Come costruire una buona strategia su Facebook

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Oggi, abbiamo deciso di suggerirti gli step fondamentali per creare una buona strategia su Facebook, sappiamo bene che ci sono alcune cose da curare e che se trascurate possono non produrre i risultati sperati.

Il primo passo è sicuramente avere una pagina, ma spesso esserci non è sufficiente perché ogni social media ha le proprie dinamiche di interazione, di condivisione dei contenuti e di raggiungimento di obiettivi aziendali; tuttavia il social di Mark Zuckerberg è in continua evoluzione, quindi non considerarli dei punti fermi, ma solo degli spunti.

Fissa i tuoi obiettivi

Qualsiasi strategia inizia con gli obiettivi. Che cosa vuoi dalla tua pagina Facebook? Se non sai dove vuoi arrivare, non potrai mai scegliere i mezzi giusti per raggiungere la tua meta. I risultati che puoi raggiungere non sono solo le vendite, ma anche sviluppare engagement e conversazioni, aumentare la percezione del brand e portare traffico al sito web e/o blog.

Come costruire una buona strategia su Facebook

Ricerca

  • Identifica il tuo pubblico e dove trascorre il suo tempo. In altre parole individua il tuo target.
  • Ricerca la concorrenza e vedi come lavora. In questo senso, però, è assolutamente vietato copiare, sii originale e cerca di distinguerti dai competitors.
  • Osserva e comprendi le novità su Facebook. Tieni il passo con le tendenze. Se non utilizzi le potenzialità offerte da questo strumento ha poco senso utilizzarlo.

Progetta l’esperienza

Imposta il tuo piano ed il tuo calendario editoriale; avere un programma ti aiuterà ad ottimizzare la tua attività. La pianificazione è un elemento importante, poichè ti permette di essere costante e presente.

Come costruire una buona strategia su Facebook

Misura i tuoi progressi

Prenditi il tempo per verificare come stai lavorando. Monitora i tuoi progressi e verifica se stai raggiungendo gli obiettivi prefissati o se c’è da modificare qualcosa. Gli Insights di Facebook forniscono molti dati, per cui periodicamente verifica il tuo operato. Se hai fatto un buon lavoro potrai, con soddisfazione, goderti gli obiettivi raggiunti.

Idee per volantini pubblicitari? Provate con i tattoo

volantini pubblicitari

Camminare tra padiglioni e stand di una fiera spesso comporta l’entrare in possesso di un numero considerevole di volantini pubblicitari: uno dopo l’altro, i flyer si accumulano, fino a non ricordarne più chi ce li ha gentilmente lasciati. Leo Burnett ha quindi trovato una soluzione super creativa per realizzare flyer impossibili da dimenticare per i visitatori del CITM Shanghai Expo, dando vita a “The Tattoo Flyer“.

Anziché affidarsi ai tradizionali volantini cartacei, l’agenzia creativa ha scelto di realizzare una serie di tatuaggi temporanei scannerizzabili proprio come dei QR Code.

LEGGI ANCHE: Tattoo advertising: quando la pubblicità è per sempre

Dopo aver scelto il soggetto preferito tra quelli disponibili e aver trasferito il tatuaggio sulla pelle, al visitatore era possibile accedere tramite il suo smartphone a una serie di video promozionali per il turismo thailandese.

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Idee per volantini pubblicitari? Provate con i tattoo

Secondo quanto dichiarato dalla stessa Leo Burnett, l’iniziativa ha portato a un innalzamento del 42% del flusso turistico proveniente dalla Cina, decretando l’adozione di questo strumento pubblicitario anche per le fiere dei prossimi anni.

Capitali del business: la top ten delle città dove si lavora di più

Capitali del business la top ten delle città dove si lavora di più

Calcolando la media di ore di lavoro in 71 tra i maggiori centri del mondo, UBS, nota società di servizi finanziari, ha pubblicato pochi giorni fa il suo report “Prezzi e salari 2015”. Uno dei dati più interessanti del rapporto è proprio quello relativo alle città del pianeta nelle quali si lavora di più.

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Come sottolinea lo studio, l’orario di lavoro ha un grande impatto sulla nostra qualità della vita. Basti pensare, ad esempio, al rapporto tra tempo impiegato lavorando, reddito e tempo libero. Una cosa risulta chiara però: chi è maniaco del lavoro, faccia i bagagli e si trasferisca ad Hong Kong!

Hong Kong, la capitale delle capitali del business

Capitali del business la top ten delle città dove si lavora di più

Proprio così, Hong Kong risulta essere prima nella top ten dei posti al mondo dove si lavora di più. Con 50 ore a settimana e solo 17 giorni di vacanza all’anno, la popolazione qui trascorre ben 2.606 ore sul posto di lavoro, contro le 1.604 dei parigini, che sono impegnati nella loro professione per appena 35 ore alla settimana e con, per giunta, 29 giorni di ferie retribuite.

Chi lavora di più non va in vacanza?

Capitali del business la top ten delle città dove si lavora di più

Secondo i dati riportati da “Pices & Earnings 2015”, i lavoratori di tutto il mondo trascorrono mediamente più di 40 ore a settimana sul posto di lavoro e ricevono oltre 4,5 settimane di ferie pagate.

In particolare, facendo una breve panoramica, i dipendenti a Shanghai sono costretti a vivere con solo sette giorni di riposo, contro i 34 di quelli di Manama.

A Bangkok ogni anno, invece, si lavora in media 2.191 ore, con soli nove giorni di vacanza pagata ai quali si aggiungono, però, altri 16 giorni di festività, raggiungendo così, in totale, cinque settimane di permessi retribuiti.

Sao Paulo ha la più alta quantità combinata di tempo libero, con una media di 50 giorni, mentre Lisbona può vantare il numero più basso di giorni festivi.

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Le ore di lavoro annuali sono state calcolate in base al numero di ore lavorate al giorno, il numero di giorni lavorativi settimanali e sottraendo tempo ferie e le cosiddette festività rosse da calendario.

Capitali del business e del lavoro, ecco la classifica completa

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Ecco la lista delle prime dieci città al mondo dove si lavora di più, quelle che alcuni definiscono come capitali del business, mentre altri considerano luoghi da cui fuggire a gambe levate, perché tra working hours per year e paid vacation days per year – questi i parametri utilizzati da UBS -, certamente qui non potrai permetterti un mese di ferie al mare.

  1. Hong Kong: la popolazione qui lavora complessivamente 2.606 ore l’anno. Famosa per essere uno dei centri finanziari internazionali più importanti del mondo, la città si caratterizza per avere un orario di lavoro frenetico. Si stimano ben circa 50 ore a settimana trascorse dietro il proprio impiego, per un complessivo di 17 giorni di vacanza pagati all’anno.
  2. Mumbai: qui la media di ore lavorative annue è di 2.277.
  3. Città del Messico: l’orario di lavoro conta un complessivo di 2.261 ore.
  4. Nuova Delhi si piazza al quarto posto con una media di 2.214 ore.
  5. A Bangkok ogni anno i lavoratori sono impegnati nel loro impiego per 2.191 ore, ricevendo solo 9 giorni di vacanza pagati.
  6. Dubai: qui si lavora circa 2.186 ore l’anno, con 30 giorni di ferie pagate, alle quali vanno aggiunte però le festività.
  7. Nairobi: 22 giorni di ferie retribuite per un totale di 2.184 ore lavorative.
  8. Taipei: ore di lavoro 2.141, giorni di vacanza 13.
  9. Jakarta, con 2.102 ore di lavoro annue, è uno dei Paesi con meno giorni di vacanza pagati: appena 12. Insieme a Shanghai, Pechino e Bangkok, inoltre, conta anche il minor numero di giorni festivi.
  10. Al decimo e ultimo posto della classifica troviamo Bogotà con 2.096 ore lavorative annue.

E tu in quale città vorresti lavorare?

Leo Burnett, dalle bolle ai biglietti di sapone

Leo Burnett, dalle bolle ai biglietti di sapone

Cosa accomuna un biglietto del bus e un sapone?

All’apparenza nulla, ma se decidessimo di visitare lo Sri Lanka potremmo avere una grossa sorpresa: un biglietto dei mezzi pubblici può infatti diventare una saponetta monouso.

Asiri Hospital e Leo Burnett hanno scelto di creare un biglietto innovativo, per sensibilizzare la popolazione riguardo l’importanza dell’igiene quotidiana.

In un paese con un’alta densità di popolazione il rischio di malattie è molto elevato ed è fondamentale preoccuparsi di sé stessi, ad iniziare da un semplice gesto come la pulizia delle mani.

L’agenzia creativa è dunque partita da un gesto quotidiano, come prendere un bus, per aggiungere un’altra azione alla vita di tutti i giorni. Ogni persona in Sri Lanka, infatti, dopo essere salita su un mezzo pubblico, compra il biglietto. Ma, una volta arrivati a destinazione, qual è l’utilità di quel piccolo pezzo di carta?

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Ed ecco che Leo Burnett ha scelto di creare un biglietto speciale, una miscela innovativa composta di carta e sapone; in questo modo ogni persona saprà come utilizzare quel foglio di carta, con l’obiettivo di educare la fascia meno abbiente della popolazione, all’igiene personale, soprattutto dopo un lungo viaggio in bus.

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In questo modo L’Asiri Hospital Group ritiene di riuscire, in futuro, a prevenire numerose malattie, tra cui l’epatite, attraverso un semplice gesto come lavarsi le mani.

Leo Burnett, dalle bolle ai biglietti di sapone

La campagna è stata sostenuta anche da diversi messaggi pubblicitari, diffusi nei luoghi più frequentati, negli ospedali e sui mezzi pubblici.

L’interactive marketing a sostegno delle campagne di sensibilizzazione

Il caso di Leo Burnett e del biglietto di sapone è interessante anche da un punto di vista marketing.

In questo caso non si parla di un prodotto ma l’obiettivo è veicolare un messaggio: il punto di forza di un’esperienza è quella di trasmettere in modo concreto un concetto, che a parole non sarebbe così efficace e di impatto.

Leo Burnett, dalle bolle ai biglietti di sapone

Il marketing interattivo dunque può diventare un’ottima strategia, qualora il nostro obiettivo sia dare un esempio o un messaggio forte, parlando allo stesso tempo un linguaggio vicino alle persone. L’esperienza è lo strumento migliore per permettere alle persone di capire ed imparare un comportamento.

Cosa impareremmo se il biglietto che abbiamo nel portafoglio da mesi avesse all’improvviso un nuovo utilizzo?

5 tool di citizen journalism per avvicinarsi agli election days #NinjaUSA2016

Social network e politica: 5 tool per avvicinarsi agli election days USA 2016

Nel 1973 il giornalista americano Timothy Crouse pubblicò il libro “The Boys On The Bus”: il racconto della vita on the road dei reporter che avevano seguito la campagna elettorale per le presidenziali USA 1972. La pratica prevedeva un bus ufficiale nel quale i giornalisti accreditati potevano seguire i candidati per non perdersi nemmeno un momento, una dichiarazione o una gaffe dei protagonisti.

You physically had to be there, because you might get some access to him, and hopefully get some access to him off the record, too, so you could hopefully get some sense of what ticked inside of him.
John Dickerson, CBS Political Director, coprì la sua prima campagna nel 1996.

Molti anni dopo, nel 2008, Huffington Post lancia il progetto “Off The Bus: tutto cominciò con un incontro tra Obama e dei finanziatori a San Francisco (uno dei tanti di campagna elettorale), raccontato da una sola fonte, la blogger Mayhill Fowler; nel frattempo la copertura dei caucus in Iowa vide una vera e propria “folla” di improvvisati giornalisti, cioè persone che raccontavano attraverso immagini e parole ciò a cui assistevano grazie ai social network.
I cittadini, inoltre, fotografano eventi, riprendono in video importanti pezzi di informazioni e a volte, come portò alla luce Off the Bus, ottengono uno scoop politico.

LEGGI ANCHE: NinjaUSA2016: i social media rovinano la politica. Ecco come.

Nel 2013 il ricercatore Peter Hamby pubblicò un report, in collaborazione con la CNN, intitolato “Did Twitter Kill the Boys on the Bus? Searching for a better way to cover a campaign”, nel quale riprende il libro di Crouse e fa eco al progetto del Huffington Post.

Social network e politica: 5 tool per avvicinarsi agli election days USA 2016

Grazie ai social networks, Twitter in primis, e all’enorme quantità di dati, informazioni e immagini provenienti dai comuni cittadini, la pratica on the bus non è più necessaria. Il flusso di notizie è pressoché continuo, i titoli degli articoli ci vengono forniti dai candidati stessi con i loro tweets, ridimensionando il lavoro del giornalista che si ritrova a organizzare e dare un senso a questa mole ingente di informazioni.
Anche noi ninja, oggi, possiamo seguire la campagna elettorale dei candidati per le politiche USA 2016 seduti comodamente in poltrona, senza salire su un bus, e senza perderci particolari scottanti. Come? Con cinque semplici tool.

Rock The Vote

La web app per gli americani più giovani, che rende la comunicazione più facile ed efficace e funziona come guida per sapere dove, come e quando votare. Per chi volesse fare un passo in più, ed esser coinvolto attivamente, segnala molte iniziative di volontariato.

Real Clear Politics

Un sito web dedicato alle notizie politiche, ed integrato con opinioni, analisi, sondaggi e video, prodotti sia da giornalisti, sia da comuni cittadini.

Ballotpedia

Un tool che propone analisi sui democratici e repubblicani che corrono per la presidenza, e abbina una mappa interattiva che guida i lettori/elettori alla scoperta di come gli stati abbiano votato in passato e di quali eventi ospiteranno.

LEGGI ANCHE: Digital journalism: come i social network hanno cambiato l’informazione.

FrontRunner

App disponibile solo per dispositivi iOS. Utile per essere costantemente aggiornati sui sondaggi elettorali.

Meerkat

Dopo Periscopi esiste Meerkat: app di live streaming molto amata dai candidati americani. Unico neo: i video, una volta finito il live streaming, si cancellano.

LEGGI ANCHE: Meerkat, la live streaming app che spaventa Twitter

Se conosci altri tool da consigliarci, scrivili nei commenti. Condividi l’articolo utilizzando l’hashtag #NinjaUSA2016.

Il settore dell’haircare diventa sempre più digital e Wella punta su Ninja Academy [INTERVISTA ]

giuseppe vincenzo presti wella

Il 20 e 21 settembre Ninja Academy ha partecipato come partner al Wella Franchise Congress, evento tenutosi alla Fiera di Roma e dedicato agli oltre 2.500 hair stylist associati a Wella Professionals, brand Procter & Gamble. La prima giornata è stata dedicata alla formazione manageriale degli associati, con interventi del top management Wella Professionals e di Enrico Mentana. A seguire gli speech Ninja Academy in marketing digitale con i docenti Luca La Mesa, Rosaria Toriello e Diego Orzalesi, mirati a spiegare agli hair stylist come utilizzare i social per ottimizzare l’immagine e il brand del proprio salone ed aumentarne il giro d’affari.
Abbiamo intervistato Giuseppe Vincenzo Presti, Franchise Leader Wella Italia, per farci spiegare come sta cambiando la formazione nel settore dell’haircare professionale. 

Il tuo lavoro è fare in modo che tutti gli hair stylist di Wella siano formati e aggiornati, e ciò include anche i Social Media. Quanto conta la formazione digital in questo settore?

La formazione è uno degli elementi distintivi del marchio Wella sul mercato: da sempre l’azienda è stata riconosciuta dai clienti e dal mercato come il punto di riferimento nella formazione tecnica, stilistica e manageriale. Dal 2011 abbiamo abbracciato la formazione anche online, grazie al nostro sistema di e-education che permette ai parrucchieri di tutto il mondo di poter seguire i corsi base sull’utilizzo e la conoscenza dei nostri prodotti.

Il trend della formazione digitale, nonostante sia stato abbracciato molto presto da parte dei principali attori del mercato, si sta sviluppando particolarmente solo negli ultimi 12 mesi, come dimostra il tasso di conversione dei nostri clienti Franchise alla nostra piattaforma online, passato dal 12% al 56%.

E il team building? Quali strumenti hai a disposizione?

Il team building è uno dei temi ricorrenti dei piani formativi Franchise Wella. Abbiamo attività di formazione che vanno dal “come si costruisce una attività di team building” all’esecuzione di uno di questi presso i saloni dei nostri clienti. Inoltre due volte all’anno, costruiamo un contenitore in cui svolgiamo l’attività di team building dedicata ai nostri clienti/fornitori (coloro che erogano formazione ai nostri clienti) ed in quella occasione li esponiamo alle novità di prodotto e di formazione previste per l’anno successivo.

Parlaci del Wella Franchise Congress: perché è l’evento più atteso dalla famiglia di Wella?

Il Wella Franchise Congress è il frutto di due anni di lavoro da parte del team Wella Franchise, per la costruzione di un unico grande contenitore formativo manageriale e stilistico. Per noi mettere sul palco i migliori relatori manageriali, che lavorano con noi durante l’anno e i nostri direttori artistici, che con il loro estro e la loro creatività danno vita a quattro straordinarie collezioni, è l’espressione massima delle conoscenze dell’azienda. Inoltre è una occasione unica per avere insieme i nostri migliori clienti e poter con loro disegnare il futuro di questo mercato.

Vi siete affidati a Ninja Academy per la formazione dei vostri hair stylist. Cosa ti ha spinto a scegliere la scuola di marketing non convenzionale di Ninja Marketing?

Ninja è la nostra grande scommessa per il 2016! Volevamo un partner d’eccellenza da affiancare ad Università Bocconi e NABA, ma anche un partner che uscisse dagli schemi, forte di una innovativa accademia manageriale e legato ai giovani. Il settore dell’haircare professionale ha bisogno di nuovi stimoli e di avvicinare giovani che vogliano disegnare insieme a noi il futuro della categoria per i prossimi 30 anni. Siamo certi che il marchio Ninja Academy ci aiuti a fare un salto di qualità ancora più grande e di poter iniziare un cammino che ci veda partner per lungo tempo.

Eventi formativi, E-learning, Wella Salon Marketing:
guardando al futuro, quali sono i trend e novità da cavalcare?

Le novità sono tante, ma forse la più importante di tutte è il nuovo modo in cui la rete sta cambiando la vita dei nostri clienti, spostando l’attenzione sulle vetrine elettroniche (siti internet, pagine facebook, blog, ecc..). I nostri clienti e la nostra azienda si trovano davanti ad un momento di passaggio importante in cui stanno cambiando tutte le regole del gioco e non basta più saper giocare offline, ma bisogna saper essere eccellenti in entrambi i mondi. La consistenza tra immagini ed offerta offline ed online, fa la differenza tra chi cresce a doppia cifra e chi è costretto a chiudere.

Non esiste una sola leva tattica su cui giocare ma una moltitudine di piccole azioni che se gestite tutte nella stessa direzione strategica permettono di poter affrontare il futuro con tranquillità e non con preoccupazione. Potrei già spiegare quali siano le cinque cose più importanti da fare all’interno di un salone per avere successo nel 2016 ma non lo farò ora. Le sveleremo al prossimo Congresso di Febbraio 2016 e fino a quel momento resteranno un segreto Ninja. 🙂

Come gestire un'attiva community su Facebook [HOW TO]

Community Facebook

Crisi nera per i siti web di aziende e brand? Non esageriamo, ma che Facebook abbia stravolto il modo di “esserci”, non possiamo negarlo. Che si tratti di una fan page  aziendale o di un folto gruppo virtuale di amanti dell’uncinetto, le community che nascono su Facebook non si contano più.

Ma sappiamo tutti gestire efficacemente una community su Facebook? Sappiamo creare il giusto mix di sentimento e partecipazione (tecnicamente engagement) affinchè l’utente possa consigliare il brand ai propri amici, trasformarsi in cliente o semplicemente sentirsi motivato alla partecipazione?

Di seguito alcuni consigli pratici per trasformare una piazza piena di gente silenziosa in una community attiva, coinvolta e rispettosa.

1.Cura i contenuti

Quando si dice “Content is king”, sappi che non è solo un motto stampato sulla maglietta di qualche fanatico marketer, ma è la regola numero uno da tenere sempre a mente per avere successo nel mondo social e non.

Se sei un Community Manager e devi gestire l’affollata fan page del brand per cui lavori, proporre contenuti interessanti, di qualità, che innescano un dibattito è sicuramente la strategia vincente da mettere in campo.

Dedicarsi alle attività di content creation e content curation ti permetterà di innescare meccanismi di coinvolgimento con il resto della community . Offri spunti di discussione interessanti, crea valore aggiunto a quello che proponi. Consulta la lista delle fonti da cui prendi spunto per i post, cerca tra i blog di settore più influenti e programma due o tre post da condividere quotidianamente per innescare il dibattito.

Community Facebook

2. Utilizza immagini e video

Abbiamo già parlato di quanto l’utilizzo di immagini e video nella social marketing strategy sia fondamentale. Le immagini sui social attirano l’attenzione dell’utente, innescano un maggiore coinvolgimento e in questo modo avrai maggiori possibilità di interagire con i membri della tua community.

LEGGI ANCHE: Social Media Management: Come realizzare ottime immagini per i tuoi canali

3. Gestisci i post di Facebook

Quando si ha il compito di gestire una community, nulla va lasciato al caso. Affinchè la nostra pagina non si trasformi in una Babele, è necessario tenere sempre tutto in ordine. Pensiamo alla nostra community come al nostro desk da lavoro.

Programma i post seguendo un calendario editoriale ben definito, serviti di tool come Hootsuite e Buffer per gestire e monitorare gli account social e programmare i post.

Posiziona in alto un post che potrebbe riguardare per esempio la netiquette della community o un argomento di particolare interesse, tieni sempre d’occhio la percentuale di engagement dei singoli post pubblicati, quando necessario promuovi dei post (advertising), condividi post anche individuando particolari target nella tua community.

4. Individua l’ora migliore per pubblicare i post

Quando pubblichiamo un contenuto su facebook pensiamo che tutti i membri della nostra community siano collegati e pronti per commentare, ma non è così. Solo una piccola parte dei fan è connessa in quel preciso istante.

Quello che fa un bravo Community Manager è individuare l’ora migliore in cui pubblicare i post. Controlla sempre i dati insight della pagina e dei singoli post, è possibile individuare il numero di fan collegati nei singoli giorni e ore. Solitamente gli orari migliori sono intorno alle 14.00 e intorno alle 21.00 (subito dopo i pasti) ma i target delle varie community hanno profili così diversi che questa regola non può essere applicata così facilmente.

Studia le abitudini dei membri della community e condividi i contenuti nel momento migliore della giornata.

Community Manager

5. Rispondi ai commenti

Non sempre troverai commenti gentili, educati o brillanti, ma da buon Community Manager dovrai rispondere anche a questi . Rispondere ai commenti degli utenti contribuisce a stringere il legame con il gruppo o il brand – nel caso di una pagina aziendale – e invoglia anche gli altri a partecipare alla discussione.

Nel rispondere ai commenti usa le menzioni e non gli hashtag, scrivi rivolgendoti a tutti, perché tutti potrebbero leggere la tua risposta, sii sempre positivo, o comunque cerca di mantenere un certo distacco, non prolungare troppo il botta e risposta.

6. Sii sempre presente

Se gestisci una community non c’è nulla da fare, ci devi essere, sempre. I membri del gruppo devono avere l’impressione di essere sempre seguiti e coordinati, devi essere sul pezzo. Soprattutto se gestisci la pagina di un brand, il real time marketing è quello che può fare la differenza. Vedi caso Ceres.

LEGGI ANCHE: Ceres, tutto ciò che avreste voluto chiedere ai loro social manager

7. Analizza la tua community

Non esiste strategia senza una buona analisi dell’andamento delle proprie azioni. Per gestire una community su facebook è necessario far riferimento a Facebook Insights.

I membri di una community, partecipano attivamente lasciando commenti, opinioni e condividendo i contenuti. Analizzare in modo quantitativo e qualitativo tutto ciò che succede all’interno della comunità è fondamentale per capire se la strategia messa in atto sta dando i frutti sperati o se è il caso di cambiare rotta.

Questi sono solo alcuni degli accorgimenti da mettere in campo per gestire una community su Facebook. Hai qualche altra dritta da suggerire?

Il nuovo ecosistema Google: Chromecast, Nexus 5X e 6P e Pixel C

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Si è concluso poche ore fa l’evento Google a San Francisco dove big G ha svelato i nuovi smartphone Nexus 5X e Nexus 6P, il nuovo tablet Pixel C e molte altre novità su Chromecast e Android 6.0.

Il re di Internet ha scelto di lanciare l’ennesimo guanto di sfida a Apple, dichiarando apertamente con questo evento che il gioco è ancora aperto e che molto c’è ancora da dire anche al di fuori dell’ecosistema di Apple.

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Ad aprire l’evento è stato Sundar Pichai, per la sua prima presentazione da Chief Executive Officer di Google.

Pichai ha rivelato che Android ha raggiunto gli 1,4 miliardi di utenti attivi al mese. Un dato che non sconvolge, visto che nel giugno 2014, Google aveva annunciato di aver toccato la vetta di poco più di 1 miliardo di utenti mensili attivi sulla piattaforma Android.

Una ricerca Gartner aveva registrato una crescita a rilento negli ultimi tempi per Android: tuttavia Pichai ha annunciato la crescita di Android nei mercati emergenti, come Indonesia e Vietnam, dove il mercato sarebbe “letteralmente raddoppiato”. Per Pichai il dato è molto rilevante, dal momento che si parla soprattutto di utenti che acquistano per la prima volta uno smartphone.

Nexus 5X e Nexus 6P

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Siamo ad un passo da Natale e Google debutta con nuovi prodotti in vista della stagione dello shopping: una tecnica che abbiamo visto usare spesso da Apple e che potrebbe rivelarsi vincente.

Affidandosi nuovamente a due partner esterni, Google ha affidato la realizzazione di Nexus 5X a Lg e di Nexus 6P a Hauwei, che saranno i primi smartphone venduti con Android 6.0 “Marshmallow”. Il primo è uno smartphone di fascia media con display da 5,2 pollici, fotocamera da 12,3 megapixel, Snapdragon 808 e una batteria che si ricarica molto velocemente (10 minuti di ricarica per oltre quattro ore di autonomia).

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Nexus 6P è la vera novità: design originale, ha il case in alluminio (nei colori Frost, Aluminum e Graphite) e più elevate:
–  processore Snapdragon 810 v2.1
– Display WQHD da 5,7 pollici;
– fotocamera posteriore da 12,3 megapixel;
– fotocamera frontale da 8 megapixel;
– due altoparlanti orientati in avanti;
– sistema di lettura con impronta digitale.

Il Nexus 5X parte da $ 379 e Nexus 6P da $ 499: purtroppo non si sa ancora quando arriveranno in Italia.

Chromecast

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Ed ecco il secondo momento caldo dell’evento Google: la presentazione dell’ultima versione di Chromecast che ora ha un design più piatto ed ha nuove versioni colorate. Ad accompagnare la release 2.0, anche un nuovo device, Chromecast Audio, un dispositivo per trasmettere musiva con lo streaming da cloud e che trasforma un qualsiasi altoparlante con ingresso AUX in un dispositivo connesso a Internet.

Chromecast, originariamente lanciato nel 2013 per portare la Chrome esperience sul televisore di casa, era uno strumento economico per trasformare una comune tv in  una smart tv. Dalla sua nascita ad oggi ne sono stati venduti 20 milioni  di modelli. Chromecast 2.0 ha già integrato il cavo HDMI e la sua forma circolare lo rende più facile da agganciare alla tv. Facciamo ora un confronto prezzi:

Amazon Fire TV: $ 99
Nuova Apple TV: $ 139 o $ 199
XBox One: 349 $
Chromecast: $ 35.

C’è da dire altro?

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Anche Chromecast Audio sarà venduto a $ 35: a cosa serve esattamente? Ad ascoltare la musica dei vostri device direttamente sul vostro impianto audio: per tutti coloro che a casa hanno sempre avuto un ottimo impianto e non hanno potuto utilizzarlo con il proprio smartphone.

Cosa troverete inoltre sui due device Chromecast? Spotify per entrambi e una versione dedicata a Chromecast di Angry Birds dal nome “GO”.

E sempre in ambito di musica arriva il nuovo piano famiglia di Google Play Music a $ 14,99 al mese per un massimo di sei membri della famiglia: Google vuole sfidare Apple anche sullo streaming musicale, offrendo lo stesso tipo di contratto alla stessa tariffa.

Pixel C, il primo tablet interamente realizzato da Google

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Il primo tablet realizzato interamente da Google, Pixel C, ricorda molto nel design Microsoft Surface, ad esser sinceri.

Pixel C ha uno schermo da 10,2 pollici (la “C” sta per “convertible“), e ha una tastiera estraibile

“Cerchiamo di spingere lo stato dell’arte e di spingere in avanti la prossima generazione di computing“, ha dichiarato Sundar Pichai “E per fare questo, costruiamo hardware … in modo da poter guidare l’ecosistema in avanti“.

Il tablet utilizzerà un processore quad-core Nvidia Tegra X1 con 3 gigabyte di memoria, come ha rivelato Andrea Bowers, direttore product management di Google. La tastiera Bluetooth, collegata magneticamente,  funge anche da supporto per il device.

Inutile dire che Pixel C si troverà ad affrontare una dura battaglia in un mercato sempre più affollato, dove iPad di Apple, il cui primo modello è nato nel 2010, è leader del settore. Inoltre, Apple all’inizio di questo mese ha presentato iPad Pro, un device da ben 12,9 pollici che sarà in vendita da novembre e che sembra diretto al target business.

Pixel C sarà in vendita “in tempo per le vacanze”, ha detto Bowers, e avrà un costo di $ 499 con 32 gigabyte di memoria e di $ 599 per 64 GB. La tastiera avrà un costo di $ 149. Ricordiamo che iPad Pro ha invece un costo iniziale di $ 799, mentre la tastiera sarà venduta a $ 169. Sui prezzi, Google esce sempre vincitrice.

Pixel C dimostra che Google ha ancora voglia di entrare nel mercato della produzione di dispositivi mobili. Apple ha sempre dimostrato la sua forza proprio nell’aver collegato strettamente progettazione hardware e software: sembra che big G voglia dimostrare che può diventare, al pari dell’azienda di Cupertino, un grande ecosistema che ha anche il vantaggio di essere già leader della ricerca sul web.

E se aggiungiamo che Google vuole diventare un ecosistema anche “economico” e alla portata di tutti, forse possiamo proprio dire che la guerra tra i due rivali di sempre è arrivata ad un punto cruciale. Tutto si gioca a Natale: chi venderà di più?

 

Axel Springer compra Business Insider [BREAKING NEWS]

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Il colosso dell’editoria tedesco Axel Springe ha chiuso un accordo per acquistare l’88% del sito di news americano Business Insider, che si aggiunge al 9% già detenuto, per 306 milioni di euro.

Business Insider è valutato a 442 milioni di dollari, circa 395 milioni di euro, e la piccola quota restante è detenuta dalla Bezos Expeditions, società di investimento del founder di Amazon Jeff Bezos.

È stato lanciato nel 2007, impiega 325 addetti e può vantarsi di76 milioni di visitatori unici al mese. Oltre ad essere un punto di riferimento negli Stati Uniti, conta una presenza internazionale.

Il fondatore e amministratore delegato di Business Insider, Henry Blodget, manterrà il suo ruolo.

L’editore tedesco commenta: “L’acquisizione è una parte vitale della strategia di Axel Springer per ampliare la sua presenza globale, diversificare la sua offerta in lingua inglese e rafforzare il suo impegno nel giornalismo digitale innovativo”.

Con questa acquisizione Axel Springer, che possiede anche il quotidiano Bild e Die Welt, sarà uno dei sei maggiori editori digitali al mondo in termini di utenti.

Dopo aver perso la corsa all’acquisizione del Financial Times a luglio, per la stratosferica cifra di 1,3 miliardi di dollari dalla multinazionale britannica dell’editoria Pearson Plc., Axel Springer ha aumentato la sua quota in Business Insider a circa il 97%, mentre il fondatore di Amazon Jeff Bezos deterrà il restante 3 per cento.

Business Insider, fondata dall’ex-analista di Wall Street Henry Blodget, trasforma così la berlinese Axel Springer in uno dei principali giornali di economia in lingua inglese, ma segna anche una vera svolta nell’attenzione al digitale del colosso dell’editoria.

Il CEO di Axel Springer Mathias Doepfner ha dichiarato che l’operazione è il primo passo di una strategia per essere giocatori nella nuova partita dei media digitali.

Per questo la società ha pagato l’equivalente di sei volte il fatturato previsto di Business Insider per il 2016.

Business Insider, fondata nel 2007 come una pubblicazione solo per il web, ora conta ben sette edizioni supplementari al di fuori degli Stati Uniti, con un nuovo sito web autonomo dedicato al tech, Tech Insider.

Blodget, che è anche caporedattore, e la COO Julie Hansen rimarranno nei loro ruoli anche dopo l’acquisizione delle quote da parte di Axel Springer.

Axel Springer, invece, è il più grande editore di notizie d’Europa e ha lanciato la versione europea di Politico.com, sito web dedicato alla politica con sede a Washington. Lo scorso anno ha investito nel web magazine della Silicon Valley Ozy e nel 2014 ha acquisito una partecipazione del 20% nel motore di ricerca francese Qwant. Nel 2013, infine, ha lanciato la versione online a pagamento di Bild, il più grande giornale tedesco.

Nei piani di Doepfner, Business Insider sarà probabilmente la piattaforma di lancio per l’espansione al di fuori dell’Europa. Priorità di Axel Springer espandere la portata del sito web e dei lettori.

L’acquisizione di Business Insider resta però soggetta ad un ultimo passaggio: l’approvazione da parte delle autorità antitrust.

Come valutare la propria strategia di marketing online: i 5 passi per un audit coi fiocchi

Digital Marketing Network Strategy Planning Concept

Elaborare una strategia di digital marketing contiene alcune sfide di difficile risoluzione. In questo senso ci permettiamo di segnalarvi una “guida intergalattica per marketer” in cui ci siamo imbattuti, scritta da un professionista d’oltre oceano, Brian Honigman, per Digital Current.

Riporteremo le sue considerazioni definendo 5 fasi di controllo e produzione di audit sui diversi campi di realizzazione di una digital strategy.

Fase 1: definizione e ritorno alla visione d’assieme

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Molto spesso abbiamo paura, in quanto operatori, di perderci in grandi tematiche perché pressati da clienti e/o superiori nella produzione di un risultato.

Ma se c’è una cosa che nel medio-lungo periodo da valore ad una strategia di marketing è appunto la visione d’assieme. Abbiamo individuato alcuni quesiti da porsi per una corretta valutazione del nostro piano marketing:

  • Qual è lo stato attuale della mia attività ?
  • Quale impatto ha avuto la mia strategia di marketing sulle vendite?
  • Quali risultati mi aspetto di ottenere dalla revisione della mia strategia ?
  • Quale dimensione assume la mia idea di successo ?
  • In che modo il digital marketing può aiutarmi nel raggiungere quel successo ?

Si tratta di una visione quantificabile e sulla quale misurarci giorno per giorno.

Fase 2: Back to the basis, l’importanza della SWOT Analysis

Come valutare la propria strategia di marketing online: i 5 passi per un audit coi fiocchi

Uno degli aspetti principali che garantiscono una corretta valutazione del proprio operato risiede nella capacità di utilizzare tool, schemi o teorie che garantiscano una visione oggettiva delle cose.

La Swot analysis è un classico esempio grazie al quale possiamo analizzare con obiettività lo stato del lavoro svolto e l’efficacia dell’operato del team che abbiamo a disposizione.

Anche in questa seconda fase il lavoro è sempre volto alla visione d’assieme. Una volta delineati gli scopi e le valutazioni del lavoro nel proprio complesso, a questo punto possiamo scendere ad un livello più basso (nell’accezione di specifico e settoriale) della nostra analisi.

Fase 3: Come mi funziona la Seo ?

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L’ottimizzazione dei contenuti multimediali affinché questi ultimi risultino più in alto nelle pagine di ricerca è una fase determinante nello sviluppo di una strategia di marketing.

Fare della buona Seo significa ottimizzare i contenuti prodotti all’interno dello spazio virtuale in cui ci stiamo muovendo. Tanto più che gli strumenti di Seo si aggiornano di continuo, per cui una pagina precedentemente ottimizzata secondo i parametri vecchi, potrebbe contenere degli errori secondo quelli nuovi.

Fase 4: Social Media Audit, va tutto come vorrei ?

Social media on hand with blue background

La Seo, la buona Seo, ci garantisce afflussi costanti d’accesso, vecchio e nuovo, ma tutti quegli utenti che ci guardano prima o poi diventano una comunità, esigono di interfacciarsi a noi.

Qui entra in gioco la capacità di relazione data dal social media marketing. Le aziende da questo punto di vista ancora non hanno capito a pieno le potenzialità nel fare SMM come si deve, affidandosi o a soggetti poco esperti oppure destinando tempo e risorse inadeguate.

Ma essere sui social significa darsi compiti, obiettivi e verificarli come in qualsiasi altro settore.
Se con i Seo Audit sappiamo quali contenuti hanno successo ed hanno generato accesso, con i Social Media Audit possiamo quantificare come la comunità di clienti (reali e possibili) reagisce ai contenuti che pubblichiamo, quali destano reale interesse, quali accrescono la nostra credibilità e quali invece sono da considerarsi superflui o fuorvianti.

Bisogna mostrare coerenza nella gestione dei canali, ogni social deve essere trattato con la stessa visione aziendale di modo che la linea editoriale sia immediatamente riscontrabile.Come per la Seo anche nella gestione dei Social bisogna essere attenti a dove vogliamo essere per essere noi stessi.

Fase 5: Contenuti, quelli giusti per il mio business

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Ultima fase di controllo per delineare una giusta digital strategy, quella relativa alla produzione di contenuti.
Si tratta di una delle più delicate in assoluto perché è quella in cui la qualità ha la maggiore rilevanza.

LEGGI ANCHE: 5 Suggerimenti per una Content Strategy di successo

Resta comunque possibile delineare delle linee guida da seguire. Innanzitutto partiamo dal presupposto che produrre contenuti di qualità è un lavoro che va fatto con grande costanza.Di conseguenza bisogna sempre produrre analisi rispetto all’impatto che quel determinato contenuto ha avuto sulla nostra audience.

Tieni presente che o si sceglie quale strategia si porta avanti per produrre contenuti (siano essi light o di qualità) oppure finiamo per diventare corpi estranei rispetto alle necessità di vendita e relazione dell’azienda per cui lavoriamo.