11 candeline a Menlo Park: buon compleanno Facebook!

11 candeline a Menlo Park: buon compleanno Facebook!

Il 4 febbraio 2004 andò online thefacebook.com, il sito ideato da Mark Zuckerberg destinato agli studenti di Harvard: sono passati 11 anni di distanza ma Facebook  ha fatta molta strada, passando da annuario del college a social network (e marketplace) con più utenti al mondo.

I dati pubblicati da Vincenzo Cosenza parlano chiaro: con i suoi 1,2 miliardi di utenti attivi al mese Facebook è di gran lunga la più frequentata delle piazze virtuali. Al secondo posto, con la metà degli utenti attivi c’è QZone, il social network che va per la maggiore in Cina, la nazione più popolosa al mondo che ha chiuso le porte a Facebook e agli altri social occidentali. Al terzo posto Google Plus.

I motivi del successo di Facebook

Tra un paio di anni la creatura di Zuckemberg sarà un teenager e nell’evoluzione del web sono pochi i siti di successo che sono arrivati a una così veneranda età: per restare sulla cresta dell’onda bisogna sempre innovare ma senza stravolgere la propria natura.

Facebook è riuscito a diventare un riferimento essendo stato tra i primi social media orizzontali, ha saputo accogliere persone di ogni età e dai gusti più differenti. Tramite i gruppi e le pagine è riuscito poi ad aggregare le preferenze degli utenti e diventare più trasversale.

Con sapienza il board del social ha saputo copi… ehm!  prendere spunto dagli altri network e negli anni ha introdotto delle migliorie che hanno reso più completo il social. Basti pensare ai recenti Place Tips oppure agli hashtag presi in prestito da Twitter con minore successo a causa delle differenti opzioni della privacy.

Le novità dell’ultimo anno

11 candeline a Menlo Park buon compleanno Facebook

Dal suo decimo compleanno Facebook si è aggiornato costantemente.

Quello che più si nota nella gestione del network è la consapevolezza di essere diventato uno strumento imprescindibile della nostra vita quotidiana: Facebook ha iniziato a spingere i trend del momento, come nel caso dei mondiali di calcio, delle elezioni e dei fenomeni sociali come l’Ice Bucket Challenge e la lotta al bullismo.

Possiamo stilare un elenco di tutte le novità rilevanti dall’ultimo compleanno:

Qual’è stata la novità dell’anno per voi? Cosa ci riserva Facebook per il prossimo anno?

UPDATE: Mark ha deciso di festeggiare celebrando la #giornatadegliamici

UniCredit nella Top 10 degli Intranet Design Awards 2015: il racconto dei protagonisti [INTERVISTA]

E’ notizia di poche settimane fa, e – in quanto appassionati di nuove tecnologie e italiani – ci ha reso subito molto orgogliosi: la nuova intranet di UniCredit si è posizionata nella top 10 globale degli Intranet Design Awards 2015 di Nielsen Norman Group. Leggiamo nella nota diffusa nella newsroom del Gruppo:

Per la prima volta un’azienda con sede in Italia entra nella lista delle migliori dieci Intranet aziendali del mondo.

Si tratta di un riconoscimento molto importante e prestigioso, che ha premiato nel migliore dei modi lo sforzo del team di lavoro. OneGate è una intranet che fa della funzionalità, della semplicità e della personalizzazione i pilastri principali del proprio successo e dell’apprezzamento dei dipendenti worldwide, con una grande cura agli aspetti di content management.

Quale modo migliore di capire meglio alcuni aspetti progettuali, se non intervistando direttamente il team di Group Internal Communications UniCredit (mostrato anche nella foto iniziale dell’articolo)? Da non perdere la testimonianza diretta dei protagonisti del successo, attraverso le parole di Patrizio Regis (Responsabile di Group Internal Communications UniCredit) e Fabio Delton (Responsabile di Digital Internal Communications UniCredit).

1) Perché è stata implementata la intranet, quali erano le necessità organizzative?

Patrizio Regis. La nostra nuova Intranet risponde alla necessità di comunicare con tutti i dipendenti con strumenti evoluti in linea con il Web e di semplificare l’uso degli strumenti digitali interni.

Una multinazionale “glocalizzata” come UniCredit, presente con attività bancarie in 17 paesi con 8.600 sportelli bancari, operante in circa 50 mercati, con quasi 149.000 dipendenti, frutto di una serie di integrazioni tra realtà culturali e organizzative molto differenti, ha bisogno di una piattaforma a supporto della comunicazione che consenta il raggiungimento di tutti i colleghi, con messaggi univoci, che facciano percepire a tutti il senso di appartenenza ad un’unica organizzazione.

L’idea della nostra Group Intranet è nata da questo, e ora possiamo dire di offrire ai nostri colleghi una singola piattaforma digitale con un’esperienza utente omogenea e ai nostri comunicatori la possibilità di adottare una strategia di comunicazione interna efficace e coerente.

2) Come è stato organizzato il lavoro, come era composto il team di progetto?

Patrizio Regis. Per sottolineare la metodologia di design partecipativo che abbiamo applicato gli americani direbbero “it takes a village”.

Il nostro team di Digital Internal Communications, responsabile dell’evoluzione dei canali digitali interni nell’ambito della Comunicazione Interna, è sempre stato composto da 5 o 6 persone. Per tre anni, però, più di 40 altri attori, provenienti dalle nostre strutture di Comunicazione Interna locali e da diversi dipartimenti e paesi, hanno lavorato direttamente con noi del core team sul nuovo design. Hanno partecipato a diversi workshop internazionali e a varie attività di ricerca: valutazione dei bisogni in termini di contenuti, esplorazione di come i dipendenti lavorano, per identificare, tramite la ricerca dell’esperienza utente (UX), le varie opzioni di design e di costruzione dell’architettura informativa. Il concept, l’interaction design e l’architettura informativa, sono quindi nate da un processo basato sulla metodologia di progettazione centrata sull’utente, che identifica le esigenze e le aspettative degli utenti finali a partire già dalla fase di design e progettazione.

Abbiamo dovuto prendere in considerazione tutti questi elementi a causa della grande varietà di esigenze dei nostri utenti: oltre ai numeri di cui sopra, dobbiamo ricordare che UniCredit opera in business anche molto diversi fra di loro, come l’Asset Management o il Corporate Banking.

Abbiamo applicato quasi ogni tecnica di User Centered Design esistente. Siamo partiti dalla definizione delle “personas”, che è stata poi seguita da workshop, focus group, card sorting, test su prototipi, e la sperimentazione in un ambiente live. Fino ad oggi, più di 3.500 colleghi sono stati coinvolti in user test, sia di persona che on line.

E’ un focus importante: consideriamo infatti che le risorse utilizzate per ricerche UX sono state il 10-15% del totale del budget dedicato al progetto: un numero che si discosta dagli standard degli investimenti in ricerca, che ci ha permesso di costruire un concept da un lato veramente vicino all’utente, dall’altro realmente flessibile e scalabile per venire incontro alle esigenze future.

3) Quali sono i principali elementi di innovazione disegnati e implementati rispetto a una intranet ‘standard’?

Fabio Delton. Le aspettative dei dipendenti rispetto all’approccio con una Intranet sono notevolmente cambiati rispetto al passato. I nostri colleghi oggi si aspettano di avere un’esperienza utente come quella che hanno sul Web: funzionalità avanzate, user interaction intuitiva, formati editoriali accattivanti, ricercabilità dei contenuti ottimizzata, accessibilità da diversi device. E’ la user experience sul Web che setta le aspettative anche nei confronti dei canali digitali interni.

La sfida di una Intranet evoluta è quella di rispondere a queste esigenze. Abbiamo voluto rispondere definendo alcuni “pilastri”, ovvero fondamenti di alto livello che hanno ispirato e continuano ad ispirare la realizzazione delle singole funzionalità.

  • L’homepage è l’unico entry point: qualsiasi azione l’utente debba fare, qualsiasi canale debba raggiungere, ci arriverà passando dalla homepage della intranet.
  • Architettura informativa: i contenuti sono organizzati come il collega si aspetta e collocati dove li andrebbe a cercare. Siamo passati dalla precedente logica in cui nell’organizzazione guidava la struttura che forniva i contenuti, a una in cui guida la tipologia del contenuto stesso.
  • Targeting: il sistema riconosce l’utente e mette in evidenza i contenuti più utili per la sua attività “standard” senza impedirgli comunque l’accesso, tramite motore di ricerca, a tutti gli altri contenuti.
  • Multilingua: le pagine sono disponibili in diverse lingue, potenzialmente sino a 7 versioni.
  • Formati editoriali: meno contenuti, ma di maggior qualità e con un ricorso “importante” alla multimedialità, per fornire ai colleghi un’esperienza analoga a quella che hanno quotidianamente su internet.
  • Personalizzazione: possibilità di scegliere contenuti aggiuntivi “on demand” e widget extra.
  • Funzionalità social: interconnessione col social network interno – OneNet – attraverso cui è possibile condividere gli articoli della intranet, votare, pubblicare il proprio status, etc.
  • Cross Site Search: un motore di ricerca unico che raccoglie risultati sia dalla intranet che da altri canali federati.

4) Quali sono le principali ragioni che vi hanno permesso un posizionamento tra le eccellenze secondo NNGroup?

Fabio Delton. Jakob Nielsen, il direttore di Nielsen Norman Group e massima autorità mondiale dell’usabilità web, ha accompagnato il premio dicendo:

“La intranet di UniCredit ha un design frutto di un processo esaustivo e di uno strabiliante lavoro collaborativo. UniCredit ha creato un framework flessibile, dotato di contenuti personalizzati che rendono più soddisfatti i dipendenti oltre che più produttivi.”

Pertanto riteniamo che siano stati aspetti come il lavoro di team, l’ascolto massivo dei colleghi, la progettualità, la personalizzazione, l’investimento sulla qualità dei contenuti e il loro targeting a dare alla nostra intranet quella marcia in più, consentendoci di distinguerci dagli altri partecipanti e permettendoci di essere la prima azienda italiana di sempre a ricevere questo riconoscimento, che per autorevolezza è un po’ come se fosse “l’Oscar delle Intranet”.

5) In che modo state tracciando e misurando il successo della intranet? Quali sono i principali KPI considerati strategici?

Fabio Delton. Misuriamo attraverso indicatori quantitativi e qualitativi, mutuando l’approccio del Web alla comunicazione interna: ad esempio, una notizia va creata attraverso formati editoriali interessanti e va supportata nella promozione e ricercabilità come una qualsiasi notizia di un quotidiano online, o permettere che gli utenti possano accedere ed usare con successo un tool online è come accompagnarli in un processo di eCommerce. Pertanto anche gli strumenti di misurazione che adottiamo ci permettono di monitorare tali processi con lo scopo di migliorarli.

Sono innanzitutto gli indicatori delle Web Analitics a testimoniare l’efficacia della intranet: numero di utenti che quotidianamente accedono alla intranet, totale pagine visitate, durata media delle visite, tasso di abbandono delle pagine. Tradotto in numeri: a partire dall’adozione della nuova intranet, sono stati rilevati rispettivamente 1) aumento di oltre 100% del numero di utenti giornalieri; 2) riduzione del tasso di abbandono (bounce rate) del 53%; 3) aumento del numero totale di page views del 95%.

In aggiunta ai dati registrati in automatico, ci sono le testimonianze più dirette, ottenute tramite survey on line, durante gli user test fatti personalmente o da remoto – parte integrante del processo derivante dall’adozione dello User Centered Design – e i feedback ottenuti attraverso un sistema di polls & rating, che ci hanno consentito di misurare quanto più rapidamente l’utente medio raggiunga il contenuto ricercato, quanto più complete ed intuitive siano le funzionalità proposte, quanto sia rilevante il sistema di monitoraggio di qualità dei contenuti, quanto gli stessi web editors impieghino meno tempo nel predisporre e pubblicare la pagina di una news o di un contenuto multimediale. Tempo medio di reperimento di un contenuto ridotto del 67%, crescita della soddisfazione dei partecipanti ai test del 96% rispetto all’Intranet precedente.

6) Quale è il valore aggiunto che le logiche 2.0 e le soluzioni digitali possono portare alla collaborazione tra dipendenti e colleghi, in particolare nelle organizzazioni complesse come UniCredit?

Patrizio Regis. L’equilibrio tra strumenti di comunicazione unidirezionale e social agevola la collaborazione tra gruppi di lavoro diversi, velocizza il processo di condivisione di informazioni chiave, indispensabili per “parlare la stessa lingua”. In più riduce i costi diretti ed indiretti derivanti dalle dimensioni e dalla distribuzione geografica dell’organizzazione.

Le informazioni in azienda crescono in continuazione e rischiano di essere sempre più frammentate, i tempi per fruirne in una giornata lavorativa tendono a diminuire, i processi digitalizzati sono in continuo aumento. Il lavoro quotidiano del nostro team è far sì che i nostri 149.000 colleghi possano fruire delle informazioni e delle applicazioni di uso quotidiano nel modo più efficiente possibile anche sul fronte interno.

Per far questo usiamo paradigmi e strumenti propri del Web anche nella comunicazione interna. La soddisfazione e l’engagement dei dipendenti sono d’altra parte correlati anche alle aree della comunicazione, della partecipazione, della conoscenza ed adesione ai valori e alle strategie dell’azienda, dell’accesso agli strumenti lavorativi e personali. Tutti aspetti in cui i canali digitali interni possono essere considerati fattori abilitanti.

In Italia vi sono 10 milioni di lavoratori dipendenti: penso che oggi una delle sfide per le aziende sia quella di investire nel campo dei servizi e delle applicazioni digitali interni, con l’obiettivo di facilitare il lavoro quotidiano attraverso contenuti e servizi di qualità e di facilitare la relazione fra dipendenti e azienda grazie a strumenti dedicati. Anche questo può contribuire ad avere colleghi più coinvolti e soddisfatti.

Fast Food Styling: i trucchi dei food stylist in 3 video backstage

Fragole ritoccate col rossetto, purè di patate al posto del gelato, biglie nella zuppa Campbell per far venir sù gli spaghetti: i food stylist ne hanno elaborati di trucchi per rendere i loro scatti così perfetti da rasentare l’inverosimile!

Si guarda ma non si mangia, quindi, o perlomeno così accadeva qualche decennio fa. Oggigiorno il food styling si è fatto un po’ più sincero, grazie alla facilità d’intervento in post-produzione con photoshop ma anche alla crescente cultura dell’immagine che i social media hanno contribuito a diffondere: adesso che chiunque può scattare una foto dei propri piatti e pubblicarla su Instagram, infatti, non vi è più alcun dubbio sul come il cibo debba realmente apparire in fotografia.

In più, in un’era in cui l’attenzione a un’alimentazione sana è sempre più diffusa, uno scatto patinato di un cibo troppo perfetto può essere addirittura controproducente. Ecco, dunque, perché il food styling si è evoluto, nonostante alcuni espedienti siano comunque sopravvissuti per permettere al cibo di sostenere le lunghe ore passate sotto ai riflettori senza spalmarsi sul set dopo pochi minuti.

Proprio in questo contesto il designer e videomaker Minhky Lee ha deciso di mettere a frutto la sua esperienza nel mondo degli spot tv e della food photography mostrando in una serie di tre video (ma speriamo siano molti di più) qualche piccolo trucco di cui il food styling si avvale ancora oggi per far venire l’acquolina agli occhi.

In Real food, but not really possiamo ammirare le differenze di aspetto tra la food photography fatta in casa e quella dei professionisti.
Spilli ferma-insalata, batuffoli push-up per fette di pane poco prosperose, glicerina per l’effetto “sudato”, insomma: per i non addetti ai lavori il backstage è più allettante che mai!

Il Native Advertising sostituirà completamente i banner?

 

Per native advertising s’intende la forma di advertising online che assume l’aspetto dei contenuti del sito sul quale è ospitata, con il proposito di generare interesse e riprodurre l’user experience, sia nell’aspetto che nel messaggio, del contesto in cui è posizionata.
È molto più complicato di una semplice pubblicità che “esplode casualmente” mentre navighi, perché basata su uno studio accurato di dove le marche possono estendere la loro portata tramite le pubblicazioni online.

LEGGI ANCHE: “Corso in Content Marketing: strategie di contenuto per i canali digital e social”

Nessuna scoperta rivoluzionaria, è sempre esistito sotto vari nomi: pubbliredazionali, contenuti sponsorizzati, sponsored post, e così via… ma si usava poco perché considerato “debole”.
Poi qualcosa è cambiato… si inizia a capire che un banner che si impone all’improvviso al centro della pagina infastidisce chiunque, irritando e creando confusione, ma soprattutto scaturisce un meccanismo di diffidenza preventiva. L’obiettivo diventa perciò conquistare e mantenere la fiducia degli utenti.

Il primo a cambiare le carte in tavola è stato Twitter, dopo essersi quotato in borsa ha aperto al pubblico la sua piattaforma advertising, che punta solo sul native adv, scaturendo un bel dilemma: restare ibridi o no?

Il native advertising in numeri

Circa il 54% degli utenti di Internet non vede i banner difatti il 50% di clic su di essi sono accidentali. Solo il 10% dei consumatori si fida della pubblicità online, al contrario, il native adv incrementa il 52% di attenzione e risulta più credibile.

A fronte di tali numeri non c’è da meravigliarsi del perché gioca un ruolo fondamentale, secondo Ad Age, il 70% dei marketers B2B ne stanno già facendo oggetto di grandi investimenti per le loro strategie mediatiche.

Nel native advertising la narrazione è la chiave dei content

I contenuti in forma di narrazione vengono fortemente amplificati da questo tipo di “strumento”. Tenendo presente che i consumatori apprezzano i messaggi validi e contestualizzati, permette infatti di posizionare il contenuto in modo mirato, consentendo in tal modo ai marchi di ottimizzare le campagne promozionali; ma soprattutto il native adv recapita i messaggi in modo discreto e direttamente agli utenti reali, catturando la loro attenzione e mantenendola più a lungo.

Per concludere possiamo affermare che se il contenuto è di qualità, alla gente, non interessa se qualcuno ha pagato per metterlo lì.
Perciò la qualità e la scalabilità del native advertising potrebbe colmare il divario tra il brand e i banner pubblicitari. Staremo a vedere…

Ecco perché la tua strategia di Content Marketing non funziona [INTERVISTA]

intervista alberto maestri

Laureato in Marketing e Strategia, Alberto Maestri è stato uno dei 25 partecipanti worldwide al Weave The Future Project, organizzato dal Gruppo Marzotto, e ha fatto parte del team organizzativo del TEDx Reggio Emilia. Oggi collabora con Ninja Academy e sarà docente del Corso Online in Content Marketing.

Insieme a Francesco Gavatorta ha scritto “Content Evolution – La nuova era del marketing digitale” in cui ci racconta la sua visione dei cambiamenti digitali in atto in ottica transmediale e crossmediale. Il suo testo è in uscita tra qualche settimana ma siamo riusciti ad avere qualche anticipazione nell’intervista di oggi.

1. Come posso attivare il contenuto digitale giusto, al “posto” giusto, al momento giusto?

Credo che la parola chiave capace di rispondere a tutte e 3 le sotto-domande sia rilevanza. E’ la rilevanza che trasforma un contenuto digitale qualsiasi in quello giusto, distribuito nel “posto” giusto e al momento giusto. Cosa è rilevante per l’audience all’ascolto?

Nel suo ultimo manuale del 2013 Your Brand: the Next Media Company, Michael Brito propone un esempio adeguato: quando, diversi anni fa, il professionista statunitense di Social Business aveva bisogno di ottenere un finanziamento, la sua attenzione veniva costantemente catturata da tutti i format commerciali e pubblicitari che trattavano del tema (cartellonistica, spot in TV e in radio). Nell’istante successivo la soluzione del suo problema, come per magia quelle comunicazioni sono diventate del tutto irrilevanti, non più degne di interesse.

In quanto persone e consumatori, il nostro cervello funziona proprio in questo modo: per i Content Marketer diventa strategico cavalcare questo concetto per aumentare le probabilità e profondità di “consumo” dei contenuti progettati ed erogati. Al tema si collegano argomenti oggi molto caldi come quelli del Real-Time Marketing e del Newsjacking.

content marketing alberto maestri

2. Quali sono i contenuti digitali più efficaci per la mia azienda? Come faccio a sceglierli?

Per capire quali sono i contenuti più efficaci, le aziende devono fare chiarezza su 3 principali aree tematiche:

Identità organizzativa: in primis, le organizzazioni devono studiare sé stesse. Chi sono? Quali sono i valori corporate condivisi? Quali sono le peculiarità e le leve strategiche che hanno permesso di posizionarsi sul mercato e di crescere rispetto ai concorrenti? Solo così esse potranno iniziare a trovare le tematiche e i format più convincenti, capaci di coinvolgere e persuadere gli utenti all’ascolto.

Audience: chi sono le persone che popolano l’audience? Troppo spesso Manager e aziende danno per scontata la loro conoscenza. Negli ultimi anni i consumatori sono diventati incomprensibili e infedeli agli occhi di Manager e uomini d’impresa: uso spesso la metafora del pirata per rendere l’idea. I customer journey si fanno complessi e multi-touchpoint e le informazioni ridondanti: per fortuna, gli strumenti digitali permettono un’analisi delle persone più approfondita e mirata. A proposito, consiglio la lettura di un paper di Gianluca Diegoli, che parlando della progettazione della Digital e Social Media Strategy per una PMI del settore abbigliamento riprende il concetto di persona applicandolo al mondo digitale.

Sostenibilità: la terza variabile serve a dare il giusto equilibrio alle prime due. Può infatti capitare che l’incrocio tra analisi interna (dell’identità organizzativa) ed esterna (dell’audience) “spingano” il Content Marketer verso soluzioni di Content Mix insostenibili per l’azienda.

È invece molto importante che la strategia e il progetto di Digital Content Marketing siano sostenibili durante tutto il loro ciclo di vita. Per fare un esempio semplice, non è possibile pianificare la produzione di una web series se il budget dedicato, il team interno all’impresa e le competenze non sono adeguatamente tarati.

content marketing circle

3. Cos’è il branded content? Perché devo intrattenere il mio target?

Riprendo le parole contenute nel recentissimo manuale di Paolo Bonsignore e Joseph Sassoon Branded Content – La Nuova Frontiera della Comunicazione d’Impresa dicendo che il branded content è un grande entertainment. Si tratta della produzione di contenuti informativi, educativi e di intrattenimento realizzati da un’azienda e/o un brand e in grado di attrarre il pubblico su temi a essa pertinenti, ma non immediatamente riconducibili ai suoi prodotti e servizi.

Un caso bellissimo e 100% italiano viene da Illy con il progetto Artisti del Gusto, premiato a livello nazionale e internazionale. L’intrattenimento delle persone è ormai diventato fondamentale: troppi messaggi, troppi stimoli (spesso tutti uguali tra loro) hanno creato nel tempo una sorta di “corazza” cognitiva negli individui, che non ne vogliono più sapere di commercial e pubblicità.

Al contrario, riuscire a fornire loro un contenuto utile, interessante e sticky è davvero importante: permette di limitare i livelli di diffidenza verso il messaggio, facendolo sedimentare nella mente. Non è un caso, per esempio, che sempre più banche e assicurazioni si affidino allo storytelling e al marketing dei contenuti per raggiungere gli utenti in modi nuovi e meno (palesemente) commerciali.

Cos’è il branded content

4. Ok, ho trovato i contenuti. Fighissimi. Ora come posso distribuirli?

Leggo spesso articoli e post sul declino dell’importanza dei siti web aziendali, a favore di social media e apps. Niente di più sbagliato! I siti web devono continuare ad avere quel ruolo di hub che da sempre li contraddistingue, diventando anche la “casa” (o la landing page) della maggior parte dei contenuti aziendali.

Ma – guidati dalle linee guida definite dal Digital Content Marketing – è necessario comunque ripensare la loro funzione e le modalità di interazione con l’audience. Con il progetto Coca-Cola Journey, la multinazionale di soft drink è stata uno dei primi first mover in questa direzione. Guardate anche come Audi sta rivoluzionando il concetto di showroom, con la piattaforma Audi City.

D’altra parte, da qualche anno è possibile affermare che, per quanto riguarda la distribuzione dei contenuti, oltre ai siti web “c’è di più”: sto parlando dei social media, delle apps, degli strumenti ad hoc. Durante il corso avremo modo di approfondire questi strumenti, che se adeguatamente utilizzati diventano volano per progetti vincenti di transmedia e crossmedia storytelling.

5. Perché i contenuti devono essere contestualizzati?

contenuti contestualizzati

In realtà, forse ora diventa necessario porsi la domanda inversa: perché i contenuti non dovrebbero esserlo?

Come spieghiamo ampiamente insieme a Francesco Gavatorta in Content Evolution, il nostro nuovo libro che uscirà tra poche settimane, la strategicità della rilevanza di cui parlavo qualche riga sopra e la condizione di multi-tasking e multi-device delle persone pongono la rilevanza come dimensione di primo piano. Gli individui sono sempre in giro, e in ogni preciso istante hanno bisogni differenti.

Già alcuni anni fa, i fondatori di Ninja Marketing Mirko e Alex parlavano di segmentazione per momenti di vita sottolineando che, anche all’interno di una stessa giornata – le persone indossano “cappelli” differenti: dello studente, del consulente, del genitore, dell’amico, etc. D’altra parte, i device mobili ci hanno “abituati male” (o troppo bene, a seconda delle prospettive): nel manuale The Mobile Mind Shift il team di Forrester Reseach scrive cose interessanti a riguardo.

Gli autori parlano del crescente desiderio di avere tutto subito, all’interno di uno span temporale molto breve tra percezione del desiderio e download dell’app necessaria per soddisfarlo (mobile moment). Non è un caso che un Guru come Brian Solis abbia allertato di recente sulla necessità di progettare non tanto Mobile-first, quanto piuttosto Mobile-only Strategy.

Ancora, pensate alle occasioni perse dalle organizzazioni che non credono nel Search Marketing e non investono in parole chiave strategiche per il proprio business, diventando invisibili agli occhi dei motori di ricerca. Le marche e le aziende che non riescono a posizionarsi in tutti questi nuovi contesti digitali non riusciranno poi a rialzare la testa: a parità di prodotto offerto, per loro emergere diventerà sempre più difficile… e costoso!

HoloLens vs Google Glass: chi vincerà la sfida della realtà aumentata?

In occasione dell’anteprima di Windows 10, il colosso di Redmond ha stupito il pubblico presentando HoloLens, un visore per realtà aumentata che offre «nuovi modi per comunicare e per creare» ricorrendo agli ologrammi. E’ una sorta di computer da indossare sulla testa come se fosse un caschetto. E’ dotato di sensori avanzati, lenti trasparenti che consentono di vedere l’ambiente circostante e audio surround che permette di capire la provenienza del suono.

Windows lancia la sua sfida alla conquista dell’augmented reality dopo l’annuncio di Mountain View di voler azionare il tasto pausa sull’esperienza Google Glass.

LEGGI ANCHE: Basterà un chip Intel per salvare i Google Glass?

A prima vista potrebbero i due dispositivi potrebbero sembrare simili, ma come spiega anche Mashable offrono un tipo di esperienza del tutto diversa.

Le principali differenze tra HoloLens e Google Glass

I Google Glass sono pensati per essere indossati tutto il tempo. Si possono scattare e condividere fotografie, scrivere e ricevere messaggi, ottenere direzioni ed alert dall’agenda. L’idea di base è di avere davanti agli occhi ciò che di solito compare tra le notifiche dello smartphone.

HoloLens è invece ideato per essere indossato per un tempo limitato, a differenza dei Google Glass che sono stati percepiti fin dalla loro comparsa come dispositivi invasivi. Tutti volevano guardare il mondo con gli “occhiali intelligenti”, ma nessuno voleva essere osservato attraverso quelle lenti.

Proprio per via delle paure legate alla privacy o ad eventuali usi illeciti, la storia dei Google Glass è stata particolarmente tormentata. Gli speciali occhiali sono infatti stati vietati in numerosi luoghi pubblici quali bar, ristoranti e cinema, nonché ritenuti pericolosi alla guida. HoloLens, invece, non sembra incutere timore. Concepito per essere utilizzato solo in determinati momenti, al termine del suo utilizzo può essere tranquillamente riposto.

Se i Google Glass funzionano attraverso i comandi vocali, Hololens può essere azionato con semplici gesti, così come accade con la tecnologia Kinect. Fattore che rende l’intero concept decisamente più futuristico.

Nel video di presentazione, Microsoft mostra gli usi potenziali dello speciale headset, che spaziano dalle istruzioni “aumentate” su come aggiustare una tubatura all’espansione della propria computer workstation come in Minority Report.

HoloLens è un dispositivo wireless e standalone, ossia non deve essere collegato ad alcun computer o telefono per funzionare. Come annunciato da TechCrunch il visore è completamente autonomo, dotato di CPU e GPU, nonché di un terzo chip chiamato Holographic Processing Unit (HPU), pensato specificamente per questo nuovo tipo di dispositivo. E’ uno strumento indispensabile per sfruttare le nuove Holo API integrate in Windows 10. Promette una presenza virtuale interattiva e può essere utlizzato per esperienze lavorative di tipo collaborativo, per ricevere istruzioni da remoto, per migliorare la game experience. Il suo grande potenziale potrebbe trovare applicazione nel campo dell’ingegneria e del design.

Il futuro dei Google Glass

Il programma Explorer che finora aveva consentito a sviluppatori e appassionati di dotarsi di un paio d’occhiali connessi ha chiuso i battenti il 19 gennaio. Attraverso il profilo Google+ dedicato, Mountain View ha però fatto sapere che l’avventura Glass proseguirà, lasciando la divisione X dei laboratori di Ricerca & Sviluppo.

Come spiega la BBC si trasformerà in una vera e propria startup che avrà come obiettivo la trasformazione degli smart glass da gadget di nicchia per nerd a vero e proprio prodotto di consumo. I tempi di produzione del prossimo modello rimangono però top secret.

Un falso account Linkedin per promuovere uno show televisivo

Un falso account Linkedin per promuovere uno show televisivo

Quante volte abbiamo sentito parlare di stalking e con la creazione dei social network il fenomeno sembra ancora più diffuso. I social, infatti, fanno ormai parte della vita quotidiana di giovani e meno giovani che, attraverso questi punti di incontro virtuali, possono condividere pensieri, immagini e notizie.

La ricerca ossessiva del controllo, della conoscenza e l’impulso irrefrenabile all’intrusione nella sfera privata della vittima sono, certamente, facilitati dai canali social. Ma c’è chi non risulta spaventato da questo fenomeno, anzi lo utilizza a proprio vantaggio.

Un falso account Linkedin per promuovere uno show televisivo

VIER, una catena di televisione belga, in collaborazione con l’agenzia BBDO Belgio ha creato una campagna promozionale definita: ‘Stalker’, un thriller psicologico che dispone di due investigatori per risolvere i crimini legati a molestie.


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Per il lancio di questa nuova serie, il canale TV ha utilizzato Linkedin in maniera molto originale.
Linkedin è ormai conosciuto come il principale social network professionale; ma ha anche un lato un pò inquietante, basta pensare alla funzione: ‘Chi ha visitato il tuo profilo?’

Il noto canale televisivo ha creato un falso account, sfruttando proprio questa funzione come ‘nuovo strumento di comunicazione’. Nel giro di pochi giorni, il falso account ha visitato 12.000 profili Linkedin, in questo modo ogni utente è stato avvisato della visita del profilo Stalker. Risultato: il 63% delle vittime ha gettato uno sguardo al profilo Stalker.

un falso account linkedin per promuovere uno show televisivo

E, nonostante, Stalker non avesse nemmeno un account Twitter, la campagna ha generato circa 27.600 tweet.
Questa è la prima volta che un marchio utilizza questo social network per promuovere il lancio di una nuova serie e nonostante il modo, condivisibile o non, è stato di certo un grande successo.

C’è da dire però che la campagna mette in luce i due momenti fondamentali che caratterizzano l’uso del mondo social: il passaggio dal giusto utilizzo al lato oscuro del web.

Credits:
Creative Director: Jan Dejonghe, Sebastien De Valck, Arnaud Pitz
Art Director: Jan Dejonghe
Copywriter: Jutta Callebaut
Account Manager: Lore Desmet
Account Director: Isabel Peeters
Videographer: Jasper Heldenbergh
​Social Strategy: Julie Bogaerts
Client: SBS Belgium VIER
Client contacts: Steven Vlassenroot, Steven Huyers

Quanto sei innovativo e produttivo a lavoro?


Si deve all’economista austriaco Joseph A. Schumpeter il primo utilizzo nel 1911 del termine innovazione, intesa come quella riguardante un processo o un prodotto che garantisce risultati o benefici maggiori, apportando quindi un progresso sociale. L’innovazione quindi è alla base di ogni teoria lavorativa: essere innovativi vuol dire esser in grado di riconoscere le novità e di saperle sfruttare nel modo più efficiente ed efficace.

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Lavoro e innovazione rappresentano indubbiamente le parole chiavi del futuro. Nessuno può sottrarsi a questa crescente ondata di evoluzione e cambiamento; ci vuole curiosità, creatività, il gusto per l’innovazione, il coraggio di intraprendere e soprattutto la passione. Mettere in moto l’ambizione e il proprio appetito per l’innovazione non è sicuramente cosa facile, anzi la ripetitività delle proprie attività e del processo lavorativo possono portare ad una sensazione di avvilimento, ad una demotivazione a scapito non solo della persona, ma in senso più ampio, anche dell’azienda per la quale si lavora.

Ecco quattro modi per provare ad essere più innovativi, e più produttivi, sul posto di lavoro.

Porsi dei limiti sul lavoro

Può sembrare assurdo eppure porsi vincoli e limiti aiuta il processo produttivo. Se non ci sono delle scadenze da rispettare o dei limiti di budget, il processo di creazione può subire dei rallentamenti. Porsi dei limiti e dei vincoli ben precisi si traduce nella maggior parte dei casi in una vera e propria sfida con se stessi.

Essere ottimisti, predisporre un piano di lavoro, mettere a fuoco dei punti fermi , effettuare con cadenza regolare il punto della situazione sono dei suggerimenti che possono aiutare ad essere più innovativi e soprattutto più produttivi. Non a caso il progresso genera progresso.

Porsi domande impossibili

Nel processo innovativo, e nell’innovazione in senso più ampio, porsi delle domande impossibili risulta più utile che porsi domande difficili. Questa operazione potenzia la creatività, incidendo positivamente sulla capacità di problem solving.

Essere propositivi, senza assumere quindi un atteggiamento disfattista, aiuta a superare tutti quei piccoli o grandi ostacoli che si incontrano lavorando. Ne è un esempio la Dee Daa , una catena di ristoranti Thai-service, con sede a New york. Questa piccola azienda aveva l’esigenza di far conoscere i propri prodotti in modo innovativo e non solo attraverso la classica adv. A tal fine la fondatrice Mallika Sukjaro ha chiesto al proprio team di trovare una nuova “strada” per far parlare e reclamizzare questo prodotto. Il team creativo si è concentrato sulla confezione del cibo, traendo ispirazione dal lunch box tailandese e dando vita così a “Pinto”, segno inconfondibile di riconoscimento dell’azienda.

Da “non si può” a “si può”

L’atteggiamento è fondamentale per affrontare le difficoltà che si possono incontrare sul lavoro. Non gettare la spugna al primo problema, bensì trovare la soluzione a partire dalla difficoltà è il primo passo.

Senza motivazione non c’è azione e senza azione non ci sono risultati. Spesso e volentieri i problemi ci paralizzano e ci fanno sentire frustrati e paralizzati, ma basta cambiare il proprio punto di vista, cambiare l’angolazione e il modo di guardare il limite incontrato, per mutare prospettiva e trovare la soluzione più efficace ed efficiente. Leura Spielman non aveva soldi per costruire un prototipo di app per il suo mercato di progettazione Laurel & Wolf. Dopo qualche mese si è resa conto che non aveva bisogno di costruire un app subito; avrebbe potuto ottenere risultati, feedback e tutte le informazioni di cui aveva bisogno, utilizzando un semplice sondaggio. Da questo, è riuscita ad acquisire tutte le informazioni necessarie e successivamente è stata in grado di raccogliere i capitali di cui aveva bisogno.

Accedere alle attività

Oggi non si parla più di proprietà, tanto che questo concetto è quasi del tutto superato a favore dell’economia condivisa.

Crisi economica e consapevolezza, sono i motori che spingono la sharing economy in Italia. Il nostro paese sembra essere la patria “perfetta” per lo sviluppo di quelle forme di condivisione che si stanno imponendo come stile di consumo, economiche sia per chi le sfrutta,sia per chi riesce a costruirci sopra attività imprenditoriali di successo. Aziende come ZipCar, Netflizx o Dropbox hanno fatto della sharing economy una vera e propria filosofia rendendo accessibili le risorse e i beni aziendali.

ColaLife è un’organizzazione non-profit indipendente che nel 2008, per portare i farmaci salvavita in alcune zone dell’Africa, ha convinto e “sfruttato” la rete di distribuzione della Coca Cola, grazie ad una campagna su tutti i social media.

La domanda da porsi è: C’è qualcuno lì fuori che ha distribuzione, pubblico o risorse che potrebbero essermi utili?

Company Digital Transformation: le aziende sono pronte? [INFOGRAFICA]

Molte aziende si dichiarano pronte alla trasformazione digitale: la verità è che, secondo la ricerca effettuata da Altimeter e sintetizzata in infografica da AdWeek, sono poche le realtà che riescono davvero a mettere in pratica i cambiamenti necessari a rendere una società davvero operativa a livello di utilizzo delle tecnologie più innovative.

Cosa si intende per “Company Digital Transformation”?

Prima di tutto, c’è da specificare una cosa: non tutti sanno bene cosa si intenda per Digital Transformation. Questa è la definizione data da Altimeter:

Il riallineamento o l’introduzione di nuovi investimenti in tecnologia e modelli di business per coinvolgere più efficacemente i clienti digitali in ogni momento della customer experience”.

Per le aziende intervistate le aree su cui focalizzarsi sono differenti e si va dal Social al Mobile, passando per Cloud e Big Data.

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Perché è così difficile la trasformazione “da bruco a farfalla”?

L’88% delle compagnie analizzate da Altimeter ha dichiarato di essere nel bel mezzo di una rivoluzione digital, ma di queste solo una piccola fetta (il 25%) è riuscita a dimostrare di essere davvero in evoluzione: una percentuale rappresentata da quelle aziende che, prima di prendere qualunque decisione, hanno completamente mappato il “customer journey”, tracciando in maniera chiara e completa i comportamenti della propria clientela durante l’anno trascorso. Un tassello indispensabile per poter procedere nella giusta direzione nella Digital Transformation aziendale.

Quali sono le sfide principali per la Digital Transformation?

Non c’è cambiamento senza una sfida. Ciò che emerge di interessante è che, uno dei più grandi scogli per il campione analizzato sia la cultura aziendale, che va quindi cambiata (63%).
altri impedimenti alla trasformazione sono il pensare al di là della singola campagna (59%), la necessità di incrementare la collaborazione tra differenti dipartimenti (56%), il bisogno di avere risorse e budget (56%), il riuscire ad interpretare il comportamento dei clienti (53%), garantire un supporto nell’esecutivo (42%).

Benefici e conclusioni

E’ (indubbiamente) opinione comune degli intervistati che una digitalizzazione, se ben fatta, potrebbe portare con sé molti lati positivi tra cui un aumento dell’engagement (75%), un miglioramento della soddisfazione del cliente (63%), un aumento del traffico (53%), incrementi nella lead generation (49%) e conversioni più performanti (46%).
Questo cambiamento è certamente fattibile, nei giusti tempi e modi, ma è probabile che saranno premiati coloro che riusciranno a mettere al centro non solo il cliente e la sua esperienza.

Il tempo saprà dircelo: nel frattempo, buona Company Digital Transformation a tutti!

Social media per PMI: gestire gli account con 18 minuti al giorno

“Il tempo è denaro” è uno di quei detti che vale per tutte le imprese, ancor più se si trattano di PMI. Molte di esse infatti non hanno il tempo materiale per poter creare un perfetto piano di gestione dei social media, perché impegnati, giustamente, ad utilizzare il tempo in altre attività indispensabili alla crescita dell’impresa.

Al contrario dell’utente medio, che trascorre circa tre ore al giorno sui social media, per una PMI non è possibile gettare via del tempo prezioso, occorre quindi organizzarsi in modo molto preciso. Di seguito abbiamo esemplificato alcune operazioni che permettono di gestire i propri social media utilizzando soltanto diciotto minuti al giorno.

Social media per PMI: 7 minuti per controllare gli account e coinvolgere gli utenti/clienti

L’interazione con gli utenti/clienti è essenziale per poter far crescere al meglio la propria impresa. Molti clienti infatti desiderano interagire con le imprese sui social media esclusivamente per chiedere informazioni su un prodotto o per avere assistenza su un servizio. Purtroppo molte aziende non riescono ad ottemperare a queste richieste. Il primo passo nella nostra routine per la gestione dei social è dunque quella di prestare la massima attenzione agli attuali e potenziali clienti. Dal punto di vista applicativo occorre quindi:

Su Facebook, controllare le notifiche e quindi i commenti e le condivisioni che riguardano il nostro brand; su Twitter, controllare le menzioni prendendosi il tempo necessario (almeno le prime volte) per rispondere alle richieste che ci vengono fatte; su LinkedIn, controllare e moderare i nuovi collegamenti e i nostri articoli, ringraziando gli utenti che lo hanno letto e condiviso; su Google+, controllare i nuovi utenti aggiunti alle nostre cerchie, dando un caloroso benvenuto; su Instagram, controllare la scheda delle news per eventuali commenti e/o immagini in cui siamo stati taggati, prendendosi il tempo di ringraziare gli utenti più influenti.

4 minuti per monitorare i trends sul web

Dopo essersi mostrati disponibili alle richieste dei nostri clienti, è opportuno dedicare del tempo al monitoraggio dei trends per rilevare quali sono gli argomenti più citati sul web, soprattutto se interessano il nostro settore. Dal punto di vista applicativo: su Facebook, monitorare i feed cercando articoli o attività rilevanti per il nostro network; su Twitter, controllare i flussi di ricerca relativi al settore industriale e le menzioni del nostro brand; su LinkedIn, monitorare i post più importanti dei nostri collegamenti; su Google+, controllare l’attività delle nostre cerchie; su Instagram, qualora si sia creato un hashtag aziendale per una campagna social occorre monitorare le nuove immagini che includono tale hashtag.

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4 minuti per postare contenuti in tempo reale

Una parte di tempo nella gestione del piano social deve essere spesa, obbligatoriamente, alla condivisione di post in tempo reale (qualora non si usino strumenti di programmazione), che siano relativi alla nostra impresa o più semplicemente al nostro settore.

E’ bene che tali post siano originali e interessanti anche se provenienti da testate esterne. Dal punto di vista applicativo bisogna quindi: su Facebook, pubblicare articoli relativi all’azienda o al settore, in alternativa si può condividere un post da una fonte attendibile e informativa; su Twitter, fare il retweet ad un cliente che ha appena postato qualche informazione/segnalazione sul nostro marchio; su LinkedIn, pubblicare un post originale e condividerne uno esterno all’azienda; su Google+, pubblicare un contenuto originale o condividerne uno influente per le nostre cerchie; su Instagram, pubblicare una foto (al giorno).

3 minuti per analizzare

Al fine di sviluppare un buon piano di gestione dei social media è necessario realizzare un’attenta analisi delle nostre pagine, per constatare se gli obiettivi preposti si siano effettivamente realizzati.

Dal punto di vista applicativo gli strumenti da utilizzare sono: Facebook Insight che mostra i dati demografici per età, regione e genere; numero di Mi piace, il numero di utenti attivi al mese, e simili ogni giorno. Twitter Analytics che fornisce informazioni sulle menzioni, retweet, i clic sui link e il numero di impressioni. LinkedIn che offre un’analisi sul lato destro della pagina, che include il posizionamento del profilo.

Se si gestisce una pagina aziendale, la scheda Analytics fornisce aggiornamenti sulle impressioni, clic, interazioni, impegno, e seguaci acquisiti. Google Analytics che offre statistiche sulle nostre attività sia sulle visualizzazioni (quante volte i clienti trovano la nostra attività su Google e quali sono le tendenze nel tempo), sia per clic (il numero di clic, di richieste di indicazioni stradali e di visite al sito web che riceviamo). Instagram non dispone di uno strumento di analytics dedicato, tuttavia è possibile utilizzare Iconosquare che dà la possibilità di analizzare le attività del nostro account Instagram.