Il lavoro dei sogni: vivere 6 mesi ai Caraibi, spassartela, postare sui social e guadagnare 60 mila dollari

Il sito Cancun.com,  portale turistico interamente dedicato alla città di Cancùn e delle meraviglie nei suoi dintorni  è alla ricerca di una figura professionale che ci piacerebbe esistesse in ogni città: Cancùn Experience Officer.

Cancùn è una città che si trova nel Messico meridionale bagnata dal Mare dei Caraibi, ricca di testimonianze Maya come i Cenote (“pozzi segreti”), il Chichen Itza  (secondo sito archeologico più visitato del Messico), le Rovine di Tulum o il MUSA, museo subacqueo.

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Ma di cosa dovrebbe occuparsi il CEO?

Per la durata di sei mesi, da marzo ad agosto 2018, la risorsa prescelta dovrà vivere a 360° la città di Cancùn, immergendosi nella cultura messicana. Sarà invitato a partecipare ad eventi e attività locali, assaggiare i cibi tipici, visitare spiagge, musei e siti storici, provare sport acquatici come il jetpack, dormire in Hotel e Resort di lusso, e facendolo, dovrà condividere sui Social l’esperienza: pubblicare foto, video e post per accrescere e stimolare gli utenti alla scoperta di Cancùn.

La retribuzione è di 60 mila dollari per tutto il periodo.

I requisiti richiesti sono davvero inaspettati: essere maggiorenne, saper parlare inglese, amare i viaggi ed avere un carattere estroverso. No, non è uno scherzo!

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Come candidarsi

Per partecipare alle selezioni e sperare in un colloquio si chiede ai candidati di realizzare un video di presentazione di un minuto. Il termine per la presentazione delle candidature è il 17 dicembre, ma gli esiti della selezione verranno resi noti solo il 31 gennaio 2018.

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Experience designer, un lavoro di cui sentiremo molto parlare

Chiunque studi Experience Design all’università o lavori come Experience Designer si sarà trovato in innumerevoli occasioni in cui gli viene chiesto di cosa effettivamente si occupa. Questa disciplina, infatti, chiama in gioco moltissimi aspetti legati alla comunicazione, alla tecnologia, alla semiotica, alla psicologia, e non è così facile da illustrare.

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Esperienza, cosa vuol dire e quanto conta

Il concetto chiave è quello di esperienza, il cuore dell’esistenza umana. Le nostre opinioni e visioni del mondo sono frammentate da eventi, inconvenienti, episodi e interazioni che condividiamo con altre persone, oggetti, luoghi, servizi, norme, attività e qualsiasi cosa che incontriamo nell’ambiente attorno a noi. Con tutto ciò che interagiamo, proviamo esperienza. Non serve farsi domande troppo esistenziali, ma tutti possiamo capire che siamo in questo mondo proprio per questo, per fare, provare, sentire esperienza.

Non solo, siamo qui anche per apprendere, per conoscere, per interagire nel modo migliore con ciò che ci sta attorno. A questo proposito, è importante sottolineare che non abbiamo mai avuto prima un accesso così significativo alla conoscenza, permesso dalla tecnologia e dalla nostra evoluzione insieme ad essa. In questo modo, le nostre aspettative rispetto agli artefatti che ci circondano crescono sempre di più, testimoniando il fatto che siamo in continua ricerca di nuove modalità secondo cui soddisfare i nostri bisogni e i nostri desideri. Consapevolmente o inconsapevolmente, il risultato è l’evoluzione della nostra esperienza.

È un concetto chiave anche per l’autodefinizione di noi stessi. Sempre più spesso, infatti, siamo interessati a esperienze più coinvolgenti possibili. Preferiamo un bellissimo viaggio all’acquisto di una smart TV o all’ultima borsa di Louis Vuitton, siamo più coinvolti nel fare qualcosa, piuttosto che nel possedere qualcosa. E nel momento in cui arriviamo a possedere qualcosa, esigiamo che le sue caratteristiche soddisfino i nostri bisogni – vogliamo che un oggetto sia come lo vogliamo, altrimenti non lo acquisteremo.

Experience

Tu chiamalo se vuoi, design

Se si chiama in gioco il design, invece, è innegabile che questa disciplina si sia inserita in moltissimi ambiti; “design” è una parola usata in così tante occasioni che ha quasi perso il suo valore. L’arte del fare, del progettare qualcosa, il suo aspetto esteriore, la sua affordance, sono tutte differenti forme differenti del design, da considerare in qualsiasi tipo di processo.

Ogni cosa progettata dall’uomo è elaborata mediante un processo di design, che segue la nostra evoluzione e quella dell’ambiente con cui interagiamo, sviluppando sempre più applicazioni e caratteristiche differenti. Negli ultimi anni, grazie alla spinta mediatica su strategie come il design thinking o ambiti come la User eXperience, il design è stato incluso in molti processi di business.

Moltissime realtà si sono infatti rese conto che il design non può venire considerato solo come una materia riguardante esclusivamente l’estetica degli artefatti, ma deve venire usato strategicamente come modo di pensare; la progettazione diventa così un “modus operandi”, esplodendo in tutto il suo potenziale e portando notevoli vantaggi a coloro che ne usufruiscono. Lo stesso progettare secondo ciò che vuole il consumatore, infatti, significa includere il design nel proprio modo di pensare.

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Design

Come progettare per l’esperienza

Va da sé che se si unisce il concetto di esperienza a quello di design, il risultato è una grandissima opportunità. Progettare per l’esperienza, infatti, va oltre il semplice design del prodotto; l’esperienza è in grado di soddisfare le aspettative, se si ha la possibilità di produrre qualcosa che a sua volta genera un’esperienza soddisfacente per qualcuno, questa è la migliore strada da poter intraprendere per un designer. Ecco che, quindi, moltissimi business hanno compreso il valore dell’Experience Design, e stanno da tempo investendo nella progettazione incentrata sull’utente, sulle interazioni uomo-artefatto, sull’innovazione della componente emotiva suscitata da un prodotto, proprio in quegli elementi che hanno a che fare con i momenti nei quali le persone entrano in contatto con i brand. Progettare per l’esperienza non diventa così una moda passeggera, ma un obbligo competitivo.

Un esempio pratico? Apple. Sembra scontato, ma se si ha mai acquistato un prodotto Apple, ci si rende conto di quanto l’Experience Design sia importante per questo brand. Dal servizio dentro lo store, alla transazione mediante Apple-pay, all’odore che si sente quando si apre la confezione dell’oggetto acquistato, all’inconfondibile design del prodotto, all’iconico sistema e interfaccia presente nel device, tutto ciò ci fa capire come Apple progetti qualunque cosa pensando all’esperienza dell’utente finale, come questo brand valorizzi il concetto di human-centred product.

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Come già dichiarato da alcuni designer della mela, per altro, questo è un obiettivo raggiunto grazie al fatto che il design non è qualcosa di cui si occupa solo il designer. Il successo si raggiunge nel produrre esperienze che siano il risultato di un processo fatto da molte connessioni tra discipline differenti. Il prodotto Apple viene dalla consapevolezza di tutti quelli che fanno parte di questo processo: manager, esperti di marketing, creativi, designer, stakeholder, fino ad arrivare agli stessi utenti – tutti contribuiscono alla creazione di un’esperienza che diventa complessiva, non individuale.

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Mentre alcuni brand fanno ancora molta fatica ad adattarsi nel modo corretto con l’avvento del mondo digitale, altri si sono battuti per garantire esperienze indimenticabili per i loro consumatori grazie ai loro prodotti, mettendo gli obiettivi legati a realizzare queste esperienze al centro delle loro strategie di business, resistendo e affrontando nel modo giusto la difficile sfida del tempo che scorre, inesorabilmente, verso una sempre più complessa evoluzione.

Museo del Prado

Aiutare i non vedenti a “toccare” i dipinti e altri scenari sul futuro dell’arte

È innegabile: la digitalizzazione ha cambiato molti degli aspetti della nostra vita quotidiana. Tutto o quasi, è possibile svolgerlo da un semplice smartphone. Tutto diventa (o è già diventato) più fruibile, di semplice consultazione e di facile utilizzo.

Fortunatamente questo enorme cambiamento tecnologico e sociale ha favorito degli enormi cambiamenti anche in ambito culturale, rendendo gran parte dello scibile umano alla portata di tutti in qualunque momento della giornata.

Una vera e propria rivoluziona culturale (forse la seconda, dopo la diffusione negli anni ’60 di alcuni programmi di alfabetizzazione degli adulti come ad esempio “Non è mai troppo tardi”) avvenuta quasi silenziosamente, ma che in realtà ha cambiato quasi integralmente quel rapporto elitista che contraddistingueva la cosiddetta cultura alta.

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Fonte @Smartify

Difatti oggi, mediante la digitalizzazione e la diffusione della tecnologia è possibile parlare di cultura popolare. Una cultura incrementata dalla nascita e la diffusione di siti web e di applicazioni mobili. Uno scenario inedito che evidenzia come la frizione libera della cultura possa comportare degli evidenti vantaggi culturali e di conseguenza sociali.

La digitalizzazione dell’arte

In questo processo di digitalizzazione e di trasformazione della cultura in un qualcosa di più popolare (inteso nell’accezione più positiva del termine) l’arte non è di certo esclusa.

Sono numerosi i musei che in questi anni hanno già intrapreso il percorso della digitalizzazione come il Museo del Prado di Madrid o il Metropolitan Museum di New York City.

Il Museo del Prado è l’artefice di una grande novità nel settore: ha permesso ai non vendenti di avvicinarsi di toccare con mano le opere d’arte più famose al mondo, attraverso la realizzazione delle repliche di queste mediante una speciale stampa 3D.

Museo del Prado

Credits: Pablo Blazquez Dominguez/Getty Images

Nel Metropolitan Museum invece è stata intrapresa una strada differente: sono stati digitalizzati tantissimi libri d’arte che è possibile consultare gratuitamente.

La situazione è ben differente in Italia dove c’è ancora molto da fare. Forse non siamo ancora pronti ad cogliere tutte le novità che la digitalizzazione comporta, ma siamo (o quasi) che presto le cose cambieranno.

Scenari

Rendere l’arte fruibile a tutti ed in maniera semplice è di certo un altro obiettivo di chi lavora nel mondo del web e della tecnologia.

Tour virtuali, opere a 360 gradi e stampe 3d forse rappresentano realmente il futuro dell’arte di questa nuova era digitale. Ma in realtà molti degli strumenti e delle modalità con le quali oggi è possibile accedere alla cultura e all’arte sono in continua evoluzione.

Un esempio su tutti è certamente Smartify, un’applicazione progettata per il mobile che offre agli utenti uno strumento semplice ed immediato per ottenere maggiori informazioni sull’opera d’arte che in quell’istante stanno ammirando in un museo, in una galleria o in altre situazione similari.

https://youtu.be/v8qwQrzRpuo

Funziona in maniera molto semplice: basta accedere all’applicazione, puntare la fotocamera del dispositivo verso l’opera d’arte e compariranno tutte le informazioni relative al soggetto inquadrato. Insomma potremmo definire Smartfy come uno “Shazam dell’arte”.

Al momento della presentazione, svoltasi qualche girono fa a Londra, l’applicazione risultava fruibile in più di 30 musei in tutto il mondo registrando immediatamente un notevole successo da parte del pubblico e della stampa digitale e non.

A rendere Smartfy un’applicazione sorprendente è certamente il prezzo. Difatti è completamente gratuita (per iOS e Android) e promette grandi novità nei mesi a seguire. Non ci resta che attendere per scoprire tutte le prossime novità di Smartfy e della digitalizzazione culturale.

Data driven content, ovvero: fidati dei numeri anche se sei un creativo

Content o dati: siamo di fronte al grande dilemma che segue i business e i brand di oggi. Può un advertising nascere anche da un’analisi dei dati e delle preferenze del consumatore?

Spesso i creativi si interrogano se il loro lavoro possa ancora essere considerato un esercizio creativo, comunicare la unique selling proposition al consumatore e allo stesso tempo creare una campagna che sia anche valida dal punto di vista “artistico”, oppure se sia diventato in gran parte solo “accontentare delle richieste”.

Entrambe le visioni non sono completmanete corrette, perché decisamente estreme: in realtà, la figura del creativo e la figura dell analyst si completano a vicenda.

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Una creatività, in parte, può coniugare la parte più espressiva di un contenuto e le preferenze del consumatore, comunicate da un punto di vista analitico.

Come creatività e dati possono dunque collaborare? Ecco tre consigli per una perfetta content strategy.

Data driven content perchè un creativo dovrebbe fidarsi di un analystNon è bello ciò che è bello. Ma è bello ciò che piace

Immaginiamo di essere in possesso di un contenuto per il nostro eCommerce: a prima vista ci apparirà un’immagine oggettivamente bella, proporzionata e armoniosa.

Un content che noi, con l’occhio del business, percepiamo funzionale per il nostro messaggio e il nostro obiettivo.
Da un’analisi a posteriori potremmo però capire che il consumatore non ha avuto il nostro stesso pensiero e non ha compreso appieno ciò che volevamo comunicare.
Può succedere con il primo contenuto, ma è molto importante monitorare costantemente le campagne, i comportamenti dei consumatori, e migliorare di volta in volta. I nostri utenti infatti cercano sempre di più contenuti personalizzati in base alle loro preferenze e sempre meno content generici.

Data driven content perchè un creativo dovrebbe fidarsi di un analystAl posto giusto. Nel momento giusto

Non è nemmeno corretto pensare che tutti i contenuti possano essere posizionati in tutti i media in nostro possesso.

Una campagna può essere efficace offline, soprattutto se si tratta di una campagna di brand puro, che deve colpire e attirare l’attenzione. La stessa creatività, online può non essere percepita nel modo giusto e il consumatore quando acquista online ha necessità di capire cosa stia acquistando, e qual è il vero valore di quel prodotto.
Un analyst può venire in aiuto al creativo, aiutandolo a capire quale contenuto sia adatto a quale mezzo, e come differenziare e sviluppare delle creatività ad hoc.

Data driven content perchè un creativo dovrebbe fidarsi di un analystImmaginare e creare. sempre

A oggi diverse agenzie e brand marketing manager guardano con sospetto alle analisi di dati, come se queste rappresentassero un argine per le loro doti creative.
In realtà la parte più artistica non va frenata, anzi alimentata in continuazione, ed è l’area che determina al meglio la percezione esterna di un brand e il suo valore.
Bisogna pensare al dato come al carburante di una macchina: più informazioni si hanno sui gusti e le preferenze del proprio pubblico, più diventa facile avere in mente l’obiettivo di comunicazione, e più sarà di valore il lavoro fatto dalla parte creativa del business.

Perché Facebook vuole proteggerci dalle nostre foto compromettenti, chiedendocele

Foto di nudo per combattere il revenge porn? Ne avrai sentito parlare: sembra un paradosso ma, in realtà, è l’ultima strategia di Facebook per prevenire questa piaga della società che si diffonde proprio tramite i social.

Revenge porn e social network

Per prima cosa, tutti (o quasi) sanno cos’è il revenge porn? La porno vendetta è la pratica, purtroppo, oggi molto comune di pubblicare video o foto intimi di ex partner allo scopo di creargli un danno, talvolta isolandolo dal resto della società e procurandogli una condizione di disagio.

Attraverso i social network, tutto questo è davvero molto semplice: i contenuti vengono condivisi con migliaia di persone, contemporaneamente, viaggiano a velocità impressionanti e rimangono online anche molto a lungo, radicandosi nei meandri della Rete.

Troppo spesso gli atti di revenge porn finiscono in tragedia, tanti, negli ultimi anni, sono stati i casi di suicidio come conseguenza di azioni del genere.

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I numeri della porno vendetta

Cyber bullismo, hate speech, flaming e revenge porn sono solo alcuni dei fenomeni che rendono il web sociale un “luogo” sempre più a rischio e proliferante di abusi. Dal punto di vista legale, la regolamentazione di tali fenomeni è un processo che si muove a rilento e sembra non arrivare mai al dunque.

Ma quanto il revenge porn incide davvero sulla società? Chi sono le sue vittime? E che proporzioni sta acquisendo? Il Data & Society Research Institute e il Center for Innovative Public Health Research hanno definito alcuni dati legati alla porno vendetta. Per il momento, si tratta di un’indagine eseguita, esclusivamente, sulla popolazione americana ma ugualmente indicativa.

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Il 4% degli utenti americani (uno su venticinque, circa 10 milioni, per intenderci) ha ricevuto minacce di pubblicazione di materiale intimo o ha visto pubblicati contenuti espliciti senza il proprio consenso. L’indagine sembra portare alla luce che tra le vittime del revenge porn non c’è distinzione di etnia, livello di istruzione o status sociale.

Quali sono le categorie più colpite? Come è intuibile, le percentuali salgono tra le ragazze dai 18 e i 29 anni (12%) e la community LGBT (17%).

La mancanza di un apparato legale adeguato e la delicatezza di una questione di cui si parla ancora troppo poco porta le vittime verso effetti non trascurabili sia dal punto di vista psicologico che relazionale.

Wired UK afferma che il 93% delle vittime ha dichiarato di aver subito un “forte stress emotivo” dopo la pubblicazione illecita, l’82% di aver ricevuto danni sociali e occupazionali, il 51% di aver pensato al suicidio e il 42% di aver fatto capo ad un supporto psicologico.

Cosa fa la legge per punire chi pubblica le nostre foto per vendetta

Dal punto di vista legale, la strada da percorrere è ancora lunga e tortuosa. Nell’aprile 2015, nel Regno Unito, è entrato in vigore un emendamento che prevede due anni di reclusione per chi pubblica un contenuto esplicito e privato senza il consenso della persona interessata. Attualmente, sono stati già rilevati 206 casi.

In Italia, la situazione è un po’ diversa: il disegno di legge contro il revenge porn presentato nel 2016 appare ancora oggi incompleto e mancante di alcune fattispecie rilevanti.

Ecco, dunque, che modificare, definire ed aggiungere alcune funzioni all’interno dei social  – canale preferenziale (anche) di una viralità malsana e nociva – potrebbe essere la soluzione per evitare tutto questo.

Cosa fa Facebook

Già qualche mese fa, Facebook aveva fornito agli utenti nuovi strumenti per segnalare una “foto esplicita” al team operativo che doveva analizzarla in base agli standard di comunità e, eventualmente, rimuoverla.

Ora, forse anche per rimediare ad un vuoto legislativo notevole, Facebook sta testando un nuovo metodo davvero incisivo. Si tratta di chiedere agli utenti che pensano di essere vittime di revenge porn di condividere, con il social network, le proprie foto di nudo. Sì, proprio così: la foto serve per creare un’impronta digitale delle immagini intime per evitare che altre persone la condividano.

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Come funziona

In cosa consiste l’esperimento? Si tratta di una strategia basata sulla prevenzione e non sull’azione successiva alla pubblicazione del contenuto in questione. Tuttavia, come è intuibile, lo sforzo da parte dell’utente è enorme.

Per il momento, si tratta di un intervento in forma sperimentale che ha preso il via solo in Australia, paese il cui governo si è già dimostrato molto vicino alla problematica, lanciando un portale dedicato per fornire aiuto alle vittime di revenge porn. Facebook sta, attualmente, collaborando con l’Ufficio della Sicurezza online e sta marcando le prime linee guida di questo nuovo metodo.

Come riporta l’Australian Broadcasting Corporation, dopo aver compilato un apposito questionario fornito dall’ufficio e-Safety – che si occupa, appunto, di sicurezza online – all’utente “basterà” inviare su Messenger la propria foto di nudo.

Quest’ultima verrà etichettata come “immagine intima e non consensuale” ed è a questo punto che Facebook la trasforma in un’impronta digitale facilmente riconoscibile tramite intelligenza artificiale e altri software. 

Facebook dice che conserverà le foto (ma basta per fidarsi?)

A questo punto, a scanso di equivoci, è importante sottolineare che il social network non memorizzerà le originarie foto di nudo inviate dagli utenti ma ne archivierà solo le impronte digitali, necessarie al riconoscimento futuro delle immagini illegalmente diffuse.

Insomma, un esperimento che, in realtà, rappresenta molto di più. Un passo enorme per Facebook che definisce, ancora una volta, numerosi spunti di riflessione ed interrogativi su una questione così importante come il revenge porn, l’abuso di immagini private e tutto quello che gravita attorno al diritto alla privacy online e alla sua violazione.

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Stranger Techs, ovvero se in Stranger Things avessero lo smartphone

Ok, sono passate ormai alcune settimane dall’uscita della seconda stagione di Stranger Things, per cui diamo per scontato che ogni binge-watcher che si rispetti abbia ormai terminato tutti gli episodi. Una bella dose di anni ‘80 era proprio quello che ci voleva per rendere questo Halloween speciale!

Se Will e i suoi amici avessero uno smartphone…

Ed è proprio quel flavor nostalgico, quell’atmosfera retrò fatta di walkie-talkie e sale giochi, che sa conquistare i fan della serie. Anche perché, diciamocelo chiaramente, non sarebbe altrettanto interessante se le disavventure di questi ragazzini fossero ambientate ai giorni nostri. Perché? Be’, proviamo a immaginarcelo.

Attenzione però: gli spoiler in arrivo sono quelli della serie vera! Fan avvertirti…

Se avessero WhatsApp

Niente walkie-talkie: ve li immaginate i protagonisti della serie ai tempi di WhatsApp? Avrebbero un gruppo chiuso con l’immagine di Sottosopra come copertina, in cui Max cercherebbe disperatamente di entrare con ancor più scarso successo che nel gruppo reale (in fondo il numero di El sarebbe ancora lì, inutilizzato ma presente nella lista dei partecipanti).

E tutti quei momenti di panico dovuti al non sapere dove sono gli altri membri del gruppo? Non più un problema, con lo scambio della posizione su WhatsApp.

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Se ci fosse Google Maps

Vogliamo parlare dei disegni assurdi di Will? Il povero Bob forse sarebbe ancora vivo se la serie fosse ambientata ai tempi di Google Maps! Senza nulla togliere alla vena artistica di Will, non sarebbe stato più comodo puntare il dito sulla mappa e indicare direttamente il punto esatto in cui si trovava Hopper? Potevano anche mettere il pin

Se al posto della videocamera…

E quanto sarebbe stato comodo se i ragazzi avessero avuto lo smartphone per riprendere la loro sessione di “dolcetto o scherzetto”, invece della videocamera da spalla di Bob? Magari avrebbero anche involontariamente postato una ripresa di Sottosopra su Snapchat! L’unica difficoltà tecnica di Joyce per vedere il video sarebbe stata capire come funziona quell’app, che sembra così complicata alle generazioni sopra i trenta. Forse meglio su Instagram

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La torcia in uno swipe

Tuti i momenti più drammatici della serie dipendono sempre dalla mancanza di luce, lo avete notato? I personaggi si ritrovano Sottosopra e la torcia si scarica, si perde, e così via. Ah, se avessero avuto uno smartphone, uno swipe e… luce fu!

L’amore ai tempi di Stranger Things

Chissà come sarebbe nato l’ammmmore tra Lucas e Max oggi, con le sale giochi praticamente sostituite dalle app di gaming sui telefonini? Almeno lui e Dustin non avrebbero litigato.

“Hey Siri, chiama Joyce!”

Se solo Hopper avesse avuto un iPhone quando si trova in difficoltà Sottosopra, intrappolato dalle diaboliche radici: “hey, Siri! Chiama Joyce”, e si sarebbe risolto tutto in un attimo.

Basterebbe Internet…

Scoprire che Dart non era una creatura di questo mondo (se mai ce ne fosse stato bisogno, poi… ) sarebbe stato molto più semplice con l’accuratezza di internet. Una semplice ricerca sul web, una foto su Facebook per chiedere il parere degli amici o l’aiuto del potente e preciso software di riconoscimento immagini di Google Photo, avrebbero velocemente dato una risposta.

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Insomma, l’intera serie sarebbe molto diversa ai nostri giorni: persino la fase punk di El, si sarebbe probabilmente risolta in una fase hipster. Ve la immaginate con gli occhiali con la montatura spessa e la macchina fotografica appesa al collo e l’immancabile zainetto? Anche se il trucco colato da bad-girl le donava…

Tutta l’intera serie ai tempi nostri non avrebbe proprio senso, probabilmente. Che mistero ci sarebbe in tutto quello che capita ai protagonisti ai tempi di Facebook, in cui basterebbe un post per far sapere al mondo di Sottosopra? No no, quando si tratta di Stranger Things, molto meglio gli anni ’80!

Comunicare un politico. Piccolo vademecum per social media manager

È vero, il modo di fare pubblicità e di intendere il marketing con l’avvento del digital è cambiato radicalmente.
Probabilmente quando parliamo di social media e di comunicazione, la prima cosa che ci viene in mente è quella di collegare tutto ad un discorso strettamente legato alle necessità di un’azienda.

Campagne elettorali

LEGGI ANCHE: Così i social stanno cambiando per sempre il modo di comunicare la politica

Notorietà del brand, posizionamento, offerte, attività svolte, ricerca di nuovi clienti: sono solo alcune delle possibilità che nel corso del tempo sono state individuate e principalmente adattate al contesto digital e social, e presidiare tutti (o per lo meno quelli utili) i canali è fondamentale per non lasciare troppa libertà di movimento ai nostri competitor.

campagne elettorali

Prima e dopo Obama

Ma se col tempo ci siamo abituati all’idea di leggere il “volantino delle offerte” dei vari supermercati o del nostro marchio preferito sulle pagine social, da anni ormai anche un mondo che può sembrare ai nostri occhi vetusto e austero come quello politico ha dovuto allargare i suoi orizzonti verso una “nuova tipologia” di campagne elettorali: se una volta c’erano “solo” i manifesti, i comizi, i megafoni e il santino, adesso questi non bastano più.

Nel mondo superveloce (forse fin troppo) dell’iperconnessione, della sovrainformazione e della crossmedialità, il marketing politico elettorale ha dovuto (e saputo egregiamente) ritagliarsi spazio nel caotico mondo del digital marketing, dove sappiamo benissimo che tutto ciò che oggi viene considerato attuale può diventare magicamente vecchio in meno di 24 ore.

Il solco tracciato dalla prima campagna elettorale di Obama (2008 per intenderci) ha lasciato il segno nel modus operandi globale di intendere i media digitali come un ulteriore strumento di sussistenza e “propaganda” anche per quanto riguarda appunto contenuti elettorali.

Comunicare la politica sui social

Per quanto possa sembrare assurdo, riuscire a comunicare la politica attraverso i social non differisce molto (ovviamente entrando nel merito di competenze e conoscenze) con la comunicazione di un marchio commerciale, solo che in questo caso bisogna tenere ben in mente che in ogni caso ciò che si vende è “l’idea”, non la persona in se (Change di Obama, vi ricorda qualcosa?)

Campagne elettorali

Una delle dirette live dell’allora premier Renzi

Sì, tanto. Però ovviamente tutto deve essere fatto con razionalità e senza improvvisarsi “CuGGini” di turno.
Ovviamente ci sarebbe da parlarne per giorni e per articoli interi, però capiamo più o meno quali possono essere i punti di partenza:

Team

È importante capire dal principio che come per tutte le campagne di comunicazione commerciali, anche in una campagna elettorale un solo SMM senza un buon team alle spalle non può fare molto e il perché è presto detto (senza scendere troppo nei dettagli): strategia politica, copy, creatività, azioni offline e digital (quindi anche social) devono rientrare di pari passo in un sistema sinergico di attività che non devono in nessun modo essere incoerenti tra loro. Il rischio è quello di generare confusione poi nella gestione del processo finale di output (e quindi in poche parole combinare casini).

Vendere l’idea

Lo ripetiamo: occuparsi di comunicazione politica significa fare più o meno lo stesso lavoro di chi vende qualsiasi altra cosa online, infatti se per questi ultimi l’obiettivo finale può essere (tra le varie cose) la conversione in acquisto di un determinato prodotto, in campagna elettorale si spera sempre di riuscire a convertire il consenso riscosso sulle nostre piattaforme digitali in “voti sonanti”. Come fare? Il discorso è molto, molto lungo e potrebbe essere affrontato e sviscerato sotto numerosi punti di vista ma che può essere sintetizzato in questo frangente con l’identificazione da parte degli utenti con le idee.

Presenza, identità, obiettività

Prima di iniziare a lavorare sul reparto digital di una campagna elettorale in genere, bisogna pensare che uno dei problemi principali è dato soprattutto dallo scarso know how dell’utilizzo stesso dei Social Network da parte di quello\i che dovrebbero essere i nostri clienti, che spesso inconsapevolmente, possono commettere anche degli errori dettati dall’inesperienza e fornire agli avversari materiale prezioso con il quale controbattere.

È giusto quindi impostare un discorso più approfondito direttamente con il candidato in questione, scegliendo i canali giusti (ricordate, delle volte less is more soprattutto se fatto bene), approntare le strategie comunicative da utilizzare cucite su misura per il nostro candidato, per ogni social network scelto e quindi individuare un tone of voice e conseguente gestione delle interazioni sui canali, compiere una scelta ponderata sulle immagini da utilizzare, impostare una policy di utilizzo delle pagine social, avviare un processo “standardizzazione” del content prodotto per i nostri canali che non vada a cozzare con quelli presenti offline.

In due parole, bisogna essere perfetti (ovviamente l’errore umano è contemplato ma si rischia di concedere terreno ai nostri avversari) e coerenti con quella che è l’identità anche nella vita reale del nostro cliente (o altrimenti si rischia di trovarsi così)

Microtargeting

A chi si rivolgono i nostri messaggi? Beh, dobbiamo capire innanzitutto quali sono principalmente le fasce d’utenza più interessate o quelle sulle quali andare a cercare di rafforzare la nostra identità, differenziando il lavoro producendo in maniera “sartoriale” contenuti ad hoc per ogni segmento individuato.

Community

Una delle maggiori forze delle campagne elettorali sono i sostenitori: riuscire a cementare la presenza online del nostro candidato anche attraverso un lavoro di community management può facilitare molto il lavoro anche in termini di diffusione organica di contenuti in orari\segmenti della giornata diversi, o per tenere sempre aggiornati i nostri sostenitori sulle attività o sull’andamento della campagna in qualsiasi momento.

È anche importante ricordare che la campagna elettorale si vive anche offline, quindi quale miglior modo (oltre al circolo del quartiere) per riuscire ad impostare un passaparola efficace che possa garantire una massiccia presenza ad i nostri eventi? Gruppi, Newsletter, Chat Telegram e chi più ne ha, più ne metta: le possibilità per gestire la nostra community sono infinite.

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Cannes Lions, si cambia: perché il festival della pubblicità costerà (e durerà) meno

“Troppo costoso”. Così le società dell’advertising avevano etichettato ormai i Cannes Lions, il Festival internazionale della creatività rivolto ai professionisti che lavorano del settore pubblicitario.

E proprio in seguito a queste critiche la media company Ascential, proprietaria del Festival, ha presentato un ampio piano di rinnovo generale dei Cannes Lions, introducendo una serie di cambiamenti che permetteranno di semplificare la struttura e rendere l’evento più moderno per tutti i partecipanti.

Dopo l’annuncio anche Publicis Groupe, che salterà l’appuntamento del 2018 per sviluppare la sua piattaforma interna di intelligenza artificiale, ha annunciato che tornerà a Cannes nel 2019.

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Come cambieranno i Cannes Lions

Tra i cambiamenti che Ascential prevede di mettere in atto già per il 2018, innanzitutto un festival più breve e a un prezzo decisamente inferiore per le agenzie creative.

Questi i cambiamenti più significativi:

• il festival si svolgerà per soli cinque giorni (dal 18 al 22 giugno), invece dei soliti otto giorni.
• Il costo di un pass completo viene tagliato di 900 euro.
• Il festival introdurrà nove “tracce” che guideranno tutta la programmazione del festival e le stesse premiazioni.
Tre Lions vanno in pensione: Cyber, Integrated e Promo & Activation; mentre vengono aggiunti cinque nuovi Lions.
• Sono state rimosse più di 120 sottocategorie del premio.
• Una singola campagna potrà essere inserita al massimo in sei categorie e non più in modo illimitato.
• Il sistema dei punti sarà cambiato.
Lions Entertainment e Lions Innovation (i mini-festival che accompagnavano l’evento)  sono stati integrati nel festival principale.
• Anche la città di Cannes parteciperà attivamente al festival, garantendo prezzi convenzionati in molti alberghi e ristoranti per il 2018.

LEGGI ANCHE: Ecco i vincitori del Cannes Lions 2017

Diotallevi (ADCI): “Cambia il festival come cambia il nostro lavoro”

«I cambiamenti che Cannes ha apportato riflettono come sta cambiando il nostro lavoro. Negli ultimi dieci anni abbiamo visto almeno tre grandi rivoluzioni tecnologiche: internet, i social e il mobile. Ricordo che si faceva a gara al primo che utilizzasse in maniera creativa una determinata feature dell’ultimo ritrovato tecnologico», ha dichiarato a Ninja Marketing Marco Diotallevi, ADCI Ambassador.
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Se la decisione di Publicis, uno dei gruppi più prestigiosi nell’ambito dell’advertising, di non partecipare all’edizione del 2018 ha certamente inciso sulla spinta innovativa dell’evento del prossimo anno, Simon Cook, direttore dell’eccellenza creativa ai Lions di Cannes ha dichiarato che si è trattato di uno sforzo collettivo, stimolato da tutte le compagnie dell’industry.

In particolare il festival punta ora a dare maggiore rilevanza ai vincitori delle varie categorie che non alle short list.

«Oggi Cannes decreta la fine di quest’epoca puntando la luce non sul canale (è impossibile oggi pensare a una strategia che non coinvolga anche internet) ma sulle esperienze che regaliamo agli utenti. E non lo fa solo mandando in pensione le giurie Cyber, Media o Promo – continua Diotallevi -, ma descrivendo probabilmente le macro-aree dei brief del futuro: Reach, Communication, Experience e Entertainment. Una buona notizia per chi lavora sulle idee e sugli insight e non basa la sua esperienza sulla specializzazione in un singolo media».

Shopping natale mobile

Il mobile sorpasserà il desktop, anche per i regali di Natale

Con le festività dietro l’angolo, arriva il momento di pensare a quali regalini acquistare per amici e parenti e soprattutto a dove farlo. Le opzioni di acquisto sono diverse ma, come già avvenuto lo scorso anno, si prevede che la scelta per molti sarà quella di comprare online, risparmiando tempo e spesso anche denaro.

Dando un’occhiata ai numeri delle festività di novembre e dicembre 2016, infatti, emerge che gli acquisti online siano stati i prediletti, registrando una crescita ben 8 volte superiore rispetto a quelle nei negozi. Oltre a ciò, gli acquirenti hanno utilizzato il mobile come mai era accaduto in passato.

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mobile

Mobile o desktop: le previsioni per fine anno

Come ogni anno, il team di Adobe Digital Insights ha condotto una ricerca sulle visite di ben 4500 siti web di vendita al dettaglio, considerando più di 55 milioni di SKU (Stock Keeping Unit, vale a dire i codici identificativi degli articoli gestiti a magazzino). Dall’analisi dei dati, ecco quattro previsioni per quest’anno, valide per gli Stati Uniti, ma anche come anticipazione per il resto del mondo.

Spenderemo più di 100 miliardi 

Si supererà il traguardo dei 100 miliardi di dollari: la stima è di una crescita del 13,8% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, che porterà le vendite a raggiungere il super record di 107.4 miliardi di dollari. Un’ottima opportunità per i retailers che dovranno assicurare però delle esperienze online all’altezza delle aspettative dei clienti e dovranno essere in grado di gestire il boom del traffico tra novembre e dicembre.

Il Black Friday

I consumatori cercheranno l’affare: come d’altronde avviene ogni anno, i consumatori attendono novembre – in particolare l’ormai celebre Black Friday – per iniziare la caccia agli sconti. Più del 51% dei retailers infatti offrirà promozioni durante queste giornate, facendo impennare le vendite.

Si compra dai big

La gran parte delle vendite saranno dei colossi del retail: i big player sono cresciuti due volte più velocemente rispetto ai competitor durante la prima metà del 2017 e probabilmente domineranno anche le classifiche dello shopping prenatalizio.

Il sorpasso del mobile

Più della metà delle visite online sarà effettuata da mobile: nonostante gli acquisti online tramite desktop contino più dei due terzi del totale dei ricavi, il mobile è sempre più spesso lo starting point degli acquirenti. Per quest’anno, si prevede che le visite mobile saranno maggiori rispetto a quelle da desktop e questo potrebbe portare anche ad un aumento delle vendite direttamente da smartphone.