Il content marketing è la chiave vincente per una strategia digitale di successo, questo è assodato: dagli eCommerce ai portali web, tutti i digital marketing manager hanno imparato che il contenuto è sempre di più uno dei fattori principali dietro le decisioni di acquisto dei clienti.
A fine 2016, i 3⁄4 degli intervistati nella survey di HyperContent Lab, dichiaravano di aver implementato una strategia di content marketing sui media digitali, confermando la crescita del content marketing, un business che entro il 2019 varrà 300 miliardi di dollari. Se infatti il bisogno di acquisto può nascere per le più svariate ragioni, senza dubbio sarà la storia, la relazione o la magia che il brand riuscirà a raccontare, a far scegliere agli utenti quale prodotto inserire nel carrello.
Il bisogno di avere uno storytelling di marca da un lato e l’esponenziale crescita degli eCommerce dall’altro ha fatto emergere in poco tempo la necessità di una evoluzione del content marketing, che, seppur di tendenza, non è mai stato totalmente integrato nei processi di acquisto e, viceversa, i prodotti non sono mai stati inclusi nei racconti di marca.
Questo, ovviamente, fino a che non sono arrivati gli Shoppable Content.
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Cosa sono gli Shoppable Content
Quante volte vi sarà capitato – e le fashion victim lo ammetteranno – di sfogliare una rivista e desiderare ardentemente il prodotto mostrato? O anche leggere degli articoli su mete da sogno, e sperare di poterle prenotare con un click?
Gli Shoppable Content sono dei contenuti di qualunque genere, dalle foto agli articoli passando per i video, che danno al consumatore l’opportunità di acquistare direttamente da ciò che stanno osservando o, con un click, atterrare rapidamente sulla pagina prodotto dell’articolo desiderato.
Pensate che nel 2016 il rivenditore britannico Marks & Spencer ha inserito sul suo sito la campagna fotografica rendendola acquistabile, ottenendo il 90% di engagement in più rispetto all’anno precedente, con un valore medio degli ordini superiore del 50%.
Il valore aggiunto degli Shoppable Content
Rispetto al native advertising, che prevede il semplice inserimento della pubblicità all’interno dei contenuti editoriali, il valore aggiunto del contextual advertising è che riesce a instaurare una relazione diretta tra consumatore e prodotto. Ed è della stessa idea SHAANS, il primo tool italiano di contextual advertising che, oltre a facilitare l’esperienza di acquisto online a beneficio degli utenti e degli eCommerce, prende le parti anche degli editori, permettendo loro di ottenere una nuova revenue.
SHAANS: un match automatico tra contenuto, prodotto e utente
Il widget suggerisce all’utente il prodotto che vede sulle immagini e video dell’articolo. Ne conosce la disponibilità, visualizza il prezzo e ne abilita l’acquisto.
Il sistema è totalmente automatizzato: i prodotti disponibili su eCommerce e marketplace si integrano con i contenuti che gli editori mettono a disposizione nella media platform di SHAANS. Qui infatti avviene l’analisi visiva dei media e il successivo match con gli articoli in vendita.
La prima case history dell’utilizzo di questa piattaforma l’abbiamo trovata su Androidworld, portale dedicato al mondo Android by Arnoldo Mondadori Editore Spa, e siamo certi che presto ne avremo molte altre.
La formula, infatti, è vincente: i clienti digitali, tra tutorial sull’utilizzo dei prodotti e foto a 360° che mostrano gli articoli da ogni angolazione, si sono viziati ad interagire con i brand online prima di averli tra le loro mani.
E il contextual advertising permette non solo di scoprire le caratteristiche di un bene attraverso foto e video, ma anche di acquistarlo immediatamente, permettendo al lettore di risparmiare tempo, ricerca e click e – lato aziende – incentivare l’acquisto di impulso. La soluzione, quindi, per trovare il prodotto giusto al momento giusto!
Interagire con nuovi utenti e convertire più consumatori: questi sono gli obiettivi delle strategie di marketing delle aziende moderne. E il contextual advertising sembra proprio essere quello strumento che ci permetterà, finalmente, di chiudere il cerchio tra engagement e acquisto!
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/10/Shaans_Contextual_ADV_2.png7961032Elisa Marinohttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngElisa Marino2017-10-03 13:00:102018-11-02 12:19:24Shoppable Content: la nuova era del marketing dei contenuti passa dal Contextual ADV
I dati sull’incidenza dell’eCommerce nel nostro Paese sono leggermente discordanti: da una parte la Casaleggio Associati sostiene che il fatturato totale lo scorso anno si è attestato a circa 31,7 miliardi di euro, mentre il Consorzio Netcomm ha pubblicato una stima ben più conservativa, pari a 23,1 miliardi. Una discrepanza dovuta forse alla definizione di cosa classificare come vendita online. Quel che è certo è che entrambe le fonti sono d’accordo sull’importanza dell’eCommerce per l’Italia e sul suo progressivo trend di crescita.
Che si voglia considerare l’una o l’altra stima, dobbiamo infatti ammettere che le cifre sono di tutto rispetto e che non si può ignorare l’impatto dell’eCommerce, che inevitabilmente richiederà rapidi cambiamenti da parte dei retailer fisici.
Secondo un recente articolo pubblicato da The Next Web, tre sarebbero gli aspetti principali di queste nuove sfide: l’iper-localizzazione, l’utilizzo di un approccio omnichannel e lean e una maggiore attenzione agli insights sui clienti.
Fonte: Netcomm Net Retail – Q2 2014 – Q1 2017 – Una ricerca di Human Highway per Netcomm 10 10
Dalla globalizzazione alla iper-localizzazione
Se i beni standardizzati sono destinati ad essere acquistati sempre più massicciamente attraverso un PC (o magari un dash button), offrire soluzioni specializzate e locali, potrebbe essere la chiave di volta del successo dei negozi fisici.
La guerra alla convenienza (di prezzo, ma anche di orari di apertura) con l’eCommerce è persa in partenza, la battaglia deve essere fatta sul campo della differenziazione, ovvero offrendo prodotti e servizi non disponibili online e difficilmente simulabili dall’intelligenza artificiale.
L’importanza degli insights, non solo per l’eCommerce
Nessun retailer online, grande o piccolo che sia, si scorderebbe mai di monitorare le proprie performance attraverso un tool di analytics. Perché l’offline dovrebbe essere diverso?
La tecnologia ha impresso un’accelerazione importante alla disponibilità di informazioni per i commercianti, compresi i brick and mortar.
Pensiamo ad esempio a BeMyEye, che ha trovato la chiave della scalabilità nel mistery shopping, a Dor, che quantifica visitatori e fornisce analystics a basso costo, o ancora alle recenti novità di Facebook, che inserendo il re-targeting in base alla visita degli store fisici probabilmente si rivelerà uno step importante nella continuità di comunicazione on-offline, con tutte le potenzialità conseguenti all’accesso a una miriade di informazioni – mai viste prima – sui visitatori dei negozi.
Insomma, ci sono grandi probabilità che in tempi brevi la capacità di gestione degli insights e degli analytics sarà una competenza chiave per i retail manager.
Fonte: Idealo (Identikit del consumatore digitale italiano)
Omnichannel sì, ma in modo lean
Ricordi l’intervista a Pietro Bonomo di qualche settimana fa in cui il super-guru dell’eCommerce ci parlava delle future tendenze del settore?
Pietro ci raccontava che:
“L’eCommerce è un business che può avere successo solo se approcciato con una visione olistica.
Fino a pochi anni fa si poteva pensare di raggiungere il cliente attraverso tre canali: la ricerca, i social, il passaparola. Oggi non si può più pensare di limitarsi al concetto di pubblicità, click, landing page, acquisto. Oppure pensare di avere un negozio e farne una copia online. O addirittura pensare di avere un negozio offline e non avere una presenza online. La questione è diventata mostruosamente complicata. L’offline e l’online si sono praticamente fusi”.
Per gestire la mole di possibili touchpoint con cui intercettare i clienti, è importante sperimentare con un approccio lean, soprattutto se sei un piccolo esercente e non ti puoi permettere di commissionare un esercito di consulenti.
In breve: testare nuove strategie e non avere paura di cambiare rotta velocemente se ci si accorge che qualcosa non sta funzionando.
Cosa ci riserva il futuro
Il futuro riserva novità per i negozi. Il segreto per il successo sarà abbracciare il cambiamento apprezzando le nuove potenzialità che esso comporta, osando, sperimentando e anticipando le tendenze, e magari sposandolo sapientemente con tradizioni e competenze “antiche” difficilmente replicabili da computer e bot.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/10/building-2604428_960_720.jpg640960Carol Frerhttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngCarol Frer2017-10-03 12:00:572018-03-06 12:26:16Gli effetti dell'eCommerce sul retail offline (e alcuni consigli utili)
Cade una nuova barriera verso la libertà per le donne. Pochi giorni fa il sovrano dell’Arabia Saudita ha concesso loro il diritto di guidare e di non essere più solo delle semplici passeggere. Le prime patenti della storia verranno rilasciate a partire dal 2018.
Da decenni le donne saudite hanno lottato contro un diritto negato da una società e da leggi che ancora ne limitano la completa indipendenza dalla figura maschile; per ottenere questa piccola (grande?) vittoria ci sono voluti diversi atti sovversivi e diverse manifestazioni a dimostrazione di un forte desiderio di emergere.
Tra chi sussurra e chi nega che in realtà sia una potente strategia di comunicazione per nascondere ancora l’enorme strada da fare per il riconoscimento dei diritti delle donne, diverse case automobilistiche hanno deciso di dare voce al grande traguardo ottenuto; tra questi la creatività che spicca è quella di Ford su Twitter.
Il brand americano ha scelto, attraverso una campagna di real time marketing, di portare questa conquista in tutto il mondo.
Il real time marketing, tecnica già utilizzata in passato da Ford, è una efficace strategia di comunicazione, grazie alla quale i brand possono guadagnare punti dal punto di vista dell’awareness, dimostrandosi sensibili e partecipi a tematiche sociali e in tempo reale con la diffusione di notizie, con l’obiettivo di aumentare le conversazioni attorno al brand sui principali social media.
Ma qual è il vero significato dietro l’immagine diffusa da Ford?
Ford celebra una vittoria
Innanzitutto bisogna ricordare che l’idea creativa di Ford non è del tutto originale, dato che si ispira in modo evidente all’annuncio vincitore di un premio al Dubai Lynx per il sito web Raseef22.
Ciò che rende davvero intelligente e che colpisce nel segno del tweet di Ford è probabilmente il copy che accompagna l’immagine.
Mi è capitato, giusto un mese fa, di fare una breve visita in un paese arabo, accorgendomi della sproporzione tra lusso e sfarzo esistente e libertà venga concessa alle donne, senza il minimo riconoscimento della loro figura, all’interno della famiglia e della società stessa. La mia impressione è stata quella di essere un fantasma.
Il messaggio della casa automobilistica celebra, in modo provocatorio, un primo riconoscimento di diritti alle donne arabe, in modo sottile, ma molto diretto; finalmente non siete più solo una cornice, non dovete più essere solo accompagnate, ma potete prendervi un vostro piccolo spazio, un ruolo nella famiglia e una minima parte di indipendenza.
Celare una provocazione
Il niqab, il velo che copre il viso integralmente lasciando scoperti solo gli occhi, sembra essere il vero protagonista della campagna.
L’immagine di Ford vuole dire al mondo che sì, ora possono condurre un auto, ma ancora i passi avanti da fare sono molti e questa è solo una piccola conquista.
Conquista che porta sicuramente l’Arabia Saudita ad una prima fragile apertura: il messaggio di svolta che non solo il brand americano ma tutte le case automobilistiche hanno deciso di celebrare, è quello di appoggiare un pensiero moderno, delle decisioni che possano pagare in termini economici attraendo investimenti.
Una decisione non solo culturale, ma un’abile mossa strategica per dare una spinta all’economia? Al momento è troppo azzardato dare una risposta. L’invito è quello a non fermarsi, perché la libertà e una società aperta all’uguaglianza contribuiscono ad attirare brand, sfide e giovani talenti. Soprattutto donne.
“Lasciate che la libertà regni. Il sole non tramonterà mai su una così gloriosa conquista umana”.
Nelson Mandela
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/10/Ford-e-le-donne-alla-guida-in-Arabia-Saudita-tra-celebrazione-provocazione.png306620Harukahttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngHaruka2017-10-03 11:00:532017-10-03 17:29:31Così Ford ha "usato" la svolta araba della patente alle donne per fare real time marketing
La letteratura e il cinema hanno spesso fantasticato su come può essere un mondo in cui la tecnologia porta i processi umani ai loro estremi più oscuri: l’esempio più fulgido è forse Black Mirror, la cui seconda stagione su Netflix ha posto diversi interrogativi. Meno accattivante per la trama di una serie tv, ma ben più importante per la sostenibilità della nostra società, è invece lo sviluppo dell’innovazione sociale, cioè le idee e la loro concreta realizzazione per una tecnologia come promotrice di sviluppo. Cosa intendiamo però con “innovazione sociale”? Possiamo dire sia un termine che comprende tutti quei progetti che ambiscono ad avere un impatto positivo sulla società, dalla scienza all’educazione, dalla cultura all’ambiente.
Secondo l’organizzazione non profit Nesta l’Italia sarebbe al quarto posto in Europa per l’innovazione sociale.L’Italia, secondo il report del National Endowment for Science, Technology and the Arts, è molto attiva nell’ideare soluzioni usando social network e social media (un esempio sono Cittadini Reattivi, Fucine Vulcano, Impact Hub Milan, Respiro del Mare, ViciniDiCasa Ltd, Fondazione Mondo Digitale, Le Cicogne, Lizardeals ), il crowdsourcing, il crowdmapping e il crowdfunding (tra i tanti BikeDistrict, Cleanap MappiNa, Project Ahead), finanche mobile e web app (Retedeldono, SocialFare, Università di Torino, Informatica Trentina U-Hopper srl).
Quali sono i progetti attualmente in sviluppo che hanno attirato la nostra attenzione?
Di seguito poniamo l’attenzione su alcune iniziative, in un articolo che non vuole e non può essere esaustivo su un argomento tanto vasto.
Cuore digitale
Cuore Digitale ha come obiettivo quello di creare un network al servizio della collettività, sviluppando opportunità a chi fa del digitale un fattore di crescita e uno strumento di vita. Questa associazione senza scopo di lucro nasce nel 2015, al fine di promuovere la Cultura Digitale quale elemento essenziale di una società moderna, non solo come strumento bensì come elemento aggregativo ed attivo dell’economia, della politica, del lavoro, della medicina, dell’istruzione. A raccontarci la spinta iniziale di Cuore Digitale è Andrea Carini, referente dell’Area Comunicazione: “L’ispirazione è arrivata da una storia vera, quella di un marito che quotidianamente lottava con la sofferenza della moglie ammalata di SLA. Per rendere la moglie più indipendente nelle semplici azioni quotidiane, questa persona ha inventato, e realizzato con Arduino, un apparecchio per aprire e chiudere le serrande di casa a distanza. Da qui l’intuizione di Gianluca, presidente dell’associazione: fare qualcosa per promuovere la tecnologia utile, solidale e inclusiva e premiare l’ingegno e la passione di chi crea soluzioni innovative per il miglioramento della vita delle persone più fragili.”.
Parole O_stili
Parole O_Stili parte da un evento organizzato assieme alla Regione Friuli Venezia a febbraio 2017 durante il quale ci si è interrogati sul linguaggio digitale. Ne è scaturito un manifesto sottoscritto da quasi 6.000 personalità del mondo dell’innovazione, comunicazione e digitale. Si potrebbe dire, però, che Parole O_Stilinasce da un amore profondo per le parole, e dalla consapevolezza che il loro potere – e peso – è grande. Immenso.
A parlare è Rosy Russo, ideatrice di Parole O_Stili, che ci racconta da dove nasce il progetto: “Quello che stiamo vivendo è un momento storico cruciale per la comunicazione. Ci troviamo in una fase di profondo cambiamento e dobbiamo considerare le interazioni virtuali in un contesto di consolidata quotidianità. Ci siamo dunque posti una semplice domanda: “stiamo costruendo la rete che vogliamo?”. Una Rete solidale, sicura, informata, impegnata e inclusiva è l’obiettivo di domani. Per farlo abbiamo avviato questa “chiamata alla riflessione”, pensata per la Rete dalla Rete stessa ma, soprattutto, messa in atto attraverso quel principio della condivisione che risulta sempre il miglior strumento per la partecipazione. Da tutto questo è nato il Manifesto della comunicazione non ostile!”.
Start2Impact
Start2impact è una startup che si pone il doppio obiettivo di formare i giovani alle nuove professioni digitali e di funzionare come piattaforma per il recruting da parte di aziende e brand. Gherardo Liguori, fondatore di Start2Impact, ci racconta che l’obiettivo della startup è quello di diventare la prima community di talenti under20, dando competenze digitali, imprenditoriali e trasversali agli studenti delle superiori con 10 anni di anticipo rispetto a quanto accade oggi.
Dietro c’è dunque una solida visione di business e probabilmente anche le esperienze professionali di Gherardo – che dopo una laurea in giurisprudenza oggi lavora come responsabile comunicazione online di personaggi famosi – hanno contribuito alleradici emotive di Start2Impact.Oggi pochi, pochissimi, credono nei giovani e gli danno la possibilità di imparare, sbagliare e ricominciare – afferma una persona che giovane lo è ancora.
La disputa felice
Non stiamo parlando di un’associazione ma di un libro. Può l’innovazione sociale essere un libro? A quanto pare, visto il lavoro fatto da Bruno Mastroianni, è possibile, considerando che affronta un tema molto attuale e contingente come quello del litigio digitale. “La disputa felice” si interroga su come essere felici oggi, in questo continuo incontro con la diversità dell’altro in cui siamo immersi grazie al web. Qual è l’obiettivo del libro? “Direi che è filosofico: acquisire consapevolezza sulle nostre capacità e possibilità di comunicazione. La strada per diventare buoni comunicatori – cosa oggi richiesta a tutti per la vita interconnessa che viviamo – non è tanto quella delle tecniche o dei consigli da guru, ma quella della riflessione sui significati profondi della nostra esistenza che è fondamentalmente fatta di relazioni. “La disputa felice” si interroga su come essere felici oggi, in questo continuo incontro con la diversità dell’altro.”.
Anche qui le radici di questo percorso di innovazione digitale per il sociale affondano nel vissuto personale di Bruno: “La disputa felice è nata dai miei errori. Sia quelli passati (ho un passato da sagace blastatore) sia gli attuali: ho poca pazienza, sono permaloso, spesso mi faccio prendere dalle discussioni. Analizzando questi miei errori, sopratutto scoprendone l’infelicità che ne derivava, ho notato che rimuovendo certe paure potevo trovare un nuovo modo di pormi, anche di fronte a interlocutori ostili. Da allora ho visto cambiare me stesso e gli altri attorno a me, ho cominciato a pensare di più prima di parlare, a scegliere meglio le parole, ad avere più pazienza nell’argomentare. E ho scoperto un mondo di cose nuove che prima – blastando o litigando – nemmeno vedevo. Così ho capito che questo sforzo oltre a rendere più informati, più colti, anche più curiosi, rende fondamentalmente più felici.”.
Elearning for Syria
Elearning for Syria è un progetto di Amal for Education che vuole sostenere l’educazione dei rifugiati siriani. L’obiettivo è quello di rendere giovani e adulti capaci di utilizzare gli strumenti digitali in modo consapevole e produttivo per migliorare le loro possibilità di formazione e per avere maggiori opportunità di accedere al mondo del lavoro (sia per uomini che per donne) in modo autonomo.
A raccontarci di più sul progetto c’è Hind Rajil, mediatrice culturale, interprete e traduttrice, che lavora con l’ambasciata libica nell’ambito del commercio internazionale: “L’inizio di questo progetto è proprio Amal: mi trovavo in un campo profughi in Siria e sono stata avvicinata da un insegnante della scuola del campo. Non avevano libri, né per i bambini né per gli insegnanti. Io avevo il programma siriano di tutte le materie e di tutta la scuola elementare, ma in pdf!Così sono tornata con chiavette usb, laptop e proiettori. Era il 2013.”
Coscienza digitale
Un’associazione di professionisti del digital che si è prefissato l’obiettivo di portare nelle scuole un uso consapevole del Web. Tra le tematiche affrontate ci sono quelle dell’educazione digitale, cyber-bullismo, hate speech online, slut shaming e porn revenge, ma l’obiettivo è cercare di ampliare sempre più gli argomenti di riferimento al passo con l’evoluzione educativa e digitale.
Francesco Gavatorta, fondatore, e parte della nostra famiglia di Ninja Marketing, racconta così la nascita dell’associazione: “L’idea di fondo è di provare a condividere le proprie competenze lavorative e fare qualcosa di buono. I ragazzi di oggi sono i cittadini di domani, ed è evidente che se avranno modo di comprendere fin da subito le incredibili possibilità che il web offre, potranno non solo rischiare di farsi del male da soli, ma anche essere sempre più fattori di crescita per tutta la società. Chi entra in Coscienza Digitale lo fa perché vuole regalare un po’ del suo tempo, al solo scopo di fare del bene agli altri“.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/10/quote_ninja.jpg6751200Isabella Borrellihttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngIsabella Borrelli2017-10-03 10:30:162017-10-03 13:13:27Digitale per il sociale: i progetti che nascono sul web per aiutare gli altri
Sembra una di quelle barzellette che anche ripetendola all’infinito non si riesce proprio a considerare simpatica: la storia degli ultimi anni di Twitter è stata costellata di scelte a dir poco azzardate, che hanno sempre più spinto gli utenti a porsi una domanda: “Ma dove vogliono andare veramente?”. E proprio come quando quella barzelletta finisce, ecco che a rimanere è solo un imbarazzante vuoto pneumatico.
Già: se Facebook nei suoi primi 14 anni di vita ha messo in piedi una struttura in grado di evolvere, di cambiare, e arricchirsi di feature in grado di caratterizzare l’esperienza utente, Twitter non ha saputo andare oltre i propri limiti, ne tantomeno valorizzare le proprie peculiarità.
L’ossessione di fondo è sempre stata una: la scarsa crescita dei volumi di crescita. Twitter rallenta, rallenta da anni, e ancora una motivazione reale del perché la base utenti sia sempre la stessa non c’è. Per farci un’idea chiara della portata del fenomeno, basta osservare un grafico, quello del volume di crescita utenti per quadrimestre.
Se negli ultimi due anni la base utenti è stata sostanzialmente immutata, con un rallentamento del tasso di ingaggio che ha del clamoroso, non c’è da stupirsi che dall’anno della quotazione in Borsa, il valore del titolo si sia abbassato sempre più, fino a toccare le vette odierne, non propriamente esaltanti.
Non è chiaro se il processo sia irreversibile: certamente, il sito di microblogging più famoso al mondo non se la passa bene. Possiamo sfruttare questo percorso per dedurre, al di là delle scelte relative alla dimensione più strategica del fenomeno, qualcosa anche sul pubblico che abita questo social network, e in generale sugli abitanti della cosiddetta “social sfera”.
Vivere snaturandosi o morire rimanendo se stessi?
Era il 2011 quando ci fu il terremoto in Giappone, e Twitter giocò un ruolo decisivo nel mantenere vive le comunicazioni, anche durante la crisi.
Sempre nel 2011 fu ucciso Bin Laden: un’operazione che rischiò di saltare proprio a causa di Twitter. Ricordate il “tweet spoiler” direttamente da Abbottabad, dove si nascondeva il famigerato terrorista?
Erano gli anni delle Primavere Arabe, il cui vento spirava grazie (anche) all’accellerazione del processo informativo dato da Twitter, e della seconda campagna elettorale di Barack Obama, che dell’uso dei social media e in generale del rapporto crossmediale fra mezzi di comunicazione aveva fatto il proprio cavallo di battaglia. Twitter splendeva di luce propria, grazie alla sua unica capacità di veicolare messaggi e renderli virali, attirando un numero crescente di persone, attratte dal miraggio di comunicare sostanzialmente in un ambiente libero e senza restrizioni dal punto di vista sociale (cosa che invece era nativamente impossibile per Facebook, considerando il vincolo della concessione di amicizia), e – aspetto non secondario – godere di un social media che era strutturalmente pensato per chi non pagasse dazio al digital divide e/o all’analfabetismo funzionale.
In altri termini, nel suo essere difficile (per l’uso degli hashtag, per il concetto di mention, e ovviamente per il limite di 140 caratteri che obbligavano ad abbondare nell’uso della sintesi) Twitter era il posto giusto per chi volesse elevare il proprio dialogo a scambio virtuoso di idee.
“Twitter è una cosa da fighettini”
Un ambiente per certi versi elitario, che escludeva inizialmente chi non possedeva uno smartphone (il device ideale per vivere Twitter) e chi non avesse buona conoscenza dell’inglese – almeno in una fase iniziale. Un concetto che non poteva durare e che si è scontrato con la necessità impellente di aprirsi alle masse per mantenere sostenibile il modello. Il Twitter che permetteva ai giovani egiziani di rendere possibile l’occupazione di piazza Tahrir non era appetibile in termini pubblicitari: doveva raccogliere più soldi.
È stato qui che, forse, è mancata una fedeltà di fondo alle proprie radici, la quale ad esempio non è mancata a Pinterest, un canale che ha continuato – lentamente – a crescere, ritagliandosi uno spazio importante nel mondo dei social media. Twitter ha preferito, negli anni, inseguire Facebook sul suo territorio: invece che esaltare le proprie qualità, valorizzando le innovazioni che il microblogging aveva introdotto nei nuovi linguaggi digitali, ha preferito semplificare il suo utilizzo, snaturandolo, e intaccando quelle caratteristiche sostanziali che ne caratterizzavano l’esperienza.
Lo sviluppo e il successivo abbandono di Vine rientra in questa categoria: una piattaforma complessa da utilizzare, ma snella, concreta, e molto creativa, in grado di competere come formato con le oggi inflazionatissime GIF. Un’idea ricca di potenzialità che si è scontrata con l’impossibilità di mantenerla, perché non sostenibile in un momento di forte crisi dell’azienda: una rinuncia che ha pesato, dato che Vine poteva essere considerata come l’evoluzione video di Twitter.
L’esempio però forse più chiaro di questa trasformazione/involuzione, probabilmente anche a livello simbolico, è stato il passaggio dalla stellina al cuore per contrassegnare i tweet preferiti. Una sorta di dichiarazione di manifesta inferiorità verso Facebook, che del concetto di “like” era il legittimo proprietario. Una trasformazione mai del tutto accettata da parte dell’audience, che ha vissuto un passaggio per certi versi anche non così importante (a livello funzionale non cambiava granché) come un tradimento allo spirito originario del social.
Se a livello simbolico il passaggio al cuoricino non è mai stato veramente considerato vincente, l’ampliamenot a 280 caratteri rischia seriamente di far saltare il banco: dando “più spazio” agli utenti (come dichiarato nel post del blog ufficiale), automaticamente si perde lo spirito di leggerezza e sintesi che ogni twittero ama, non semplificando però quel tanto che basta per raggiungere un sostanzioso aumento della base utenti. Quindi, che si fa? Continuare sulla strada della snaturamento, abbandonandosi a una lenta ma inesorabile fine, o provare a difendere la propria identità, giocandosi il tutto per tutto?
Come ripartire in 4 “semplici” mosse
Per Twitter, arginare l’emorragia di nuove iscrizioni e il progressivo deterioramento del valore sembravano (sembrano!) essere ancora obiettivi raggiungibili. Troppo importante è stato, ed è ancora, il mondo dell’uccellino blu: ne è una dimostrazione la portata che ha – anche in termini virali – dei post del presidente Trump (personaggio che riconosciamo probabilmente farebbe notizia anche se parlasse solo via telegrafo).
I told Rex Tillerson, our wonderful Secretary of State, that he is wasting his time trying to negotiate with Little Rocket Man… — Donald J. Trump (@realDonaldTrump) October 1, 2017
Riconosciamo a Twitter ancora il ruolo di piazza ufficiale dove lasciare pensieri, forse ancor più di Facebook. Percepiamo come autentico e personale un tweet, a differenza di un lungo post su una fan page, perché il format dei 140 caratteri è ancora identificato come ideale per trasferire un flusso di pensieri.
Ripartire da qui può essere la chiave per dare nuova verve a quello che, a parere di molti, il social network più furbo e divertente. Come ninja, abbiamo pensato a quattro semplici mosse che Twitter potrebbe mettere in campo per risollevarsi, partendo da ciò che è stato.
1. Intervenire sul processo di fruizione
Il tasto “Edit”, che forse è una di quelle release più invocate dagli ultimi anni e che semplificherebbe di molto la vita a tutti gli utenti, non è mai stato inserito per uno spirito di autenticità che contempla anche gli errori: inserirlo sarebbe stato depotenziare la realtà che si nasconde dietro un tweet. Un primo passo che però potrebbe diventare decisivo, anche per motivare nuovamente gli utenti. Il processo di fruizione non si risolve però solo con questo. Rivalutare l’impatto anche visivo delle mention (perché non tornare indietro a quanto il nome utente che si cita era chiaramente visibile nel post?), creare meccaniche di risposta rapida, riaccorpare tweet e risposte in un unico spazio, incentivare l’ingresso nel social media creando norme di utilizzo più rigide (si pensi alla nudità, permessa solo su Twitter): tutte scelte che impattano direttamente sul modo di interagire con lo spazio, e che segnalerebbero una forte discontinuità con il passato.
2. Dare più spazio al format video
Nell’anno che sta consacrando i video come format principale di content creation, l’assorbimento delle funzionalità di Periscope in Twitter è passato quasi inosservato. Per certi versi, sembrava che Periscope fosse più competitivo quando era un’app a sè stante. Incentivare l’utilizzo delle dirette video su Twitter, creando sinergie con media company e publisher di contenuti importanti (come fatto ad esempio da Facebook) potrebbe riportare una base utenti impigrita a condividere nuove risorse, andando così a impreziosire l’ambiente stesso.
3. Sfruttare i big data per personalizzare la UX
Ognuno di noi, quando twitta, può disattivare la geolocalizzazione che connota ogni post, così come in moltissimi hanno inserito il proprio numero di cellulare e i propri dati personali per proteggere l’account. Questo però non significa che quel dato potrebbbe non essere comunque rilevante. Incentivare come fatto da Facebook il rapporto con ad esempio lo spazio, o mappare l’utilizzo di keywords e hashtag creando una tassonomia per personalizzare l’esperienza di navigazione, potrebbe impreziosire ancor di più le sessioni di navigazione. Un po’ questo già avviene, e i tentativi di proporre all’utente i contenuti più corretti sono stati tantissimi. Al di là dei suggerimenti basati su criteri temporali (“Mentre eri assente…”) un utilizzo maggiore dei dati degli utenti potrebbe rivelarsi importante sul lungo periodo proprio per “costruire” intorno all’utente la sua esperienza.
4. Ritornare allo spirito creativo originario
Quando nacque TumblrTV, da un lato sembrò che si fosse esagerato: come poteva essere considerata un canale tematico un flusso ininterrotto di GIF? Bene: l’iniziativa della più grande piattaforma di blogging (Tumblr, appunto) si rivelò essere geniale, a suo modo. Un formato che oggi ci è molto famigliare, e che è tornato prepotentemente in auge anche grazie a iniziative così avveniristiche. Ecco: lo spirito che dovrebbe oggi cogliere Twitter e il suo management è questo. Una vocazione a guardare avanti, non tanto cercando di sfruttare i trend già osservabili oggi, quanto dettare l’agenda di cosa ci piacerà domani.
Twitter ha per certi versi anticipato la vocazione alla sintesi e alla leggerezza che ha contraddistinto il modo di esprimersi online fino ad oggi: scegliere di abbandonare quello stesso spirito, in favore di una “normalizzazione” che insegue competitor oggettivamente inavvicinabili, rischia di essere la sconfitta definitiva di quella che è stato, nel bene e nel male, una delle pietre miliari nell’evoluzione del modo di comunicare online.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/10/twitter-down-scaled.jpg14402560Francesco Gavatortahttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngFrancesco Gavatorta2017-10-03 09:45:512017-10-03 17:48:46Raddoppiare i caratteri e tutti gli altri errori di Twitter, spiegati senza giri di parole
Che il mondo di internet sia meraviglioso e composto principalmente da una massa critica sempre in movimento e in continua evoluzione, ormai l’abbiamo capito da tempo.
Sociologi, antropologi, politologi, psicologi e studiosi vari, da anni ormai cercano di tracciare un solco su quello che può essere definito un vero e proprio mondo parallelo al nostro, dove crescono idee, progetti e dove esistono vere e proprie regole ed etichette comportamentali che esulano dal mondo “offline”. Anche se però, queste il più delle volte sembrano essere destinati a rimanere fenomeni isolati e rinchiusi nel loro compartimento stagno fatto di dati digitali, di siti web e di canzoni idiote.
Ma cosa succederebbe se un bel giorno parte di quel mondo digitale e di quelle teorie nate in un ambiente non tangibile come quello di internet, diventassero talmente seguite e osservate come una vera e propria dottrina politica che esistente da anni, fino a porsi come “alternativa” a quelle esistenti?
È il curioso caso dell’ALT-Right (acronimo di ALTernative Right), il movimento politico americano con tendenze di destra balzato nelle cronache della scorsa estate, che ha visto la sua genesi nella quasi totalità nel sottobosco di internet e dei social network (4chan, reddit, twitter, etc) e che si pone come alternativa appunto, all’ala Conservatrice della politica americana.
Di fatto costituito senza un vero unico Leader riconosciuto da tutti e senza una dottrina omogenea nella quale vi si possa rispecchiare la totalità di coloro che ne fanno parte, ma che comunque trova il proprio riscontro in ideologie come il Maschilismo, Nazionalismo, il SuprematismoBianco, l’Islamofobia el’Antisemitismo, opponendosi fermamente al Femminismo, all’immigrazione e al politicamente corretto, affermando soprattutto che i maschi di razza bianca ed eterosessuale siano diventati la vera minoranza da preservare nel III° millennio.
Un fenomeno quindi che in effetti risulta abbastanza difficile da quantificare in numeri: proprio per la sua natura fluida, banalmente non si sa quanto possa essere esteso il movimento, soprattutto in termini di mobilitazione, proselitismo e attivismo nella vita reale. Ma dove risiede quindi il loro potere, e perché un “partito” tendenzialmente composto dal variegato strato sociale di internet inizia a “far paura” o quantomeno a far parlare seriamente di sé?
Strano a dirsi, ma la spiegazione la potremmo quasi dare dicendo che ci troviamo davanti al più grande esercito mondiale di troll e di nemici del “politically correct”. Le loro armi? I social, i meme e la propaganda.
Volete un esempio? Torniamo indietro all’anno scorso: è il 2016, siamo in America, nell’anno delle elezioni presidenziali forse più sentite e controverse degli ultimi anni. Sono le elezioni di Donald Trump contro Hillary Clinton, dove si sprecano le battute al vetriolo a colpi di tweet, retweet, share, like e compagnia cantante, proprio nel momento in cui una grande fetta della popolazione occidentale si informa proprio tramite i social network. E sarà proprio lì che si combatterà la più grande battaglia dell’ epoca dell’ informazione digitale.
L’ALT-right (di cui Pepe, la ranocchia che vedete sotto nelle vesti di Trump è un simbolo) quindi decide di schierarsi proprio con “la candidatura barzelletta” del magnate americano, il candidato presidente forse meno politically correct della storia, che per giunta sfidava direttamente contro la Clinton, super nemico giurato in quanto donna e democratica.
Sicuramente ricorderete anche le megapolemiche attorno al discorso fake news e “avvelenamento di pozzi” da parte di ignoti: secondo un articolo del NYTM, c’era una vera e propria fabbrica di messaggi “bufala” indirizzati ai sostenitori di Sanders, Clinton e Trump, ovviamente declinati a seconda dei rispettivi obiettivi (screditare o esaltare un candidato rispetto ad un altro, in questo caso), pronti a depositare il loro devastante impatto sull’opinione pubblica: non è un caso che uno studio di Buzzfeed abbia messo in risalto che probabilmente anche le fake news hanno contribuito a spostare l’ago della bilancia di queste elezioni.
Ma se una rondine non fa primavera, soffermatevi per un attimo anche sul piccolo dettaglio che Steve Bannon, lo stratega della comunicazione di Trump (e da poco da lui silurato), è a capo di Breitbart news, sito di informazione baluardo dell’ALT-Right.
È inutile poi dire che in barba alla barzelletta, sappiamo tutti com’è andata a finire.
Ma il mondo dell’internet quando vuole è letale, spietato, crudele e malvagio: avete mai saputo della triste storia della bandiera di Shia Laboeuf? Beh, anche qui c’è il devastante zampino degli attivisti dell’ALT-Right.
In contrapposizione al suo progetto artistico di protesta nei confronti del neoeletto Trump, che prevedeva l’installazione per 4 anni di una bandiera ripresa 24/7 da una webcam in un posto remoto e anonimo del mondo con sopra scritto “He Will Not Divide Us”, hanno innescato una vera e propria caccia alla bandiera mobilitando tutta la loro community online, che dopo calcoli apparentemente folli ed assurdi è riuscita nell’intento di tirarla giù e di sostituirla dopo appena 36 ore con un cappellino con sopra un laconico “MAKE AMERICA GREAT AGAIN”.
Cosa aspettarsi quindi dal futuro: Vedremo un domani fenomeni del genere anche in Europa? Internet sfornerà altri movimento del genere? Fin dove arriverà l’ALT-Right? Che sia un fuoco di paglia o che si sia davanti ad un nuovo modo di intendere la politica ce lo dirà solo il tempo.
Per il resto, possiamo discuterne su Facebook, Twitter e LinkedIn… Ovviamente, nel rispetto di tutti.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Francesco Pannullohttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngFrancesco Pannullo2017-10-03 09:30:402017-10-03 08:44:13Alt-Right: quando gli ideali politici nascono nelle pieghe del web
Li abbiamo visti in qualche pubblicità televisiva, strani occhialoni indossati da giovani dall’aria meravigliata. O scorrendo post su Facebook, in articoli con hashtag come #VR e #AR. Magari li abbiamo anche provati tra gli scaffali dei centri commerciali, vicino a smartphone e tablet. Dietro questi avvistamenti, due parole: realtà virtuale.
La Virtual Reality, in due parole
Non possiamo toccarla (per adesso), ma solo vederla e sentirla. La realtà virtuale, o VR, è un modo nuovo di vivere i contenuti digitali. Nei film e nei videogames osserviamo da spettatori, da fuori, ciò che accade sullo schermo. Immaginate invece di potervi muovere dentro quei mondi digitali, girarvi a 360 gradi e interagire con gli oggetti come nel mondo reale.
Com’è fatto un visore
Ecco, questa è la realtà virtuale e per farne l’esperienza basta indossare i cosiddetti visori VR. Nel visore troviamo un piccolo schermo OLED a cui guardiamo attraverso due lenti che ci restituiscono una visione stereoscopica, effetto ottico che ci fornisce l’illusione di un mondo tridimensionale, profondo, realistico.
Le differenze con la realtà aumentata
Indossando il visore VR vediamo solo l’ambiente virtuale e non il mondo reale circostante. Esiste poi la cosiddetta Augmented Reality, o AR, in cui usando lo schermo del nostro smartphone o di dispositivi come Microsoft Hololens possiamo inquadrare il mondo reale su cui vengono sovrapposti elementi digitali quali scritte, immagini, animazioni. Praticamente quello che facciamo usando le Instagram Stories o i filtri di Snapchat. Nel loro insieme, VR e AR vengono chiamate tecnologie immersive e stanno sempre più convergendo in soluzioni chiamate Mixed Reality, o MR.
Immersi negli ambienti digitali, gli utenti fanno letteralmente l’esperienza visiva e uditiva di questi mondi. Si parla di “presenza”, il senso di sentirsi davvero in un altro mondo, più coinvolti a livello emotivo e psicologico che nei media tradizionali. Non a caso la VR è stata spesso definita il medium empatico per eccellenza, usata in campagne di sensibilizzazione dove “vivere” direttamente alcune situazioni (guerra, prigionia, cambiamento climatico) vale molto più di mille parole.
Piccola storia della Realtà Virtuale
La realtà virtuale è tutt’altro che recente.Nasce negli anni ’60 in USA, quando l’esercito sviluppò i primi visori per esplorare ambienti progettati al computer studiandone gli effetti sulla mente, soprattutto per aiutare soldati a superare traumi o per l’addestramento. Fino agli anni 80 i costi rimasero proibitivi, con visori da ben 90 000 dollari e una qualità grafica poco più che sufficiente. Ma ricercatori e appassionati di fantascienza non persero mai la speranza e mentre film, fumetti, libri facevano la loro parte, la tecnologia diventava sempre più piccola, portatile e performante.
Nel 2007 Steve Jobs alzò la mano mostrando il primo iPhone, inaugurando l’era degli smartphone. Dobbiamo guardare lì, a quel computer in un palmo, con quello schermo luminoso, colorato, touch. In 5 anni la corsa a smartphone migliori e schermi più definiti diventò la porta di accesso definitiva alla VR, permettendone la diffusione al mercato consumer. Questa porta si aprì in un garage, ad opera di un gruppo di giovani pionieri sotto il sole di Long Beach in California.
Oculus Rift
Palmer Luckey e i suoi 3 soci avevano lavorato per anni ad un prototipo di visore VR collegato al pc basato sugli schermi (sempre più economici) di ultima generazione e nel 2012 decisero di presentarlo al grande pubblico con una campagna di crowdfunding su Kickstarter. Lo chiamarono Oculus Rift e grazie ai fan di tutto il mondo guadagnarono ben 2,4 milioni dollari. Quello fu l’anno zero della nuova VR e da allora il nostro futuro è cambiato per sempre.
Gli altri visori
All’Oculus Rift si aggiunsero presto altri visori: il Vive di HTC, la Playstation VR di Sony ma anche soluzioni molto più economiche come il Cardboard o il Daydream di Google. Questi ultimi, invece di uno schermo interno e del collegamento al pc, sono progettati per ospitare smartphone (i modelli forniti di giroscopio) permettendo di vivere esperienze VR senza investire un patrimonio in computer super performanti.
Tutti i numeri della VR
Siamo però solo all’inizio. Tra fine 2017 e inizio 2018 sbarcheranno sul mercato decine di soluzioni standalone, ossia visori senza computer, né smartphone. Avranno a bordo tutto il necessario, connessione wi fi e prezzi competitivi tra 400 e 600 euro. Una svolta che aumenterà enormemente l’accessibilità alla VR.
Tante le applicazioni e in rapidissima crescita. Se nel 2017 i guadagni globali della VR si aggirano sui 2,7 miliardi di dollari, entro il 2020 si stimano a circa 24,3 miliardi. Un’impennata straordinaria accompagnata dalla vendita mondiale di 249 milioni di visori entro il 2025. I videogames la fanno ancora da padrona, posizionandosi al primo posto del mercato, seguiti dal settore della salute.
Scenari
Pensate cosa significa poter analizzare scansioni 3D di organi e tessuti dei pazienti direttamente dall’interno, evidenziando ogni problema in modo economico e immediato, in collaborazione remota con medici di ogni parte del mondo. Progetti in VR vengono realizzati anche per supportare terapie psicologiche, immergendo i pazienti in ambienti virtuali adatti a esporli a stimoli controllati per ridurre fobie, stress, dolore come anche dipendenze da alcol e droghe. Per non parlare delle applicazioni in ambito industriale (assistenza remota e progettazione), educazione, cinema e campagne pubblicitarie.
La realtà virtuale non è solo il nostro futuro. E’ gli smartphone che adesso teniamo sempre in mano. E’ i computer, uffici portatili e fedeli compagni di ogni viaggio. E’ le chiamate skype, con cui accorciamo le distanze con amici e famiglia. E’ la tecnologia che presto diventerà il pane quotidiano in ogni ambito,la next platform.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/10/virtual-reality-2.jpg6671000Valentino Megalehttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngValentino Megale2017-10-03 09:25:482017-10-04 00:09:38No, la Realtà Virtuale non è un hype (e cambierà davvero le nostre vite)
Il lunedì è il giorno dedicato ai recap. Si riprendono le fila dei compiti lasciati a metà prima del week end, delle email a cui rispondere e… delle campagne stampa imperdibili della settimana appena trascorsa!
Perché iniziare con i nostri Best Adv of the Week significa come sempre assicurarsi un carico di creatività e ispirazione per dare la giusta spinta al lunedì.
Quindi, non perdiamo altro tempo e cominciamo.
IKEA – Wireless chargers
Il brand di arredamento più amato al mondo strizza l’occhio al nuovo iPhone con la sua campagna interamente a tema Apple.
Pochi anni fa IKEA aveva iniziato a vendere mobili contenenti circuiti in grado di ricaricare i dispositivi in modalità wireless. Nulla di nuovo, quindi, ma ora che Apple ha annunciato che iPhone 8 e iPhone X saranno i suoi primi prodotti a supportare la ricarica wireless, anche i prodotti di IKEA assumono un nuovo valore.
Sempre puntando ai fan di Apple, il Think different di Cupertino si trasforma nel Link differentsvedese.
Advertising Agency: Acne / IKEA Creative Hub, Stockholm, Sweden
Creative Directors: Johan Holmgren, Morten Kjaer
Creatives: Tiago Pinho, Isaac Bonnier, Joel Lindblad, Simon Saarinen, Christian Karlsson, Anton Bolin
Executive Producer: David Olsson
Producer: Maria Widemar
Project Leader: Lovisa Friman Bendz
Photographer: Anders Kylberg
Final Art: Johan Lundgren
Social Media Manager: Rocio Garrido Rus
Assignment Manager, IKEA Creative Hub: Mia Malmström
Assignment Leader, IKEA Creative Hub: Louice Alvarsson
Queer Lisboa – Surprise. Surprise
Il festival internazionale del cinema Queer di Lisbona si ispira ad uno dei frame più noti dell’horror, rivisitato ovviamente in chiave queer.
Advertising Agency: Fuel, Lisboa, Portugal
Creative Director / Copywriter: Marcelo Lourenço
Creative Director: Pedro Bexiga
Art Director: Gabriel Mendes
Agency Head of Production: Pedro Silva
Production Company: Studio Nuts / On Shot
Photographer: Rui Carvalho
Producer: Maura Nhiurka
Digital Effects: Studio Nuts
Executive Producer: Tico Moraes
Model Agency: Blast
Model: Filipe Salgueiro
Make Up: Rebecca Fonseca
Some people should never been born
Mentre i giornali di tutto il mondo sono impegnati a diffondere lo scambio di minacce tra il presidente degli Stati Uniti e il dittatore della Corea del Nord, l’agenzia brasiliana Platinum FMD sceglie di rinchiuderli in un condom, per renderli protagonisti di una campagna sulla prevenzione sessuale.
“Alcune persone non dovrebbero mai essere nate”, recitano gli annunci stampa, diventatati virali anche sui social.
Advertising Agency: Platinum FMD, Rio de Janeiro
Ford Middle East – Welcome to the driver’s seat
Non appena la notizia del decreto che consente alle donne di guidare in Arabia Saudita ha iniziato a fare il giro del mondo, i brand si sono mobilitati per rispondere con efficacia attraverso i loro annunci alla bella conquista.
Ma nessuno lo ha fatto con la stessa efficacia e intelligenza di Ford: un’immagine iconica accompagnata da un copy significativo.
L’immagine del tweet era ispirata ad un annuncio creato da J. Walter Thompson Doha, vincitore di un premio al Dubai Lynx dello scorso anno per il sito web Raseef22.
Advertising agency: GTB Middle East / ASDA’A Burson-Marsteller PR.
Audi – Rain Monsters
Chiudiamo la rassegna dei migliori annunci stampa di questa settimana con una campagna più leggera da Audi, che punta a far conoscere la potenza dei suoi sensori per la pioggia.
Advertising Agency: Tribal Worldwide İstanbul, İstanbul, Turkey
President / Executive Creative Director / Copywriter: Arda Erdik
Executive Creative Director: Başar Bellisan
Creative Group Head: Barış Sarhan
Art Directors: Meriç Karabulut, Hakan İhtiyaroğlu
Illustrator: Ferit Yantur
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/10/queer-lisboa.jpg621876Fabio Casciabancahttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngFabio Casciabanca2017-10-02 18:03:532018-03-03 00:17:21IKEA, Ford e Queer Lisboa: i migliori annunci stampa della settimana
Opus Capital e United Ventures hanno sottoscritto un round di investimento serie B di 11,5 milioni di dollari per Cloud4Wi, leader nel settore delle piattaforme di location analytics e marketing.
Gill Cogan, general partner di Opus Capital, entrerà nel Consiglio di Amministrazione di Cloud4Wi. Il finanziamento verrà utilizzato da Cloud4Wi – che annovera tra i clienti della piattaforma Volare colossi del calibro di Adecco, Bulgari e Burger King – per sviluppare ulteriormente la rete globale dei propri partner e migliorare le competenze nel machine learning.
“Le aziende sono alla ricerca di nuovi modi per conoscere ed ingaggiare i propri consumatori al fine di aumentare i propri ricavi. La soluzione Volare valorizza gli investimenti fatti nelle reti Wi-Fi fornendo risultati immediati”, dice Andrea Calcagno, CEO e Co-Founder di Cloud4Wi. “Questa nuova iniezione di capitale ci permetterà di accelerare la nostra espansione e di continuare a migliorare le tecniche di intelligenza artificiale che sono alla base della nostra soluzione”.
Volare di Cloud4Wi, la piattaforma che connette più di 65 milioni di utenti
Cloud4Wi, che è stata recentemente identificata come vendor rappresentativo nel primo report di Gartner “Market Guide for Indoor Location Application Platforms”, offre Volare, una piattaforma di location analytics e marketing disegnata per conoscere ed ingaggiare i consumatori. Con Volare le aziende possono utilizzare le reti wireless esistenti per potenziare il proprio business, sfruttando la distribuzione attraverso una rete di partner e una connessione con più di 65 milioni di utenti mobile in circa 15.000 location e in più di 80 Paesi.
“Cloud4Wi aiuta a risolvere uno dei principali problemi che i brand devono affrontare oggi, ossia allineare l’esperienza offline con quella online”, dice Gill Cogan, general partner di Opus Capital. “Con la piattaforma Volare, il portafoglio clienti esistente e la chiara visione strategica, Cloud4Wi ben si posiziona come leader in questo mercato in sviluppo. Siamo entusiasti di continuare a supportare il team affinché possa crescere e aprire nuovi orizzonti al mondo dei top brand”.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/10/money.jpg600900Fabio Casciabancahttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngFabio Casciabanca2017-10-02 16:17:332017-10-03 18:16:19Round da 11,5 milioni per Cloud4Wi
Nella partita che si gioca sul campo del social media marketing, se si vuole fare la differenza è necessario anticipare tutti. Il trucco per riuscirci? Analizzare i trend e fare brainstorming per comprenderli prima degli altri operatori di settore: un’operazione che può risultare decisiva.
Per un 2017 che va, c’è un 2018 che arriva di gran carriera carico di previsioni, tendenze attese, statistiche dedotte: l’occasione per il buon social media manager di attivarsi invece di andare in letargo (ma quando mai!), per cominciare a tracciare i primi bilanci, raccogliere dati da analytics e dare il via alla pianificazione della propria social media strategy.
Quindi, se sei arrivato fin qui e ti rivedi nel profilo del #SMM che vuole emergere dalle masse, “Keep calm & continua a leggere”: abbiamo voluto semplificarti il lavoro e raccogliere tutti i social media trend che andranno per la maggiore dal 2018 in avanti, con i quali potrai trasformarti da follower a leader del marketing di domani. Cominciamo?
AI e augmented reality
L’intelligenza artificiale e la realtà aumentata stanno trovando un posto preponderante nelle strategie di marketing dei business sul web, andando a contaminare ovviamente anche il rapporto con i social media. Il 2018 sarà in questo senso l’anno della consacrazione.
Con circa 3,2 miliardi di foto condivise ogni giorno, i social network non sono più canali esclusivamente di testo per marketer, ma piattaforme di comunicazione dove il visual content ha un impatto decisamente più persuasivo.
Già oggi, con strumenti come Einstein Vision for Social Studio, sviluppato da Salesforce e che utilizza algoritmi di intelligenza artificiale per il riconoscimento delle immagini associato alla ricerca visiva, all’individuazione del marchio e all’identificazione del prodotto, le aziende online possono cercare immagini relative ai loro marchi sui social media.
La realtà aumentata avrà il suo impatto iniziale sul gioco mobile, ed è probabile che le piattaforme dei social media troveranno modi per incorporare questa nuova tecnologia. Già al lancio dell’iPhone 8 e dell’iPhone X, la Apple ha annunciato che entrambi i dispositivi incorporeranno un nuovo chip in grado di fornire agli utenti esperienze di realtà aumentata incredibili.
Quindi si può prevedere che piattaforme come Snapchat e Instagram aggiungeranno presto dei filtri che consentiranno ai propri utenti di proiettare i propri scatti attraverso la realtà aumentata , e che alcuni importanti marchi potranno fare altrettanto con i loro prodotti nelle case degli utenti, utilizzando filtri speciali attraverso i social media.
Il potere dei social chatbot
Ormai è abbastanza noto che i chatbot, software pensati e sviluppati per simulare la conversazione umana e assistere gli utenti 24 ore su 24, contribuiscano a migliorare i profitti attraverso la creazione di relazioni durature con i potenziali clienti.
Secondo Gartner, azienda leader mondiale nella consulenza strategica, ricerca e analisi nel campo dell’Information Technology, entro il 2018 almeno il 30% delle nostre conversazioni sarà assistito dalle macchine; e per le aziende che annoverano migliaia di seguaci, risulta chiaro che i chatbot rappresentino risorse preziose che creano interazioni one-to-one con tutti gli utenti.
I brand che utilizzeranno questi software per migliorare la customer experience avranno la meglio sui loro concorrenti.
Ok va bene, se è assolutamente vero e assodato il concetto secondo cui oggi video is the new king, possiamo di certo affermare che andiamo verso un 2018 dove il live streaming is the new queen.
Oltre a Fecebook, esistono altri canali di trasmissione interattivi. Agora ad esempio, offre un live stream bidirezionale, che consente alle persone di chattare tra di loro. Gli utenti non sono obbligati a scaricare altre applicazioni, ma si integra con quelle già esistenti, consentendo alle aziende di raggiungere i consumatori in tempo reale.
GORUCK (azienda di medie dimensioni che produce zaini e organizza anche endurance race), è solo uno degli esempi di brand che ha utilizzato il live streaming su Facebook per accrescere il suo bacino di utenza con risultati notevoli. Sono stati infatti in migliaia a sintonizzarsi per guardare la copertura live di 48 ore per una recente gara.
Il content “effimero” è il nuovo social media trend
Con l’avvento di Snapchat che fa registrare 10 miliardi di visualizzazioni video al giorno, si è dimostrato che i contenuti cosiddetti “Flusso” (cioè che hanno una vita breve) hanno il miglior tasso di engagement e conversione: un dato che ha obbligato i marketer a rivedere la loro social media & content strategy.
Ma quali sono i reali vantaggi di impiegare contenuti flusso? È presto detto!
Pensati per essere più autentici dei messaggi di marketing tradizionali, i contenuti leggeri risultano di facile lettura, fruibili per le masse e con la vita corta (il contenuto viene perso in poche ore e per sempre), fattore che fa aumentare efficacemente il potenziale di FOMO (Fear Of Missing Out), ovvero la paura di perdere questa offerta o quel prodotto.
Ora sai cosa ti aspetta e potrai affrontare il 2018 con una marcia in più: quella ninja!
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/10/vision.jpg401600Valerio Faeddahttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngValerio Faedda2017-10-02 16:15:482017-10-04 00:10:14Social media: tutti i trend da seguire (bene) nel 2018
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