Finalmente non tutta la pubblicità ci vuole belle e stupide

Se pensiamo al primo messaggio che molto spesso veniva comunicato in una campagna pubblicitaria diversi anni fa, la prima parola che può venir in mente è perfezione.

Un prodotto veniva infatti venduto con la sola Unique Selling Proposition di farti arrivare ad essere perfetta; già, ma perfetta come moglie, madre, con una carriera, o semplicemente solo più bella?
Se scorressimo diverse campagne, e le analizzassimo in modo approfondito, scopriremmo che in realtà alle donne veniva attribuito il ruolo di rappresentante della bellezza. Senza, purtroppo, lasciar trasparire nessun altro aspetto.

Giovani, belle ma stupide la percezione delle donne nell'advertising3

Donne giovani, spesso anche in situazioni dove il messaggio di giovinezza risultava fuorviante e distante dalla realtà, sono sempre state viste dai consumatori come ragazze con pochi valori, fragili e senza un ideale.

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Ad oggi però qualcosa è cambiato: i brand sentono la necessità, spinti anche da un cambiamento che sta avvenendo nella società, di non puntare più solo sull’aspetto fisico, ma di portare alle luce il vero potere e la vera forza delle donne.

Giovani, belle ma stupide la percezione delle donne nell'advertising

Questo nuovo fenomeno prende il nome di femvertising, strategia di marketing con l’obiettivo di coinvolgere giovani donne, online e offline, puntando sull’uguaglianza di genere e sulla vera forza delle donne, facendole sentire parte attiva del mondo di oggi.

Ricordate #Likeagirl?

Pensando a questo modello di comunicazione, il primo pensiero va alla campagna #Likeagirl di Always, brand di Procter & Gamble: svolgere un azione come una ragazza è ad oggi utilizzato come un’accezione negativa. Il brand ha scelto di ribaltare il concetto, dando coraggio e trasformando un pensiero negativo in un messaggio positivo e di speranza, con l’obiettivo di annullare gli stereotipi di genere.

Giovani, belle ma stupide la percezione delle donne nell'advertising1

Certo, il fine ultimo di un brand è quello di vendere un prodotto ai propri consumatori, ma il mondo femminile non è più attirato nè da false promesse di bellezza nè da donne senza voce e senza ideali. Una strategia di marketing costruita per comunicare un prodotto deve abbracciare dei valori, andare più nel profondo, rappresentando le ragazze di oggi per la propria forza e traguardi raggiunti.

Le “donne di domani”

Lo stereotipo “bella e stupida” si avverte spesso fin dalla rappresentazione delle giovani donne del futuro; le bambine sono infatti tutte principesse, lontane dal mondo dei maschi dediti a scoprire, costruire, inventare.
Ricordiamo a stento campagne del passato in cui abbia visto bimbe dedite a esplorare, scoprire e avere delle idee al di là del semplice cavallo bianco.

Molti brand hanno capito che per cambiare uno stereotipo di genere bisogna partire fin dalla rappresentazione della più giovane età, quando le idee e i pensieri iniziano a formarsi. Se una bambina, infatti, si vedrà sempre ritratta come debole e senza aspirazioni, crescerà già con la consapevolezza di non essere mai abbastanza.

Un esempio concreto del mondo che cambia è Goldiebox, un brand di giocattoli per bambine, che negli ultimi anni si è distinto per le sua campagne di comunicazione distanti dalla percezione che siamo sempre stati abituati ad avere.

Per la prima volta le bambine non sono più principesse o cuoche ma delle ingegnere; studiano, costruiscono, scoprono e creano. Hanno delle idee ma soprattutto a livello di immagine sono stati utilizzati mondi, linguaggi e gesti che appartengono di più al mondo maschile.

All’inizio è strano, perchè rompe gli schemi, ma l’energia e la forza che comunicano alle giovani di donne di domani è davvero tanta.

Qualcosa dunque sta davvero cambiando nell’advertising. Le donne verranno sempre meno rappresentate (solo) per la loro bellezza.

I primi effetti (nefasti) del nuovo feed di Facebook sui media indipendenti

La bacheca di Facebook si sta preparando a un possibile nuovo cambiamento, cosa che il social network sta già testando in Slovacchia, Serbia, Guatemala, Bolivia, Cambogia e Sri Lanka. Si tratta di una nuova suddivisione che manterrebbe distinti i post pubblici da quelli privati, con l’eccezione fatta per i post pubblicizzati, che resterebbero comunque sul news feed principale.

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Gli effetti nel nuovo feed

Che cosa finirebbe sulla bacheca “Esplora”? Tutto il contenuto proveniente da pagine pubbliche non sponsorizzate. Ad esempio articoli pubblicati da piccoli giornali indipendenti, da associazioni di cittadini, piccole ONG, che contano sulla reach organica di un pubblico fidelizzato negli anni e interessato al loro contenuto.

Eppure il nuovo esperimento di Facebook, iniziato il 19 ottobre, ha già dato risultati catastrofici per i piccoli media indipendenti. Cosa ancora più rilevante dal momento che i paesi scelti per il test sono nazioni in cui il dibattito pubblico fa affidamento sui social media per proporre un punto di vista alternativo, spesso anche per garantire visibilità a notizie scomode.

Le pagine di piccole pubblicazioni hanno visto scendere  lo user engagement fino all’80%, mentre la reach organica è scesa di due terzi in pochi giorni. Le cifre sono confermate nei diversi paesi: Soy502, un giornale indipendente del Guatemala, ha visto scendere del 66% il proprio traffico; Denník N, un altro giornale indipendente dells Slovacchia, ha perso il 60% di interazioni.

L’impatto sui piccoli editori indipendenti

Proprio quelle pagine che non possono permettersi campagne sponsorizzate sono, in molti paesi, quelle a cui la popolazione si affida per poter accedere a una diversificazione dell’informazione, quelle che portano avanti inchieste contro la corruzione e che smascherano situazioni di incoerenza o anche di irregolarità. Ecco perché se Facebook decidesse di mantenere questa divisione del news feed e di diffonderlo anche in altre nazioni, potrebbe avere un impatto significativo sulle democrazie di tutto il mondo, in particolare su quelle più delicate e instabili.

La bacheca “Esplora” diventerebbe una sezione secondaria del social network in cui l’utente può decidere di andare, ma che non gli comparirebbe automaticamente davanti come succede, invece, con la bacheca normale. Questo già basta a fare una distinzione significativa del numero di persona che accederà alla bacheca “Esplora”. C’è tuttavia un secondo punto che non risulta chiaro e che danneggia ulteriormente i piccoli editori indipendenti.

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La bacheca “Esplora”, infatti, propone contenuti diversi, dai meme, agli articoli di gossip a quelli di denuncia. Questo significa che la possibilità che i giornali indipendenti avranno di essere intercettati dai potenziali lettori è drasticamente scesa. 

Anche la scelta delle nazioni di test fa pensare: se in nazioni con governi instabili e dibattito pubblico sbilanciata verso i media governativi non si tiene conto di altri fattori oltre alla semplice user experience e ai feedback in merito alla suddivisione di bacheca pubblica e privata, Facebook dimostra di non avere particolarmente a cuore un’informazione diversificata e proveniente da fonti autorevoli, cosa che ha invece cercato di sostenere negli ultimi tempi, dopo le numerose critiche in merito alle fake news e al mancato controllo della qualità dei contenuti.

Al momento il test non verrà protratto in altre nazioni, ma siamo curiosi di vedere i risultati e capire gli effetti reali nelle nazioni in cui è in corso.

Ancora guai per Uber: tre donne denunciano discriminazioni

Uber fa ancora notizia, ma le novità sono tutt’altro che rosee. Tre donne hanno presentato una denuncia accusando la società di disparità di retribuzione e discriminazione di genere.

uber discrimina le donne?

L’accusa: «Uber discrimina in base a razza e sesso»

Ingrid Avedano, Roxana del Toro Lopez e Ana Medina sono i nomi dei tre software engineer di origine latina che si sono rivole alle legge, dichiarando che l’ambiente lavorativo di Uber non è equo.

L’azienda favorirebbe in primis gli uomini bianchi o asiatici, ma anche le donne appartenenti alle medesime etnie, offrendo bonus, benfici e altri vantaggi preclusi alle altre minoranze etiche.

Latino-americani, indiani e afroamericani, soprattutto se di sesso femminile, sarebbero sistematicamente chiamati ad eseguire compiti di poco qualificati, mantenendo così al minimo i loro riconoscimenti economici e professionali e minimizzando le possibilità di carriera.

Attualmente, solo Ana Medina è ancora impiegata presso Uber, mentre gli altri due ingegneri hanno lasciato l’azienda nel corso dell’estate.

uber procedimenti legali

A riassumere l’istanza presentata sono le parole del legale dell’accusa Jahan Sagafi, dello studio Outten & Golden, che già ha affrontato processi per discriminazione di genere contro Goldman Sachs e Microsoft Corp.

In questa azienda i dipendenti di sesso femminile e di colore vengono sistematicamente sottovalutati rispetto ai loro pari maschi e bianchi o asiatici.

La versione di Uber

Nessuna replica da parte del portavoce di Uber, Matthew Wing. D’altro canto, l’azienda ha effettuato alcune implementazioni al sistema di retribuzione, tra cui aumentare gli stipendi che si attestavano sotto la media per le rispettive professioni, garantendo altresì un aumento annuo del 2,5%.

Il provvedimento è stato implementato ad agosto, successivamente alle prime segnalazioni delle tre donne presso la California Labor and Workforce Development Agency, a cui ha fatto seguito il procedimento legale.

Questa è la seconda emergenza “in rosa” che il nuovo CEO Dara Khosrowshahi è chiamato ad affrontare, dopo le denunce di molestie sessuali da parte dell’ex impiegata Susan Fowler, che hanno contribuito a determinare le dimissioni di Travis Kalanick.

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Le stories di Instagram sono la nuova pubblicità (che tutte le aziende dovrebbero usare)

Storytelling, Customer experience, Social media, Mobile. Quattro parole (vocabolario fondamentale dei marketers) che descrivono a perfezione il successo delle Instagram Stories, a cui aggiungiamo aggettivi come effimere, memorabili, potenti, sperimentali e creative.

Nella descrizione delle Instagram Stories, troviamo un apparente ossimoro: effimere e memorabili. Il concetto di effimero infatti sembra difficile da accostare alla memoria, eppure questa parola così profondamente legata al tempo lo caratterizza come un vissuto, di cui si ha avuto esperienza, che seppur breve rimane impressa.

Pensate per esempio a qualcosa nel vostro passato che è durato pochi secondi e di cui non avete nessun oggetto a testimoniare il momento, ma che voi in ogni caso ricordate. Potete quindi immaginare le ragioni del successo delle Instagram Stories.

Il successo delle Instagram Stories: mobile phone

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Questa premessa un po’ romantica per presentare le Instagram stories come  strumento molto vicino alla vita e alla quotidianità degli utenti, per la loro intrinseca natura effimera e esperienziale. Le instagram stories infatti durano solo 24 ore e non hanno un archivio per fruirle successivamente. Offrono la possibilità di interagire con l’utente, che come prima azione sceglie volontariamente di vedere la storia, a differenza delle foto presenti nel feed. Una storia può durare circa 20 secondi ed è full screen, il che permette una maggiore immersione dell’utente con il contenuto.

Molti di voi ancora saranno titubanti sulla potenza di engagement delle Instagram Stories, ma noi Ninja vi diamo 6 motivi per cui ricredervi.

#1 Un nuovo approccio allo storytelling: il successo delle Instagram Stories

Le instagram stories con la loro fugacità presentano un nuovo modo di realizzare la storia del brand rispetto ai media tradizionali. Per esempio i nuovi Spot TV di Mulino Bianco si basano su un tradizionale storytelling e seguono una trama ben precisa, scene “filmiche”, attori veri, video ben girati e sono duraturi, li vediamo infatti ripetutamente in TV.

Su Instagram invece le regole sono diverse, o meglio non ci sono formule di successo, tutto è sperimentale, il contenuto può essere veloce e meno rifinito o finemente girato.

Un esempio è la campagna pubblicitaria di Lowe’s, che attraverso 64 microvideo, ognuno di durata minore di un secondo (il tempo medio che l’utente impiega a pigiare sullo schermo), interagisce con l’utente mostrando come cambiare l’aspetto di una stanza attraverso i suoi prodotti. Lowe’s in modo semplice restituisce un messaggio di creatività, colore, energia attraverso una sorta di tutorial.

#2 Interazione/ esperienza

Le storie permettono ai brand di creare un’esperienza coinvolgente per gli utenti. L’interazione (Tap, Swipe up, Audio on, Audio off) infatti mantiene alta l’attenzione e il full screen immerge letteralmente l’utente nella storia. Un esempio di brand che ha creato una vera e propria esperienza di gioco con le Stories è Bacardi e Swizz Beatz, che lo scorso anno con InstantDj hanno permesso all’utente di scratchare come un vero e proprio DJ. Il contenuto sparì dopo 24 ore ma fu ripubblicato come video successivamente nel feed di @bacardiusa.

Un altro modo per creare un’interazione semplice con l’utente, è l’utilizzo degli Sticker Poll durante una competizione, magari per chiedere agli utenti chi sarà il vincitore della gara, oppure utilizzare la funzionalità per un gioco a quiz, o un sondaggio.

LEGGI ANCHE: Dallo smartphone agli stadi: le Instagram Stories per lo sport

#3 La flessibilità del formato

La potenzialità delle Instagram Stories è che sono adattabili ad ogni esigenza del brand.

Il formato delle storie permette infatti agli advertiser di utilizzarlo a proprio vantaggio per espandere o comprimere la storia del brand, aggiungendo dimensione o estendendo il messaggio all’interno della campagne.

Le instagram Stories possono viaggiare da sole o andare a supporto dell’intera campagna pubblicitaria. Un avvertimento però è che le storie troppo complesse e con messaggi multipli rischiano di far calare l’attenzione degli utenti Mobile e soprattutto dei Millennials , che determineranno il successo delle Instagram Stories con contenuti “autentici”, smart e veloci.

LEGGI ANCHE: Novità da Instagram Stories per utenti e inserzionisti

Per esempio un brand può utilizzare le stories per focalizzare l’attenzione su piccoli dettagli del prodotto che solitamente si tendono a trascurare o la fashion industry può utilizzarle per presentare le nuove collezioni o proporre nuovi stili di abbigliamento, come ha fatto Fendi per pubblicizzare i Fendi Charm.

#4 Il bacino di utenti

Il successo delle Instagram Stories è nel numero dei potenziali customer. Si contano infatti circa 250 milioni di utenti attivi al giorno. Il tempo trascorso su Instagram è in media di 32 minuti per utenti sotto i 25 anni e 24 minuti dai 26 anni. L’opportunità che una storia venga vista da un grande pubblico è altissima. Gli utenti sono affamati di Storie, non potete trascurare quindi questa forma di comunicazione e interazione. Non fate i timidi, pensate a contenuti originali che rendono unico il vostro brand e sbizzarrite la vostra creatività.

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#5 La libertà creativa

Dal momento in cui è stato lanciato Instagram Stories in Agosto 2016, sono già state rilasciate 20 nuove funzionalità per personalizzare le storie (Boomerang, Poll Stickers, Hashtag, Filtri facciali, ecc.), il che permette ai brand di utilizzare la piattaforma nei modi più originali e creativi possibili.

Non importa avere video fantastici girati da Baz Luhrmann, l’importante è creare contatto, stupore, ricordo e intimità con l’utente che deve sentirsi parte del brand nella sua quotidianità, vivere il brand. Un esempio creativo di utilizzo Stories è il brand Tous, che per pubblicizzare i suoi gioielli ha raccontato una storia d’amore con le Instagram Stories.

LEGGI ANCHE: Instagram Stories: tutti i consigli per sfruttarle al meglio

#6 Esclusività

L’effimero produce quell’effetto psicologico chiamato FOMO (Fear of Missing Out) o principio di scarsità, ossia la paura di perdere qualcosa, che ha una disponibilità limitata. Il principio di scarsità è stato descritto ampiamente dallo psicologo americano Robert Cialdini, lo troviamo per esempio nelle offerte con un numero limitato di pezzi o di tempo, come il Black Friday.

Instagram Stories: Black Friday

Questa “attrazione” del consumatore per le cose effimere dipende dalla convinzione che la rarità di un oggetto ne determini la qualità e inoltre il limite di tempo è interpretato come una riduzione di libertà che il consumatore stesso non accetta. Applicato alle Instagram Stories questo principio di scarsità genera coinvolgimento dell”utente, che sapendo di poter interagire con un contenuto solo per un periodo di tempo limitato, sarà propenso a seguire assiduamente il tuo brand.

Lo Storytelling, la flessibilità, la libertà creativa, il numero di utenti e l’esclusività non fanno certo dubitare sul successo delle Instagram Stories, e voi le inizierete ad usare?

Avete solo 24 ore per decidere.

facebook

Facebook annuncia le nuove linee guida del News Feed

Novità in casa Facebook. Dopo la recente notizia riguardo il possibile spostamento dei post organici in un news feed separato di notizie, il social network americano ha rilasciato le nuove linee guida per la produzione e la distribuzione di contenuti.

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Adam Mosseri,Product Manager e responsabile del News Feed, diffonde in questo breve video i tre principi da conoscere per assicurarsi una presenza nel feed di Facebook.

How Does News Feed Work?

Gepostet von Facebook am Freitag, 20. Oktober 2017

Primo principio del News Feed: crea contenuti di valore

A dirlo questa volta è proprio Facebook: “Le persone si aspettano di trovare nel loro feed storie informative e significative”. Prima di progettare qualsiasi contenuto, Facebook consiglia di pensare a quali siano i reali interessi delle persone a cui ci rivolgiamo; in questo modo sarà più semplice connetterle alle storie che trovano più interessanti e significative per loro.

Ma Mosseri non si limita a dirci solo questo. Si spinge ben oltre. Oltre a ricordare l’importanza di un approccio mobile first nella progettazione dei contenuti per garantire un’experience sempre più immersiva da smartphone, Mosseri rivela una novità che sorprenderà ogni social media manager: “Posta frequentemente. Non aver paura di dare troppe informazioni,  se i contenuti sono di alta qualità e non violano le linee guida di pubblicazione, aumenterai la probabilità che i nostri algoritmi mostrino il contenuto al tuo pubblico”.

Ebbene sì, questo principio smonta ogni certezza che un social media manager ha appreso nella sua carriera, ossia quella di evitare troppe pubblicazioni per non essere contrassegnato come spam. Capiamoci, questo non vuol dire che è necessario pubblicare 10 post in un giorno, ma di aumentare gli standard di pubblicazione sia in termini quantitativi, sia in termini qualitativi: più pubblicazioni, più contenuti di qualità e al passo con l’attualità. 

Secondo principio del News Feed: posta contenuti affidabili e autentici

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Fake news

Le storie percepite come autentiche sono quelle hanno una risonanza maggiore. Al momento Facebook sta lavorando per capire quali sono i criteri per cui le persone valutano un post più autentico di un altro. L’algoritmo di Facebook è adesso in grado di  capire quali sono le storie che le persone trovano fuorvianti perché considerate spam. Sembra quindi che il social non mostrerà più post di clickbait, link a siti  web di bassa qualità, contenuti fuorvianti e post di tipo fraudolento.

Terzo principio del News Feed: adotta un comportamento sicuro e rispettoso

E’ il terzo e ultimo principio diffuso da Adam Mosseri. Ma non è il meno importante, anzi. Dopo diverse richieste e solleciti da parte della comunità, Facebook pubblica un documento dove sono indicati gli standard da rispettare per creare un ambiente sicuro e rispettoso. Le norme coprono tutto, dalla nudità al bullismo ai contenuti grafici, invita i publisher a rispettarle non pubblicando contenuti che:

  • contengono nudità inappropriate e / o attività sessuale
  • incoraggino la violenza diretta o la criminalità
  • incoraggino il bullismo o le molestie
  • portano alla diffusione dell’odio.

Per conoscerle tutte leggile qui: Standard della comunità

Queste linee guida sono la dimostrazione che Facebook sta andando verso una maggiore trasparenza riguardo la diffusione dei contenuti. Non a caso da qualche giorno è stato annunciato dallo stesso Zuckerberg  di voler rendere ancora più trasparente il funzionamento dei post sponsorizzati.

LEGGI ANCHE: La nuova policy Facebook sulla trasparenza della pubblicità, spiegata

E ora non ci resta che fare tesoro di questi tre principi per creare i prossimi piani editoriali con ancora più Ninja Power!

blogger scrive un testo seo oriented per un blog

3 semplici dritte per migliorare la SEO del tuo blog

Molti blogger iniziano il loro percorso divulgativo con passione e tenacia. Scelgono una piattaforma in voga, selezionano un tema accattivante, e ricco di ammennicoli, e sottoscrivono un piano di hosting economico, ma stabile e sicuro. Dopodiché, partono con la stesura di contenuti impressionanti, atti a stupire i propri lettori (e i motori di ricerca).

Finché la realtà non appare in tutta la sua spietatezza.

blogger scrive un testo seo oriented per un blog

Sì, perché avviare un blog non significa necessariamente acquisire rilevanza e traffico. Scrivere tutti i giorni non garantisce la prima pagina sui motori di ricerca. Ed è per questo motivo che molti blogger si ritrovano ad agonizzare tra le seconda e la terza pagina (o anche peggio) di Google.

Quindi, tirando le somme, cosa è andato storto? Cosa non ha funzionato?

Semplicemente, e scusa la franchezza, questi blogger hanno costruito il loro “diario online” su fondamenta di sabbia. Fondamenta instabili, alla mercé della continua evoluzione degli algoritmi di Google.

Cosa devi fare, dunque? Come puoi aggirare le insidie che si celano lungo il cammino che porta un blog al successo? Sicuramente, ci sono strategie certe e affidabili per costruire un blog. E ci sono anche degli ottimi alleati che puoi sfruttare per accrescere la tua presenza online.

Ed è proprio questo l’argomento del post che stai leggendo.

Detto ciò, analizziamo insieme 3 step fondamentali per dare al tuo blog un’iniezione di SEO positiva e uno slancio sui motori di ricerca – Google in primis.

1. Scegli un sistema di gestione dei contenuti adatto

aggiungere un nuovo articolo su wordpress

Uno degli aspetti più importanti, quando ci si interfaccia con un blog, è la scelta del CMS, ossia del sistema di gestione dei contenuti. E in questo caso, non posso non consigliare WordPress.org. Considera che oltre il 22% di tutti i siti web gira su questa piattaforma. Ma non sono i numeri né le percentuali, che dovrebbero farti propendere verso WordPress.

Piuttosto, la semplicità, la libertà e la flessibilità, sono tre caratteristiche che (forse) cerchi in un sistema di gestione dei contenuti. Ed è proprio quello che WordPress è in grado di fornirti. Come se non bastasse, la community di sviluppatori – e amanti di questo CMS – lavora quotidianamente per migliorare sempre di più la piattaforma, e adattarla ai bisogni di (quasi) tutti gli internauti che decidono di affidarsi a WordPress.

Facile da scaricare e installare, WordPress utilizza, inoltre, un codice leggero e ottimizzato per i motori di ricerca. Il che lo rende, non solo interessante agli occhi di Google, ma adatto a costruire un blog che guarda alla SEO.

Infine, il pannello di controllo amministrativo rende le operazioni di aggiornamento e backup molto semplici e intuitive. Insomma, quando si parla di blog, si parla (quasi) sempre di WordPress. Ci sarà un motivo, non credi?

2. Installa Yoast SEO

E quando si parla di WordPress e ottimizzazione per i motori di ricerca, sbuca come un fungo uno dei plugin più utili mai creati: Yoast.

Tra gli innumerevoli plugin sviluppati per WordPress, Yoast è sicuramente il più performante, per dare una spinta alla SEO del tuo progetto editoriale. Ed è per questo motivo che ti suggerisco di inserirlo nella lista della spesa, tra gli ingredienti indispensabili per creare un blog vincente – agli occhi dei lettori e del motore di ricerca.

Tra le sue funzioni, infatti, spicca l’analisi delle keyword e la possibilità di migliorare il tuo testo per leggibilità e attinenza all’argomento trattato. Inoltre, Yoast ti permette di organizzare lindicizzazione delle tue tassonomie (categorie e tag), di creare un file robots.txt e la sitemap.xml, senza passare dal FTP, e di tenere sott’occhio il numero di link interni di un articolo – aspetto da non sottovalutare per aumentare il tempo di permanenza del lettore sul tuo blog.

Come vedi, questo plugin riesce a fare un mucchio di operazioni, che non basterebbe un articolo per elencarle tutte… Anzi, un articolo basta. Questo → Yoast SEO: guida all’utilizzo.

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3. Non trascurare l’importanza di un buon hosting

Oltre una struttura coerente, una navigazione chiara e una scrittura consapevole, sai cosa possono far bene alla SEO del tuo blog? Le performance. La velocità di caricamento degli articoli (e delle pagine) del tuo blog inficia negativamente il posizionamento, se risulta troppo bassa agli occhi del motore di ricerca.

Lo scenario è il seguente: tu scrivi un bel tutorial sull’ottimizzazione SEO delle immagini, a Google piace e decide di posizionarlo nella prima pagina, per una (o più) query di ricerca. L’utente, ponendo al motore lo stesso quesito, trova il tuo articolo, clicca, ma abbandona la pagina perché troppo lenta. E lo fa, prima ancora di consultarla.

Ecco, questo è un pessimo segnale per Google. Un segnale forte, che fa pensare al motore di ricerca:

Ehi, forse ho sbagliato a premiare questo articolo: il tempo di permanenza è troppo basso. Retrocediamo la sua posizione.

Dalla prima pagina all’oblio della seconda è un attimo. Giusto il tempo di scegliere un pessimo hosting. Ma ho pensato anche a questo.

Di seguito, trovi 4 cose da non fare:

  1. scegliere piani di hosting che non offrono un periodo di prova o la possibilità di rimborso…
  2. … o che non abbiano assistenza completa (a meno che tu non abbia le competenze necessarie)
  3. cedere al fascino del low cost (o peggio ancora del “gratuito”); meglio cercare un buon rapporto qualità/prezzo
  4. credere alle favole: hai presente banda e spazio illimitati? Frottole.

SEO per blog: tiriamo le somme

blog e seo

Questa piccola guida per migliorare la SEO del tuo blog termina qui. Naturalmente, i 3 aspetti che ho affrontato fanno parte di un argomento più vasto, che comprende la scrittura per il web, la conoscenza della seo on page e offpage e di tantissime altre sfumature che, nel loro insieme, rappresentano le linee guida per una corretta attività di ottimizzazione per i motori di ricerca.

McDonald's pubblicità

Super bando: McDonald’s cerca nuovi partner per gestire media e pubblicità

Secondo quanto riportato nei giorni scorsi dal Wall Street Journal, McDonald’s ha avviato un cambiamento nella sua strategia di acquisto degli annunci pubblicitari a livello globale, per cercare di investire  in modo più efficiente in tutto il mondo.

La catena di fast food, che per ben 14 anni ha affidato la gestione media e pubblicità all’agenzia OMD, spende attualmente circa 2 miliardi di dollari in acquisti pubblicitari ogni anno nel mondo, secondo quanto calcolato, e ora Bob Rupczynski, Vice presidente della divisione media e della gestione clienti nel mondo di McDonald’s, afferma: «Stiamo esaminando i modi per rendere i nostri investimenti di marketing più efficaci sia attraverso una spesa più mirata nei media, sia attraverso nuove maniere per connetterci con i consumatori».

McDonald’s ha specificato che la sua relazione con OMD, parte di Omnicom Media Group, responsabile del media in molti altri Paesi, compresa l’Italia (dove la creatività è gestita da Leo Burnett – Publicis Groupe), rimane forte e che anche l’agenzia parteciperà a questo processo di revisione della gestione.

LEGGI ANCHE: Epic Win & Fail: Burger King trolla (di nuovo) McDonald’s e Facebook brucia le inserzioni

McDonald's pubblicità

McDonald’s punta tutto su digital, tecnologia e Big Data

Un momento di grandi cambiamenti nel marketing dell’azienda che da quest’anno non è più sponsor neanche dei Giochi Olimpici, a dimostrazione di una vera svolta nella sua strategia, che ora vuole puntare in modo molto più incisivo su digitale e tecnologia, anche attraverso la possibilità di ordinare e pagare via mobile in molti ristoranti e il lancio di un programma fedeltà.

Tutte queste iniziative, in pratica, sembrano rivolgersi nella direzione di un miglioramento nella capacità di McDonald’s di sfruttare i dati dei clienti per una pubblicità più mirata, che vada dai media digitali agli annunci televisivi targetizzati.

Anche l’assunzione di Rupczynski deriverebbe da una chiara logica di spostamento degli investimenti su una pubblicità pensata in ottica di utilizzo dei Big Data, vista l’esperienza del nuovo Vice presidente Media nello sviluppo di un approccio basato sulla gestione dei dati per aziende come Kraft Heinz Co.

Nell’ambito di questo cambiamento epocale McDonald’s ha dichiarato di voler selezionare un piccolo numero di agenzie media per l’acquisto di annunci a livello mondiale, anche se la scelta sembrerebbe in contrasto con il trend seguito dai marketer di investire su un’unica agenzia per risparmiare in termini di commissioni.

«L’obiettivo è scoprire qual è il modo più efficiente per raggiungere il consumatore», ha aggiunto Rupczynski.

Il video omaggio (e sfottò): la Mercedes sfreccia in casa Ferrari

Un manto rosso avvolge un’autovettura. Diverse inquadrature ne fanno intravedere i profili. Rombi di motore, pedale sull’acceleratore, via il mantello rosso. No, non è il “ruggito” del Cavallino ma di una Mercedes GTR verde, che sfreccia all’alba a Modena.

Curve, tornanti, asfalto. Sul finire dello spot, il passaggio davanti a un cavallo (con primo piano dello sguardo, quasi riverente) e – udite udite – finanche all’ingresso dello storico stabilimento Ferrari di via Abetone.

L’auto continua la sua corsa, un cartello segna l’uscita da Maranello. Fine dello sfottò, schermo nero, il messaggio-omaggio al rivale sconfitto all’ultimo mondiale di Formula 1 (sia nella classifica piloti che in quella costruttori, ndr): “Il valore di una vittoria è nella grandezza degli avversari“.

Il video è stato pubblicato sulla pagina Facebook ufficiale di Mercedes Benz Italia.

Le fiere del lavoro servono davvero a trovarne uno? Inizia a seguire queste dritte

Fiere del lavoro, Job meeting, Career day: le varianti sono tante, rivolte non solo a neolaureati. Parliamo di quegli eventi che mettono in contatto diretto aziende in cerca di candidati e lavoratori alla ricerca di opportunità. Ottobre e novembre sono i mesi degli eventi più noti come “Io Lavoro” a Torino e “Job&Orienta” a Verona e dei Career Day organizzati dalle università per i propri laureati.

Appuntamenti che hanno un gran numero di visitatori. L’ultima edizione di “Io Lavoro”, che si è tenuta il quattro e cinque ottobre, ne ha avuti 6.500, tra persone in cerca di impiego e selezionatori di cento aziende e agenzie per il lavoro. Alla fiera sono stati effettuati più di 10 mila colloqui oltre che 40 workshop. Un vero business.

fiere del lavoro

I numeri

Su quanti trovino un impiego dopo una fiera non esistono dati completi. Nelle indagini dell’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche (Inapp), la consegna del cv in queste occasioni viene considerata come uno dei modi di presentare un’autocandidatura, canale d’ingresso nel mercato del lavoro per il 20,4% degli italiani.

Una percentuale elevata di successo se comparata con il 3,4% dei centri per l’impiego, anche se non tanto alta quanto “amici, familiari e conoscenti”, mezzo di inizio di un’occupazione per il 33% delle persone.

Non solo recruitment

Certo è che da quando le aziende hanno sempre meno posizioni aperte, il rischio di passare una giornata a raccogliere depliant senza ottenere nulla è reale.

fiere del lavoro

I responsabili del “Job Meeting” lo dicono già dal 2010, quando scrivevano sulla presentazione della fiera che “dopo la crisi del 2009, pochissime sono ormai le imprese che partecipano a questi eventi con un approccio legato esclusivamente al recruiting”. Un’affermazione valida ancora nel 2017.

Come si legge sul sito di molti degli organizzatori, un job fair permette alle aziende di far conoscere la propria attività e di pubblicizzare prodotti e servizi attraverso la distribuzione di materiale pubblicitario. Insomma, di promuovere il proprio brand e rafforzare l’immagine. L’esigenza del recruiting di giovani che si approcciano al mondo del lavoro e adulti in cerca di riqualificazione professionale è solo una delle tante.

Come affrontare una fiera del lavoro

Nonostante quello che si è detto, questi appuntamenti possono essere proficui. L’esperta di risorse umane Gaia Pavoni ci ha dato alcuni consigli su come colpire l’attenzione del selezionatore e sfruttare al meglio una fiera. Due anni fa Pavoni ha fondato la piattaforma “Patente Lavoro” per aiutare i neolaureati nella ricerca dell’impiego.

Innanzitutto, ci si deve informare sul sito e sulla pagina LinkedIn delle società che saranno presenti, studiare anche i profili delle persone che ci lavorano, per essere in linea, per esempio, con l’abbigliamento o il modo di porsi e per verificare se ci sono posizioni aperte. Quando si parla con i responsabili delle risorse umane, bisogna dimostrare il proprio interesse. “Per un’azienda la cosa peggiore è non sentirsi valorizzati”, racconta Pavoni, “è sempre apprezzata una risposta sentita, anche se si esagera un po’ nella descrizione del proprio desiderio di lavorare in quella società. Niente paura di sembrare falsi”.

fiere del lavoro

Stampare decine di curricula, invece, non ha senso, anche perché molte delle imprese chiedono di inoltrare il cv attraverso il sito una volta tornati a casa. Meglio preparare poche candidature, adatte a ciascuna realtà. E poi studiarsi una brevissima presentazione di un minuto, partendo dal “mi piacerebbe lavorare per voi perché” e fare il match tra le proprie predisposizioni e le richieste dell’azienda.

Un’altra raccomandazione è di scattarsi la foto da mettere sul curriculum con gli stessi vestiti che si indosseranno il giorno della fiera, e magari con un piccolo particolare come degli occhiali o un foulard. Un consiglio che può far sollevare le sopracciglia. Lo scopo è rendere più facile al recruiter il collegamento fra la persona incontrata e il suo cv.

E dopo la fiera che si fa?

Quando si parla con i responsabili, è meglio fare qualche domanda sull’iter di selezione e sul modo per avere un riscontro, per esempio un indirizzo email. È bene anche segnarsi il nome della persona con cu si è parlato. Dopo il job fair ci si può far sentire per chiedere la possibilità di un colloquio in azienda. Il tutto una volta trascorsi una quindicina di giorni dalla fiera.