PayPal ha appena lanciato il proprio servizio di crowdfunding: si chiama Money Pools ed è un vero e proprio servizio di raccolta fondi che consente ai propri utenti di creare pagine web allo scopo di raggiungere un determinato obiettivo economico tramite donazioni.
Attualmente il servizio è disponibile in 16 paesi – Australia, Austria, Belgio, Canada, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Norvegia, Polonia, Spagna, Svezia, Svizzera, Regno Unito e Stati Uniti. Chiunque abbia un conto PayPal può creare un Money Pools o contribuire alla raccolta di un altro utente.
Money Pools: come funziona
Money Pools funziona allo stesso modo di altre piattaforme di crowdfunding: puoi personalizzare la pagina a tuo piacimento, decidere se i contribuenti devono apparire come anonimi o pubblici e, cosa più importante, puoi condividere la pagina utilizzando uno short url.
La storia di PayPal è una storia ventennale, che l’ha portato ad essere un punto di riferimento nell’ambito delle transazioni online, grazie soprattutto, alla percezione di sicurezza e solidità che ha saputo comunicare ai propri utenti.
Circa nove anni fa PayPal lanciò un’applicazione per permettere agli utenti di effettuare pagamenti o scambio di denaro all’interno del nucleo familiare o all’interno di gruppi di amici. Una sorta di precursore delle piattaforme di crowdfunding che oggi ha portato al lancio di Money Pools.
In generale la società ha sempre seguito con interesse le novità in ambito di pagamenti online. I recenti sviluppi dei social network in questo ambito – i pagamenti su Messenger di Facebook ad esempio – hanno portato la società a cercare di sviluppare nuovi servizi per dare la possibilità ai propri utenti di effettuare questo tipo di transazioni.
Bisogna sottolineare però che i rapporti con i social network, e non solo, non sono sempre stati idilliaci.
Ancora oggi, GoFundMe – la celeberrima piattaforma di crowdfunding – accetta PayPal solo attraverso organizzazioni certificate e non individui.
Il mercato del crowdfunding è davvero molto affollato ma Money Pools promette un successo garantito anche dal nome dell’azienda che lo ha sviluppato e diffuso.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/11/money-pools.png372618Federico Gambinahttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngFederico Gambina2017-11-13 12:00:592017-11-14 09:34:04Il crowdfunding arriva su PayPal. Come funziona Money Pools
Dopo la recente elezione di un Ministro per l’intelligenza artificiale, avvenuta poche settimane fa a Dubai, i vicini di casa dell’Arabia Saudita, hanno deciso di sorprendere tutti concedendo per la prima volta nella storia la cittadinanza ad un Robot.
Fatto molto insolito per uno dei paesi con la più ferrea politica verso i diritti umani.
Mi chiamo Sophia
Sophia è il robot più realistico ed avanzato mai prodotto dall’azienda americana Hanson Robotics.
Progettata per assomigliare esteticamente a Audrey Hepburn, è un robot femmina con la funzione principale di “parlare con le persone“, cosa che le riesce ottimamente in quanto il suo software di Intelligenza Artificiale è in grado di elaborare dati visivi e riconoscimento facciale, tramite le due microcamere installate negli occhi.
Sophia imita perfettamente i gesti umani, replica 62 espressioni facciali e riesce ad intrattenere conversazioni semplici con l’interlocutore. Capacità che le hanno permesso di essere ospite in molteplici programmi televisivi, cantare in un concerto e finire in una delle copertine di moda più famose al mondo.
Umanoide con diritti umani
Il prestigioso riconoscimento le è stato concesso il 25 ottobre al Future Investment Initiative (FII) a Riyad, capitale dell’Arabia Saudita.
“Sono onorata e fiera per questo riconoscimento unico. È un momento storico perché sono il primo robot al mondo riconosciuto come cittadino.”
Ciò ha suscitato polemiche da parte di alcuni commentatori che chiesero se ciò implicasse che Sophia potesse votare, sposarsi o se una chiusura del sistema potrebbe essere considerata omicidio.
Sophia vs. Elon Musk
Non si sono fatte attendere nemmeno le prime frecciatine tra l’androide ed Elon Musk, nato tutto da una domanda provocatoria del giornalista Andrew Ross Sorkin, che ha chiesto a Sophia cosa pensasse degli scenari apocalittici di robot al potere.
“Hai letto troppo Elon Musk e visto troppi film di Hollywood. Non preoccuparti, se sei gentile con me, io lo sarò con te. Trattami come un sistema input-output intelligente.”
Risposta che mette in luce la simpatia dell’androide e naturalmente la pronta risposta del patron di Tesla.
Che con un cinguettio sul proprio profilo Twitter, intima agli ingegneri di dare input diversi al robot.
“Datele come input solo film del Padrino, cosa potrà mai succedere?”
Sophia, o non Sophia? Il nostro punto di vista
Non sappiamo se questa notizia darà il via ad un’escalation di cittadinanze o concessioni di diritti a macchine intelligenti, quello che possiamo affermare in tutta tranquillità è che, se usate in maniera controllata con leggi giuste, questa nuova tecnologia porterà solo benefici a noi e alle generazioni future.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/11/ninja_marketing_sophia_robot_cittadinanza.jpg6501800Marco Mantovanhttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngMarco Mantovan2017-11-13 10:00:292018-03-08 13:00:40Mi chiamo Sophia, e sono il primo robot con diritto di cittadinanza
Manca molto poco alla fine del 2017, un anno che ha portato numerosi e diversi cambiamenti nell’utilizzo dei social media, soprattutto da parte di marketer esperti del settore. Se è ancora presto per tirare le somme di tutte le novità che sono state introdotte da gennaio fino ad oggi, è arrivato invece il momento di iniziare a fare alcune previsioni su quello che ci aspetta per il 2018.
Pur essendo Ninja siamo consapevoli di non possedere – purtroppo – una sfera di cristallo per prevedere il futuro, ma cercheremo di identificare per voi tre trend che prevediamo possano coinvolgere le principali piattaforme social nel corso del prossimo anno.
Iniziamo questa nostra “inchiesta” con la prima puntata dedicata al king dei social media: Facebook.
Declino della portata organica delle fan page
A fronte dei più o meno inaspettati annunci delle ultime settimane, che sembrano anticipare un nuovo News Feed che separa i contenuti condivisi dagli amici da quelli pubblicati in organico dalle pagine brand, molti marketer si stanno ponendo la stessa domanda: quale sarà la sorte delle fan page che non utilizzano gli sponsored post?
Dall’analisi di BuzzSumo, condotta su più di 800 milioni di post pubblicati su Facebook dalle pagine dei brand a livello globale tra il 2016 e il 2017, vediamo subito come la portata organica degli stessi ha subito un declino spaventoso già nei primi 6 mesi di quest’anno.
Indipendentemente da tutti i consigli che si possono dare ai brand per creare contenuti in grado di aumentare il livello di engagement, sembra che il suggerimento davvero utile sia solo uno: aumentare gli investimenti in sponsored post in modo da arrivare al proprio pubblico target.
La passione di Zuckerberg per la realtà virtuale iniziò nel 2014, quando acquistò per 2 miliardi di dollari la società Oculus VR. “Sono più impegnato che mai per il futuro della realtà virtuale” sono le parole del caro Mark, rivolte a una folla di programmatori informatici riuniti per l’edizione 2017 della conferenza annuale di Oculus Connect;“Una delle caratteristiche più potenti della VR è l’empatia. Il mio obiettivo è quello di mostrare come la VR può aiutarci a vedere cosa sta succedendo in diverse parti del mondo”.
Ed è per questo che Facebook si sta impegnando nel diffondere il più possibile la tecnologia VR, grazie ad esempio al nuovo visore di realtà virtuale “Oculus Go” – venduto ad un prezzo molto competitivo (solo 199$) – che arriverà nei negozi nei primi mesi del 2018.
Il CEO di Facebook ha espresso il desiderio di vedere, in un futuro prossimo, almeno 1 miliardo di persone utilizzare la VR sulla sua piattaforma. Se osserviamo le previsioni sulle vendite di device per la realtà virtuale, condivise da Business Insider Intelligence, possiamo proprio constatare che Mr. Zuckerberg ci ha visto lungo – come sempre d’altronde.
Da Social Network a piattaforma di eCommerce
Se l’imperativo di tutti – o quasi – i marketer è vendere, dal prossimo anno dovremo iniziare a considerare Facebook e Messenger come due vere e proprie piattaforme di e-commerce.
Nonostante Zuckerberg abbia ammesso che la monetizzazione di Messenger stia avvenendo un po’ lentamente per i suoi gusti, principalmente a causa della “diffidenza” da parte degli utenti nei confronti dei BOT, Mark vuole continuare su questo fronte e migliorare i servizi per il 2018. Un passo avanti è già stato fatto proprio il mese scorso, annunciando per gli utenti USA la possibilità di pagare tramite PayPal sull’app di messaggistica.
Inoltre è degli ultimi giorni l’aggiornamento della piattaforma Facebook Messenger 2.0, che ha introdotto diverse novità: la più importante consiste in un plugin che permette agli utenti che navigano il sito web di un brand di avviare una chat con lo stesso direttamente su Messenger, senza uscire dalla piattaforma.
Infine, sembra riscontrare un grande successo Facebook Marketplace, utilizzato ormai da milioni di utenti in tutto il mondo. Attualmente aperto solo ai profili privati, la piattaforma starebbe testando nuove funzionalità a servizio dei marketers per permettere anche ai brand di vendere i loro prodotti all’interno del “mercatino” di Facebook.
La prossima piattaforma oggetto della nostra “inchiesta” sarà Instagram, nel frattempo condividi con noi le tue impressioni sulla nostra pagina Facebook, con un cinguettio su Twitter o nel gruppo Ninja di LinkedIn!
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/11/Facebook_2018d.jpg6821024Daniela Chiorbolihttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngDaniela Chiorboli2017-11-13 08:30:042017-11-13 15:07:20Facebook: tutti i trend che ci aspettano nel 2018
Non avevamo capito niente, a quanto pare. Secondo un recente studio reso noto dal MIT, infatti, le app di dating starebbero cambiando non solo il nostro modo di conoscere nuove persone e relazionarci con potenziali partner, ma anche la struttura stessa della società.
In che modo? Decisamente positivo: creando connessioni sociali altrimenti impossibili, favorendo i matrimoni misti e rendendo le relazioni più… stabili e durature.
Già. Un fulmine a ciel sereno per tutti quelli abituati a puntare il dito contro Tinder e i suoi fratelli, vetrine dell’eCommerce sentimentale e presunta anticamera del consumismo relazionale. Perché ammettiamolo: anche se ormai le app di dating sono molto diffuse e si inizia a parlarne con crescente frequenza, la verità è che dobbiamo ancora abituarci ad affrontare l’argomento senza quella vena di imbarazzo latente, e senza quella serie di costrutti mentali figli probabilmente di un sano pregiudizio. O semplicemente di un grosso equivoco.
Ma come stanno davvero le cose?
Lo studio di Josue Ortega e Philipp Hergovich
La ricerca in questione, dal titolo “The Strength of Absent Ties: Social Integration via Online Dating”(la forza dell’assenza di legami: l’integrazione sociale attraverso il dating online, ndr), parte da una considerazione abbastanza ovvia, ossia che le persone che si conoscono attraverso il dating online siano in genere perfetti sconosciuti perché non appartengono ad una stessa rete sociale, a differenza di ciò che avviene nella vita reale o anche attraverso i social.
Generalmente, le app di dating “alla Tinder” funzionano grazie ad un algoritmo che seleziona fra una moltitudine di soggetti quelli che appartengono ad un determinato genere, fascia d’età e distanza geografica. Ma a parte queste poche variabili, per il resto l’utente in cerca dell’altra metà ha un controllo pressoché nullo a priori. Ecco perché lo studio parla di modalità di conoscenza “random” e di nuove possibilità di connessioni con persone “distanti” da noi e dalla cerchia dei nostri interessi.
Connessioni random e non con chi conosciamo già
Nella vita offline e sui social, invece, c’è una maggiore probabilità di incontrare il partner attraverso la nostra attuale rete di amici, familiari, colleghi, o gruppi di interesse. O nei luoghi che di solito frequentiamo. Pensandoci bene, come hai incontrato il tuo partner (attuale o passato)? Amico di amici? Conosciuto al corso di fotografia? Collega di lavoro? Ex compagno di scuola? Ecco, appunto.
Nelle app di dating l’assenza di legami o conoscenze comuni “permetterebbe di connettersi con la comunità globale”.
Ed è principalmente per questo, in sintesi, che i due ricercatori hanno stabilito una correlazione tra l’ascesa delle app di dating e l’aumento delle unioni miste: sarebbero proprio queste nuove connessioni random a favorire conoscenza e unioni tra le persone di differenti gruppi etnici, che altrimenti non sarebbero state mai possibili.
Naturalmente non si tratta di semplici supposizioni, ma di una teoria corredata e supportata da dati e analisi approfondite sugli ultimi decenni, che mostrano anche un parallelo aumento dell’utilizzo di queste app e dei matrimoni misti negli stessi momenti storici (come ad esempio nel 1995, quando sono nati i primi siti di dating online come Match.com, o nel 2014, con il boom di Tinder).
La stessa motivazione è alla base della seconda, paradossale, rivelazione dello studio: quella sulla stabilità delle relazioni. “Il nostro modello prevede che i matrimoni creati grazie al dating online tendano ad essere più forti”. In altre parole, il fatto di scegliersi senza (inconsapevoli e incontrollabili) condizionamenti iniziali – e non perché la nostra rete ci ha in qualche modo ristretto il campo d’azione – potrebbe influire positivamente sull’esito della relazione, proprio perché basata su una valutazione “da zero” della persona.
Meno divorzi
Anche in questo caso, i numeri sembrerebbero confermare quanto afferma lo studio: nelle coppie sposate che si sono conosciute grazie alle app di dating si registra una percentuale inferiore di divorzi e separazioni.
E allora se la mettiamo così potrebbe filare, no? Sorge un dubbio. La velocità e la facilità con cui decidiamo per un sì o per un no, il metro di giudizio puramente estetico o basato sull’istinto di un istante (almeno nella fase di scelta iniziale), non rischiano di farci escludere a priori qualcuno che forse, nella vita vera, non avrebbe passato il primo test ma magari avrebbe avuto una seconda, terza, quarta chance?
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/11/timm-fleissgarten-417432-1.jpg9391500Alexia Gattolinhttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngAlexia Gattolin2017-11-11 16:00:292017-11-13 11:13:11Tinder è meglio dei social, e non per quello a cui stai pensando
Anche quest’anno a fine ottobre ho avuto il piacere di partecipare ad uno dei più interessanti Festival sull’innovazione che si fanno in Italia: Conversazioni sul futuro. Quattro giorni con quasi 200 ospiti impegnati in circa 80 appuntamenti disseminati in oltre 20 location (teatri, centri culturali, librerie, luoghi pubblici e scuole) di Lecce.
Il Festival ha proposto un articolato programma di workshop, incontri, lezioni, concerti e dj set, presentazioni di libri, approfondimenti sull’enogastronomia che abbiamo supportato con RuralHack, laboratori, presentazione della Maker Faire di Roma, il Climathon Lecce (organizzato dal Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici), Omofobi del mio stivale, una manifestazione contro l’omofobia e per i diritti civili, Cinema sul Futuro, una serie di incontri dedicati al mondo dell’impresa, l’Officina dei bambini e delle bambine a cura di Boboto, Le Officine del Futuro, sezione di innovazione e tecnologia a cura di FabLab Lecce.
Hanno rottamato il brand TEDx, e hanno fatto bene
Gabriella Morelli e tutta la sua tribù hanno fatto un scelta importante: quella di rinunciare al brand TEDx con cui era nato l’evento per seguire l’intuizione che forse oggi fosse necessario un modello di evento diverso dal palcoscenico inspirazionale.
Una scelta coraggiosa e premiata quella di non mettere su un palco solo storie emblematiche e di successo ma di cercare creare incontri e conversazioni tenendo insieme le diverse posizioni e la moltitudine dei punti di vista che tengono insieme la complessità del presente che andrà sempre più aumentando verso il futuro.
Il tutto nella consapevolezza che al di là di nomi, nomoni e influencer, il risultato più importante è stato quello di riuscire a coinvolgere tutti i cittadini della splendida città di Lecce in questa palestra d’innovazione che ad oggi mi sembra essere tra i più interessanti laboratori sull’innovazione per le comunità del Mediterraneo.
Il futuro come “faccenda politica”
Presentato in questi termini, sembrerebbe che Conversazioni sul Futuro voglia contrapporre un’idea di innovazione completamente distante dalla cultura dominante. Invece, leggere il contesto del nostro tempo in un’ottica mediterranea ci permette di guardare il mondo attorno a noi prestando attenzione anche ai punti di vista differenti o alternativi dal nostro. Ed è proprio in questa pluralità di voci, di situazioni che sta la bellezza di Conversazioni sul Futuro.
Un festival sull’innovazione, sulla complessità del nostro tempo, che non ha paura di considerare il futuro come una faccenda politica.
L’innovazione non come un processo inesorabile deciso in qualche indefinito altrove e che siamo costretti a rincorrere affannosamente, ma come il frutto del nostro presente dato dalla sommatoria di tutte le scelte che ora decidiamo di prendere, compresa quella di tornare indietro nel passato a recuperare qualcosa che abbiamo dimenticato e che ci accorgiamo essere fondamentale per la nostra sopravvivenza.
Oltre il networking, l’importanza delle relazioni
Conversazioni per cercare risposte sulla complessità del Futuro, risposte intuite, mai urlate, non solo nei momenti elencati nel ricco programma ma soprattutto negli interstizi, negli incontri casuali e voluti tra i vari relatori, nelle cene a base di prodotti tipici, nelle feste insieme con i giovani locali, nelle discussioni fatte in giro nello splendido scenario di Lecce, capitale di quel Salento che è ormai simbolo nel mondo di una certa visione di qualità della vita. Una qualità della vita data dalla qualità del rapporto con gli altri, come direbbe il mio maestro Cassano “dal patrimonio di amicizia, fiducia, rispetto e di cura su cui si può contare”. Un presupposto questo che è una risorsa per tutta la contemporaneità che può aiutarci a mutare l’idea che alla ricchezza ci si giunga solo tramite
conflitto e distruzione dell’altro.
Innovazione tecnologica, enogastronomia , migrazioni, attivismo civico, ecologia un festival dove la diversità diviene un valore da difendere e l’unificazione è basata su uno scambio e un arricchimento reciproco sul piano culturale, relazionale, esperienziale e talvolta materiale, mantenendo salda l’identità di ciascuno.
Una visione mediterranea dell’innovazione che ripensa se stessa e ridefinisce il suo ruolo nella nuova modernità: dall’innovazione tecnologica tout court propria di un panorama capitalista fondato su responsabilità, libertà e produttivismo, si affianca una nuova modernità che a questi aspetti aggiunge quelli caratteristici di un’Europa meridionale: comunità, tradizione, destino comune.
A Lecce si può sperimentare
Lecce, città dalle tante stratificazioni, ben si candida ad essere laboratorio sperimentale a sud dell’innovazione, una testimonianza viva e non musealizzata che il Mediterraneo è allo stesso tempo identità e indebolimento di essa, e il mare apre la mente all’idea di partenza che a sua volta permette un ritorno sempre realizzabile, con svariate possibilità di movimento.
E il Mediterraneo, Lecce, Conversazioni sul Futuro sono un contesto interessante, in cui è inevitabile instaurare un rapporto con l’altro, che si tratti di contatto e incontro o di conflitto, nella prospettiva di ridefinizione e reinterpretazione della propria identità e cultura, mantenendo i segni essenziali per essere più aperto e pronto al dialogo con l’altro. In questo modo non ci si chiude alle realtà circostanti, ma ci si lascia liberi solo di imparare da esse.
Durante le giornate passate a Lecce continuava a riecheggiarmi le parole di apertura del Pensiero Merdiano di Franco Cassano: «Pensiero meridiano è quel pensiero che si inizia a sentir dentro laddove inizia il mare, quando la riva interrompe gli integrismi della terra, quando si scopre che il confine non è un luogo dove il mondo finisce, ma quello dove i diversi si toccano e la partita del rapporto con l’altro diventa difficile e vera».
I nuovi ponti nel/del Mediterraneo
Franco riconduce il discorso del pensiero meridiano allo scenario del Mediterraneo soffermando lo sguardo sulle coste della Grecia, custode di apertura e di una molteplicità di voci, punti di vista, culture, culla dei dissoì lògoi (che oggi potremmo tradurre proprio come Conversazioni sul Futuro) , crocevia di incontri e scontri nell’alternarsi di commercio, viaggi e guerre.
L’uomo mediterraneo deve cogliere le sfide del tempo di costruire ponti, contatti e collegamenti.
Forse è per questo che Conversazioni è stato dedicato quest’anno “a tutte quelle creature che hanno attraversato il mare senza mai arrivare”, proprio per voler conservare tutte queste forme dell’esistenza “altre” e diverse da quella che ha sempre dominato una idea di futuro e di progresso nella cultura occidentale.
Conversazioni sul Futuro è un evento che si è fatto ponte tra terra e mare, tra passato e futuro, con l’obiettivo di recuperare anche quelle risorse che facilmente vengono accantonate o non ritenute degne d’importanza ai fini sociali.
Grazie a Conversazioni per avermi dato l’opportunità di tornare al mio lavoro nella conferma che internet, i big data, l’intelligenza artificiale, cloud computing, realtà aumentata e tutte queste belle cose di cui mi occupo devono porre al centro il problema della giustizia più che la conquista del controllo e del potere, dando la giusta importanza a ciascuna cultura e forma di vita e promuovendo l’accordo tra queste.
Chi c’era
Ho incontrato e mi sono scontrato con tante persone Paola Deffendi e Claudio Regeni i genitori del ricercatore Giulio e Rino e Lucia Rocchelli, padre e sorella del fotografo Andy, Ilaria Cucchi, il danzatore siriano palestinese Ahmad Joudeh, il medico e attivista egiziano Ahmed Said, il trapiantologo Daniele Antonio Pinna, il designer Riccardo Falcinelli, l’art director Francesco Franchi, l’architetto Marco Rainò, l’attore e regista Daniele Gattano, l’attore e scrittore Fabio Canino, l’ideatrice di Parole O_Stili Rosy Russo, gli scrittori Enrico Remmert, Christian Raimo, Leonardo Colombati e Flavia Piccinni, il bibliopatologo Guido Vitiello, i giornalisti Giuseppe Giulietti, Lirio Abbate, CarloBonini, Marco Damilano, Antonio Sofi,Fabio Chiusi, Giampaolo Colletti, Giuliano Foschini, Tiziana Prezzo, Wanda Marra, gli autori Stefano Andreoli (Spinoza.it) e Adelmo Monachese (Lercio.it), i registi AlessioCremonini, Davide Barletti e Alessandro Valenti, il musicista e produttore dei Subsonica MaxCasacci, l’avvocato Alessandra Ballerini, il portavoce e la coordinatrice campagne di Amnesty International Italia Riccardo Noury e Tina Marinari, il produttore discografico Claudio Poggi, il cantante Daniele Sanzone, l’esperto di resilienza e di politiche di adattamento ai cambiamenti climatici Piero Pelizzaro, lo street artist Nemo’s, il medico e saggista SilviaBencivelli, il direttore IIT – CNR e Registro.it Domenico Laforenza, il blogger Hamilton Santià, il vice presidente Italia StartUp Antonio Perdichizzi, il giurista e scrittore GiovanniZiccardi, il sociologo Giovanni Boccia Artieri, i linguisti Massimo Arcangeli e Vera Gheno, la presidente Associazione italiana malattia di Alzheimer Patrizia Spadin, il cuoco contadino PeppeZullo, il food performer Nick Difino e il gastrofilosofo Donpasta… sono venuti tutti a testimoniare che il futuro o sarà plurale o non sarà.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/11/conversazioni-2.jpg630945Alex Giordanohttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngAlex Giordano2017-11-11 09:17:172017-11-11 14:23:58Hanno rottamato il brand TEDx (e hanno fatto bene). Il senso di Conversazioni sul Futuro
La pagina bianca: croce e delizia di ogni scrittore. Milioni di possibilità per liberare la creatività, eppure spesso difficili da concretizzare. Passano i minuti, le ore e quella pagina resta bianca. Si chiama blocco dello scrittore e da oggi ha un nuovo antidoto: l’AI.
S.O.S. blocco dello scrittore: chiedi aiuto all’intelligenza artificiale
L’arma segreta nella guerra al blocco dello scrittore arriva dal machine learning e in particolare dal tool sviluppato da Janelle Shane.
La ricercatrice ha costruito un network neurale in grado di creare la prima frase di un romanzo. Come funziona? Si tratta di un processo di machine learning per cui al sistema serve una quantità significativa di dati per imparare e generare un risultato coerente. In questo caso i dati consistono nelle prime frasi di romanzi famosi. In un primo momento i dati inseriti non erano abbastanza (duecento frasi circa), per cui il risultato erano frasi molto simili tra loro e inutilizzabili a questo scopo.
A Janelle servivano più dati: come trovarli? Con il crowd-source, cioè chiedendo alla comunità web. Grazie al contributo di chi ha inserito altre frasi ha potuto allenare l’AI in modo che generasse risultati utilizzabili e nelle prime due ore ha raccolto circa 800 frasi.
Attingendo ai risultati proposi dal tool, ogni copywriter o romanziere può trovare un aiuto a superare quell’odioso blocco.
Non di sola AI vivranno i copywriter
Questo è l’ultimo approccio nella ricerca di una soluzione al blocco dello scrittore ma, dato che si tratta di una situazione ricorrente, i tentativi di porvi rimedio sono già stati molteplici, anche in passato. Tra questi possiamo la scrittura collettiva: una soluzione che non mira a risolvere il problema direttamente, ma a prevenirlo. La condivisione di un progetto di scrittura stimola a trovare nuove vie e si alimenta dell’esperienza e della creatività degli altri scrittori.
Un altro metodo è partecipare ai laboratori di scrittura liberi. Un buon modo per trovarli è cercarli tra gli eventi di Facebook: se ne trovano molti (sopratutto nelle grandi città), sono gratuiti e i partecipanti hanno i più svariati background.
Oggi il tool di cui vi abbiamo parlato può aiutare a creare la prima frase, ma potrà anche scrivere un libro intero in autonomia in futuro? Non ci resta che stare a guardare!
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/11/ms-word-tutorial-2.jpg6941330Chiara Sgarbihttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngChiara Sgarbi2017-11-11 08:30:382017-11-13 08:54:24Superare il blocco dello scrittore con l'intelligenza artificiale
Prima la strenua difesa dell’olio di palma utilizzato nella sua ricetta. Ora quella piccola variazione negli ingredienti della crema di nocciole più famosa al mondo in Francia e Germania. Così Nutella torna a dover affrontare una dura polemica sui social che ha assunto nelle ultime ore la forma del #BoycottNutella.
Ma perché tanto rumore per un cucchiaino di magica crema alle nocciole?
#BoycottNutella: la vicenda
L’associazione dei consumatori tedesca Verbraucherzentrale Hamburg ha riscontrato la variazione nell’elenco degli ingredienti della Nutella, dopo alcune segnalazioni da parte di appassionati consumatori che avevano notato un cambiamento nel colore della crema da loro acquistata.
Ferrero è subito intervenuta dichiarando: «Possiamo rassicurare tutti i fan di Nutella che la sua ricetta, unica e deliziosa, rimane quella che conoscono e amano, con gli stessi criteri di alta qualità. In Italia, il contenuto di nocciole, cacao, zucchero rimane invariato. Ad agosto ci siamo limitati a sostituire il siero di latte con una quantità equivalente di latte scremato in polvere (2,1 grammi ogni 100). La percentuale passa ora dal 6,6% al 8,7%. Questo ci permette di accrescere la qualità complessiva del latte contenuto in Nutella, garantendo una miglior permanenza nel tempo del nostro gusto unico e inconfondibile».
La nuova ricetta di Nutella, dunque, non dipenderebbe da una scelta più salutare o sostenibile, ma solo da una esigenza interna all’azienda, probabilmente per abbattere i costi: sembra infatti che gli ingredienti più economici andrebbero a sostituire la quantità di nocciole utilizzate.
Ferrero, si sarebbe ritrovata recentemente a dover fronteggiareuna crisi nella produzione di questa materia primadovuta al possibile venire meno dei suoi accordi con la Georgia, terzo maggiore produttore al mondo.
Una vicenda, insomma, più intricata di quello che potrebbe sembrare e che forse anche per questo ha provocato reazioni tanto accese sui social network.
Social media: storia di amore e odio per il brand Nutella
Il marchio Nutella, diciamolo senza troppi giri di parole, è uno di quelli che i consumatori non riescono a non amare anche sui social. Ha saputo inserirsi in un contesto fatto di personalizzazione grazie a campagne vincenti veicolate anche da spot indimenticabili, ha creato quella famosa magia con gli utenti che tutti i brand ricercano e che è fatta di relazione e conversazione.
https://www.youtube.com/watch?v=iJoYvAhVPEM
Eppure, la sua presenza sui social non è stata immune già da altre crisi, come quella legata all’uso massiccio di olio di palma nella ricetta originale: Ferrero si è sempre difesa affermando che il suo olio di palma è prodotto a una temperatura controllata e che per questo non sarebbe nocivo per la salute, senza dimenticare che solo la caratteristica di essere incolore e inodore di questo grasso vegetale consente di ottenere il gusto inconfondibile di Nutella.
Mentre tutti correvano a scrivere sui loro prodotti “senza olio di palma”, Ferrero si spendeva in una lunga campagna di trasparenza fatta anche di visite negli stabilimenti di Alba, dove la Nutella viene prodotta.
E così le vendite in Italia della crema alle nocciole sono alla fine cresciute del 15%, come dichiarato dal responsabile globale del prodotto lo scorso anno.
Oggi Ferrero sostiene di aver cambiato la sua ricetta solo in Francia e Germania, per andare maggiormente incontro ai gusti dei consumatori a livello globale.
Così, anche se Ferrero ha mantenuto la linea dura sul caso olio di palma, potrebbe vedersi ora costretta a fare un passo indietro sulla nuova ricetta della Nutella.
Il caso Nutella, ovviamente non è il primo che potrebbe dimostrare il peso dei consumatori nelle scelte di marketing delle aziende.
Sullo stesso blog di Coca-Cola Company si può leggere una storia entrata ormai nel mito: quella della New Coke, la ricetta modificata della bevanda gassata più famosa al mondo, che nel 1985 non riuscì in nessun modo a imporsi sul mercato, ma anzi determinò alla fine una crescita delle vendite della Coca-Cola “originale”.
Nonostante numerosi test sul gusto della nuova formula avessero dimostrato un maggiore gradimento da parte di ben 200mila consumatori, Coca-Cola dovette ritornare sui suoi passi, alla ricetta segreta della Coca-Cola classica proprio a causa delle proteste: iconsumatori si erano sentiti traditi, come se qualcuno gli avesse portato via uno dei loro affetti, un valore talmente importante e sedimentato nell’immaginario collettivo da scatenare reazioni così forti.
Ma anche GAP nel 2010, già al tempo dei social quindi, ha dovuto fronteggiare le proteste degli utenti del web e fare retromarcia sul proprio rebranding. In quel caso alle migliaia di commenti di critica su Twitter e Facebook seguì perfino un sito che invitava gli utenti a inventare il proprio logo GAP.
In un’epoca in cui moltissimi brand hanno sentito l’esigenza di “rifarsi il look” per adattarsi ai nuovi trend del design, l’azienda, alla fine, non ha potuto far altro che rinunciare alle proprie velleità di cambiamento e, anche in questo caso, tornare indietro, al vecchio logo.
La vera storia di Nutella e della sua ricetta
Chissà cosa direbbero i tanti fan di Nutella leggendo la vera storia della nascita del prodotto proprio sul sito del brand? Il cambiamento di oggi va certamente reso noto e Ferrero non potrà non fare i conti nelle sue scelte future con questo nuovo flame.
Ma tu lo sapevi che Nutella fu creata per rimediare alla scarsità di cacao dopo la Seconda Guerra Mondiale e che il pasticcere piemontese Pietro Ferrero le diede la forma di un panetto, in modo da poterla tagliare e gustare su una fetta di pane, battezzandola “Giandujot”, dal nome di una celebre maschera del carnevale torinese?
Solo in seguito la Nutella divenne spalmabile, con il nome di SuperCrema prima e di Nutella poi.
Il test finale, in ogni caso, sarà quello delle vendite: diminuiranno davvero o il boicottaggio resterà solo un fenomeno social?
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/11/nutella.jpeg640959Fabio Casciabancahttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngFabio Casciabanca2017-11-10 21:00:352017-11-13 08:56:35Nutella cambia la ricetta, non lo dice, ed è già caos
Ammettilo: hai sempre avuto nel retro-cranio l’idea che Digital Marketing nel B2B e Digital Marketing nel B2C si differenziano, e di molto. Il problema? Spesso non si conosce né comprende il perché! Strumenti, canali e approcci – pensiamo al mantra che sottolinea la necessità di abbattere le barriere e parlare di un unico, grande contesto human-to-human (H2H) – sembrano infatti distinguersi di poco.
Al fine di comprenderne pienamente le specificità, dopo ilB2B Digital Day – una mattina dedicata a case study e ispirazioni sul marketing digitale in ambito B2B – ho avuto il piacere di fare una chiacchierata con Giorgio Soffiato, Managing Director di Marketing Arena.
Giorgio è certamente uno dei maggiori esperti del settore, e il risultato del confronto ci soddisfa davvero.
Digital Marketing nel B2B e nel B2C: trova le differenze (e le uguaglianze)
Partiamo con una prima domanda molto diffusa e che spesso ci si pone: da cosa si differenzia il Digital Marketing nel B2B e nel B2C?
« Uno dei temi di differenziazione principali è il fatto che entrambi i mondi (B2B e B2C) tendono a risolvere un bisogno che qualcuno ha, oppure un’emozione; inoltre, queste attività sono fortemente legate alle relazioni con le persone. Anche i canali digitali utilizzati si assomigliano tra loro, non ci sono grandi differenze nei mezzi con cui approcciare l’audience.
Un punto centrale di differenziazione è invece l’intero processo di acquisto: la struttura della customer journey e l’intero funnel di lead generation sono molto specifici nei contesti B2B rispetto alle aziende operative in contesti B2C».
Oggi si parla tanto di Influencer Marketing. In che modo il tema si declina in ambienti B2B, quali sono le peculiarità rispetto al mondo B2C?
«A differenza del B2C, nel B2B non si trovano Influencer “a pioggia”, ovvero orizzontali e distinti soprattutto per competenza strumentale (come Instagramers e/o blogger). Nel B2B si coinvolgono principalmente Influencer che sono industry leader, sia a livello di content creation che di delivery e distribuzione di contenuti. L’Influencer nel B2B deve essere efficace, ha bisogno di una sua lista di contatti e deve essere posizionato all’interno di una industry in cui è universalmente riconosciuto.
Per concludere la risposta: nel B2B è certamente preferibile un Influencer con un personal brand più di nicchia e più verticale, mentre quelli posizionati per competenza strumentale (e non di settore) “reggono” molto meno e sono molto meno credibili. Dunque, meno efficaci».
B2B customer journey: approcci alla mappatura e tecnologie a supporto
Il tema della customer journey è molto interessante.
«Entro nel merito: la customer journey in ambito B2B è più complessa per quanto riguarda i touch point. Nel B2B il bisogno spesso non è palesato: esiste dunque una fase forte di focalizzazione e di focalizzazione di tale bisogno. Penso a realtà come SAS che crea contenuti premium per interagire con un target specifico e professionale, alla tecnica dell’inbound marketing, oppure a un approccio di “riscaldamento continuo” del lead.
Il processo di interazione e avvicinamento al cliente in ambito B2B è più lento: le interazioni perciò sono chiave e più frequenti, anche perché lo scontrino medio è maggiore e il tipo di prodotto diverso, più complesso. Tutto ciò cambia anche il risultato di tale dinamica di interazione e avvicinamento: se in contesti B2C il punto finale può anche arrivare ad essere un acquisto sull’ecommerce del brand, per le realtà B2B il desiderata è più orientato all’organizzazione di un appuntamento con un lead “caldo” e di qualità».
Quali sono le tecnologie che supportano in modo più efficace il customer journey mapping e l’approccio al cliente che hai appena sottolineato?
«Certamente soluzioni come Hubspot, Marketo, Salesforce vedono il loro picco di efficacia e performance in contesti B2B. Ma sempre in tali contesti non fa la differenza tanto il software tecnico / tecnologico: è invece molto importante – vitale! – collegare marketing e CRM. Un esempio? La piattaforma fintech tianticipo lanciata da banca IFIS.
Se nel B2C possiamo ancora ottenere buoni risultati con una campagna PPC e/o l’organizzazione di eventi, oggi in ottica B2B è impossibile lavorare senza un CRM di qualità, integrandoci poi le varie attività di Digital Marketing a supporto (campagne, social media marketing, etc.)».
Digital Marketing Strategy in ambito B2B: il framework di management
Ho ascoltato e analizzato con interesse il framework proposto al fine di gestire al meglio una Digital Strategy B2B. Puoi riassumerlo?
«Certamente. La prima parte del framework affronta il tema della customer journey e delle personas – ovvero, la mappatura dell’ideal-tipo / dell’archetipo della figura che si desidera intercettare per soddisfare il macro-obiettivo (lead generation, branding, drive to store), per poi andare a lavorare alla corretta definizione del digital marketing mix – digital PR, newsletter, campagne, etc. – in funzione di tali obiettivi.
Oggi il digital mix è impattato e governato da 3 curve – bisogno, emozione, esigenza. La scelta delle giuste leve di Digital Marketing però non termina il percorso: in una dinamica di CRM e lead nurturing, lo stesso lead è “aumentato” e non viene certamente perso, anche grazie ai software di marketing automation.
L’Analytics è infine layer fondamentale, capace di creare un flusso virtuoso di ottimizzazione di quanto fatto».
Esistono delle relazioni (o addirittura correlazioni) tra bisogno, emozione, esigenza e la composizione del digital marketing mix?
«Per esperienza:
se l’audience palesa in modo marcato ed evidente un bisogno, il mix lavora su leve tattiche come le campagne di advertising e i social media.
se un’azienda interagisce con interlocutori che non palesano tanto bisogni ma piuttosto manifestano esigenze ed emozioni, la customer journey si dilata e va fatta maggiore leva sul Content Marketing come elemento di “riscaldamento” e convincimento nel tempo del lead».
3 take-away essenziali
Per salutarci, ti chiedo 3 keyword che il Digital Marketer B2B deve tenere sempre in mente.
KPI: gli indicatori di performance sono sempre il punto di partenza e di arrivo.
Integrazione tra gli elementi di un piano marketing: ovvero tra personas, digital marketing mix e data marketing (CRM).
Integrazione tra Business Unit aziendali: siamo di fronte a un’opportunità organizzativa. Il Digital Marketing è infatti efficace se (e solo se) IT, Marketing e Commerciale diventano un solo ufficio che si chiama Customer Experience. Le ricerche di Gartner confermano che il 2017 marca il “sorpasso” dei CMO sui CTO del budget destinato a investimenti in tecnologie di marketing. Occorre agire di conseguenza per creare strategie, azioni e tattiche di successo.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/11/Giorgio-Soffiato1.jpg7481067Alberto Maestrihttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngAlberto Maestri2017-11-10 16:30:392018-03-08 13:00:47Digital marketing lato B2B e B2C, i consigli dell'esperto per non sbagliare
Nato negli anni Settanta come sostitutivo del servizio militare per chi chiedeva l’obiezione di coscienza, il Servizio Civile non è utile solo come esperienza di cittadinanza attiva, ma aiuta anche a trovare lavoro. Quella che era soltanto una voce, ora è confermata dai numeri: la percentuale degli occupati fra chi lo ha svolto, dopo un anno dalla fine dell’esperienza, è del 12% più alta rispetto a chi non lo ha fatto. Dopo tre anni la percentuale sale a 15. Lo dicono i dati dell’indagine pubblicata ad agosto 2017 nel libro Giovani verso l’occupazione. Valutazione d’impatto del servizio civile nella cooperazione sociale, a cura di Liliana Leone e Vincenzo De Bernardo.
Secondo gli autori, il merito di questa esperienza dedicata agli altri è l’accrescimento del capitale umano, cioè quell’insieme di conoscenze e abilità spendibili sul mercato del lavoro, e del capitale sociale, termine con cui si intendono le norme condivise, le relazioni di fiducia e i valori che regolano le relazioni tra gli individui.
In pochi se ne sono accorti ma il Servizio Civile ha cambiato molte delle sue regole, con la riforma che ha dato vita al Servizio Civile universale contenuta nel decreto legislativo 40 del 6 marzo 2017. Le risorse investite risultano maggiori rispetto agli scorsi anni. Il Ministero del Lavoro ha comunicato che le risorse complessive impegnate nel 2014 sono state di 143,4 milioni di euro, nel 2016 di 215,5 e nel 2017 di 248,8. Per il 2018 ci si aspetta un investimento simile a quello fatto nell’anno in corso.
Come partecipare ai bandi
Possono fare richiesta tutti i giovani con un’età compresa tra i 18 ed i 29 anni non ancora compiuti. Chi lo ha già fatto in passato non può ripetere l’esperienza. Il primo passo è controllare sul sito del ServizioCivilese ci sono bandi aperti e poi presentare la domanda di partecipazione e il resto della documentazione richiesta. Prima però bisogna scegliere il progetto che più interessa nell’elenco di tutti quelli disponibili, che si trova sempre sul sito indicato. Il compenso che si riceve è di 433,80 euro al mese, su cui non si pagano tasse.
Da precisare è che il Servizio civile non è inteso come un lavoro. Nel decreto che ha istituito il Servizio Civile universale si legge che l’anno di volontariato «non è assimilabile ad alcuna forma di rapporto di lavoro di natura subordinata o parasubordinata […] e non comporta la sospensione e la cancellazione dalle liste di collocamento o dalle liste di mobilità».
Per esempio in questo momento, e fino al 20 novembre 2017, sono aperti due bandi per la selezione di 1400 volontari. Per gli enti che vogliono accogliere i giovani c’è invece il bando per la presentazione dei progetti di Servizio Civile universale per l’anno 2018, con scadenza il 30 novembre 2017.
Con il Servizio Civile universale vengono introdotte alcune novità:
potranno partecipare ai bandi i cittadini dell’Unione Europea e gli stranieri che soggiornano regolarmente in Italia.
C’è la possibilità, in alcuni casi, di fare tre mesi all’estero, in un Paese dell’Unione europea o in alternativa si può usufruire di un tutoraggio per facilitare l’accesso al mondo del lavoro.
Sono state pensate agevolazioni per i giovani con minori opportunità, cioè in svantaggio rispetto ai coetanei per una o più condizioni elencate in una lista: ostacoli sociali, economici, geografici, disabilità, problemi di salute, difficoltà di apprendimento.
Cambiamenti per gli enti che decidono di avvalersi dei giovani del servizio civile: dovranno assicurare standard di qualità più alti, con riferimento in particolare alla capacità organizzativa e alle possibilità di impiego dei volontari.
La durata dell’impegno
Anche sulla durata totale e settimanale dell’impegno da volontario ci sono alcune variazioni. Il servizio potrà durare dagli otto ai dodici mesi e non per forza un anno intero come era in precedenza. Le ore settimanali non saranno più 30, ma 25. Questo significa un monte ore annuo per dodici mesi corrispondente a 1145 ore e per otto mesi corrispondente a 765 ore. Questa modifica è stata introdotta per rispettare lo spirito volontario con cui il Servizio civile è stato concepito.
Prima di iniziare le attività, chi supera la selezione deve svolgere un periodo di formazione che dura in tutto non meno di 80 ore. La formazione sarà articolata in generale, di durata minima di 30 ore, e specifica, di minimo 50 ore, commisurata alla durata e alla tipologia del programma di intervento.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/11/ragazza-lavoro.jpeg5771024Livia Liberatorehttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngLivia Liberatore2017-11-10 15:30:042017-11-10 14:48:11Trovare (davvero) lavoro con il Servizio Civile. Cosa è cambiato con la riforma
Giornali, tv, radio, ovvero i media tradizionali sono fatti per essere letti, visti, ascoltati. Il web, invece, è un enorme archivio, continuamente aggiornato, dove i contenuti vengono usufruiti on demand. In altre parole: siti e piattaforme ci invitano a compiere azioni. E se intercettare l’audience oggi, soprattutto grazie ai social network, non è particolarmente difficile, lo stesso non può dirsi a trattenerla.
Perché si parla sempre più di usabilità
Per questo la sfida che tutti abbiamo sia nella progettazione che sviluppo di un sito, una landing page, una piattaforma, un’app è quella della user experience. O meglio, dell’usabilità.
Negli anni l’usabilità è stata definita in molti modi diversi. Per l’ISO (International Standardizing Organization), ad esempio, “l’usabilità è il grado in cui un prodotto può essere usato da determinati utenti per raggiungere determinati obiettivi con efficacia, efficienza e soddisfazione in un dato contesto d’uso”.
L’informatico danese Jakob Nielsen, considerato un guru mondiale dell’usabilità ha individuato 5 indicatori chiave fondamentali per capire quando un sito può essere considerato davvero usabile:
Facilità e semplicità: l’utente riesce a navigare immediatamente sul sito, ne apprende le funzioni di base e svolge le operazioni;
Efficienza ed efficacia: in poco tempo l’utente riesce ad utilizzare più velocemente il sito e a svolgere più compiti;
Memoria: nel tempo l’utente riesce a ricordare bene le funzioni del sito;
Errori gravi e frequenti: l’utente nell’uso del sito ha fatto solo pochi errori e non così gravi da compromettere la buona riuscita delle prove, non hai mai commesso due volte lo stesso errore;
Soddisfazione: la sensazione finale dell’utente è di piacevole appagamento.
Riassumendo questi indicatori in un unico concetto potremmo dire che l’usabilità è la facilità con cui un sito o una app vengono utilizzati. Attenzione, però: l’usabilità non è una proprietà intrinseca e oggettiva del sito, di un’app o di una piattaforma, ma è l’elemento che ne caratterizza la semplicità di interazione fra uno specifico utente.
Il World Usability Day
All’usabilità è stata dedicata anche una giornata mondiale, il World Usability Day, nato nel 2005 come iniziativa della Usability Professionals Association (UXPA) per garantire che i servizi e i prodotti importanti per la vita umana siano di più facile accesso e più semplici da usare. Ogni anno sono più di 200 gli eventi organizzati in oltre 43 Paesi di tutto il mondo per sensibilizzare la popolazione e formare i professionisti a proposito degli strumenti e delle problematiche centrali per la ricerca, lo sviluppo e la pratica di una buona usabilità.
Negli ultimi anni la community di tecnici e professionisti del settore è cresciuta anche in Italia e sono oramai diverse le città nelle quali ogni anno, il secondo giovedì del mese di novembre, si organizzano eventi sul tema.
L’importanza della progettazione
Ma cosa vuol dire davvero e perché è importante, oggi, l’usabilità? Lo abbiamo chiesto a Carlo Frinolli, Ceo di nois3 e animatore dell’edizione romana del World Usability Day. «L’usabilità oggi, nel 2017 – dice Frinolli – non può essere legata solo all’accezione diffusa di design. Usabilità intesa come efficacia, efficienza e soddisfazione ha delle implicazioni sociali che i progettisti (design ricordiamocelo significa progettazione) devono tenere presenti. Una sorta di responsabilità morale che passa per l’empatia e la comprensione di contesti, culture e peculiarità. Tenerne conto implica anche il successo di un progetto, non solo equità sociale».
Oltre allo stesso Frinolli si sono avvicendati sul palco di #WUDRome2017più di 20 speaker italiani e internazionali, tra cui Emmanuel Sevrin, project manager del World Food Programme delle Nazioni Unite, Rosana Ardila, Open Innovation Manager di Mozilla e Matteo De Santi, responsabile di Designers Italia, il progetto del Team per la Trasformazione Digitale guidato da Diego Piacentini.
Il Team Digitale del governo: «cerchiamo designers»
Secondo De Santi, «oggi, purtroppo, nella pubblica amministrazione mancano designers: per questo li cerchiamo negli studi e tra i liberi professionisti, perché un reale miglioramento dei servizi digitali della PA è nell’interesse di ciascuno di noi». Per fare questo, Designers Italia condividerà una serie di linee guida – tra cui lo UI Kit dei servizi pubblici digitali e un Toolkit per le interfacce web-, mentre è già stata lanciata la chiamata grazie alla quale verranno coinvolti i professionisti del design che vorranno candidarsi: «Non c’è alcun limite al numero di persone che stiamo cercando, proprio in virtù dello spirito open source e fortemente collaborativo che anima Designers Italia: chiunque abbia le giuste competenze può aiutarci a rendere i servizi pubblici digitali realmente e finalmente al servizio del cittadino».
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/11/user-experience_design.jpg400698Redazionehttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngRedazione2017-11-10 14:33:152017-11-10 21:34:06Cosa vuol dire davvero usabilità (ah, il governo cerca designers!)
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