I più creativi dell'anno premiati ai Clio Awards

clio_awards_2015_ninja_04Stampa, digital, brand entertainment, i migliori protagonisti del mondo dell’advertising vengono premiati anche quest’anno con i Clio Awards. La cerimonia di premiazione si svolgerà a New York il 30 settembre e vedrà trionfare giovani talenti italiani, ma anche colossi del marketing internazionale.  Continua a leggere

Festa della Rete 2015: dall'identità digitale al mobile payment, c'è di mezzo Martina Dell'Ombra

Mirko Pallera e Gianluca Lisi alla Festa della Rete 2015
Il dubbio che fino a due settimane fa ha letteralmente attanagliato tutti gli addetti del settore digital era: “Festa della Rete a Rimini o Festival della Comunicazione a Camogli?” Sul livello dei contenuti e lo spessore dei relatori dei due eventi non si discute. Ciò che veramente premeva a tutti era un comune pensiero: sarà un’occasione per stare in spiaggia ad abbuffarsi di piadina o di focaccia di Recco. Orbene, io ho scelto la città di Fellini.

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Che cosa mi sono portata a casa?

Souvenir, dubbi e certezze. Tra un boccone di piadina squacquerone e rucola e una forchettata di tagliolini allo scoglio ho riflettuto sui concetti di macchia cieca e filter bubble, sul confronto tra offerta formativa dei mooc (corsi di alta formazione gratuita online) versus università e sulla necessità di costruirsi un’identità digitale.

E ancora, ho cercato di intuire quale tra i 127 archetipi delineati in Loveting fosse quello che più mi rappresentasse. Ho pensato al futuro delle agenzie di comunicazione e del giornalismo e all’affermarsi del fenomeno della news corporation e ai paradossi tutti italiani del mobile payment. E infine ho riflettuto sull’emblematico fenomeno delle micro-celebrity, sul caso Martina Dell’Ombra, che ci fa capire quanto ancora “gli utenti non sappiano di non sapere”.

Martina Dell'Ombra su Google

Macchia cieca: se gli utenti non sanno di non sapere

Che cosa non sappiamo di non sapere? Partiamo dagli algoritmi. La massa enorme di informazione in rete è molto meno informe di quanto crediamo. A rendere rilevante i contenuti per l’utente e ad “organizzarli” ci pensano gli algoritmi, “che sono neutrali come lo sono i produttori di armi”, come qualcuno dei relatori faceva notare alla Festa della Rete.

Non è casuale infatti, che la nostra bacheca di Facebook ci mostri solo alcuni profili di amici e non altri, così come non è casuale che ci troviamo a fruire di certe news e non di altre. D’altra parte, “l’algoritmo è omofilico, è una percezione molto fluida della nostra realtà“, precisa il prof. Giovanni Boccia Artieri”, che aggiunge:

Il rischio è di ritrovarsi in una bolla che ci fa vedere un pezzo di realtà come se fosse tutta la realtà

Il fenomeno della filter bubble, per dirla con Eli Pariser, è proprio quello che descrive gli algoritmi come filtri del nostro flusso di conoscenza. Vediamo solo ciò che vogliamo sapere e non ci viene mostrato ciò che non vogliamo sapere. E pensare che il meccanismo di inclusione/esclusione del dato è strettamente correlato ai nostri click.

Non c’è contraddittorio, non c’è diversità

Ma non era forse nata per questo la rete? Per promuovere la pluralità e la coralità?

Proseguiamo con il fenomeno Martina Dell’Ombra. Per chi ancora non l’avesse capito, è una troll. Ci ha trollato tutti, sin dalle sue prime apparizioni. Ammetto di esserci cascata pure io, poi il dubbio: non è che ci sta pigliando in giro? Nasce così una nuova star del web, o meglio l’universo delle stelle del web si arricchisce di una nuova micro-celebrity.

Mooc Versus Università

Tra 20 anni Harvard esisterà ancora?

Si interroga Marco De Rossi, di Oil Project. Vale la pena infatti chiedersi se oggi, abbia ancora senso investire tante risorse economiche in alta formazione (soprattutto universitaria), se la tendenza è quella di frequentare sempre più le aule virtuali dei mooc (Massive Open Online Courses).

Formazione gratuita però non vuol dire però formazione di basso livello, né formazione rivolta a principianti. Sono sempre più gli alti profili che accedono a queste piattaforme per aggiornarsi. E allora, quale sarà il destino allora della formazione? Alessandro Rimassa (Talent Garden) e Giacomo Moiso (Fluentify) non hanno dubbi: contenuto online, ma discussione offline.

Marco De Rossi, Giacomo Moiso e Alessandro Rimassa alla Festa della Rete 2015

Marco De Rossi, al centro, (Oil Project) modera il panel Mooc versus Università

Verba volant sed “digital data” manent

Se è compito dello stato definire una nostra identità legale, come ha sottolineato l’onorevole Stefano Quintarelli è dovere dell’utente provvedere a costruirsi un’ identità digitale, chiosa la docente AnnaMaria Testa. Siamo quello che pubblichiamo, quello che commentiamo. Ogni nostro like ha un valore e contribuisce a creare la nostra identità. E allora, siamo davvero consapevoli delle briciole che lasciamo in rete? Chiede Daniele Chieffi. In risposta calza a pennello il tweet di Gio Boccia Altieri:

I figli di oggi, si scontreranno domani con una identità digitale creata dai loro genitori

ammonisce l’avvocato Barbara Indovina, quasi a confermare una tendenza sempre più crescente: i social network non sono un gioco, né tantomeno un diario segreto.

Il cloud è il computer di qualcun altro

“Hacking Team is hacked”. Così rompe gli indugi Matteo Giovanni Paolo Flora, che ci ricorda il motivo per cui anche chi credeva di essere invulnerabile ha peccato di leggerezza. Che cosa è mancato all’azienda di hacker milanesi? La paranoia.

Paranoia is a virtue

Continua Flora ed è un invito che fa a tutti gli utenti presenti. Se pensavi che almeno su cloud, i tuoi dati fossero al sicuro, ricorda che il cloud è il computer di qualcun altro.

Loveting: marketing? No, management

La vera creatività è sempre etica

precisa Gianluca Lisi, che intervistato da Mirko Pallera, presenta il suo ultimo libro. Nel marketing si tende sempre a parlare di desideri dei consumatori e mai dei desideri del marketer. E pensare che al netto del suo essere ruolo, il marketer è uomo o donna, con una propria identità etica, con il proprio corredo di valori. E pensare che questi valori corrispondo ai profili  dei 127 archetipi descritti all’interno del libro. Si parte da dentro, per costruire fuori il mondo, o meglio una community, che sia il più possibile affine con i nostri desideri.

Andrea Boda Festa della Rete

Andrea Boda alla Festa della Rete 2015

Il mobile payment del futuro non è in mano alle banche

L’Italia è il primo Paese al mondo per uso di carte prepagate e moneta elettronica, ma su 4 POS, ne viene utilizzato solo 1.  Eppure le strutture ci sono,

ha sottolineato Devid Jegerson (UBI Banca). Non a caso, si chiede qualcuno dalla platea: “Perché l’italiano medio preferisce pagare in contanti e fare ancora coda al casello? Sembra proprio che esista ancora una forte resistenza culturale. “Si tratta di sicurezza percepita“, risponde Massimo Chiriatti, moderatore del panel sul Mobile Payment . Eppure, il 70% dei consumatori acquista ancora via SMS, aggiunge Enrico Sponza (Movincom).

Quale futuro per il pagamento elettronico? Le parole poco rassicuranti dall’Head of ePayments non lasciano spazio a molte interpretazione:  in Italia, il mobile payment è fermo da 30 anni. Per fortuna non siamo soli: Grecia e Polonia ci fanno compagnia, anche se quest’ultima ci sta superando per quello che riguarda l’ambito contactless. In questo ecosistema, tante startup del settore sgomitano, ma i veri player, ad oggi rimangono Google e Samsung, che hanno introdotto la tokenizzazione e le impronte digitali. “E le banche stanno guardare?” – chiede qualcuno dalla platea. E pensare che giocherebbero a casa loro.

Festa_della_Rete_2015

Massimo Chiriatti, Enrico Sponza e Devid Jegerson alla Festa della Rete

Se il content marketing lo fa l’azienda

Branded content o native advertising? Il futuro sarà in mano a quelle aziende che diventeranno news corporation – avverte Daniele Chieffi, Head of Web Media Relations.  Già adesso, la tendenza è quella di avere in azienda una redazione composta da giornalisti professionisti.

I vincitori del Macchianera Italiana Awards 2015

Qui troverai la lista completa di tutti i vincitori del MIA 2015. Di seguito invece te ne elenco qualcuno.

Mi spiace per Selvaggia Lucarelli, ma non c’è storia. All’avvenenza dissacrante della prima, gli italiani hanno preferito la semplicità domestica del buon Gianni Morandi, che si aggiudica il titolo di Miglior Personaggio.

Non c’è trippa per gatti nemmeno per la sezione Miglior Sito: a staccare su tutti, l’irriverente Lercio.

O la si ama o la si odia o non la si capisce. Martina Dell’Ombra rimane a bocca asciutta. Non è lei la Miglior Rivelazione, bensì “Mamme che scrivono messaggi“. (“NN aveVO Dubai”).

Attimi di cardiopalma, che neanche al derby Inter-Milan, per la sezione Miglior Presenza Social: a mani basse avrebbe potuto vincere Gianni Morandi, ma per un soffio di voti, AstroSamantha aka l’ingegner Samantha Cristoforetti, la spunta sul cantante di Monghidoro.

Trasmissione TV più social? MasterChef, che zitta zitta supera Gazebo e XFactor.

Il premio Miglior Community va alla satira di Spinoza. Ca va sans dire.

Miglior Sito Televisivo: TV Blog vince su Davide Maggio.

Miglior Canale TV: stravince DMAX

Miglior YouTuber: l’erede di Guglielmo Scilla? Non sapremo mai se eguaglierà il successo del primo, ma YoTobi, quest’anno è il miglior Personaggio Video.

Tra tutte le Radio in lista, la migliore ai MIA Awards è lei: Radio DeeJay.

Lo storify dell’evento

5 cose che devi sapere sul web marketing [FREE MASTERCLASS ON DEMAND]

master digital marketing

A breve partirà il Master Online in Web Marketing & Social Media Communication a cura della Ninja Academy.

Durante la Free Masterclass del 15 Settembre 2015 abbiamo avuto un assaggio del corso con Gianpaolo Lorusso, Simone Tornabene, Luca La Mesa, Lorenzo Viscanti e Damiano Ferraioli, docenti dei diversi moduli di apprendimento.

Se non sei riuscito a seguire il webinar in diretta, hai ancora l’occasione per tenerti al passo con lo scenario digitale seguendo la Free Masterclass on demand attraverso il sito della Ninja Academy.

Come seguire la Masterclass sul Web Marketing

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Tutto ciò devi fare è andare sul sito della Ninja Academy e iscriverti gratuitamente alla free masterclass “5 COSE CHE DEVI SAPERE SUL WEB MARKETING”, se non l’hai già fatto, o accedere al tuo account.

Nella tua area utente troverai un elenco di tutti i contenuti a te dedicati, compreso il video della masterclass.

Si tratta di un’occasione per tutti coloro che vogliono avere un’anticipazione del corso e per dare una sbirciatina all’universo Ninja Academy.

Non dimenticare che se vuoi iscriverti al Master Online in Web Marketing & Social Media Communication  hai tempo fino al 29 settembre per approfittare dell’early booking.

Video storytelling: come può aiutare la comunicazione del tuo brand

video storytelling fotolia

I video sono i veri protagonisti della comunicazione online degli ultimi mesi. Non è un caso se i maggiori player della scena social stiano progressivamente sviluppando strategie commerciali e tecnologiche per dare sempre maggior rilievo ai contenuti audiovisivi.

Tutto ciò si traduce in una grande opportunità per i brand che vogliono sfruttare questi canali per comunicare in maniera efficace con gli utenti.

LEGGI ANCHE: Visual storytelling: quando l’immagine vale più di mille parole

Dal visual storytelling al video storytelling

Un’immagine è in grado di portare il cervello umano a processare informazioni 60mila volte più velocemente rispetto alle informazioni testuali. Pensate alle grande potenzialità di un video, che all’esperienza di fruizione aggiunge movimento, suoni, musica, ritmo!

Il video storytelling sviluppa, amplifica e potenzia l’abilità delle immagini nel raccontare storie, poiché facilita e rende immediato l’innescarsi del pensiero narrativo: i nostri processi cognitivi tendono infatti ad interpretare la realtà tramite strutture narrative.

Perché il video storytelling può essere utile al tuo brand

Considerata la grande preferenza che ogni giorno gli utenti dei social esprimono per i contenuti video, l’utilizzo di strategie che prevedono l’utilizzo del video storytelling può essere particolarmente utile per diversi motivi:

  • Il video storytelling aiuta il brand ad attirare l’attenzione dello spettatore più di quanto non facciamo messaggi commerciali standard;
  • Raccontare storie crea rimandi diretti ad esperienze umane autentiche e spesso condivise;
  • Mostrare piuttosto che dire spesso aiuta l’efficacia del messaggio, poiché induce lo spettatore a trarre le sue conclusioni.

Creare video utilizzando servizio di stock footage

Non sempre è possibile allestire un piccolo studio di produzione interno all’azienda, oppure esternalizzare la produzione di video ad hoc. Tante volte, poi, può anche non essere necessario.

Esistono servizi molto utili che offrono una ricca libreria di filmati da poter utilizzare per realizzare video aziendali. Si tratta dei cosiddetti siti di stock footage, come ad esempio Fotolia. Scegliere di appoggiarsi a questi servizi può essere molto utile per diversi motivi e occasioni:

  • Consentono di risparmiare tempo e denaro (è possibile scegliere di utilizzarli anche solo per qualche scena!);
  • Possono aiutare a massimizzare la produzione di contenuti video (esistono infatti serie di video particolarmente indicati a questo scopo);
  • Sono utili anche nella produzione di materiali video non puramente commerciali ma istituzionali (come ad esempio video da utilizzare per una presentazione).

Avete già iniziato a pianificare il vostro piano editoriale video? 😉

Facebook at Work, Twitter e Instagram: le novità social media della settimana #NinjaSocial

social media

Su Facebook domina la discussione intorno al fantomatico tasto Dislike, mentre ci si prepara al lancio di Facebook at Work. Ma Twitter e Instagram non stanno a guardare.

Facebook

La novità della settimana, l’abbiamo letto un po’ dovunque, è stata sicuramente la possibile introduzione del tasto Dislike su Facebook.

Introdotto in maniera alquanto criptica da Zuckerberg in persona, la realtà è decisamente più sfumata: il tasto Dislike non farà la sua presenza ma avremo la possibilità di esprimere la nostra empatia con determinati status grazie ad una funzione diversa dal semplice like.

La motivazione è sicuramente nobile: sono stati gli innumerevoli status dedicati alla questione dei migranti siriani a dettare a Zuckemberg l’idea di trovare un’alternativa al gelido tasto like.

LEGGI ANCHE: Facebook: arriva il tasto Non mi piace? No, è l’Empathy Button

Grazie all’empathy button sarà dunque possibile esprimere la propria solidarietà a status o immagini significative in maniera molto più discreta e partecipata.

Mentre da un lato Facebook prova a ragionare sui sentimenti dei propri utenti, dall’altro l’azienda di Menlo Park si prepara a lanciare una versione totalmente Business oriented del social network blu: stiamo parlando di Facebook at Work.Facebook, Twitter, Instagram NinjaSocial2

Preannunciata lo scorso novembre, la piattaforma certifica la volontà di Facebook di trovare un’alternativa alla sua dimensione di social network privato, destinato alla diffusione di contenuti difficilmente condivisibili con i propri datori di lavoro, anzi spesso causa di imbarazzi di vario genere.

Grazie alla nuova applicazione Facebook at Work, disponibile in versione mobile per dispositivi Ios e Android, sarà possibile creare una rete con i proprio colleghi e datori di lavoro, in modo da favorire la condivisione di idee, la diffusione di notizie di settore e la collaborazione in genere.

Durante questa settimana sono state rilasciate anche le prime immagini di Facebook at Work.

Gli strumenti a disposizione degli utenti saranno gli stessi presenti sul normale Facebook; sarà quindi possibile utilizzare i gruppi, i messaggi privati ma non ci sarà alcuna sovrapposizione tra i due account.Facebook, Twitter, Instagram NinjaSocial

I nostri dati personali saranno pertanto completamente separati da quelli presenti su at Work, in modo da salvaguardare la nostra privacy e contemporaneamente permetterci di sfruttare al massimo le potenzialità offerte dalla nuova piattaforma.

In attesa di usare la nuova piattaforma Business di Facebook, rileviamo un’altra novità introdotta dal social network blu durante questa ricca settimana: stiamo parlando della nuova immagine del profilo temporanea.
Facebook, Twitter, Instagram NinjaSocial3

L’immagine del profilo è il nostro strumento privato di marketing più potente su Facebook.

Tramite la profile pic comunichiamo ai nostri amici il nostro stato d’animo, supportiamo cause a cui teniamo particolarmente, ricordiamo qualcuno o qualcuno.

Tutti ricordiamo i profili arcobaleno in supporto alla causa omosessuale, il periodo in cui stiamo stati tutti Charlie o quando col verde si supportavano le proteste in Iran nel 2009.

Per avere un’idea più precisa, sono stati circa 26 milioni gli utenti di tutto il mondo che hanno deciso di adottare un profilo arcobaleno per esprimere il proprio supporto alla causa omosessuale.

Grazie alla nuova Temporary Profile Picture sarà possibile impostare un arco di tempo determinato entro cui mostrare la nuova immagine del profilo, salvo poi ritornare immediatamente alla vecchia alla scadere del tempo selezionato.

Risulterà così molto più semplice per gli utenti cambiare la propria immagine del profilo per aderire a cause a cui teniamo particolarmente, senza doverla cambiare poi di nuovo dopo un breve periodo di tempo.

L’ultima novità introdotta da Facebook questa settimana si chiama Facebook Signal.

Facebook, Twitter, Instagram NinjaSocial4

Grazie a questa nuovissima funzione sarà possibile andare alla ricerca dei trend topic del giorno, approfondire le fonti delle notizie giornalistiche in maniera più precisa e scoprire quali influencer stanno veicolando un determinato messaggio.

Facebook Signal sarà integrato con Instagram, in modo da offrire agli utenti anche un elevato numero di immagini da associare agli argomenti ricercati.

Per il momento Signal sarà uno strumento utilizzabile solo dai giornalisti professionisti ed esclusivamente in lingua inglese.

Twitter

La novità della settimana su Twitter su chiama Twitter Highlight.

 

Annunciata con un mini video sul blog ufficiale di Twitter, la funzionalità sarà inizialmente disponibile soltanto per gli utenti Android.

Grazie alla funzione Highlight saremo in grado di ricevere sul display del nostro cellulare dei riassunti dei contenuti più interessanti pubblicati durante il giorno. 

 

Facebook, Twitter, Instagram NinjaSocial5

 

Per la realizzazione di Highlight sempre più profilati e interessanti, Twitter tiene conto del modo in cui interagiamo con gli altri account: saranno privilegiati gli argomenti di cui ci occupiamo maggiormente, gli utenti con cui ci rapportiamo più spesso e persino la nostra zona geografica di provenienza.

Instagram

Su Instagram questa è stata decisamente la settimana della pubblicità.

Tutti ci siamo accorti della presenza delle nuovissime ads sul nostro account Instagram e, un po’ come accaduto con Facebook all’inizio, ci dobbiamo semplicemente abituare all’idea.

 

Facebook, Twitter, Instagram NinjaSocial6

Il nuovo strumento di marketing sarà integrato con Facebook Power Editor; sarà quindi possibile controllare le inserzioni su Instagram direttamente dal nostro profilo Business Manager di Facebook in modo da integrare al massimo le potenzialità offerte dai due social.

Una manna per gli inserzionisti in cerca di nuovi spazi, una grande occasione per gli utenti in cerca di nuove ispirazioni e spunti d’acquisto.

Cerchi lavoro? Attento ai social media red flag di Fama

social media red flag

Sui social sei un tipo impulsivo e senza filtro? Pubblichi qualsiasi tipo di contenuto senza pensarci due volte, come se non ci fosse un domani?

Da oggi c’è un motivo in più per contare fino a dieci prima di condividere pensieri, foto e video sui tuoi profili – o per rivedere le impostazioni sulla privacy – soprattutto se sei in cerca di lavoro. Fama, start-up statunitense sostenuta dall’acceleratore Amplify.LA, offre un servizio molto particolare alle aziende intenzionate ad assumere nuovi collaboratori: si tratta dell’analisi dei profili dei candidati attraverso lo screening dei loro post sui social media. L’obiettivo è attribuire un eventuale red flag – una sorta di semaforo rosso, per intenderci – in caso di contenuti inadeguati.

Fama: i social media red flag

Il CEO e co-founder di Fama, Ben Mones, è convinto che il servizio costituisca la versione professionale e avanzata di quanto finora fatto in modo “artigianale” dalle aziende stesse: i recruiter analizzano già i profili social dei candidati prima di decidere chi assumere, ma non lo fanno in modo sistematico e analitico. E soprattutto, non sempre hanno il tempo di farlo.

Il sito stesso della start-up riporta i dati di una ricerca condotta su un campione di 500 recruiter: il 93% degli intervistati dichiara di utilizzare i social media per analizzare i candidati, ma solo il 18% ammette di avere abbastanza tempo per fare un lavoro accurato e professionale.

Le aziende che si affidano a Fama possono contare invece su uno strumento che scorre e analizza in modo organico e sistematico testi, foto e video sui social, alla ricerca di contenuti indicativi o predittivi di condotte scorrette o potenzialmente imbarazzanti per l’azienda. I dati sensibili rimangono riservati, e questo fa in modo che né la start-up né i suoi clienti debbano preoccuparsi di questioni di natura legale eventualmente sollevate dai candidati.

E’ importante sottolineare che lo scopo del servizio non è stilare graduatorie o liste di raccomandati, né attribuire punteggi di alcun tipo: non vengono tratte conclusioni o dati giudizi sull’opportunità o meno di assumere qualcuno, ma solo segnalati – con un red flag, appunto – i profili problematici rispetto a uno o più item. Si tratta, insomma, di delineare un quadro più dettagliato sull’affidabilità e la personalità del singolo, in modo da allertare il recruiter non ancora convinto di un candidato.

Il servizio si basa su un software che si appoggia alla piattaforma di crowdsourcing di Amazon, Meccanica Turk. Non vengono forniti particolari dettagli sul suo funzionamento né sui criteri di attribuzione dei red flag, ma è possibile effettuare una prova gratuita per analizzare un nominativo.

Stando alle percentuali fornite da Fama, l’83% dei red flag assegnati riguarda l’uso di droghe illegali, il 70% contenuti a sfondo sessuale, il 66% intolleranza/fanatismo, il 63% bestiemmie/volgarità, il 51% l’uso di armi, il 44% l’abuso di alcool.

“Quello che sei online è molto indicativo – se non uguale – a quello che sei nella tua vita offline”. Così la pensa Ben Mones, e molto probabilmente anche i recruiter che si affidano a Fama.

AFP PHOTO/Mark RALSTON (Photo credit should read MARK RALSTON/AFP/Getty Images)

AFP PHOTO/Mark RALSTON (Photo credit should read MARK RALSTON/AFP/Getty Images)

Social recruiting e digital reputation

Alzi la mano chi non ha mai cercato su un motore di ricerca il proprio nome o quello di un’altra persona più o meno conosciuta, anche solo per la curiosità di scoprire cosa si dice – o si vede – in rete.

Trovare informazioni sul conto di qualcuno è sempre più facile, oggi, grazie all’overflow di dati che disseminiamo – consapevolmente o inconsapevolmente – nel mare magnum del web. Lo sanno molto bene anche i recruiter, che sempre più spesso si affidano a SERP e social per approfondire la conoscenza di potenziali candidati e trovare qualcosa in più rispetto a quanto dichiarato nel curriculum.

E’ innegabile che ormai da qualche anno i social media rappresentino uno strumento sempre più prezioso per le risorse umane, non solo per le aziende, ma anche per chi, in cerca di lavoro, ha visto aprirsi uno scenario in cui poter fare personal branding, accrescere la propria visibilità e trovare nuovi contatti e opportunità.

La presenza sui social può però rivelarsi un’arma a doppio taglio se non si è pienamente consapevoli e padroni della propria digital reputation. Quando si compete con decine, a volte centinaia di altri candidati, di certo non può valere la regola del “nel bene o nel male, purché se ne parli”. Bisogna fare la differenza, ma non far accendere nessun campanello d’allarme. Attenzione quindi anche ai social media red flag, che possono precludere un’opportunità di lavoro importante.

E attenzione, ovviamente, anche per chi un lavoro ce l’ha già: per una foto sbagliata o un commento di troppo si può rischiare anche il posto di lavoro. E magari finire sulla lista dei “licenziati per colpa di Facebook”, raccolta sul blog thefacebookfired.com

Come si realizza un web design efficace e comunicativo? Risponde Doctor Brand [INTERVISTA]

master online web marketing jacopo pasquini

Quando ci si accinge a progettare e a realizzare interfacce web occorre considerare tre elementi intrinsecamente collegati tra loro: i contenuti, le funzionalità e la grafica. Tre elementi inscindibili che devono essere collegati tra loro in maniera coerente e pertinente.

Come deve apparire un sito web? Ma soprattutto, come si realizza una grafica web efficace e “comunicativa”? Domande a cui non è semplice rispondere proprio per il fatto che questo aspetto è strettamente collegato ai contenuti e alle funzionalità del sito e quindi in senso ancora più ampio alla strategia di marketing che si intende attuare. Una cosa è certa: la progettazione delle interfacce passa sempre per i bisogni dell’utente.

Chiediamo qualche consigli a Jacopo Pasquini, noto in rete come Doctor Brand, docente del Master Online in Web Marketing & Social Media Communication.

1. Ti abbiamo presentato come il supereroe che guarisce ogni sito che si è fatto male: qual è il segreto di Doctor Brand?

Troppo buoni, grazie. Vi svelo la formula magica per sistemare le interfacce zoppicanti? Magari la conoscessi! 🙂
Ogni app, ogni sito, ogni eCommerce ha le proprie prerogative, i propri obiettivi, le proprie personas di riferimento e per eliminare gli errori di usability serve un lavoro analitico profondo e su misura.

Per questo nel mio metodo di solito parto dallo studio degli utenti, poi passo alla prototipazione del concept e, infine, chiudo il ciclo con la valutazione del web design insieme agli utilizzatori finali. Insomma, non ho ancora trovato scorciatoie o segreti di UX da rivelare forse perché, di fatto, non esistono.

2. Si parla sempre più di marketing esperienziale: cosa non deve mancare per ottenere l’esperienza perfetta?

corso social media

Sì, confermo che la core-keyword da appendere in ufficio al rientro dalle vacanze sarà “Experience“.
Qualsiasi strategia di marca – online o offline – non può più prescindere dalla componente esperienziale perché l’approccio interruttivo senza coinvolgimento delle persone ormai è inutile, fastidioso e controproducente. Offrire una Digital Brand Experience olistica oggi vuol dire garantire un marketing basato su empatia, memorabilità e, senza dubbio, usabilità.

Le marche digitali diventano cabine di regia erogatrici di soluzioni piacevoli di design per soddisfare i bisogni dei loro clienti: non c’è comunicazione senza esperienza, non c’è esperienza senza comunicazione.

3. Che ruolo ha il design nell’aumento delle conversioni?

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Ha un ruolo centrale, decisivo. In rete troverete una marea di slide e articoli con i principi di buona progettazione e con le regole cognitive per ottimizzare le vostre landing page.

Ma al di là delle micro tecniche, peraltro utilissime, tenete a mente che il tasso di conversione aumenta se i clic che chiediamo all’utente sono pertinenti e pensati in un unico navigation flow dell’interfaccia: prima dell’atterraggio in pagina (da qui l’importanza del piano di visibilità pay o spontaneo), durante la visita (da qui l’importanza di UX&UI) e post finalizzazione (da qui l’importanza del digital design complessivo).

4. Customer Journey Map: come può migliorare l’efficacia di un sito web?

jacopo pasquini

Una CJM serve per tracciare il percorso che l’utente intraprende con un brand/prodotto/servizio nel tempo. La rappresentazione visiva non ha un formato standard da rispettare anche se in genere contiene le singole fasi del processo, le esigenze e aspettative delle persone, i touchpoint (es. primo contatto, acquisto, assistenza), i canali del ciclo relazionale (es. shop online, call center, email, app), lo stato emotivo (da positivo a negativo) e il tutto viene spalmanto su una classica timeline.

In definitiva la CJM è un valido strumento per disegnare la website experience perché evidenzia la visione d’insieme, lato utente.

5. 3 errori che vedi più spesso nella progettazione delle interfacce

  1. Anti-Minimal-Style & Zero Whitespace; molti clienti purtroppo pensano che siano pixel sprecati.
  2. Responsive? Eh? In che senso?
  3. Menzione speciale anche per il copia/incolla venuto male da sito celebre…

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Nivea® vs Neve, e il web si spacca. Chi ci ha guadagnato?

Nivea, Neve e il bianco Natale

Accade che una piccola impresa nata da appena sei anni nella città di Moncalieri, alle porte di Torino, che si chiama Neve, cresca così bene da ritagliarsi una fetta di mercato importante nel campo della cosmesi. Prodotti cruelty free, naturali e di alta qualità, che in poco tempo attirano clienti e ottime recensioni.
Accade poi che una multinazionale della cosmetica, tedesca, che si chiama Nivea, noti la crescita della piccola realtà italiana, e le faccia causa per la somiglianza di nome tra i due marchi.

Il mercato di queste due aziende è rappresentato nella maggior parte da donne tra i venti e i cinquant’anni, la cui abitudine da web user si chiama Facebook. Proprio qui accade ciò che facilmente ci si potrebbe aspettare: sulla pagina italiana della multinazionale piovono critiche feroci, prontamente eliminate dai social media manager, dietro suggerimento del team di crisi (che ogni grande azienda ha).

LEGGI ANCHE: Audience web: qualche dato su Internet in Italia.

Perché eliminare i commenti se tanto poi vengono screenshottati dagli utenti e ripostati in rete? Semplice, per limitare il più possibile l’eventualità di far comparire quelle critiche nei motori di ricerca, poiché sarebbero indicizzate trovandosi sugli spazi web della multinazionale. Il tempo in parte cancella la memoria, così come è accaduto mesi fa con il caso delle piume d’oca di Moncler e il servizio di Report: dunque, in questo caso, la gestione della comunicazione è stata sensata e condivisibile, anche se un comunicato stampa sarebbe stato più utile del silenzio.

Leggi anche: Moncler e il caso “Siamo tutti oche”: disastro o fuoco di paglia?

Per la piccola, ma agguerrita, realtà italiana, invece, la pubblicità derivante dal caos è stata enorme e positiva, con addirittura un hashtag creato ad hoc che in poco tempo ha fatto il giro di Facebook e del resto del web 2.0.

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LEGGI ANCHE: Da Moncler a Barilla: quali sono i veri effetti di una social crisi?

Spostandoci sul lato legale, però, non è andata così bene: il primo round è stato vinto da Nivea®, che ha dimostrato come il proprio nome e quello di Neve derivassero entrambi dal latino (lingua che tanto morta poi non è) niveus/nivea/niveum ossia “bianco come la neve”. Il tribunale di Milano ha pertanto dichiarato la nullità del marchio Neve, che dal canto suo intende ricorrere in appello, forte del consenso e dell’appoggio dei propri clienti e di quelli che ha ottenuto grazie al caso in questione.

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Insomma, sotto il profilo vendite, il Natale sotto la Neve sarà piacevole, nonostante le beghe legali.

Come automatizzare task da desktop e smartphone [HOW TO]

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Gestire i canali social è un lavoro impegnativo, lo sappiamo bene: occorre pianificare, definire una strategia e attuarla mantenendo sempre l’impressione, per chi segue quei canali, che sia sempre un essere umano quello con cui interagisce. Non dimentichiamo che la moderazione e il monitoraggio sono indispensabili per prevenire o smorzare sul nascere possibili crisi e per affinare continuamente la strategia studiata.

Sono moltissimi gli articoli sui pro e contro della decisione di affidare a strumenti automatici la gestione di certe parti dei profili social che si hanno in gestione.

Nella maggior parte dei casi il consiglio principale è quello di non abusarne: i post programmati o i messaggi di risposta automatici a volte sono troppo impersonali e possono percepiti come finti.

I messaggi programmati potrebbero anche essere, per un imprevisto cambiamento di contesto, anche inopportuni, o resi obsoleti dagli eventi.

Ci sono alcuni strumenti però che possono rendere la vita più facile ad un social media manager, specie se deve svolgere certi interventi in mobilità, seguendo un evento, una fiera o un convegno.

Non solo si migliorano l’efficienza delle azioni da svolgere, ma riducono anche la possibilità di commettere errori: se avete più di un account da seguire è facile confondersi e pubblicare in quello sbagliato. Ci sono molti famosi fail di questo genere.

Hootsuite, Buffer, Sproutsocial, Tweetdeck, Everypost e simili sono validi strumenti di programmazione e monitoraggio, ma esistono altri strumenti che vale la pena eventualmente affiancare a quelli, se li usate.

Il primo è IFTTT (da pronunciare come gift ma senza la g), creata nel 2010, disponibile al pubblico da settembre 2011.
Il concetto base è semplice e sempre uguale fin d’allora: si possono creare delle ricette e metterle a disposizione della comunità o mantenerle private.
Le ricette hanno sempre la stessa struttura, da cui deriva anche il nome del servizio. L’acronimo IFTTT sta per If This Then That: Se (succede) questo allora (fai) quello.

Una sequenza ben nota a chi abbia un minimo di dimestichezza con la programmazione.
Per utilizzare il servizio però, non temete, non occorre averla.

Per creare una ricetta basterà attivare i canali che si vogliono utilizzare (ce ne sono ben 220, e ne arrivano sempre di nuovi) e poi creare una ricetta selezionando semplicemente il trigger, il grilletto o condizione che farà attivare la ricetta e quale sia l’azione che deve essere portata a termine.

Struttura di una ricetta IFTTT

Struttura di una ricetta IFTTT

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Rispetto ai primi tempi del lancio sono stati aggiunti altri canali, e le azioni possibili si sono arricchite, com’era naturale attendersi. Nel 2013 arriva l’app IF con cui è possibile creare ricette dal proprio dispositivo mobile.
A inizio anno è arrivata l’app DO, che permette di creare ricette e associarle ad un pulsante con cui attivarle dalla app stessa o dal centro notifiche.

Anche se sembrano avere le stesse funzionalità, le ricette create con IF si attivano automaticamente se si avvera la condizione stabilita, quelle fatte con DO si attivano invece solo quando, con la pressione del pulsante, lo ordinate voi stessi.
IF in realtà vi permette di sincronizzare portare con voi le ricette che avete creato su sito, l’app DO invece permette di creare un numero minore di ricette, ma, come abbiamo detto, di associarle ad un pulsante nel centro notifiche.
A differenza delle ricette create con IF, quelle di DO a volte però rendono evidente al vostro pubblico che state usando questo strumento.

Ci sono, in entrambi casi, molte ricette disponibili create dalla comunità.

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le ricette IFTTT della comunità

Il secondo prezioso strumento , se usate spesso l’iPad o l’iPhone per aggiornare i canali social che dovete gestire una applicazione, è Workflow, che è purtroppo disponibile solo per i dispositivi Apple.

Se con IF e Do potete automatizzare certe azioni, disponibili per i canali che IFTTT ha pubblicato sul sito, con questa app potrete invece creare delle app vostre, senza dover imparare alcun linguaggio complicato. Sì, avete letto bene.

automatizzare_social_ifttt_3

L’App è disponibile da fine 2014, nel 2015 ha vinto l’Apple design award 2015.

Sono più di 200 le azioni che è possibile combinare per automatizzare le azioni che volete compiere sul vostro dispositivo e che normalmente comportano più passaggi, magari con app diverse.

Se state twittando in diretta da un evento, non vorreste avere una app che velocemente scatta una foto, la migliora con la funzione autoenhance della app nativa, la ridimensiona, ci ricava la location, aggiunge da sola gli hashtag predefiniti, vi chiede il testo da aggiungere e la pubblica nel account giusto tra quelli che avete installato? Tutto facendo tap su una sola app!

Con workflow questo è possibile, perché a differenza che con IFTTT, è possibile creare delle macro (i creatori della app le chiamano workflow, giustamente) con cui legare le app che avete sul vostro iPhone o iPad.
Il risultato finale (output) di una, può diventare l’input per quella chiamata ad intervenire subito dopo.

Un’altra importante e notevole differenza è la possibile di inserire, nel vostro workflow, anche alcuni comandi interessanti.

i comandi di workflow

Potrete così fare che il workflow (la vostra app!) si fermi a chiedervi di immettere un testo da passare alla prossima app, oppure che in base a certe condizioni sia eseguita un’azione invece che un’altra (ecco il If then else, come in IFTTT) oppure che una sequenza di comandi sia ripetuta per un certo numero di volte.

Mentre in IFTTT il flusso con cui vengono eseguite le azioni è sempre lineare (una dopo l’altra, insomma) con workflow è possibile invece creare delle diramazioni basate su certe condizioni.

Immaginate per esempio di voler scattare 4 foto in sequenza, a distanza di tot secondi, e poi pubblicarle in un nuovo album su Fb.

Oppure di dover fare spazio velocemente e caricare tutte le foto su dropbox, cancellarle e svuotare il cestino, tutto in un colpo solo e senza sapere in anticipo quante siano.

Le ricette possibili sono molte e, come avrete intuito, non riguardano solo la gestione dei canali social.

La ricchezza delle azioni tra cui è possibile scegliere possono rendere più rapidi ed a prova di errore molti dei compiti che siete abituati a svolgere dal iPad o iPhone, a tutto vantaggio della vostra produttività.

schermata app workflowI workflow possono essere condivisi nella comunità di utenti, e possono essere attivati, come per IFTTT, dal centro notifiche, dalla schermata home (come se fosse una normale app) o dalle opzioni di condivisione delle app installate.

schermata workflow per attivazione macro
Che ne pensate, amici lettori? Scrivetecelo nei commenti.

Business sostenibile in Sicilia: Cum Laude, storia di una borsa [INTERVISTA]

Business sostenibile in Sicilia Cum Laude, storia di una borsa  [INTERVISTA]

Cum laude è una tipica espressione latina, usata soprattutto nel mondo anglosassone come più alto titolo di riconoscimento accademico. Ma la laude è anche uno dei più tipici componimenti della poesia italiana delle origini, una ballata sacra che richiama la tradizione più alta dell’ingegno italiano.

Nell’intuizione del giovane Ezio Lauricella, Cum Laude è diventato l’oggetto del desiderio femminile per eccellenza: una borsa.

Completamente made in Italy, creato con attenzione alla tradizione artigianale nostrana e senza perdere di vista la sostenibilità della produzione per il territorio siciliano, il brand siculo è tutto improntato alla customer satisfaction, al marketing 3.0 e alla responsabilità ambientale.

Proprio questo ha permesso a Cum Laude di ottenere il consenso di personalità dello spettacolo e del cinema come Rocío Muñoz Morales, Ornella Muti e Caterina Balivo, che hanno prestato il loro volto per la campagna social, ispirata all’idea di unicità, per una prima collezione di pezzi unici creati con pregiati materiali italiani, decorati con stoffe di kimono giapponesi in seta degli anni ’60.

Il punto di forza di queste creazione è il mix tra materiali rigorosamente ecosostenibili, come la canapa e la seta, e colorazioni naturali estratte da tè nero, melograno e zafferano.

La voglia di miscelare innovazione e tradizione, culture differenti e la bellezze dei territori, rende le linee uniche nel loro genere, lavorate a mano, nel pieno rispetto della tradizione artigianale italiana per dare continuità all’abilità manuale ancora esistente, in controtendenza rispetto a tutte quelle multinazionali che hanno scelto di delocalizzare le produzioni e attività aziendali.

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Cum Laude ha fatto invece propria l’idea di una moda etica, che dal lato del consumatore diviene garanzia di alto standard qualitativo, quello tipico del made in Italy.

Per capire in che modo è possibile fare business senza perdere di vista i principi etici della sostenibilità ambientale e sociale, abbiamo fatto qualche domanda a Ezio Lauricella, Founder di Cum Laude, che ci ha spiegato anche il reale valore di un nuovo consumatore, più consapevole e attento, lontano ormai dalla ricerca del semplice status symbol.

Artigianato, made in Italy e Sicilia, in che modo hai cucito questi elementi in una borsa?

Business sostenibile in Sicilia Cum Laude, storia di una borsa  [INTERVISTA]

È semplice mettere insieme dei sinonimi. Noi sosteniamo le lavorazioni tipiche artigianali e quelle più innovative che rappresentano la linfa del nostro il made in Italy. La Sicilia è una terra di risorse, ricca di creatività, da cui partono idee innovative che vanno a rappresentare opportunità per i giovani e per il territorio.

Mantenere un legame con il nostro territorio, significa per noi sicurezza dei prodotti, comunicazione trasparente, condivisione di valori, sviluppo economico e culturale del territorio.

A tal proposito abbiamo in cantiere un’idea strana quanto affascinante, di forte impatto sociale per il nostro territorio e per il rilancio delle nostre tradizioni: nella nostra prossima collezione ci piacerebbe realizzare delle borse utilizzando come ornamenti i pizzi e i ricami realizzati a mano dalle anziane donne siciliane.

Questo ci permetterà di creare un team variegato, di conferire un ruolo educativo ai nostri anziani (spesso senza progettualità e in isolamento a causa dei rapidi cambiamenti culturali e tecnologici), di accrescere le competenze di gruppo e di tramandare ai giovani la manualità di un prodotto realizzato a mano di grande valore, anche culturale.

Quanto è importante oggi rivolgersi ai mercati orientali se si vogliono valorizzare le doti artigianali italiane?

Business sostenibile in Sicilia Cum Laude, storia di una borsa  [INTERVISTA]

Forse non siamo pienamente coscienti del nostro appeal in questi Paesi, dovremmo cavalcare le nostre eccellenze anziché rincorrere le economie di scala.

Quando la maggiore qualità si traduce in nuovi valori per i consumatori, la redditività dell’impresa può senza dubbio aumentare. Per chi vuole puntare sul vero made in Italy, è essenziale rivolgersi a mercati maturi che abbiano immediata percezione del valore aggiunto di un prodotto.

Per questo stiamo anche valutando la possibilità di aprire uno showroom a New York. Esiste un confine sottile tra il consumo, la moda, l’estetica e l’etica. Negli USA, ad esempio, vi è molta sensibilità sulla connessione esistente tra questi aspetti che vengono considerati da una fascia di consumatori sempre più ampia alla riscoperta di una tradizione artigianale che nella società contemporanea risulta quasi scomparsa.

Spero che l’aumentata conoscenza delle questioni correlate alla sostenibilità da parte dei consumatori impongano ai brand della moda di non rischiare la propria reputazione, e anzi di assecondare questo desiderio crescente di informazioni attraverso una maggiore trasparenza.

Presto dovremo inevitabilmente cambiare, per scelta o per necessità

Cum Laude non è solo lusso, ma innanzitutto eticità e sostenibilità. Chi è quindi il vostro cliente tipo?

Business sostenibile in Sicilia Cum Laude, storia di una borsa  [INTERVISTA]

Il target a cui ci rivolgiamo è libero da schemi mentali, non semplifica la propria immagine in nome del miraggio dell’appartenenza ad uno status sociale illusorio.

Fino a qualche tempo fa il lusso coincideva con il sogno inaccessibile, oggi questo rapporto è mutato, e svincolatosi dalla capacità di spesa si lega maggiormente ad istanze espressive. È proprio qui che nasce l’incontro tra il lusso e lo stile di vita.

Le nostre borse hanno un passaporto che ne traccia la storia, ad oggi ogni nostra cliente sa di possedere una borsa “limited edition” con determinate peculiarità insite nel prodotto stesso e non nell’alone di fascino di prodotti stereotipati di campagne pubblicitarie milionarie.

Abbiamo deciso di veicolare linguaggi, non di marchiare animali da allevamento.

Il business degli accessori è uno dei segmenti a più alto tasso di crescita nel fashion e anche il più appetibile per eventuali acquisizioni. Si può scendere a compromessi o la strada per il successo passa attraverso la coerenza con la propria mission?

Business sostenibile in Sicilia Cum Laude, storia di una borsa  [INTERVISTA]

Il nostro è più di un fashion brand, è un’idea sostenibile, è il sogno di una terra che non si lasci inaridire dalle logiche della globalizzazione.

Fin dall’inizio ci siamo dissociati dai meccanismi del mercato di massa, ogni mattone del nostro castello lo abbiamo posizionato noi accuratamente. Barattare la nostra mission svuoterebbe il nostro percorso di significati.

Il danaro può essere uno strumento per realizzare un sogno, ma non può comprare il tuo sogno; a grandi “imprese di costruzioni” che ci propongono grattacieli stereotipati, preferiamo saggi artigiani che abbelliscano le finestre del primo piano.

In Italia la politica ha già tradito la propria mission, quindi se vogliamo dare e darci un esempio, dobbiamo ripartire da noi.

Una scelta strategica di marketing molto chiara che vi ha ripagato con migliaia di follower e una serie di testimonial vip. Quando il customer empowerment può considerarsi la scelta giusta?

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Quando si ha l’umiltà di saper ascoltare.