H2H marketing: come avvicinare la comunicazione aziendale alle persone

Ci hanno insegnato a pensare in ottica di B2B, business to business, e di B2C, business to consumer, ma in futuro si parlerà sempre più di H2H, human to human.

H2H, cioè?

La sigla serve a identificare un approccio, un modo di porsi nei confronti del marketing e della comunicazione. Parlando di H2H, non è più l’azienda o il consumatore a cui ci rivolgiamo, ma  la singola persona.

Human to Human significa letteralmente persona a persona. Parlare alle persone, rivolgersi a loro singolarmente, capire le loro necessità e trovare una risposta ai singoli bisogni è ciò che un’azienda dovrebbe fare.

Ma in quali momenti bisogna parlare alle persone?

Sempre.

È importante focalizzare l’attenzione sull’individuo come persona e non solo come consumatore. Da quando si decide la strategia di marketing a quando si imposta la singola newsletter o il post su Facebook, è sempre importante parlare alle persone.

La comunicazione rivolta alle persone non è solo un obiettivo ma un atteggiamento mentale.

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Rivolgersi alle persone

Proviamo a guardare la cosa da un altro punto di vista. Oggi il team di marketing si riunisce all’interno dell’azienda in cui lavori per definire la strategia e le azioni operative. Una delle parole più utilizzate sarà: target. Ogni decisione è presa in funzione del target, ovvero del gruppo di consumatori interessanti che possono tramutarsi in clienti.

Adesso è il momento di fare il passo in più e passare dal target alle personas e quindi, dai consumatori visti come un aggregato di analisi statistiche, alle persone fisiche descritte nel modo più dettagliato possibile fino a quando non prenderanno vita davanti noi.

Ogni personas è un profilo tipo che corrisponde a un gruppo di individui interessanti per il business, di solito se ne individuano tre o quattro.

Una tipologia di personas per un’azienda che produce vestiti ecologici per neonati, ad esempio, è Nina, neo-mamma tra i 28 e i 38 anni, lavora e vive in una grande città, è attenta alla moda, ma allo stesso tempo mette al primo posto il bene del bambino e da quando è diventata mamma cerca di avvicinarsi a un modo di vivere più slow e attento.

Nina è la personas a cui l’azienda deve rivolgersi.

Parla come mangi

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Basta con l’aziendalese, per favore.

Frasi come “la nostra azienda è leader di mercato”, “i nostri prodotti sono i migliori”, “offriamo servizi a trecentosessanta gradi” suonano familiari?

Se fossi tu a essere interessato a un prodotto e leggessi sul sito, sulla newsletter, o su una landing una frase del genere, che effetto ti farebbe? Suscita qualche emozione? Probabilmente la risposta è no. Calma piatta.

Invece l’obiettivo di un testo, di una pubblicità o di un’immagine è quella di fare centro. Per farlo bisogna intercettare i bisogni delle tue personas al momento giusto.

Basta, quindi, con le frasi fatte, che si adattano a qualsiasi contesto, ma che, alla fine, non vogliono dire niente.

Parla a Nina

Ma potrebbe essere Luigi o Pincopallo. Insomma, definisci la tua personas il più possibile nel dettaglio: genere, età, che lavoro fanno, che luoghi frequentano, cosa piace, cosa non piace, sono sposate, hanno dei figli, quali aspirazioni hanno, vanno in palestra…?

Più entri nel dettaglio più le personas prendono vita e più sarà facile parlare direttamente a ognuna di loro. Ricorda, le parole devono essere gustosi stuzzichini per chi legge.

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Torniamo al nostro esempio: l’azienda che produce abbigliamento ecologico per bambini. Nina, neo-mamma stanca e stremata ma felice, cerca su internet consigli su come cavarsela nel nuovo ruolo di genitrice e su quali prodotti acquistare per il bene del suo pargolo. È giovane, lavora e ha sempre amato la moda. Ha un bello stile, curato e cerca un brand che le assomigli e che parli la sua lingua. Da quando è diventata madre, non ha più avuto molto tempo da dedicare a se stessa, ma ora vorrebbe coccolarsi un po’.

Senti qua: “Per il tuo bambino e per te, vestiti morbidi, piacevoli da indossare, in fibra naturale, fatti in Italia”.

Invece che: “La nostra azienda produce abbigliamento per neonati in fibra organica, 100% naturale”.

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Come leggi nell’esempio qui sopra, già il semplice concetto aziendale può essere espresso in modo che sia più vicino a Nina e che Nina lo possa fare suo. Immagina quando tutta la comunicazione aziendale e le azioni di marketing ruoteranno attorno alle tue personas.

Ecco qualche consiglio per trasformare la comunicazione aziendale da B2C o B2B a H2H:

  • Definisci il pubblico di personas e parla a loro direttamente, elimina il voi, preferisci il tu anche se ti rivolgi ai professionisti

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  • Intercetta un bisogno o un problema specifico: uno alla volta. Fai leva sulle emozioniSchermata 2017-02-21 alle 18.45.08
  • Elimina l’aziendalese, le frasi fatte, generiche che vanno bene in un qualsiasi contesto e punta sulla concretezzaSchermata 2017-02-21 alle 18.46.09

 

  • Punta sulla necessità momentanea. Per esempio: qual è l’ora migliore per lanciare un annuncio di un ristorante take away? Hai pensato anche tu l’ora di cena giusto?
  • Definisci l’area geografica, soprattutto se la tua attività è circoscritta come nel caso del ristorante take away
  • Usa gli strumenti che Facebook e Google ti mettono a disposizione per creare annunci sempre più mirati e personali, come gli strumenti per scegliere il target e quelli di remarketing

L’ultimo suggerimento che è non smettere mai di fare ricerca e di studiare le tue personas, leggendo i commenti che ti lasciano i clienti e mettendo a punto questionari e sondaggi mirati. Un lavoraccio? Forse, ma è fatica ben spesa!

Dal social all’entertainment, dove punta il mercato delle app

Quali sono state le app che hanno avuto la meglio nel 2016?

Secondo un report dell’azienda di app intelligence Sensor Tower, la spesa che gli utenti degli Stati Uniti sostengono nell’acquisto di iPhone app è in costante crescita anno dopo anno, in particolare nel 2016 il settore che ha battuto tutti è quello delle app di entertainment. L’incremento della spesa per quel che riguarda servizi come Netflix, Hulu e HBO NOW, stando ai dati, aumenta del 130% anno dopo anno.

Intrattenimento e gioco: gli utenti USA spendono di più in app

Il fenomeno dell’abbandono della pay tv a favore di servizi di streaming trova nelle app di entertainment il suo completamento: HBO ha annunciato che la sua app HBO NOW è cresciuta di 2 milioni di abbonati, ha particamente più che raddoppiato la sua base di iscritti rispetto all’anno precedente. Per Netflix discorso analogo, il fatturato lordo dell’ultimo trimestre del 2016 ammonta a 58 milioni di dollari.

Techcrunch - Users spent more on apps in 2016, with games and entertainment apps leading the way

Techcrunch – Users spent more on apps in 2016, with games and entertainment apps leading the way

Naturalmente il trend crescente dei servizi di abbonamento relativamente alle app interessa anche altre categorie ma, in quanto a numeri, le cifre sono più basse. Ad esempio, sempre negli Stati Uniti, la categoria foto e video è cresciuta grazie all’aumento degli iscritti alla versione a pagamento di YouTube, YouTube Red.

Allo stesso tempo anche il versante social network vede un aumento degli iscritti per abbonamento. In che senso? Pare che questo dato faccia in primo luogo riferimento al servizio di abbonamento messo a disposizione nei primi mesi del 2015 da Tinder, la più nota dating app. Il che è tutto dire ma ricordiamoci che stiamo descrivendo il mercato americano.

Tra i settori in crescita per abbonamenti non poteva mancare la categoria musica, con una crescita da 3.40$ a 3.60$ grazie al successo delle top apps Spotify e Pandora con le loro vaste offerte di abbonamento.

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Closeup on a man’s hands as he is sitting on a sofa and using a smartphone

Ma attenzione perché il re indiscusso in ambito app subscrition si riconferma il settore del game: nel 2016 ha l’80% del fatturato generato dall’App Store. Negli U.S.A. nel 2016 è stata stimata una spesa di 27$ da dispositivo iPhone in questa categoria, praticamente ogni utente ha speso circa 2$ in più rispetto al 2015, il che non è poco.
Tutto positivo, è vero, ma è necessaria un’osservazione: anche se questa categoria regna su tutte, ha registrato un lieve calo per quanto riguarda il numero di app download ovvero, la cifra spesa è aumentata ma è diminuito il numero di app su cui questo denaro è impiegato. Una contrazione che molto probabilmente va fatta risalire al fenomeno Pokémon Go, davvero rilevante.

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In generale per quanto riguarda il dato sul download app, il 2016 ha portato con sé un lieve calo su tutti i fronti ma il fatturato è aumentato, dunque questo implica che farsi strada in questo ambiente non è facile e i nuovi arrivati hanno di fronte a sé una strada piuttosto tortuosa per raggiungere il successo. Più facile si dimostra il cammino per le app già da tempo consolidate.

Più chat e meno navigazione per gli utenti italiani

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Anche nel Bel Paese scopriamo dati interessanti e per certi versi un po’ preoccupanti. Stando ai dati di Comscore, se nel 2003 l’Italia aveva il primato assoluto sulla penetrazione dei telefonini, oggi quel dato che sfoggiavamo con successo non ci riguarda più: il possesso di smartphone è al 73%, in classifica ci troviamo dopo Inghilterra (75%), Stati Uniti (80%), Spagna e Francia (82%) e Germania (85%).

Fin qui, non dobbiamo preoccuparci molto. Un po’ più rilevante è il dato che descrive l’uso che di questi smartphone ne facciamo. Da una ricerca sui dispositivi Android e stando alle parole di Fabrizio Angelini, a capo di Comscore, abbiamo ormai barattato l’uso del Web da pc con l’uso da mobile, solo che non navighiamo più. Gli smartphone nelle nostre mani assolvono a due funzioni principali: social network e chat. Per fare due nomi a caso: Facebook e Whatsapp.

Il fenomeno del video streaming è anche italiano ma sempre in coda rispetto allo scambio di commenti via chat o social. Spendiamo il 65 % del nostro tempo tra social network e chat. Riserviamo solo il 3% a news e ricerche online.

Dunque se negli Stati Uniti la prima categoria è l’intrattenimento nelle sue varie forme, in Italia al primo posto ci sono le chat. Lo avresti mai detto?

Growth Hacking

Strategie di Growth Hacking per ogni business

Far crescere un business non è cosa facile: è necessario soddisfare i propri clienti ogni giorno, cercare di renderli fedeli ed allo stesso tempo provare ad acquisirne di nuovi. A tal proposito ci viene in aiuto il Growth Hacking, un settore più specifico  del marketing di cui sempre più spesso si sente parlare e che consiste nell’applicare strategie di marketing non convenzionale per avere successo e crescere più velocemente.

Oggi ti accompagniamo nella scoperta di alcune strategie di Growth Hacking con piccoli suggerimenti che ogni business può implementare.

Sii attivo al momento giusto

Strategie di Growth Hacking per tutti i business

L’inizio della settimana è tipicamente il momento migliore per catturare l’attenzione delle persone, per questo sarebbe meglio programmare i propri contenuti e pubblicarli tra il martedì e il mercoledì.

Ovviamente non si tratta di valori assoluti e come sempre, è bene analizzare attentamente la propria audience per capire quali siano i momenti in cui le persone sono più attive.

Mantieni visibile l’iscrizione alla newsletter

Posiziona l’invito a ricevere comunicazioni e newsletter nella parte alta della pagina. Si può scegliere tra un opt-in statico o dinamico, tenendo sempre in considerazione l’usabilità anche per coloro che visitano il sito tramite smartphone o tablet.

Strategie di Growth Hacking per tutti i businessLEGGI ANCHE: Email Marketing: come ottimizzare DEM e Newsletter?

Incorpora i contenuti dei social sul sito

Inserire tweet o altro contenuto social direttamente nel proprio sito è un’ottima maniera per costruire un sentimento di fiducia. Infatti, le recensioni e le opinioni di altri consumatori sono percepite più affidabili se è possibile risalire in maniera facile alla loro fonte.

Attento ai broken link

I link sono di vitale importanza quando si parla di SEO. Un broken link è un collegamento che conduce ad una risorsa non disponibile e quindi gli utenti che vi cliccheranno andranno incontro ad un messaggio d’errore. Ciò rappresenta ovviamente un problema che però può essere risolto monitorando costantemente i link all’interno dei propri contenuti.

Growth Hacking

Connettiti con gli influencer

Ogni settore ha delle persone che esercitano una certa influenza sugli altri, le cui opinioni ed esperienze sono fonte d’interesse ed ispirazione. Cerca di raggiungere questi influencer e offri loro sconti o campioni omaggio in cambio di promozione.

Migliora la user experience per i nuovi clienti

I nuovi clienti hanno dei bisogni differenti rispetto ai clienti abituali e sono molto più critici: è essenziale riuscire a soddisfare le loro aspettative se non superarle. In caso di una prima transazione poi, cercate di continuare a fornire contenuti per mantenere il rapporto attivo.

growth hacking user experience

Growth Hacking: fallo ora!

Questi sono solo alcuni dei consigli che possono aiutarti a far crescere la tua impresa ma è bene sottolineare che per avere successo non è sufficiente applicare meccanicamente qualche concetto appreso in un articolo o su un libro. Sperimentare, ascoltare casi di studio e mettersi alla prova sarà il miglior metodo di apprendimento.

Inizia a pensare out of the box, approfondisci l’argomento e metti in gioco le tue idee innovative per catturare l’attenzione del tuo target.

Scopri le tecniche e gli strumenti per ampliare il business ed ottimizzare le campagne nel Corso Online in Growth Hacking & Performance Marketing di Ninja Academy (formula Online + LAB): a 25 ore di didattica online puoi abbinare 16 ore di aula pratica a Milano

Week in Social: stories, stories ovunque!

Buongiorno cari Ninja e ben trovati con il consueto appuntamento della Week in Social, la rubrica che esplora tutte le novità della settimana. Pronti, partenza, via!

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Storie su WhatsApp

Un’ottima annata per essere una story.
È di qualche ora fa l’aggiornamento di WhatsApp che, dopo resistenze nemmeno troppo evidenti, converte una delle app per l’instant messaging più usate al mondo agli aggiornamenti in tempo reale sui social (e in effetti, mancava solo lei).

Per già molti utenti da qualche giorno è possibile aggiornare gli status tramite le stories, che scompaiono dopo 24h, esattamente come accadde già per Instagram e anche per Facebook (da appena qualche giorno). Insomma, sono arrivate le WhatsApp Stories. Facebook aveva già lanciato l’aggiornamento che lo vedeva omologarsi a questo template e così anche WhatsApp non ha tardato ad omologarsi.

La domanda è, perché? Sicuramente dietro l’aggiornamento c’è una strategia di marketing. L’upload delle storie potrebbe infatti permettere e semplificare il processo di inserimento di inserzioni all’interno dell’app. Questa è solo una sensazione, ma sicuramente la porta in tal senso è semi aperta. L’aggiunta delle Stories (o aggiornamenti di Stato) così come è successo sul social network per Facebook non è certo un modo mero e puro di impicciarsi degli affari degli altri, ma sembra far parte di un piano di marketing più ampio che, si sa, vede al centro le inserzioni. Voi che ne pensate? Siamo troppo maliziosi noi?

Sicuramente, lo strumento delle Stories permette un maggior coinvolgimento da parte dell’utente, anche se gli si proponessero delle inserzioni, che produrrebbero quindi un maggior engagement rispetto al banner pubblicitario classico. Non per niente questo metodo è già stato ampliamento collaudato dai brand su Instagram. Per ora non è niente di certo, ma poi non dite che non vi avevamo avvisati…

Instagram e gli album

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Il social network per la condivisione fotografico per eccellenza continua i suoi aggiornamenti per rendere i contenuti sempre più interattivi e coinvolgenti nei confronti degli utenti: è di qualche giorno fa l’aggiornamento che consentirà di pubblicare degli album su Instagram.

Fino a dieci foto o video, visualizzate come fosse un vero e proprio album fotografico all’interno di un singolo post. L’assetto visual non si differenzierà molto da quello a cui siamo abituati, ma la sensazione è che ci sia posti come obiettivo quello di semplificare la fruizione dei contenuti per dare un senso di continuità all’utente, che sarà messo nella condizione di poter raccontare meglio un singolo episodio della sua giornata attraverso più contenuti multimediali.

Facebook Stories

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Dopo un esordio a singhiozzo delle Stories su Facebook (sempre loro), che si propongono come sostitutivo definitivo di Snapchat, sia per la presenza dei filtri simpatici, sia per l’assetto generale dell’applicazione, chiudiamo in bellezza con una novità #nopovery: la nuova funzione Facebook che permette di inviare denaro a livello nazionale Via Messenger, ma solo agli utenti negli Stati Uniti. A rendere possibile questa operazione, la start-up londinese TransferWise, creatrice di un chatbot finalizzato a questo scopo.

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Questo chatbot consentirà agli utenti di inviare denaro ai propri contatti da e verso gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia e la Gran Bretagna. Oltre all’invio di somme di denaro, questa applicazione potrà essere utilizzata anche per impostare avvisi di scambio.

Per questa settimana abbiamo concluso, ma questo 2017 si sta già dimostrando ricco di novità social, che non vi resta che scoprire ogni settimana nella nostra #weekinsocial!

fashion

Che rapporto hanno i fashion addict con i social media?

Che rapporto c’è tra i social media e i fashion addicted? Se lo sono chiesti Doxa e Facebook, che hanno svolto una ricerca per analizzare le opportunità dei due grandi social di Mark Zuckerberg, Instagram e Facebook, per le aziende del mercato del fashion.

L’analisi è stata svolta in tre fasi distinte: prima, durante e dopo la Milano Fashion Week di settembre 2016 su campioni differenti accomunati dalla passione per la moda e i dati sono stati studiati confrontandoli anche con quelli dell’edizione dell’anno precedente dello stesso mese.

Lo studio in tre step è stato fatto per concentrarsi principalmente su tre grandi aree: i canali informativi della moda, ovvero l’awareness che questo mercato ha nei confronti del target analizzato; gli aspetti emozionali di chi segue la MFW e il comportamento di fruizione della settimana della moda dopo averla vissuta.

La moda è donna

Che rapporto hanno i fashion addict con i social media

Secondo la ricerca, l’identikit degli appassionati di moda è per il 61% donna, in media trentenne e “mobile-first”, ovvero utilizza il suo smartphone per seguire la Milan Fashion Week e in generale come prima porta di accesso al web.

Social addicted

Che rapporto hanno i fashion addict con i social media

Le appassionate di moda seguono la settimana della moda principalmente via TV e Facebook, canali seguiti dal social delle immagini Instagram. Una grande opportunità quindi per le aziende che possono ottenere una interazione in tempo reale tra i loro contenuti e il target. Il campione analizzato ha dichiarato di usare regolarmente Facebook (87%), YouTube (48%), Instagram (41%) e Twitter (36%) e su questi media parla di moda (76%). Ma soprattutto un dato interessante per le società che sapranno sfruttare queste informazioni è che il 64% degli intervistati segue brand di moda su Facebook e il 61% su Instagram.

Milan Fashion Week

Chi non conosce la MFW non ha probabilmente mai sentito parlare di moda. L’evento è infatti il più noto tra tutti gli eventi di moda e le fashion week: un vero e proprio riferimento per gli appassionati del settore. Alla domanda “quali eventi di moda conosci”, infatti, il 42% del target ha risposto spontaneamente indicando la settimana della moda milanese e il 24% Pitti Firenze. Si è invece drasticamente abbassata la percentuale di risposte per gli eventi internazionali come, ad esempio, la London Fashion Week. Gli stessi intervistati, sollecitati, hanno poi ammesso di conoscere altri eventi di moda, come si nota nel grafico sottostante.

Che rapporto hanno i fashion addict con i social media

Video

Nello studio è inoltre emerso che tra i bisogni del campione c’è quello di essere stimolato all’engagement e all’entertainment, esigenza coperta perfettamente dai social network che permettono all’utente di sentirsi parte integrata di un evento, soprattutto grazie a contenuti visivi. Tra tutti, i video hanno la meglio sia davanti che dietro le quinte: il loro ruolo chiave è dato dal fatto che permette di catturare molto l’attenzione (oltre il 65% del target ha visto un video sulla settimana della moda su Facebook) dei propri utenti.

LEGGI ANCHE: Lo shopping su Instagram: ecco come lo hanno testato i brand

Obiettivo “follow & shop”

Che rapporto hanno i fashion addict con i social media

Insomma, dati da non sottovalutare se vi occupate del digital di un brand di abbigliamento o accessori. Soprattutto perché l’85% degli intervistati, alla fine, ha dichiarato di essere propenso, nei prossimi mesi, all’acquisto di prodotti di uno dei marchi che ha iniziato a seguire da poco!

E i vostri brand di moda sono pronti a cogliere le opportunità che il mercato sta offrendo?

L’importanza della filosofia morale e dell’etica nello sviluppo delle Intelligenze Artificiali

Le potenzialità per lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale sono ancora in una fase embrionale e noi (gli umani) ancora nel primo stadio del ciclo di adozione di tecnologie così avanzate.
Esattamente come un bambino, anche nel percorso di crescita delle AI ci sono stati e ci saranno inciampi, cadute e straordinari successi. Ma cosa potrebbe succedere nel futuro?

LEGGI ANCHE: da ELIZA ad Alexa, come si è evoluto il panorama dei Bot

Vecchie paure

Intelligenza Artificiale: avrà una sua etica?

Quando una nuova tecnologia si affaccia alla platea del quotidiano c’è chi solleva presunti dubbi sulla sua eticità, su quello che potrebbe succedere se la parte “cattiva” ne prendesse il sopravvento. Ma se siamo, per ora, sopravvissuti ai risultati del Progetto Manhattan e all’inverno atomico di “The Day After”, faremo lo stesso con Skynet, Matrix e Roy Batty?

Lo scenario predetto solo dai più illuminati scrittori e registi di sci-fi e cyberpunk si presenta oggi a noi sotto mentite spoglie? Sarà la servizievole voce di Siri a soggiogare l’umanità e provocarne l’estinzione?

Epic Fail

Intelligenza Artificiale: avrà una sua etica?

Un esempio da sacrificare all’altare dei disfattisti è l’epic fail di Tay, il chatbot IA di casa Microsoft, dato alla luce e messo offline in poche ore dopo che su Twitter si era prodigato in commenti razzisti. Ma come avrebbero potuto evitarlo? Esattamente come si dovrebbe fare con i bambini, insegnandogli le buone maniere. Nello stesso modo ingegneri e developer dovranno preoccuparsi di insegnare agli algoritmi di machine learning, valori e norme sociali.

Filosofia: una, nessuna, centomila

Insegnare alle macchine la filosofia quindi. Giusto, ma quale? Dopo migliaia di anni gli esseri umani non hanno ancora imparato a convivere tra loro, a far convergere religioni e filosofia appunto, quale di queste dovremmo insegnare alle IA?

Proviamo a “filosofeggiare” meno e porre un esempio più concreto, come quello di decidere tra la vita e la morte in caso di incidente inevitabile e insegnarlo ad un’automobile self-driving.
Uno scenario, ad esempio, dove questo veicolo abbia solo due scelte, non colpire il pedone scegliendo di far morire il proprio occupante nell’incidente o viceversa, salvare il viaggiatore colpendo il pedone. Quale vita è più importante preservare, quella del passeggero o quella del pedone?

Tu cosa sceglieresti? Nello stesso modo anche le culture mondiali divergono su questo tema.

Ma soprattutto, compreresti e utilizzeresti un auto programmata per sacrificare il suo passeggero e che non puoi controllare direttamente? Diventerebbe una Tesla, ad esempio,  supremo giudice etico rivelando quindi anche gli orientamenti di chi l’ha costruita?
Si pone qui il tema della necessità di trasparenza oltre che di un contributo etico.

Come hanno reagito i colossi dell’Hi Tech

Intelligenza Artificiale: avrà una sua etica?

Lo scorso settembre Google, IBM, Microsoft, Amazon e Facebook hanno siglato l’accordo “Partnership on Artificial Intelligence to Benefit People and Society” per condividere una lista di Best Practices che coinvolge, l’etica, la trasparenza e soprattutto le policy in merito alla privacy da seguire nello sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, un passo proattivo di autoregolamentazione dell’industria Hi-Tech.

La possibile deriva delle IA è un pericolo sul quale si è interrogato anche Stephen Hawking per cui:

lo sviluppo di una piena intelligenza artificiale potrebbe significare la fine della razza umana.

Il Signor Tesla, aka Elon Musk, ha invece finanziato il Future of Life Institute (FLI) che ha l’intento di garantire che l’Intelligenza Artificiale non porti all’estinzione la razza umana. Ma sarà sufficiente un’organizzazione filantropica a difenderci?

I campi in cui l’Intelligenza Artificiale è già applicata sono ormai molteplici: trasporti, telecomunicazioni e media, settore sanitario e finanziario e customer care ma la corsa alle “macchine intelligenti” continua.

L’umanità, o meglio le conoscenze scientifico-tecnologiche acquisite da una parte di essa, si trovano ad una svolta cruciale, un punto così alto di conoscenza da poter scatenare un cambiamento senza precedenti che sarà guidato proprio dalla IA.

Netflix e la campagna splatter della serie Santa Clarita Diet

La campagna di lancio della serie con protagonisti Drew Barrymore e Timothy Olyphant è sicuramente molto creativa e trasmette precisamente i valori del brand (in questo caso del prodotto televisivo, e della sua bizzarra trama).

Riprendendo infatti il trend visuale del “foodporn” – ve ne abbiamo parlato anche qui – gli annunci rivisitano alcuni dei piatti tipici che ogni giorno decine e decine di brand del food ci propongono su Facebook, Instagram e gli altri social.

Una rivisitazione “zombie” e decisamente splatter che molti passanti a Berlino non hanno gradito.

Pare infatti che Netflix sia stata costretta a ritirare l’annuncio in Potsdamer Platz che reinterpretava uno dei piatti tipici berlinesi: il currywurst, in questo caso fatto di dita umane.

Neanche la pianificazione geolocalizzata è stata gradita. In Spagna l’affissione rappresentava una bella brocca di sangria (o altro!?!).

Dando uno sguardo all’intera campagna sembra proprio che le creatività scelte e pianificate tra le strade tedesche e spagnole siano abbastanza “light”. L’operazione è stata declinata a livello internazionale, dal Messico al Brasile. Firma l’agenzia And Company di Los Angeles.

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Credits:

Advertising Agency: And Company, Los Angeles, California
Creative Director: Andrew Irving
Art Director: Steve Chan Copywriter: David Saltzman, Andrew Irving
Photographer: Jose Hernandez

Le agenzie spaziali governative più attive nell’universo… social

Come si comunica online la ricerca spaziale? Come è possibile raggiungere un vasto pubblico con argomenti scientifici e complessi come quelli riguardanti l’universo?
Ieri l’annuncio straordinario della NASA: a una distanza di circa 40 anni luce dalla Terra, attorno alla stella Trappist-1, più piccola e fredda rispetto al Sole, orbitano sette pianeti simili al nostro, tre dei quali potrebbero ospitare la vita come la conosciamo. Per dirlo al mondo, la NASA ha sfruttato anche i canali social, come ad esempio la diretta della conferenza stampa con Facebook Live, o meme (e spoiler divertenti: “NOT aliens”) su Twitter per lanciare l’evento con l’hashtag #askNASA.

Dopo una ricerca sui principali social network, le agenzie spaziali più attive online sono due sovranazionali, la NASA e l’ESA (Agenzia Spaziale Europea), e alcune nazionali, come l’italiana ASI, la russa Roscosmos, quella canadese, quella britannica, l’indiana ISRO, quella degli Emirati Arabi, e la giapponese JAXA. Nel settore privato Space XVirgin Galactic.

Le agenzie spaziali governative più attive nell'universo... social

La NASA e l’ESA

La NASA è presente praticamente in ogni social network. I canali più attivi sono Facebook (dove oltre alla pagina principale, ne ha circa 50 dedicate a missioni o offerte di intrattenimento specifiche, come NASA 360°), Twitter, Instagram, YouTube e Snapchat.

Stessa cosa per l’ESA, che trova in Facebook e Twitter i principali alleati social per disseminare cultura scientifica e passione per lo spazio.

La differenza tra le due agenzie spaziali riguarda il tono utilizzato per i post. La NASA cerca di incontrare il pubblico con un linguaggio più amichevole e utilizzando spesso emoji. L’ESA preferisce mantenere una certa autority, puntando molto su fotografie ad alta qualità.

La Roscosmos e la Canadian Space Agency

La Roscosmos, presente su VKontakte, Facebook, Twitter, Instagram, YouTube, Flickr e un altro social russo, OK, utilizza solo la lingua madre per i suoi post online. Soltanto il sito web ha la possibilità di passare alla lingua inglese. Il seguito in quanto numero di fan su Facebook e Twitter non è elevato, ma l’engagement si mantiene sempre su alti livelli. Grande seguito, invece, su Instagram.

 

La Canadian Space Agency utilizza i social ispirandosi alla NASA, ma con un linguaggio più simile a quello dell’ESA. Molti i contenuti multimediali, soprattutto video e GIF. Utilizzano spesso la narrazione del dietro le quinte, ossia della preparazione di lanci, viaggi e allenamenti degli astronauti.

ISRO, Indian Space Research Organisation

Con una pagina Facebook con quasi 1,5 milioni di fan, e il canale Twitter che conta quasi un milione di follower, la ISRO è una delle agenzie spaziali governative più seguite. Soltanto due canali social, ma ben gestiti. La produzione di grafiche e fotografie di qualità non è esattamente il loro forte, ma grazie a spiegazioni approfondite e dal linguaggio semplice, la ISRO è in grado di coinvolgere migliaia di persone ogni giorno.

Uk Space Agency e UAE Space Agency

Le agenzie spaziali di Gran Bretagna e Emirati Arabi hanno molto in comune in quanto a comunicazione sui social network. La prima utilizza principalmente Facebook, Twitter e YouTube; la seconda aggiunge Instagram. Il copy di ogni post non supera mai le due righe, e non vengono utilizzate mai emoji. Si  punta molto su fotografie ad alta qualità, infografiche, video Live, e il racconto del lavoro attraverso gli occhi di scienziati e ricercatori.

La giapponese JAXA

JAXA utilizza solo l’idioma giapponese sui suoi canali social: Twitter, Facebook, Google + e YouTube. Su Facebook, il numero dei fan è di circa 40 mila unità, e l’engagement è abbastanza basso, con poco più di 3 mila utenti di media. Sulla pagina del social saltano all’occhio le meravigliose fotografie spaziali, poiché la maggior parte dei post è costituita da solo testo.

L’Agenzia Spaziale Italiana

L’ASI, presente su Facebook, Twitter e YouTube, ha un’ottima gestione dei canali social. La pagina Facebook, ad esempio, con quasi 40 mila fan, ha un alto engagement e offre sempre contenuti e spunti di qualità.

Space X e Virgin Galactic

Space X ha una pagina Facebook 12 volte più grande, in quanto numero di follower, rispetto a quella di Virgin Galactic. La mission di Space X è decisamente virale: immaginare e poi guardare un razzo che torna sulla Terra appoggiandosi delicatamente al suolo è qualcosa che lascia di stucco, che senti il dovere di condividere. In quanto ad abilità di gestione social, però, le due agenzie si equivalgono: empatia con la community, contenuti di qualità, storytelling dei processi di lavoro e ricerca.

Ora è il momento di tornare sulla Terra, un po’ come Space X.

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Diesel, Nike e l’Advertising Culture per fare la differenza

L’ultima campagna di Diesel, basata sul concetto di diversità, non può che suscitare una serie di riflessioni su uno degli ideali più utilizzati, a livello business, quando si tratta di evidenziare una strategia o un’idea vincente, tale da creare un vantaggio competitivo.

Diversità, cioè fare la differenza.

Ma la differenza è davvero sempre percepita come un elemento positivo? Basterà pensare a quando classifichiamo le persone come “diverse”. Non sempre purtroppo, quando si porta l’argomento da una strategia ad una cultura, il concetto è percepito in modo positivo.

La diversità presuppone invece un cambiamento, anche di pensiero e, soprattutto a livello di comunicazione e marketing, sta prendendo un’accezione sempre più positiva e sta diventando un’opportunità da cogliere.

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Da un punto di vista strategico, i brand hanno a che fare sempre di più con target e persone eterogenee, e non è più possibile racchiuderle in classificazioni forzate senza cadere nello stereotipo di genere. Da un altro punto di vista, un marchio che si preoccupa di dare voce al concetto di rispetto delle diversità, come nell’ultima campagna “Make love nota walls” di Diesel, amplifica il messaggio e porta le persone a riflettere in modo consapevole.

L’Advertising Culture sta prendendo sempre più piede nel panorama internazionale: ciò accade dal momento che spesso video o campagne pubblicitarie, che riprendono un messaggio culturale, comunicano ai consumatori non solo la cultura aziendale ma anche il fatto che sono sempre più orientate al consumatore e, dunque, alla personalizzazione.
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Soprattutto dopo l’elezione di Trump e le nuove misure legate all’immigrazione, numerosi brand hanno iniziato a comunicare in modo più attivo quanto sia importante riconoscere ed apprezzare le diversità: IKEA, già da diversi anni, standardizza sempre di più i prodotti e riconosce che gli stessi vanno bene per ognuno di noi, indifferentemente dal colore della pelle o da ogni tipo di status sociale e religioso.

Seguendo il trend del nuovo modo di esprimere ai consumatori il proprio pensiero riguardo all’essere diversi, due brand in particolare hanno colto il senso di questo nuovo modo di comunicare, catturando l’attenzione dei Millennials, più sensibili e spesso più aperti alle diversità.

Nike: “We can be equals everywhere”

https://youtu.be/43QTjFCPLtI

Nike ha deciso di utilizzare il concetto di sportività e uguaglianza sul campo per promuovere il comportamento sportivo ed il rispetto verso il prossimo anche al di fuori di un campo da basket o da tennis.

Il concetto che Nike desidera sottolineare è che una linea di un campo sportivo non è una barriera, superata la quale le diversità esistono o meno, ma che gli stessi valori professati nello sport devono essere portati avanti anche nel quotidiano.

Diesel: “Make love not walls”

Diesel associa il pregiudizio nei confronti delle diversità alla creazione di muri tra le persone.

L’idea del muro è molto attuale, anche all’interno dell’attuale panorama politico, e il brand, con il fotografo David LaChapelle, sceglie un gruppo di ballerini, ognuno rappresentante di un diverso tipo di cultura o orientamento religioso e sessuale, per abbattere ogni tipo di pregiudizio, con il messaggio generale che creare barriere costruisce incomprensioni.

Oltre ad annunci e spot, la campagna ha previsto anche la creazione di un evento a tema a Londra, molto apprezzato a livello internazionale.

Eliminare le incomprensioni, ma non le differenze, vuol dire creare l’avvicinamento e una migliore sintonia tra culture, anche quella dell’advertising.

“Arricchiamoci delle nostre reciproche differenze”.

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La nuova feature social di Google Maps

Per Big G l’aspetto social è sempre stato un elemento fondamentale e integrante del core business. Google Plus, Google Spaces, e ora una nuova feature di Google Maps, che rende l’app sempre più social-friendly e adatta alla condivisione.

The Verge ha ipotizzato anche che, con quest’ultima novità, Google stia cercando di trasformare l’app in un vero e proprio social. Forse i tempi sono prematuri e l’ipotesi un po’ azzardata, ma le caratteristiche introdotte non sono poi molto lontane da quelle di un social vero e proprio.

Vediamo subito di cosa si tratta.

La nuova feature “social” di Google Maps

Google Maps ci consente ora di creare e salvare liste di posti, condividerle e seguire quelle degli altri (se le condividono con noi).

Quante volte, in effetti, ci è capitato di segnare su post-it vaganti (e poi naturalmente naufragati chissà dove), una serie di posti o attività che magari avevamo selezionato per una cena o una gita fuori porta? E quante volte ci ritroviamo con gli amici a decidere dove andare per l’aperitivo, rimbalzando dalla search di Google, al sito del locale, fino alla chat di WhatsApp o Messenger per condividere i vari link? La nuova feature di Google Maps potrebbe venire in nostro aiuto, consentendoci di fare tutto senza uscire dall’app.

Come funziona? Semplicissimo.

Quando vuoi aggiungere un posto alla tua lista, cliccaci sopra, poi vai su Salva e aggiungilo ad una delle liste predefinite (al momento puoi scegliere tra Preferiti, Da visitare e Luoghi speciali) o nella tua nuova lista personalizzata.

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Quando decidi di condividere la lista, puoi semplicemente poi andare sull’icona di Condivisione, creare il link e poi decidere su che piattaforma condividerlo (social, app di messaggistica, email, sms, testo). Da Opzioni (i tre puntini in alto a destra, su Android), puoi poi decidere se rendere privata la lista (lo è di default), condividerla tramite link come già visto, oppure se renderla proprio pubblica: significa, in questo caso, che chiunque potrà visualizzare la tua lista nella Search di Google e sul tuo profilo pubblico.

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Per ritrovare poi le tue liste, vai su I tuoi luoghi dal menu principale di Google Maps. Troverai le tue liste sotto il tab Salvati. Inoltre, i singoli posti che hai aggiunto alle liste saranno indicati sulla mappa, ogni qualvolta ti troverai nelle vicinanze.

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Anche i posti delle liste che segui compariranno su Google Maps – sia da desktop che da mobile, e anche in modalità offline. Come consiglia proprio Google, questo ci permetterà ad esempio di scaricare la mappa con le nostre tappe in anticipo, e consultarla anche offline all’occorrenza (magari durante un viaggio all’estero, perché no, visti i costi della connessione dati).

Dopo aver mappato il mondo, adesso Google chiede a noi di creare le nostre “mappe personali” e di condividerle. E forse è molto più social di tante altre “storie” (ma questa è davvero un’altra storia).