3 errori madornali che stanno rallentando il tuo business

Siamo stati abituati a leggere la parola cambiamento sui libri di storia a scuola. Fenomeni che duravano anni o molto più spesso decenni. A parlare di Rivoluzione Industriale immaginavamo qualcosa successo secoli fa, quando per strada si vedevano ancora più cavalli che automobili.

Adesso siamo immersi in un’era di cambiamento. E forse era è un termine sbagliato perché farebbe pensare ad una gestazione lunga e non troppo consapevole. Niente di più sbagliato.

Noi siamo nel bel mezzo di un’epoca di transizione dove ogni decisione presa in modo lento equivale ad una decisione errata, pericolosa per il proprio business personale e aziendale.

Bene, ora che abbiamo fatto un po’ di sano “terrorismo psicologico”, passiamo alle buone notizie: possiamo salvarci da tutto questo, prendendo quello che c’è di buono in un processo di Digital Trasformation.

La Digital Trasformation è una buzzword sicuramente abusata, ma che – come in ogni abuso semantico – nasconde dei lati che sono dati troppo spesso per scontati e che possono rivelarsi fatali. Scopriamo insieme quali.

Wall with lot of photography pictures scattered in infinity; Shutterstock ID 142874548; PO: DG

1. Non implementare una corretta analisi dei dati

Siamo sommersi dai dati, non è mai stato così facile accedere ad un quantitativo di dati così sproporzionato. Al punto tale che in contesti di business molto spesso si sente dire: “Se non hai dati a supporto di questa tua tesi, sei solo un’altra persona con un’opinione”.

Va benissimo avere dati a disposizione, ma bisogna saperli interpretare a dovere, per cogliere i cambiamenti con il giusto timing restando in ascolto del proprio mercato di riferimento e di quelli attigui al nostro. Facciamo un esempio noto per capirci meglio.

Microsoft ai tempi del regno di Steve Ballmer aveva a sua disposizione i dati che testimoniavano come gli utenti non comprassero più laptop e desktop con lo stesso entusiasmo di qualche anno prima, il trend si era appiattito da anni, la connessione ad internet mobile era pronta per un salto tecnologico significativo per rimettersi al passo con quella wired. Nonostante tutto ciò, l’azienda sottovalutò l’impatto degli smartphone che riassumeva in sé già tutte quelle funzioni che prima di allora erano state delegate a laptop e desktop. Si creò un nuovo mercato. Un nuovo mercato da cui Microsoft è a tutt’oggi estromessa.

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2. Perseguire una “one-size-fits-all” strategy

Pensa globalmente ma agisci localmente, si dice.

Questo tra l’altro è molto vero non solo per i grandi business multinazionali che si devono misurare con la multi-culturalità del proprio target di clienti finali. Pensiamo ad esempio ad un modello di business di vendita online in Italia. Voi gestireste il vostro piano di marketing senza una targetizzazione granulare a seconda della provenienza regionale del vostro potenziale cliente?

Fareste una campagna di advertising uguale per tutti, sia se dovessero entrare in contatto con le vostre ads a Milano o a Palermo? Pensereste ad un messaggio identico sia per una fascia di età che va dai 18 ai 30 che per quella che va dai 40 ai 50?

Se lo state facendo, non avete più scuse per continuare a perseverare nell’errore. La strategia deve essere unica e trasversale, ma l’implementazione di questa strategia e la modulazione dei touchpoint verso i clienti target deve essere quanto più possibile personalizzata.

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3. Non mappare la Customer Journey

Ora che avete una teoria interpretativa dei dati di mercato e una relativa strategia da declinare con un piano di marketing granulare pensate di essere al sicuro. E invece no!

Potreste rapidamente naufragare per un altro motivo: se non avete idea di come ricostruire esattamente il percorso di acquisto dei vostri clienti quando entrano in contatto con voi, la cosiddetta Customer Journey.

Che siate un’azienda o un professionista individuale, il vostro cliente deve essere sempre al centro dei vostri processi: il cliente non ha sempre ragione, ma di sicuro vuole pensare di poter avere sempre la vostra attenzione.

Rimappare tutto il percorso che fa il vostro cliente prima di giungere all’obiettivo che vi siete prefissati è fondamentale per il modello di business.

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Come costruire la crescita del business

Oggi è molto più facile verificare le informazioni, gli ingredienti, la filiera di una produzione o fare benchmark sul mercato e cambiare il professionista scelto inizialmente se questo non si dimostra all’altezza delle aspettative del cliente finale.

Trasparenza e usabilità sono i pilastri su cui costruire il viaggio che i vostri clienti saranno contenti di percorrere e su cui costruirete anche la sostenibilità e la crescita del business negli anni a venire.

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Vendere pubblicità e altri modi per monetizzare subito il tuo chatbot

Si fa un gran parlare (e scrivere!) di chatbot. Si discute se siano un nuovo rivoluzionario approccio per le interazioni con l’utente o se siano solo una moda, effimera come tante altre. Uno dei topic più in voga al momento riguarda però il tema della monetizzazione. I chatbot possono diventare un modo per ricavare guadagno dalle proprie attività in rete? Esploriamo insieme alcuni dei modi in cui è possibile farlo.

Monetizzare con la vendita di prodotti e servizi

Siamo oramai abituati a fare acquisti online, non solo visitando siti dedicati, ma anche dall’interno delle app e giochi che abbiamo scaricato e installato sul nostro smartphone.

Che siano beni reali o virtuali, un chatbot può essere un modo efficace di vendere prodotti e servizi durante una conversazione.

Le app di messaggistica sono sempre più popolari e sono quelle più in crescita di anno in anno per numero di sessioni e per tempo che gli utenti ci trascorrono.

Numeri sbalorditivi e ben sopra la media in entrambi i casi, secondo i dati di Flurry Analytics, riportati in questi grafici.

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Secondo un report di Business Insider che avevamo già citato, sono sempre di più gli utenti che usano sistemi di messaggistica. Il numero totale di utenti delle quattro app di messaggistica più diffuse supera il numero di utenti totale dei quattro social più importanti.

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Diventa naturale perciò pensare ad un chatbot che possa agire come un commesso virtuale, che guidi l’utente all’acquisto del vostro prodotto o servizio o, se partecipate a programmi di affiliazione, vi aiuti a monetizzare aumentando l’ammontare delle commissioni ricavate.

Monetizzare con la pubblicità

Sempre alla ricerca di nuovi canali attarverso cui raggiungere potenziali clienti, le agenzie pubblicitarie e di marketing potrebbero comprare “spazi” nel vostro chatbot.

Durante una conversazione con l’utente, il vostro chatbot potrebbe inserire una raccomandazione di un prodotto o servizio, o addirittura offrire un coupon. Naturalmente questa attività, per la quale vi farete pagare, deve essere ben congegnata. Gli utenti devono trovare interessante o conveniente interagire con il vostro chatbot.  Le offerte e raccomandazioni devono essere opportune e in sintonia con il contesto della conversazione, senza essere invasive.

Una alternativa per monetizzare con la pubblicità è che il vostro chatbot raccolga (con il loro consenso) dati sugli utenti. Attraverso una conversazione gli utenti potrebbero essere più ben disposti a concedere informazioni che non inserirebbero mai in un modulo di una pagina web. Questi dati potrebbero poi essere ceduti, per un compenso, a chi volesse contattare proprio quel tipo di potenziali clienti.

Coinvolgere e raggiungere più utenti (anche quelli assopiti)

Gli utenti di servizi di messaggistica sono in crescita continua, specialmente tra i giovani.

Per questi utenti ricevere un mesaggio su Facebook Messenger, Whatsapp o altri servizi simili è considerato molto meno invasivo e molesto rispetto ad un’email. Arriva una notifica ed è quasi naturale prenderne coscienza, aprirla e continuare la conversazione.

Un chatbot ben concepito renderà piacevole l’interazione, come se fosse un vecchio amico che si fa sentire dopo tanto tempo.

Potrebbe essere quindi un modo per mantenere l’interesse dell’utente verso il vostro brand, coinvolgendolo non solo per la novità tecnologica del canale usato, ma perché stimolato da una conversazione tagliata su misura, meno generica di una newsletter che spara nel mucchio.

Secondo Mindshareworld, il 63% degli intervistati (1000 utenti di smartphone tra i 18 e 65 anni in Gran Bretagna) userebbe un chatbot per interagire con una azienda o un brand. Un’altra indagine ci conferma che quasi il 67% acquisterebbe qualcosa interagendo con un chatbot.

 

millennials che curerebbero da un chatbot

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I dati relativi al tasso di apertura dei messaggi inviati da un chatbot è infatti molto più elevato rispetto a quelli di una tradizionale newsletter: OctaneAI, azienda specializzata nella creazione di questo genere di chatbot dichiara una percentuale media di apertura dei messagi del 40% (rispetto al ottismistico 5% di una mail) con picchi del 60%.

Alcuni gestori di pagine Facebook che in Italia hanno sperimentato questo tipo di chatbot, hanno confermato questi eccellenti numeri.

Ben il 25% degli utenti compirà l’azione a cui viene invitato da un chatbot, contro il magro 3% di reazioni a una call to action arrivate tramite email.

L’elenco dei modi in cui è possibile monetizzare il vostro chatbot può sicuramente essere molto più lungo.

Alla vendita diretta, la publicità o l’engagement esaminati nei paragrafi precedenti, potremmo aggiungere ad esempio proprio la creazione di chatbot da fornire a chi desideri seguire una delle vie trattate.

7 trend eCommerce (e alcuni esempi italiani) da tenere d’occhio nel 2018

L’andamento delle vendite online, si sa, è nelle mani dei consumatori. Possono accedere ad innumerevoli informazioni e sono in grado di valutare, considerare e realizzare il desiderio per un prodotto, prima ancora che un rivenditore o un brand riescano ad intercettarne il potenziale interesse. È quindi fondamentale restare costantemente aggiornati circa le tendenze del mercato.

La terza edizione dell’Ecommerce Hub, che si è tenuta a Salerno, ha puntato i riflettori sui top trend del momento in materia di commercio elettronico. Scopriamoli insieme.

1. Facebook targeting e annunci dinamici

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Facebook è il social che ha cambiato il modo di accedere alla rete, andando ad incidere anche sul modo di effettuare shopping online. La sfida di oggi consiste nel raggiungere il pubblico in target nel momento giusto col prodotto più rilevante. Occorre quindi cambiare il modo di fare advertising attraverso  il targeting e gli annunci dinamici.

È essenziale profilare il proprio pubblico, Facebook consente di selezionarlo manualmente in base a caratteristiche quali età e luogo, permette di caricare la propria lista di contatti per connettersi con i propri clienti, invita all’utilizzo delle informazioni dei propri utenti per individuare audience con caratteristiche simili.

Gli annunci dinamici consentono di mostrare solo prodotti che i potenziali clienti hanno già guardato, consigliando loro anche prodotti simili o correlati, con la possibilità di indirizzare gli utenti su tutti i propri dispositivi.

2. eCommerce e marketplace, nemici o alleati?

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Il 50% delle persone che ha intenzione di acquistare, inizia la propria ricerca su Amazon. Il colosso di Jeff Bezos rappresenta quindi una minaccia o un’opportunità?

Per anni i big player del mercato hanno diffidato dei marketplace per tutelare il proprio marchio, per forti preoccupazioni riguardanti i prezzi di vendita, i prodotti falsi e la diminuzione delle conversioni sul proprio sito. Oggi i numeri parlano chiaro e non si può rinunciare ad una fetta di mercato così importante.

La vendita su un marketplace consente di testare il prodotto se non si è certi del successo o di voler affrontare rischi finanziari e permette di avere una fonte diversa di volume d’affari per ridurre la dipendenza da un unico fornitore di traffico.

La commissione applicata al prezzo di vendita è certamente un fattore che può scoraggiare, ma risulta comunque essere inferiore al costo di acquisizione di un nuovo cliente.

3. La previsione delle ricerche attraverso le Keyword

La scelta delle keyword da posizionare è sempre ardua, ma comprendere le dinamiche del sistema search di Google aiuta ad effettuare una selezione mirata.

Le ricerche su Google sono influenzate dal contesto e Big G cerca di comprendere il search intent dietro una query per fornire risposte differenti in contesti diversi. I risultati offerti si basano su tre elementi: la geolocalizzazione, le ricerche precedenti e la Safe Search. La chiave per farsi trovare è quindi prevedere come saranno effettuate le ricerche, tenendo presente però che gli interessi cambiano nel tempo.

Al centro del processo c’è dunque l’utente e una buona conoscenza del settore è fondamentale per individuare le proprie buyer personas. Il buyer’s journey è infatti il miglior alleato per capire quali intenzioni andare ad intercettare. Ci si informa sul problema e si individuano possibili soluzioni, si effettua un confronto e si valutano le opzioni, si cerca infine la soluzione tra promozioni, prodotti specifici e contatti diretti.

4. Una community appassionata: il caso Ninja Marketing e Ninja Academy

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Da 0 a 4,5 milioni di euro di corsi online partendo da un blog. Ninja Marketing è il primo sito di informazione sul marketing e la comunicazione online, la case history di successo guidata da Mirko Pallera.
Alla base deve esserci un prodotto straordinario, ben comunicato. Occorre preparare la community al prodotto, la relazione è infatti conditio sine qua non per il successivo acquisto.
Una buona progettazione di piattaforma passa attraverso l’analisi della concorrenza, un’adeguata architettura dell’informazione, UX e wireframe, interfaccia grafica accattivante, sviluppo e testing del sito. Deve quindi conseguire una riorganizzazione del team interno e infine la costruzione di un conversion funnel.

5. Marketing Automation tra software e strategia

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La marketing automation offre numerose attività di tipo automatico utili alla gestione di un eCommerce: lightbox, pop up comportamentali responsive, message bar sono solo alcune delle automazioni più utili.

Si tratta di un’attività ancora poco utilizzata per via della difficoltà a comprenderne la funzionalità.

La chiave del successo risiede nella profilazione, per poter offrire agli utenti contenuti personalizzati sviluppandoli in base a relazioni, intenti ed interessi.

Occorre agire in modo mirato, la value proposition deve essere chiara per i nuovi visitatori, la comunicazione deve essere personalizzata per i nuovi clienti.

Il software resta però soltanto lo strumento, per la marketing automation è fondamentale una strategia che integri dati, persone, contenuti e processi.

La strategia più efficace per affrontare un progetto di marketing automation deve comporsi di: definizione di obiettivi e KPI, gestione dei contatti, nutrimento dei contatti, misurazione del ROI.

LEGGI ANCHE: 5 buoni motivi per scegliere la Marketing Automation

6. La linking interna come il filo di Arianna

L’obiettivo finale dell’eCommerce risiede nel guidare il cliente verso il carrello ma il percorso deve essere rapido e lineare, affinché l’utente non decida di acquistare da un’altra piattaforma. Per raggiungere l’uscita del labirinto, l’utente deve seguire il filo di Arianna costruito dai link interni.

I link interni sono uno dei punti di forza maggiori lato SEO, se selezionati con cura possono mantenere l’utente all’interno del sito, consentendogli di navigare da una pagina all’altra, tra prodotti simili e correlati, fino al raggiungimento della pagina carrello.

La linking interna va costantemente verificata, in 30 secondi il crawler di Google sancisce la posizione del prodotto in Serp. I collegamenti non funzionanti vanno eliminati, gli errori 404 rischiano di allontanare potenziali clienti.

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7. L’analisi delle performance per “prevedere” il futuro

È fondamentale conoscere il linguaggio della community ed individuare quali siano le parole ricercate all’interno del proprio sito, occorre effettuare un vera e propria stima del ROI potenziale di una keyword.
Per ottimizzare le performance di marketing è quindi importante analizzare i dati per trasformarli in informazioni. Il machine learning aiuta a “prevedere” il futuro.

Analizzare il customer journey e aggregare i dati in datawarehouse consente di  comprendere l’importanza di ogni passaggio.
Per una corretta data analysis bisogna interrogarsi sul momento e sul modo in cui vengono intercettati i potenziali clienti. Il tipo di informazioni da analizzare, le fonti a  cui accedere, i dati specifici da analizzare.

Recensire le persone

Recensire le persone è solo un’ossessione o può diventare utile?

Alzi la mano chi, guardando il primo episodio della terza stagione di Black Mirror, Nosedive, (quella in cui si recensivano le persone come fossero hotel), non ha pensato che l’idea fosse veramente geniale per poi pentirsene dopo pochi minuti. Di luoghi comuni ne abbiamo sentiti tanti ma l’evergreen rimane sempre lo stesso: “La fantasia supera la realtà”. Mai nulla di così sbagliato.

Recensire le persone

A quanto pare è proprio la realtà ad aver, non solo oltrepassato ogni più segreto e inconfessabile pensiero fantastico, ma anche dato il via ad una serie di applicazioni web e digital che concretizzano quello di cui vi stiamo parlando, ovvero la possibilità di recensire le persone sul web, assegnandogli punteggi, feedback, commenti e quindi consacrarle nell’olimpo del “cool” o annientando con una sola stellina una reputazione costruita con i “risparmi” di una vita. Vi sembra eccessivo? Fermatevi e pensateci bene.

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Come vi sentireste e cosa accadrebbe se il giudizio degli altri diventasse una sorta di timbro che vi marchia e vi etichetta definitivamente e pubblicamente sul web? In una visione apocalittica, ma neanche troppo, l’opinione pubblica andrebbe a sostegno di coloro che hanno, per diversi fattori, un giudizio super positivo, i cosiddetti influencer, che tutti conosciamo bene.

Il risultato? La formazione di una nuova casta il cui status è da attribuire alla capacità di creare intorno a se una community di estimatori e fan che contribuiscono ad alimentare la loro ascesa sociale e social a discapito di altri.

Recensire le persone

In poche parole? Siamo quello che gli altri decidono che dobbiamo essere e la nostra digital reputation ne è la conferma. Ma prima di giungere a conclusioni affrettate diamo uno sguardo a quello che esiste già, ovvero a tutti quelli che ci hanno provato sul serio trasformando l’impensabile in un dato di fatto o quasi.

Credo360, per sentirsi veramente come in Black Mirror

Non c’è cosa che non possa essere valutata da una a cinque stellette. Ed eccola qui, ultima in ordine di apparizione, Credo 360 è l’app che permette di assegnare un punteggio di valutazione alle persone, come succede abitualmente per i ristoranti su TripAdvisor. Quando vi abbiamo detto che è la realtà a superare la fantasia Credo360 ne è la prova.

recensire le persone

L’app per recensire le persone affibbiandogli un punteggio che va da 0 a 360, non si è propriamente ispirato a Black Mirror, il servizio, infatti, esisteva già prima della diffusione dell’episodio  di cui vi abbiamo parlato.

Ma quali sono le caratteristiche principali? I voti sono assolutamente anonimi, la relazione e la frequenza delle interazioni determinano il peso del singolo voto (quindi i voti non sono tutti uguali) e in ultimo non tutte le interazioni possono essere votate ma solo quelle più importanti. Funzionerà? Staremo a vedere.

Sarahah, la meteora estiva del web per recensire le persone

Il vero fenomeno dell’estate 2017, dopo Despacito ovviamente. Se sotto l’ombrellone scorrendo il vostro newsfeed di Facebook vi siete imbattuti in incomprensibili e poco carini commenti pubblici sui vostri amici virtuali, nulla di preoccupante: Sarahah ha catalizzato l’attenzione dei leoni da tastiera e non.

Sahara è l’app che permette di commentare e recensire le persone in maniera del tutto anonima. Creata inizialmente come sito web dedicato alle aziende e ai suoi lavoratori, Sarahah permetteva ai dipendenti di affermare, in tutta onestà, come si trovavano sul luogo di lavoro e cosa pensavano dei propri capi e colleghi.

Dall’ufficio ai social network il passo è breve e Sarahah si è diffusa a macchia d’olio, oltre i confini dell’ambiente lavorativo arrivando ben presto anche nelle grinfie di haters e cyberbulli. Come va a finire non è un segreto, di commenti al vetriolo non ne vediamo più e Sarahah potrebbe essere per ora un altro esperimento fallito.

PersonAdvisor, il consulente delle persone

Quando parlavamo di altro esperimento fallito, facevamo riferimento proprio a questo di cui qualcuno ha ancora, forse, un vago ricordo. PersonAdvisor è uno spazio web dove è possibile parlare di chiunque e scriverne una recensione personale. Il tutto in pieno anonimato ma potendo recensire anche persone non iscritte al sito. È giusto parlare sul web di qualcuno a sua insaputa e senza quindi che questa persona abbia dato il suo libero consenso a farlo? Questa la più grande critica mossa nei confronti di PersonAdvisor.

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Peeple, l’app delle mamme imprenditrici

In origine è stata pensata per valutare la validità o meno delle babysitter della porta accanto. Ma da app di quartiere a servizio per recensire le persone a livello globale il passo è breve. A mettere in piedi il primo vero tentativo di dare un voto alle persone come fossero hotel sono state due mamme imprenditrici canadesi.

recensire le persone

Per utilizzare Peeple bisogna avere almeno 21 anni, avere un profilo Facebook verificabile e usare il proprio nome per la registrazione. Inoltre, bisogna categorizzare la persona su cui si esprime un parere in base alla tipologia di conoscenza: personale, professionale, romantico. Molti i dubbi che hanno portato le ideatrici ad un repentino dietro front e a dare seguito ai molti pareri negativi arrivati direttamente dalla Silicon Valley, dove Peeple è nata.

Tanti i tentativi, pochi i successi, tante le aspettative, poche le rivoluzioni concrete. Tanto il panico collettivo generato, poco l’interesse veramente conquistato. Abbiamo, dunque, davvero bisogno di giudicare ed essere giudicati sul Web? Voi cari lettori cosa ne pensate? Scrivetecelo. Dove?  Ovviamente sulla nostra pagina Facebook, il nostro gruppo LinkedIn e su Twitter!

I dati ci aiuterebbero a vendere di più e meglio, se li raccogliessimo

La personalizzazione è un fenomeno ormai diffuso nel Marketing che sembra riuscire migliorare il rapporto con il cliente. Come non citare questi brand che hanno fatto della personalizzazione il proprio cavallo di battaglia: Nutella dal barattolo con il proprio nome a quello con le iniziali per dire tutto ciò che vuoi, Liu Jo che permette di personalizzare il tuo jeans con le emoticon, Neonato che dà la possibilità a tutte le mamme di creare la propria carrozzina e Coca-Cola, probabilmente il brand per eccellenza quando trattiamo questo argomento.

In questi casi parliamo di attività di marketing legate alla personalizzazione di prodotto, ma quanto è importante legare a queste attività anche messaggi altrettanto personalizzati?

I dati aiutano

Diversi studi dimostrano che la personalizzazione aiuta ad attirare nuovi clienti. Già nel 2014, grazie ad un sondaggio di Yahoo!, si è registrato che le attività di comunicazione legate alla personalizzazione risultano più coinvolgenti, più “educative” e più durature nella mente del consumatore e/o cliente. In questo caso ci riferiamo alla personalizzazione degli utenti, oggi resa possibile grazie ai numerosi dati che le aziende possono avere a disposizione.

Così i marketers usano i dati per la personalizzazione dell'esperienza dell'utente

È ovvio che, per essere davvero coinvolgenti, queste attività (e le comunicazioni ad esse legate) devono essere in target: il rischio è quello di generare comportamenti sfavorevoli o irrilevanti per il marchio. Ecco perché molti marketers hanno deciso di aumentare il proprio budget digitale proprio a favore delle attività di personalizzazione, per arrivare sempre di più alla persona giusta nel momento giusto.

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Più personalizzi più converti

Da un recente report di Econsultancy e RedEye risulta che una strategia di marketing personalizzata, sui canali online, registra tassi di conversione molto più elevati.

Ad esempio i dati utilizzati per personalizzare un sito portano ad un incremento dei tassi di conversione del 36%, sui social media del +28% e anche le email personalizzate sembrano convertire del + 27%. Mica male, no?

Questi dati aprono ad una riflessione: a volte non è necessario arrivare a tutti, ma è indispensabile arrivare al pubblico adatto e realmente interessato a ciò che siamo e a ciò che comunichiamo.

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Quanto conta il Neuromarketing per le aziende

Immagina di poter analizzare con precisione il comportamento dei tuoi clienti (o potenziali clienti), valutare le loro reazioni in fase di utilizzo del tuo prodotto e misurare il grado di interesse che dimostrano. Un gran bel vantaggio, vero?

Le variabili che portano un individuo a prendere una decisione sono molte e si basano su un sistema complesso fatto di fattori psicologici, ambientali ed emotivi: è impensabile riferirsi oggi alle persone come semplici “consumatori”, inquadrati nel target specifico della casalinga o dell’uomo d’affari. Oggi, che il premio Nobel per l’economia viene assegnato a Richard Thaler per le sue teorie sull’economia comportamentale e l’identificazione degli Humans, questa direzione appare più che mai sorpassata.

La persona è al centro: l’approccio Human Centered

Il percorso corretto è quindi partire dalle persone per progettare esperienze efficaci, basate su evidenze e feedback oggettivi condivisi da loro durante la relazione con brand, prodotti e servizi, ambienti e messaggi. Oggi i comportamenti e le scelte degli utenti seguono vie digitali e fisiche, che si incrociano ripetutamente nell’avanzamento verso il loro obiettivo, per questo diventa necessario analizzare tutti i touchpoint tra brand e mercato, per correlarli tra loro e ridefinire una customer experience coerente e integrata in ogni suo aspetto.

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Comprendere attraverso quali step la scelta si organizzi, nell’immenso numero delle possibilità, e venga alla luce può rappresentare un passaggio vincente per ogni azienda. Utilizzare un approccio diverso, multi-canale al problema è una valida soluzione; dall’applicazione delle neuroscienze a queste tematiche nasce il neuromarketing, il campo di ricerca che, studiando le interazioni tra psicologia ed economia, punta a comprendere come il nostro cervello risponda alle strategie di marketing e ai messaggi pubblicitari in generale.

Il neuromarketing, e più in generale le neuroscienze, possono contribuire considerevolmente ad ampliare la conoscenza dei propri consumatori. Una comprensione più dettagliata permette di costruire un’esperienza che possa rispondere davvero alle necessità dei propri clienti.

Il Neuromarketing al servizio delle aziende

TSW Experience Lab si occupa proprio di questo: applicare il metodo scientifico all’analisi dei comportamenti delle persone coinvolte in una scelta. Le tecnologie a supporto di queste attività sono semplici ma molto affidabili: ad esempio, grazie a un sistema di eye-tracking, è stato possibile comprendere quanto sia semplice per l’utente medio incappare in un acquisto su un sito “fake“.

Nella ricerca “I siti fraudolenti visti con gli occhi dei consumatori” un campione di 30 utenti divisi in due gruppi è stato messo alla prova: i partecipanti erano invitati a fare delle ricerche su una SERP, raggiungere il sito dello store e acquistare degli articoli online.

Risultato? La compravendita si concludeva, in grosse percentuali tra gli utenti più inesperti, su un sito non autorizzato, probabilmente fraudolento. Le motivazioni sono molteplici: scarsa attenzione, creazione di URL contraffatti, scarsa comprensione degli standard minimi di sicurezza, bassa familiarità con l’utilizzo del sito a causa di un UX design scadente.

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Registrando i movimenti oculari è stato possibile individuare un vero e proprio percorso del modo di pensare dei partecipanti durante l’intero customer journey fino al traguardo del carrello per l’acquisto. Non solo, tra i risultati era possibile identificare quali zone della pagina attirassero maggiormente l’attenzione e quali fossero meno “importanti” allo sguardo complessivo. Il team di TSW Experience Lab, composto da Dottori di ricerca, tecnici e operatori specializzati in Ergonomia e Psicologia Applicata, ha potuto ricavare così tutta una serie di risultati importanti.

Il comportamento dei navigatori più esperti è molto diverso e di rado cadono in trappola, ma una grossa percentuale delle persone che navigano e comprano online rischiano di venire truffati o acquistare prodotti contraffatti a causa dell’alta propensione alla ricerca del miglior affare, del prezzo più vantaggioso. In generale, l‘aspetto estetico e l’usabilità sembrano influenzare l’affidabilità percepita del sito che si sta visitando, molto più della correttezza dell’URL.

Lo IAT e la brand perception

Lo IAT (Implicit Association Test), un test nel quale vengono misurate le associazioni implicite che si vengono a creare nella mente delle persone tra un brand e un valore, è un utile strumento al fine di indagare, in maniera oggettiva, la brand perception, fornendo interessanti spunti, soprattutto se posto a confronto con un competitor. La percezione del brand è un fattore strategico da monitorare per capire se il posizionamento desiderato all’interno del mercato è stato adeguatamente raggiunto, come dimostra il test IAT Audi VS Mercedes: oltre alle risposte esplicite sono state esplorate anche le risposte implicite, misurate in base al monitoraggio dei tempi di latenza con cui i soggetti hanno risposto.

È stato inoltre illustrato come il test IAT possa essere utilizzato per comprendere se uno spot televisivo stimoli adeguatamente i valori del brand. Quando rispondiamo a un sondaggio o ad un’indagine di mercato, tendiamo a non essere completamente “sinceri”, anche se spesso non ce ne rendiamo affatto conto.  Non esistono, infatti, solo risposte esplicite, ma anche risposte implicite che possono condizionare realmente il nostro comportamento e la nostra scelta.

Il test, svolto in una situazione controllata presso il TSW Experience Lab di Treviso utilizzando il software Millisecond Inquisit 5 Lab, è stato somministrato nel dicembre 2016 ad un campione di utenti costruito selezionando 40 partecipanti di sesso maschile e femminile, di età compresa tra i 28 e 40 anni e con un profilo sociodemografico coerente con i target dei due brand.

I risultati delle risposte esplicite hanno dimostrato una netta similarità nella percezione dei due brand, Audi e Mercedes, con una leggera variazione sul carattere della sportività, in cui Audi prevale.

Cosa accade, però, analizzando le risposte implicite del target sottoposto al test? Audi “vince” il confronto con Mercedes sul piano della sportività, della potenza, e dell’impatto ecologico. Mercedes a sua volta risulta essere più affidabile, più elegante ma anche più costosa rispetto ad Audi.

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L’Implicit Association Test si conferma uno tra i metodi più efficaci per indagare gli aspetti impliciti associati ai brand da parte di clienti potenziali ed effettivi. Verificare in modo puntuale quanto l’immagine del proprio marchio sia coerente con il posizionamento desiderato risulta essere un’attività di rilevanza strategica, fondamentale per guidare ogni strategia e azione di marketing.

Bonami, Groupama e Delizio: i migliori annunci stampa della settimana

La selezione targata Ninja delle migliori pubblicità dalla agenzie di tutto il mondo ci fa iniziare anche questa settimana al top della creatività e dell’ispirazione.

I modi in cui la comunicazione si esprime possono essere diversissimi tra loro e noi li scopriamo tutti grazie agli annunci stampa ideati dalle migliori agenzie creative.

Questa settimana nella nostra rassegna sono finite anche Bonami, Groupama e Delizio, ma senza perdere altro tempo, andiamo a guardarle insieme!

Bonami – Beautiful things are where the home is

Bonami è il reseller online di mobili e accessori per la casa leader in Repubblica Ceca. In questa campagna mette al centro proprio il design, con uno stile lineare e un messaggio chiaro: le cose belle trovarono il posto giusto nella tua casa.

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Advertising Agency: Nydrle., Prague, Czech Republic
Creative Director: Roman Cihalik
Art Director / Illustrator: Kristyna Stastna
Copywriters: Lucie Perlikova, Hana Studenicova

Groupama – Be prepared

Gioca con un’ironia non troppo sottile Groupama: se ogni viaggio può riservare spiacevoli sorprese e magari la necessità di recarsi in ospedale, è bene aver pianificato la propria assistenza sanitaria in un paese straniero per evitare spese esorbitanti e continuare con serenità il proprio soggiorno all’estero.

“Preparati alle sorprese spiacevoli”!

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Advertising Agency: Lokal, Istanbul, Turkey
Creative Directors: Ali Göral, Boran Erem
Art Director: Anıl Darınç
Copywriter: Rahman Yıldız
Retoucher: Selim Şahin
Agency Producer: Cansu Hasbay

Art Museum Konstruktiv – Donald Trump

Il museo d’arte Konstruktiv di Zurigo è l’unica istituzione svizzera dedicata allo studio e all’esposizione dell’arte costruttiva e costruttivista, un movimento artistico con una forte enfasi sull’astrazione.

Per una volta anche Trump diventa “costruttivista”, in questa bella stampa che ovviamente decostruisce il personaggio in pochi semplici, ma identificativi elementi.

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Advertising Agency: Ruf Lanz, Zurich, Switzerland
Creative Director / Copywriter: Markus Ruf
Art Director / Illustrator: Catherine Martin
Creative Director: Danielle Lanz
Account Executive: Linda Egloff

Welti-Furrer – Makes your move easier

Un trasloco può essere leggero come un palloncino? Con Welti-Furrer sì.

La principale azienda svizzera di trasporti e traslochi ha deciso di affidare la comunicazione della propria tradizione ed esperienza ad un annuncio leggero e fuori dagli schemi per il settore di riferimento, ma molto chiaro nel suo messaggio.

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Advertising Agency: Ruf Lanz, Zurich, Switzerland
Creative Directors: Danielle Lanz, Markus Ruf
Art Director: Isabelle Hauser
Copywriter: Florian Birkner
Photographer: Jonathan Heyer
CGI: Tobias Stierli, Simone Vogel
Account Executive: Linda Egloff

Delizio – Wedding Ring

“Qualche volta è facile essere fedeli”, come nel caso di un buon caffè. Così Delizio comunica la loyalty dei propri clienti, trasformando il concetto di fede/anello.

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Advertising Agency: Ruf Lanz, Zurich, Switzerland
Creative Directors: Danielle Lanz, Markus Ruf
Art Director: Isabelle Hauser
Copywriter: Florian Birkner
Photographer: Chris Tribelhorn
Account Executive: Anita Roth

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Col’Cacchio Pizzeria – Girlfriend vs. Pizza

La nuova campagna della catena di pizzerie Col’cacchio, utilizza un classico grafico a torta (o a pizza!), giocando su una grande verità per gli amanti della pizza: sei più eccitato quando arriva la tua pizza o quando sta arrivando la tua fidanzata?

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Creative Agency: Canvas Design&Digital
Country: South Africa

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I dipendenti Netflix sono più felici di quelli di Facebook e Google

Blind, la social app che consente di parlare del proprio lavoro in maniera anonima, ha condotto un sondaggio che ha riguardato migliaia di persone impiegate nella più importanti aziende tech del mondo.

I quesiti ruotavano attorno a due grandi categorie: pagamenti equi e interesse da parte degli impiegati a lasciare o meno il proprio lavoro.

È indubbio che queste due categorie sono strettamente collegate tra loro, infatti il sondaggio ha dimostrato che i dipendenti infelici della loro paga hanno anche ammesso di essere intenzionati a lasciare il proprio lavoro.

Se questo aspetto può sembrarci ovvio, da questo sondaggio emergono però anche alcune sorprese. Pare infatti che i dipendenti più felici in termini di retribuzione non siano quelli di Google e Facebook, come si potrebbe pensare, ma quelli di Netflix.

È chiaro che il sondaggio riflette solo i pareri dei dipendenti che utilizzano l’app, ma queste opinioni forniscono un quadro interessante dell’atmosfera che si respira all’interno delle più grandi aziende tecnologiche del mondo.

netflix

Perché gli impiegati di Netflix sono i più felici: i dati del sondaggio

1. Retribuzione

I dipendenti meno soddisfatti della loro retribuzione sono quelli di Walmart Labs. Il 40% dei dipendenti impegnati in Spotify, PayPal e Twitter hanno dichiarato di non essere soddisfatti del pagamento. Diverso il discorso per Netflix dove gli impiegati dichiarano di essere felici dei loro compensi.

Gli impiegati di Netflix sono più felici di quelli di Facebook e di Google

2. Dipendenti che vorrebbero cambiare lavoro

In questo seconda categoria le peggiori società, secondo i dipendenti sono state: Groupon, HPE, NerdWallet e Oracle.

Gli impiegati di Netflix sono più felici di quelli di Facebook e di Google

Facendo un breve focus sulle prime 10 classificate notiamo che Microsoft ha più dipendenti infelici rispetto alle sue concorrenti, circa il 75% e anche Amazon fa segnare quote abbastanza alte, circa il 60%, mentre i dipendenti più soddisfatti sono (ancora una volta) quelli di Netflix!

Gli impiegati di Netflix sono più felici di quelli di Facebook e di Google

3. La compensazione tra le due domande del sondaggio

Facciamo adesso un piccolo recap delle due domande. Netflix e Facebook hanno segnato un livello altissimo sia nella soddisfazione della retribuzione che in quella relativa al cambiamento di lavoro.

Ad avere problemi sono invece Microsoft, Uber, Lyft e Airbnb, seppur in modo lieve, che soffrono di un certo grado di insoddisfazione dei dipendenti.

Gli impiegati di Netflix sono più felici di quelli di Facebook e di Google

Dopo aver osservato questi dati, sei ancora sicuro che lavorare per le grandi società renda sempre felici?

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Il nuovo feed di Facebook ci obbligherà a fare contenuti migliori

Avrete certamente sentito parlare del test che Facebook sta effettuando in sei Paesi, per capire se la separazione del News Feed fra contenuti sponsorizzati e contenuti “neutri”, o altrimenti detti organici, sia possibile.

A prima vista, la scelta sembrerebbe dettata da una necessità: quella di far diventare a tutti gli effetti Facebook un media a pagamento, obbligando quelle aziende che ancora – per scarsa sensibilità o per assenza di una strategia – non scelgono di puntare sulle sponsorizzazioni a cedere, cominciando a investire risorse per poter mantenere un minimo di visibilità.

Certamente, il passaggio potrebbe essere epocale, anche se già nel 2014, con l’abbattimento della portata organica dei post al risicato tasso del 6% (il famigerato Facebook Zero), il segnale era parso inequivocabile: ora, il problema sembra porsi in una logica di contenuto. Sarà ancora decisivo stilare piani editoriali competitivi dal punto di vista della creatività, considerando la trasformazione del wall pubblico?

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LEGGI ANCHE: Facebook annuncia le nuove linee guida del Newsfeed

L’Explore Feed ci farà bene

La prima precisazione da fare è come il raddoppio dei news feed abituerà gli utenti a esplorare i contenuti con una lettura critica diversa e maggiore rispetto a quello che avviene oggi. Siamo tutti consapevoli di incappare talvolta in contenuti “sponsorizzati” e “liberi”, proprio perché Facebook lo dichiara in calce al contenuto stesso: ebbene, raddoppiare gli spazi significherà portare all’estremo questa capacità di lettura, proprio perché sarà lo spazio in cui fruiremo i contenuti stessi a determinare il valore dello stesso.

Il fatto che determinate marche vedranno finire i propri contenuti in uno spazio secondario, ma dove sarà possibile reperire i contenuti condivisi dai propri amici (quindi, la vera ragione per cui stiamo su Facebook), potrebbe paradossalmente diventare un punto di forza. Infatti, il veder spingere la propria presenza nello spazio dedicato alla sfera sociale vera e propria, potrebbe rivelarsi la scusa giusta per lavorare su contenuti più votati all’entertainment, che l’utente sia pian piano chiamato ad andarsi a cercare volontariamente, perché ritenuti di valore.

Una svolta decisiva, che può essere evitata forti di una minima portata organica garantita dalla piattaforma, che ancora non ha avuto il coraggio a penalizzare in maniera marcata chi non investe, e che domani potrebbe rivelarsi obbligatoria, a maggior ragione se il ricorrere ai paid media (e quindi, delle sponsorizzazioni su Facebook) venisse considerato meno importante di investire su una creatività forte, distintiva, caratterizzante.

idee content social

LEGGI ANCHE: I primi effetti (nefasti) del nuovo feed di Facebook sui media indipendenti

I modelli di business dei social

C’è infine un ultimo aspetto da considerare, ed è legato in generale al mondo dei social media. La sostenibilità di ogni piattaforma oggi passa necessariamente dalla capacità di convertire la presenza di un brand in monetizzazione, pena l’obbligo di inserire fee d’utilizzo agli utenti. Oggi questo modello è acquisito, ma certamente non potrà durare: intanto per una logica di investimenti, che alla lunga ci vedrà necessariamente spostare verso altri media (un po’ come sta capitando alla TV).

Oltre a ciò, una fisiologica emorragia di utenti che – piaccia o no – colpisce inevitabilmente tutte le piattaforme, senza esclusione. È capitato a IRC, è capitato a MySpaces, e sta capitando a Twitter e Facebook, che fa i conti con una generale disaffezione in particolare dal target under 24 (il vero banco di prova per tutti i marchi del mondo). Resistono i social settoriali e specifici, che però si poggiano su modelli di business decisamente più sostenibili e meno pretenziosi, che mettono al riparo da collassi inevitabili (come quello che ha colpito e sta colpendo, come detto prima, piattaforme più blasonate, come ad esempio il mitologico Second Life).

I social diventano paid media. O forse no

Il futuro non è quindi tanto nella capacità di riconvertirsi in paid media, quanto nell’offrire modelli che puntino sulla capacità di mantenere a lungo la relazione dell’utente, in funzione di una capacità di distinguersi, ma anche di intrattenerlo e di motivarlo con un offering differenziante dal punto di vista – manco a dirlo – del contenuto.

Su piani diversi, il caso emblematico è quello che vede oggi Amazon chiudere definitivamente la partita con eBay. Alla forza messa in campo nella capacità di rispondere ai bisogno degli utenti dal punto di vista commerciale, il team di Jeff Bezos ha messo in campo un fattore non così secondario come Amazon Video, feature a disposizione dei clienti Amazon Prime, i quali hanno a disposizione l’ennesima grande library di film, serie TV e contenuti entertainment (anche d’autore) e che rende l’esperienza di essere clienti premium ancor più caratterizzante e preziosa.

Content marketing: ruoli e dinamiche

Siamo pronti

Le tecniche per sviluppare piattaforme di contenuto “in pancia” a una marca sono diverse. Capire come lavorare per sviluppare adeguatamente la propria, non è certamente cosa da poco. Noi stessi, con gli approfondimenti e i suggerimenti che quotidianamente vi forniamo qui e attraverso i Corsi stiamo provando a comprendere insieme a voi come quest’evoluzione, ormai conclamata e inevitabile, non ci faccia trovare impreparati per affrontare il cambiamento.

Perché non sappiamo se e quando effettivamente Facebook (e i suoi fratelli più piccoli) decideranno di trasformarsi in veri e propri paid media: quello che sappiamo però è che certamente il contenuto rimarrà l’elemento centrale per restarci. E non è proprio il caso di farsi trovare impreparati.

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