Week in Social: dalle nuove stories di Facebook ai nuovi hashtag di Instagram

Un’altra settimana è terminata! E come ogni venerdì, torna Week in Social per raccontarvi tutte le novità in arrivo!

Sappiamo che non vedi l’ora di andare incontro al weekend, il venerdì è sacro! Ma fermati giusto qualche minuto e leggi tutte le novità di questa settimana. Ecco cosa è accaduto questa settimana.

Facebook

Si sa. Le stories su Facebook (e Messenger) non sono mai decollate rispetto a quelle di Instagram. Facebook però non si arrende. Questa volte lancia le stories collaborative: si tratta di stories che possono fare tutti gli iscritti all’interno di gruppi oppure eventi. Le persone possono contribuire – con dei propri contenuti, video o immagini –  a dare maggiore visibilità ad un gruppo o ad un evento: d’altronde, gli UGC (user content generated) possono aiutare i gestori degli eventi e dei gruppi ad aumentare la visibilità dei contenuti.

Connor Hayes, responsabile dei prodotti di Facebook, ha dichiarato in un’intervista per TechCrunch che lo scopo delle storie in gruppi ed eventi di Facebook è “dare a più persone l’opportunità di raccontare una storia da più angolazioni diverse”.

Questo nuovo rilascio potrebbe rivelarsi come la svolta decisiva per le stories di Facebook: l’elemento chiave che rimarca la differenza sostanziale rispetto a quelle di Instagram. Vedremo nei prossimi mesi se l’idea porterà frutto.

Guarda il tutorial per saperne di più:

Al proposito Luca La Mesa, docente della Ninja Academy, ci dice: “Una novità interessante che si avvicina ad alcune funzionalità simili implementate nelle scorse settimane da Snapchat che riesce addirittura ad accorpare le storie dei partecipanti ad un concerto basandosi sull’ascolto dell’audio.
Le storie su Facebook non hanno ancora espresso il loro vero potenziale e queste novità si spera che incentivino gli utenti ad usarle maggiormente.
All’interno del Social Media LIVE Program abbiamo fatto i primi test sin dall’8 Ottobre del 2017 e i risultati sono stati molto interessanti.”

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Instagram

Di certo Instagram non sta a guardare. Anzi. Arriva la notizia “bomba”, quella che un po’ tutti aspettavamo: finalmente è possibile seguire un hashtag.

Cosa vuol dire questo? Finalmente possiamo decidere di creare un community dedicata associandogli un hashtag anche su Instagram. Se qui il concetto di gruppi ed eventi ancora non è stato esplorato, con l’arrivo di questa novità sarà possibile costruire delle comunità di persone interessate ad una determinata conversazione.

La notizia è stata rilasciata da Pippa Akram, consulente social media, che ha visto apparire nel suo feed di Instagram il pulsante segui una volta entrata nello spazio di foto dedicate a quell’hashtag.

Staremo a vedere come i brand sfrutteranno questa potentissima funzionalità!

Sempre per gli appassionati di stories, da qualche giorno Instagram permette di pubblicare una storia riprendendo dal rullino fotografico una foto scattata da più di 24 ore. Questo ci consentirà più libertà nella condivisione dei contenuti (oltre che di arricchire le stories e potenziarne le funzioni).

LinkedIn

Anche in casa Microsoft non finiscono le novità: LinkedIn presenta la nuova funzionalità che mette in connessione i mentor e i professionisti.

L’aveva annunciato già a fine agosto, ma adesso ci siamo: il social per i professionisti distribuirà una nuova funzionalità di consulenza professionale a tutti gli utenti degli Stati Uniti, Regno Unito, India e Australia.

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Un po’ come Tinder, con la differenza che le connessioni saranno legate ad un ambito professionale e di carriera, o almeno così si spera :).

Basterà inserire le informazioni sul tipo di persona che stiamo cercando per avere consigli professionali, e LinkedIn ci mostrerà i profili più in linea con le nostra esigenze.

Come un’app di appuntamenti, LinkedIn fornirà le connessioni: contando 530 milioni di persone iscritte, ci sono buone probabilità di trovare un buon mentor a cui rivolgersi quando si ha bisogno.

Anche qui, Luca La Mesa ci dice la sua: “Ottima funzionalità che in pochi sanno essere è in test anche per Facebook. Il mondo social B2B crescerà molto nelle prossime settimane e le piattaforme stanno aumentando le loro funzionalità per migliorare i servizi per gli utenti e per ottenere sempre maggiori informazioni.”.

Adesso è proprio arrivato il momento di andare incontro al fine settimana! Sentitevi liberi di tuffarvi sul divano come non ci fosse un domani. Noi torniamo la prossima settimana, sempre con Week in Social. Buon weekend!

media industry novità

AT&T, Time Warner, Disney, Fox: le fusioni che cambierebbero il volto della media industry

I cambiamenti nel comportamento del pubblico, l’abbondanza e la diversificazione dei contenuti e dei canali di distribuzione, l’ingresso di nuovi attori come i servizi di video streaming on demand (primo tra tutti Netflix) sono variabili che stanno ridefinendo radicalmente la struttura competitiva della media industry globale. Lo scenario è incerto, e i colossi da sempre imperatori del mercato cercano di unire le forze per recuperare quote di mercato e le attenzioni di un’audience sempre meno interessata a impegnarsi in abbonamenti pay-tv a lungo termine.

Facciamo il punto su due situazioni che stanno facendo infiammare analisti e consulenti di tutto il mondo.

AT&T e Time Warner: la fusione s’ha da fare?

Dallo scorso anno AT&T, colosso delle telecomunicazioni statunitensi sta provando ad acquisire Time Warner, gigante del cinema e dell’editoria, per mettere in piedi il gruppo media & entertainment più grande al mondo. Un matrimonio da capogiro, dal valore di oltre 85,4 miliardi di dollari.

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La comunione dei beni permetterebbe al gruppo di consolidare il proprio business in tre aree chiave: tv, telco e produzione di contenuti e programmi originali. Tra le risorse messe a sistema emergerebbero infatti punte di diamante come HBO, emittente televisiva via cavo, gli studi cinematografici Warner Bros e un capitale enorme di franchise adorati da fan in ogni angolo del globo: da Game of Thrones a Harry Potter, da DC Comics a Il Signore degli Anelli.

Una manovra di integrazione verticale che consentirebbe al conglomerato di conquistare una posizione dominante nel mercato globale, combinando contenuto di altissima qualità con la forza di distribuzione e la tecnologia del più grande gruppo di telefonia mobile USA. Randal Stephenson, CEO di AT&T, ha dichiarato che la sinergia porterebbe benefici al consumatore finale: ad esempio, i profitti sviluppati da una pubblicità televisiva resa più efficace e rilevante per il pubblico grazie ai dati acquisiti dagli utenti, permetterebbe di abbattere il prezzo dell’abbonamento pay-tv.

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Cosa mette a rischio l’accordo

I giochi sembravano fatti, quando il Dipartimento di giustizia degli Stati Uniti la scorsa settimana ha chiesto al gruppo di disinvestire parte del capitale per ottenere il semaforo verde sulla fusione: quindi di cedere Turner Broadcasting, azienda che possiede la CNN, o in alternativa Direct TV, gruppo che opera in Sud America e nelle zone caraibiche.

Questo, dichiarano i portavoce dell’antitrust, per evitare la creazione di una situazione oligopolistica e pratiche anti-concorrenziali, che in economia si individuano come market foreclosure (ad esempio, una possibile restrizione dell’accesso a risorse o clienti ad altri concorrenti in campo).

Fonti come il New York Times affermano che il presidente Trump, da sempre osteggiatore della CNN e della maxi-fusione sia su Twitter che nelle sue uscite pubbliche, ci abbia messo lo zampino da dietro le quinte. Infatti non si è mai fatto scrupoli nell’esternare pubblicamente il proprio disgusto per quella da lui chiamata Clinton News Network. Di pochi giorni fa l’ultima perla.

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Ufficialmente, sembra che dallo Studio Ovale non siano arrivate direttive ma Bloomberg riporta che AT&T è pronta a richiedere per vie legali l’accesso alle comunicazioni tra la Casa Bianca e il Dipartimento di Giustizia, per capire se ci siano state o no pressioni politiche.

LEGGI ANCHE: Vi spoileriamo un po’ di cose sul futuro di Netflix (e perché costerà di più)

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E intanto la fusione Disney-Fox è qualcosa in più che un’ipotesi

The Walt Disney Company, intanto, ha iniziato a flirtrare con 21st Century Fox riguardo l’acquisizione di una bella fetta dei suoi asset: lo studio cinematografico, canali come National Geographic e parte del business internazionale (incluse le partecipazioni del 39% in Sky e in Hulu). 

Le negoziazioni si sono subito fermate, come accade spesso in questi casi, ma emerge un segnale forte. L’obiettivo di Disney sembrerebbe essere quello di rafforzare i propri asset relativi alla creazione e distribuzione del contenuto, per entrare a gamba tesa nel settore del video on demand, lanciando la propria piattaforma streaming nel 2019. Infatti, la fusione permetterebbe a Disney di mettere le mani sull’imponente e redditizio catalogo cinematografico e televisivo di Fox, acquisendo franchise di successo come X-man, Avatar, L’Era Glaciale, Rio, I Simpson e Anastasia. Ha già negato a Netflix alcune licenze cinematografiche e non è un mistero che potrebbe togliere in futuro tutte le sue serie e programmi tv dalla piattaforma.

Sembra che Murdoch voglia prendersi una pausa dall’impero mediatico che ha creato. L’obiettivo di Fox sarebbe quello di disinvestire sul settore cinematografico e specializzarsi su linee di business meno rischiose, come Fox Sport e Fox News, aree non toccate dalle conversazioni con Disney.

Sicuramente sarà una negoziazione lunga e complessa e non mancheranno gli effetti speciali (anche ostacoli burocratici come quelli che stanno affrontando AT&T e Time Warner?). Intanto altri due colossi stanno iniziando a corteggiare 21st Century Fox con dei primi meeting esplorativi: Comcast, proprietaria di NBCUniversal e degli studi cinematografici Universal, Verizon, gruppo telco, e Sony.

E comunque, in caso di matrimonio tra Disney & Fox, potremo dire che I Simpson l’avevano predetto. Ben 19 anni fa.

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Come trovare o mettere una casa in affitto su Facebook

Poco più di un anno dopo aver sostituito su app iOS la tab Messenger con quella di Marketplace, Facebook lancia e raddoppia, annunciando una nuova integrazione: l’app supporterà un’ulteriore sezione che comprende appartamenti e case in affitto.

La società con sede a Menlo Park ha stretto una partnership con Zumper e Apartment List, due famosi aggregatori di annunci online (specializzati in case in affitto e vendita) attivi in USA.

La nuova feature è in roll out al momento negli Stati Uniti ma presto si espanderà in tutto il mondo, si legge sul Centro assistenza di Facebook for Business.

I proprietari delle unità immobiliari potranno facilmente inserire le loro liste di annunci in affitto in un’ampia selezione recentemente implementata mentre gli affittuari interessati potranno consultare questi elenchi e utilizzare diversi tipi di filtri per affinare la ricerca:

  • Fascia di prezzo
  • Posizione
  • Camere da letto
  • Numero di bagni
  • Metratura
  • Animali ammessi

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Dopo aver consultato gli annunci di case in affitto su Facebook e aver trovato l’annuncio che fa per te, dovrai semplicemente compilare un breve modulo attraverso il quale sarà l’agente immobiliare a ricontattarti. Come utente potrai continuare a inserire i tuoi annunci di case in affitto ma ora avrai anche la possibilità di mostrare foto a 360°.

Cosa cambia per gli Agenti Immobiliari

Se sei un agente immobiliare invece, devi tenere in considerazione alcuni fattori:

  • Non saranno disponibili unità immobiliari in vendita, ma solo case in affitto (anche camere private in appartamento)
  • Gli annunci appariranno solo su Marketplace e non in Pagine Facebook (a meno che non siano stati volontariamente condivisi)
  • Marketplace collega locatore e affittuario, non partecipa in nessuna transazione
  • Per impostazione predefinita, le case in affitto su Facebook vengono mostrate in un raggio di 40 miglia dalla posizione di un utente (impostazione modificabile dall’utente stesso)
  • Gli annunci che includono discriminazioni per genere, orientamento sessuale, credo religioso o politico verranno segnalati e prontamente eliminati.

Case in affitto su Facebook: c’è molto altro da scoprire

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Dal 1° gennaio 2017 il volume di ricerche su Marketplace è aumentato di ben tre volte a livello globale.  È ormai chiaro che l’obiettivo è quello di trasformare gradualmente il social network in un portale che possa rispondere a tutte le richieste che gli utenti normalmente fanno interrogando Internet. Dal meteo alla ricerca del lavoro, dagli acquisti ai giochi online o ancora dall’ordinare cibo ad acquistare biglietti per i concerti.

Il risultato finale di questi sforzi sarà l’aumento del tempo di permanenza di ogni utente su Facebook, portando all’acquisizione sempre maggiore di dati da un lato e all’aumento delle visualizzazioni dei post sponsorizzati dall’altro.

Marketplace continua perciò ad essere un punto focale per il social di Zuckemberg, e le aziende farebbero bene a iniziare a cogliere tutte le occasioni per utilizzarlo al meglio, includendolo sempre più nelle strategie di marketing.

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Pensi che Facebook e Google siano gli unici a sapere tutto quello che fai? Sbagli

“Se vuoi mantenere un segreto, devi nasconderlo anche a te stesso”, così scriveva George Orwell in 1984. Il “Grande Fratello” personaggio fittizio del capolavoro di Orwell (del 1949) ha cambiato volto molte volte dagli anni ’50 ad oggi. È stato ispirazione di programmi televisivi, di film, diventando attuale oggi più che mai.

“Big Brother is watching you”, questo è lo slogan che ricorda nel libro la supremazia assoluta del Grande Fratello. In 1984 non si chiarisce mai che volto avesse il grande fratello, se fosse una persona, un simbolo creato dal partito o un’entità. Oggi sicuramente abbiamo le idee un po’ più chiare su che volto abbia il Big Brother nell’Internet of things.

Scommetto che la maggior parte di voi avrà pensato a Facebook? O Google? Facebook sa tutto di noi, anche Google, il nostro smartphone e il nostro smartwatch, ancor più di quanto la nostra dolce metà, nostra madre o il nostro migliore amico possa sapere.

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LEGGI ANCHE: Così stiamo regalando tutti i nostri dati (che valgono più dei soldi) per un like

Non ci “spiano” solo i grandi

Google sa esattamente cosa vogliamo, cosa cerchiamo e dove vogliamo andare in vacanza. I nostri dati personali (che di personale hanno solo il nostro nome) sono oramai alla mercé di tutti, non solo di Facebook e Google.

Facebook e Google sono solo gli attori più famosi sul palcoscenico dei dati, ma come in ogni storia che si rispetti, non esistono solo gli attori principali, ma ci sono tanti attori secondari e operatori dietro le quinte di cui spesso dimentichiamo l’esistenza, o semplicemente la ignoriamo. Eccone alcuni esempi.

Esistono molti SDK, Software development kit (pacchetti di sviluppo di software) e SaaS, Software as a service (Software come servizi) creati per ottimizzare l’esperienza degli utenti.

Ci sono alcuni software (development kit) per esempio che registrano il proprio schermo quando si utilizza un app. Il video viene poi mandato ad un server in modo che gli sviluppatori possano vedere come utilizziamo l’app in tempo reale. Ciò significa che quando si utilizza un app, c’è la possibilità che qualcuno stia osservando i nostri movimenti e le nostre scelte, allo scopo di utilizzare quelle informazioni per creare una user-experience più personalizzata.

Vi sono altri software (as service) che sono dei servizi disponibili a livello commerciale, che monitorano gruppi di sessioni di utenti sui siti, fornendo ai propri clienti delle “mappe”, che prendono il nome heat maps, che mostrano le aree più cliccate del proprio sito allo scopo quindi di creare e collocare i contenuti più rilevanti nelle aree dove è concentrato più interesse.

Ecco come appare una heat map di Google per esempio.

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I tuoi dati (anonimi) al miglior offerente

Oltre a questo tipo di software e servizi, esistono anche business che offrono i nostri dati (in forma anonima) sotto forma di pacchetto al miglior offerente. Ci sono ormai molte compagnie di questo tipo, che vendono i nostri dati ai business per ottimizzare i propri target pubblicitari o la UX del proprio website.

LEGGI ANCHE: IBM potrebbe avere presto dal Governo italiano (gratis) tutti i nostri dati sanitari

Ora, non vogliamo alzare il livello d’ansia generale riguardo l’uso dei dati personali, o su cosa sconosciuti possano sapere o no sul nostro conto, ma è bene essere a conoscenza di come siamo continuamente osservati quando utilizziamo computer e smartphone e di come i nostri dati vengano venduti a scopi commerciali.

Detto questo, non c’è da meravigliarsi che alcune app siano più popolari di altre, o abbiano una UX molto più fluida delle altre.

Ma c’è anche qualcosa di buono

La distribuzione dei nostri dati ci lascia un po’ l’amaro in bocca, ma non ha solo i suoi lati negativi. Grazie a questo tipo di software e tecnologie si fa in modo che i servizi online che utilizziamo ci offrano un esperienza sempre migliore. Quante volte ci siamo lamentati della scarsa user interface di un sito o un’app, o abbiamo preferito un servizio piuttosto che un altro per la facilità dell’utilizzo dei canali?

E non è stato poi sempre così? Ogni sistema, organizzazione o business per funzionare meglio e rendere la nostra esperienza migliore ci ha studiato con attenzione (come topi da laboratorio) per capire la nostra psiche tramite sondaggi, ricerche di mercato, o guardando filmati studiando i nostri comportamenti all’interno di un supermercato o un centro commerciale.

Oggi avviene in modo più veloce, più rapido e più personale. Le compagnie che operano nell’Internet of things, sanno tutto di noi, e tutto quello che sanno glielo abbiamo detto noi.

Nella serie dell’IoT siamo tutti attori, c’è gli ha il ruolo del protagonista e chi dell’antagonista, ma la silhouette che definisce i due ruoli diventa sempre più sfocata.

E ricorda, “se vuoi mantenere un segreto, devi nasconderlo anche a te stesso”.

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Vale la pena provare Firefox Quantum, o restiamo su Chrome?

Inutile dire che gli ultimi cinque anni non sono stati i più fortunati per Firefox. È stato nel 2011 quando Google Chrome ha superato per numero di utenti per la prima volta il browser di Mozilla: oggi, secondo le stime di StarCounter, Chrome al momento rappresenta il 54% del mercato dei browser, sommando i dati provenienti da PC, tablet e telefoni. Apple Safari ha il 14% del mercato, mentre Firefox ha solo il 6%.

Per provare di superare Chrome, Mozilla si è preparata per molti mesi: a giugno di quest’anno a San Francisco in sala conferenza, il vicepresidente senior di Firefox, Mark Mayo, aveva aperto l’evento con alle spalle il disegno di una volpe minacciosa in armatura mecha. Il messaggio era chiaro: pronti per la guerra contro Big G!

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Credits @Justin Dolske

Ed ecco che due giorni fa approda la 57sima versione del browser Firefox, Firefox Quantum. È una release più veloce, è anche più pulita come interfaccia e soprattutto promette di far cambiare idea ai fan di Google. Really?

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La modifica più importante di Quantum è che utilizza il 30% di memoria in meno rispetto ai browser concorrenti quando viene utilizzato su un PC Windows. Una caratteristica che vuole mettere a dura prova il concorrente Google Chrome, che, nonostante sia la scelta più popolare nel mercato dei browser, ha sempre ricevuto montagne di critiche proprio sulla questione della memoria e delle risorse utilizzate.

Un Quantum Leap per il Web?

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Come dicevamo, Firefox Quantum è più veloce delle precedenti versioni di Firefox. Le pagine si caricano in un attimo anche quando ci sono un sacco di schede aperte e persino quando si tratta di applicazioni online sempre in fase di aggiornamento come i client di posta elettronica. Questo è in gran parte il risultato del nuovo motore di web rendering del browser chiamato appunto Quantum, che elimina il precedente motore Gecko utilizzato da Firefox per l’esecuzione.

A Mozilla non manca l’ironia e per spiegare efficacemente quanto è più veloce Quantum anche delle precedenti release, ha pubblicato uno spot che promette di far sparire dal volto dei suoi utenti la “wait face”, ovvero la classica espressione annoiata di attesa.

https://www.youtube.com/watch?time_continue=1&v=fiWy9lTQcKA

Per rendere Firefox più veloce, Mozilla ha sviluppato un “motore CSS super veloce” scritto in Rust e C. Quantum CSS “sfrutta l’hardware moderno, parallelizzando il lavoro su tutti i core della macchina. Ciò significa che può essere eseguito fino a 2 o 4 o anche 18 volte più veloce”. 

Disponibile dal 14 novembre, il nuovo Firefox è disponibile per i principali sistemi operativi, desktop e mobile, inclusi i più recenti aggiornamenti come Windows 10, macOS High Sierra, Android Oreo e iOS 11.

Dal punto di vista del design, Firefox Quantum è semplice, facile da usare e non intimidatorio. La cosa più importante di tutte è che la sua interfaccia non è troppo diversa da quella di altri browser che siamo già abituati ad usare. Inoltre, per i principianti, invece di avere più pulsanti per accedere a segnalibri, cronologia o download, c’è invece un pulsante Libreria che li riunisce tutti, rendendo l’esperienza di navigazione più snella.

Vale la pena provare (di nuovo) Firefox?

15 anni di storia: Firefox si è sviluppato dalle ceneri di Netscape, il pioniere di Internet. La popolarità di Firefox ha contribuito a rendere il mercato dei browser molto competitivo e a definire il Web così come oggi lo conosciamo. La missione di Mozilla sembra proprio quella di mantenere il mercato digitale e in particolare il Web uno spazio interessante e coinvolgente ma comunque regolato e sicuro.

“Ci sono persone che creano hardware, persone che fanno software, persone che creano siti web. Vogliono offrirti un’esperienza che ti piace abbastanza da pagare e da continuare a tornare, ma loro gestiscono i loro affari. Rappresentano se stessi “, ha affermato tempo fa a CNet Mitchell Baker, presidente esecutivo e co-fondatore di Mozilla. “Noi amiamo il browser perché con questo possiamo rappresentarti”.

Mozilla dunque strizza l’occhio a Google e al tema della sicurezza e della privacy: lo ha fatto anche a luglio pubblicamente con una serie di billboard che annunciavano minacciosi “Il grande browser ti sta guardando”.

 

Quantum sarà abbastanza per rilanciare Mozilla? Difficile non esser scettici.

Anche se un browser è due volte più veloce di Chrome, usa metà della memoria e subisce metà delle falle di sicurezza, potrebbe non essere sufficiente per far cambiare idea a chi oggi usa giornalmente Google Calendar, Gmail, Google Drive e tutte quelle applicazioni che ogni giorno ci ricordano di utilizzare Chrome.

Molti fan hardcore di Firefox oggi sono utenti felici di Chrome: siamo sicuri che la notizia del lancio di Quantum li abbia entusiasmati o anche solo interessati?

Come scegliamo un browser

Ai nostri giorni, differentemente a 10 anni fa, la scelta del browser è meno incentrata sulle prestazioni, mentre conta di più l’ecosistema in cui l’utente preferisce lavorare, navigare, condividere, ecc. Rispetto a questo, ogni browser ha i suoi punti di forza e di debolezza.

Le prestazioni non sono davvero un problema oggi, anche se si utilizza il browser più lento sul mercato. È diventato raro sentire qualcuno lamentarsi delle prestazioni del proprio browser e, quando lo si fa, il problema di solito deriva da un bug o dalla memoria del device utilizzato.

La mia impressione è che Mozilla stia utilizzando la velocità come argomento di rilancio del suo browser per giocare piuttosto sulla nostalgia di quelli utenti che, come me, oggi utilizzano quotidianamente Google Chrome.

Che dite allora, vogliamo provare a dargli una seconda chance?

L’audience non è più l’obiettivo ma il vero asset di chi fa Content Marketing

Nel Content Marketing – e in generale in tutti gli ambiti del marketing digitale – si dice spesso che l’audience è un vero e proprio asset su cui fare leva per creare valore sostenibile.

In effetti tra content caos, inflazione di comunicazioni e ingorghi pubblicitari (a tal proposito, ti segnalo la sempre interessante opera di Giorgio Triani dell’Università di Parma), avere una audience di persone all’ascolto fidelizzata, stimolata e stimolante è una variabile di importanza primaria. Al pari di un buon prodotto o un customer care formidabile.

In particolare, l’esperto di Content Marketing Robert Rose – che ho avuto il piacere di avere come curatore della Prefazione del mio ultimo libro  ha fatto alcuni ragionamenti molto interessanti all’interno di un articolo sull’Audience Valuation Engine, un nuovo framework per calcolare il ROI dell’audience del Content Marketing.

Cosa è un’audience, e quanti tipi ne esistono?

Prima di continuare, rispondo a una domanda che ti saresti fatto nelle prossime righe:

Cosa è un’audience?

La definizione semplice considera l’audience un insieme di persone che si raggruppano (in senso fisico o mediato dalle tecnologie digitali) al fine di vedere o ascoltare una performance di un’entità – nel caso di questo pezzo, di un brand. Una definizione più orientata al marketing considera l’audience un asset popolato da persone che consumano il contenuto creato da una marca o un’organizzazione.

Le audience utili alla progettazione strategica di Content Marketing possono essere di due tipologie principali:

  • Modeled Audience: permette ai professionisti di marketing di fare alcuni calcoli e valutare se, modificando alcune variabili come il churn rate, la profilazione, la tipologia di dati raccolti dalle interazioni, etc., viene mutuato anche il valore dell’audience stessa. In sostanza, la modeled audience è rilevante per fare tutte le proiezioni del caso legate a come incrementare il valore delle iniziative in Content Marketing.
  • Audited Audience: fornisce le basi analitiche, statistiche e di profilazione necessarie a capire come stiamo andando, quanto manca al raggiungimento dell’obiettivo prefissato.

Parallelamente a tali audience, ne esistono altre due – ben più immediate nella comprensibilità: quella effettiva (actual audience) – ovvero, quella su cui stai lavorando con tutti gli sforzi di content creation e community management – e quella desiderata (anticipated / desired audience), che ti segna la direzione e il verso a cui tendere negli sforzi professionali quotidiani.

Come si legano tra loro queste prospettive di approccio all’audience? Il grafico sottostante lo indica con chiarezza.

Il valore del subscriber

Il più delle volte, l’audience nel Content Marketing è composta da subscribers.

Non sto parlando solo di persone che si iscrivono alla newsletter del brand, ci mancherebbe: al contrario, penso a tutti gli individui che decidono in prima persona di fare parte del mondo di marca, iscrivendosi a qualsiasi suo asset di comunicazione. Il magazine online, per esempio. O la mailing list. Oppure, ancora, ebook e white paper dedicati a specifici servizi / prodotti.

Ciò rende quella dei subscribers una tipologia di audience davvero interessante, perché raggiungibile direttamente (via indirizzi e-mail, per esempio). Lo sai meglio di me: il sogno del professionista di marketing, ancora oggi, è avere accesso a una comunicazione diretta e intima con le persone con cui desidera interagire.

Con l’idea dei subscribers in testa, Robert Rose spiega bene e in alcuni punti elenco quali sono quelli a maggior valore.

  • Subscribers targettizzati: ottimizzano il funnel, limitano le dispersioni, abbattono i costi!
  • Subscribers di qualità: sembra impossibile, ma ancora – nel 2017! – alcune aziende acquistano database contatti da fonti terze. Evitare di compiere certi gesti sconsiderati aiuta a parlare con persone “di qualità” per gli obiettivi di business e di marketing.
  • Subscribers che forniscono dati: in un recente articolo pubblicato su Ninja Marketing dal titolo “Così stiamo regalando tutti i nostri dati (che valgono più dei soldi) per un like”, abbiamo già messo in luce la criticità del dato e della sua corretta gestione. Esistono specifiche fasce di audience che sono più propense a lasciare i dati, rispetto ad altre. E più dati, significa migliore profilazione e aumento delle possibilità di estrarre valore dalle interazioni di marca!
  • Subscribers coinvolti e ingaggiati: si tratta probabilmente una summa dei punti precedenti, ma certamente questa ultima tipologia fa molta “gola” alle marche. Si tratta di individui capaci con maggiore probabilità di attivare effetti di social advocacy e brand advocacy, stimolando in continuazione l’engagement journey. E dico poco!

Conclusioni: le audience e la biologia

In questo articolo, spero di averti trasmesso un messaggio molto importante: le audience nel Content Marketing sono fondamentali e devono essere continuamente monitorate, coltivate, arricchite, deliziate. Approcci di customer lifetime value devono essere generalizzati alla gestione delle audience multi-canale.

Se ci pensiamo bene, le stesse audience si comportano come un reale organismo biologico: nascono, crescono, rischiano più volte di affievolirsi. Devono essere continuamente stimolate e irrobustite.

Occorre dunque passare da una visione statica e cost-based dell’audience, dove il valore della stessa è dato dalla moltiplicazione tra costo per acquisizione e numero di subscribers, a un approccio dinamico e asset-based, per il quale tale valore varia in funzione del “riscaldamento” dell’audience – la quale raggiunge il punto massimo nel momento in cui diventa un marketing qualified lead (MQL).

Ti ho incuriosito?

Se vuoi sapere le tattiche e le strategie più aggiornate per interagire nel modo migliore e con i giusti contenuti con la tua audience, incontriamoci nel Corso in Content Marketing di Ninja Academy!

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5 consigli per costruire una relazione con i clienti grazie ai contenuti visuali

La scelta di una immagine per completare un post, un articolo o un’inserzione è una decisione molto importante per l’impostazione di un contenuto completo che sia in grado di concentrare l’attenzione degli utenti online: si tratta di uno degli step cruciali nella progettazione editoriale. I contenuti visuali che scegli per supportare la comunicazione sul tuo sito web, su un blog o per creare il tuo materiale pubblicitario, sono la prima decisione che determinerà quali clienti riuscirai a conquistare e quali invece rischierai di perdere.

Chi cura i contenuti visuali di un progetto sul web, insomma, ha una grande responsabilità: la scelta dell’impostazione grafica dei contenuti ha bisogno di grande sensibilità e attenzione ai dettagli, per comprendere subito quali emozioni vogliamo suscitare nel pubblico e quale tipo di relazione stiamo andando a costruire con i clienti.

In collaborazione con Depositphotos vi offriamo una serie di consigli per avere subito una chiara visione sulla psicologia del cliente, migliorare i propri contenuti visuali e stare al passo con i competitor.

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Credits: Depositphotos #71684219

I dati sul marketing dei contenuti visuali

– I contenuti con immagini pertinenti garantiscono il 94% di visualizzazioni in più rispetto ai contenuti senza immagini.

– Il 46% dei marketer afferma che la fotografia è fondamentale per le loro attuali strategie di marketing e di storytelling.

– Il 65% dei Marketing Manager ritiene che le risorse visive (foto, video, illustrazioni e infografiche) siano essenziali per comunicare la propria storia di marca.

I contenuti visuali, proprio come il tuo sito web, sono un vero e proprio investimento, da gestire e migliorare per il successo del tuo web marketing. La qualità dovrebbe sempre essere una priorità, ma anche il buon gusto e una chiara linea di stile sono i punti da cui partire per il coinvolgimento dell’audience.

 contenuti visuali

Credits: Depositphotos #62455029

1. La prima impressione è quella che conta

Quando scegli le immagini per il tuo sito web, dedica il giusto tempo alla scelta di quelle che si troveranno in home page. Questo sarà il volto della tua azienda online, il primo impatto sui potenziali clienti. Un buon contenuto visuale offre la possibilità di fornire una informazione ma anche di restare impressi. Cosa dovrebbe comunicare questa immagine? Quale messaggio? Quali valori?

Un contenuto visuale efficace è quello che suscita delle emozioni nei clienti, creando subito con loro una relazione basata su meraviglia, ammirazione o sorpresa. Per fare questo puoi utilizzare delle foto professionali, in cui illuminazione, composizione e qualità dell’immagine facciano risaltare il messaggio implicito.

Se i contenuti visuali saranno gradevoli, i visitatori del tuo sito ti ricompenseranno trattenendosi più a lungo tra le varie pagine e diminuendo così i dati sula frequenza di rimbalzo.

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Credits: Depositphotos #24197303

2. Crea un rapporto di fiducia

Indipendentemente dalla natura della tua attività, una delle tue priorità è stabilire un rapporto di fiducia con i clienti. Anche qui tornano in gioco le immagini: dare coerenza e unità al brand scegliendo una linea visuale unica è un passo importante della strategia di contenuto.

Tra i segreti per ispirare fiducia nei clienti, vi è la scelta della giusta tavolozza di colori per le tue immagini: la psicologia del colore va studiata con cura per scegliere la combinazione in grado di comunicare affidabilità.

Il blu, ad esempio, rafforza il senso di fiducia, il rosso comunica energia ed eccitazione, il verde stabilità, forza ed equilibrio.

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Credits: Depositphotos #32004151

3. Scegli uno stile coerente

Se scegli le immagini giuste, le tue foto serviranno a creare la giusta atmosfera. Se scegli di includere persone nelle tue immagini, assicurati che le loro emozioni siano sincere e che le immagini siano facilmente riconoscibili. Col tempo sarai in grado di scegliere le immagini che si accostano meglio tra loro, perché inizierai a vedere con chiarezza quelli schemi che ti permetteranno di stabilire uno stile personale e coerente nella scelta delle immagini.

Prova a familiarizzare con elementi e basi del design guardando le foto di grandi fotografi, e ispirati ai migliori per creare lo stile comunicativo specifico dei tuoi contenuti visuali.

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Credits: Depositphotos #117498932

4. Le immagini servono a comunicare senza le parole

Spesso, parlando di storytelling si usa dire “Mostra, non raccontare”. Bene, questo significa che le persone prediligono immagini che siano in grado di rappresentare, senza l’uso di parole, storie e concetti chiave.

L’immagine, inoltre, accostata al contenuto testuale, lo rafforzerà, rendendolo più chiaro e semplice da comprendere, enfatizzando i punti chiave e parlando al cliente come e forse più delle parole.

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5. Impara dalla tua concorrenza

L’analisi competitiva è sempre un ottimo suggerimento in ambito di Content Marketing: osservare come si muovono i concorrenti in un determinato settore aiuta a imparare qualcosa anche per i propri contenuti, indicandoci la via giusta per migliorarli.

Scegliere di differenziarsi, utilizzando contenuti visuali unici è il primo passo per essere originali e comunicare in modo personale valori e mission dell’azienda. Cosa c’è di diverso nel tuo modo di lavorare e nel tuo prodotto rispetto agli altri? Comunicalo con una immagine.

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Se stai cercando la giusta ispirazione prova a dare un’occhiata a questi due siti: Blacknegative e Humans of New York (diventato famoso anche per il successo della sua trasposizione in video su Facebook). Entrambi mostrano splendidi esempi di estetica e design visuale. Le immagini diventano il fulcro della comunicazione per offrire ai clienti un motivo in più per restare sul sito.

Sei pronto a migliorare i contenuti visuali del tuo sito, del tuo blog e dei tuoi canali social? Inizia a cercare tra le immagini di alta qualità e professionali di Depositphotos.

Wearable, tutti i trend 2018 sul futuro della tecnologia che indosseremo

Novembre è già un mese adatto per tirare alcune considerazioni sull’annata 2017, ormai agli sgoccioli, e così è stato anche per il settore dei Wearables, i dispositivi tecnologici indossabili.

Il 9 novembre, infatti, si sono svolti a Londra i “Wearable Tech Awards 2017” e a farla da padrone è stata FitBit, la cui strategia di crescita, di cui avevo già parlato qui, sembra dare i suoi primi risultati, anche se ancora sul settore fitband e non smartwatch.  

Wearable of the Year

Come miglior Wearable e Fitness Tracker, i due premi più ambiti, è stato votato FitBit Alta HR: la perfetta sintesi tra stile e tecnologia,con un design semplice, ma altamente personalizzabile e un ottimo sistema di health tracking.

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Come detto, se FitBit la fa da padrone nel settore fitness, nel campo SmartWatch (quello più appetibile dal punto di vista economico e di sviluppo) è Apple ad avere ad oggi ancora i risultati migliori: Apple Watch Series 3 è stato votato come il migliore della categoria per il 2017 grazie al suo design sportivo e alle sue features di altissimo livello (connessione LTE, musica in streaming e health tracking di buon livello).

LEGGI ANCHE: FitBit torna alla conquista del mercato dei Wearable

Tra gli “Highly Recommended” della categoria smartwatch troviamo Louis Vuitton Tambour Horizon, con il suo design classico ed elegante, e proprio per contrastare questo nuovo trend più fashion, Apple è pronta a lanciare sul mercato (14 novembre 2017) Apple Watch Series 3 Hérmes edition, creato in collaborazione con il luxury brand francese.

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Smartglasses, c’è vita oltre Google Glass

Wearables non significa solo dispositivi da polso e, per non lasciare ancora per un momento Londra, segnaliamo l’apertura del temporary store di Snapchat Spectacles: una mossa di marketing interessante, che però nasconde un pesante errore di valutazione iniziale: 40 milioni di dollari di prodotti invenduti!

Snapchat ha deciso di puntare sul settore degli Smartglasses, nonostante anche Google avesse deciso di abbandonarlo, soprattutto per problemi legati alla privacy, dovuti anche a un design troppo riconoscibile. Gli Snapchat Spectacles, grazie a un design meno riconoscibile (sembrano normalissimi occhiali da sole) e la sola possibilità di registrare video, stanno avendo un discreto successo e, stando a quanto riferisce il CEO Evan Spiegel, sono riusciti a vendere nel loro primo anno più di iPod.

LEGGI ANCHE: Così Snapchat inizierà a fare series

Sicuramente 40 milioni di dollari di invenduto non sono un grande successo, ma modificare le attitudini dei consumatori con hardware di nuova generazione non è un compito facile. Staremo a vedere!

Un’altra interessante novità legata agli SmartGlasses sono i Raptor della Everysight. Un vero e proprio headset pensato per i ciclisti e gli sportivi in generale (soprattutto sport acquatici) in grado di fornire in tempo reale informazioni utili per l’andamento della gara e dell’allenamento, senza mai staccare gli occhi dalla strada per guardare i computer di bordo posti sul manubrio o il volante.

Wearable per lo Sport

Le ultime due novità Wearables 2017 che andremo a vedere sono sempre legate allo sport business e coinvolgono mani e piedi, terreni ancora pressoché inesplorati dal mondo dei dispositivi indossabili.
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Sensoria ha messo in commercio le Smart Running Sneaker, scarpe da corsa dotate di sensori AI nella suola in grado di rilevare l’impatto tra il piede e il suolo, prevenendo così la possibilità di infortuni. Le informazioni e le metriche, riguardo al passo, alle calorie consumate, al tempo e la distanza, vengono comunicate sia audio che video grazie alla connessione con un’app specifica scaricabile da smartphone.

Ultima novità legata al mondo dello sport: Visa introdurrà alle Olimpiadi Invernali di PyeongChang 2018 gli Smart Gloves, guanti invernali per il pagamento contactless. Non solo guanti contactless:Visa ha preparato anche una serie di spille e adesivi dotati di tecnologia NFC e quindi utilizzabili per i pagamenti.

Ancora una volta, il futuro delle tecnologie wearable mobile passa dallo sport, ma siamo sicuri che il futuro vedrà questi nuovi device conquistare molti altri settori: proviamo a fare qualche previsione insieme?

Da Weinstein all’Italia, gli effetti sui social delle parole (sbagliate)

I casi emersi di abusi e violenze sessuali nel mondo del cinema, da Weinstein a Brizzi, hanno portato a reazioni disparate, soprattutto se si considera il caso italiano. I social media sono uno specchio che abbiamo a disposizione per monitorare queste reazioni.

Tenendo in considerazione che l’opinione espressa sui social risente di alcuni fattori come l’immediatezza, ossia la risposta a caldo, senza filtro; la mancanza di un interlocutore diretto, e quindi non un contraddittorio immediato, ma successivo alla pubblicazione del pensiero; la forma scritta, che talvolta non premia chi non la domina nel migliore dei modi. Settate queste criticità, però, resta il fatto che sui social si esprimono opinioni che poi restano e sono sotto gli occhi di tutti. Queste opinioni ci dicono molte cose di una società e non solo attraverso il contenuto, ma anche attraverso il linguaggio.

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LEGGI ANCHECosì la violenza si denuncia su Twitter. #QuellaVoltaChe, raccontato da chi l’ha creato

Dire una cosa giusta con le parole sbagliate

Ecco perché iniziamo a parlare del fenomeno Weinstein partendo da Don Guidotti, il prete che su Facebook ha accusato una ragazza vittima di stupro di “essersela cercata”. Un lungo commento, un rimprovero verso la vittima ma, specifica il parroco, un monito verso la comunità.

Il tono del commento che passa da  “Ti ubriachi da far schifo! Ma perché?” a “dopo la cavolata di ubriacarti con chi ti allontani? Con un magrebino?” per arrivare a  “a questo punto svegliarti semi-nuda è il minimo che ti possa accadere”, non solo colpevolizza la vittima implicando che una violenza sessuale sia una decisione presa a due.

Questo caso ci interessa perché le parole espresse dal parroco online hanno avuto un forte impatto sia sulla comunità, che si è sentita in diritto (o in dovere?) di colpevolizzare la vittima, sia lontano dalla parrocchia bolognese, come tra i tweet di Salvini e le dichiarazioni di Giovanardi. Proprio quest’ultimo sottolinea un punto centrale, dicendo “avrà pure usato una frase infelice don Lorenzo Guidotti, della quale ha fatto bene a scusarsi, ma nella sostanza ha perfettamente ragione nel denunciare la cultura dello sballo”. Esatto: le parole, sbagliate. E la loro accettazione in quanto il media utilizzato, ovvero il commento Facebook, ne autorizza in qualche modo la possibilità di essere ritrattate in quanto troppo spontanee. Ma al tredicesimo anno di vita del social network non ci si può più nascondere tra le piaghe dell’emotività. Le parole restano, almeno fino a che non si disattiva l’account, cosa che ha fatto Don Guidotti.

#MeToo

È il caso di dirlo: il mondo social anglosassone ha risposto in maniera rilevante al caso Weinstein. Uno tra tutti il #MeToo e tutte le sue evoluzioni. Nato da Alyssa Milano come un hashtag per condividere le esperienze di molestia di tutti e dare un’idea dell’entità della situazione attraverso gli status sui social media, #MeToo è subito diventato virale, portando con se “l’opportunità di togliere l’attenzione dal predatore e riportarla sulle vittime”. Inoltre l’immediatezza del #MeToo non obbliga nessuno a condividere esperienze morbose, dettagliate, che magari non si è pronti a condividere, ma mette in rete tutte le vittime, dando loro forza mediatica, oltre che psicologica.

Certo non sono mancate le critiche al #MeToo, per alcuni considerato in qualche modo colpevolizzante. Ecco quindi che si è evoluto in #hetoo per porre l’accento sull’azione, nell’inquietante #itwasme per condividere violenze compiute, in #IWill per spingere gli uomini a fare meglio in futuro e infine nella campagna Unicef USA #Hertoo.

Un dibattito sano, che gioca a spostare l’accento su fattori tutti importanti, su gradazioni del problema, ma che alzano una voce chiara e univoca che ammette l’esistenza di un problema e condanna la violenza. Ma in Italia i toni si fanno più violenti, le sfumature prendono pieghe non rilevanti. Vediamo dunque, cosa ci raccontano i nostri social.

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Dal caso Asia Argento a Brizzi, gli effetti dello scandalo Weinstein in Italia

Il fatto che sia stata proprio Asia Argento a coperchiare il vaso di Pandora non ha reso le cose semplici al dibattito italano, ancora acerbo sul tema.

 

Le accuse contro l’attrice sono cresciute di intensità in questo mese ma, provando ad analizzarle, si riconducono a semplicemente a poche premesse: il bisogno di rilanciare la carriera, il fastidio perché la denuncia si riferiva a un momento lontano nel tempo e l’argomentazione, sostenuta con vigore da esponenti come Rocco Siffredi, che così funziona. Tre argomentazioni molto facili da contrastare e che la stessa Alyssa Milano annulla nella premessa stessa del lancio del #MeToo. E perché invece in Italia questi commenti continuano e spesso prevalgono?

Per un serie di motivi, tutti legati alle parole.

Perché Dino Giarrusso, proprio all’interno del servizio delle Iene che dovrebbe dare forza alle vittime, aiutandole a sconfiggere un nemico comune, a prescindere dai particolari forti che mette chiaramente in evidenza per questioni di ascolto, fa domande come “E tu l’hai lasciato fare?” che, da sola riassume gran parte del problema.

Perché Neri Parenti può sentirsi libero di dire in radio quello che “una di quelle signorine non la prenderò mai per i miei film“: una neanche così velata minaccia, che nasce dall’impunità, ma si concretizza, di nuovo in una parola. Signorine. Stiamo parlando di donne, professioniste oltre che vittime di un reato, e quella parola “signorine” è peggio delle tante parole volgari utilizzare in altri casi.

Mentre in Francia si dibatte sulla possibilità di ri-modificare le regole grammaticali perché il linguaggio forma il nostro modo di pensare e, pertanto, se questo forma categorie mentali in cui il maschile prevale sul femminile, deve essere rivisto al fine di avere una società equilibrata, in Italia il dibattito pubblico stagna, le parole paiono non avere peso, mentre schiacciano non solo le vittime, ma tutta la società.

Quanto conta la narrazione

Al di là delle critiche nella conduzione dell’indagine giornalistica che segue un metodo impeccabile nel caso del New York Times e del New Yorker, mentre è chiaramente volta al sensazionalismo nel caso delle Iene, notiamo un pattern, cioè la necessità di avere un cattivo.

Quello che in molti commenti emerge come un fastidio espresso per l’accanimento verso una singola persona laddove tutta l’industria sembra essere marcia, è la risposta alla necessità di creare una narrazione che sia comprensibile. Dare un volto al nemico, lo rende facilmente identificabile, ma al contempo semplifica un fenomeno complesso, legandolo alla biografia del personaggio in questione.

Che il corriere si preoccupi del dimagrimento e della vita famigliare di Brizzi non stupisce, così come non stupisce che una parte di pubblico si senta in diritto di difenderlo. Il passo successivo però sta nel capire che ci si può preoccupare per la salute di questo personaggio e al contempo essere rigidi e fermi nel condannare e, soprattutto, nel perseguire questi comportamenti in modo trasversale nella società. Ancora, sono le parole che portano il discorso in una direzione anziché in un’altra.

E da persone che lavorano nell’ambito della comunicazione, dei media o che semplicemente sono attive sui social, ricordiamoci, che le parole sono davvero importanti.

Lavorare da casa è meglio? No se non hai la personalità e le skills giuste

La valorizzazione del capitale umano è una delle chiavi per la crescita delle aziende, soprattutto nell’era della digital transformation. Molte società lo hanno già capito e altre vi si stanno confrontando proprio adesso, anche in Italia e anche grazie all’affermarsi sempre più deciso di nuove formule di smart working, il lavoro intelligente che tra le sue caratteristiche prevede anche la possibilità di lavorare da casa, almeno alcuni giorni a settimana.

I numeri del lavoro da remoto in Italia

L’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, solo per citare un dato recente, ha mostrato che questa tipologia di lavoro potrebbe garantire all’Italia un incremento della produttività di ben 13,7 miliardi di euro. Non solo una moda, quindi, ma una vera e propria esigenza che potrebbe anche permettere di fronteggiare in modo differente la cosiddetta disoccupazione tecnologica, cioè quella dovuta all’automazione di molti processi grazie ai robot.

Anche se i dati parlano di un 99% di lavoratori soddisfatti delle nuove formule di smart working, siamo davvero certi che il lavoro da remoto sia adatto proprio a tutti?

Senza voler sovrapporre due concetti ben diversi, come quello di smart working, che prevede nuove formule di lavoro flessibile, e quello di lavoro da remoto, che invece significa più strettamente poter lavorare da qualsiasi postazione che sia dotata di una connessione a internet, è giusto interrogarsi sul tipo di lavoratore che davvero può affrontare la sfida – solo a prima vista molto semplice – di lavorare da casa.

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Cos’è la teoria delle personalità (per chi lavora in ufficio)

A lungo (forse troppo a lungo) gli esperti di Risorse Umane e i Direttori del personale hanno utilizzato una schematica suddivisione di candidati e dipendenti in quattro tipologie di personalità, per scegliere in modo più semplice chi assumere o chi promuovere ad una posizione in azienda.

Questa classificazione in tipo A, B, C e D oggi tende ad essere ritrattata alla luce delle nuove esigenze lavorative e professionali. Ma per capire meglio di cosa stiamo parlando, ecco quali sono le diverse tipologie finora utilizzate.

  • Le personalità di tipo A, sono quelle classificate in genere come leader: amano essere al comando e avere il controllo del proprio ambiente e della propria vita. Generalmente non sono molto attente ai dettagli, preferendo delegare questo aspetto ad altri. Sono invece più orientati all’obiettivo e pratici nelle soluzioni, anche se questo comporta il sottrarsi dalle restrizioni, lavorando in modo più indipendente, impostando da soli i loro programmi. Questo tipo di personalità si adatta molto bene ad un tipo di lavoro in situazioni di stress elevato, dato che riesce a gestire bene le emozioni concentrandosi sul raggiungimento dello scopo finale.
  • La personalità B è invece una persona molto estroversa, energica e veloce che ama stare con le persone e gode del fatto di essere al centro dell’attenzione. Sono buoni costruttori di relazioni e la maggior parte della gente li apprezza subito. Cercano così approvazione, complimenti e riconoscimento dei loro successi. Entusiasta, estroverso e cordiale, la personalità di tipo B è capace di trasformare i sogni in idee pratiche, utilizzando intelligenza e humor per rendere l’ambiente di lavoro più accogliente e produttivo per tutti.
  • La personalità di tipo C è molto orientata ai dettagli ed ama essere coinvolta in progetti ben controllati e stabili. Precisa, razionale e logica, la personalità C cerca concretezza e accuratezza sul lavoro, per questo le emozioni non sono una priorità. Le persone di questa categoria sono invece molto controllate e orientate dal risultato, fino all’estremo della pignoleria per seguire le procedure corrette e il protocollo previsto per portare a termine un lavoro. Sono attenti, intraprendenti e, soprattutto, eccellenti pensatori che esamineranno tutti gli aspetti di un problema prima di prendere posizione.
  • La personalità di tipo D vive la vita e il lavoro a un ritmo più lento e calmo, cerca sicurezza e affidabilità e riesce ad essere contenta anche di svolgere un lavoro ripetitivo, poiché la ripetizione gli consente di eccellere in ciò che fa. Oppongono una certa resistenza ai cambiamenti e l’ignoto li rende nervosi, ma amano lavorare in team perché sono in grado di essere di supporto anche per gli altri e in altre mansioni, grazie alla pazienza e alla capacità di ascolto che li contraddistingue.
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Tutte e quattro queste tipologie di dipendenti e collaboratori naturalmente erano considerate utili in ruoli complementari all’interno dell’organizzazione, ma la tendenza era quella di ritenere in particolare la tipologia A come quella dei vincitori (quindi spesso i preferiti durante i colloqui) e tutti gli altri come perdenti.

Senza alcuna scienza alla base di questa pseudo-classificazione psicologica, ci si limitava spesso a catalogare candidati e lavoratori in una di queste tipologie, senza tener conto delle sfumature, in una realtà che è ben presto stata messa in crisi nelle sue certezze dall’arrivo di internet e dalle centinaia di strumenti che oggi abbiamo a disposizione per coordinare le attività lavorative anche da remoto.

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Identikit dello smart worker

Se i quattro tipi di personalità che abbiamo delineato presumevano tutti un lavoro in presenza in ufficio o in azienda, semplicemente oggi non è più possibile applicarli ad una realtà in cui il virtuale ha assunto lo stesso peso produttivo del reale, rendendo spesso obsoleti anche i grossi uffici centrali.

Se è vero che all’inizio dell’anno una grossa azienda, pioniera nel lavoro da remoto, come IBM ha iniziato a richiamare i suoi lavoratori in ufficio, imponendo spesso trasferimenti in altre città, il lavoro da remoto è semplicemente una delle possibilità irrinunciabili della contemporaneità, che richiede spesso nuovi modelli e magari anche una nuova guida sulle tipologie di personalità più adatte a lavorare da casa.

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Ninja Marketing vive anche di lavoro da remoto e per questo pensiamo che qui possano esserci alcuni utili spunti, non solo per i freelance, spesso già abituati a lavorare da casa, ma anche per le aziende e i recruiter.

  1. I lavoratori da remoto sono spesso introversi, per questo tendono ad apprezzare un lavoro nell’intimità della propria casa, piuttosto che in un grande open space ricco di stimoli. Nel momento in cui hanno la possibilità di confrontarsi con colleghi e manager, via email, via Skype o via telefono, sono per questo più propositivi e aperti, non dovendo essere continuamente sottoposti allo stress del confronto in ufficio.
  2. Chi lavora da casa è autodisciplinato. Svegliarsi nello stesso luogo in cui si lavora e mettersi al pc anche in pigiama pur di cominciare a lavorare prima e guadagnare un’ora sulla giornata lavorativa di chi è costretto a spostarsi per andare in ufficio, richiede una grande motivazione interna. Resistere alla pigrizia o alla tentazione di dedicarsi alle faccende domestiche non è una capacità da tutti. Senza nessuno che ti controlla o che ti chiede report giornalieri e settimanali, sei solo tu a poter stabilire tempi e modalità per portare comunque a termine i diversi task e raggiungere il risultato con successo. Tra i rischi maggiori quello di lasciarsi andare a qualche spuntino di troppo, senza il beneficio della passeggiata fino alla metro che aspetta all’uscita del lavoro chi va regolarmente in ufficio.
  3. Chi lavora da remoto è paranoico: secondo un recente studio pubblicato dall’Harvard Business Review il 53% degli impiegati che hanno lavorato almeno una volta da casa ha temuto che i colleghi in ufficio stessero parlando male di lui. Per vincere questa preoccupazione c’è un solo modo: dedicarsi al proprio lavoro e pensare che anche i colleghi in azienda stanno semplicemente facendo altrettanto.
  4. I lavoratori da remoto sono tecnicamente molto competenti: se in ufficio si ha quasi sempre a disposizione un tecnico IT a cui fare riferimento per eventuali problemi, a casa nessun altro potrà aiutarli se non loro stessi, una buona ricerca su Google e al limite Salvatore Aranzulla! Per lavorare da casa è necessario assicurarsi da soli che tutto funzioni correttamente, apprendere l’utilizzo di nuovi strumenti appena introdotti nella routine aziendale per restare al passo e continuare a restare indipendenti nello svolgimento delle proprie attività.
  5. Chi vuole lavorare da casa sa bene come vendere, soprattutto il proprio lavoro. Se vuoi continuare a lavorare da remoto, infatti, spesso avrai bisogno di mostrare in modo autonomo a clienti e Manager ciò che sai fare davvero, lasciando parlare i risultati del tuo lavoro e senza poter contare sulla forza di un’azienda. Anche riuscire a stare dietro alle richieste del capo è un modo per continuare a vendere la propria professionalità e per questo bisognerà essere molto organizzati e sempre pronti a passare da un compito ad un altro con destrezza e abilità.
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Non è tutto oro quel che luccica

Se pensavi che lavorare da casa volesse dire lavorare quando vuoi e come vuoi, indossare la camicia solo per le call aziendali e lavorare solo il pomeriggio per poter dormire tutta la mattina, forse dovrai iniziare a rivedere la tua immagine idilliaca, mentre i responsabili delle Risorse Umane possono iniziare a stabilire nuovi profili di personalità per comprendere meglio chi è davvero adatto ad un lavoro da remoto.