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5 archetipi da social network: come riconoscerli e riconoscersi

I social network, ormai, sono diventati parte della nostra quotidianità, strumento di business e relazione. Facebook, su tutti, è diventato un centro-città mondiale, un’evoluzione del bancone del bar, dove ci ritroviamo a confessare amori e drammi, in cui chiacchieriamo con i nostri amici (e non solo) e assistiamo agli speed-date tra brand e potenziali clienti.
Qualcuno ha definito Facebook “un acquario interessante da cui osservare l’umanità” – ed è indiscutibilmente vero. In particolare, ci sono 5 esemplari di razza social che è interessante guardare più da vicino.

L’opinionista

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Habitat naturale: Facebook, Twitter, Youtube, TripAdvisor.
Attività preferita: iniziare estenuanti sproloqui con frasi come “a mio avviso”, “secondo me” – e delle volte neanche quelle.

L’opinionista è quello che prende una notizia di attualità – più o meno fondata – e ne da una sua personale chiave di lettura, senza che nessuna l’abbia chiesto, rifacendosi al tanto decantato “diritto d’espressione”. E pensare che solo qualche anno fa, prima dell’avvento del web, c’era la televisione a darci notizie pre-selezionate, a influenzare le nostre opinioni o a crearle. Oggi, invece, entriamo in contatto con ogni tipo di notizia, senza mediazioni, senza il filtro di redazioni giornalistiche, e dobbiamo rifarci alla nostra sensibilità e al nostro grado di cultura per capire quali di queste sono di valore e quali rientrano nella categoria delle famigerate fake-news. Ma non solo, quello che rende davvero una notizia, qualsiasi essa sia, degna di una lettura è la “viralità”, perché “nel 2016 se una notizia non è virale non è una notizia”, citando l’articolo di Katherine Viner, pubblicato sull’Internazionale. Ed ecco che queste notizie si diffondono nel nostro feed come veri e propri virus, e ci ritroviamo a leggere con interesse la ricetta di una cheesecake alle noci pecan o a partecipare a una social challenge per sostenere la lotta ai tumori.

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Un esemplare simil positivo seppur in via di estinzione è la Tweetstar: quei blogger da 140 caratteri, meglio conosciuto come “un essere mitologico convinto che un due punti meno chiusa parentesi valga come un sorriso vero. Ma così convinto da riuscire a convincere anche tanti altri!” @Purtroppo
Un altro simpatico esemplare che rientra in questa categoria è chi impegna il suo tempo nel commentare ristoranti e hotel su TripAdvisor, fortemente convinto che la recensione sia un piatto caldo da servire freddo.
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L’esemplare peggiore di opinionista è l’hater, o webete, per citare Enrico Mentana: colui che sa di avere la verità in tasca e si inserisce in ogni conversazione al fine di insidiare il dubbio, accendere la polemica o insultare gratuitamente.

L’over-sharer

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Habitat naturale: Facebook.
Attività preferita: aggiornare il proprio stato a cadenza oraria e registrarsi in ogni angolo della città – o della casa.

Tra le sue frasi preferite si alternano descrizioni puntuali della propria giornata, rivelazioni criptiche e confessioni a cuore in mano. La sua giornata è scandita da “Ora un bel caffè poi pisolino e stasera si va a mangiare il gelato con Gloria!!1!!” e “Certe persone dovrebbero smetterla di parlare alle spalle… è arrivato il momento di fare un po’ di pulizia tra i miei amici di Facebook”, e ogni tanto concludono la propria giornata con una perla di saggezza – per cui la facepalm da parte del lettore è assicurata – del tipo: “Per farsi dei nemici non è necessario dichiarar guerra basta dire quel che si pensa. Martin Luther King”.

La maggior parte dei suoi messaggi di stato risultano molesti poiché fondamentalmente non offrono nulla di positivo a chi lo legge: si tratta di messaggi unidirezionali, manifestazioni di egocentrismo o di solitudine. Spesso raggiungono il consenso di chi si trova nella stessa posizione – o di qualche parente compassionevole – poiché non sono né interessanti né divertenti, pertanto chi lo legge spesso non ha interesse nel sapere se dopo la palestra si vanno a comprare le uova. C’è anche da dire che questa percezione di Facebook come fosse una sorta di confessionale su scala mondiale, è tipica degli user più adulti. Coloro che condividono una moca fumante come primo post del mattino, quello del Buongiornissimo, e dei gattini sbarluccicanti per dare la buona notte la sera.

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L’over-sharer solidale, quello che, in occasione di situazioni particolari o drammi, condivide ogni notizia che trova sul web con messaggi di sconforto e speranza. Tutto sommato, ci fa un po’ da bollettino ANSA.
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L’over-sharer innamorato e coccoloso, che si cela spesso dietro profili di coppia, e si lascia andare in dichiarazioni d’amore smielate, ricche di cuoricini, emoji e punti esclamativi.

La Fashion Blogger Wannabe

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Habitat naturale: Instagram, Snapchat e ovunque ci siano Stories.
Attività preferita: scattare selfie, fingendo struggimenti per giustificare una naturalissima fish-face e abbinandoci quote romantiche senza apparenti rimandi al contesto fotografico.

Oggi non basta più fare delle belle foto, è necessario che siano instagrammabili. Non è importante avere un alto tenore di vita, l’importante è raccontare uno stile di vita che non abbiamo con close-up tattici, ritoccati ad hoc. La cosa più importante, però, è trovare il modo di alimentare costantemente la propria metrica della vanità, le cui unità di misura si riassumono in like e interazioni.
La Fashion Blogger Wannabe è la classica portatrice sana di invidia positiva, che racconta viaggi favolosi, outfit da favola, giornate perfette attraverso la sua gallery Instagram o – ancor meglio – le Stories. Gli scatti a cui non può rinunciare sono quelli a tema food, per cui i piatti devono essere doverosamente ripresi dall’alto, l’impiattamento dev’essere perfetto, le insalate devono contenere dei fiori: quegli scatti per i quali vale la pena fare 45 minuti di coda per sedersi al Macha Café. Anche gli still life creativi sono un must have per le instagramer di successo: si tratti della vostra cena o dell’ultimo libro letto, ogni oggetto merita di entrare a far parte di questa nuova espressione di social pop-art – i tulipani sono fortemente consigliati. Infine, non bisogna trascurare l’outfit, meglio se fotografato in contesti urbani o tropicali: in questo caso, il consiglio è quello di acquistare accessori trendy – siano le calze a rete da indossare sotto i jeans o le scarpe con il fiocco – che diventano dei veri props di scena, non importa se poi ci andate in giro davvero, quello che conta è fotografarli.

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Le influencer che non vendono l’anima a reach, engagement e like.
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I selfie con le lens di Snapchat.

Il Timorato

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Habitat naturale: ND
Attività preferita: inventare pseudonimi con i quali registrarsi sui social network e caricare foto di paesaggi o scene di film sconosciuti come immagine del profilo.

Oggi Facebook conta 2 miliardi di utenti attivi al mese: tra questi si celano loro, i timorati, coloro che si registrano su Facebook in incognito, non stringono amicizie e, quando lo fanno, non comunicano. I timorati sono coloro che hanno molto a cuore la propria privacy, non pubblicano foto della propria famiglia, in particolare dei propri figli e storcono il naso davanti ai fenomeni di sharenting. Sono quelli che gioiscono in silenzio per escludere possibili macumbe, che spiano i profili dei propri vecchi compagni di scuola e, non appena percepisce il pericolo di poter essere riconosciuto, cambia identità, il proprio anno di nascita… e anche la foto profilo del paesaggio. Del resto, sono in media 3,57 i gradi di separazione fra gli utenti di Facebook, quindi la possibilità di incrociare per la strada la persona che ti ha appena messo mi piace all’ultima foto non è così remota.

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L’idea che esista della vita anche fuori dai social – o quasi.
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La richiesta di amicizia da un certo Ugo Giacomelli, con la foto profilo di Hugh Jackman.

Il Social Media Manager

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Habitat naturale: ovunque.
Attività preferita: massimizzare la propria reach.

Il Social Media Manager è sempre un passo avanti ai trend, partecipa agli eventi spammati dai PR con cui ha stretto amicizia su Facebook, interagisce con gli Instagramer, condivide contenuti virali, usa qualsiasi hashtag finisca al primo posto tra i trend topics di Twitter e ha anche installato Snapchat solo per non sentirsi fuori dal coro. Gestisce il proprio diario come farebbe con la pagina di un brand, crea gruppi di Facebook sui generis, fini a sé stessi solo per auto-celebrare la propria capacità di fare community e crede in un solo Dio: la viralità.
Emily Frank (Communication Neuoscienze Lab dell’Università della Pensilvania) sostiene che “siamo interessati a leggere contenuti che sono connessi alla nostra storia personale, ma anche all percezione che abbiamo di chi siamo e di chi vorremmo essere. […] Si condividono notizie che potrebbero migliorare le nostre relazioni sociali, ma anche farci sentire intelligenti o ematici e metterci in buona luce”. Ovviamente, questo il Social Media Manager lo sa bene.

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Quando condivide l’articolo sulla maggiore intelligenza dei primogeniti (solo dopo aver scoperto che l’articolo ha raggiunto quasi 3 milioni di condivisioni).
? We dislike:
Quando condivide l’articolo sulla prestanza degli uomini calvi, nonostante lui sia fulvo e riccio.

LEGGI ANCHE: Influencer Marketing: la strategia vincente del 2017

Come analizzare i risultati delle campagne su Instagram

Avete aperto un canale Instagram per la vostra PMI e piovono cuoricini, ma come fare a valutare in modo dettagliato i risultati ottenuti?

Cerchiamo di capire quali sono i criteri più importanti per valutare se la campagna su Instagram sta dando i risultati sperati.

Calcolare le conversioni per vedere dove state perdendo potenziali clienti

Quando le persone passano da Instagram per arrivare al vostro sito sono considerati lead “tiepidi”. Ovviamente sta a voi dare loro quella spinta necessaria per convincerli a restare e a comprare, ovvero a diventare lead “caldi”.

Ciò nonostante, qualcuno potrebbe diventare “caldo” già su Instagram, dimostrando interesse per il prodotto direttamente sul social, magari commentando un post e chiedendo informazioni specifiche sulle consegne. Tenere d’occhio le vendite dirette è un primo step, ma come aumentarle? Pubblicare più contenuti, implementare la base dei follower? Creare campagne per raggiungere più persone?

Intanto ricordiamoci che chi vede i vostri post ma non segue la pagina resta un lead freddo, mentre iniziano a intiepidirsi quando, impressionati dai vostri post, iniziano a seguire il profilo. Come spiega il funnel qui sotto.

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Per concretizzare lo schema e adattarlo al vostro business partite dai dati che trovate in Instagram Insights e calcolate quante persone vi hanno contattato, quanti messaggi diretti avete ricevuto e i commenti che hanno portato entrate.

Sicuramente già lo sapete, ma repetita iuvant, per cui se non avete accesso a Instagram Insights è perché dovete prima passare a un account Business, dopodiché comparirà un’icona di grafico nel lato in alto a destra. Toccatela e il magico mondo dei dati sarà vostro.

Quindi, ora che avete i numeri, cercate di capire se state perdendo possibili clienti calcolando le conversioni a ogni passaggio del funnel: partite da quanto hanno visto i vostri post e li dividete per quanto hanno iniziato a seguirvi.

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Poi fate lo stesso dividendo i nuovi follower per il numero di contatti ricevuti e, ancora, dividete il numero di contatti per il numero di acquisti effettuati.

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Ora avete la visualizzazione della customer journey dei vostri prospects e potete capire dove state sbagliando. Nell’esempio qui sotto c’è chiaramente un problema nel convertire la reach in utenti attivi, problema che potrebbe essere dovuto a una debole call to action. Qualunque sia il risultato del funnel, vi darà sicuramente spunti di riflessione.

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Determinare il tasso di crescita dei vostri follower

Quel numerino che vedete crescere sotto al nome del vostro brand, che cosa significa? Non molto se è preso da solo, soprattutto perché nel tempo in molti smetteranno di seguirvi, mentre nuovi follower si aggiungeranno alla lista. Ecco perché vi conviene tenere traccia dei follower mese per mese.

Se poi prendete il totale dei follower dell’ultimo mese e lo dividete per il totale dei follower del mese precedente, troverete la vostra percentuale di crescita.

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Ora avete davanti agli occhi i dati che dimostrano quanto velocemente sta crescendo la vostra community e in che mesi il profilo è stato più performante. Anche qui ora sta a voi capire le cause di successi e rallentamenti e cambiare di conseguenza la vostra strategia.

Monitorare l’engagement dei commenti

Avete presente quel post che vi ha portato un sacco di cuoricini? Quanta soddisfazione. Ma a cosa andava il like? Al prodotto, alla modella o alla fotografia?

How @UOHawaii does warm-weather layers. #UOonYou @CalvinKlein Bralette SKU #35195783 ?: @timmah

Un post condiviso da Urban Outfitters (@urbanoutfitters) in data: 24 Mar 2017 alle ore 15:52 PDT

Quello a cui puntate, quindi, non è soltanto un like, ma l’engagement dei vostri follower. Engagement che si esprime al meglio con i commenti, chiedendo informazioni o facendo apprezzamenti specifici. Tenere traccia del numero di commenti e capire se stanno aumentando, significa capire se la community si sta rafforzando. Inoltre, un’analisi qualitativa del contenuto dei commenti, vi sarà fondamentale per capire se il vostro prodotto è al centro della discussione o se non compare. Sì, ancora spunti di riflessione.

Calcolare la percentuale di Click-Through

Sicuramente il vostro hub principale resta il sito, ed è lì che volete mandare tutti i follower. Con Instagram Insight potete monitorare quanti clic al link in bio vengono fatti in un determinato periodo.

Per avere informazioni più dettagliate, invece, collegate il caro vecchio Google Analytics e potrete seguire con più precisione il tipo di fruizione che l’utente Instagram fa una volta raggiunto il vostro sito.

Ora che avete il numero di persone che hanno cliccato sul link, se lo dividete per il numero di persone che hanno visualizzato il post, voilà che saprete la percentuale di click-through, ovvero quanta è stata l’efficacia del post per il vostro business.

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Come sempre, per capire i social media non bastano i numeri, e non basta neppure l’intuito. Sta a voi dare un senso alle formule, un senso che è molto legato alle vostre strategie e ai vostri obiettivi. Buon lavoro!

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Dal Neuromarketing al Neurosocial: come sono connessi psicologia ed engagement?

Ti sei mai chiesto che cosa spinga un utente a compiere un’azione sui social?

Sicuramente se lo chiedono i brand e le aziende che, quotidianamente, faticano per produrre contenuti in grado di raggiungere un alto livello di engagement. “Perchè questo Facebook post ha raggiunto 20.000 likes? Qual è l’immagine migliore da condividere per ricevere più commenti?”

Queste domande sono all’ordine del giorno, e il motivo è semplice: riuscire a capire cosa passa per la mente di un consumatore, è la chiave per catturare la sua attenzione sui social.

Ovviamente non è così semplice, ma c’è una cosa che ci può aiutare in questo e si chiama psicologia, o meglio Neuromarketing. Ma visto che stiamo parlando di social media… perché non chiamarlo Neurosocial?

Qualsiasi sia il termine utilizzato, l’obiettivo finale è fondamentalmente lo stesso: lo studio di tecniche di Social Media Marketing e di comunicazione che, grazie all’aiuto delle neuroscienze, riescano ad influire in maniera più efficace sui processi decisionali del consumatore, in questo caso sulle piattaforme social.

Quali sono queste tecniche? Vediamo 3 esempi.

Storytelling

“Il Marketing non riguarda più solo le cose che fai, ma le storie che racconti.” [Seth Godin]

Si parla ovunque di Storytelling e di come i brand dovrebbero integrarlo nella loro social strategy, ma quanto riesce effettivamente ad influenzare l’utente?

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Credits infografica: SEOpressor

Il 90% degli acquisti online è dettato dalle emozioni che il consumatore prova durante il buyer’s journey: se vuoi che il tuo contenuto funzioni davvero, deve riuscire ad emozionare e a coinvolgere l’utente.

LEGGI ANCHE: 5 consigli per implementare lo storytelling nella tua strategia social

Social proof

Quello del social proof è un concetto molto semplice: descrive infatti il naturale istinto umano che ci porta a fidarci delle testimonianze, delle esperienze e dei consigli di altri consumatori. Una sorta di WOM – Word of Mouth, ma specifico del mondo social.

Uno studio condotto da YotPo su 500 diversi portali web dimostra come il loro traffico sia aumentato del 50% in soli 3 mesi, grazie all’aggiunta di social reviews sulle piattaforme.

neurosocial

Ma perché? Solitamente, gli utenti danno per scontato che le opinioni e le azioni di altri utenti come loro siano veritiere, e per questo vanno seguite. Ovvero: se 1.000 utenti hanno comprato un prodotto e hanno lasciato una recensione positiva sulla pagina Facebook, perché non dovrei farlo anche io?

Laughter

Sapevi che quando ridi il tuo cervello produce endorfina, una sostanza che ti rende felice e che cambia letteralmente la tua percezione del mondo esterno?

I brand lo hanno già imparato ed è per questo che fanno a gara per chi sforna contenuti più divertenti ed ironici, per instaurare un rapporto più intimo con l’utente (sfruttando tecniche come ad esempio il real-time marketing).

 

Fare piani per la giornata ✔︎Cancellare ogni piano ✔︎Guardare Netflix ✔︎

Gepostet von Netflix am Sonntag, 12. März 2017

 

Ma si sa, non tutti hanno lo stesso senso dell’umorismo, quindi a volte bisogna stare attenti per non inciampare in un #EpicFail 😉

Concludendo, tutte queste tecniche sono volte a far sì che l’utente compia un’azione nei confronti del brand (si spera positiva!), in modo da instaurare una sorta di “connessione psicologica” che inconsciamente lo porti a ricompiere la stessa azione in futuro.

Ma non c’è da spaventarsi: nessuno sta cercando di leggere nella tua mente… it’s just Neurosocial, my friend!

talentgarden facebook f8

Facebook F8, anche Milano ospiterà l’International Meetup

Facebook F8 è un evento ideato e organizzato da Facebook per connettere sviluppatori ed imprenditori che operano sul web e nel campo dell’innovazione tecnologica. Ad ogni edizione, attraverso un Keynote Speech tenuto da Mark Zuckerberg, vengono annunciati gli ultimi prodotti e servizi più innovativi ideati e creati dall’azienda.

Vengono inoltre proposti ulteriori panel e speech tenuti da esperti ed operatori del settore, per esplorare il futuro della tecnologia e approfondire i trend digitali più rilevanti.

talentgarden facebook f8

 

Facebook F8 2017: un mondo sempre più connesso

Quest’anno il Facebook F8 si articolerà in due giornate in cui verranno organizzate più di 50 presentazioni, esperienze interattive e opportunità di incontrare i membri del team Facebook.

L’evento sarà un’occasione importante per scoprire l’impegno di Facebook nel costruire un mondo sempre più aperto e connesso.

Se vuoi scoprire di più sull’evento, guarda gli highlight dell’appuntamento dello scorso anno.

LEGGI ANCHE: Qual è lo stato del Digital Advertising?

Non perdere l’appuntamento del 18 aprile al Talent Garden di Milano

Per la settima edizione del Facebook F8 Facebook ha organizzato 45 International F8 Meetup nelle città più innovative e all’avanguardia del mondo.

Il 18 aprile, Talent Garden Milano Calabiana ospiterà l’International F8 Meetup, un momento di incontro per gli appassionati di tecnologia e digitale, organizzato in concomitanza del Facebook F8 che si terrà a San Jose in California.

Il Facebook International F8 Meetup di Milano darà l’opportunità a 150 partecipanti di assistere al live streaming del Keynote Speech tenuto da Mark Zuckerberg, per poi partecipare a un’occasione unica di confronto e networking dedicata alla comunità locale di sviluppatori.

Vuoi partecipare all’International F8 Meetup presso Talent Garden Milano Calabiana? Scopri di più e registrati.

Monopoly addio a ditale, stivale e carriola

Monopoly cambia le sue storiche pedine: la campagna basata sulla partecipazione dei fan

Nella nuova edizione del Monopoly, “Token Madness”, il ditale, lo stivale e la carriola sono ormai acqua passata. Hanno preso il loro posto otto nuove pedine dorate, scelte proprio dai fan del brand, che sono stati chiamati al voto online.

La votazione si è svolta su un sito appositamente creato tra il 10 e il 31 gennaio 2017.

Il Monopoly Token Madness vote è stata la più grande campagna basata sulla partecipazione dei fan della storia di Hasbro. “La nuova generazione delle pedine chiaramente rappresenta gli interessi dei nostri fan in tutto il mondo”, ha dichiarato Jonathan Berkowitz, Senior Vice President del settore marketing presso Hasbro Gaming.

Monopoly sostituisce tre pedine

Monopoly Token Madness: le 64 figure in gioco

Le figure in gara erano diversissime tra loro: dalle più classiche, come la tartaruga, la papera di gomma da bagno o la barchetta, fino ad arrivare ad altre decisamente più moderne, come hashtag ed emoji.

Alla votazione online hanno partecipato 4,3 millioni di persone provenienti da più di 100 paesi. In occasione della giornata internazionale del Monopoly, il 19 marzo, la Hasbro ha ufficialmente reso note le figure più votate dai fan.

E questo è il risultato della classifica finale:

1. Il cane
2. Il Tyrannosaurus rex
3. Il cappello a cilindro
4. La macchina
5. La papera
6. Il gatto
7. Il pinguino
8. La nave

LEGGI ANCHE: Project Loveday: la campagna di Tesla basata sul suggerimento di una bambina

Il segreto del successo della campagna di Hasbro

Oltre all’impegno di Hasbro nella diffusione del sondaggio online sul Monopoly, diversi brand hanno contribuito al successo di questa campagna.

Il servizio di car sharing Zipcar, ad esempio, non poteva che schierarsi per la pedina della macchina. Su Twitter Zipcar ha incitato i follower, attraverso giochi di parole e con un pizzico di ironia, a salvare questa pedina usando l’hashtag #savethecar.


L’acquario del New England, invece, ha preso le difese dei Pinguini lanciando l’hashtag #VotePenguin ed ospitando il famoso Mr. Monopoly il giorno in cui la votazione è stata lanciata. La visita dell’ospite d’onore è stata trasmessa in diretta tramite Facebook live ed é stata visualizzata da quasi 11 milioni di fan.

The Monopoly Token Vote is now LIVE! Vote now at votemonopoly.com and decide which tokens will get in the game. Are you going to leave these penguins out in the cold or vote them in? New England Aquarium #MonopolyTokenVote

Pubblicato da Monopoly su Martedì 10 gennaio 2017

 

Ora che i vincitori sono stati eletti, con quale pedina conquisterete Parco della Vittoria in futuro? 😉

Not Special Needs: intervista ai creativi su come nasce la nuova campagna di CoorDown

Not Special Needs: intervista ai creativi dell’ultima campagna di CoorDown

Not Special Needs è la nuova campagna di CoorDown che ci pone una grande domanda: quali sono i bisogni speciali delle persone con la sindrome di Down? 

La campagna parte da “special needs”, un modo di dire inglese per indicare le persone con disabilità: le persone con la sindrome di Down necessitano di “bisogni speciali”. Beh, non è vero.

Quello di cui hanno bisogno sono cose normali come avere un lavoro, innamorarsi, divertirsi con gli amici… insomma, bisogni non di certo speciali, anzi! 

Ogni 21 marzo si celebra la World Down Syndrome Day con lo scopo di sensibilizzare e aumentare la consapevolezza su questa sindrome, conosciuta anche con il nome di Trisomia 21 (tre cromosomi invece di due nella coppia cromosomica 21) da cui nasce la scelta della data 21/03.

Il CoorDown (coordinamento nazionale delle associazioni delle persone con sindrome di Down) ha scelto di collaborare con l’agenzia Publicis New York per realizzare la campagna Not Special Needs andata online proprio il 21 marzo.

Sul progetto hanno lavorato due giovani menti tutte italiane, Luca Lorenzini e Luca Pannese (Executive Creative Directors dell’agenzia), che hanno risposto ad alcune nostre domande sul progetto:

Luca & Luca: parlateci un po’ di voi

Luca L. – Io e Luca ci siamo conosciuti 17 anni fa in una piccola agenzia specializzata in web marketing. Abbiamo scoperto di avere la stessa passione per la pubblicità e, da quel giorno, abbiamo sempre lavorato insieme. Prima in Young and Rubicam Milano, poi in Saatchi & Saatchi Milano, poi in Saatchi & Saatchi New York. E adesso, da pochi mesi, in Publicis New York dove lavoriamo come Executive Creative Directors.

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Come nasce l’idea creativa dietro alla campagna Not Special Needs?

Luca P. – Come ogni anno, abbiamo fatto una lunga chiacchierata con il cliente, nel tentativo di trovare qualcosa di interessante di cui parlare per la Giornata Mondiale della Sindrome di Down. E abbiamo scoperto come il termine “special needs” (che generalmente viene utilizzato, soprattutto nel mondo anglosassone, per indicare persone con disabilità) non sia particolarmente amato all’interno della comunità. É un eufemismo controproducente che rende ancora più eccezionali le persone con disabilità in generale e con sindrome di Down in particolare. E ci abbiamo scherzato un po’ su.

Not Special Needs: intervista ai creativi sulla nuova campagna di CoorDown

L’attrice Lauren Potter, la dolce Becky di Glee, e John C. McGinley, il famoso Dottor Cox di Scrubs, hanno partecipato alla realizzazione del video. Com’è stato lavorare con loro?

Luca L. – Lauren è stata una presenza luminosa nel set. Nello spot è molto composta, ma nelle pause si lanciava in danze scatenate coinvolgendo gli altri attori e tutta la troupe. John McGinley è un grande professionista e da tale si è comportato. Una volta davanti alla camera ha improvvisato una serie di battute a raffica e in 10 minuti aveva già finito il suo lavoro: davvero un extraterrestre.

Not Special Needs: intervista ai creativi sulla nuova campagna di CoorDown

Qual è, secondo voi, il segreto del successo di questa Not Special Needs?

Luca P. – Innanzitutto il fatto che utilizziamo un tono umoristico per una campagna no profit. Il pubblico non è abituato a campagne che fanno pensare e allo stesso tempo sorridere. E quando qualcosa è diverso, di solito attira l’attenzione. Pensiamo poi che l’argomento sia molto interessante. Chi ha visto la campagna di solito è rimasto sorpreso: “É vero, hanno gli stessi nostri bisogni. Non ci avevo mai pensato…

Quali sono state le difficoltà più grandi affrontate finora e quali le emozioni più forti?

Luca L. – Riuscire a produrre un film di questa portata con budget molto bassi è sempre una sfida. Fortunatamente, ogni anno troviamo registi e case di produzione che decidono di donare le loro risorse e il loro talento, ma è sempre una sfida. Per quanto riguarda le emozioni, con CoorDown ne abbiamo sempre provate tantissime. Sul set, ogni anno abbiamo l’occasione di incontrare non solo molti ragazzi con sindrome di Down, ma anche le loro famiglie. Ascoltiamo storie intense fatte di gioie, dolori, battaglie, sconfitte e vittorie. E ogni volta ne usciamo arricchiti.

Ultima domanda: avete, per caso, il numero di quel gatto massaggiatore? Sembra davvero bravo…

Luca P. – Non abbiamo il numero del gatto, ma abbiamo il numero dei cinque marionettisti vestiti di verde che lo hanno fatto muovere: così sono le produzioni low budget in America.

Credits
Advertising Agency: Publicis, New York, USA
Chief Creative Officer: Andy Bird
Executive Creative Directors: Luca Pannese, Luca Lorenzini
Copywriter: David Green
Art Director: Jen Wang
Director: Wayne McClammy

Qual è lo stato del Digital Advertising?

Il mercato del digital advertising negli Stati Uniti ha un valore di circa 200 miliardi di dollari e, stando alle previsioni di emarketer, la spesa che verrà investita nel 2017 in questo settore subirà un incremento, raggiungendo una quota di 83 miliardi di dollari.

Dunque, per la prima volta, gli investimenti in questo settore saranno più cospicui di quelli previsti per le emittenti televisive. ll mobile rappresenterà l’elemento chiave di questa crescita, andando a costituire il 70% della spesa totale che verrà investita.

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I due colossi: Google vs Facebook

Il colosso di Google mantiene la sua dominanza sul mercato, e quest’anno reclamerà approssimativamente il 78% delle entrate totali previste per la pubblicità.

Se Google domina la ricerca, in particolare attraverso il mobile, data la tendenza dei consumatori a cercare qualsiasi informazione dal cellulare, Facebook invece controlla il display. Il suo business in questo settore, infatti, si stima subirà un’impennata del 32% per raggiungere i 16 miliardi di dollari, accaparrandosi così il 39% del mercato del display negli Stati Uniti, che dovrà spartire con  Google, Yahoo e Twitter.

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La crescita delle entrate di Facebook può essere attribuita da una parte all’aumento dell’utilizzo e del tempo passato sulla piattaforma, che continua ad attrarre sempre di più gli inserzionisti, e dall’altro dal contributo determinato da Instagram, che compone il 20% delle entrate di Facebook per quanto riguarda il mobile.

In questo mercato, dove si colloca Snapchat? Si prevede che, nel 2017, le entrate derivanti dalla pubblicità per questo social raggiungeranno un valore di 770 milioni di dollari. Un business ancora limitato, considerato che rappresenterà solo l’1% del mercato mobile statunitense, anche se si prevede possa salire di due punti entro il 2019.
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Come si è arrivati a questo duopolio?

La decisione di aprire le proprie piattaforme agli editori, attraverso i servizi di Facebook Instant Articles ( il programma che consente di postare articoli direttamente nel news feed e non soltanto tramite link) e Google Posts ( la nuova funzione che permette di caricare un contenuto editoriale da parte di entità pubbliche direttamente in SERP), ha contribuito a creare la situazione in cui i due giganti di Google e Facebook si dividono e dominano il mercato.

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Questi servizi hanno portato  gli inserzionisti e gli stessi editori a focalizzare la loro attenzione non tanto sulla conquista di spazi pubblicitari sui media quanto invece sui dati personali degli utenti.

Infatti, come sappiamo, Facebook possiede una quantità infinita di dati relativi ai propri utenti che riguardano interessi, status sociale e posizione geografica mentre Google si concentra sull’offrire ai propri utenti esattamente ciò di cui hanno bisogno nel momento in cui effettuano le loro ricerche. Questi due modi di operare, seppur diversi, sono complementari.

Inoltre, lo sviluppo di tecnologie in grado di offrire contenuti video in alta risoluzione, connessioni mobile sempre più veloci e smartphone con display che offrono migliori prestazioni hanno di certo contribuito allo sviluppo dell’online video advertising, settore da tenere sotto controllo specie dopo l’annuncio di Facebook in merito all’introduzione di pubblicità nei contenuti video disponibili sulla piattaforma.

Le persone fruiscono sempre di più dei contenuti video, non solo su Facebook ma anche su Instagram, e le piattaforme offrono sempre più possibilità di espressione da questo punto di vista, il che fa la gioia degli inserzionisti.

La sfida dunque tra i due colossi si gioca tutto sul campo della digital advertising. Chi riuscirà a controllare meglio le piattaforme di distribuzione pubblicitaria sarà in grado di accaparrarsi una parte consistente degli investimenti degli advertiser.

Verso un approccio customer-centric

Il 2017 poi si profila come l’anno in cui i più grandi brand si focalizzeranno sul consumatore, massimizzando la conservazione dei dati sugli utenti attraverso i big data.

E considerando che l’80% delle interazioni sui social media attraverso i dispositivi mobile, questi continueranno a rivestire un ruolo sempre più preponderante nelle nostre attività digitali e customer-centric.

Street art senza tempo: l’arte di Futura per Casio “G-shock”

Questa settimana la ricerca di Streetness riporta in auge un prodotto rilasciato sul mercato circa un anno fa ma che attualmente è ancora tra le produzioni più “in” nel settore del fashion design: l’orologio “G-shock” dell’azienda Casio, firmato dal famoso street artista di Brooklyn Futura.

Leonard Hilton McGurr, classe ’55, noto sin dagli esordi come Futura 2000, ha debuttato illegalmente nella metropolitana di New York nei primi anni Ottanta. Avendo fatto propri gli scontri socio-culturali di qualche tempo prima e la necessità di individuare una propria identità, Futura 2000 ha cercato e trovato ispirazione nella fantascienza e nei film di Stanley Kubrick. Dai vagoni dei treni, supporti principali della sua attività, si è spostato poi sugli edifici del Queens e del Bronx, lavorando fianco fianco con alcuni degli artisti più famosi del suo tempo come Basquiat, Haring, Dondi e Scharf. Ad un certo punto della sua carriera McGurr ha scelto di rompere le “regole della strada” avviando collaborazioni con numerosi marchi, fondandone finanche uno proprio dedicato al mondo dell’abbigliamento. Da questo momento (1998), McGurr ha scelto di firmarsi semplicemente Futura, lasciando cadere i numeri che avevano da sempre accompagnato la sua tag come metafora dei limiti e dei confini da valicare.

Tutt’oggi l’arte di Futura è ancora inarrestabile. Oltre ad una notevole produzione personale l’artista conta numerosi partner e collaborazioni dal calibro di The Clash, la nazionale maschile di calcio americana, LeBron James, le Nazioni Unite, (RED) e Converse.

Tra atomi, segni e forme indefinite riprende così vita per la limited edition “G-shock x Futura” il leggendario linguaggio figurativo dell’artista: sulla cassa XL, sul cinturino e sul packaging del rivisitato modello GD-X6900FTR-1ER viene esaltata l’iconica tag di Futura in una complessa texture bianco e nero; sono così rievocate la potenza, il movimento e la velocità tipiche della metropolitana newyorchese, rinforzate dalla grande resistenza degli orologi Casio “G-shok” caratterizzati da impermeabilità 20Bar e da una batteria che dura oltre dieci anni. Tra le altre peculiarità degne di nota: display con illuminazione LED full auto, orario mondiale (29 fusi orari/48 città), funzione snooze, calendario automatico e due allarmi multi-funzione.

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I laboratori giapponesi della Casio hanno creato un timepiece indistruttibile: “G-shock” è stato progettato durante ben dieci anni di esperimenti e più di duecento esemplari sono stati testati in condizioni estreme, prima di essere ufficialmente rilasciati sul mercato nel 1983. L’orologio ha continuato ad evolversi costantemente per un trentennio abbinando sempre la ricerca di un design moderno alla tecnologia più innovativa.

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Nell’epoca in cui moltissimi giovani scelgono di affidarsi completamente agli smartphone, l’orologio da polso torna alla ribalta avvicinandosi al mondo della Street Art. Non è dunque una casualità se i timepieces della Casio si rigenerano con l’arte di Futura trasformandosi in veri art watches: lo spirito della sfida e la resistenza, obiettivi primari dell’azienda, ritrovano così piena espressione creativa nel mondo del graffiti writing.

Può un tool definire un profilo preciso? Il caso #ApplyMagicSauce

Marketing e psicologia hanno intrecciato i loro percorsi già molte volte. Ma con l’avvento dei social network è più facile che mai analizzare l’enorme massa di dati che gli utenti stessi mettono a disposizione. Sarebbe possibile avere dei profili degli utenti così precisi e calzanti e che rivelano alcuni aspetti della loro personalità a volte sconosciuti persino ai loro amici più intimi.

Psicometria e big data si fondono per creare profili sempre più precisi da usare come target delle campagne di marketing e advertising. Ma è davvero così?

I test di personalità su facebook: oltre il semplice divertimento

Michael Kosinky, di Varsavia, nel 2008 viene accettato per un PhD in Psicometria a Cambridge.

Incontra David Stillwell che da un anno aveva lanciato una app su Facebook che, sulla base di un questionario, creava un profilo caratteriale dell’utente.

Avete presente, no? Avrete ricevuto l’invito di qualche amico a raccogliere la sfida a scoprire i lati della vostra personalità con un semplice test, quasi un giochino.

Michael Kosinsky

Michael Kosinsky

Con entusiasmo e con leggerezza gli utenti risposero alla versione dei due oltre le più ottimistiche previsioni dei due ricercatori: da poche centinaia che attendevano, furono in poco tempo milioni gli utenti che usarono l’app.

Usarono il modello OCEAN, ben noto da decenni in psicometria.  Una personalità, secondo questo modello, può essere  misurata lungo 5 assi:  Apertura al mondo, Coscienziosità, Estroversione, Affabilità e Nevrosi.

Cominciarono l’analisi di quella enorme mole di dati e a cercare correlazioni con le tracce di sè  che gli utenti lasciavano sui loro profili social con i loro mi piace. In che modo un determinato valore del modello di personalità poteva indicare le preferenze di una persona in campo musicale, sessuale, politico?

I primi risultati furono abbastanza semplici, ad esempio i fan di Lady Gaga sembravano essere più estroversi, mentre quelli che avevano messo un like sulla filosofia sembravano essere più introversi.

Cercando di andare oltre, iniziarono a cercare correlazioni più vaghe, e scoprirono che, per esempio, i maschi che avevano messo mi piace ad una determinata marca di cosmetici avevano una maggiore probabilità di essere gay.

Per dirla in maniera corretta, i mi piace a quella marca di cosmetici arrivavano da uomini che si erano già apertamente dichiarati omosessuali.

Procedendo nella loro ricerca su questa strada, nel 2012 Kosinsky ritenne di essere pronto a procedere a determinare un profilo di personalità basandosi soltanto sulle attività svolte da quell’utente su Facebook.

Secondo Kosinsky è possibile valutare una persona meglio di come fa il suo collega di lavoro semplicemente basandosi su 10 mi piace di questa persona. Con 70, si possono dire di questa persona più cose di quante ne sanno dire i suoi amici. E addirittura con 150 like più di quante ne sanno dire i genitori. Con 300 like si riesce apparentemente a conoscere una persona meglio di come la conosca il suo compagno o la sua compagna.

Quanto riveliamo di noi stessi?

In statistica una correlazione indica un certo legame tra due eventi: se si verifica l’evento A, con una certa frequenza, si verifica anche l’evento B.

Questo non significa in alcun modo che A causi B, che ci sia cioè un rapporto di causa-effetto, ma che più semplicemente se si verifica A, c’è una certa probabilità che accada anche B.

Le correlazioni possono essere usate per predire la probabilità che accada una cosa, se ne è successa prima un’altra.

Ed è proprio questo il modo in cui le ha usate Kosinsky: secondo lui, con una media di 68 mi piace era possibile predire il colore della pelle dell’utente (con un 95% di accuratezza), l’orientamento sessuale (88% di accuratezza) e la loro affiliazione al partito democratico o repubblicano (85%).

Dai dati raccolti era possibile determinare il quoziente intellettivo, l’orientamento religioso, le abitudini relative al consumo di alcool, sigarette e droghe e persino capire se i genitori della persona di cui si analizzava il profilo erano divorziati o meno.

Volete provare un po’ di salsa magica?

A personalisation engine that accurately predicts psychological traits from digital footprints of human behaviour”, un motore di personalizzazione che accuratamente predice tratti psicologici dalle tracce digitali di comportamento umano: così si presenta Applymagicsauce, il sito del centro di psicometria di Cambridge.

Visitandolo e dandogli il pasto il vostro profilo facebook, potrete verificare di persona se le previsioni sulla vostra personalità siano azzeccate.

Un clic sul grande pulsante giallo e qualche altro ancora, ed eccovi servita l’instantanea della vostra psiche, con tanto di spiegazioni sul perchè abbiano desunto certi aspetti di voi.

applymagicsauce

Ma è affidabile?

In psicometria, i modelli, che siano OCEAN (conosciuto anche come Big Five), o DISC ( i test di autovalutazione inventati da John Geier), esprimono degli stili, non mettono delle etichette. Le persone sono molto più complesse di quello che viene fuori da questi modelli. E quindi questi modelli non possono essere considerati nemmeno lontanamente infallibili.

Gi studiosi di psicometria si dedicano a misurare abilità, conoscenze o personalità attraverso tecniche ideate e preparate accuratamente. Alcuni criticano le tecniche più evolute e recenti ritendondole invalide e non più accurate di un oroscopo.

Se tali misurazioni sono ritenute invalide, pur essendo preparate di scienziati che sanno quello che fanno e cosa stanno cercando, quanto possono essere attendibili i risultati desunti da informazioni collaterali come i mi piace, a volte buttati li su Facebook?

Come Il motore Applymagicsauce interpreta 31 mi piace del profilo di Claudio Marchiondelli

Come Il motore Applymagicsauce interpreta 31 mi piace del profilo di Claudio Marchiondelli

Inoltre, come ci siamo già detti, la correlazione di per sé non esprime una causalità.  Si possono trovare in rete correlazioni interessanti e divertenti fra qualsiasi cosa e qualsiasi altra. Esistono, per esempio, certamente correlazioni interessanti fra il prezzo delle banane alla Borsa di Bogotà e l’intensità dei cicloni tropicali nel Golfo del Messico. Ma questo non vuol dire che il prezzo delle banane influenzi il ciclone.

Allo stesso modo, potrebbe esserci sì una correlazione tra l’orientamento sessuale di una persona e le sue preferenze musicali, ma è azzardato pretendere di capire dalle canzoni che ascolta con chi andrà a letto.

Queste tecniche di analisi funzionano abbastanza bene nella calibrazione della comunicazione interpersonale, ma non è così scontato che possano funzionare altrettanto bene come strumento di propaganda, sebbene sia un’idea interessante. Un’idea di quelle che trovano grandi investitori se vengono vendute bene, ma non per questo più valida.

Ora che lo sapete, farete ugualmente il test su Applymagicsauce? Diteci se vi riconoscete nel profilo che vi propone, nella nostra pagina Facebook e nel nostro gruppo LinkedIn.