miti di digital marketing

Marketing: passato, presente e futuro

Due dei principali fattori dello stato un po’ confuso in cui si trova la professione del marketing sono:

  • la convinzione diffusa che il marketing sia principalmente una funzione di comunicazione;
  • L’accelerazione fenomenale e rapida della tecnologia digitale.

Il marketing è percepito come una funzione principalmente promozionale

Negli ultimi trent’anni c’è stato un marcato cambiamento nel ruolo percepito del marketing, come risultato della ricerca della Scuola Nordica. Il loro lavoro ha portato a un passaggio dalla “logica economica basata sul prodotto dominante” alla “logica del servizio dominante” incentrata sulla relazione.

Questo ha portato all’opinione diffusa che, poiché la maggior parte del personale rivolto al cliente non appartiene al reparto marketing, quest’ultimo è responsabilità di tutti. Di conseguenza, il marketing si è allontanato dal consiglio di amministrazione ed è stato percepito come una funzione principalmente promozionale.

Siamo sempre allarmati quando vediamo gli annunci di reclutamento per un “Direttore della strategia” e, separatamente, un “Direttore del marketing”, incoraggiando così la convinzione che il marketing abbia poco a che fare con la strategia.

Inoltre, l’attenzione autodistruttiva del Marketing sulla misurazione delle spese promozionali tattiche nel tentativo di dimostrare che non sono dispendiose, auto-indulgenti e innumerevoli non ha aiutato la causa.

L’avvento del digitale ha esacerbato questa percezione.

La fenomenale-rapida ascesa della tecnologia digitale

Alcuni mesi fa ho parlato con uno dei massimi esponenti del Marketing (la cui riservatezza deve essere rispettata), il quale ha affermato che dalle recenti interviste con i direttori senior di una serie di aziende (finanziate nell’ambito di una borsa di studio ESRC Digital Social Research), il marketing è sempre più visto come puramente digitale in molte aziende, con la conseguenza che i marketer sono meno coinvolti nelle decisioni strategiche.

L’evidenza suggerisce che “i marketer sono stati esclusi dalla sala del consiglio di amministrazione e stanno diventando solo una funzione di servizio”.

Eppure, come ha detto Nicola Kemp nel novembre 2013:

“Per molte aziende, la minaccia più grande non è quella di non essere in contatto con gli sviluppi digitali, ma di perdere di vista le esigenze fondamentali dei consumatori e le motivazioni a lungo termine del loro business”.

Certo, il digitale è importante, in quanto rappresenta un’aggiunta preziosa a una lista già impressionante di canali di comunicazione a due vie, ma non è marketing.

Dovrebbe essere ovvio per chiunque che senza una strategia solida per ciò che viene venduto e a chi, sviluppare una strategia digitale è impossibile.

Quale futuro per i Marketers?

Data la maturità della maggior parte dei mercati, il fallimento di centinaia di mode come quella del Marketing Excellence (Pascale R , 1990) e della finanza, con la loro ridicola focalizzazione su cicli di titoli di debito esotici a breve termine, l’eccessiva leva finanziaria, il taglio dei costi e la focalizzazione sulla liquidità, è giusto concludere che il successo futuro dipenderà molto dalla focalizzazione sui mercati e sui clienti.

Quanti pence ci sono in una sterlina e quanti di questi possono essere tagliati? Il taglio dei costi è finito, mentre la creazione di valore per i clienti è infinita ed è limitata solo dalla nostra creatività e immaginazione – sicuramente il ruolo del marketing.

Vale anche la pena di notare che il Regno Unito ha dodici volte più contabili pro capite della Germania (Pearson 2013). Anche tenendo conto delle differenze fondamentali nel ruolo dei contabili tra le due nazioni, si è ancora tentati di chiedersi quale paese ha avuto più successo negli ultimi sessant’anni.

L’obiettivo più comune delle moderne organizzazioni commerciali è la creazione sostenibile di valore per gli azionisti.

Questo obiettivo può essere raggiunto solo fornendo agli azionisti un ritorno totale dalla crescita del capitale e un rendimento dei dividendi che superi il tasso di rendimento richiesto per questo particolare investimento, corretto per il rischio.

Nell’attuale contesto altamente competitivo, le principali fonti di creazione di valore per gli azionisti sono le attività immateriali di marketing del business, come i marchi, le relazioni con i clienti e i canali di distribuzione, la sostanziale maggioranza del valore dell’azienda che non compare nel bilancio tradizionale.

Di conseguenza, le strategie future critiche di un’azienda, che indicano come questi asset debbano essere sviluppati, mantenuti e sfruttati, sono il ruolo di specialisti di marketing adeguatamente formati, non di qualche geek che gioca con la tecnologia.

È quindi necessario un approccio diverso, che comporta un ritorno alle basi e, insieme alla crescente consapevolezza che la contabilità e il taglio dei costi non sono una strategia di successo, questo rappresenta una grande opportunità per la nostra comunità.

Un recente articolo sul futuro del marketing in HBR ha ribadito la necessità di disporre di esperti di marketing con competenze di marketing tradizionali e ha affermato che queste capacità di base mancano nella nostra comunità. Un altro, in Management Today di ottobre, ha spiegato perché l’eccellenza dei prodotti non è più sufficiente. Oggi non ci sono cattivi prodotti. La conseguenza è che l’eccellenza dei prodotti deve essere incrementato dalla differenziazione sul mercato.

Nonostante la pletora di critiche sullo stato attuale del marketing, la nostra ricerca presso Cranfield dimostra che i marketer di successo danno un contributo importante al benessere aziendale comprendendo i mercati, effettuando una corretta segmentazione basata sulle esigenze, sviluppando proposte di valore quantificato, analisi della concorrenza, analisi del portafoglio e gestione del rischio di mercato.

Questo è supportato da una raffica di recenti articoli di McKinsey, Accenture, IBM e altri troppo numerosi per poterli citare in questa sede, che dimostrano che le organizzazioni con CMO che fanno queste cose hanno sostanzialmente più successo di quelle con CMO che non guidano la strategia in questi modi.

Il problema è che partiamo da una base molto bassa, anche se la situazione reale è confusa dai cambiamenti di titolo da marketing a Chief Customer Officer, Chief Brand Officer, Chief Trust Officer e simili.

Quindi, è giunto il momento di raccontare al mondo il reale contributo che i marketer di livello mondiale danno alla creazione di valore per gli azionisti. Questo non verrà da modelli econometrici – anche se questi sono importanti – né da semplici misure di efficacia del marketing.

I top manager non sanno ancora come convertire, ad esempio, il brand equity in “real” equity, mentre singoli numeri come il “net promoter score” non convincono nessuno. Da qui la scuola “show-us-the-money” ai vertici della maggior parte delle aziende.

Le previsioni indicano che il marketing sta iniziando a trasformarsi in una disciplina basata sulle capacità tecnologiche per affrontare la nuova era della tecnologia.

Anche se questo è quasi certamente vero, non dobbiamo dimenticare di concentrarci sui fondamenti del marketing e dobbiamo imparare ad abbracciare gli sviluppi tecnologici come strumenti essenziali per aiutarci nella nostra ricerca di costruire un valore reale per i nostri obbiettivi di mercato. Solo in questo modo lasceremo che i consigli di amministrazione vedano il nostro importante contributo alla strategia aziendale.

Sappiamo anche che una parte significativa della comunità di professionisti del marketing non è professionalmente qualificata, in netto contrasto con la maggior parte delle altre professioni, dove è impossibile esercitare la professione se non si dispone di un’adeguata licenza. Questo non significa che i marketer non qualificati non possano avere successo, perché questo è ovviamente falso.

Tuttavia, non è un caso che, con una così piccola percentuale di professionisti qualificati, la reputazione dei marketers sia ai minimi storici. Di conseguenza, io continuerò a sostenere il nostro organismo professionale (The Chartered Institute of Marketing ndr) e cercherò sempre di incoraggiare le migliori pratiche basate sull’evidenza in tutte le nostre comunità, specialmente nel settore dei professionisti e dell’istruzione.

Da questo e da altri documenti sullo stato del marketing, è difficile non concludere che la disciplina del marketing è destinata a diventare sempre meno influente nel Consiglio di Amministrazione, a meno che non continuiamo a incoraggiare e sostenere un cambiamento di paradigma fondamentale nella nostra comunità verso la professionalità.

In questo modo, il futuro può essere luminoso per tutti noi.

Tradotto e adattato da “Marketing: past, present and future”.

eventi digitali

Gli eventi diventano digitali, tra insidie e opportunità

  • Il futuro degli eventi si fa sempre più ibrido, tra fisico e digitale, aprendo scenari fino a poco fa inesplorati ma non per questo meno potenziali.
  • Aumentare la domanda di contenuto, gli abbonamenti ai servizi online e abbattere la barriera qualitativa: ecco i nuovi trend.

 

Quello che stiamo vivendo è un periodo storico unico per la nostra generazione, che ci ha obbligati a cambiare ed evolverci per poterci adattare a una realtà tutta nuova. Una nuova forma mentis insomma, che si impone, oltre che sul nostro stile di vita, anche in ambito marketing e spinge gli addetti ai lavori a dover riformulare le proprie strategie per adattarle al nuovo mondo.

Se alcune realtà, come quella dell’arte e la cultura (interessante il caso della Pinacoteca di Brera a Milano), hanno trovato fin da subito nuovi metodi creativi ed efficaci per fronteggiare la crisi, fornendo tour virtuali nei principali musei e contenuti esclusivi, al fine di rendere questa quarantena un’opportunità di arricchimento culturale personale, altre hanno subito maggiormente lo scotto delle conseguenze derivanti dall’isolamento forzato.

In particolare, nel momento in cui è venuta meno la possibilità di riunirsi nei cosiddetti assembramenti, le agenzie di eventi hanno visto annullarsi il proprio business. L’unica strada percorribile prevede la ricerca del modo migliore per trasformare quello che era fisico in virtuale. Ora, tutto quello che bisogna chiedersi è: come?

Il futuro degli eventi: the show must go on-line

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Una cosa è certa: quest’anno ha cambiato in modo permanente la natura di molti eventi. Certo, gli eventi fisici continueranno ad esistere, tuttavia molte agenzie nel reinventarsi probabilmente hanno scoperto che digitalizzare può essere una mossa strategicamente potenziale anche per il loro business. Sicuramente viene sacrificata una parte qualitativa, indiscusso punto di forza del formato esperienziale, che tuttavia viene compensata dall’efficienza e dal risparmio economico che organizzare un evento in digitale comporta.

Questa accelerazione verso il digital content, porta chi lavora nell’industria degli eventi a dover cercare una solida strategia di contenuto e le giuste tecnologie – in questo senso, esistono svariate piattaforme e tool che vengono in aiuto, per rendere gli eventi un contenuto 100% digitale.

Quando parliamo di content strategy, dobbiamo tenere in considerazione principalmente alcuni fattori:

  • live streaming: è la metodologia tramite cui dobbiamo far rivivere nel modo più immersivo possibile l’experience ai nostri utenti, mantenendo alto l’interesse e l’engagement;
  • contenuti on-demand: un vantaggio che deriva dalla digitalizzazione degli eventi, è quello di poter mettere a disposizione degli utenti anche una serie di contenuti satellite, che possono essere fruiti (gratuitamente o in logica paid) per un lasso di tempo più lungo e pre-determinabile.

In realtà, dietro la crisi, si nascondono una serie di altri vantaggi:

  • accessibilità: non essendoci più la barriera dello spostamento, che una partecipazione fisica implica, l’accessibilità agli eventi aumenta esponenzialmente, superando anche i confini del territorio nazionale;
  • durabilità: si crea la possibilità di poter rivivere l’experience attraverso i contenuti disponibili online;
  • responsabilità ambientale: abbattendo la costrizione di dover essere presenti fisicamente per poter fruire dell’esperienza, diminuisce radicalmente l’impatto negativo che gli spostamenti hanno sull’ambiente.

Un cambiamento che implica una serie di opportunità ma che porta con sé anche delle insidie. In particolare, si invitano i marketer a non ricommettere l’enorme errore che è stato fatto nei primi anni del nuovo millennio.

L’avvento del digitale e tutti gli errori di valutazione delle aziende Media

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Agli inizi del 2000, quando si iniziavano a intravedere i presupposti di quello che sarebbe stato l’avvento dei digital media (e più tardi il boom dei social media), le aziende media avevano iniziato a forzare i propri modelli di business per cercare di adattarli ai nuovi formati digitali. Trattandosi di un formato dal costo davvero irrisorio a confronto dell’offerta analogica di televisione, radio e stampa, le aziende hanno iniziato a vendere le properties digitali come plus, per convincere i brand ad acquistare spazi pubblicitari sui media tradizionali.

Questa strategia di vendita ha funzionato a suo tempo, tuttavia ha reso davvero complicato, per tutti gli anni a venire, valorizzare e monetizzare i contenuti digitali in modo significativo. È rimasta sempre viva, da allora, una percezione dei servizi digitali in quanto cheap rispetto a quelli analogici che porta le aziende ancora oggi a investire molto più budget in media tradizionali piuttosto che digitali.

Questo perchè fin dall’inizio, durante il passaggio al digitale non è stata applicata nessuna vera strategia per sfruttare a pieno le potenzialità dei nuovi formati, ma le aziende hanno semplicemente preso i propri modelli di comunicazione tradizionali e li hanno applicati a un’esperienza più economica e mercificata.

Per questo motivo, diamo per scontato che una produzione video televisiva sia molto più costosa rispetto a quella per un video YouTube, che un ebook debba essere necessariamente più economico di un libro vero, che un articolo online abbia un valore inferiore a un pezzo stampato su un giornale nazionale. Diamo per scontate tutte queste cose e ci sbagliamo.

Non è il medium che definisce il valore di un contenuto (e di un evento)

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Ogni contenuto prodotto, che sia destinato alla fruizione online o offline, ha il comune obiettivo di creare un’esperienza positiva per il consumatore. Pertanto, ogni esperienza digitale che creiamo dovrebbe essere di valore per il nostro target di persone e avere l’obiettivo di rendere la loro vita migliore – anche offline – e non solo essere più conveniente per le aziende.

Pertanto, oggi che ci troviamo di fronte al dilemma su come evolvere le strategie di eventi sul territorio in esperienze digitali, non dobbiamo cadere nella stessa trappola che ci spingerebbe semplicemente a prendere un contenuto e tradurlo in chiave virtuale, ma dobbiamo fare uno step in più. È necessario partire da una vera e propria content strategy che non abbia l’obiettivo di trovare la soluzione più conveniente per ill nostro business, ma più di valore per i nostri consumatori.

Quindi un evento virtuale sarà sicuramente diverso da un evento fisico, ma non per questo dev’essere considerato meno di valore, meno costoso o meno “esperienziale”.

A sostegno di questa tesi, possiamo anche scomodare Marshall McLuhan, il quale sosteneva che

Quando ci ritroviamo di fronte a qualcosa di nuovo, guarderemo istintivamente ad esso attraverso vecchi stereotipi. In questo modo, tentiamo semplicemente di adattare i vecchi modelli alla nuova forma, invece di chiederci come questa nuova modalità andrà a influenzare tutte le ipotesi formulate prima del suo avvento.

Insieme, verso un nuovo mondo

Tante cose cambieranno nel mondo di domani, quello post-pandemia, durante la quale molti hanno visto crollare gran parte delle proprie certezze ma, al tempo stesso, potranno vederne nascere altrettante. L’essere umano ha una resistenza innata al cambiamento, tuttavia è importante – ora più che mai – guardare al futuro con fare pionieristico e avveniristico, cogliendo prontamente la nascita di nuovi trend.

Tra questi, possiamo già elencarne alcuni:

  • aumenta la domanda di contenuto: abituati a vivere nella frenesia di una vita dettata da ritmi sempre più concitati, siamo stati improvvisamente catapultati in una realtà temporale dilatata. Così, all’aumentare del tempo a disposizione per noi stessi, da investire nella crescita personale o anche solo in un intrattenimento costante, aumenta anche la necessità di entrare in contatto con un numero di contenuti sempre maggiore;
  • aumento degli abbonamenti ai servizi online: seguendo lo stesso ragionamento, saranno sempre di più le persone che sceglieranno di abbonarsi a sevizi online per accedere a contenuti come podcast, film, ebook, ecc. – e, per la prima volta, avranno effettivamente il tempo di usufruirne;
  • abbattimento della barriera qualitativa: oggigiorno, le persone dimostrano di non badare tanto alla sofisticatezza del contenuto, quanto alla sostanza e al valore dello stesso;

In questa situazione d’emergenza, quello che viene richiesto alla aziende è la capacità di trasformazione: ad esempio, è interessante capire come trasformare il proprio team per rispondere nel modo più efficace possibile alla crescente domanda di eventi virtuali. È comprensibile che l’obiettivo principale delle aziende rimanga quello di fare il possibile per salvaguardare il proprio business, tuttavia varrebbe la pena fermarsi un attimo e affrontare questo cambiamento forzato non come una via d’uscita da una situazione potenzialmente di crisi, ma come l’opportunità di evolvere verso nuovi modi di fornire contenuti.

Per questo, il consiglio è quello di non cedere alla tentazione di rendere gli eventi digitali semplicemente una versione digitalizzata di quelli fisici, ma di mettere a punto una vera e propria strategia di contenuto, pensando più in grande, in modo più lungimirante. Il futuro degli eventi si fa sempre più ibrido, tra fisico e digitale, aprendo scenari fino a poco fa inesplorati ma non per questo meno potenziali. Facciamoci trovare pronti.

digital pr

Empatia, genuinità e centralità del cliente: gli ingredienti delle tue prossime newsletter

  • Durante i giorni di quarantena abbiamo assistito ad un approccio più empatico e genuino da parte dei brand nelle loro comunicazioni tramite email.
  • L’email marketing deve trasformarsi da strumento puramente transazionale a strategia per instaurare un dialogo più diretto e profondo con i nostri clienti.
  • Informazioni di valore, contenuti reali, ascolto dei bisogni dei nostri clienti sono approcci che possiamo utilizzare anche in futuro con i nostri iscritti alle newsletter.

 

In periodi di estrema incertezza, come quello che abbiamo vissuto a causa del Covid-19, anche strategie di comunicazione come l’email marketing hanno assunto toni più empatici e vicini ai clienti. Una buona pratica che sarebbe utile seguire non solo durante le emergenze.

Abbiamo così dato uno sguardo da vicino a come le aziende sono rimaste in contatto con i loro iscritti durante questo periodo attraverso uno dei canali più potenti che hanno a disposizione per dialogare con i propri clienti: le email.

Sono tantissimi i brand, dai più piccoli ai più grandi, che hanno creato newsletter per aiutare gli abbonati, distrarli o fornire informazioni utili su ciò che hanno attuato per garantire la sicurezza di clienti e dipendenti. Ecco alcuni casi che potrebbero essere un valido esempio per avere un approccio più genuino nelle nostre newsletter anche in futuro.

Opumo: supporta i brand di moda e design indipendenti

La piattaforma eCommerce OPUMO vende marchi di moda e design emergenti. Prodotti provenienti da tutto il mondo che sono significativi nel modo in cui uniscono forma, funzione e stile.

Durante queste ultime settimane Opumo ha voluto supportare brand di moda e design emergenti per sensibilizzare i suoi utenti a comprare meno oggetti, ma di qualità più alta.

Ha cosi selezionato alcuni brand indipendenti che si differenziano per i loro prodotti unici, facendoli conoscere ai loro iscritti e proponendo dei codici sconto interessanti da riscattare direttamente sul sito del produttore.

Opumo ha voluto in particolar modo porre l’attenzione verso quei brand che lottano contro i consumi di massa e che privilegiano materiali riciclati, plastic free e che si impegnano a ridurre gli scarti di lavorazione

Cosa si può imparare da questa newsletter: Opumo è consapevole del fatto che in momenti come questi di grande cambiamento, può cercare di sensibilizzare i propri iscritti a consumi consapevoli per rispettare l’ambiente e supportare i piccoli brand.

Velasca: svela il lato umano del brand

In questi mesi di quarantena la cosa che ha incuriosito di più gli utenti di tutto il mondo è stata la possibilità di entrare nelle vite e nelle case degli altri, attraverso soprattutto i social.

C’è chi però come Velasca, marchio italiano di calzature, ha reso ancora più umano il brand attraverso la newsletter.

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Una delle loro newsletter più curiose è stata quella “notizie dalle case Velasca”. Una newsletter atipica, dove non si proponeva nulla all’utente, ma semplicemente si illustrava attraverso foto reali, come stavano trascorrendo la quarantena i loro dipendenti e i loro artigiani delle calzature, alle prese con il lavoro in smart working e la quotidianità in casa.

Cosa possiamo imparare da questa newsletter: la comunicazione ai tempi del Covid-19 ha fatto emergere la vera essenza dei brand. Il loro modo di comunicare in maniera semplice e reale con i propri clienti. Questo esempio di Velasca è perfettamente calzante per capire come rendere un marchio più “umano” e più vicino agli utenti in maniera semplice, simpatica ed empatica.

Grandmother: nella newsletter divertenti attività da fare in casa con i più piccoli

Il brand di bijoux artigianali Made in Italy Grandmother, ha proposto ai propri iscritti alla newsletter, durante il periodo della Festa della Mamma, un simpatica attività sia da realizzare in famiglia tra mamme e bimbi, ma anche un pensiero da regalare e inviare a mamme lontane durante la quarantena.

Un’illustrazione da scaricare gratuitamente e da colorare abbinata anche ad uno sconto del 50% sul secondo articolo per l’acquisto di due braccialetti portafortuna.

 

Un modo per portare divertimento, spensieratezza legandola anche ad una promozione per un pensiero speciale per la propria mamma.

Cosa possiamo imparare da questa mail: l’aspetto principale di questa mail è la comprensione del momento. Il brand ha immaginato come alcune delle sue clienti (appunto mamme) potessero trovare divertente fare delle attività ludiche con i propri bimbi durante la permanenza in casa.

MADE chiede ai propri iscritti di cosa hanno bisogno

Questo periodo di quarantena ha visto online diversi settori crescere a dismisura (food, strumenti di produttività online, web site di video per allenarsi in casa, etc.) mentre altri settori hanno accusato duramente il colpo. Quando il nostro brand riduce drasticamente le vendite cosa dovremmo fare? Fare finta di niente e continuare con la strategia precedentemente pianificata?

Se ad esempio il nostro marchio sta facendo fatica a capire cosa dire e come dirlo, sicuramente bisogna dare un’occhiata a questo potente esempio dell’azienda di mobili di design MADE.

Attraverso questa newsletter hanno voluto assicurarsi di fornire informazioni utili e pertinenti agli iscritti alla newsletter di agire come al solito.  Per questo si sono resi conto che nel periodo della quarantena tutti trascorrono un po’ più di tempo a casa del normale e questo ci fa pensare in modo diverso a come è organizzato il nostro ufficio o la nostra casa e a cosa ci fa sentire a nostro agio.

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Tenendo presente ciò, MADE ha deciso di chiedere direttamente agli abbonati cosa sarebbe stato utile per loro e le loro famiglie.

Cosa possiamo imparare da questa mail: ascoltare il nostro pubblico e capire quali contenuti sono in linea con loro è uno degli aspetti più cruciali del marketing, ed è ancora più importante in tempi di crisi. Non bisogna avere paura di chiedere ai nostri iscritti un feedback su ciò che vorrebbero sentire da noi, rispondendo alle nostre email, compilando un sondaggio, condividendo le loro opinioni sui social o qualsiasi altro canale di feedback che può essere appropriato.

Questi semplici esempi ci dimostrano come le newsletter non debbano essere solo uno strumento transazionale, anzi poiché rappresentano il contatto più diretto con i nostri utenti dovremmo sforzarci di creare messaggi quanto più empatici, diretti, emozionali possibili. In questo modo le nostre comunicazioni tramite email assumeranno più valore e non finiranno nel cestino.

500 mila download nel primo giorno per l’app Immuni

  • Stando ai numeri, il debutto fuga i dubbi sulla possibile inutilità dell’app se installata da un numero insufficiente di cittadini.
  • Immuni è già scaricabile da tutti, ma la fase di test parte solo in quattro regioni: Liguria, Marche, Abruzzo e Puglia.
  • Ecco cosa sapere su tracciamento e privacy nel funzionamento dell’app.

 

Nelle prime ore di presenza sugli store di applicazioni, Immuni si è già piazzata al primo posto in Italia, sia su App Store che su Google Play. Il numero complessivo di download dell’app di tracciamento dei contatti è stato noto dalla ministra dell’Innovazione Paola Pisano ieri.

Il debutto, stando ai numeri, sembrerebbe positivo nonostante la confusione (e il ritardo) nel lancio, fugando così anche i dubbi sulla possibile inutilità qualora non fosse stata installata da un numero abbastanza ampio di cittadini.

Immuni infatti è già attiva in tutta Italia e quindi tutti gli utenti possono già scaricarla sui propri dispositivi. Una volta installata l’app inizia a salvare i codici degli smartphone delle persone a cui ci siamo trovati vicino. Solo da lunedì prossimo, però, nelle quattro regioni pilota (Liguria, Marche, Abruzzo e Puglia) la integreranno nel loro sistema sanitario permettendo l’inivio delle notifiche di esposizione a chi è stato a contatto con un positivo.

Dopo questa prima settimana di test, il sistema di tracciamento dovrebbe essere attivo anche nel resto d’Italia.

Secondo la circolare del ministero della Salute del 29 maggio ecco cosa accadrà se si riceverà l’avviso di esposizione: “La app notifica, agli utenti con cui il caso è stato a contatto, il rischio a cui sono stati esposti e le indicazioni da seguire, attraverso un messaggio il cui testo è unico su tutto il territorio nazionale e che lo invita a contattare il medico dimedicina generale o il pediatra di libera scelta che farà una prima valutazione dell’effettiva esposizione al rischio del soggetto”.

La sperimentazione nelle prime regioni serve quindi a testare il sistema a livello organizzativo e a capire le segnalazioni dell’app sono coerenti con la situazione sanitaria in zone in cui il numero di contagi è sufficientemente basso da consentire rapide verifiche.

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app immuni

Come funziona Immuni

Dopo le tante polemiche che hanno accompagnato il lancio dell’app, il team di Bending Spoons non ha tralasciato l’inserimento di una serie di slide per rassicurare gli utenti in merito alla sicurezza in termini di privacy.

Un volta scaricata l’app i primi passaggi spiegano infatti il funzionamento e la sicurezza dell’applicazione.

Dopo l’avvio di Immuni vengono mostrate alcune schermate introduttive su cui fare swipe. Una volta visualizzate tutte, apparirà un elenco di dettagli riguardanti la privacy e basterà spuntare la voce “Dichiaro di avere almeno 14 anni” e “Ho letto l’informativa sulla privacy”, per cominciare ad attivarla.

Viene quindi richiesto di selezionare la regione di residenza, poi la provincia e infine di abilitare le “notifiche di esposizione Covid-19”.

In questo modo l’applicazione consentirà di registrare i contatti con altri utenti usando il Bluetooth, per poter informare l’utente in caso di esposizione.

A questo punto viene richiesto il consenso per le notifiche, quindi la possibilità per la piattaforma di comunicare con il cittadino: ad ogni telefono viene associato un codice casuale, che cambia più volte ogni ora per tutelare la privacy. Cliccando su “abilita” compare un pop-up che richiede nuovamente un tocco sul tasto “consenti”.

Completata la configurazione viene mostrata una schermata che indica che il servizio è attivo e offre consigli istituzionali su come proteggersi dal Covid.

Il tasto impostazioni in basso a destra mostra anche il “caricamento dati” e un’ulteriore sezione informativa con domande frequenti, termini di utilizzo e informativa sulla privacy.

Tramite le impostazioni è anche prevista la possibilità di cambiare provincia.

app immuni

I primi problemi con l’app Immuni

Alcuni utenti Apple segnalano che l’app non è operativa e che le notifiche di esposizione non sono più supportate nella loro zona. Su questo problema fonti del ministero dell’Innovazione hanno fatto sapere di aver già inoltrato segnalazione ad Apple, trattandosi di un problema tecnico legato al dispositivo.

Per chi ha uno smartphone Android, invece, il problema potrebbe essere simile ma di più rapida risoluzione: al momento dell’installazione infatti alcuni utenti lamentano la visualizzazione di un messaggio relativo all’impossibilità di attivare le notifiche di esposizione a causa dei permessi non attivi. In questo caso per risolvere il problema e attivare l’app è sufficiente spegnere e riaccendere il Bluetooth e la procedura di attivazione viene completate.

Pieni voti dal MIT

Il Massachusetts Institute of Technology di Boston, che ha lanciato Covid Tracing Tracker per informare la popolazione mondiale delle caratteristiche e implicazioni delle app per il contact tracing, ha promosso l’app Immuni a pieni voti, assegnandole 5 stelle su 5.

L’Italia quindi meglio di Francia, UK, e Germania, nella classifica di MIT, posizionandosi ai livelli di Singapore, Islanda, Austria.

Ad Immuni erano inizialmente state assegnate 4 stelle su 5, ma in seguito alle nuove informazioni emerse relative alla gestione dei dati degli utenti e privacy, l’app si è guadagnata i pieni voti.

Come strutturare una strategia di PR durante un’emergenza

La storia, e in particolare la storia della civiltà mediatica, dimostra chiaramente come durante un’emergenza (sia essa una guerra, una recessione catastrofica o una pandemia) la comunicazione subisca un cambiamento istantaneo e inevitabile che modifica le percezioni collettive a ogni livello.

Perché un’emergenza rivoluziona la comunicazione

Il terribile attentato alle Twin Towers di New York, l’11 settembre 2001, è stato il primo grande evento in epoca moderna a imporsi come spartiacque, imponendo a tutti un prima e un dopo: dalle gerarchie istituzionali al tessuto imprenditoriale, dalle multinazionali ai consumatori, nulla è stato più lo stesso.

A quasi vent’anni dall’atto terroristico per antonomasia una nuova emergenza globale ha bloccato il mondo, ma questa volta in modo differente.

Mentre il crollo delle Torri Gemelle ha cambiato il corso della storia riservando gran parte del disastro economico alle compagnie aree, molte delle quali non sono state in grado di comunicare in modo efficace nei mesi successivi al disastro, non esiste persona o categoria professionale che possa dirsi impermeabile alle conseguenze del Coronavirus.

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Il modo in cui vivremo e in cui un business dovrà riadattarsi per sopravvivere non può più prescindere dalla commistione tra comunicazione di massa e universo digitale. Comunicare con i propri interlocutori, in questo caso la potenziale clientela o quella già acquisita, non può più ignorare la condizione di paura in cui questi versano. Come l’11 settembre ha inizialmente comportato la paura di viaggiare in aereo, così il Coronavirus ha introdotto un nemico più subdolo: quello di un patogeno capace di colpire ovunque e in qualsiasi momento e con la cui ombra bisognerà imparare a convivere.

Dunque come parlare con il proprio pubblico, quando anche le istituzioni lanciano quotidianamente messaggi confusi e contraddittori?

Le aziende più evolute sul piano comunicativo lo hanno già capito: nell’epoca della massima incertezza, vincerà chi comunica in modo chiaro.

Vademecum: cosa fare e cosa evitare

La pandemia da Covid-19, pur essendo assimilabile per conseguenze ad altre emergenze avvenute nel passato, rappresenta tuttavia un unicum: non è circoscritta o settoriale, ma riguarda tutti senza distinzioni di alcun tipo.

Questa quarantena non è la prima nella storia dell’umanità, ma è la prima nella quale tutto il mondo è interconnesso e può comunicare in tempo reale attraverso il web. Ciò le conferisce un carattere di unicità senza precedenti, e che in quanto tale richiede una direzione precisa che i brand dovrebbero imboccare affinché il lockdown non risulti vano, ma anzi un’occasione di crescita.

Cosa fare:

  • Trasmettere ottimismo. Le persone vivono immerse nella paura. Per un brand è il momento migliore per mettersi in mostra in modo sano attraverso messaggi di speranza in cui la sincerità viene prima del prodotto o del servizio da promuovere. Non è una strategia dagli effetti immediati, ma destinata a pagare dividendi sul medio e lungo termine. Chiara Ferragni e Giorgio Armani sono tra coloro che nel nostro Paese sono riusciti a farlo meglio, e i risultati sono tutti lì da vedere.
  • Qualità prima della quantità. Da ogni latitudine arrivano messaggi di ogni tipo. L’attenzione degli utenti, già messa a dura prova dal bombardamento costante di informazioni propagato attraverso le televisioni e i social network, è al momento incapace di gestire ulteriori stimoli. Per questo motivo un brand oculato dovrebbe prediligere una comunicazione qualitativa attraverso i media piuttosto che quantitativa e confusionaria. In questa fase è di fondamentale importanza scegliere con cura i media nei quali apparire preferendo l’incisività dei propri valori piuttosto che la notiziabilità, che rischierebbe di essere sommersa o ignorata dal continuo flusso di notizie che si rincorrono.
  • Potenziare il legame con il pubblico. Concetti come filantropia e solidarietà, soprattutto in momenti di crisi, possono aiutare a rinforzare la brand reputation di un marchio. Un’epidemia rappresenta inoltre un’occasione perfetta per costruire il senso di comunità diffusa che rende grandi le aziende, che potranno trarre grandi vantaggi mettendo in mostra il proprio lato umano.
  • Pensare ai clienti. Se è vero che un brand deve impostare il massimo focus sui clienti, ciò è doppiamente vero quando le certezze sembrano venire a mancare l’una dopo l’altra a causa di un’emergenza. La reazione più normale sarebbe quella dell’inazione, ma il terreno è fertile per introdurre novità che facciano sentire i clienti supportati anziché abbandonati a loro stessi.
  • Mostrare il lato migliore della propria attività. Che volto avrà un brand domani dipenderà molto da come ha saputo riadattarsi ora, nel momento di massima difficoltà. È di grande importanza implementare la propria presenza online e offrire servizi inediti e gratuiti che aiutino i potenziali clienti ad empatizzare con il marchio.

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Cosa non fare:

  • Non voler emergere a tutti i costi. È una legge non scritta, ma una strategia di questo tipo verrebbe interpretata come un viatico per esorcizzare il brutto momento e la paura verso il futuro, mentre un brand deve suscitare stabilità e fermezza, imponendosi come un punto di riferimento che nessuna pandemia potrà mai scalfire.
  • Evitare una comunicazione ad effetto o scandalistica. Già inefficace in periodi normali, durante un’emergenza rischia di diventare un’arma a doppio taglio estremamente dannosa. Per entrare nella mente dei clienti potenzialmente interessati in situazioni così particolari vanno assolutamente aboliti slogan, ricette magiche e tutto quanto di semplicistico possa esistere sul piano comunicativo.
  • Avere una comunicazione rigida. Quando le informazioni cambiano di giorno in giorno, o addirittura di ora in ora, la comunicazione di un brand deve farsi trovare pronta interpretando al meglio quelli che sono i pro o i contro di un determinato messaggio in un determinato momento. Flessibilità e dinamismo sono due delle parole chiave più rilevanti in assoluto, se si parla della gestione mediatica di emergenze.
  • Apparire eccessivamente formali. Il Coronavirus ha imposto una quarantena forzata su scala globale. Oltre la metà della popolazione mondiale ha subito questa misura cautelativa. Comunicare con chi (quasi sicuramente) si trova all’interno del proprio ambiente domestico comporta delle dinamiche totalmente inedite. Per generare empatia e connessione con il pubblico è preferibile una comunicazione informale, genuina e il meno possibile ingessata. L’approccio formale, durante le emergenze, sortisce spesso l’effetto opposto da quello desiderato. Attenzione a non generare scarsa identificazione o addirittura rabbia: Matteo Renzi, mentre gran parte degli italiani sta passando la quarantena in piccoli appartamenti, si è collegato in televisione avendo come sfondo il parco verdeggiante della sua villa e suscitando l’inevitabile disappunto del pubblico. Un comunicatore navigato non l’avrebbe mai fatto.

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User Generated Content (UGC): un’opportunità per il tuo ristorante

  • Circa l’80% degli utenti afferma che i contenuti generati dagli utenti influenzano le loro decisioni di acquisto, mentre l’84% dei millennial afferma di essere influenzato dagli UGC in fase d’acquisto;
  • Gli UGC forniscono una pletora di materiali, spendibili sui social media, sito web ecc., che attraggono centinaia, se non addirittura migliaia di persone, con relativa facilità.

 

La rapida ascesa dei social network, come Facebook ed Instagram, che in breve tempo hanno registrato un aumento esponenziale nel numero degli iscritti (con cifre da capogiro), ha reso ancor più difficile l’affermazione online di alcuni ristoranti, che tuttora faticano a distinguersi dalla massa o, semplicemente, a farsi notare.

È un po’ come alzare la mano tra la folla, durante un concerto musicale, nella speranza di essere immortalati dalla camera: le possibilità di essere ripresi sono davvero limitate.

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Cosa sono gli UGC?

Tuttavia, per ovviare a questo problema, puoi sfruttare i contenuti elaborati direttamente dagli utenti (testi, foto, video ecc.), sia che tu gestisca un piccola trattoria di paese sia che tu faccia capo ad una catena di ristoranti, con un grande team da coordinare.

Stiamo parlando dei cosiddetti UGC (User Generated Content), sempre più importanti dal 2005, e liberamente condivisi su blog, piattaforme social e forum. Gli UGC generalmente sono gratuiti e derivano dall’utilizzo, più o meno esperto, dei nuovi strumenti digitali che, negli anni, hanno rimosso dal monopolio i media tradizionali, favorendo la democratizzazione del processo creativo, ormai privo di barriere.

Semplificando ancora, gli UGC rappresentano l’esempio più vivido di quella auto-comunicazione di massa che ha smantellato – e continuerà a farlo – il modello broadcast e unidirezionale dell’industria mediatica.

User Generated Content: Cos'è E Come Funziona - Pipool

Parola agli analisti

Circa l’80% degli utenti afferma che i contenuti generati dagli utenti influenzano le loro decisioni di acquisto, mentre l’84% dei millennial afferma di essere influenzato dagli UGC in fase d’acquisto.

A riprova di questi risultati, si aggiunge un’interessante studio, pubblicato sulla piattaforma Social Media Today, da cui emerge che il 74% dei consumatori ritiene che gli UGC siano utili al rafforzamento del marchio (e della sua autenticità), e che circa il 48% dei marketers concorda sul fatto che “umanizzino” un’azienda. 

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L’importanza degli UGC è dunque evidente, e integrarli nella tua strategia di Content Marketing potrebbe aiutarti non solo ad attrarre nuovi clienti, ma anche a migliorare il posizionamento del tuo brand sul mercato, sia locale che globale.

Quali vantaggi?

Nello specifico, ecco i principali vantaggi derivanti dal loro utilizzo:

Social Proof

Letteralmente significa Riprova Sociale, ed è probabilmente uno degli aspetti più importanti del marketing, non solo della ristorazione. Viene utilizzata dai grandi brand per convincere i potenziali clienti della validità della loro offerta, prodotto o servizio che sia. In tal senso, gli UGC forniscono una pletora di materiali, spendibili sui social media, sito web ecc., che attraggono centinaia, se non addirittura migliaia di persone, con relativa facilità. Quindi, dedica del tempo alle recensioni dei tuoi clienti, e condividi le migliori.

What Is Social Proof and How Do You Get It?

Riduzione dei tempi

Creare contenuti pubblicitari richiede tempo, pazienza (tanta) e risorse. Ma con gli UGC puoi dimezzare il periodo di produzione, affidandoti semplicemente alla creatività e al buon gusto dei tuoi clienti. Di conseguenza, potrai pubblicare nuovi contenuti con maggior frequenza, risultando così più attivo online.

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Autenticità

Come accennato in precedenza, il fatto che persone reali siano venute nel tuo ristorante e, dopo il pasto, abbiano lasciato un feedback positivo (ad esempio su TripAdvisor), rappresenta una delle migliori prove di autenticità. Nessuna pubblicità a pagamento, grafica personalizzata e/o fotografia professionale potrà mai sostituirsi agli UCG, che fanno leva su emozioni vere.

Produzione continua di nuovi contenuti

Il miglior marketing per il tuo ristorante è quello rivolto agli ospiti, e non agli algoritmi di ricerca o agli esperti di digital marketing. Utilizzando gli UGC attrarrai nuovi clienti che, a loro volta, contribuiranno con i loro contenuti, garantendo un afflusso costante.

Questo tipo di marketing, definibile come ciclico, porta ad un sensibile risparmio di tempo, e ad una massimizzazione dei margini di profitto. Si tratta di rendere automatiche molte delle tua attività: dalla ricerca, alla produzione dei contenuti.

Maggiore coinvolgimento

Un altro valido motivo per affidarti agli UGC, è dato dalla possibilità di interagire con i tuoi clienti con una maggiore facilità (anche a distanza), fidelizzandoli. Infatti, gli utenti che hanno lasciato una recensione e/o pubblicato una foto a tuo nome in passato, seguiranno con attenzione i tuoi nuovi contenuti, condividendoli e favorendo così il passaparola.

Puoi interagire con loro tramite la tua pagina social, le recensioni di Google, oppure attraverso altri canali di comunicazione. Quindi, prenditi del tempo, e rispondi a commenti, domande, ed encomi. L’immagine del tuo ristorante ne beneficerà, diventando da subito estremamente positiva. E, in aggiunta, il cliente passerà da costumer a prosumer, partecipando attivamente alla “vita” del tuo locale, magari offrendoti spunti e consigli preziosi, per rendere la sua esperienza ancor più sensazionale, e quindi di valore.

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UGC Marketing e continuità

L’efficacia degli UGC, come avrai capito, è legata anche e soprattutto al principio della continuità. Di seguito, ti lascio alcuni consigli utili per incentivarla, favorendo così un afflusso costante di nuovi contenuti.

Trasforma i tuoi clienti in ambasciatori

I tuoi ospiti, se soddisfatti, saranno felici di sostenerti, in cambio di qualche piccolo vantaggio e/o premio. Ad esempio, un buono sconto e/o un prodotto di nicchia in omaggio possono fare miracoli, rendendo i tuoi ospiti dei veri brand ambassador. I clienti, metteranno una buona parola su di te e sul tuo ristorante, estendendola alla loro cerchia di follower, che può essere più o meno estesa. Inoltre, condivideranno volentieri foto e recensioni con il tuo #tag.

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Organizza dei contest

Concorsi e quiz sui social media favoriscono la rapida creazione di UGC, e dovrebbero ruotare attorno alla condivisione obbligatoria di post, da selezionare e ripubblicare sulla tua pagina. Si tratta di uno scambio di visibilità reciproco ma, ovviamente, a te va il maggior vantaggio. Questa tecnica, ti permetterà di raggiungere un pubblico via via sempre più ampio, collezionando un gran numero di contenuti, utili anche in futuro.

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In conclusione

Anche se a prima vista può sembrare complesso, integrare gli UGC nella tua strategia di marketing, è relativamente semplice. Il tuo unico compito infatti, è quello di continuare a stupire i tuoi ospiti, affinché possano diffondere commenti positivi sulla loro esperienza – che tu dovrai essere bravo/a ad individuare ed utilizzare. E non aver paura di chiedere un feedback, è il miglior modo per crescere.

Il Fuorisalone al tempo del Coronavirus, tra difficoltà e nuovi format digitali

Il Fuorisalone al tempo del Coronavirus, tra difficoltà e nuovi format digitali

  • Ventura Projects chiude dopo 10 edizioni e dice addio al Fuorisalone, le parole di Margriet Vollenberg
  • Mentre passiamo da una fase all’altra della pandemia, si guarda già alla prossima edizione del Salone Internazionale del Mobile

 

Punto di riferimento per il settore del design, il Salone Internazionale del Mobile nasce a Milano nel 1961 come esposizione delle soluzioni di arredo e interni per la casa. Fino al ’91 si teneva a settembre presso la Fiera campionaria, poi la data è stata spostata ad aprile.

Fiera dal respiro sempre più internazionale, il Salone del Mobile nei primi anni ’80 allarga i suoi orizzonti pervadendo l’intera città grazie all’evento complementare del Fuorisalone, la cui istituzione ufficiale risale all’inizio degli anni ’90 grazie alla rivista Interni che ne edita una guida. Su questo primo primo opuscolo erano elencati in ordine alfabetico gli eventi e le feste con una mappa generica della città che indicava semplicemente la zona dell’happening.

Due eventi, Salone e Fuorisalone (che insieme compongono la Design Week), destinati a consacrare definitivamente Milano come capitale del design, che da sempre utilizza la creatività come elemento distintivo e simbolo della cultura italiana in tutto il mondo.

Il Fuorisalone al tempo del Coronavirus, tra difficoltà e nuovi format digitali

I nuovi format digitali del Fuorisalone 2020

Nonostante l’annullamento dell’edizione 2020 del Salone del Mobile Milano, il Fuorisalone, si prepara ad allargare la sua influenza con altre forme e nuovi spazi tutti virtuali. Per metà giugno, precisamente dal 15 al 21, verranno presentate online tutte le anteprime dei brand che avevano scelto di prendere parte all’evento, attraverso una piattaforma che sfrutta al meglio i nuovi strumenti di Fuorisalone.it e di Brera Design District.

Il Fuorisalone al tempo del Coronavirus, tra difficoltà e nuovi format digitali

Sul vero significato della Design Week esordisce così la design blogger Alessandra Barlassina alias Gucki: “È la mia settimana preferita dell’anno, sicuramente non può essere sostituita da una versione digitale. La formula che la compone è come una formula magica, impossibile replicarla. In quella settimana Milano si trasforma, l’energia della città è una componente fondamentale che in digitale è impossibile riprodurre. Ma quest’evento digitale non nasce per sostituirsi alla versione ‘live’, per quest’anno purtroppo sarà l’unica versione possibile, ma per le edizioni future, sarà sicuramente un nuovo e potente strumento. Quest’edizione digitale sarà una grande opportunità per le aziende che sono chiamate a rafforzare la loro presenza e comunicazione online. Ogni azienda deve trovare il proprio tono di voce e il proprio modo di raccontarsi e raccontare i propri prodotti in modo nuovo. Le opportunità sono moltissime e con una grande forza comunicativa” .

Fuorisalone

Courtesy Salone del Mobile.Milano

Il Fuorisalone lancia così quattro nuovi format, pensati inizialmente come supporto all’evento e che invece in questa situazione di emergenza acquisteranno maggiore forza e valore. L’iniziativa è sviluppata in partnership con il comitato Fuorisalone di cui fanno parte Brera Design District, Ventura Projects, i referenti di Zona Tortona, i distretti di inBovisa, 5vie e Porta Venezia in design e il progetto Asia Design Milano.

  • Fuorisalone.Tv, un palinsesto video che riempirà le giornate in assenza del Fuorisalone con contenuti live (talks, interviste, presentazioni di prodotto, concerti) e contenuti confezionati da design e aziende che vorranno presentare i propri progetti e idee in un formato innovativo. Il palinsesto durerà 7 giorni, 12 ore al giorno. I contenuti saranno poi accessibili on demand 10 giorni dopo l’evento sulla stessa piattaforma.
  • Fuorisalone Meets, per tutto il mese di giugno la piattaforma webinar di Fuorisalone.it metterà in contatto aziende con partner, clienti, rivenditori e pubblico selezionato. Questo per fare formazione e promozione, creando un contatto diretto tra aziende e addetti ai lavori al fine di presentare nuovi prodotti, condividere le strategie con la forza vendita e incontrare nuovi potenziali clienti.
  • Fuorisalone Cina, ad aprile sarà inaugurato il canale ufficiale Wechat, Weibo e Tencent Video. Questo è il primo passo di un progetto di collaborazione e networking più ampio con le più importanti Design Week cinesi.
  • Fuorisalone Japan, che prevede il lancio ad aprile di una nuova piattaforma web dedicata al Giappone. Rivolta ad architetti, designer e aziende oltre che al pubblico giapponese, pensata per comunicare il meglio del design e del lifestyle e promuovere la cultura della Milano Design Week grazie a un team operativo tra i due Paesi e servizi di consulenza dedicati.

“Il format digitale ha anche dei punti di forza non trascurabili: renderà il Fuorisalone accessibile anche da lontano. Il mio intento negli anni è sempre stato raccontarlo a chi non poteva esserci, le mie storie su Instagram accompagnano in giro per gli eventi chi non può esserci di persona. La mia app Gucki Fuorisalone Guide vuole essere una guida dei migliori eventi e delle location più belle. Una selezione di quello che proprio non ci si può perdere in una settimana dove si concentrano così tanti eventi. La versione digitale renderà più accessibile il calendario di eventi, dilaterà il tempo, amplierà il pubblico e farà selezione di contenuti. Forse il rischio di questa edizione sarà di rivolgersi a un pubblico di addetti ai lavori rimanendo un po’ lontana dai numeri popolari, perdendo l’appeal di aperitivi e installazioni scenografiche” aggiunge Gucki.

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Courtesy Salone del Mobile.Milano

La voce dei protagonisti

Il Fuorisalone digital si traduce in una piattaforma rinnovata con 4 nuovi format. L’uso integrato dei format consentirà alle aziende che non potranno partecipare dell’evento fisico a causa del Covid-19, di comunicare comunque al meglio.

L’architetto e fondatrice del blog di progettazione d’interni MakeYourHome Roberta Borrelli, non ha dubbi sul valore del digitale in una fase come questa: “Penso che il digitale sia un’opportunità di evoluzione per molte aziende che sopratutto nel nostro settore non ne comprendono ancora il potenziale. Se pensate che molti cataloghi vengono ancora prodotti in cartaceo, capirete la grande necessità di sviluppare e ottimizzare processi legati alla comunicazione del design. Ma oltre all’opportunità di crescita in se non credo che si possa prescindere dal fattore esperenziale che regala questo evento. Le suggestioni non possono essere trasmesse ugualmente attraverso le immagini o la fruizione di contenuti video”.

fuorisalone

Courtesy Salone del Mobile.Milano

Roberta è una di quelle professioniste che il salone lo fa e non sono poche le difficoltà che ha incontrato quest’anno: “La prima grande delusione arriva dal vedere sfumato non solo un bellissimo progetto di allestimento ma anche sei mesi di lavoro. Difficilmente lo studio fatto sui trend attuali potrà traslare di un anno. La mia analisi personale mi ha portato, nonostante abbia raccontato attraverso i miei canali social il progetto mancato, uno scetticismo nei confronti della percezione del progetto in termini digitali. Con l’aggravante che l’immobilità di questi mesi non poteva consentire la creazione di nuovi contenuti che andassero oltre la mera ricerca”.

 

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Il racconto quotidiano di un fuorisalone mancato tra sogni, progetto e design Giorno 1 – Dicotomia e progetto #poeticadellabitare

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Sul valore degli eventi digitali e sulle preoccupazioni che sta vivendo il settore design interviene anche il docente universitario e content curator Paolo Ferrarini: “Tutte le iniziative digitali hanno lo stesso obiettivo: presentare contenuti, nuovi prodotti, innovazioni e tanto altro ancora. La preoccupazione maggiore è quella di perdere il contatto con le persone ma anche l’essenza di vedere dal vivo quello che hanno preparato i designer. Le design week, infatti, sono un’occasione imprescindibile per le aziende che vogliono incontrare le persone e le proprie community. Sono importanti perché mantengono vivo il contatto, anche se spesso sono momenti più per gli addetti ai lavori che per il grande pubblico. Tra le paure principali c’è anche quella di perdere occasioni di business, quest’aspetto tocca sia il designer emergente che quello più stagionato”.

I Ventura Projects a Milano chiudono dopo 10 edizioni

La crisi Coronavirus ha colpito il mondo intero, l’industria degli eventi e del design, e quindi anche diverse aziende, tra queste c’è Ventura Projects. Dopo dieci edizioni di successo e già pronti per l’undicesima durante la Milano Design Week 2020, l’incubatore di talenti, organizzato da Organisation in Design, chiude i battenti. Sia Ventura Centrale che Ventura Future sono state cancellate a causa dell’epidemia globale COVID-19. Sfortunatamente, queste cancellazioni hanno avuto un impatto enorme e irreversibile sulla società.

ventura projects

“Ho trascorso molte notti insonni preoccupandomi se e come avrei potuto salvare o trasformare l’azienda per adattarmi a una nuova normalità per essere ancora in grado di servire il mondo del design e abilitare il talento come abbiamo sempre fatto. È quindi con grande dolore nel mio cuore che sono giunta alla conclusione che non è più possibile costruire il mio sogno, e quindi i sogni di molti designer e di studi di design. Le circostanze attuali non mi lasciano altra scelta che terminare i Ventura Projects”, ha dichiarato a metà maggio la fondatrice, Margriet Vollenberg.

Il Fuorisalone al tempo del Coronavirus, tra difficoltà e nuovi format digitali

Un decennio all’insegna della ricerca e dei giovani designer, un vero e proprio forum per creativi internazionali che lanciano i loro progetti grazie al supporto di due team dedicati, uno nei Paesi Bassi e uno in Italia. Questo è Ventura Project, che negli anni non ha solo lavorato con progettisti e brand internazionali, ma ha aiutato molti di loro ad avviare la propria carriera. Dopo molte edizioni di successo gli eventi di Ventura Projects non saranno più allestiti durante la Milano Design Week e in altre kermesse internazionali dedicati al design.

“Come in tutti i periodi di cataclismi, ci sono cose che scompaiono e altre che si resettano, che prendono una nuova forma. Anche in questo caso ci saranno delle aziende che spariranno, magari ci saranno meno espositori e gli investimenti saranno più oculati. Come succede in tutte le crisi, potremmo aspettarci delle collaborazioni inattese, tra correnti che si mescolano. Non escludo, infatti, che nei prossimi anni, potremmo avere più gruppi di aziende che si coalizzano, magari con stand condivisi. Ci sarà più digitalizzzazione, le fashion week e le dirette dalle sfilate ne sono un esempio, ma di certo eventi di questo tipo non potranno mai diventare “solo” digital: il contatto fisico sarà la prima cosa che torneremo a valorizzare e far rinascere” aggiunge Paolo Ferrarini.

LEGGI ANCHE: Design (Digital) Fair: come sono cambiati gli appuntamenti della creatività

Uno sguardo alla Fall Design Week e al futuro del Fuorisalone

Andando verso l’autunno ci saranno delle forme ibride, nuove presentazioni, workshop, dove si arriverà a una dimensione di semi contatto fisico. Le prenotazioni, la regolazione dei flussi e delle visite, tutto sarà rivisto in una nuova ottica. Così mentre passiamo da una fase all’altra, si guarda già alla prossima edizione.

La prima domanda che tutti si pongono è se la Design Week sarà rivoluzionata alla luce di questa pandemia: “Spero che ci sia un’evoluzione ma non un cambiamento radicale. Lavoro con il digital da 10 anni e ho sempre riscontrato nell’evento una mancanza di apertura rispetto a questo canale, differentemente da quanto si è visto nelle fiere di settore internazionale. Ma mi auguro non finisca mai la possibilità di girare per la città e lasciarsi emozionare, in un cortile nascosto di Milano dovrà sempre esserci un’installazione ad aspettarci”, conclude Roberta Borrelli.

brera design days 2020

“Sicuramente l’edizione di Salone e Fuorisalone 2021 (come di qualsiasi altra manifestazione) dovrà cambiare e considerare delle nuove norme. Impareremo probabilmente un nuovo modo di progettare e partecipare agli eventi. Si tornerà a un’edizione ‘live’ con una nuova consapevolezza e un importante nuovo strumento (il digitale, ndr) che nel frattempo dovremo aver imparato a esplorare nelle sue potenzialità. Se c’è qualcosa che può ridefinire il nostro modo di vivere, quello è proprio il design. Le potenzialità sono infinite, creativi, progettisti, architetti e designer sono chiamati a ripensare le nostre città, percorsi e modi di incontro. Questa pandemia è sicuramente uno stimolo forte al cambiamento e il design non tarderà a rispondere con nuove soluzioni”, aggiunge Alessandra Barlassina.

Il “recupero” della Design Week 2020 passa anche dai Brera Design Days, in questa ottica gli attori del Fuorisalone stanno valutando un evento condiviso tra settembre e ottobre, che coinvolgerà tutti gli showroom permanenti partendo da Brera fino al resto della città.

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Courtesy Salone del Mobile.Milano

Si ritorna quindi a settembre come il mese del design, con un evento territoriale che unirà virtuale e reale, talk e attività negli showroom (circa 120 realtà solo nel Design District di Brera). Questi ultimi saranno protagonisti con percorsi all’interno dei loro ambienti per far conoscere i nuovi prodotti e all’interno degli stessi spazi espositivi sarà inoltre possibile vivere percorsi virtuali grazie alla tecnologia Living 3D.

Un momento clou e molto vivace, per le aziende del mondo design per fare cose interessanti.

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L’app Immuni si può scaricare (ma è già allarme ransomware)

Il sistema di tracciamento dei contatti, utile per arginare eventuali nuovi focolai di contagio da Coronavirus, Immuni, non sarà subito attivo, ma l’app dovrebbe essere scaricabile già nelle prossime ore.

Immuni sarà disponibile sugli store di Google e Apple, manca però l’ok delle due piattaforme per lo scaricamento da parte degli utenti.

Intanto, secondo quanto riportato da La Stampa, una campagna di virus informatici starebbe interessando l’Italia nelle ore in cui sta per essere resa disponibile l’app Immuni. “A renderlo noto Agid-Cert, la struttura del governo che si occupa di cybersicurezza”.

Il ransomware (virus che prende in ostaggio i dispositivi e poi chiede un riscatto per sbloccare il dispositivo) si attiverebbe con il pretesto di far scaricare un file denominato Immuni. La diffusione avviene con una mail che invita a cliccare su un sito fake costruito per riprodurre quello del Fofi, la Federazione Ordini dei farmacisti italiani.

LEGGI ANCHE: Perché non è la privacy la giusta preoccupazione sulle contact tracing app

app immuni

L’app Immuni scaricabile ma non ancora funzionante

Il sistema di tracciamento dei contatti non sarà subito attivo. La sua sperimentazione comincerà infatti il 5 giugno in solo quattro regioni pilota: Puglia, Abruzzo, Marche e Liguria. Da quanto si apprende, nel resto d’Italia l’app potrà essere scaricata ma il contact tracing non funzionerà. Con la pubblicazione dell’app il controllo della sperimentazione passerà al ministero della Salute e il tempo stimato per rendere realmente funzionante il sistema è qualche settimana.

Intanto il governatore della Regione Puglia Michele Emiliano, prova a spiegare con più chiarezza l’utilità dell’app nella fase 2: “adesso dobbiamo capire come mettere immediatamente in quarantena eventuali contagiati e i loro contatti stretti. L’app Immuni serve a questo fine. Se qualcuno arriva in Puglia potremmo chiedergli la cortesia, non l’obbligo, di segnalare la propria presenza e di tenere memoria dei contatti”.

Come funziona l’app

Stando agli ultimi documenti pubblicati dagli sviluppatori, l’applicazione seguirà il modello decentralizzato di Google e Apple:

  • i dati raccolti saranno conservati sui singoli device e non su un server centrale;
  • non traccerà gli spostamenti, ma solo i contatti di prossimità tra smartphone;
  • non sarà obbligatorio scaricarla, né usarla;
  • i dati raccolti potranno essere condivisi solo con l’autorizzazione del possessore dello smartphone;
  • tutti i dati raccolti e condivisi con il server centrale, dovranno essere cancellati entro dicembre 2020.

La data del 5 giugno naturalmente non contribuisce a placare le polemiche verso le tempistiche di rilascio del sistema di tracciamento, quasi 20 giorni dopo la riapertura della maggior parte delle attività in tutta Italia.

campagna social per no profit

8 consigli per lanciare una campagna social per la tua no profit

  • Per raccogliere fondi, sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo alla propria mission o reclutare volontari, il lancio di campagne social è diventato fondamentale per le no profit
  • Spesso le organizzazioni vanificano i propri sforzi digitali per una mancanza di chiarezza negli obiettivi o per una scelta casuale dei canali social, ma con i giusti accorgimenti è possibile raggiungere i risultati sperati

 

Eventi saltati e raccolta fondi in difficoltà, ma anche bisogni sociali in aumento costante. Le organizzazioni no profit sono obbligate in questo periodo di emergenza sanitaria a trasferire online tutte le proprie attività di sensibilizzazione e fundraising, se vogliono continuare a impegnarsi a favore di cause sociali che spesso l’attuale contesto non fa altro che rendere ancora più urgenti.

In questo scenario, il lancio di campagne social è più che mai una necessità per le organizzazioni no profit. Per raccogliere fondi, sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo alla propria mission o reclutare volontari, i social network sono diventati senza dubbio fondamentali.

Ma come fare perché la propria campagna raggiunga davvero i risultati sperati? Ecco otto consigli per lanciare una campagna social di successo per la tua no profit.

1. Chiarisci l’obiettivo della campagna

Sembra scontato? Non lo è per niente. Spesso le organizzazioni no profit (ma anche quelle profit) vanificano le proprie campagne social per una mancanza di chiarezza negli obiettivi della campagna stessa.

Vuoi reclutare nuovi volontari, vendere i tuoi prodotti solidali online, chiedere donazioni, sensibilizzare l’opinione pubblica sulla causa che ti sta a cuore? Meglio un obiettivo chiaro, concreto e ben definito perché gli utenti possano capire subito come possono aiutarti.

2. Scegli il social giusto (e magari anche più di uno)

Non scegliere per moda il social (o, ancora meglio, i social) attraverso il quale lanciare la tua campagna. Chiediti qual è il tuo target e in quale piattaforma puoi trovarlo.

Ricorda che non esiste soltanto Facebook. Cerchi aziende con cui collaborare per attività di cause related marketing? Perché allora non lanciare la tua campagna su LinkedIn?

Infine poniti una domanda essenziale: la presenza della tua organizzazione no profit nel social network prescelto è già sufficientemente consolidata?

LEGGI ANCHE: Consigli per applicare lo storytelling alla tua non profit e creare un legame emotivo con chi dona

3. Prepara il tuo pubblico

Già, inutile girarci attorno: se la tua presenza social non è ancora riconosciuta, apprezzata e seguita da persone già sensibili alla tua mission, dovresti allora porti come primo obiettivo quello dell’awareness.

Al contrario, costruire da zero la propria presenza social solo per lanciare una campagna di altro tipo – ad esempio con l’obiettivo di raccogliere fondi – rischia di essere molto difficile, soprattutto se le tempistiche sono strette e manca un budget adatto a far fronte al problema.

Ricorda: anche se tramite lo schermo di un cellulare o di un pc, hai sempre a che fare con persone in carne e ossa. Per questo, così come nella vita reale, anche nei social network la relazione con gli utenti va prima di tutto coltivata nel tempo.

Hai già una buona fan base, ma poco reattiva? Nelle settimane e nei giorni precedenti il lancio della campagna social, coinvolgila con post caldi ed emozionali che raccontano l’impegno della tua organizzazione no profit e l’impatto positivo che genera sulla vita di tante persone.

Evita immagini fredde e standard scaricate da qualche sito web: scegli foto reali, magari realizzate direttamente dai volontari stessi. Attraverso le immagini e le parole, cerca il più possibile un dialogo diretto, sincero e personale con gli utenti. Insomma, mettici la faccia.

4. Dai spazio alla creatività

Chiariti gli obiettivi, scelti i canali e preparato il pubblico, non ti resta che pensare al contenuto da veicolare. Cerca nel web altre campagne simili alla tua per lasciarti ispirare, ma pensa in modo creativo: cerca soluzioni innovative e soprattutto coinvolgenti che possano prima di tutto incuriosire, emozionare e infine ingaggiare il tuo pubblico. Anche quello che scopre per caso e di fretta la tua campagna, magari attraverso un rapido scroll sul cellulare.

Non dimenticarti che anche una campagna social per no profit ha bisogno di un claim, uno o più contenuti visual e una call to action strettamente collegati tra loro a livello concettuale. A tutti e tre questi elementi e alla loro organicità è necessario prestare la massima attenzione perché la campagna sia recepita in modo chiaro dal tuo pubblico.

Sei indeciso tra più possibilità? Testa video, immagini e copy diversi per scoprire quali ottengono i risultati migliori.

LEGGI ANCHE: 5 esempi di campagne di raccolta fondi di successo per non profit

5. Sfrutta tutta la potenzialità dei social network

L’obiettivo della tua campagna social è raccogliere fondi? Ricorda che Facebook permette alle organizzazioni no profit di avviare raccolte direttamente all’interno della propria piattaforma, mentre Instagram metta a disposizione uno sticker specifico proprio per le donazioni.

Vuoi invece sensibilizzare il pubblico sulla causa che ti sta a cuore? Perché non crei un motivo specifico per l’immagine di profilo e inviti gli utenti ad aggiungerlo alla propria? Con Social Good di Facebook è possibile questo e tanto altro.

6. Coinvolgi volontari, stakeholder e influencer

Hai un buon gruppo di volontari e sostenitori su cui puoi sempre contare, almeno offline? Contattali personalmente perché si lascino coinvolgere ora anche online: il loro apporto può essere fondamentale per lanciare la campagna ed espandere la tua audience.

Hai già contatti con stakeholder disponibili a sostenere la tua organizzazione? Segui da tempo influencer che sembrano sensibili alla sua mission? È arrivato il momento di invitarli a diffondere la tua campagna attraverso i loro profili.

7. Invita i sostenitori a diventare promotori

La campagna è partita e la tua audience sembra rispondere con entusiasmo. E adesso? Non finisce qui, ovviamente. Anzi, proprio questo dovrebbe essere un nuovo inizio. Hai pensato che proprio chi ha risposto positivamente alla call to action potrebbe ora diventare promotore dello stesso appello tra i propri contatti?

campagna social per no profit

8. Fidelizza i sostenitori

E ora che la campagna è terminata? È proprio questo il momento in cui consolidare la relazione a lungo termine con i tuoi sostenitori. Dedica al loro ringraziamento la stessa cura con cui hai pensato la campagna. E non dimenticarti di raccontare l’impatto sociale generato dal loro sostegno.

Se riuscirai a fidelizzarli, alla prossima campagna sarà tutto più semplice e il risultato ancora migliore.

week in social

Week in Social: dalla nuova app che fa concorrenza a TikTok ai tweet programmati da desktop

Anche questa settimana abbiamo raccolto le principali notizie dai social, tra chi minaccia di farli chiudere e chi invece ne sfrutta le potenzialità. Dalle feature di Facebook, al double-story Stories feed, dalla app che fa concorrenza a TikTok alla attesissima possibilità di salvare e schedulare tweet da desktop. Queste, e molte altre novità, nella nostra Week In Social.

Dopo Rooms arrivano le ads su IGTV

Dopo il lancio di Messenger Rooms, che ti permette di chattare in video con 50 dei tuoi contatti, questa settimana Instagram annuncia che le inserzioni faranno il loro debutto sulle IGTV. Nella prima fase di sperimentazione, la feature verrà rilasciata a non più di 200 persone e negli States. Le video ads saranno mobile first e non più lunghe di 15 secondi.


Per gli amanti delle Stories: sembra che Instagram stia testando un double-story Stories feed, che potrebbe apparire così.


Non sappiamo con certezza dove e come sarà disponibile il nuovo Stories feed, ma diversi utenti hanno segnalato dei cambiamenti in piattaforma e Instagram ha confermato che sta lavorando per migliorare la Stories experience. Noi ovviamente continueremo a seguirne gli sviluppi.

Nuove funzioni Facebook tra realtà virtuale e musica

Su Facebook nei prossimi giorni saranno in arrivo: CatchUp, Collab e nuovi effetti AR. CatchUp è una app che funziona come Messenger Rooms, ma per messaggi vocali. Quindi, una volta creata la room con i tuoi contatti, potrai vedere quando sono online e scambiare messaggi vocali. Nella app, le conversazioni possono essere di uno a uno o di gruppo.


Collab è una music collaboration app e permette di guardare, registrare e remixare 3 video clip della durata di 15 secondi. In pratica, puoi registrare il tuo clip, metterlo online, cercarne altri, e assemblarli per creare nuova musica e condividerla con i tuoi amici, direttamente nella app, o su Facebook, Instagram, e altri social.
Restando in tema di musica, un’altra novità è l’introduzione di effetti AR su Spark Studio – la nota app per creare filtri per le Ig Stories – che si attivaneranno con la musica e potranno essere usati nelle Instagram e Facebook Stories.

Trump minaccia di far chiudere Twitter

Prima di trattare le ultime novità della piattaforma, non possiamo non parlare di quanto successo tra Twitter e Donal Trump.

La storia è questa: Trump pubblica dei tweet in cui afferma, erroneamente, come le votazioni per posta avrebbero portato a una diffusa frode degli elettori. Twitter interviene facendo apparire sotto i post una scritta a caratteri blu, in bold e con punto esclamativo, che dice: “Scopri i fatti relativi alle votazioni per corrispondenza!”. L’alert porta a una pagina di verifica dei fatti, con ulteriori collegamenti e riassunti di articoli e notizie che smascherano le affermazioni di Trump, ritenute potenzialmente fuorvianti. Non solo non era mai successo nella storia, ma non era mai successo a Trump. E lui come ha reagito? Minacciando di introdurre regolamentazioni alla piattaforma o persino farla chiudere.
Nell’attesa di sapere come andrà a finire lo scontro, ti segnaliamo una nuova funzione: Twitter introdurrà il bottone “alt per aggiugere una descrizione testuale sulle foto pubblicate nei tweet.

Zynn, il nuovo competitor di TikTok

E quando tutti credevano che il mondo delle app fosse dominato da TikTok, ecco che arriva un’altra app di short form video. Realizzata, come l’altra, in Cina, si chiama Zynn e pare che stia già scalando la classifica delle app in USA.


Come puoi vedere, immagini, stile e layout sono molto simili a quelle di TikTok. La differenza sta nella possibilità di guadagnare premi in-app guardando video su Zynn e invitando amici all’interno della app. I premi possono essere utilizzati per acquistare articoli nella app, tra cui una serie di buoni regalo per App Store, Walmart, Amazon, ecc. I fondi possono anche essere trasferiti tramite PayPal.

Nuove reaction su LinkedIn?

Su LinkedIn potrebbero presto arrivare nuove reazioni ai post, più in linea con il periodo che stiamo vivendo. Se pensiamo alle 5 reaction aggiunte negli ultimi tempi da LinkedIn, nessuna di loro ha connessioni con il covid-19. Pare che la piattaforma ci stia pensano.

In breve

Chiudiamo la nostra Week in Social con le notizie dell’ultima ora. La prima riguarda Twitter. É la notizia che tutti stavamo aspettando: prossimamente sarà possibile salvare in draft i tweet e schedularli da desktop. Finalmente!
L’ultima novità riguarda TikTok. La app ha annunciato il lancio di #LearnOnTikTok, un programma pensato per incoraggiare l’educazione durante il lockdown. I video educativi daranno consigli su come fare esercizio regolarmente, dormire meglio, fare composizioni floreali e ci saranno persino lezioni sulla vita acquatica.