”, essendosi trovata a suo parere nel posto giusto al momento giusto.

Inconsciamente credeva che i suoi colleghi di sesso maschile, in quanto più sicuri di sé, dovessero parlare di più in televisione rispetto a lei. Ma erano davvero più competenti?

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Donne in tech: l’insicurezza alla base delle scelte lavorative

La carenza di fiducia femminile è sempre più quantificata e documentata. Nel 2011, l‘Institute of Leadership and Management, nel Regno Unito, ha effettuato un sondaggio tra i dirigenti britannici sulla fiducia che hanno nelle loro competenze. La metà delle donne intervistate ha espresso dubbi su prestazioni lavorative e carriera, rispetto a meno di un terzo degli intervistati di sesso maschile. 

Hewlett-Packard (HP) diversi anni fa ha condotto degli studi per cercare di capire come portare più donne nelle posizioni di vertice. La revisione dei documenti interni ha rilevato che le donne assunte da HP hanno presentato domanda di promozione solo quando ritenevano di soddisfare il 100% delle qualifiche elencate per la posizione offerta. Gli uomini invece erano felici di candidarsi quando pensavano di poter soddisfare il 60% delle esigenze lavorative. Vari studi antecedenti a quelli di HP confermano l’ipotesi che la maggioranza degli uomini, seppur sotto-qualificati e sotto preparati per una certa mansione, non pensano due volte prima di lanciarsi in una nuova sfida.

Il cosiddetto “sesso debole” in realtà non lo è. È forse debole chi passa ore ed ore in sala parto per mettere al mondo un figlio? È debole colei che mensilmente si reca al lavoro seppur abbia il ciclo con forti dolori mestruali? È debole chi giostra famiglia-lavoro-casa?

Storia di una donna in tech: Mada Seghete, dal fallimento al successo

La carriera di Mada Seghete, oggi CEO di una startup della Silicon Valley, è iniziata quando ha lasciato la sua città natale in Romania per studiare ingegneria informatica negli Stati Uniti. Rimasta poi all’università per ottenere anche un master in economia aziendale, il suo primo tentativo di avviare un’azienda è stato un fallimento, ma proprio in quel momento di crisi ha scoperto una lacuna sul mercato, trasformando così la sua impresa.

Seghete racconta d’aver trovato equilibrio e supporto in gruppi di imprenditrici, dove ha potuto esprimere liberamente dubbi e insicurezze.

“Credi nel fatto di potercela farce. Credi che solo il cielo sia il limite. Credi che puoi fare più di quanto pensi di poter fare”.

In questa video-intervista racconta la sua carriera come donna in tech.

Il femminismo non è contro il genere maschile

Il femminismo ideologicamente non combatte per togliere diritti al genere maschile, ma combatte per ricevere equamente gli stessi diritti. Scende in strada anche per i diritti degli uomini, dei padri. Perché anche i neo-papà, al giorno d’oggi, non possono automaticamente prendersi un periodo di paternità, a meno che le circostanze non lo richiedano.

Ciononostante, molte persone alla parola “femminista” storcono ancora il naso o rispondono con un semplice “il mondo ha altri problemi”. Parlando di problemi, vogliamo citarne solo alcuni:

  • I dati del rapporto Eures 2019 su Femminicidio e violenza di genere mostrano che in Italia nel 2018 sono state 142 le donne uccise, +0,7% rispetto all’anno precedente, il valore più alto mai censito in Italia;
  • Il senato del Missouri nel 2019, composto maggiormente da uomini, ha deliberato che l’aborto dopo la 6a settimana rappresenta un reato, anche di fronte a stupro o incesto. Un giudice federale ha poi bloccato l’entrata in vigore della norma.
  • Il gender gap persisterà nel mondo in media per altri 99 anni. In Italia ci vorranno circa 54 anni per superare il divario;
  • Oggi, oltre ai femminicidi e alle violenze domestiche, non mancano innumerevoli episodi di insulti e l’uso di linguaggi violenti. Non basterebbe un articolo per completare la lista. L’avversario dei femministi e delle femministe non sono dunque gli uomini, ma è un sistema di ideologie discriminatorie.

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Genau das! ???

Pubblicato da EDITION F su Martedì 13 agosto 2019

L’educazione è fondamentale

La società odierna educa maggiormente le bambine ad essere gentili, perfette e diligenti, mentre i bambini ad essere più forti e più combattivi, ad avere successo, ad osare.  I media, i libri e le pubblicità negli scorsi anni – con le dovute eccezioni – suggerivano alle bambine di aspirare ad una vita da principesse in attesa di un principe che le salverà. Ai bambini invece ad essere forti come i supereroi. L’esperimento della BBC spiega come gli stereotipi di genere possono involontariamente educare i bambini e le bambine a comportasi in un certo modo.

Insegniamo il coraggio, non la perfezione

Reshma Saujani, una delle più conosciute donne in tech, CEO e fondatrice di Girls who code, insiste sull’importanza di educare ogni ragazza a essere coraggiosa: è necessario uscire dalla logica della perfezione, perché è proprio questo tipo di educazione che favorisce atteggiamenti arrendevoli ed eccessivamente prudenti. “Dobbiamo insegnare loro ad avere fiducia, a osare e a credere nelle proprie capacità. È ormai famoso il discorso tenuto da Saujani al TEDx, da vedere e rivedere:

“Insegnate alle giovani donne il coraggio piuttosto che la perfezione”.

Anche il detto “dietro ad un grande uomo c’è sempre una grande donna” è fuori luogo, non è più al passo con i tempi. Le grandi donne hanno diritto di stare affianco ad un grande uomo, non dietro. (Per par condicio: I grandi uomini hanno diritto di stare affianco ad una grande donna, non dietro).

week in social

Week in Social: dai nuovi sticker su Instagram e TikTok alle video call a 8 su WhatsApp

Iniziamo maggio con le principali novità dal mondo dei social. Leggiamo insieme la prima Week in Social del mese, per restare sempre aggiornati, come un vero Ninja dovrebbe fare.

Donation sticker per i social

Instagram continua a lavorare per aiutare i business in difficoltà a causa dell’impatto che il Covid-19 sta producendo su persone ed economia. Per questo, oltre alle misure già introdotte nei giorni scorsi, questa settimana lancia una nuova feature che permette di raccogliere fondi durante le Instagram live.

La piattaforma social assicura che il 100% dei soldi raccolti saranno devoluti a una realtà non profit che potrai scegliere tu stesso. Per andare live, basterà selezionare l’opzione “Fundraiser“. Durante la diretta potrai monitorare, oltre alle view, il numero di persone che dona per la tua causa. E, dal lato utente, una volta effettuata la donazione, i donatori potranno usare lo sticker “I donated” nelle stories.

Sarà un caso che la notizia sia arrivata in contemporanea con il lancio del nuovo set di Donation Stickers su TikTok?

Una notizia non ufficiale riguarda invece la possibilità che sulle Instagram Stories arrivi il ‘DM Me’ sticker.

È ufficiale: videochiamate a 8 su WhatsApp

La scorsa settimana avevamo anticipato la notizia, ma eravamo in attesa di una dichiarazione ufficiale. Ed è arrivata.


Visto il tempo trascorso dagli utenti in app, e quello lontano dalle persone che amiamo, oltre al diffondersi di app per le video call, WhatsApp ha pensato bene di dare al web uno strumento in più per restare connessi, portando il limite delle videochiamate da 4 a 8 persone.

LinkedIn, Pinterest e Snapchat, in breve

Pare che LinkedIn stia sperimentando una nuova preview link.


Mentre Pinterest questa settimana ha lanciato ‘Stand for Small’: una serie di nuove risorse per gli small business. Si tratta di training, opportunità di networking e mentorship.

E se ti va di divertirti sperimentando diversi look in virtual reality, prova la nuova videocamera di Snapchat, realizzata in collaborazione con L’Oréal.

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Notizie dell’ultima ora

Chiudiamo la nostra Week in Social con la notizia dell’arrivo di nuovi font sulle Instagram Stories e di una nuova feature di LinkedIn, pensata per aiutare i recruiter e le persone in cerca di lavoro. Sembra che ai potenziali candidati verrà data la possibilità di rispondere alle domande dei recruiter via video.

Un modo per testare skill di comunicazione e presentazione. Ma poichè non tutti siamo a nostro agio di fronte a una videocamera, la scelta di usare o meno questa modalità sarà a discrezione dell’utente.

Un ultimo tool riguarda invece la possibilità, per gli utenti di LinkedIn, di registrare un video mentre rispondono a domande generiche, quelle che di solito ti fanno durante i colloqui di lavoro, e chiedere poi un feedback all’AI di LinkedIn. Vuoi provarlo? Qui il link.

cibi instagrammabili

11 cibi instagrammabili che fino a 10 anni fa non conoscevamo

  • Instagram, Pinterest e Facebook hanno rivoluzionato i trend alimentari;
  • Sulle nostre tavole portiamo cibi salutari, ma anche fotogenici e belli da vedere, in un aggettivo cibi instagrammabili;
  • Dagli ingredienti ai cibi più elaborati: i 10 food di tendenza degli ultimi anni.

 

Come non mettere un cuoricino ad una torta dai colori arcobaleno su Instagram? Pare che questo dolce così attraente sia stato creato per la prima volta nel 2010 dalla blogger americana Kaitlin Flannery e da allora abbia riscosso un successo senza precedenti: ci sono quasi 1 milione di foto condivise con l’hashtag #rainbowcake.

Ma sono tanti altri i cibi coetanei della torta Rainbow, che nessuno prima del 2010 conosceva e che grazie ai social sono diventati dei veri e propri trend, in grado di rivoluzionare le nostre abitudini alimentari.

L’influenza dei cibi instagrammabili sulle abitudini alimentari

Pinterest e Facebook ma, in particolare, Instagram, in questi dieci anni hanno cambiato notevolmente il modo in cui mangiamo. L’influenza sulla nostra dieta alimentare da parte dei social media è trasversale a paesi e culture differenti: gli effetti sono visibili sia nei consumi domestici sia in quelli fuori casa. Le foto più gettonate, le cosiddette “Insta-friendly” le ritroviamo più che mai nelle nostre tavole e nelle liste di locali e ristoranti di tutto il mondo.

Ecco quindi una selezione di cibi diventati trend negli ultimi dieci anni, dettati tanto dal gusto quanto dalle mode.

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cibi instagrammabili

#1 Avocado

Fino al 2010 probabilmente l’avocado veniva utilizzato esclusivamente come ingrediente per preparare il guacamole, la famosa salsa messicana. Dal 2010 in poi, l’avocado è diventato l’ingrediente base di moltissime ricette: dagli smoothies ai toast fino ai gelati.

Questo frutto esotico originario del Messico è diventato un vero e proprio simbolo per la generazione dei millennial, sempre più alla ricerca di cibi salutari, ma anche belli da vedere. Non a caso, basta dare un occhio ai food trend di Instagram per scorrere fotografie che lo rappresentano in tutte le declinazioni possibili ed immaginabili.

Da qualche anno nel Sud Italia, insieme ad altri frutti esotici, l’avocado ha sostituito molte piantagioni di agrumi. Ed in tutta Italia vediamo sorgere sempre nuovi locali dedicati a questo frutto, come il più famoso Avocado Bar di Roma.

Tuttavia, bisogna sottolineare quanto l’avocado stia avendo un impatto negativo sull’ambiente e quanto stia attirando, per via del suo successo, i cartelli della droga con le relative conseguenze criminali, come furti ed estorsioni nei frutteti messicani.

avocado, food trend, 2020

#2 Cavolo nero

Se fino al 2010 il cavolo nero veniva visto come un semplice cibo contadino, è grazie ai food influencer e ai nutrizionisti, diventati popolari di recente su Instagram, che questo alimento risulta tra i preferiti degli ortaggi.

Chiamato anche cavolo toscano, cavolo a penna, cavolo palmizio o Kale, il cavolo nero è il super food tra i più pubblicizzati di quest’ultima decade per via delle sue innumerevoli virtù: è un antinfiammatorio naturale che rinforza le nostre difese immunitarie.

cavolo nero, food trend

#3 Semi di chia

È solo dal 2010 in poi che i semi di chia sono entrati a far parte delle nostre abitudini alimentari: sono tra i super food più ricercati di quest’ultima decade in quanto si tratta di potenti antiossidanti che contrastano l’assorbimento di grassi e colesterolo.

Sono ottimi per la dieta e particolarmente versatili: si possono utilizzare per la preparazione di numerose ricette e completano i piatti come elemento decorativo.

semi di chia, abitudini alimentari

#4 Latte vegetale

Da qualche anno le persone disdegnano sempre di più il latte di mucca: preferiscono bevande alternative come il latte d’avena, il latte di mandorla, di kamut, di soia e di riso, sia perché sta aumentando il numero degli intolleranti al lattosio, sia perché molti vogliono preservare il benessere degli animali.

Ecco, quindi, che negli ultimi dieci anni sono comparse nei supermercati molte bevande vegetali prima sconosciute. Anche al bar ormai il cappuccino lo si ordina al latte di soia, di avena o di mandorla: le persone amano assaggiare queste bevande alternative al vaccino, perché sono più gustose e salutari.

Si calcola che in Italia siano 85 milioni i litri di latte vegetale che le persone consumano all’anno. Quasi tutte le star di Hollywood si dichiarano rigorosamente “non-dairy milk addicted”: amano talmente le bevande vegetali che ne hanno fatto un must per il primo pasto della giornata.

cibi instagrammabili

#5 Matcha latte

Dieci anni fa era impensabile che una tazza di latte caldo aromatizzata al tè verde potesse riscuotere così tanto successo nel mondo. Ora esistono bar specializzati in questa ricetta a base di Matcha, il tè tipico giapponese.

Il Matcha Latte, l’alternativa gustosa al cappuccino, rientra tra i trend alimentari che dicono addio agli alimenti poco salutari e che prediligono i cibi derivati da un’agricoltura dal minor impatto possibile sull’ambiente.

matcha latte, cibi trend 2020

#6 Ramen

La cultura enogastronomica nipponica nell’ultimo decennio ha trovato molti appassionati. Tra i cibi preferiti merita una menzione sicuramente il ramen, la famosa zuppa giapponese che ha in genere una base composta di brodo di pollo o di maiale, l’alga kombu e fiocchi di tonnetto striato (katsuobushi), a cui vengono aggiunti anche altri ingredienti.

Gustosi, facili da preparare e salutari, i noodles nella versione ramen sono un piatto entrato nelle nuove abitudini alimentari della società occidentale. Sono ricchi di proprietà nutritive: una porzione di ramen serve a fare incetta di potassio e fosforo ed è il super food perfetto per disintossicare e depurare il proprio corpo.

ramen, trend 2020

#7 Poke Bowl

Fotogenica e variopinta la Poke Bowl è uno dei protagonisti indiscussi sui social tra gli healthy food. Il successo negli USA di questo piatto, a base di pesce crudo ed ispirato alla cucina tradizionale hawaiana, è iniziato a partire dal 2012.

Dal 2017, dopo aver conquistato gli Stati Uniti, la Poke Bowl è sbarcata in Europa.

Grazie ai numerosi abbinamenti possibili, il Poke incontra il gusto di un pubblico sempre più vasto e alla ricerca di proposte enogastronomiche che arrivano dall’estero.

poke bowl, trend ultimi dieci anni

#8 Caffè freddo (Cold Brew Coffee)

Chiamato Cold Brew Coffee, ma anche Dutch Coffee o Kyoto Coffee, il caffè freddo (consuetudine in Asia e Nord America) è ormai il trend degli ultimi dieci anni, anche in Italia, la patria della moka e dell’espresso.

Seppur noi italiani amiamo l’esperienza dell’espresso, è innegabile quanto il Cold Brew Coffee stia facendo breccia anche nel nostro Belpaese. Il caffè freddo puro di alta qualità, ottenuto per infusione a freddo, viene proposto in diversi locali italiani e spesso viene usato come ingrediente per cocktail e varie ricette.

Marchi storici, come il Caffè Vergnano, hanno lanciato di recente il loro caffè cold brew. Anche Illy Caffè offre per i professionisti macchinari e miscele per la produzione del caffè freddo nei loro locali.

Tuttavia, non va confuso con tradizionale caffè italiano: il procedimento ed il modo di servirlo sono totalmente differenti (ad esempio, non serve il calore per produrlo).

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#9 Unicorn Cake

Un po’ meno salutare rispetto ai precedenti, ma molto Instagram-friendly, è la torta Unicorno, amata tanto dai bambini quanto dagli adulti.

Per capire il successo senza precedenti di questa torta unica nel suo aspetto, basti pensare che nel 2019 è risultata la più ricercata su Google, complice il suo aspetto magico e stupendo.

Si tratta di una classica American Cake ricoperta di crema al burro e decorata con pasta di zucchero. Data la sua semplicità di realizzazione, non ci stupiremmo che anche quest’anno possa risultare tra i dolci più ricercati in rete.

#10 Macarons

I dischetti di meringa alla mandorla, che racchiudono una ganache cremosa, sono leggenda della pasticceria francese e basta nominarli per farsi venire in mente il marchio Laduréé, lo storico negozio aperto nel 1862 a Parigi. Eppure, nonostante la storia secolare, è soltanto nell’ultimo decennio che i macarons hanno conquistato il mondo intero, grazie a Pierre Hermè che, in forza a Laduréé, ha contribuito al loro riconoscimento internazionale. Con il suo contributo, i macarons si sono moltiplicati in tutto il pianeta in migliaia di variazioni di gusti e colori.

In Italia sono ormai diversi ristoranti che, al momento del caffè, servono un macaron. Ed online le ricette dedicate a questo pasticcino francese sono innumerevoli.

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macarons, cibi trend 2020

#11 Torta Red Velvet

Un altro dolce, certamente poco healthy ma super instagrammabile, è la Torta Red Velvet. Su Instagram sono milioni i post che la ritraggono nel suo aspetto spettacolare e lussureggiante.

Pur essendo una torta tipica della pasticceria statunitense (è un dolce tradizionale del Sud degli Stati Uniti), il suo successo grazie ai social è aumentato molto negli ultimi anni ed ora si può trovare questo dolce in negozi di dolci di tutto il mondo.

Il colore rosso ed il frosting di formaggio rendono la torta Red Velvet irresistibile!

red velvet cake, trend alimentari

arte virtuale coronavirus

L’arte al tempo della pandemia: tutti i musei e le mostre da visitare (virtualmente)

  • Nel pieno del lockdown il mondo dell’arte si mobilita per aprire (virtualmente) le porte agli spettatori con tour virtuali, mostre online, realtà aumentata e applicazioni dedicate, accessibili per grandi e piccini;
  • Dalla Pinacoteca di Brera a Milano al Met di New York, al Louvre di Parigi e molti altri;
  • Tante anche le iniziative per stimolare e condividere il proprio estro creativo, sfruttando l’arte come mezzo per restare uniti e vicini, anche durante questa fase di distanziamento sociale.

 

Nonostante tutto, l’arte non si ferma. La pandemia di COVID-19, che ci vede ormai da molte settimane chiusi nelle nostre case, ha costretto anche musei e gallerie d’arte a chiudere i battenti per frenare il contagio. Molte esposizioni e mostre, in ogni parte del mondo, sono state cancellate oppure rimandate al prossimo anno.

Eppure, in questo quadro forse un po’ desolante, si moltiplicano le iniziative che artisti e musei hanno messo in piedi in poco tempo per portare arte e cultura nelle case degli appassionati, sfruttando tutte le occasioni rese possibili da internet e dalla tecnologia. Le istituzioni di tutto il mondo si stanno infatti spostando dai loro spazi di gallerie fisiche a piattaforme digitali per condividere le opere d’arte.

L'arte al tempo della pandemia

Alla base di tutto c’è Internet  e la voglia di non arrendersi, in attesa che tutto passi. Se infatti l’isolamento sociale può portare a percepire una sorta di disconnessione dal mondo reale, Internet e le tecnologie digitali sono gli strumenti che ci permettono di sentirci più vicini e connessi che mai.

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9 musei da visitare stando a casa: tour virtuali e collezioni online

Mentre il lockdown prosegue, e più della metà della popolazione del nostro pianeta è costretta a stare a casa, molti grandi musei aprono (virtualmente) le loro porte agli appassionati d’arte con tour virtuali e collezioni online.

Ecco qui qualche progetto degno di nota.

1. Pinacoteca di Brera di Milano

Arte al tempo del Covid19

Il museo milanese ha sviluppato MyBrera, un progetto di visite ad hoc che permette a chiunque di ammirare i tesori custoditi nella Pinacoteca attraverso i ritratti scattati da James O’Mara. Il percorso della visita è articolato intorno ad opere, oggetti e luoghi selezionati da ogni membro della squadra del museo in modo da garantire “l’accesso al museo e alla biblioteca, in attesa che quest’ombra passi”. 

Una nota della Pinacoteca di Brera di Milano promette – “Quando accadrà, saremo ancora più ‘smart’ e più impegnati a tutelare e valorizzare il nostro patrimonio. Così facendo non tradiremo il nostro passato né il nostro futuro”

2. Galleria degli Uffizi di Firenze

Arte al tempo del Covid19

Per mantenere le sue porte aperte la Galleria degli Uffizi si è invece affidata a Ipervisioni. Sul sito del museo è possibile fare un tour virtuale e scoprire i capolavori delle collezioni e la loro storia, navigando tra spunti suggestivi e immagini in alta definizione delle mostre virtuali proposte dallo staff.

3. Musei Vaticani di Roma

Arte al tempo del Covid19

Sono sette i tour virtuali messi a disposizione dai Musei Vaticani per godere, restando a casa, delle meraviglie contenute nei musei capitolini. I sette percorsi sono disponibili sul sito del museo: dalla Cappella Sistina al Museo Pio Clementino, dal Museo Chiaramonti al Braccio Nuovo, dalle Stanze di Raffaello alla Cappella Niccolina, fino alla Sala dei Chiaroscuri. Online il visitatore può esplorare ciascuno di questi ambienti, muovendosi in ogni direzione e focalizzandosi sui particolari anche minimi delle singole opere, riprodotte ad alta definizione. 

Quotidianamente, inoltre, l’account Instagram ufficiale @vaticamuseums propone dettagli dei capolavori vaticani accompagnati da brevi didascalie che aiutano a comprendere storia e significato di tante opere, più o meno conosciute.

4. Museo Archeologico di Atene

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Tra i più importanti musei archeologici del mondo, il Museo Archeologico di Atene sul proprio sito mette a disposizione sia il tour virtuale, realizzato attraverso Google Street View, sia le collezioni con foto delle opere esposte corredate da ampie didascalie. Una seconda applicazione disponibile sul sito del museo, parthenonfrieze, analizza e mette in luce in modo erudito e con chiarezza il capolavoro scolpito da Fidia: il Fregio del Partenone. Rivolta agli studiosi di archeologia, al pubblico in generale, ma anche ai bambini (con un gioco educativo appositamente sviluppato per loro), l’applicazione è stata messa a punto con delle fotografie di tutti i blocchi del fregio che in seguito furono corredate da didascalie in greco ed in inglese.

La terza applicazione presente sul sito del museo è “Athena, Goddess of the Acropolis”, (Atena, Dea dell’Acropoli). Dedicata alla Dea greca, presenta in modo interattivo una selezione di oggetti dalla collezione del museo che raffigurano Atena. Si tratta perlopiù di dediche, offerte dei devoti alla dea (statue di piccole dimensioni, rilievi e ceramiche) ma anche di alcune delle più importanti sculture architettoniche dell’Acropoli che hanno come soggetto temi tratti dalla mitologia della dea Atena.  

I più piccoli possono invece divertirsi con “Color the Peplos Kore” (Colora la Kore col peplo), un gioco educativo digitale che invita i ragazzi a dipingere a seconda del loro gusto la Kore, per poi stampare o salvare il loro lavoro. 

5. Museo del Prado di Madrid

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Anche il Museo spagnolo del Prado di Madrid, che custodisce una delle più vaste collezioni e che raccoglie opere di pittura e scultura dal X al XIX secolo, mette a disposizione dei visitatori le collezioni sul proprio sito. 

6. Louvre di Parigi

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Sul sito del museo francese è possibile scegliere di visitare virtualmente 4 sezioni: La Petit Galerie, dove ora è in corso una mostra con opere di Delacroix, Rembrandt e Tintoretto, la collezione permanente con l’immensa sezione egizia, i resti del fossato del Louvre ed infine la Galerie d’Apollon, distrutta da un incendio nel 1661 e poi ricostruita da Le Vai.

7. British Museum di Londra

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In questo blog il British Museum indica 11 modi per visitare il Museo da casa: dai tour con Google Street View, ai podcast e alle gallerie virtuali.

Per Hartwig Fischer, direttore del British Museum, è importante riuscire a mantenere vivo il dialogo con i visitatori:

È assolutamente fondamentale avere ancora un facile accesso alla cultura. Abbiamo i mezzi per impegnarci: li troviamo nella storia, nelle culture del passato, nelle culture del presente. E, se si parla del British Museum, si parla di come le persone negli ultimi due milioni di anni hanno affrontato grandi sfide, sfide sanitarie e altre ancora e ne sono uscite vincenti.

8. Metropolitan Museum di New York

Tra i più famosi musei della grande mela, il Met offre tour mozzafiato dei più grandi spazi.

Nella città di New York sono tante le possibilità per gli appassionati di arte che non vogliono rinunciare ad ammirare le opere più famose della città. Sono infatti diverse le gallerie d’arte che stanno creando percorsi virtuali online:

  • David Zwirner Gallery  con la mostra delle foto psichedeliche di  “James Welling, Pathological Colour”
  • Pace Gallery: acquarelli del pittore Sam Gilliam
  • Gagosian Gallery: con gli spettacoli che si trovano a New York, Los Angeles, San Francisco, Parigi e Roma.
  • The New Museum: Arte digitale creata per il Web.
  • Artsy: Uno dei siti web più visitati al mondo dell’arte per notizie e aste. Attualmente, Artsy sta celebrando il Mese della Storia delle Donne con una serie di spettacoli di artisti donne selezionate da altre artiste femminili più affermate.

9. L’Ermitage di San Pietroburgo

A partire dal 26 marzo L’Ermitage di San Pietroburgo ha reso disponibili 10 tour virtuali dedicati alle collezioni italiane conservate nel museo in lingua italiana. L’obiettivo, spiega il direttore del museo Michajl Pjotrovskij, è creare un ponte tra Italia e Russia in un momento di grande difficoltà.

Tanti i tesori, anche Italiani, in mostra nella reggia imperiale, che per due secoli ospitò le famiglie degli zar Romanov, e che svela i suoi tesori da Caravaggio, Leonardo, Filippo Lippi, Raffaello, Velazquez e Canova, fino agli impressionisti e a Pablo Picasso. 

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L’arte entra nelle case grazie alla realtà aumentata

Sebastian Errazuriz, insieme all’artista Zander Eckblad ha sviluppato All Show, una piattaforma che mette in comunicazione gli artisti, che vi caricano le proprie opere, e gli appassionati d’arte, che possono vederle in anteprima direttamente nel proprio salotto di casa grazie alla realtà aumentata. 

Gli spettatori possono vedere le opere d’arte direttamente dal loro telefono. Una volta trovato quella di loro interesse, è sufficiente selezionare “see in AR” per vederla apparire all’interno della propria casa, proprio accanto alla poltrona oppure al tavolino da caffè. All Show non è solo una piattaforma commerciale. Unendo arte e tecnologia è stato possibile portare l’arte a casa delle persone e realizzare una straordinaria esposizione online, in cui i confini tra mondo reale e realtà virtuale sfumano.

Sebastian Errazuruz, designer e artista nato in Cile ma cresciuto a Londra, pensa che proprio grazie alla pandemia le persone svilupperanno nuovi modi per essere creativi.

La pandemia inaugurerà una nuova ondata di espressione creativa” afferma l’artista. “La realtà aumentata distruggerà il mondo dell’arte e del design nello stesso modo in cui le piattaforme digitali hanno distrutto l’intera industria musicale, i nuovi media o l’industria cinematografica.

Spunti per stimolare la creatività durante il lockdown

E se guardare non basta, Artwork Archive, piattaforma di inventario d’arte utilizzata dagli artisti per mostrare le loro opere d’arte, ha lanciato una sfida: #artuniteschallenge. L’obiettivo è raccogliere stimoli e suggerimenti artistici per condividere il proprio estro creativo e coltivare la comunità attraverso, l’arte taggando @artworkarchive su Instagram e usando l’hashtag #artuniteschallenge.

In questi giorni in cui si è più che mai soli, e lontani dalle proprie comunità, Artwork Archive suggerisce di usare l’arte per restare uniti e vicini, annullando così gli effetti del distanziamento sociale.

Ecco alcuni degli spunti creativi raccolti per stimolare la creatività durante il distanziamento sociale. Li potete trovare tutti sul sito di Artwork Archive.

  1. Fai un tour virtuale di un museo. Seleziona il tuo lavoro preferito e ricrealo con uno stile diverso
  2. Scrivi “gioia” o “gratitudine” nel mezzo di una pagina e disegna tre cose che ti portano piccole gioie o momenti di gratitudine durante questo periodo.
  3. Fa’ come Monet con le sue ninfee: dipingi lo stesso soggetto in diversi momenti della giornata.
  4. Crea un dipinto astratto per esprimere e condividere le tue emozioni.
  5. Share the love: condividi 5 immagini di opere dei tuoi artisti preferiti.
  6. Scegli un colore o un materiale che normalmente eviti ed usalo per creare un’opera d’arte.
  7. Scrivi una lettera al futuro te stesso.
  8. Prova a dipingere con caffè, dentifricio, vino o altri materiali non convenzionali.
  9. Ricrea una scena oppure un momento del tuo libro preferito.
  10. Usa i rotoli della carta igienica per creare un’opera d’arte.
  11. Realizza un dipinto con le foglie di tè.

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La creatività è sopravvalutata

Non serve un artista per fare arte. O almeno così la pensa Sarah Urist Green, curatrice e ideatrice del programma online The Art Assignment nel quale gli artisti incoraggiano gli spettatori a imitare i propri esercizi creativi.
Nel suo libro, You Are an Artist: Assignments to Spark Creation, spiega proprio questo, invitando le persone a esprimere se stessi attraverso l’arte senza farsi bloccare dal giudizio degli altri, da titoli di studio o da materiali fantasiosi.

Ecco dunque 5 progetti del libro che chiunque può realizzare, senza bisogno di esperienza o di materiali particolari.

1. Shadow Portrait

L'arte al tempo della pandemia

2. Fake Flyer

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3. Contructed Landscape

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4. Lost Object

L'arte al tempo della pandemia

5. Intimate, indispensable, gift

L'arte al tempo della pandemia

carriera nel digitale

Come iniziare una carriera nel Digital: guida dalla A alla Z

  • Ci sono bisogni del tutto nuovi, come quelli di evitare i contatti sociali, che hanno dato un ulteriore slancio alla trasformazione digitale delle nostre vite, anche lavorative;
  • Oggi, complice la diffusione improvvisa del concetto di smart working, possiamo lavorare seduti in poltrona e completare la stesura di piano editoriale, o programmare un sito, anche dopo cena;
  • Chi inizia una carriera nel digitale oggi deve assolutamente tenere a mente alcune qualità essenziali come flessibilità e curiosità, senza dimenticare che quella digitale è innanzitutto una rivoluzione culturale.

 

Anni fa, da ragazzini, sognavamo ad occhi aperti sfavillanti carriere in qualche ambito lavorativo futuristico, qualcosa che non esisteva ancora, ma che avrebbe cambiato per sempre le regole di gioco del mondo degli affari. 

Crescendo, abbiamo visto cambiare il concetto di lavoro così come lo conoscevamo e come lo intendevano i nostri genitori. Tra globalizzazione, crisi economiche e avanzare della tecnologia, il mondo ha subito rivoluzioni che ci hanno investito in ogni ambito, trasformando la percezione di noi stessi e dei rapporti che instauriamo con l’esterno. Il lavoro è cambiato, e ancora sta cambiando, insieme a noi, insieme alle nostre necessità, ai nostri desideri e cerca di adeguarsi a ritmi sempre più veloci. Ma oggi sappiamo che non si tratta solo di ritmi: ci sono bisogni del tutto nuovi, come quelli di evitare i contatti sociali, che hanno dato un ulteriore slancio alla trasformazione digitale delle nostre vite.

Anche se il periodo che stiamo vivendo ci tiene con il fiato sospeso, ci fa sentire bloccati in una dimensione surreale in cui non riusciamo nemmeno a scandire gli attimi del presente, le lancette della rivoluzione digitale corrono veloci, e sembrano aver addirittura accelerato.

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Come la rivoluzione digitale ha cambiato il modo di lavorare

La mattina, prima di fare colazione, controlliamo le notifiche sul nostro smartphone, laviamo i denti scrollando la home di Instagram, chattiamo con l’amica che si è trasferita all’estero, e programmiamo le varie call con i colleghi per fare il punto della situazione sul quel progetto in scadenza. Inoltre, ora si sono aggiunte anche le videochiamate con i nostri genitori che non vediamo da mesi.

Quanti di questi termini e di queste azioni facevamo pochi anni fa? Questa è la rivoluzione digitale, e ci rendiamo conto di quanto possa averci cambiato la vita anche ora, costretti a stare in casa, ma comunque raggiungibili ai nostri cari e ai nostri colleghi.

Ha cambiato la nostra percezione di spazio e tempo, possiamo lavorare seduti in poltrona, sorseggiando un drink (meglio se analcolico) e completare la stesura di piano editoriale, o programmare un sito, anche dopo cena. Possiamo gestire il nostro lavoro seguendo la nostra scaletta, o seguire quella dettata dall’azienda per cui lavoriamo, ma fare tutto da casa, o in ufficio, e con pochi potenti mezzi, tutti racchiusi in una scatola magica: un laptop.

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lavorare nel digital

La rivoluzione digitale però ha una caratteristica che potrebbe essere un grandissimo pregio ma è anche un difetto: la velocità. Correre con lei, seguirla salto dopo salto – perché di passi ne ha fatti tanti – non è semplice, ma nemmeno impossibile. Il super potere da avere per lavorare nel fantastico ed intricato mondo del digitale è principalmente uno, una naturale propensione ad accettare il cambiamento.

Accettare che ogni giorno sarà diverso, che cambierà qualcosa non appena ne avevate afferrata l’essenza, che quel codice non sarà più valido, che è questione di algoritmi e che bisogna studiare, leggere e aggiornarsi, sempre.

Siete pronti ad accettare questa sfida?

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Carriere digitali: come nascono le nuove figure lavorative

La trasformazione digitale ha modificato il concetto stesso di lavoro, ma c’è un fattore costante e presente dagli albori, ed è quello che determinerà la riuscita o meno di un’azienda nell’obiettivo di trasformarsi ed evolversi in qualcosa di nuovo: i lavoratori.

Sono i dipendenti in grado di utilizzare le tecnologie digitali esistenti e adattarsi ai metodi in evoluzione e ai nuovi approcci, a fare la differenza. Senza di loro, le aziende faranno fatica a trarre il vantaggio che dovrebbero dagli ultimi progressi, come l’industria 4.0, i robot, l’intelligenza artificiale, la realtà virtuale e i nuovi modelli di business digitali.

Purtroppo,  quelli con digital skill davvero efficaci sono ancora pochi, e le aziende sono continuamente alla ricerca di queste figure professionali. Queste dovrebbero creare nuovi pool di dipendenti digitali qualificati. Per fare ciò, devono capire chi sono queste potenziali figure, dove possono essere scovate e come possono essere attratte e mantenute.

Le aziende devono anche sapere quali tipi di talenti possono essere coltivati ​​già al suo interno, perché il talento digitale deve provenire non solo dall’acquisizione di nuovo personale, ma anche dallo sviluppo di competenze digitali in ruoli già esistenti.

Inoltre la loro mission è quella di creare una vera e propria cultura digitale e inculcarla ai propri dipendenti per portare vantaggio non solo all’azienda, ma al rendimento lavorativo di tutti e di conseguenza anche alla soddisfazione personale di ogni dipendente.

come lavorare nel digital

Sostanzialmente, i datori di lavoro devono tener presenti tre interrogativi per cercare i propri talenti digitali:

  • CHI saranno questi dipendenti?
  • DOVE trovare i dipendenti richiesti?
  • COME assumerli e coltivarli nel tempo?

Senza personale qualificato, non può esserci trasformazione digitale. Non c’è spazio all’improvvisazione.

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  • Il “chi”

Fino a quando la società non comprende appieno i profili digitali, o le funzioni lavorative, disponibili sul mercato e all’interno dell’azienda, non può esserci un modo chiaro per determinare quanti dipendenti digitali, e quali profili, deve assumere, sviluppare e mantenere nel tempo.

Sono sei le aree in cui i talenti digitali possono avere maggiore impatto, ossia:

  • business digitale
  • marketing digitale
  • sviluppo digitale
  • analisi
  • industria 4.0
  • nuovi modi di lavorare

Gli esperti di business digitali escogitano idee innovative per nuovi modelli di business digitali, gli esperti di marketing sanno come utilizzare la moltitudine di canali digitali per avvicinarsi ai clienti, gli esperti di sviluppo aiutano a costruire questi canali, gli specialisti di analisi aggregano i dati per capire cosa piace e cosa vogliono i clienti, i professionisti dell’Industry 4.0 lavorano con il lato manifatturiero per creare nuovi prodotti, mentre i nuovi modi di lavorare riguardano tutti gli esperti che utilizzano metodi innovativi per migliorare l’efficienza complessiva, trasformando la cultura organizzativa aziendale.  

tipologia lavori digital

Come si evince dalla tabella realizzata alcuni anni fa da BCG ma oggi ancora valida, all’interno di queste sei aree, troviamo 20 profili che sono essenziali per una trasformazione digitale sostenibile in qualsiasi azienda e in ogni settore:

  • Il digital venture strategist fornisce la leadership in ogni fase di un modello di business digitale.
  • Il marketing automation specialist supporta il marketing digitale utilizzando bot di intelligenza artificiale per interagire con i clienti online.
  • Gli user interface (UI) and user experience (UE) designer si concentrano su interfacce ed esperienze per gli utenti di applicazioni software.
  • Il data scientist analizza e interpreta i dati ed è in grado, ad esempio, di trovare connessioni nascoste o modelli interessanti nei dati.
  • L’ingegnere della robotica e dell’automazione costruisce, configura e collauda robot, principalmente per scopi di produzione.
  • Lo Scrum Master è specializzato sugli ultimi modi di gestire progetti di sviluppo e facilitare modi di lavorare più agili.

 

  • Il “dove”

Quando le aziende danno il via al reclutamento, devono sapere non solo chi stanno cercando, ma anche dove cercare. Devono identificare i posti in cui sono presenti talenti digitali, decidere un luogo in cui la società avrà appeal per i residenti nativi e in cui la società sarà in grado di costruire le sue risorse digitali nel medio e lungo termine.

L’azienda sta cercando centinaia di programmatori altamente qualificati a un costo ragionevole? Sta cercando di attirare i migliori talenti nell’innovazione digitale? Sta costruendo nuovi modelli di business digitali?

Dovrebbero essere presi in considerazione fattori come il numero di start up, la presenza di competitors con cui l’azienda competerà per i talenti, il livello complessivo dei salari e il numero di brevetti rilevanti generati nella città candidata. L’azienda dovrebbe ponderare ogni fattore in base al tipo di talento digitale che cerca.

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  • Il “come”

Una volta che l’azienda ha una comprensione dettagliata del chi e del dove, deve affrontare il come. Come reclutare e selezionare il personale più qualificato, in un’era in cui la domanda dell’offerta è più alta dell’offerta stessa?

Mettersi nei panni dei dipendenti

È importante capire come pensano i dipendenti digitali. Indipendentemente dal proprio background e dal set di competenze, devono avere in comune una cosa, la mentalità digitale. Che vuol dire?

I dipendenti con questa mentalità sono imprenditoriali e propensi a decisioni basate sui dati. Si concentrano sullo sviluppo di prodotti e servizi incentrati sull’utente e sono creativi. Hanno esperienza in team multidisciplinari e mostrano una forte tendenza verso modi di lavorare collaborativi e agili.

Quando si tratta dell’ambiente di lavoro, i dipendenti digitali sono più preoccupati per i progetti e i prodotti che costruiscono e vogliono ottenere sempre più prestigio nella propria carriera. Vogliono essere circondati da colleghi ispiratori e leader di pensiero nel loro campo di competenza. Inoltre, in contesti di startup, sono più aperti rispetto ai dipendenti tradizionali a forme non convenzionali d’indennizzo, come stock option e quote di proprietà intellettuale. Molti vogliono anche avere un impatto significativo e positivo sul mondo e la maggior parte vorrebbe creare il giusto equilibrio tra lavoro e vita privata.

Affidarsi a reclutatori esperti di tecnologia

Oltre il 90% dei possibili dipendenti con skill digitali utilizzano internet per cercare lavoro e lo trovano, in media, in meno di due settimane.

Per accaparrarsi queste persone, le pratiche di reclutamento tradizionali non sono sufficienti. Le aziende oggi hanno bisogno di assumere personale tramite i social media e attraverso la capacità di networking online, riuscendo a gestire software per le risorse umane e conoscenze digitali. In pratica, i programmatori possono reclutare programmatori e i reclutatori devono parlare la lingua dei propri candidati.

Cercare i canali giusti

Sono molte le organizzazioni che hanno già sviluppato qualche nuova forma di strategia per il reclutamento online, tuttavia, i loro sforzi spesso sono vani. Uno dei motivi è che le persone che stanno cercando potrebbero usare solo piattaforme di reclutamento specifiche della propria area di competenza. Per raggiungerle, le aziende devono utilizzare le piattaforme appropriate.

Ricorrere ai loro interessi

I reclutatori possono anche raggiungere un ampio gruppo di dipendenti digitali affidandosi direttamente ai loro interessi. Possono sfruttare eventi che consentono a persone creative di ogni tipo di socializzare, fare rete e condividere idee prima dell’inizio della giornata lavorativa.

Altri metodi includono la sponsorizzazione di concorsi virtuali attraverso comunità online o di eventi live che riuniscono grandi gruppi di programmatori, in genere studenti, per creare siti Web, app e altri progetti in breve periodo. Dall’altra parte, dunque, è bene tenere aperti gli occhi su queste opportunità se si è in cerca di lavoro nel digitale.  

Acquistare e costruire

Uno degli approcci più costosi ma funzionali al reclutamento è l’acquisizione. Acquistare un’azienda non per la sua attività o linea di prodotti ma per il suo team.

In alternativa, le aziende possono creare hub o filiali digitali che hanno un ambiente simile a una startup e sono quindi più attraenti per i giovani, mantenendoli in qualche modo separati dalla cultura aziendale più ampia e tradizionale.

come fare carriera nel digital

4 lezioni chiave per le persone che iniziano la loro carriera nel digitale

Se volete farvi valere in questo campo, dovete assolutamente tenere a mente alcune qualità essenziali che vi torneranno utili nei lavori di oggi e di domani.

Questi tratti, che non sono qualifiche comuni riscontrabili in molte domande di lavoro, sono caratteristiche che spesso tendiamo a dimenticare perché sopraffatti da ciò che ci accade intorno, o semplicemente perché le sottovalutiamo. Vediamole insieme.

1. Essere flessibili

Non dovremmo mai chiuderci alle opportunità facendo ipotesi su dove si trovano i lavori migliori o dove avvengono le maggiori innovazioni. Spesso associamo l’innovazione alle start-up, ma alcune delle organizzazioni più innovative oggi sono marchi affermati che stanno facendo notevoli investimenti nelle persone e nella tecnologia per trasformare se stessi e i loro mercati.

Hanno sia la forza della leadership sia le risorse finanziarie per fare scommesse audaci e offrire al proprio personale esperienze uniche nel loro genere. Ciò che è ancora più importante è trovare un’azienda e un capo che condividano i nostri valori su cose come: la diversità, l’integrità e il duro lavoro. Soprattutto, nei primi anni della nostra carriera, questi valori daranno vita a come vogliamo essere, quindi conta dove lavoriamo e quando cominciamo il nostro viaggio professionale.

Non dobbiamo legarci ai preconcetti, alle cose così come sono e come sono sempre state. Essere flessibili consiste nell’essere aperti ad affrontare una nuova sfida, un nuovo ruolo o semplicemente a fare le cose in un modo diverso dal solito e abilitato digitalmente. 

2. Essere curiosi

Dobbiamo cogliere le opportunità che ci capitano. Sempre. Dobbiamo viaggiare, imparare una nuova lingua e una nuova cultura anche se ciò significa lasciare la famiglia, gli amici e abbracciare il cambiamento. Non spegnere mai la fiamma della nostra curiosità.

Se ci viene offerta la possibilità di spostarci in una nuova sede, in una nuova squadra o in un nuovo ruolo, buttiamoci. Rendiamo questo salto il nostro successo.

Esploriamo ciò che è possibile con nuove persone e la tecnologia, ripensiamo ai ruoli, alla responsabilità e all’interazione con i nostri clienti. Accettiamo la sfida digitale. Siamo costantemente curiosi.

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3. Restare umani

In un mondo in cui la tecnologia influenza tutto, spesso dobbiamo ricordarci dell’importanza delle interazioni umane. Non c’è dubbio che la tecnologia ci consenta di essere più produttivi, più connessi e potenzialmente svolgere un lavoro più interessante. Ma la connettività virtuale non sostituisce il coinvolgimento reciproco.

Conoscersi a vicenda, non solo come professionisti, ma come individui con prospettive, background ed esperienze uniche è fondamentale. Ormai le interazioni virtuali sono la norma, sono le interazioni faccia a faccia che stanno diventando più limitate, ma di conseguenza più preziose. 

4. Non dobbiamo aver paura

Sembra banale, ma non lasciamo che la nostra paura di guadare un campo inesplorato ci tenga lontano da qualcosa di nuovo. Abbracciamo l’ignoto. In una realtà pullulante di dati e previsioni, non possiamo sempre calcolare il rischio, il rendimento o il risultato di un’azione.

Agli studenti di oggi e di domani verrà chiesto di fare cose per le quali non esiste punteggio SAT, GPA o misura di sicurezza per valutare se vale la pena o meno cogliere un’occasione. Il ritmo della nuova tecnologia e dell’innovazione implica che nasceranno nuove industrie, aziende, ruoli e modi di lavorare.

È molto più divertente essere un pioniere e pensare in modo diverso che essere vincolati da un pensiero obsoleto.

Siamo flessibili, curiosi, restiamo umani e non spaventiamoci. Stiamo vivendo un’incredibile interazione tra umanità e tecnologia ed è un’occasione unica.

cosa fare per lavorare nel digital

Non abbiamo ancora finito, eccovi una preziosa lista, dalla A alla Z per tutti i neofiti del digitale!

Guida dalla A alla Z: come iniziare una carriera nel Marketing Digitale

Un alfabeto digitale che non potete assolutamente perdervi, ad ogni lettera corrisponde una parola chiave da tenere a mente, in un contesto in continua evoluzione e rivoluzione.

A – Analytics. In un mondo sempre più legato ai dati è importante non solo registrarli ma anche comprenderli, e quindi come monitorare il successo delle proprie campagne.

B – Brand. Per molti anni, i marketer digitali sono stati così concentrati su numeri e successi che molti hanno dimenticato l’importanza del marchio. I nostri clienti hanno bisogno di un marchio che i consumatori e, quindi, Google, riconoscano e di cui si fidino all’istante.

C – Certificazione. La certificazione in una serie di attività darà ai datori di lavoro e ai clienti la fiducia e la certezza di quello che si sta facendo. Non trascuriamo mai l’importanza di avere un attestato che confermi cosa abbiamo studiato e sappiamo fare.

D – Dati. Cosa sono i dati? I dati sono tutto ciò che è intorno a noi e nel marketing digitale ciò significa conoscere a fondo i consumatori e il pubblico di rifermento.

E – Engagement. Insieme alla costruzione di un marchio è la parola chiave per incoraggiare il coinvolgimento tra il pubblico e il cliente. Un esempio? Il reciproco scambio tra influencer e brand.

F – Funnel, ossia Imbuto. L’imbuto è una parola ricorrente nella sfera del marketing digitale. Si riferisce al viaggio che si intraprende con il proprio pubblico partendo da una massa indefinita fino ad arrivare ad ottenere il consenso da parte di un gruppo di consumatori fidelizzati al nostro marchio.

G – Google. Google domina tutto ciò che facciamo nel marketing digitale, dalla SEO all’analisi, fino al coinvolgimento e alle nostre canalizzazioni.

H – History. La storia è importante da comprendere. Ci aiuterà ad essere informati su coloro che ci circondano e ci daranno un vantaggio nel prevedere le tendenze future mentre impariamo dalle lezioni del passato.

I – Influencer. Gli influencer sono utenti dei social media che hanno (spesso) grandi seguaci e danno voce a ciò che pensano e fanno i consumatori di un settore specifico. I grandi marchi stanno diventando sempre più intimi con loro e c’è molto spazio di crescita se si riesce ad essere innovativi in questo ambito.

J – Job hungry. La fame di lavoro in un campo così competitivo significa che bisogna prendere tutto quello che possiamo per ottenere il meglio fin da subito. Ogni lavoro ci aiuterà a costruire il nostro portfolio, le nostre capacità, ad aumentare la fiducia nelle nostre risorse e in quella riposta in chi ci circonda, senza dimenticare la formazione continua.

K- Keyword. Parola chiave. Questo campo è cambiato radicalmente nel corso degli anni. Per padroneggiare SEO, content marketing, PPC e CPM è necessario essere esperti di ciò che è una parola chiave, quando e come deve essere utilizzata e cosa comporta.

L- Landing Page. La pagina di destinazione. L’esperienza dell’utente è una parola che ha assunta una valenza focale solo da poco tempo, anche grazie al cambio di algoritmo di Google per favorire i mobile device. Comprendere l’importanza della pagina di destinazione nella progettazione del sito Web e nella gestione delle canalizzazioni è fondamentale.

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M – Metriche. Le metriche vanno di pari passo con dati e analisi. Li utilizzeremo nelle interviste con i datori di lavoro e nelle riunioni con i clienti. Comprendere le metriche ci mette in una posizione di forza.

N – Networking. Saremo ripetitivi, ma non ci stancheremo mai di sottolineare abbastanza quanto sia importante incontrare quante più persone possibili, in qualsiasi campo.

O – Ottimizzazione. Si riferisce a tutto ciò che facciamo per dare al nostro brand la maggiore visualizzazione possibile nelle SERP (Pagina dei risultati dei motori di ricerca). Ciò include parole chiave, content marketing, coinvolgimento e autenticità del marchio.

P – Passione. Stiamo cercando di entrare in uno dei campi più richiesti nel mondo del lavoro. Pertanto, dobbiamo essere appassionati di ciò che facciamo, dedicando molto del nostro tempo e delle nostre risorse a un settore che non riposa mai.

Q- Query. Letteralmente significa interrogazione. E tutte quelle degli utenti vanno analizzate, seguite e utilizzate al meglio, per capire cosa realmente le persone vogliono da noi e si aspettano.

R – Revenue. I ricavi, ossia il nostro guadagno. Mettere in pratica tutte le tecniche di vendita per massimizzare il volume delle entrate. Di conseguenza tutte le nostre strategie e progetti di marketing sono inutili se non offrono un buon ROI.

S – Social Media. Le piattaforme di social media hanno cambiato il nostro mondo. Cosa c’è di popolare? Cosa sta calando? Dobbiamo sempre tener presente i trend del momento, e i canali social.

T – T-shaped marketer. Significa comprendere molteplici e vaste aree del panorama del marketing digitale , ma specializzandosi in una o due abilità specifiche.

U – UX (User Experience). Colpisce il nostro tasso di conversione e l’affidabilità del proprio marchio. Entrambi influenzano tutto il resto. UX si riferisce al modo in cui un utente del nostro sito Web trova ciò che sta cercando e può interagirvi.

V – VR. La realtà virtuale è una scena che si sta modificando velocemente. Gli esperti di marketing digitale ne faranno un uso maggiore nel tempo, quindi non è una cattiva idea cominciare ad interessarsene, se non l’avete ancora fatto.

W – Sito web. Esso rappresenta il nuovo negozio sulla strada principale, quindi è fondamentale dedicare tempo e sforzi all’apprendimento di tutto, dalla progettazione allo sviluppo, fino al lancio e all’analisi dei risultati.

X – Fattore X. Siamo in un campo competitivo, quindi dobbiamo avere qualcosa che gli altri non hanno e che tutti vorranno da noi. Focalizziamoci sui nostri punti di forza e ottimizziamole al meglio.

Y – Youtube. Se riusciamo a sfruttare la conoscenza del potere che YouTube offre ai nostri clienti, saremo in una posizione migliore rispetto a molti nostri colleghi.

Z – ZZZ. Ultimo ma non meno importante, questo è il settore che non dorme mai! Ciò è sia una benedizione che una maledizione quando ci lavoriamo, perché ogni giorno è diverso ed eccitante, ma è anche implacabile. Teniamo il cervello acceso.

E se le dritte non vi bastano, ecco 10 consigli prêt-à-porter!

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consigli lavorare nel digital

10 consigli per una carriera nel Digital coi fiocchi

1. Progetti personali

La migliore possibilità che abbiamo di diventare veramente bravi in qualsiasi cosa è la pratica. Le qualifiche sono importanti, ma uscire e iniziare il nostro progetto non solo ci dà fiducia nelle nostre capacità, ma ci rende unici agli occhi di potenziali reclutatori.

2. Siamo il nostro brand

La creazione di un marchio personale è importante per i datori di lavoro per capire principalmente due cose: siamo bravi in ciò che facciamo e prendiamo sul serio il nostro settore. 

3. Impariamo il gergo

Il marketing digitale è un settore serio, in continua evoluzione e competitivo. I progetti e le qualifiche personali ci aiuteranno, è vero, ma è necessario essere sempre sul pezzo.

4. Restiamo aggiornati

Leggere, studiare, ascoltare. Non stanchiamoci mai delle conoscenza.

5. Disponibilità e passione

Dobbiamo essere consapevoli che il lavoro che stiamo scegliendo richiede aggiornamento costante e una passione spropositata della materia. Dobbiamo lavorarci tutti i giorni, dobbiamo informarci e tenere presenti gli eventuali sviluppi.

6. Fare Networking

Parlando di clienti e potenziali colleghi, il networking è una delle parti più importanti di qualsiasi lavoro. Circondiamoci di persone che hanno più esperienza nel marketing digitale, soprattutto più di noi, e cerchiamo di imparare qualcosa di nuovo da chiunque incontriamo.

7. Qualificazione

Questo è un lavoro strategico, analitico e organizzato, il tutto condito da un pizzico di creatività e logistica rigorosa. Bisogna allenarsi costantemente per ottenere il giusto equilibrio.

8. Lasciamo uscire il nostro lato più tech

Scopriamo il lato tech che è in noi. Anche se non ci occupiamo della creazione di siti web, ma scriviamo contenuti, sarà di aiuto per tutto conoscere i diversi tool del mondo digitale.

9. T-shaped marketer

Vogliamo diventare una risorsa essenziale per un’azienda? Tuffiamoci a capofitto in più discipline di marketing digitale, e cerchiamo di essere informati sul marketing in generale.

10. Comprendere dati e metriche

Impariamo a leggere i dati e le metriche. Quei numeri magici sapranno svelarci parecchi segreti.

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letture per lavorare nel digital

Come accelerare la trasformazione digitale in azienda

1. Digitalizzare e personalizzare

Una volta raggiunti i giusti gruppi è il processo di selezione che distinguerà l’azienda di successo dai suoi concorrenti. La maggior parte delle aziende tradizionali deve ancora accelerare e automatizzare questo processo per diventare completamente digitale. Durante tutto il processo di reclutamento, le aziende dovrebbero cercare di mantenere il proprio tocco personale.

2. Mantenere e coltivare i talenti

Con così tanti nuovi impiegati digitali, le aziende devono creare un ambiente in cui queste persone vorranno rimanere a lungo termine. Possono farlo fornendo, ad esempio, opportunità di apprendimento continuo e percorsi di carriera interessanti. Le aziende possono aiutare il proprio team a creare un equilibrio positivo tra lavoro e vita privata e coltivando un ambiente di lavoro collaborativo e flessibile.

3. Cosa occorre

Per capire quanta parte della domanda può essere soddisfatta internamente, le aziende devono prima capire quali competenze digitali sono necessarie. Quando queste esigenze saranno completamente definite, le aziende potranno quindi creare e istituire un programma di abilitazione digitale per tutti.

ruolo per lavorare nel digital

Verso una nuova cultura, non solo in campo digitale

Abbiamo cercato di analizzare una carriera nel digitale sotto due punti di vista distinti: quello del professionista e quello dell’azienda. Questo perché è essenziale conoscere anche chi sta dall’altra parte per costruire una vera crescita e trovare le migliori opportunità, ma anche perché si può costruire una carriera in questo settore tanto in modo autonomo quanto da dipendente.

Il passo più importante nelle assunzioni e nella fidelizzazione a lungo termine è quello di utilizzare i nuovi talenti per aiutare a creare una vera cultura digitale, che conduca l’intera forza lavoro in un viaggio di apprendimento digitale e inculchi una profonda comprensione degli imperativi digitali dell’azienda.

Per creare una vera cultura digitale, l’organizzazione deve introdurre e adattarsi a nuove forme di cooperazione, implementando più lavori basati su progetti e gestendoli in modo più flessibile. Deve introdurre nuovi metodi di lavoro come la progettazione del prodotto agile e incentrata sull’utente, insieme a più sperimentazione e creatività, meno regole fisse e più tolleranza per l’assunzione di rischi.

I dipendenti esperti nel digitale sono dinamici, vogliono stare su progetti importanti ed essere impattanti, ma possono commettere errori. Una cultura che accetta il fallimento è essenziale.

La nuova mentalità digitale è tanto generazionale quanto funzionale.

Qualsiasi azienda che si sta adattando a questa mentalità sta anche facendo un passo significativo nella più ampia trasformazione organizzativa che è attualmente in corso, poiché i nuovi modi di lavorare vanno ben oltre il campo del digitale.

Google Meet diventa gratis per tutti dall’1 maggio (e fino a settembre)

  • Il servizio di video conferenza di Google da domani sarà gratuito;
  • I meeting virtuali possono ospitare fino a 100 persone in contemporanea;
  • Per arginare eventuali minacce alla sicurezza e alla protezione dei dati Google ha introdotto nuove misure.

 

Da domani, Google Meet sarà gratis per tutti gli utenti. Il servizio di video conferenza solitamente incluso negli account Enterprise ed Education è ora accessibile a chiunque abbia un account Google attivo.

Ad annunciarlo è lo stesso Big G, confermando che i virtual meeting potranno ospitare fino a un massimo di 100 persone contemporaneamente.

Dal 1°maggio al 30 settembre la durata delle video-conference non avrà alcun limite di tempo, mentre da ottobre tutti gli account basic potranno usufruire di questo servizio gratuito solo per un massimo di un’ora.

Il rollout di Google Meet annunciato per maggio sarà graduale.

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Come accedere ai meeting su Google Meet

Per accedere a una conference occorre essere connessi al dispositivo su cui si si usa Google Meet, non solo avere un account Google.

Questa è solo la prima delle misure di sicurezza implementate da Big G per impedire che utenti anonimi possano inserirsi nel virtual meeting.

Inoltre, tutti coloro che sono aggiunti alla riunione video – per esempio attraverso il semplice invio di un link – senza essere stati preventivamente invitati su Google Calendar, vengono ammessi preventivamente in una virtual room d’attesa, fino a che l’host non avrà approvato la loro partecipazione.

Google tiene a evidenziare che le conference su Meet vengono crittografate in tempo reale e tutte le registrazioni archiviate su Google Drive restano criptate.

Per creare una riunione o per avviarla da browser è sufficiente atterrare sull’home di Google Meet, mentre se si opera da mobile è necessario scaricare l’applicazione gratuita su App Store e Play Store.

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Verso il New Normal, i dati di Google Meet

La mossa di Big G tende a favorire la transizione alla fase di “new normal” di tutti coloro che continueranno a lavorare da casa e viene anche incontro all’esigenza di creare classi scolastiche virtuali.

In tal senso, Google ha rilasciato un’analisi dei dati sull’utilizzo di Meet nelle ultime settimane:

  • da gennaio, l’utilizzo quotidiano di Meet è aumentato di 30 volte.
  • Ogni giorno, Meet ospita conferenze video per un totale di 3 miliardi di minuti e rileva 3 milioni di nuovi utenti.
  • Dalla settimana scorsa, coloro che ogni giorno si riuniscono Meet superano i 100 milioni.

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Quali sono le misure di sicurezza di Google Meet?

Vediamo insieme tutte le misure implementate da Google per garantire sicurezza del servizio di video-conference.

  •  Gli host sono dotati di una serie di poteri controllo , inclusa la possibilità di ammettere o negare l’accesso a una riunione, disattivare o rimuovere alcuni partecipanti all’occorrenza.
  • Alle conference non sono ammessi utenti anonimi, questo significa che gli che user privi di un account Google non possono partecipare ai meeting creati dagli account dei singoli utenti.
  • Di default, i codici per partecipare alle riunioni sono complessi e quindi resilienti a qualsiasi tentativo di accesso forzato.
  • Come accennato, le conference su Meet vengono crittografate in tempo reale e tutte le registrazioni archiviate su Google Drive rimangono criptate.
  • Non è necessario alcun plugin per installare Meet. Il servizio funziona direttamente su Chrome e altri browser, per questo motivo è meno vulnerabile ad eventuali minacce.
  • Gli utenti Meet possono registrare il proprio account all’interno del Programma di Protezione Avanzata di Google, sistema di protezione contro il phishing e il furto di identità
  • Tutti i servizi di Google Cloud sono sottoposti a rigorosi controlli di sicurezza e privacy.
  • I dati degli utenti su Meet non vengono usati a fini pubblicitari, né ceduti a terzi.
  • Google offre questo servizio su attraverso una rete privata altamente sicura che connette tutti i data center tra loro – garantendo la sicurezza dei dati.
  • Per maggiore trasparenza, Big G ha reso pubblica la posizione di tutti i suoi data center.

Coronavirus e Digital Transformation: spinte evolutive per la direzione HR

  • Le HR si configurano come il vero driver dell’innovazione e della digital transformation;
  • Le aziende devono ridisegnare i processi aziendali e al tempo stesso rassicurare le persone per accompagnarle verso un nuovo modo di lavorare.

 

L’emergenza sanitaria in corso, scatenata dalla pandemia COVID-19, ha cambiato in poco tempo, e probabilmente cambierà per sempre, le abitudini di vita e di lavoro delle persone. Ha cambiato anche le strategie aziendali e, in particolar modo, ha modificato la gestione e l’organizzazione delle persone verso una modalità di lavoro delocalizzata e sempre più digital.

Questo veloce cambiamento ha portato le Human Resource ad essere il vero driver dell’innovazione e della digitalizzazione. Le HR, infatti, sono state chiamate (dalla sera alla mattina) a reinventare processi organizzativi per consentire all’impresa di proseguire l’attività lavorativa; non hanno solo modificato il modo di lavorare delle persone ma sono profondamente cambiate anche nel loro interno, mettendo in luce in poco tempo skill come leadership e change management.

Digital transformation, digital tools

La prima scelta delle HR, imposta anche dal Governo, è stata quella di implementare velocemente:

Attraverso l’utilizzo di questi strumenti le organizzazioni sono riuscite a dare continuità all’attività lavorativa. La risposta lato umano è stata ottima, passando a una riorganizzazione del privato per accogliere il lavoro all’interno dell’ambiente domestico.

Non solo, le persone hanno dovuto sviluppare differenti capacità: autonomia, collaborazione, condivisione e responsabilizzazione. Perché una modalità di lavoro agile passa, in primis, da un rivoluzione organizzativa d’impresa e poi da un cambiamento personale dell’individuo.

In poco tempo, le HR hanno dovuto creare processi digital che consentissero alle aziende di continuare ad operare, e ai lavoratori delocalizzati di gestire il lavoro in autonomia pur rispettando le scadenze prefissate.

Sfida non facile, perché comporta un cambio culturale e organizzativo obbligato e veloce, legato a questi due fattori:

  • Change management. Con questo termine inglese (traducibile come “gestione del cambiamento”) si intende un approccio strutturato al cambiamento negli individui, nei gruppi, nelle organizzazioni e nelle società che rende possibile (e/o pilota) la transizione da un assetto corrente ad un futuro assetto desiderato. Il change management, così come viene comunemente inteso, fornisce strumenti e processi per riconoscere, comprendere e gestire l’impatto umano di una transizione, ad esempio dovuto all’innovazione tecnica o a una variazione nella gestione operativa.
  • Employee experience. Racchiude tutto ciò che un lavoratore osserva e percepisce durante l’intera esperienza di lavoro con una determinata azienda. La qualità di questa esperienza viene influenzata da elementi come gli spazi di lavoro e la flessibilità nella gestione del tempo e degli obiettivi, le interazioni con colleghi e dirigenti, il work-life balance (ovvero l’equilibrio ideale tra lavoro e vita personale, che per ogni lavoratore si trova su un punto diverso), la dotazione di strumenti tecnologici per rendere più efficiente e semplice il lavoro e, ovviamente la remunerazione e la presenza di benefit.

Si va quindi verso una cooperazione forte tra HR (driver) ed employee, ossia verso una visione persona-centrica.

Come le HR modificheranno l’ambiente di lavoro

La pandemia inevitabilmente cambierà le organizzazioni, i metodi di lavoro e le relazioni con le persone.

Ecco come le Risorse Umane diventeranno il driver della digitalizzazione.

Si investirà nell’HR

Il Coronavirus ci sta mostrando la centralità delle risorse umane in tandem con la digital transformation.

Mai come in questa situazione abbiamo visto che investire in questo binomio, ha consentito di dare continuità all’attività lavorativa utilizzando la digitalizzazione come medicina contro il virus, consentendo altresì, in alcuni casi, anche di aumentare le performance dei collaboratori.

Si andrà verso un modello employee-centric

Le HR lavoreranno per:

  • Un coinvolgimento importante dei lavoratori partendo dai punti di forza di ciascuno. In questo modo si otterrà maggiore produttività anche in situazione di lavoro a distanza;
  • KPI innovativi, tra cui: la capacità di progressione, ossia l’abilità di sapersi evolvere velocemente quando necessario, ridefinendo spazi, tempo ed energie, la leadership ecologica, che va in ottica di una valorizzazione della crescita e dell’evoluzione delle persone, la ricerca di Ambassador della Positività, persone che sanno trasformare un momento critico in un’occasione di vicinanza, cioè persone con una buona dose di intelligenza emotiva, empatia e ottimismo.

LEGGI ANCHE: Il Coronavirus ci obbliga ad accelerare e così la digital transformation diventa virale

Si continuerà verso lo smart working ma solo insieme al team building

Non sarà sicuramente possibile far rientrare massivamente le persone sul posto di lavoro, per questo motivo lo smart working sarà ancora, per molto tempo, il protagonista assoluto.

Lo smart working, per funzionare nel modo corretto, dovrà necessariamente essere supportato da un importante lavoro di team building al fine di ottenere una comunicazione efficace, fluida e condivisa in tutti i reparti. Eliminare i protagonismi per dare spazio al lavoro di squadra.

Una grande sfida per le HR.

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Si ridisegnerà la formazione

Il ritorno in aula per i consueti appuntamenti formativi rimane ancora un miraggio, per cui è il momento questo di puntare sull’innovazione e sul digital learning.

Le HR dovranno quindi spingere in questa direzione per creare percorsi formativi personalizzati sulle esigenze degli employee in un’ottica di community, come il social learning, ad esempio.

Occorrerà ripensare tutta l’esperienza di apprendimento investendo su metodi sempre più innovativi, gamification e AR su tutti.

Pianificazione e riorganizzazione degli spazi aziendali

Le HR dovranno anche ridisegnare gli spazi aziendali, per accogliere le persone mantenendo la distanza di sicurezza che la legge impone.

Occorrerà strutturare un lavoro su turni, per esempio, oppure creare per alcune tipologie di lavoro (come i commerciali) degli spazio di lavoro virtuali (digital desk).

Cushman & Wakefield, società americana di servizi immobiliari globali, ha elaborato delle linee guida per un corretto rientro in ufficio. “The 6 feet office”, questo il nome del progetto, sta per “6 piedi” (i nostri 2 metri), ovvero la distanza consigliata dagli esperti per evitare la trasmissione del virus da persona a persona. È composto da sei punti chiave.

  1. un’analisi dell’attuale ambiente di lavoro nell’ottica di migliorarlo per impedire la diffusione del virus;
  2. l’introduzione di un codice di condotta che tutti devono rispettare per mantenere l’ambiente in sicurezza;
  3. la creazione di un percorso unico per ogni ufficio con un sistema di segnalazione visivo;
  4. l’individuazione delle figure chiave che possano verificare che tutto il processo si svolga correttamente;
  5. il conseguimento di una certificazione di sicurezza: un attestato vero e proprio che determini la sicurezza del luogo di lavoro;

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Le sfide delle HR per il prossimo futuro

Ridisegnare i processi aziendali e, al tempo stesso, rassicurare le persone accompagnandole verso un nuovo modo di lavorare non è una sfida semplice.

Le organizzazioni dovranno inevitabilmente sostenere dei costi per potersi adeguare a questa trasformazione obbligata. Le realtà che hanno già iniziato, nel passato, il percorso di digital transformation sono meno impreparate, ma purtroppo sono ancora tante quelle che non hanno intrapreso questa strada.

Le HR possiedono competenze gestionali e, da un po’ di tempo a questa parte, anche digitali e sono quindi il driver più importante per accompagnare le imprese verso una nuova e mai provata operatività. Appare oramai piuttosto scontato che la modalità di lavoro a distanza sarà ancora per molto tempo la forma di lavoro preponderante in molti settori, per cui le istituzioni dovranno intervenire per introdurre strumenti agevolativi per consentire a tutti di adeguarsi a questa trasformazione in ottica di abbattimento dei costi.

5 consigli di Content Marketing per il tuo ristorante in tempo di Coronavirus

  • Un settore colpito dalla situazione di lockdown più di tanti altri: rispetto ai “semplici” commercianti ci sono diverse voci di spesa e un personale in media più numeroso;
  • In un simile contesto, per i ristoranti è importante – se non addirittura vitale – mantenere il contatto con i propri clienti attraverso il Content Marketing.

 

Con il Dpcm dell’11 Marzo 2020, i ristoranti hanno abbassato le serrande per contenere il contagio da coronavirus.

I tavoli sono vuoti, sedie e sgabelli accatastati contro il muro. In cucina è calato il silenzio, una tranquillità assordante, che rende la tensione del servizio e il clangore dei coltelli solo un lontano ricordo. I cuochi, abituati ad anteporre il proprio lavoro a tutto il resto, appaiono spaesati e inquieti davanti all’incognita del futuro.

In Italia, il mondo della ristorazione sta attraversando uno stato di forte impasse, vittima tanto dell’incertezza causata dalla pandemia, quanto della precarietà aggiunta della burocrazia italiana.

Un settore colpito dalla situazione di lockdown più di tanti altri: rispetto ai “semplici” commercianti infatti, ci sono diverse voci di spesa, e un personale in media più numeroso di quello di un qualsiasi altro negozio.

2020 Atlanta Restaurant and Bar Closures - Eater Atlanta

Perché continuare a fare Content Marketing è importante

La ristorazione vive la quarantena con due velocità e necessità diverse, spiega Lara De Luna su Repubblica. “Da un lato quella di tamponare il più possibile le perdite dell’oggi, barcamenandosi tra tasse, pagamenti e aiuti fiscali promessi ma difficili da ottenere, dall’altro quella di capire come e quando ripartire”. Un bisogno di programmazione frenato dalla certezza che il mondo che troveremo una volta riaperte le porte sarà profondamente diverso negli usi e nei costumi quotidiani.

In un simile contesto, è importante – se non addirittura vitale – mantenere il contatto con i propri clienti, rendendoli partecipi delle proprie  iniziative, e della propria quotidianità, quella più semplice ed informale. Dopotutto, il fatto che si trovino in isolamento forzato, non significa che non possano continuare a garantire il loro valido supporto, magari attraverso un “passaparola digitale”.

Nel gennaio del 1996, Bill Gates pubblicò, sul sito della Microsoft, un breve articolo intitolatoContent is King, in cui affermava che, nell’era digitale, i contenuti di qualità sarebbero diventati lo strumento più prezioso per acquisire nuovi clienti. Un frase profetica, oggi assunta come mantra da tutti coloro che si occupano di Content Marketing e Blogging.

Pubblicare regolarmente contenuti unici, infatti, consente di rafforzare il proprio brand, e mantenere vivo l’interesse dei propri clienti, fidelizzandoli.

Ecco quindi cinque consigli utili per rendere efficace la tua content strategy durante l’emergenza coronavirus.

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1. Racconta “il dietro le quinte”

Uno dei principali motivi per cui le persone scelgono il tuo ristorante e non un altro, oltre che per la bontà del cibo, è per il modo in cui le fai sentire. Quindi, porta i tuoi clienti nel backstage del tuo locale, raccontando ad esempio alcuni aneddoti relativi alla tua cucina, oppure alla tua carriera.

E ancora, intervista i membri del tuo staff, chiedendo loro com’è lavorare nel tuo ristorante e far parte del tuo team (puoi registrare gratuitamente le videochiamate adoperando piattaforme come Skype e Zoom).

Sii spontaneo, riponi la maschera della professionalità nell’armadio, almeno per un po’, e riscopri il bello delle gaffe. Le persone cercano l’umanità e il divertimento, anche nel mondo virtuale.

Organizzare la cucina di casa come quella di un ristorante in 6 ...

2. Mostra come stai affrontando la quarantena

Chiudere un’attività, anche se temporaneamente, non è mai semplice. Quindi, sfrutta questo momento come un’opportunità, per mostrare ai tuoi clienti e fan più affezionati come stai affrontando questa crisi.

Ad esempio, se ha intenzione di adottare delle misure aggiuntive per supportare il tuo personale, condividilo sul tuo sito web, sui social, o via email. Dietro ogni ristorante, ci sono progetti, investimenti, passione e anima. Non aver paura di esporti e mostrare alle persone anche questo lato del tuo business.

Narrativa audiovisual: o que é, quais os tipos e sua importância ...

3. Condividi ricette e tutorial

In questo periodo, le persone hanno molto tempo a disposizione e cercano costantemente qualcosa da fare. Quindi, perché non offrire loro un mini corso di cucina? Ad esempio, puoi insegnare ai tuoi fan come preparare i tuoi piatti più rappresentativi, le cosiddette signature recipes. Ma anche la cucina tradizionale ha sempre un certo appeal, soprattutto se legata a un ricordo, a un’emozione.

Scatta foto sequenziali, registra piccoli video dimostrativi, organizza dirette su Instagram e Facebook ad orari prestabiliti.

I tuoi clienti proveranno le tue ricette a casa, diventando ambasciatori del tuo marchio.

E non temere, l’esperto rimarrai comunque tu.

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4. Iscriviti ad un nuovo canale social

Il momento giusto è ora. Entra in contatto con nuovi potenziali clienti, attraverso nuovi social e/o funzionalità che non hai mai provato prima.

Ti incuriosiscono le dirette streaming su Facebook, Instagram o YouTube? Oppure i contenuti pubblicati dai tuoi colleghi ristoratori su Tik Tok? Anche quello sui social è Content Marketing.

Molti utenti Tik Tok hanno già caricato le loro video ricette, perché consapevoli delle grandi opportunità che questa piattaforma può offrire, soprattutto in termini di visibilità.

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Instagram Is Silently Working On A New Update That Will Copy ...

5. Usa il tuo smartphone

Se in passato avevi bisogno di una strumentazione professionale e costosa per sviluppare una delle suddette tattiche di marketing, oggi è sufficiente possedere uno smartphone. Lo smartphone infatti, è abbastanza potente per creare contenuti di qualità, capaci di attirare l’attenzione delle persone, e diventare virali.

L’adozione di una corretta strategia di Content Marketing, ti permetterà di allineare offline e online, creando un sofisticato sistema di targeting, che trascende dal comune concetto di ristorante, inteso come luogo per il consumo del pasto, e abbraccia una più moderna visione imprenditoriale, che alla proposta culinaria integra altri e nuovi servizi.

Giovani imprenditori ai tempi del COVID-19: le nuove idee ci salveranno

  • Il 2020 lo ricorderemo, oltre che per la sua bisestilità, anche per uno dei più grandi stravolgimenti prima sanitari e poi economici della storia: il COVID-19
  • I settori trend trainanti, i rapporti sociali, il modo di essere imprenditore: ancora una volta si punta sui giovani per idee innovative che ci guideranno in questo nuovo mondo post apocalittico

 

Alcuni la definiscono come un periodo di crisi mai visto per il nostro tessuto economico, una crisi sanitaria che si è trasformata velocemente anche in crisi economica e dell’imprenditoria, una situazione in cui non si riesce a vederne la via d’uscita certa, ma nella quale oggi ci si sta muovendo per tentativi. Tutto vero, ma poi si legge e si guarda di come, in una situazione così buia, il popolo italiano abbia ritrovato senso di unione e umanità e si sia fatto valere per quello che è: una Nazione piena di innovazione e di idee, che salvano anche la vita, come quelle di alcuni giovani imprenditori.

Ecco che possiamo citare un caso emblematico: Issinnova con il team bresciano guidato da Cristian Fracassi con le sue valvole stampate in 3D che ha trasformato un hobby, lo snorkeling, nella soluzione creando una partnership con Decathlon. O ancora parlare di Copan, guidata dall’italianissima Stefania Riva, a cui è stato chiesto di incrementare la produzione di tamponi per far fronte all’emergenza.

Continuare ad essere un brand di successo convertendo le produzioni per fare la propria parte è forse quello che ci si aspettava, ma essere un neo imprenditore in un contesto come quello attuale è una mossa coraggiosa e cosa più importante di nomi ce ne sono!

Il trend economico per il 2020, previsioni e settori “caldi”

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È importante partire da dove saremmo se il 2020 fosse stato l’anno che tutti si aspettavano. In particolare guardando a quelli che sono e saranno i settori caldi.

Lo scenario previsto all’inizio di quest’anno vedeva tutti gli economisti d’accordo su una crescita del PIL ed una decrescita della disoccupazione nella maggior parte dei Paesi con un ruolo delle banche centrali sempre più defilato.
Insomma si era considerato il 2020 come un anno di rinascita e crescita dopo l’ultima crisi finanziaria.

Sul fronte Globalizzazione, invece, seppur pareva un trend in continua crescita, i dati parlavano di slowbalisation e a questo punto sarà il vero trend economico rilevante: ossia la condizione per il quale tutte le economie del mondo continueranno ad essere interconnesse, ma con meno accelerazione rispetto agli anni passati. Il tessuto locale su cui fare focus si fa un’esigenza sempre più importante e questo sia per i dazi imposti all’import-export di alcuni beni, ma anche per lo sviluppo economico in crescita dei cosiddetti Paesi Emergenti.

Dopo aver inquadrato lo scenario macro, vediamo quelli che sono i settori trend e trainanti dell’economia 2020.

Se i sistemi di pagamento via smartphone sono uno dei comparti in crescita costante da qualche anno, vedi Apple Pay o Google Wallet, e uno dei settori trainanti del Fintech, non solo in Italia, con il raddoppio degli utenti che ne utilizzano le funzionalità anche la sezione bot e chatbot non scherza. Tecnologia sempre più “umana” con un’attenzione particolare alla loro interazione con l’uomo e al fatto che possano rendere interattivi gli oggetti più comuni.

Al terzo e quarto posto un grande tema: l’alimentazione. Non solo per le tecnologie blockchain, ma anche perché forse siamo pronti, o no, al cambiamento: da carne da animali alla farina di insetti. Ce lo dice Fucibo, startup italiana, che per metà maggio ha in programma il lancio della sua linea di pasta con 100% farina di insetti.
Quando invece si preferisce ancora la carne tradizionale, ecco che al quarto posto, si fa strada l’eticità dell’allevamento: focus sugli allevamenti attenti agli animali, al bio o anche solo all’aria aperta; Slowfood ha lanciato una vera e propria campagna di sensibilizzazione verso una riduzione di consumo di carne e di un prodotto di qualità migliore

Quinto e sesto per l’economia della cura così suddivisa: il tech nel beauty e l’attenzione per il prossimo, per altro vero trend del 2020 ad oggi.
L’acquisto di prodotti online di beauty ha un valore attuale di 22,1 miliardi di dollari con una previsione di crescita a 27,8 miliardi nel 2022. Con più mercato per i giovani imprenditori che vogliano partire da un eCommerce per fare la loro fortuna e un diffuso impiego della realtà aumentata per “la prova” sul proprio viso del prossimo makeup.
La cura per gli altri invece, si sta concretizzando in startup come Ugo, in grado di incrociare domanda ed offerta nel campo dell’assistenza alla persona, soprattutto per le esigenze quotidiane come la spesa o il trasporto in ospedale per le visite di routine.

Ultimo, ma legato a quello che il tema ecologia e green, è il settore legato al mondo vegetale, non solo alimentare, ma anche giardinaggio, cura del verde, architettura con nuovi modi di riportare gli alberi in città. Ci basta pensare al lancio del famoso Hashtag #urbanjungle.

Le startup nate con il COVID, l’innovazione non si ferma

Se queste erano le previsioni, probabilmente qualcosa andrà rivisto o solamente adattato, il fintech e la cura del prossimo sono anche in questa situazione COVID oriented tra i settori più di interesse per le nuove startup che si fanno avanti.

Si parla già di economia del confinamento e chi fa o vuol fare impresa la deve conoscere al meglio per sfruttare quelle che sono nuove o vecchie leve che porta con sè.

Questa emergenza, primariamente sanitaria, ha portato al coinvolgimento in una situazione di limitazione delle libertà umane di praticamente tutta la popolazione mondiale e anche quando il lock-down avrà termine le abitudini umane avranno subito un notevole cambiamento, tutto si concentrerà ancora di più sul demand, l’on-line e la consegna a domicilio, gli italiani potrebbero, per una volta, essere un popolo freddo e distaccato.

Se ai grandi brand vogliamo dire di farsi ricordare come chi ha fatto del bene durante l’emergenza e non solo inventando ed implementando format anche social di intrattenimento per i clienti rinchiusi, ma anche, e soprattutto, come colui che ha donato, che ha riconvertito la propria produzione per produrre il materiale utile ai soccorsi e che ci ha messo la faccia nel fare qualcosa per il suo Paese e i suoi dipendenti.
Tranquilli, finita l’emergenza i risultati saranno tangibili: la clientela avrà ben presente su che brand investire e i migliori talenti sapranno qual è l’azienda per cui vogliano lavorare.

E per i giovani imprenditori?

I giovani imprenditori sono sempre una delle risorse più importanti del tessuto economico perché con sé portano nuovi bagagli di conoscenze, nuove idee, la fame di successo e la flessibilità di adattamento.

LEGGI ANCHE: Coronavirus: il crowdfunding lanciato da Chiara Ferragni e Fedez supera i 3 milioni di euro

Ecco allora che sbucano bandi, sia della commissione Europea sia di Innova, per chi è in grado di creare tecnologie ed idee al servizio del periodo di emergenza, che possano essere anche rivoluzionari nel bel mezzo della pandemia.
La Commissione Europea ha messo a disposizione 164 milioni di euro e chiama startup e PMI puntando sul comparto tecnologico e innovativo per il monitoraggio o la misurazione del contagio.
Il bando di Innova, concluso a fine marzo, ha preso in considerazione 3 settori di provenienza dei candidati:
l’ambito DPI, dispositivi di protezione individuale, e respiratori o componentistica per chi è in grado di produrne in quantità:

  • l’ambito diagnosi con i soggetti in grado di produrre tamponi o kit innovativi che misurino il contagio
  • l’ambito monitoraggio e prevenzione includendo tutte quelle app o tecnologie che possano registrare gli spostamenti dei cittadini e relativi comportamenti

Ecco, quindi, che vogliamo citare, dopo aver già citato in apertura Issinova e Fracassi, altre due startup guidate da giovani imprenditori che in questo periodo hanno avuto l’idea, hanno saputo prendere il bello anche da questa situazione come solo dei giovani imprenditori sanno fare.

Il primo caso è quello di Webtek, guidata dal 35enne Piasini, che ha convertito parte della sua azienda di software nella creazione di un’app in grado di tracciare gli spostamenti e con chi è venuto a contatto un paziente positivo al Covid.
La app ha un nome chiaro “Stop Covid 19” e sarà in grado, tramite incrocio di tracciati GPS, di fornire una mappa quasi precisa degli spostamenti del soggetto andando quindi ad intercettare e avvisare chi negli ultimi giorni è venuto in contatto con lui.
E sul tema privacy? L’utente deve fornire autorizzazione, per 2 volte, dell’utilizzo della sua geolocalizzazione ed è obbligato solo a fornire il suo numero di telefono.
Ovviamente questi arresti forzati non danno grande evidenza del funzionamento in quanto la maggior parte dei soggetti è confinata, ma alla riapertura potrebbe rappresentare davvero uno strumento molto utile.

La seconda startup è Pharmap, nata nel 2017 da una coppia di oggi trentenni premiati da Forbes per il 2020 e che sostanzialmente fonda il suo business sulla consegna a domicilio dei farmaci.
Pharmap è un servizio importantissimo per i cittadini che possono ricevere a casa propria i farmaci da loro acquistati abitualmente o occasionalmente anche quelli con prescrizione medica, ma altrettanto importante per la farmacia aderente: una via nettamente utile per incrementare clientela e fidelizzazione.
La startup che già aveva la strada segnata, con un incremento del 200% nel 2019 degli utenti, ha visto incrementare con questa emergenza la sua popolarità garantendo anche la consegna gratuita per un periodo limitato. I piani per il futuro vedono l’azienda proiettata in altri Paesi d’Europa, quindi stiamo a vedere.

Classifiche: i talenti Under 30 del 2020

Ecco quindi che, come da tradizione, spunta la classifica dei 100 talenti under 30 di Forbes sia America che Italia. Sono praticamente 200 ragazzi che con le loro idee stanno cambiando il mondo.

Tra i 100 USA ci sono anche tre nomi italiani: i primi due sono di due sorelle, Recchi che hanno creato un chatbot-tutor per gli studenti universitari (EdSight) e quello di un italoamericano, Stefano Daniele, impiegato nella ricerca medica per quella che parrebbe una vita cerebrale dopo la morte.

Ma la classifica completa la trovi qui

Per gli italiani, invece, abbiamo già citato Pharmap, ma i settori dei giovani talenti sono tra i più diversi, non solo quindi il settore Healthcare, ma anche intrattenimento, finanza, food&drink e marketing che mettono in luce talenti.
I candidati non devono necessariamente essere startupper, ma anche o giovani imprenditori che, presa l’azienda del padre, ne hanno cambiato l’immagine o hanno puntato su nuove feature per renderla al passo coi tempi.

Ragazzi su cui puntare e ai quali verranno affidati tutor d’eccellenza del loro settore di operatività che li aiuteranno “a diventare grandi”.

La classifica la puoi leggere sul sito di Forbes.

Tutto il Marketing che Verrà

Tutto il Marketing che verrà

  • Nonostante tutto, i clienti e i consumatori non sono spariti, né si sono eclissati; più semplicemente sono sul divano
  • Nella società dei consumi la percezione dell’essere consumatori è diventata tratto caratterizzante delle nostre identità
  • La sfida che si apre ai professionisti di Marketing non è sul what, ma sull’how

 

Buone notizie da Covid-19

Se questo fosse stato un blog post, avresti avuto tutte le migliori ragioni per criticare il titolo che ho dato al paragrafo, troppo simile all’esca del click baiting usata ancora da tanti (sedicenti) giornalisti e writer. In effetti, Covid-19 non porta quasi mai buone notizie, anzi. Piuttosto, porta notizie meno negative.

Se c’è una cosa che la storia delle pandemie e delle crisi insegna, e che gli analisti (in primis, finanziari) ci stanno ripetendo in continuazione dagli inizi, è che anche lo stress di Covid-19 finirà. Questa è in realtà una prima buona notizia, e dobbiamo prepararci a quello, dopo ben più di 40 giorni chiusi in casa o comunque molto limitati nella nostra quotidianità. Dobbiamo prepararci come persone, ma anche come professionisti. Se poi lavoriamo nel marketing, questa preparazione non è solo importante ma essenziale.

E qui, sta una seconda buona notizia: nonostante tutto, i clienti e i consumatori non sono spariti, né si sono eclissati; più semplicemente sono sul divano, stanno probabilmente vivendo un periodo di maggiori ristrettezze economiche, vivono una giornata diversa che richiede nuovi punti e modalità di contatto.

A proposito, ti consiglio l’ottimo e ricco osservatorio globale di McKinsey con dati legati a cosa stanno provando e a come si stanno comportando i consumatori. Anche perché nella società dei consumi dove in Italia viviamo da tempo, proprio la percezione dell’essere consumatori e consumatrici è diventata tratto caratterizzante delle nostre identità. Consumo dunque sono, ci avrebbe ricordato il grande Zygmunt Bauman. Immaginiamo le attuali economie a maggior tasso di crescita, come quelle asiatiche: appena i consumatori cinesi hanno potuto uscire nuovamente di casa, hanno dato vita al fenomeno del revenge spending, ovvero della spesa rabbiosa e senza sosta, dopo settimane di forzature e ristrettezze imposte. Per la felicità di brand del luxury come Hermès, che nella sola boutique di Canton e nel solo giorno di riapertura dopo il lockdown ha fatturato la bellezza di 2.7 milioni di dollari (che in euro, sono 2.5 milioni).

Dunque, Covid-19 finirà e i consumatori esistono ancora. Già queste mi sembrano due belle notizie, in mezzo a tante difficoltà. La sfida che si apre ai professionisti di marketing non è dunque sul what, ma sull’how: come leggere il mondo che verrà?

La marketing personas di Covid-19

Da professionisti, un esercizio utile che possiamo fare (e che personalmente ho fatto più volte) per dare forma e sembianze al Covid-19 è antropomorfizzarlo.

L’antropomorfismo è l’attribuzione di caratteristiche e qualità umane ad esseri animati o inanimati o a fenomeni naturali o soprannaturali.

Antropomorfizzare, nel marketing, è un fenomeno comune e con una lunga storia di ricerche e progetti alle spalle: lo si fa, per esempio, per dare ai brand maggiore concretezza e poterne comunicare meglio l’identità. I ricordi personali più vividi riportano alla memoria personaggi come Bibendum (l’Omino Michelin) o le forme umane (anche se comunque idealizzate) dei profumi La Femme e Le Male dello stilista Jean-Paul Gaultier.

Tutto il Marketing che verrà

Ecco, proviamo adesso a fare lo stesso esercizio con il Coronavirus e chiediamoci: se fosse una persona, come sarebbe a livello di tratti, personalità, fisico?

E allora, Covid-19…

  1. è straniero (Cinese)
  2. viene da zone periferiche, di mercati e mercanteggiamenti
  3. è solitario
  4. è magrolino e snello
  5. [in modo contro-intuitivo rispetto al punto 4] è molto forte
  6. non solo è forte. Ha una forza esplosiva e contagiosa
  7. è dunque e in qualche modo irresistibile
  8. è infido, sempre pronto a colpire (fatalmente) alle spalle
  9. [per tutti i motivi sopra] è totalmente inaffidabile

Come ben segnalato dall’amico, collega e co-autore Joseph Sassoon nell’articolo “Fighting the Unknown: The Powerful Symbolism of the Coronavirus Crisis”, un’ulteriore caratteristica di Covid-19 deve fare riflettere: il nome. Riporto testualmente il suo pensiero:

When magnified, with its ‘corona’ (crown) it appears at the same time beautiful and horrific.

Coronavirus’, in effetti, è un nome esplosivo e altisonante. Regale e killer allo stesso tempo.

Brand new world

Quando ero studente in business school, mi aveva affascinato molto il titolo di un libro: si chiamava e si chiama ancora Brand New World, lo ha scritto Nello Barile nel 2009 per l’editore Lupetti. Un gioco di parole chiaro su come già allora il modo di pensare e progettare i brand stesse cambiando, rinforzato da un’altra riflessione più recente pubblicata su Advertising Week dall’ex docente di Harvard e imprenditore Erich Joachimsthaler: “It’s a Brand-New World When It Comes to Building Brands”.

Oggi più che mai, dobbiamo ripensare il nostro marketing tenendo conto di tale nuova personas appena discussa. Una personas che in tanti dicono rimarrà nella nostra testa e nelle nostre abitudini, anche dopo questi mesi difficili.

Come possiamo rispondere? Vincenzo Cosenza ha prodotto una matrice del marketing emergenziale utile per iniziare a posizionare il comportamento dei business al tempo del virus in funzione dello stato psicologico del management e dell’approccio al marketing.

Tutto il Marketing che verrà

Più nel concreto, servirà una trasformazione del marketing e del business: personalmente, parlo proprio di marketing transformation. Anche perché nel 2003 era la Sars, nel 2008 la crisi finanziaria e nel 2020 Covid-19: dobbiamo diventare resilienti e innovativi by design: quel mondo VUCA (volatile, uncertain, complesso, ambiguo) su cui ci hanno tanto stressato nel tempo, è arrivato ed è qui per restare. Da dove puoi e possiamo partire?

A mio avviso, sono tre i principali paradigmi trasformativi su cui come Marketing Expert dobbiamo iniziare a lavorare.

1. Dal journey delle persone, al journey per le persone

Customer journey dinamici, social, digital, consumer decision journey: tante parole scritti da tanti (a memoria, McKinsey, Altimeter, Jeremiah Owyang, Brian Solis, …) che indicano una profonda e crescente difficoltà nel tempo da parte delle aziende di mappare e disegnare percorsi di marca e di interazione con le audience davvero efficaci. Troppo touchpoint, troppa volatilità nelle preferenze, troppa poca fedeltà alla marca o al prodotto.

D’altronde, con un semplice gioco di lettere il futurologo Brian Solis su Instagram mostra come, aggiungendo una ‘s’ possessiva alla parola customer journey, passiamo a un sorprendente customer’s journey. Appunto, a un journey quasi posseduto dalle persone, senza possibilità alcuna per le aziende di governarlo o almeno orientarlo. Covid-19 sta digitalizzando la società e l’economia, e alla base del digitale sta il dato.

Non abbiamo più scuse: la relazione tra marketing, data management e tecnologia è ormai molto forte. Gianluigi Zarantonello ne ha scritto anche un libro per la collana che dirigo in FrancoAngeli: si chiama Marketing Technologist. Dobbiamo rinforzarla e rinforzare le competenze su tutti e tre i domini, perché solo grazie al dato e alla corretta strategia tecnologica a suo fondamento possiamo tornare in possesso del customer journey, e possibilmente anticiparlo per deliziare i clienti. Clienti che proprio oggi stanno facendo ampio utilizzo di Amazon, delle piattaforme di food delivery e di altri player densi di tecnologia, i quali applicano a dovere questo triage sin dalla loro nascita. Non pensare che, dopo due mesi abbondanti passati così e il mondo nuovo che sta nascendo, accetteranno ancora di fare la fila alle poste.

2. Dall’omnicanale, al policanale

L’idea del policanale non è mia, per sfortuna. L’ha proposta l’evangelist italiano Ivan Ortenzi in un talk online che puoi ritrovare su YouTube, ed è molto interessante: semplicemente, nel dopo Covid-19 e per un po’ di tempo possiamo scordarci l’omnicanalità, perché alcuni canali non li vorremo vedere o faremo fatica a farlo. Pensa a tutto il mondo del retail fisico e degli store, quanta fatica farà. Si parla di distanze minime di 2 metri, di sterilizzazione dei capi di abbigliamento una volta che vengono provati dai potenziali clienti, di chiusura prolungata dei luoghi più a rischio diffusione del virus come le palestre e i cinema. Hai visto gli spoiler billboard, l’idea proposta da due studenti della Miami Ad School di Amburgo di tappezzare le città di manifesti con spoiler eclatanti delle più popolari serie Netflix per far desistere le persone dall’uscire e contribuire alla prevenzione del Coronavirus? Ecco: trovo renda molto bene l’idea. Omnicanalità, adieu.

Al contrario, i touchpoint dovranno essere attentamente identificati e selezionati, il budget ottimizzato e gestito sempre più in tempo reale, e nuovi modi di contatto ora futuristici per certi mercati – penso ad AR, VR, AI Assistant, tecnologie olografiche – diventeranno la realtà. A proposito, ti consiglio il report prodotto da Futurum e SAS sulla customer experience 2030, ricco di suggestioni che stanno per arrivare a partire da una ricerca globale su un campione di più di 4.000 rispondenti equamente suddivisi tra brand e consumatori.

3. Dai touch point, ai trust point

Quando parliamo di canali e touch point, parliamo di contesto: conoscerlo è di grande valore, ma bisogna prestare molta, molta attenzione alle insidie legate alla privacy e alla tutela del dato che lo abilita. Soprattutto sui mercati europei protetti da GDPR.

L’edizione 2020 del Trust Barometer, il report che l’agenzia di relazioni pubbliche Edelman dedica annualmente alla misurazione della fiducia, riporta alcuni risultati per me impressionanti. Su tutti, l’attesa da parte dei consumatori che i brand agiscano e prendano posizione rispetto ai grandi temi sociali, economici, etici.

Tutto il Marketing che verrà

Una novità bellissima, nonché una grande opportunità per le aziende e i business in un momento dove la reputazione di politica e istituzioni è ai minimi di sempre. Allo stesso tempo, come mi ha recentemente fatto notare il CIO di illimity Filipe Teixeira in un webinar che ci ha visto coinvolti, una sfida di digital trust e cybersecurity impressionante. Se la metà delle persone coinvolte nella survey Futurum / SAS che ho citato sopra sono disponibili a condividere i propri dati in cambio di valore, attraverso la tecnologia questi dati devono restare in buone mani, ed essere utilizzati per renderle ancora più consapevoli del valore che stanno ottenendo.

Già nel secondo punto ho ricordato come, quando parliamo di customer experience, le interazioni avvengano principalmente tramite i diversi punti di contatto che l’azienda ha progettato e gestisce nei confronti dell’ecosistema connesso. Il problema dei touch point, sta proprio nella credibilità. Amplificati dal digitale, fake news, gossip, storytelling negativi mettono sempre più a dura prova la percezione di affidabilità che abbiamo dei diversi canali. Con il rischio che i touch point si trasformino in terreno di contro-narrazioni – a volte di vere e proprie battaglie conversazionali – tra persone e aziende. Nel mondo digitalizzato di oggi è difficile giudicare ciò che è autentico, da dove viene l’informazione e chi l’ha eventualmente modificata.

La soluzione a questo problema sta probabilmente nel passaggio da touch point come il discusso Facebook (ricordi lo scandalo Cambridge Analytica?) a trust point come la blockchain o altri ‘luoghi’ abilitati dalla tecnologia dove la fiducia può essere co-creata e approfondita. Un discorso valido soprattutto nei settori che soffrono maggiormente a livello reputazionale.

Allora, ho trattato tre punti impegnativi vero?

Da parte mia non ho ancora soluzioni a proposito, ma ho la consapevolezza che su questi si giocherà tanto del marketing di domani.