Giovedì 22 ottobre i docenti del Corso Online in Social Media Marketing & Community Management, Luca La Mesa e Simone Tornabene, ci hanno offerto un’interessante panoramica di quelli che saranno i Social Media Trend per il 2016. Un’occasione di formazione molto importante per farsi trovare preparati all’avvento dell’anno nuovo e per evitare che la tua azienda sia travolta dall’evoluzione dei Social Media ma, anzi, sia parte attiva del cambiamento.
Se quello che hai appena letto ti interessa ma ti sei perso il webinar in diretta, non ti preoccupare. Puoi recuperare quest’ora di conoscenza online seguendo la Free Masterclass On Demand sul sito della Ninja Academy.
Come seguire la Free Masterclass On Demand
Quello che devi fare è andare sul sito della Ninja Academy e iscriverti gratuitamente alla Free Masterclass “I Social Media Trend da conoscere per il 2016“. A questo punto nella tua area utente troverai tutti i contenuti della lezione, compreso il video.
Oltre alla visione della Masterclass potrai curiosare sul’offerta Ninja Academy e trovare altri corsi online che fanno al caso tuo!
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Akanehttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngAkane2015-10-26 16:00:442015-10-26 16:00:44I Social Media Trend da conoscere per il 2016 [FREE MASTERCLASS ON DEMAND]
Una settimana fa Facebook ha presentato un nuovo tool pack progettato per aiutare le emittenti tv con il real time engagement. Si tratta di strumenti capaci di rendere l’esperienza social tv ancora più diretta e coinvolgente. La conferma, dopo alcune analisi, arriva dal Partner Engineering Director dell’azienda di Menlo Park, Bob Morgan:
“I nostri ricercatori hanno scoperto che ci sono dei picchi di utilizzo di Facebook in prima serata, in ogni paese, e che la quantità di pubblico massima giornaliera di Facebook viene raggiunta durante la visione della tv.”
I nuovi tool sono in gran parte delle API-driven (Application Programming Interface) focalizzate sull’interazione col pubblico che guarda un particolare spettacolo o evento da casa. Con questi nuovi strumenti le produzioni televisive saranno in grado di gestire foto, video e post provenienti da Facebook, dando anche la possibilità agli utenti di decidere i vincitori di un contest attraverso sondaggi e votazioni.
Vediamo nello specifico le principali novità annunciate dalla piattaforma Media del colosso di Menlo Park:
Voto con Hashtag
L’hashtag voting application consente agli utenti del social network di esprimere un voto o una preferenza in tempo reale. È una funzionalità che permette ai fan di riferire il proprio voto in un post o in un commento tramite hashtag (prerogativa solo di Twitter fino a qualche tempo fa).
I producers per aumentare il real time engagement possono anche decidere di lanciare un hashtag unico all’inizio della votazione (esempio: #Xfactor2015). In questo modo i broadcaster possono utilizzare Facebook per trascinare voti e visualizzazioni sui propri contenuti. La prima compagnia a sperimentare questo tool è la piattaforma leader nel real time engagement Telescope, la quale supporta già le votazioni di molti contest TV a livello globale insieme ad altre cosiddette fan experience; di fatto Telescope ha lavorato con Facebook per l’NBA All-Stars e il Teen Choice Awards di Fox.
Invio di foto e video
Sempre in partnership con Telescope, Facebook mette a disposizione un’applicazione che consente al pubblico di inviare foto e video alle pagine degli show televisivi. Questa funzionalità permette all’emittente di raccogliere materiale come video-domande, interventi e contributi per la diretta. Fox News ha recentemente utilizzato questa funzione durante il dibattito per le primarie del partito repubblicano, ricevendo oltre 40.000 contributi video da Facebook.
Sondaggi in tempo reale
Questa funzionalità offre agli amministratori delle pagine Facebook un nuovo tool per creare sondaggi di diverse tipologie. Lo strumento consente di ricevere tempestivamente un input dal pubblico durante un evento sportivo o un notiziario: gli utenti possono votare il sondaggio direttamente sul feed. Dopo il voto, i risultati potranno essere messi in evidenza nella fan page dello show, così da raggiungere facilmente l’utente.
Icone personalizzate
Gli utenti di Facebook che inviano aggiornamenti di stato durante eventi live come la premiazione degli Oscar o degli Emmy, possono utilizzare icone stilizzate, come un trono se l’utente sta scrivendo mentre guarda Game of Thrones o una statua Emmy.
Facebook sembra proprio voler fare molti passi avanti verso la conquista degli spettatori televisivi, fornendo loro una piattaforma sempre più adatta alle pratiche di social tv. Secondo voi Twitter deve preoccuparsi?
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Giuseppe Tempestinihttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngGiuseppe Tempestini2015-10-26 14:50:192015-11-27 21:20:11Real time engagement: Facebook guarda sempre più alla tv
L’articolo è scritto da Arnaud Roy, Vice President Marketing di Augure.
Se non sapete come investire il vostro denaro in questo periodo di caos finanziario, ecco la risposta ai vostri dubbi: l’influenza è il valore con la V maiuscola su cui scommettere nel 2015! Nonostante non sia (ancora) stata quotata in borsa, l’influenza non lascia dubbi: si tratta del nuovo “oro digitale” per chi ne è in possesso (i famosi influencer) e per un numero crescente di marche che scommettono sulle sue grandi potenzialità.
Difatti sono sempre di più le persone che riconoscono una grandissima opportunità in questo business emergente. Ed ecco spiegata l’apparizione di nuovi fenomeni, quali i market place, con delle specie di broker dell’influenza che offrono la possibilità a chi dispone di un pubblico consolidato di trarre profitto dal proprio “capitale di influenza” grazie alle marche. Detto in altri termini, gli influencer ricevono un compenso o dei prodotti gratuiti in cambio di un post sul proprio blog o un tweet che aiuti la marca a comunicare il proprio messaggio. Dal canto loro le imprese guadagnano la capacità di ingaggiare gli influencer più adatti alle loro necessità (quelli con il maggior potenziale o quelli più economici), per aumentare la diffusione della propria campagna. L’idea in sé non è niente di nuovo, basti pensare al modo in cui Klout ha ottenuto il proprio successo. La novità risiede invece nella velocità con cui nascono queste piattaforme (ne ho contate almeno 47 in soli 15 minuti di navigazione su Internet). A questo punto vi sarà facile capire come la scoperta di questo fenomeno abbia messo in discussione tutto ciò che pensavo di conoscere riguardo all’influencer marketing. L’esperienza mi aveva sempre insegnato che le relazioni con gli influencer sono un progetto a lungo termine, un investimento di cui prendersi cura con calma e dedizione, costruendo passo a passo il rapporto di fiducia e di stima reciproca con l’influencer… E adesso, invece, scopro che a una marca bastano poche ore per rintracciare e assoldare un intero plotone di leader di opinione, e per mettere in moto una campagna di passaparola. Significa forse che non ci avevo capito niente fin dall’inizio?
Non ci vuole molto a capire perché molti influencer si lascino sedurre dalle promesse di queste piattaforme. Queste offrono un plus di visibilità e, per essere del tutto onesti, gli influencer non hanno molto da perdere. E per quanto riguarda le marche? Eccoci arrivati alla domanda da un milione di dollari: la remunerazione economica è o non è la pietra angolare della relazione con gli influencer? Sono stati scritti centinaia di articoli su questo argomento, che ha causato e continua a creare non poche polemiche tra i guru dell’approccio organico e i difensori dei contenuti sponsorizzati.
Una questione di portata, di fiducia e di trasparenza
Cominciamo dando un’occhiata agli elementi che abbiamo a disposizione. Secondo il nostro recente studio sullo «Stato e prassi delle relazioni con gli influencer nel 2015», più di un terzo delle marche retribuiscono spesso o sempre gli influencer con cui collaborano. Questa tendenza è ancora più marcata in Italia, dove la cifra arriva al 42%. A prima vista sembrerebbe che la relazione basata sul compenso sia il modello più interessante per le marche, consentendo loro di controllare più facilmente il messaggio e il timing della pubblicazione (ad esempio nel caso del lancio di un prodotto), e di calcolare il ROI usando lo stesso metodo applicato alla pubblicità. Tutto ciò ha un indiscutibile vantaggio in termini di comodità e sicurezza per i professionisti del marketing.
Eppure, nonostante la remunerazione economica sembri essere il metodo più semplice e sicuro, è davvero quello più efficace? Se misuriamo l’efficacia esclusivamente in termini di portata del messaggio, è probabile che sia così. Tuttavia l’obiettivo ideale del processo di influencer engagement è molto più ampio del semplice numero di utenti che si riesce a raggiungere: ecco perché dovrebbe essere misurato in termini di fiducia costruita con il target finale. Se gli influencer sono così importanti per le marche è proprio perché sono riusciti a creare e sviluppare il suddetto rapporto di fiducia all’interno della propria community grazie alla loro grande esperienza riguardo a un certo argomento, oppure grazie un certo talento innato per la leadership. L’influenza non equivale alla popolarità ed è strettamente legata ai concetti di obiettività e autenticità. Ecco perché l’impatto di un articolo ottenuto in modo “organico” da un influencer che crede fermamente nel messaggio o nel prodotto della marca sarà notevolmente superiore a quello di un post o di un tweet sponsorizzato (difatti esistono già alcuni studi che lo dimostrano).
E se da un lato la scelta del metodo dipende anche dagli obiettivi specifici della campagna della marca, la trasparenza rimane in ogni caso una condicio sine qua non. Si pensi al caso di Machinima, che recentemente ha proposto agli youtuber della propria rete di promuovere la Xbox in cambio di un compenso economico “confidenziale”, e alla fine è stata presa con le mani nel sacco dalla Commissione Federale per il Commercio degli U.S.A.. Le ripercussioni sulla reputazione di Microsoft, che ufficialmente era all’oscuro di tutto ciò, all’interno della sua comunità di gamer sono state disastrose (per non parlare degli influencer coinvolti nello scandalo).
Pagate i vostri influencer prima di tutto con un buon contenuto
Esaminiamo adesso la questione dal punto di vista degli influencer. Devono essere remunerati per i servizi che prestano alle marche? La risposta è ovvia. Nonostante alcuni di loro non ne abbiano bisogno per vivere (dato che i giornalisti e gli esperti del settore usano i propri blog come una vetrina per la loro attività imprenditoriale o politica), ci sono sempre più persone che hanno fatto dell’influenza il loro principale strumento di sopravvivenza economica. Come ha affermato recentemente Jeff Bullas sul blog di Augure, questa è gente che ha lavorato sodo per costruire la propria community, per generare affidabilità agli occhi del pubblico e per guadagnarsi poco per volta la sua fiducia. I benefici che possono apportare alle marche sono enormi e il loro lavoro deve essere ricompensato in modo equo.
Eppure, la remunerazione è l’unica motivazione necessaria a un influencer per decidere di collaborare con una marca? Se consideriamo i risultati del nostro studio, la risposta è no: a quanto pare l’allargamento della propria comunità (55%) e il conseguimento di risorse necessarie a creare contenuti di qualità per il proprio pubblico (45%) superano di gran lunga il 25% della remunerazione economica nella “piramide di Maslow” degli influencer. Come dobbiamo interpretare questi risultati? Ecco, alla fine sembra che anche nel caso in cui sia presente un compenso economico, bisogna comunque convincere l’influencer che il contenuto che riceverà sarà pertinente e utile per il suo pubblico di riferimento, e che soddisferà le aspettative della sua comunità. Pertanto, in qualsiasi caso, sarà necessario creare una relazione con l’influencer, tenere presente il suo contesto e cercare il miglior modo possibile per aiutarlo a raggiungere i suoi obiettivi riguardo al suo pubblico. Brutte notizie quindi per i professionisti del marketing che speravano di darsi all’influencer engagement semplicemente facendo ricorso al denaro, così come per i market place di cui parlavamo all’inizio di questo articolo.
In definitiva conviene ricordare che gli influencer possono offrire alla vostra impresa molto più che la semplice produzione di un post, un tweet o un video sponsorizzato. Non dimenticatevi che spesso queste persone sono dei veri esperti del vostro settore e che hanno saputo creare una connessione particolare con il loro pubblico. Invitateli a darvi la loro opinione sulla vostra strategia o sulla vostra prossima campagna di lancio di un prodotto, fateli partecipare alle conferenze organizzate per i vostri clienti, create dei meeting per un numero ristretto di partecipanti (oppure online) o invitateli a scrivere insieme a voi un white paper o a condurre una ricerca. Tutti i precedenti esempi saranno delle occasioni eccellenti per far conoscere la vostra impresa e i vostri clienti all’influencer e, se il vostro messaggio lo convincerà, potete essere certi che vi aiuterà spontaneamente a diffondere la vostra prossima campagna.
Organico VS a pagamento: un dibattito sterile?
I professionisti del marketing digitale hanno capito da tempo che il posizionamento naturale (SEO) e la pubblicità nei motori di ricerca (SEM) hanno obiettivi differenti, pur essendo inseparabili. Nonostante le loro grandi differenze, hanno due caratteristiche in comune: nessuno dei due può funzionare senza un buon contenuto ed entrambi richiedono un lavoro di ottimizzazione a lungo termine. Lo stesso dicasi dell’influencer engagement. Spetta a voi trovare il mix giusto per la vostra impresa, ma ricordatevi sempre che l’influenza non si compra, si guadagna.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Ninja Guesthttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngNinja Guest2015-10-26 14:30:212015-10-26 14:30:21Il nuovo oro digitale? Si chiama influenza [GUEST POST]
Accedere a Netflix per la prima volta è come entrare in un negozio di caramelle. Ti fiondi direttamente sulle tue preferite, o fai prima un giro tra gli scaffali, indicando le più colorate, scoprendo quelle nuove e poi solo dopo un ponderato ragionamento, decidi cosa mangiare?
Si possono impiegare ore a sfogliare il catalogo… assicurandosi che le stagioni siano aggiornate, leggendo le bio delle serie finora sconosciute. Ci si è iscritti da poche ore e già si ha il sentore che questa cosa non finirà bene.
Guarda, c’è Doctor Who. Tutte le 8 stagioni.
E Sherlock.
La piattaforma ti chiede di svelargli le tue serie preferite per suggerirtene delle nuove. Netflix, so a che gioco stai giocando e non mi piace.
A quel punto si inizia a sfogliare le categorie, mentre qualcuno prova, invano, a parlarti.
Aspetta, dove sono House of Cards e Game Of Thrones?
Well done, Sky.
La sezione Kids, non riveliamo a nessuno di averci cliccato per vedere cosa c’è.
Concentriamoci sulle serie Netflix originali. Sense 8 e il titolo del primo episodio: ‘Risonanza limbica’.
Clicchiamo (per sbaglio?) su Pretty Little Liars e ora è finito nella sezione Continua a guardare. Bisogna eliminare ogni traccia!
Meglio cominciare con qualcosa di più leggero e meno imbarazzante. A chi manca Barney Stinson?
Perché accontentarsi di uno schermo piccolo? Colleghiamoci a Chromecast.
Dove bisogna cliccare per vedere il prossimo episodio? Perché non va in automatico? Ah, sì, eccolo.
Arriva una notifica di Facebook. È l’amico cool che è andato al party di lancio e ha condiviso una foto con Krysten Ritter. Perché io non c’ero, perché?
A proposito, ma i film? Ritorno al Futuro. E Limitless. Ciao, Bradley!
Così tante opzioni e così poco tempo!
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2015/10/netflix.png277499Ayumi Kenseihttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngAyumi Kensei2015-10-26 14:27:532016-10-25 12:12:25Tutte le reazioni che si provano appena iscritti a Netflix
Nello streaming dei nostri social media è facile riavvolgere il nastro e assistere a momenti passati, oppure crogiolarsi, scrollando il presente del proprio smartphone. Uno studio dell’Università di Houston, pubblicato dal prestigioso Journal of Social and Clinical Psychology conferma il tabù: i social media provocano stress, e lo stress è causato dall’assistere allo spettacolo delle vite degli altri e della loro apparente felicità.
Quando osserviamo qualcuno, infatti, diventa inevitabile comparare la qualità della sua esistenza alla nostra. Ma se le informazioni che di norma dovrebbero restare private o inaccessibili diventano di dominio pubblico, il banco salta. I social media non creano giocoforza depressione, ma i sintomi depressivi tendono ad emergere attraverso un uso particolare di questi mezzi, unito ad una certa predisposizione (ed immaturità) individuale.
C’è bisogno di fare chiarezza e tirarsi su di morale: niente di meglio che una bella chiacchierata con Sebastiano Zanolli, manager e scrittore (QUI potete leggere la sua bio). Sebastiano non ama definirsi “motivatore”, ma i suoi libri e le sue serate riscuotono sempre più successo tra chi, la motivazione, un po’ l’ha persa. Succede nella vita.
“Alcune persone che si confidano con me hanno dentro un vero disastro emotivo, eppure dalle foto su Facebook sembrano vivere solo di momenti felici. Sui social media assistiamo ogni giorno alla narrazione di qualcosa di cui, di fatto, non sappiamo nulla. La questione è semplice: quando sfoglio la mia home non do un’occhiata nelle vite delle persone, ma al racconto che esse stesse fanno delle proprie vite”. E la differenza è gigantesca: la gran parte della gente tende a postare i momenti felici – o meglio, quelli che possono apparire tali – tralasciando quelli negativi. Nel mezzo c’è una brutta bestia: l’invidia, amplificata in “un tempo in cui i social media ci portano a fare più attenzione a quello che non abbiamo piuttosto che a quello che abbiamo“.
Se siete tristi per Facebook, un po’ ve lo meritate
“I social media sono un potenziamento delle capacità umane sia in negativo che in positivo: possono muovere ad invidia ma anche fare del bene agli altri”, ci spiega Sebastiano. Alla fine della fiera insomma è sempre tutta questione di individui e maturità: “Sì, e se per caso scambiamo un istante di felicità per la totale felicità… la depressione un po’ ce la cerchiamo. E forse ce la meritiamo pure”.
“Se credi che un completo intimo sia bello di per sé e non capisci che è bello perché indossato da una modella, il problema è solo tuo. Se scambi una foto di un istante per la totale felicità, il problema è sempre solo tuo”. La buona notizia, dunque, è che la responsabilità personale gioca un ruolo fondamentale, almeno finché la società resta libera.
Contro la pianificazione della felicità
Sono in molti a confondere il “diritto alla felicità” con il “diritto alla ricerca della felicità”, due concetti che sembrano simili ma che hanno un oceano nel mezzo: quello che separa le dottrine filosofiche e politiche nate dalla rivoluzione francese e quelle sbocciate in seguito all’avvento degli Stati Uniti d’America.
Lasciamo stare il diritto e concentriamoci sulla ricerca:
“Paragonare la tua situazione a quella di altri è un pensiero antico quanto il mondo: c’è qualcuno là fuori che ha un letto più caldo del mio. Per risolvere questa (fastidiosa?) situazione hai due possibilità: o vai allo scontro (rubi il letto!) oppure ti metti in gioco e, in un sistema di mercato – che dovrebbe garantire a tutti pari opportunità – provi anche tu ad avere un letto caldo (o più caldo!) del tuo vicino. Ricercare la propria felicitá è la pulsione più umana che ci sia”.
Insomma, abbiamo noi in mano il pannello di controllo delle nostre vite e non serve che qualcuno (la società, lo Stato) ci dica cosa è bene o cosa è male per noi, perché siamo in grado di comprenderlo da soli.
“È normale ipotizzare che ci sia sempre un modo migliore di vivere e i social media diventano un vero e proprio potenziamento del tuo benchmark. Basta essere consapevoli che ogni ‘classifica’ ha in sé gli spazi per creare l’infelicità, ma anche i margini per stimolare a migliorarsi”.
“Il dirigismo non paga mai, rende solo più fragile il sistema. Non ci serve qualcuno che ci dica che non si devono mangiare certi panini perché troppo grassi, non serve un sistema che ci considera dei minus habens. Altrimenti non miglioreremo mai”.
Le persone dunque potrebbero essere meno fragili e facili preda di invidie e rancori? “Sì, se ci fosse più libertà”.
Quel passato che resta tra noi
Alzi la mano chi non ha mai avuto un sussulto quando, aprendo Facebook, si è trovato davanti a foto risalenti ad un passato molto spesso già in archivio. La conversazione, grazie ai social media e alle app di messaggistica, si arricchisce di immagini, video, geolocalizzazioni, audio etc. ma (non dimentichiamolo!) resta pur sempre una conversazione: ovvero qualcosa di transitorio.
I new media ostacolano questo precetto fondamentale, fissando la conversazione nel tempo e nello spazio. Non ci saremmo mai sognati di immortalare per sempre le chiacchiere dei sabati sera spesi con gli amici davanti ad una birra, eppure oggi, basta un selfie per fissare momenti che fino a poco fa non avremmo mai sentito il bisogno di conservare. Le conversazioni infatti nascono per esaurirsi, non per restare sempre tra noi; e il passato che si confonde col presente porta all’inquietudine.
“È vero, i social media ti mettono davanti ad un passato difficile da cancellare, tutto è tracciabile, tutto è registrato. Ma è un problema che non riguarda solo Facebook ma la tecnologia a 360 gradi, si pensi alla videosorveglianza, ad esempio, piuttosto che ai sistemi satellitari. La presenza di un passato costantemente ‘presente’ fa emergere in noi necessità di coerenza. Con molti rischi, come un’ipotetica fidanzata gelosa che ti chiede di attivare il Gps come prova d’amore. Se restano le tracce di ogni cosa che facciamo, decade un po’ il paradigma della imperfezione e casualità della vita”.
Questi ragazzini tutti al cellulare: pensassero alle donne
In una recente chiacchierata con Cesare Cadeo, il celebre televenditore Mediaset ci ha confidato di non sopportare proprio tutti quei ragazzi che si siedono attorno ad un tavolo, a Milano, a fare l’aperitivo e preferiscono lo schermo del proprio cellulare alle belle ragazze che hanno intorno.
Sebastiano se la ride: “Io Cadeo, Michele Serra e tanti altri, siamo inadatti a dare lezioni. E sapete perché? Perché non capiamo nulla del mondo dei giovanissimi di oggi, allo stesso modo in cui i miei genitori non capivano nulla di me quando mi chiudevo in camera ad ascoltare ‘Made in Japan’ dei Deep Purple”.
Ogni epoca insomma ha le sue routine, i suoi linguaggi, i suoi riti che, visti da fuori, possono sembrare stupidi e insulsi. Ma attenti a non cadere nel relativismo: “Questo sforzo di comprensione non significa che tutto andrà bene”, conclude Sabastiano “Non sappiamo nulla delle vite di questi ragazzi ma probabilmente non lo scopriremo mai”.
Perché quando sarà tempo di fare bilanci saremo troppo vecchi o troppo stanchi. O la storia sarà andata troppo avanti e ai comandi della nostra mente – come ci insegna “Inside Out” della Pixar – ci sarà un’emozione nuova. Quanto più lontana possibile, ci auguriamo, dal palinsesto del sentimentalmente corretto.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00David Mazzerellihttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngDavid Mazzerelli2015-10-26 14:20:332015-10-26 14:20:33La ricerca della felicità al tempo dei social media: intervista a Sebastiano Zanolli [INTERVISTA]
Ti candidi ai colloqui come Social Media Manager professionista ma fermati a pensare: è solo da due anni che smanetti con i Social Network, pensi che questo possa bastare per considerarti un esperto?
I Social Network vivono nel web, un mondo infinito e imprevedibile, dove l’unica via di sopravvivenza è l’adattamento continuo alle nuove tendenze. Questo processo, però, non è di certo un’impresa facile e spesso si rischia di semplificare confondendo due figure che sono invece molto distanti fra di loro: il professionista e l’appassionatodi Social Network. In realtà la strada che l’appassionato deve percorrere per diventare un professionista è ancora lunga e in salita, fatta di formazione, esperienza e aggiornamento continuo.
Detto questo, se ti stai chiedendo se sei un esperto o solo un appassionato, scoprilo al Corso in Social Media Marketing (Formula Online + Lab).
Giovedì 19 novembre dalle 13 alle 14 saremo in compagnia di Filippo Giotto e Simone Tornabene, rispettivamente Social Media Manager e Social Media Advisor nonché docenti del Corso Online in Social Media Marketing & Community Management, i quali ci guideranno in un percorso fatto di statistiche e dati che solo i migliori Social Media Manager conoscono.
Parleremo di come riconoscere la reale portata dei Social Media Trend al fine di trasformarli da una minaccia in un opportunità di crescita aziendale e di come prendere le decisioni migliori per realizzare un Social Media Plan di successo.
L’appuntamento è online e gratuito, ma i posti sono limitati. Per cui, cosa stai aspettando? Iscriviti subito!
Qualora fossi impossibilitato a seguire i web live potrai ritrovare sulla piattaforma e-learning video e slide a distanza di un paio di giorni dalla diretta e solo per un periodo limitato di tempo.
Ricapitoliamo:
FREE MASTERCLASS
Quanto conosci i Social Media? Le nozioni per metterti alla prova
Filippo Giotto e Simone Tornabene
Giovedì 19 Novembre 2015, dalle ore 13 alle 14
E non dimenticare di dare un’occhiata ai nostri prossimi corsi in programma!
Il team Ninja Academy resta a tua disposizione per qualsiasi dubbio o chiarimento.
Puoi scrivere a info[@]ninjacademy.it o telefonare allo 02 40042554 o al 346 4278490.
Knowledge for change! BE NINJA.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Akanehttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngAkane2015-10-26 11:32:462015-10-26 11:32:46Social Media: le cose che gli esperti sanno più di te [FREE MASTERCLASS]
Di tutti i franchise divenuti videogiochi, ben pochi (o forse nessuno) sono stati tanto prolifici come Guerre Stellari. Le parole videogioco e Star Wars vanno in coppia meglio di C3PO e R2D2, meglio di Han e Leia o anche dei ratti womp e di Tatooine.
È difficile elencarli tutti. Ho passato in rassegna molti titoli che meritavano per atmosfera (la battaglia di Hoth in Star Wars: Shadows of the Empire) o che erano assurdamente divertenti nello stile di gioco (Star Wars: Jedi Power Battles). Ho cercato, quindi, di puntare le eccellenze che questa serie ci ha dato, per quanto riguarda il mondo dei videogiochi.
Star Wars: Knights of the Old Republic (1° posto)
Ok. Sto parlando del padre di Mass Effect. Questo gioco è riuscito a regalarmi una storia migliore di qualsiasi altro film-prequel. Il titolo che dovrebbe essere considerato un vademecum sugli RPG di Star Wars.
L’incredibile quantità di scelte che puoi compiere nel gioco – ormai famoso con l’acronimo di KOTOR – ti fa sentire, forse per la prima volta, completamente immerso nell’universo di Star Wars, nonostante la storia sia ambientata migliaia di anni prima ancora che Luke e Leia fossero una vaga idea nella mente dei loro genitori.
KOTOR, ancora oggi, mantiene una posizione di tutto rispetto nella categoria degli RPG migliori di sempre, non parliamo poi di quella che ha tra i videogiochi di Star Wars.
LEGO Star Wars: La Saga Completa (2° posto)
È difficile immaginare un mondo dove non veniamo sommersi, ogni anno, da un videogioco LEGO. Sai perché? LEGO Star Wars ti suggerisce qualcosa? Questo gioco è letteralmente esploso alla release. Ha venduto milioni di copie, trasformando la piccola TT Games (Traveller’s Tales) in una delle maggiori aziende produttrici di videogiochi. Senza il successo di questo titolo, forse il brand LEGO non sarebbe mai cresciuto nel modo in cui è riuscito a fare.
LEGO Star Wars: La Saga Completa diverte e racconta, attraverso i mattoncini più famosi del mondo, la storia dei film di George Lucas. Tutto utilizzando centinaia di personaggi diversi: Luke Skywalker, Han Solo, Chewbacca o Darth Vader, sono solo i più classici degli esempi che potevo farti.
PS → La Saga Completa, raccoglie tutti i titoli LEGO dedicati a Star Wars.
Star Wars: Battlefront II (3° posto)
Finché non uscirà l’attesissimo Star Wars Battlefront (previsto per la fine di novembre), Star Wars: Battlefront II è il miglior modo per confrontarsi con dozzine di giocatori. Come alcuni dei migliori videogame su Star Wars, Battlefront ha preso lo stile di gioco di un franchise esistente e di successo (Battlefield), e l’ha inglobato nel proprio universo.
Rispetto al primo episodio della serie, oltre l’aggiunta di nuovi veicoli, mappe e missioni, in Battlefront II potrai finalmente volare a bordo di un Tie Fighter o guidare la ribellione, deflettendo colpi di blaster con Obi-Wan Kenobi. Sì, hai capito bene, battaglie nello spazio e la possibilità di controllare in battaglia uno dei personaggi storici di Star Wars.
L’imminente Battlefront sembra prendere tutte le parti buone del suo predecessore e, addirittura, migliorarle. La forza scorre potente in questo videogame.
Videogame e Star Wars: e la tua classifica?
Questa era la mia classifica personale. Come scritto in apertura, è stato difficile limitarmi a un podio, ma come in tutte le competizioni che si rispettino, questa è la procedura standard. O sbaglio?
Passandoti la spada laser, quali videogame dedicati all’universo di Star Wars inseriresti in una top 3? Scrivila nei commenti!
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Kubayashihttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngKubayashi2015-10-26 11:00:472015-10-26 11:00:47I migliori videogame dedicati a Star Wars
Pizza. Una delle parole italiane più conosciute e masticate al mondo. Una grande sfida per Domino’s, leader mondiale della pizza a domicilio e già presente in oltre 80 mercati, quella di portare la pizza in Italia.
Unire tradizione e innovazione e conquistare un mercato importante, dal punto di vista dell’immagine e della forza del brand, certo, ma anche per il consistente numero dei consumi legati al prodotto.
Alessandro Lazzaroni, master franchisee di Domino’s Italia, ha raccolto la sfida.
Manager in Mc Donald’s e poi direttore retail per Galbusera, Lazzaroni sa bene che, nel paese del blasonato made in Italy, la qualità ha un peso specifico importante.
Il cliente italiano, esigente, va conquistato anche con la velocità dei servizi: l’obiettivo ambizioso è diventare la pizzeria di rifermento del quartiere.
Il 5 ottobre il primo punto vendita ha aperto al pubblico a Milano; ho chiesto ad Alessandro Lazzaroni circa i piani di sviluppo nei prossimi mesi, di come si possa essere globale e locale allo stesso tempo e, sì, anche della pizza con l’ananas.
Innovazione, mozzarella di bufala ed eccellenza nel servizio. Cos’altro c’è nel menu di Domino’s Italia?
Ingredienti di qualità, eccellenza nel servizio e innovazione tecnologica sono proprio i tre punti di forza sui quali punta Domino’s Italia. A questi potremmo aggiungere una grande voglia di vincere una sfida, quella di portare in Italia, patria della pizza, un brand internazionale.
Per farlo, come dicevo, abbiamo unito tre elementi di successo. Il primo è la qualità, perché per imporsi sul mercato italiano dalla qualità non si può prescindere: per studiare le ricette siamo quindi partiti dall’impasto e dalla scelta delle materie prime di eccellenza, dalla salsa di pomodoro 100% italiana alla scelta di alcune specialità d.o.p come mozzarella di bufala, Prosciutto di Parma, grana padano e gorgonzola.
Il secondo è il servizio, perché solo l’organizzazione di Domino’s può garantire una velocità e una puntualità nella consegna della pizza, calda e gustosa, che non ha eguali fra le tradizionali pizzerie a domicilio italiane.
Il terzo è la tecnologia, perché possiamo vantare alcuni elementi assolutamente innovativi nel settore della pizza a domicilio: la possibilità di ordinare online, di pagare online o alla consegna sia in contanti sia con carte e bancomat, e di seguire in tempo reale lo stato del proprio ordine, di memorizzare il proprio ordine per esser ancora più rapidi per l’ordine successivo e molto altro ancora che vedrà la luce nei prossimi mesi.
“Domino’s Pizza in Italy? Oh yes, we did!” Anche per un’azienda globale del food l’ingresso nel mercato italiano è sempre un traguardo da festeggiare? Che numeri vi aspettate?
Certo, non nascondo che per Domino’s l’arrivo nel Paese che ha dato i natali alla pizza è un evento di grande importanza; l’Italia, oltre ad essere la patria della pizza è anche uno dei mercati più importanti al mondo in termini di consumi e, anche per questo, ci aspettiamo di poter avere uno sviluppo importante e veloce.
Apriremo una decina di punti vendita nei prossimi 12 mesi e poi inizieremo ad aprire altre pizzerie attraverso il franchising, cercheremo i migliori franchisee tra i nostri collaboratori in modo tale da poter alimentare sempre più il modo di far business di Domino’s.
Cosa porterai dall’esperienza maturata in McDonald’s nelle strategie di un marchio che fa dell’asporto uno dei suoi punti di forza?
L’esperienza professionale che ho avuto in McDonald’s è stata molto importante e, sicuramente, mi ha insegnato a porre la massima attenzione ai dettagli nel lavoro e l’importanza di creare processi semplici per governare sia il flusso produttivo sia la gestione di un punto vendita.
Da ultimo penso che McDonald’s abbia sviluppato delle ottime competenze di local store marketing e proprio queste competenze saranno fondamentali per una società come la nostra, visto che ci poniamo l’obiettivo di diventare la pizzeria di riferimento nei diversi quartieri nei quali apriremo.
Gorgonzola, prosciutto di Parma e Grana Padano, ma tra gli ingredienti c’è anche l’ananas. Qualcuno ha già comprato la pizza hawaiana? Che reazioni hanno suscitato i prodotti più vicini al mercato statunitense?
Sì, abbiamo già venduto un buon numero di pizze hawaiane, che nella nostra versione prevedono la farcitura con Prosciutto di Parma d.o.p.
La pizza hawaiana, assieme alla “Extravaganza” (farcita con pomodoro, mozzarella, salame pizzante, wurstel, prosciutto cotto, cipolle, funghi freschi, olive e peperone), è una delle “signature pizza” di Domino’s in tutto il mondo, uno dei cavalli di battaglia che non potevano certo mancare nel menu.
Come dicevo, la pizza hawaiana, pur così lontana dai gusti italiani, ha avuto un buon numero di richieste, perché suscita curiosità.
E dirò di più: un buon numero di clienti, soprattutto i più giovani, ha voglia di provare gusti alternativi, più “americani”, e ha richiesto di inserirli nel menu.
Sicuramente nel futuro sapremo stupire i nostri clienti con dei prodotti nuovi ed originali, prodotti che potranno avere sia dei gusti tradizionali sia dei gusti non tipici della nostra cultura culinaria.
La prima apertura a Milano, quali sono i progetti futuri per la patria della pizza?
Il nostro obiettivo è quello di ampliare la rete di Domino’s prima a Milano e poi nel resto d’Italia.
Fra il 2015/2016 è prevista l’apertura di un nuovo punto vendita a Milano e poi, sempre nel corso del 2016, puntiamo ad aprire un’altra decina di punti vendita distribuiti sempre nell’area metropolitana milanese.
Si tratterà sempre di negozi a gestione diretta da parte della mia società, che detiene i diritti di “master franchisee”, ma l’idea è quella di avviare un percorso di crescita in tutto il Paese, nord, centro e sud, puntando sul franchising.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Fabio Casciabancahttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngFabio Casciabanca2015-10-26 10:22:282015-10-26 10:22:28Alessandro Lazzaroni e la sfida di Domino's Pizza in Italia [INTERVISTA]
Non è una associazione immediata o frequente: i social media per lo più si associano o al divertimento e relax, oppure al marketing e alla pubblicità, inclusi i casi in cui li si usa per promuovere se stessi o il proprio lavoro da professionisti.
L’uso dei social media nella formazione si fa sempre più esteso e intenso. Dalle scuole ai corsi aziendali o per adulti i social media possono essere un ottimo strumento a supportodella formazione, nessuno escluso.
I metodi di erogazione di un corso possono essere molteplici e diversi. I principali possono essere:
instructor-led: il classico, tutti in aula con un istruttore.
webinar: un seminarioerogato in remoto via web. una veste nuova per il classico metodo menzionato in precedenza.
e-learning: i corsi sono tenuti a distanza, come un webinar. Sono di solito articolati in più lezioni o sessioni, con esercizi e quiz o esami da svolgere.
blended learning: una forma mista di erogazione, che include almeno due dei metodi precedenti.
Da Facebook a Twitter, o Snapchat e YouTube, tutti possono contribuire a rendere ciascuno di questi percorsi di apprendimento più ricchi e fruttuosi grazie al supporto tecnologico extra.
I MOOC (Massive Open Online Courses, corsi di massa aperti e online) che stanno prendendo sempre più piede anche nelle aziende, con piattaforme che offrono la possibilità di creare e ospitare corsi senza doversi preoccupare delle infrastrutture necessarie oppure con software (anche open source) da installare internamente.
I MOOC sembrerebbero uno strumento inopportuno da adottare per la formazione aziendale.
L’aspetto aperto (open) di tali piattaforme potrebbe spaventare: per quale ragione si dovrebbe aprire al pubblico generale la propria cultura e know-how aziendale?
In realtà questo rischio non c’è.
Si potrebbe tranquillamente aprire a tutto il mondo una serie di corsi aziendali se non sono relativi a chissà quali segreti industriali, non solo come strategia in aiuto del marketing per diffondere la brand awareness con la propria filosofa aziendale e valori, ma anche come modalità di reclutamento.
Uno degli obiettivi dichiarati di edX è proprio quello di sopperire alla mancanza di certe figure professionali, specie in ambito tecnologico. Su 100mila o più partecipanti ad un MOOC, poiché il tasso di abbandono è elevato, solo 10mila o meno arrivano alla fine e ottengono una certificazione. Ma costituiscono pur sempre un interessante bacino in cui trovare le competenze di cui l’azienda è sguarnita.
In alternativa, basterebbe considerare un MOOC aperto, sì, ma solo ai propri dipendenti e rete di collaboratori (includendo, perché no, i fornitori): una classe di corsi che qualcuno ha battezzato GROOC: Group Open Online Courses, corsi di gruppo aperti e online.
Chi fosse interessato, può approfondire su MOOC.org, una piattaforma open source creata da edX per offrire a scuole, università, aziende e privati la possibilità di creare e tenere i loro corsi oppure può esplorarei servizi di Udemy for business.
Sono entrambi solo degli esempi delle piattaforme disponibili.
Non è necessario però iniziare con l’uso di piattaforme così specializzate e avanzate.
Anche i social media più popolari e universali possono essere usati come supporto alla formazione in diversi modi:
Un gruppo Facebook può permettere di scambiare aggiornamenti, annunci, foto e video e, in generale, il tipo di informazioni che ci si scambierebbe di persona.
Twitter può essere utile per coordinare le attività, dare scadenze, indicare fonti (usando le liste) o, creando un hashtag, addirittura creare contenuti in maniera cooperativa. (si veda, in Italia, per esempio, il caso twitteratura )
Youtube può essere usato per pubblicare pillole formative da guardare prima di andare a scuola o al corso, secondo il paradigma della classe capovolta (Flipped classroom) oppure può essere usato per ospitare le risposte e i progettisvolti dagli allievi.
Sono solo alcuni degli esempi in cui le piattaforme esistenti possono essere usate: si potrebbe anche pensare di usare Instagram per mostrare ad una classe i lavori dei singoli, o, come nel caso di twitter, per creare dei feed a tema.
Che la formazione sia un campo d’azione interessante per i social media lo si può evincere anche da un interessante progetto che la rete European Schoolnet dei ministeri dell’istruzione europei ha portato a termine tra aprile 2012 e maggio 2013 con la collaborazione di Facebook: il progetto SMILE (Social Media In Learning and Education).
Un progetto che mirava proprio a capire le sfide e opportunità da affrontare nella formazione di studenti immersi in un mondo in cui i social media e la tecnologia sono una una parte importante e onnipresente.
Un centinaio di docenti provenienti da trenta paesi dell’unione europea hanno partecipato per investigare le tendenze e identificare i migliori approcci sull’uso dei social media nella formazione.
I temi e gli aspetti oggetti di studio:
Cosa sono i social media?
Uso di social media nelle scuole
I principi pedagogici dell’uso dei social media
L’uso dei social media per la formazione e sviluppo personale
L’uso responsabile dei social media
Le policy e sfide poste dall’adozione dei social media nelle scuole
I risultati della ricerca sono stati pubblicati e resi disponibili.
Oltre ai social network più noti e già citati, sono stati presi in esame anche LinkedIn, Slideshare, Flickr, GooglePlus, WordPress, Wikipedia e del.icio.us
Non tutte, è vero, possono essere considerate piattaforme di social media, ma tutte possono avere un ruolo nella formazione con l’obiettivo dichiaratodai ricercatori di sfidare i modelliformativi tradizionali, rovesciando le gerarchie e permettendo agli allievi di comunicare, collaborare e coordinarsi utilizzando sistemi a loro noti e che sono, oramai, pervasivi.
Non ci si limiti a considerare questi risultati e aspetti solo relativamente all’ambiente scolastico: sono preziosi e rilevanti anche in ambito aziendale e professionale.
La rete e i social media sono diventati di uso comune, facilmente accessibili (esiste, è vero, ancora un certo grado di digital divide in Italia, ma, si spera, sempre minore) e fruibili ovunque grazie ai dispositivi mobili.
Un ulteriore vantaggio, non trascurabile, è che usando sistemi già noti al pubblico cui ci si rivolge, non occorre obbligarli all’uso di sistemi LMS (Learning Management System) proprietari, evoluti e sicuramente preziosi ma con una importante curva di apprendimento associata.
I social media possono essere un prezioso strumento per la formazione di ogni tipo e livello, rendendo possibile, fruibile e accessibile una formazione continua, abbattendo non solo barrieretemporali o geografiche ma anche i costi della formazione tradizionale, intesa come formazione in aula.
Un tipo di formazione che non va certo considerata obsoleta o inefficace, ma che può essere integrata, arricchita dall’uso della tecnologia.
Può esserne sostituita? Voi che dite?
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Takumihttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngTakumi2015-10-26 10:20:252015-10-26 10:20:25Social media: come impiegarli nella formazione? [HOW TO]
Se è vero che il contenuto è sovrano, ed è vero che ogni giorno ci piace sentir raccontare le storie in modo originale, è vero anche che c’è bisogno sempre di più di scrivere contenuti che sappiano viaggiare sul web in modo creativo e dinamico. E per far questo, ci sono delle regole. Massimo Guerci, docente del Master Online in Web Marketing & Social Media, ce le racconta con una breve chiacchierata.
1. Pare che storytelling sia la parola più abusata del mondo digitale, cosa ci puoi aggiungere di nuovo?
C’è veramente poco da aggiungere, anche perché lo storytelling esiste da sempre. Sicuramente sono cambiati i mezzi per scrivere e raccontare le storie, anche perché prima era un mestiere; oggi ognuno di noi può scrivere la propria, attraverso un’applicazione, in qualsiasi luogo e in tempo reale.
2. Scrivere testi che non annoino: cosa dobbiamo sempre tener presente?
Regole classiche: non usare frasi fatte, non essere autoreferenziali, saper dosare i “paroloni” ed essere sintetici.
3. Quali sono i focus su cui deve puntare chi scrive per l’engagement?
Nei canali social si utilizza un linguaggio vero, quotidiano. Per questo serve un po’ di personalità, altrimenti il rischio è di confondersi tra le mille voci che popolano le nostre timeline.
4. Scrittura creativa: “classica” vs “digital”. Quali sono le differenze tra te e Shakespeare?
A parte il taglio di capelli, non molte. Credo che le regole principali per scrivere siano le stesse, oggi bisogna saper cogliere più velocemente quello che succede nel mondo. In 24 ore, le notizie diventano vecchie.
5. L’instant marketing riesce sempre a divertirci. Come può un brand cavalcare i trend anche momentanei? E poi, di che colore era per te il vestito?
Oggi tutti fanno instant marketing e per questo c’è bisogno di una creatività veramente efficace per emergere. Bisogna conoscere bene gli argomenti prima di lanciarsi, perché è molto facile inciampare in clamorosi “fail”. Ho visto creativi pensare e pubblicare un instant in mezz’ora per poi spendere giorni interni a rispondere a commenti e critiche devastanti. Tra l’altro, come la storia del vestito insegna, tutti amano commentare.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Eugenio Pezonehttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngEugenio Pezone2015-10-26 09:00:072016-09-19 17:26:06Scrivere efficacemente per il social: ce lo racconta Massimo Guerci
Vuoi fare Carriera nel Digital Business?
+100.000 professionisti e 500 grandi aziende hanno incrementato i loro Affari grazie a Ninja.
Non aspettare, entra subito e gratis nella Ninja Tribe per avere Daily Brief, Free Masterclass e l’accesso alla community di professionisti.