eCommerce: cosa ci insegnano i 25 miliardi di vendite in un giorno di Alibaba

Anche voi avete celebrato il Singles’ Day lo scorso 11 novembre? Tranquilli, non bisogna essere single orgogliosi per festeggiare visto che stiamo parlando dell’evento di shopping online più famoso in Cina da otto anni a questa parte. Per un Paese che vanta nella sua tradizione culturale festività tra le più antiche e radicate della storia questa dell’11 novembre sembra praticamente una barzelletta, ma osservando gli hot trend su WeChat e soprattutto i numeri che ogni anno produce dobbiamo proprio ricrederci.

Cos’è il Singles’ Day?

Nonostante se ne parli dal 1993 la storia sulla nascita del Singles Day non è certa al 100% . La teoria più in voga racconta però di un gruppo di quattro studenti dell’Università di Nanchino ritrovatisi a discutere su come liberarsi della solitudine e monotonia della vita da single. La soluzione? Un anti-San Valentino, ossia, il Singles Day o festa del doppio 11 (quale altra data meglio di 11/11 poteva rappresentare graficamente quattro single?).

来!给你们听一首欲罢不能的歌
Negli anni 2000 il Singles Day era già una festività più che in voga tra i giovani che ben presto avrebbero brindato alla loro solitudine senza nemmeno dover uscire di casa grazie al colosso eCommerce Alibaba che nel 2009 lancia i primi deal online con sconti e offerte per l’11 novembre. Bell’affare per Alibaba pioniere del più grande evento di shopping online della Cina (e quindi quasi del mondo intero) che quest’anno ha raccolto cifre da record: 168,2 miliardi di RMB (quasi 22 miliardi di euro, il 40% in più dell’anno scorso) una cifra quattro volte più grande rispetto al fatturato del Black Friday e del Cyber Monday.

Qualche altro numero per farvi strabuzzare gli occhi: 140 mila brand partecipanti, 15 milioni di prodotti in offerta, 812 milioni di transazioni eCommerce e 1,27 miliardi di euro di pagamenti attraverso Alipay (di cui il 90% solo su mobile). I consumatori “middle-class” cinesi sono più di 500 milioni e nel 2016 hanno speso l’equivalente di 4 trilioni di euro solo nel retail marketing e le previsioni per i numeri dell’ eCommerce raccontano una storia ancor più sbalorditiva: per il 2020 si stima che la Cina totalizzerà cifre pari al 60% dell’eCommerce globale.

WeChat è il mezzo di comunicazione e vetrina online per il Singles Day

Chi per curiosità o per lavoro ha a che fare con WeChat sa bene che è l’app social più in voga e completa utilizzata dai cinesi. Spesso si fa l’errore di paragonarla a Whatsapp perché usata principalmente per la messaggistica istantanea ma la sua potenzialità va ben oltre le nostre aspettative.

La maggior parte dei brand multinazionali presenti in Cina possiede e gestisce il proprio account corporate WeChat per condividere notizie e informazioni su prodotti o eventi. Non è un caso che durante il Singles Day WeChat diventa per eccellenza il mezzo di comunicazione principale per la promozione di offerte.

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Alcuni brand come Nike hanno scelto di attivare sconti e coupon già dalla fine di ottobre: sulla pagina WeChat del colosso del fitwear trovavamo addirittura una vera e propria timeline delle offerte con tanto di date e orari e un punto interrogativo (?) in corrispondenza dell’11.11.

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La tecnica dei pre-saldi non è sempre utilizzata ma la maggior parte dei brand la predilige sia per prolungare l’engagement che per far salire l’ansia da attesa (e perché no, il fatturato) fino alla data fatidica. Anche Carrefour ha optato per un calendario con il dettaglio dei prodotti scontati al 50% mentre le major del fast fashion H&M e Zara hanno scelto di pubblicizzare in anticipo i deal disponibili solo dall’11 novembre con super sconti fino al 70%.

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E le offerte non valgono solo per acquisti online: molti anche i brand che hanno offerto coupon e sconti da consumare anche presso i loro punti vendita, come ad esempio le catene fast food. In prima linea già da giorni prima dell’11 novembre c’erano tutti: KFCBurger King e McDonald’s.

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Anche gli eCommerce hanno il loro account WeChat

Quello che stupisce è vedere non solo i brand, ma anche le piattaforme eCommerce stesse presenti su WeChat con le loro vetrine in-app. Attenzione però perché per loro ci sono delle limitazioni. WeChat è di proprietà Tencent la holding che controlla anche QQ (la copia asiatica di quello che una volta era MSN) e Weibo (piattaforma di microblogging), ma gli eCommerce più utilizzati come JD.comTmall e TaoBao sono invece proprietà (o parzialmente controllati nel caso di JD.com) del colosso Alibaba.

In poche parole, se dal profilo WeChat dei brand avete la possibilità di acquistare direttamente dallo store generando conversioni senza mai dover uscire dalla app, per accedere alle offerte degli eCommerce si è costretti a fare copia/incolla del link al deal nel browser: uno step in più ma di certo non del tutto limitante per chi ha sete di sconti (o per le tasche di Jack Ma). Una curiosità: nell’universo degli eCommerce su WeChat c’è anche Amazon con tanto di offerte per il Singles Day.

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Meglio una presentazione orale o le slide?

Discorso a braccio, PowerPoint o Prezi: quale presentazione è più efficace? Stavolta la questione non è al centro dell’ennesima chiacchierata tra colleghi, ma di uno studio del Dipartimento di Psicologia della prestigiosa Harvard University.

I ricercatori hanno simulato uno scenario realistico in cui i partecipanti all’esperimento sono stati chiamati a realizzare le loro presentazioni come se stessero illustrando un progetto aziendale e ad assistervi come fossero clienti.

Dopo aver raccolto i feedback, è stato rilevato che gli ascoltatori avevano maturato opinioni diverse sul progetto presentato, ma che la diversità di opinione non era stata generata dal medium attraverso il quale era stato esposto, in quanto lo scenario veniva invece colto da tutti alla stessa maniera.

Nelle conclusioni si sentenzia “il mezzo di presentazione è solo uno dei tanti fattori che determinano il successo di una presentazione e le presentazioni esposte attraverso ogni genere di modalità possono avere successo o fallire”.

3 consigli per una presentazione efficace

Se la scienza pare liquidarci con un “basta che funzioni”, conviene ricorrere alla saggezza dell’esperienza. Facciamo un passo indietro, usciamo dal laboratorio scientifico della Harvard University, e torniamo ai cari vecchi consigli tra colleghi per una presentazione efficace, ispirati direttamente dalle tre modalità oggetto dell’esperimento.

1. Presentazione orale – non è un one man show

“Io non porto mai slide, faccio un discorso a braccio!”: anche no. State presentando un progetto, state spiegando un argomento, state raccontando un’esperienza: in qualsiasi caso, non siete voi l’oggetto della presentazione, quindi non eclissate la presentazione con la vostra presenza. Sarete pure i migliori public speaker del mondo, ma non potete trascurare un fattore: il pubblico deve avere dei riferimenti visivi attraverso cui seguire il filo del discorso, perciò fatevi accompagnare da delle slide, poche, essenziali, semplici, ma necessarie.

 

2. PowerPoint – informare con le slide, raccontare con la voce

Chi ha inventato la Casella di testo di PowerPoint vive atroci scrupoli: si chiede se avrebbe fatto meglio a chiamarla Casella di POCO testo. Quante volte ci siamo trovati, infatti, davanti a slide interamente invase da testo? Quante volte abbiamo ascoltato il relatore ripetere esattamente le stesse parole scritte sulla slide? E quante volte ci siamo chiesti “Perché???”.

Con tante parole a voce e tante parole sulle slide il pubblico è costretto a scegliere se ascoltare o leggere e alla terza slide, ormai stufo, smette di fare entrambe le cose.

Cerchiamo di indicare sulle slide solo i concetti chiave della presentazione, di modo da ottenere una sorta di mappa che guidi noi nell’esposizione e il pubblico nella comprensione.

Se sentite il bisogno di avere un supporto al vostro discorso, preparate delle slide o dei foglietti per uso personale da sfogliare durante l’esposizione. Non c’è niente di male nel cercare dei metodi per essere più sicuri del proprio discorso! Costringere gli altri a leggere decine di slide noiose invece rasenta il sadismo.

 

3. Prezi – sorprendere, ma con stile

Zooma, rimbalza, scorri, ruota, sfuma, colora. Immagini, video e musica. E qui facciamo entrare le majorette che compongono il logo dell’azienda, no? No!

Così come tante parole possono far perdere il focus, anche troppe animazioni possono sortire lo stesso effetto.

Gli effetti servono a sottolineare l’importanza di un contenuto, ad evidenziarlo rispetto agli altri, per questo devono essere utilizzati con moderazione e in punti specifici della presentazione. Il rischio, altrimenti, è quello di appiattire il tono, facendo passare inosservato il contenuto che doveva godere di maggiore evidenza.

Anche le transizioni devono essere considerate un modo per sottolineare i collegamenti spontanei tra i temi, non un momento di intrattenimento. L’obiettivo è sempre stimolare la comprensione e l’interesse, quindi il quadro finale dei contenuti deve ricordare più i neuroni e le sinapsi organicamente a lavoro nel cervello che le braccia e le gambe intrecciate a caso su un tappeto di Twister, per intenderci.

 

Questi erano i miei consigli per una presentazione efficace. Quali sono i vostri?

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Cos’è il “blind recruitment” e perché le aziende dovrebbero assumere così

A pesare sulla scelta del candidato più giusto per un posto di lavoro dovrebbero essere soltanto le sue competenze e le soft skills. Essere esclusi o preferiti in base a elementi come genere, nazionalità, età, formazione non è giusto. Secondo una recente analisi dell’Hays Journal, la pubblicazione del gruppo Hays che tratta i nuovi trend della selezione, molte aziende in tutto il mondo hanno scelto per questo motivo il “blind recruitment“. Hanno deciso cioè di eliminare volontariamente dal curriculum vitae dei candidati informazioni che rivelino la sua identità, come il nome, la data di nascita e le scuole frequentate.

Obiettivo: evitare i pregiudizi

Lo scopo del blind recruitment è scegliere la persona più adatta al ruolo senza che il selezionatore sia influenzato da pregiudizi più o meno consci. Gli errori di valutazione non del tutto intenzionali sono chiamati in psicologia “distorsioni cognitive” e hanno una grande influenza nel momento della scelta di un candidato. L’effetto alone per esempio è quello che porta un recruiter a dare un giudizio positivo o negativo in base a una caratteristica (come l’aspetto esteriore, la disinvoltura, il modo di vestire) e questa impressione viene estesa all’intera persona. Un caso classico è quello in cui una persona “bella” viene reputata anche “brava”. Gli esperti di Risorse Umane sono consapevoli della necessità di eliminare queste discriminazioni. Da qui l’esigenza del blind recruitment.

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Il direttore di Hays Italia Alessandro Bossi lo ha spiegato così: «Il nostro atteggiamento cambia a seconda che ci rapportiamo a qualcuno che appartiene o meno al nostro stesso gruppo, alla nostra cerchia. Per esempio, il nostro pensiero viene condizionato se ci troviamo a leggere il curriculum di qualcuno con un nome a noi familiare o che ha studiato nella nostra stessa università o che è nato nel nostro stesso anno. E questo può influire sulle opportunità di carriera di un professionista».

Nel 2014 tre imprenditori americani hanno lanciato GapJumpers, una piattaforma a disposizione dei recruiter che permette di somministrare ai candidati alcuni test anonimi per verificare le loro competenze tecniche, come prima fase della selezione. I tre fondatori hanno ripetuto in numerose interviste che il sistema funziona un po’ come quello del programma “The Voice“, in cui i giudici decidono quale concorrente passa al turno successivo in base alle sue abilità canore, senza guardare l’aspetto di chi si esibisce perché girati dall’altra parte.

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Le aziende che lo adottano

Fra chi ha scelto da tempo il blind recruitment ci sono grandi realtà come Deloitte e HSBC. Nel 2015 nel Regno Unito cominciò un dibattito sul tema, a colpi di articoli e pareri di esperti, quando l’ex Primo ministro David Cameron annunciò che il governo e alcune delle maggiori aziende del Paese avevano deciso di lanciare una strategia per eliminare il nome dalle candidature per le posizioni di livello più basso. EY, Virgin Money, la BBC e il Servizio sanitario britannico sono sono alcune delle società che hanno scelto di cancellare il nome dai CV ricevuti.

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Alcune di queste aziende, come Deloitte, hanno deciso di fare il colloquio ai possibili futuri impiegati senza conoscere neanche l’indirizzo di abitazione, la scuola o l’università frequentata. Questi elementi potrebbero infatti dare notizie sullo stato economico di una persona e sfavorire chi vive o ha studiato in zone della città a maggiore disagio sociale o chi non si è laureato negli atenei più rinomati.

Il colloquio al buio sarebbe vantaggioso anche per l’azienda, secondo quanto si legge nell’analisi di Hays. Questo perché permette di diversificare le risorse umane e di avere un ambiente di lavoro più variegato. La diversità di background e di personalità in un ufficio è considerata da molti studi come positiva per la produttività del team. McKinsey ha dedicato a questo argomento il suo report Diversity Matters.

Un caso che mostra i benefici della selezione al buio è quello della Toronto Symphony Orchestra. Fino al 1980 era composta quasi soltanto da uomini. Di fronte a un periodo di calo del prestigio del gruppo, i responsabili della selezione hanno deciso di aumentare la diversificazione e usato un metodo nuovo per reclutare i musicisti: le audizioni si svolgevano dietro uno schermo, in modo che non si potesse vedere il candidato, ma solo sentirlo suonare. L’orchestra che ne venne fuori era composta per una metà da uomini e per l’altra da donne e dimostrò performance migliori di prima.

Così i social stanno cambiando per sempre il modo di comunicare la politica

Se i media tradizionali assumono ancora oggi un ruolo preponderante nella propaganda politica, i social sono diventati un terreno per sperimentare una comunicazione più diretta con l’elettorato attraverso l’uso di un linguaggio più immediato e la possibilità di costruire una narrazione di sé che sia coinvolgente e con la quale l’audience possa facilmente identificarsi.

È grazie ai social media se assistiamo a un cambiamento nel modo di interagire online tra elettore ed eletto, se è possibile non solo veicolare contenuti in una maniera più fruibile ma anche studiare la propria audience basandosi su una serie di dati analitici disponibili in tempo reale, capaci di restituirci una visione complessiva dell’evoluzione di uno scenario politico, di un territorio, di un candidato e dei suoi potenziali elettori.

Ecco che gli utenti social diventano sempre più il nucleo centrale della strategia di ogni azione politica, da cui ormai non si può prescindere.

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Cambiano le forme e le strategie di comunicazione online e sempre più il personaggio politico che decide di essere sui social è soggetto alle stesse “regole” che vengono applicate a qualsiasi brand.

Diventa fondamentale, allora, riporre la massima attenzione a ciò che si vuole comunicare e al modo in cui lo si fa, perché un semplice post di Facebook di cattivo gusto o un tweet sbagliato possono diventare delle armi pericolose nella mani di chi comunica e conduce una campagna elettorale, scatenando un vero effetto boomerang sull’immagine del candidato o del partito che rappresenta.

Ma in che modo le piattaforme di social media stanno cambiando la politica?

Alla fine è la pubblicità che è cambiata (le lobby no)

Negli anni ’80 c’erano la televisione, i quotidiani, le radio. Oggi, grazie agli strumenti social i politici possono permettersi di parlare direttamente agli elettori senza filtri, ma soprattutto di aggirare gli elevati costi che una campagna elettorale tradizionale prevede, e di investire nella pubblicità sulle piattaforme social.

Del resto siamo ben consapevoli dei gruppi d’interesse che da decenni investono in pubblicità “politica”. Negli Usa, le più grandi lobby interessate a questo settore sono perlopiù oppositori del controllo delle armi, compagnie energetiche e farmaceutiche.

YouTube costa meno di tv e radio

Ma, a prescindere dagli interessi dei singoli gruppi, è diventato molto più semplice e meno oneroso gestire campagne politiche investendo, ad esempio, in annunci pubblicitari da poter pubblicare gratuitamente su Youtube anziché pagare per essere presente in tv o in radio. Gli stessi giornalisti che coprono le campagne politiche oramai attingono dalle informazioni che ricavano dopo aver visto un messaggio pubblicitario passare su YouTube o su un altro altro canale, per poi trasmetterli in radio o scriverne sui giornali, veicolando quello stesso messaggio a milioni di persone.

Un ottimo strumento e un vantaggio per i politici che così abbattono parecchi costi, guadagnando in visibilità.

I rischi

Le pubblicità a pagamento hanno però un risvolto della medaglia. Basti pensare al cosiddetto fenomeno del Russiagate, l’indagine sul presunto coinvolgimento della Russia nella campagna elettorale americana del 2016 per ostacolare Hillary Clinton e favorire la vittoria di Donald Trump. Proprio in questi giorni, a seguito dell’incriminazione di Paul Manafort, l’ex capo della campagna Trump che rischia ottanta anni di carcere per 12 capi di imputazione fra cui riciclaggio di denaro e cospirazione contro gli Stati Uniti, i tre giganti della Silicon Valley, Facebook, Twitter e Google, sono stati chiamati a testimoniare nell’ambito dell’inchiesta condotta dal Senato americano.

Un’indagine alimentata dalla stessa testimonianza depositata da Facebook presso la commissione Giudiziaria del Senato, in cui emerge che circa 126 milioni di americani, più o meno la metà dei potenziali elettori, durante l’ultima campagna elettorale avrebbero ricevuto su Facebook contenuti ‘sponsorizzati’ dalla Russia, per un valore di 100.000 $.

Ecco che ci si muove su un terreno scivoloso, perché se è vero che le opportunità legate agli investimenti sui social sono sempre più elevate e allettanti, è anche vero che che le azioni che vengono messe in atto su queste piattaforme spesso sfuggono al controllo di chi li governa, ponendo una serie questioni sulla tenuta democratica di quello che ormai è a tutti gli effetti un luogo pubblico, la piazza virtuale in cui la politica deve essere presente per cercare il consenso.

Viene in ogni caso da chiedersi se quello in cui ci muoviamo sia un luogo di espressione di libertà, di ascolto, interazione e condivisione o piuttosto un mondo senza regole, in cui tutto è concesso, l’epoca del Far West sul web.

Quanto pesa (controllare) l’opinione pubblica

Quando il 22% della popolazione mondiale usa Facebook,  l’88% di chi fa affari utilizza Twitter, e YouTube raggiunge una fascia di persone così ampia da superare qualsiasi network televisivo negli Stati Uniti, diventa fondamentale capire il ruolo giocato dai social media nel processo di consolidamento delle nostre percezioni politiche.

Queste piattaforme sono diventate oramai strumentali all’organizzazione delle campagne elettorali. Una semplice condivisione o un retweet permettono di veicolare notizie e informazioni ad una velocità tale da raggiungere facilmente la viralità.

Ad esempio, Trump

Se guardiamo a ciò che è accaduto negli Usa, ci rendiamo conto di come Donald Trump sia il re di questa strategia politica in cui i social media hanno ricoperto un ruolo predominante, determinando la sua vittoria elettorale. E questo nonostante le mille gaffe, i post polemici o volti a disprezzare i suoi ‘nemici’, di cui Twitter è stato un po’ l’emblema e il protagonista. Non viene da sorprenderci, quindi, che la sua vittoria era già stata decretata su queste piattaforme, ancor prima di arrivare alle elezioni.

Ma quanto l’opinione pubblica online è in grado di incidere realmente sul successo elettorale di un candidato?

Oggi nessun politico si sbilancia troppo prima di capire che opinione ha il suo elettorato su determinate questioni, in modo da pianificare come muoversi strategicamente per conquistare la propria audience. Ed è qui che Facebook e Twitter entrano in gioco, perché, ricorrendo ai dati analitici, sono in grado di misurare come risponde il pubblico a tutto ciò che facciamo, di cui parliamo, che postiamo; è  grazie a questi strumenti se i candidati possono mettere in atto un aggiustamento delle loro campagne, e soprattutto di farlo in tempo reale, riducendone i costi anche in termini economici.

Del resto, Trump, una volta compreso il potere di questi strumenti, ha adattato la sua retorica per rispecchiare i valori e gli interessi dei suoi follower.

Ma già prima di lui, l’allora candidato in corsa alle presidenziali, Barack Obama, aveva ben colto l’importanza dei social, tanto da metter in piedi una delle campagne mediatiche più significative, in cui l’uso magistrale dei social media fu determinante per l’imposizione della propria agenda. Grazie ad una narrazione incentrata sulla sua figura come sinonimo di cambiamento, Obama arrivò a costruire una intera rete di fan/elettori che lo aiutarono a vincere prima le primarie e poi la competizione per la presidenza.

Gli strumenti social hanno inoltre fatto sì che, in virtù della sua funzione di ‘aggregatore sociale’, gruppi di persone legate da medesimi interessi e obiettivi si unissero per presentare una petizione al governo e ai loro funzionari eletti, facendo leva sulla loro numerosità per arginare l’influenza dei gruppi di pressione o degli interessi dei più ricchi.

Non che ciò abbia minato il reale potere dei lobbysti, che da sempre detengono un grande vantaggio negli Usa, ma di certo si inizia a comprendere come poter utilizzare queste piattaforme per permettere a cittadini di agire in una maniera che sia altrettanto incisiva e potente.

Il legame tra brand e politica

Cosa hanno in comune i brand e le scelte dei consumatori con la politica? È possibile traslare una strategia di brand awareness sulla figura di un personaggio politico?

Negli Usa è stata recentemente pubblicata una ricerca condotta da due docenti di marketing della Columbia Business School, Oded Netzer e Verena Schoenmuelle, incentrata sul ruolo che stanno assumendo i social media nella politica americana, a un anno dalle elezioni.

I ricercatori partono dal presupposto che le opportunità di imparare qualcosa rispetto agli atteggiamenti e ai comportamenti dei consumatori, a partire dai dati a disposizione sui social media, sono effettivamente aumentate. E così, analizzando l’interesse degli utenti di Twitter per determinate marche o personaggi politici (Donald Trump, Hillary Clinton, Bernie Sanders…), gli studiosi hanno mostrato come tutte queste informazioni potessero essere utilizzate al fine di comprendere e identificare la posizione politica di ogni specifico brand.

Come spiegano i ricercatori: “La nostra ricerca ha esaminato i follower su Twitter sia di Donald Trump che di Hillary Clinton, così come le fonti di informazione e i brand che i loro sostenitori seguono: complessivamente sono 648 i brand seguiti da 19 milioni di sostenitori di Trump e della Clinton”.

Ed è proprio attraverso lo studio incrociato di questi dati che si è potuto delineare il profilo dei rispettivi follower dei due candidati.

Gli universi di marca”, come li hanno definiti i due docenti, di Donald Trump e di Hillary Clinton “supportano le credenze comunemente diffuse riguardo ai profili e agli aspetti demografici dei sostenitori dei due candidati. Ad esempio, i follower su Twitter del presidente Trump registrano una forte affinità con alcune marche alcoliche quali Budweiser, Coors, Jim Beam e Marker’s Mark; brand legati al mondo dello sport quali Ping, the Golf Chanel and Fox Sports, o a quello dei media e della finanza come SmartyPig, Mint, MarketWatch, Fox Business e il Drudge Report. Mentre i follower del segretario Clinton, hanno mostrato un forte interesse per quelle marche che  vengono associate alle donne e ai millennials quali Gap, Maybelline, Cover Girl,  J. Crew e canali mediatici rivolti ad un pubblico liberale come The Atlantic, Vox, Aljazeera America and Ebony Magazine”.

Successivamente i ricercatori hanno hanno collegato l’associazione brand-politico con i dati dei consumatori del modello Young & Rubicam’s Brand Asset Valuator (BAV), e sono riusciti a dimostrare come la ‘personalità’ dei brand seguiti dai follower dei diversi politici rispecchiasse la personalità dei politici stessi. Inoltre, i ricercatori si dicono anche in grado di comprendere cosa voterà un utente in futuro con un’alta possibilità, a partire dalle sue preferenze sui social media.

Tutte informazioni che possono divenire utilissime nelle mani dei brand manager, o di chiunque si occupi di definire una strategia politica basata sulla costruzione di relazioni più forti con i propri clienti/consumatori/elettori.

Dunque, in futuro, la  partita della comunicazione politica si giocherà sempre di più sui social, grazie all’utilizzo di dati profilati, alla possibilità di targetizzare in maniera sempre più precisa la propria audience, di influire sul loro ‘comportamento’ e predire le loro scelte. 

15 bellissimi esempi di comunicazione sociale

Il primo assioma della comunicazione afferma: “è impossibile non comunicare; in qualsiasi tipo di interazione tra persone, anche il semplice guardarsi negli occhi, si sta comunicando sempre qualche cosa all’altro soggetto”. La pubblicità è maestra, la creatività delle campagne pubblicitarie è la prima cosa che ci colpisce, che ci emoziona e ci lascia qualcosa nel cuore.

D&AD, l’associazione inglese fondata nel 1962 per promuovere l’eccellenza nella pubblicità e nel design. La premiazione è stata suddivisa in 12 categorie, tra cui spiccano la sostenibilità ambientale, il potenziamento finanziario ed gli aiuti umanitari.

LEGGI ANCHE: Come fare una strategia di influencer marketing per il no profit

Come sono state scelte le campagne migliori

Le categorie riflettono gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, con lo scopo di allineare le industrie creative ai veri e propri problemi globali. I giudici si sono basati su tre criteri: l‘originalità e l’idea innovatrice della campagna, l’impatto chiaro e fisicamente misurabile nella categoria d’appartenenza ed infine la pertinenza alle esigenze commerciali dell’azienda. Sono state distribuite 98 matite (Pencils), i loro colori sono fondamentali (nero, bianco, grafite, legno) perchè rispecchiano la posizione in classifica, una sorta di medaglie d’oro, argento e bronzo.

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Matite nere

Tre sono state le matite nere, suddivise rispettivamente nelle categorie:

1. Diversity & Equality, con la campagna Fearless Girl

2. Education, con la campagna School for Justice

3.Health & Wellness, con The Immunity Charm

Le matite bianche

13 sono state le matite bianche, tra cui figura nuovamente la campagna Fearless Girl, l’unica ad aver vinto sia una matita bianca che nera. Tra le altre troviamo:

1. Footnote For The Breast, nella categoria Civic Engagement

2. Dot. The first Braille Smartwatch, categoria Communication & Interaction

3.  The Trafficking Exam, categoria Communication & Interaction

4. #Undress522, categoria Community

5.  Down Syndrome Answers, categoria Community

6. Boost Your Voice, categoria Diversity & Equality 

7. Unsafety Check, categoria Diversity & Equality

8. WhatsGerman, categoria Education

9. Return to Sender, categoria Environmental

10. SickKids VS, categoria Health & Wellness

11. 25m2 SYRIA, categoria Humanitarian Aid

12. Fearless Girl, categoria Industry Evolution

13. Gravity Light, categoria Urban Living

Tim Lindsay, il fondatore di D&AD ha affermato che in un clima politico così incerto e delicato, si sente totalmente l’esigenza del potere della creatività, fondamentale nelle campagne sociali, ora più che mai. Sono gli stessi consumatori ed esigere più responsabilità ed azione.

Quest’anno la missione di D&AD, infatti, non è stata solo quella di riconoscere e celebrare le campagne, ma di mettere in evidenza l’opportunità che posseggono le aziende, ossia di dover sfruttare il potere della creatività come forza per il bene e galvanizzare i cambiamenti reali per migliorare la società tutta.

DStv, Automovil Panamericano e Reporters Without Borders: i migliori annunci stampa della settimana

Lunedì, il nostro giorno dedicato al recap dei migliori annunci stampa pubblicati nel corso della settimana passata. Torna immancabile anche oggi la mitica rubrica targata Ninja per fare il carico di creatività grazie alle più belle campagne pubblicate dalle agenzie di tutto il mondo.

Dai campioni del calcio per mostrare come ci sia anche altro da guardare oltre le partite, ai dettagli per richiamare messaggi importanti per la nostra salute, ecco le pubblicità da cui potrete lasciarvi ispirare anche durante questa nuova settimana lavorativa.

Partiamo!

DStv – Messi Heartbreak e Ronaldo Suspense

La piattaforma televisiva digitale e satellitare DStv ci mostra tutta la varietà del suo intrattenimento mettendo al centro della scena dei protagonisti insoliti: da Messi a Ronaldo, tutti hanno molto di più da guardare, oltre il calcio.

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Advertising Agency: X3M Ideas, Lagos, Nigeria
Creative Director: Sola Kosoko
Art Director: Femi Bonojo, Osagie Ejehi
Copywriter: Simi Ajayi, Chukwuebuka Anyasie
Additional Credits: Martin Okonkwo

Automovil Panamericano – Beetle, Snail, Little Horse

Il magazine Automovil Panamericano propone ogni anno una edizione speciale in cui trovare le auto più belle da tutto il mondo. Ecco perché “non potrai più guardare la tua auto nello stesso modo!”.

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Creative Directors / Copywriters: Julio César Quiroz, Fabiola Arrillaga
Art Directors: Julio César Quiroz, Marianis Moreno
Illustrator: Mariano Olabarrieta
Photographer: Horacio Castillo
Brand Manager: Male Toscano

Tulasi Organic Market – Unhealthy

In Brasile, l’uso di pesticidi e sostanze additive, vietate invece in Stati Uniti ed Unione Europea, è ormai allarmante. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il consumo di queste sostanze provoca, ogni anno, 70.000 avvelenamenti acuti e cronici. Tulasi Organic Market combatte questo fenomeno attraverso la vendita di prodotti naturali privi di veleni e la sua campagna punta a mostrare al pubblico ciò che può essere nascosto nel cibo che consuma ogni giorno.

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Advertising Agency: Martpet, Recife, Brazil
Creative Directors: Edison Martins, Diego Curvêlo
Art Directors: Gustavo Fonseca, Guilherme Rocha
Copywriters: Peu Souza, Iago Aroeira
Photographer: Gustavo Fonseca
Additional Credits: Renata Nascimento, Luiz Penna, Fabíola Mendes

Reporters Without Borders – Mount

L’indice mondiale sulla libertà di stampa del 2017 compilato come ogni anno da Reporters Without Borders riflette un mondo in cui gli attacchi ai media sono ormai all’ordine del giorno. Nell’età della post-verità, la propaganda e la soppressione della libertà di espressione sono ormai generalizzati.

La campagna ideata da Jung von Matt / Spree mostra le sfide quasi insormontabili che i giornalisti si trovano ad affrontare in vari angoli del mondo oggi e il loro modo implacabile di perseguire la verità, senza badare al rischio che questo comporta.

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Advertising Agency: Jung von Matt/Spree, Berlin, Germany
Executive Creative Director: Till Eckel
Creative Directors: Christian Woelky, Stefan Amtmann, Florian Schwalme
Art Director: Dustin Przibilla
Copywriter: Leo Struck
Agency Producer: Davor Brkan
Client Services Director: Steffen Schumann
Project Manager: Cathleen Losch
Production: Illusion / Bangkok

R&F Editora – Books write people

Quanto contano i libri nella nostra formazione personale? Tanto, tantissimo! Almeno in questa campagna per R&F Editora.

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Advertising Agency: Agência Espaço, Goiânia, Brazil
Creative Director: Renan Alves Melo
Art Director / Illustrator: Thiago Maza
Copywriter: Cláudio Henrique
Additional Credits: Cleusa Maria de Carvalho, Carolina Carvalho, Fábio Itikawa, Paulo Rogério Costa

Come fare una strategia di influencer marketing per il non profit

Non per metterti ansia, ma il 2018 è alle porte e dovresti già iniziare a lavorare alla social media strategy della tua organizzazione non profit. Non l’hai ancora fatto? Iniziamo oggi stesso. In questo articolo, ti parleremo delle ultime tendenze sui social media, di quali e quante tipologie di influencer puoi contattare, e dove cercarli, come impostare e misurare una strategia di influencer marketing per la tua non profit. Dulcis in fundo, abbiamo chiesto a Paolo Iabichino il suo parere in materia.

Trend 2018

Non profit e influencer marketing

Secondo una ricerca di Adweek, al primo posto tra i trend in crescita nel 2018, troviamo quelli che sono definiti contenuti effimeri, che scompaiono, cioè, dopo essere stati visualizzati dal destinatario. Sembra dunque che nel 2018, i brand dovranno puntare sempre più su contenuti effimeri e di breve durata, specialmente se vorranno raggiungere i Millennial e la Generazione Z.
Secondo Gartner, entro il 2018 circa il 30% delle nostre conversazioni sarà gestito da servizi automatizzati, e l’utilizzo dei bot nel customer service potrebbe diventare un fattore importante di soddisfazione del nostro target. Largo spazio anche ai contenuti visual, livestreaming, e ai canali interattivi in cui poter conversare in tempo reale non solo con il brand, ma anche con altri utenti.

Cosa non cambierà, invece, con l’avvento del 2018, è l’esigenza di produrre contenuti sempre più in linea con gli interessi del nostro target, e per far questo, lo sappiamo, è necessario conoscere l’audience a cui vogliamo parlare, delineare le buyer personas, adottare un approccio narrativo e raccontare le storie in un modo e con un linguaggio che i nostri lettori sentano propri. Raggiungere gli influencer e chiedere loro di condividere le nostre storie è un altro modo per ampliare la portata del messaggio, e portare talvolta a vendite dirette. Questo vale sia per le aziende profit che per le organizzazioni non profit.

Vantaggi dell’influencer marketing nel non profit

Prima dell’avvento dei social media, fare influencer marketing significava entrare in relazione con una celebrità che avesse affinità con l’azienda o che fosse sensibile alle attività di una organizzazione non profit, chiedendogli di parlarne al pubblico di riferimento. Con il tempo, però, il termine influencer ha assunto una nuova accezione.

Se ti stai chiedendo quali vantaggi può ottenere la tua non profit dall’influencer marketing, la risposta è semplice: l’influencer marketing può aiutare la tua organizzazione a ottenere maggiore visibilità e donazioni, costruire fiducia e credibilità, coltivando una relazione con gli influencer, e la tua audience. Ma attenzione, non tutti gli influencer sono uguali. Quali sono gli influencer da contattare, e perché?

Non profit e influencer marketing

Ad aiutarci ci sono diverse categorizzazioni della figura: secondo Starngage, possono essere identificati tre tipi di influencer.
I Mega influencer: attori, artisti, atleti e star che sui social media hanno più di 500mila seguaci e ottengono, per ogni post, dal 2 al 5% di engagement. La loro influenza è bassa, e legata alla celebrità che il pubblico gli riconosce.
I Macro influencer, blogger e YouTuber che hanno da 50.000 a 500.000 follower e ottengono, per ogni contenuto postato, dal 5 al 20% di engagement. Hanno un’alta influenza su categorie specifiche come moda o business. Infine, ci sono i Micro influencer, consumatori quotidiani che hanno tra i 500 e i 100.000 follower, e i cui post ottengono il 25 – 50% di engagement. Hanno un’alta influenza sulla propria rete, per via dell’esperienza personale con il brand che promuovono, e per la stretta relazione con i propri follower.

Npengage, distingue invece tre tipologie di influencer, questa volta specificatamente per il non profit.
I primi sono gli Everyday influencer, i quali sono motivati dalla passione per una causa, e a cui puoi accedere più facilmente. Sono i contatti della tua mailing list, che spesso vengono trascurati poiché non hanno una grande popolarità, ma possono essere molto efficaci.
Il secondo tipo sono Blogger influencer: utili per la produzione di contenuti nei momenti chiave delle tue campagne, e soprattutto se hanno intrapreso attività con l’organizzazione. Infine, ci sono i Vip influencer: celebrità o vip connessi con l’organizzazione. Potrebbe essere un’opportunità coinvolgerli nelle tue campagne, per fare in modo che diventino gli ambasciatori della tua non profit.

Non profit e influencer marketingFare una strategia di influencer marketing per la tua non profit, in 5 mosse

Dati per assodati i tipi di influencer che si possono trovare, bisogna mettersi all’opera per sviluppare effettivamente la strategia. Un processo che richiede diversi passaggi.

Il primo step passa dall’elaborazione degli obiettivi: quanto più sono definitivi, tanto più saremo in grado di individuare la nicchia di pubblico cui rivolgerci, dove guideremo l’influencer nella scelta dei contenuti da condividere.

Il secondo step prevede l’individuazione degli influencer. È necessario creare un elenco di persone vicine ai contenuti della tua non profit, e che abbiano un gran seguito sui social media. Ricorda, però: la dimensione della loro rete è meno importante della pertinenza con il tuo brand. Gli influencer potrebbero essere persone che già conosci; in caso contrario, sarà necessario cercare chi è associato a determinate parole chiave. Come? Ci sono diversi strumenti per fare queste ricerche, molti sono gratuiti o a basso costo. Sul suo blog, Beth Kanter cita Attentive.ly, uno strumento per analizzare le persone della tua lista di posta elettronica, gli influencer sui social media e automatizzare i messaggi agli influencer.

Passiamo al terzo step: coltivare gli influencer. Dopo aver identificato la tua lista di influencer, inizia a condividere i loro contenuti sui tuoi canali social o sul tuo blog, invitali a partecipare ai tuoi eventi, e ricorda: l’influencer marketing si basa sulla relazione e richiede tempo. Dopo aver coltivato la tua lista di influencer, il passo successivo è quello di attivarli per una particolare campagna. Ciò comporta la richiesta diretta di condividere i tuoi contenuti o, meglio ancora, co-creare nuovi contenuti (un e-book, un post, una chat di Twitter o altro).

La quinta e ultima fase è quella della comparazione tra gli obiettivi della campagna e i risultati realmente ottenuti.

Iabichino: «Gli influencer del non profit non devono essere banner»

Per confermare quanto abbiamo scritto, e dare un punto di vista autorevole al nostro pezzo, abbiamo interpellato uno dei più importanti marketer d’Italia: il Chief Creative Officer del Gruppo Ogilvy & Mather Italia  Paolo Iabichino, che nel suo ultimo libro “Scripta volant. Un nuovo alfabeto per scrivere (e leggere) la pubblicità oggi” e nell’intervento al Digital for non profit 2017 ha egregiamente trattato l’argomento.

Inoltre, il primo dicembre, in occasione della Giornata mondiale della prevenzione all’Aids, sarà lanciata la nuova campagna di Anlaids, a cui Paolo Iabichino ha collaborato privatamente come direttore creativo e copywriter. Non possiamo svelarvi di più, se non che la campagna, con affissioni in tutta Italia, avrà come testimonial alcuni personaggi come Saturnino e Magnini, insieme ai volontari di Anlaids.

Non profit e influencer marketing

Gli influencer possono aiutare le no profit a raggiungere i propri obiettivi di comunicazione? E se sì, come?

«Se: si. Come: facendo in modo che l’influencer di turno senta suo il messaggio della non profit. Il rischio, quando si parla di questi temi, è che si ragioni per matrici operative. Per cui, se l’influencer marketing va di moda e funziona per il profit, allora coinvolgiamo l’influencer anche nel non profit. Così facendo, replichiamo dei modelli operativi e nessuno interiorizza niente.

Se l’influencer viene attivato solo per il numero di contatti che ha e la scelta è di GRP (Gross Rating Point), perdiamo l’occasione di cercare una persona che non scelgo solo per il seguito che ha, ma che, oltre al seguito, ha una narrativa vicina e pertinente a quella della non profit.
Non deve partire la fenomenologia dell’influencer, e devo evitare che l’influencer venga scelto solo per il numero di contatti, o per la tipologia del target che raggiunge.

Mi piacerebbe che l’influencer venisse coinvolto realmente nella vita della non profit, che si appropri della campagna e la faccia sua, altrimenti diventa un banner.
I grandi testimonial, più mainstream, in questo sono più credibili, nel senso che quando sposano una causa, ci mettono la faccia e quella causa diventa la loro: è difficile pensare che qualcun altro possa parlare della Lega del filo d’oro se non Renzo Arbore, come mi è difficile pensare all’associazione per la Sma (Famiglie SMA ndr) senza il suo cantastorie, il suo portavoce e la sua bandiera, Checco Zalone.
Mi piacerebbe ci fosse questo tipo di atteggiamento, invece tempo che la moda dell’influencer marketing abbia finito per fare in modo che gli influencer vengano scelti perché hanno un grosso seguito e possano sparacchiare in giro i loro video e non ci sia una reale interiorizzazione del messaggio che la non profit porta avanti».

Quali errori non deve commettere una non profit?

«Questo non è l’unico errore, è l’errore più marchiano: quello di obbedire a delle logiche, anche collaudate nel profit, ma che nel non profit depotenziano il lavoro che la non profit fa. Gli altri errori sono tutti sulla stessa scia, ovvero in tutti quei casi in cui il non profit obbedisce alle logiche di comunicazione che la eco che arriva dal mondo profit gli rovescia sul tavolo, le cosiddette mode.
Come il fenomeno del virale. Perché le non profit a un certo punto hanno iniziato a fare tutti questi video penosi sperando, in qualche modo, di ottenere l’effetto virale? L’hanno visto fare nel profit, senza sapere che il profit sul video virale investe molto, (oggi, illudersi che un video messo in Rete se ne vada a spasso contagiando i computer, è abbastanza naïf). Diventa virale una comunicazione come quella che Checco Zalone ha fatto per la Sla, ma lì c’è una scrittura straordinaria e una pianificazione ben calibrata e quell’oggetto non è nato per diventare virale, ma per innovare il linguaggio.
Al netto di questo, la problematica è un’altra, ovvero prendere le parole del mondo profit, e senza interiorizzarne la strategia, pensare che le si possa applicare nel non profit. Allora c’è l’influencer, andiamo tutti dall’influencer, c’è il video virale e allora facciamo video».

(A proposito di video, ve ne proponiamo uno, firmato da firmato da Paolo Iabichino e dal team di Ogilvy per Emergency, sull’importanza della solidarietà e dell’abbattimento di ogni barriera di fronte ai profughi e rifugiati da guerre e carestie. Lasciamoci ispirare)

Ci sono esempi di campagne di successo del non profit?

«Se usciamo dal ricatto intellettuale dell’Ice bucket challenge, e facciamo pace con il fatto che quella cosa non può essere replicata perché è stata straordinariamente fortunata per via delle tante variabili che si sono allineate per renderla tale, ecco, qualunque modalità di coinvolgimento dell’influencer in cui l’influencer sposa una causa e la condivide con il proprio seguito, secondo me è un buon esempio».

futuro del web

Sarà internet a navigare le persone, e altri 8 scenari sul futuro della rete

L’avanzamento della tecnologia, l’attenzione verso la customer experience e i Big Data aprono molte possibilità a designer, marketers e aziende lungimiranti per sperimentare nuove soluzioni di acquisto. Allo stesso tempo le ultime scoperte tecnologiche generano riflessioni sul futuro del web e sulla fusione sempre maggiore tra vita reale e vita virtuale.

Otto giovani imprenditori dello YEC (Young Entrepreneur Council) interpretano, secondo la loro esperienza, i futuri cambiamenti della navigazione web con l’avanzare dell’intelligenza artificiale, della realtà aumentata e del machine learning.

Prima di svelarveli però, una semplice domanda: avete mai visto il film di Spike Jonze Lei? Se sì, bene! Perché lo utilizzeremo come filo conduttore di queste ipotesi sul web futuristico. In caso contrario siete allertati sul rischio spoiler!

https://www.youtube.com/watch?v=5Cs3iOHi8Ms

1. La SEO tradizionale diventerà obsoleta

Nel film Lei, ambientato in un futuro distopico, Theodore installa Samantha, un sistema OS dotato di intelligenza artificiale in grado di auto-apprendere spontaneamente dall’esperienza e dai dati forniti da Theodore. Samantha comunica vocalmente con Theodore e man mano che apprende i suoi interessi, risponde ai suoi bisogni con risultati su misura per lui.

Proprio nell’avanzamento della ricerca, Marle Jia, Chief Revenue Officer per TopBots, vede il futuro del web. Con gli assistenti vocali come Alexa e Siri, le ricerche saranno infatti sempre più improntate sulla voce rispetto al testo, considerando che già oggi il 20% delle ricerche mobile su Google sono vocali. Inoltre l’intelligenza artificiale diventerà estremamente predittiva e saprà cosa l’utente sta cercando prima ancora di digitare.

LEGGI ANCHE: Il futuro del digital marketing è nella Ricerca Vocale?

2. Acquistare sarà più facile, veloce e accessibile

Secondo Cooper Harris, fondatrice di Klickly, con L’intelligenza artificiale (AI) e la realtà virtuale e aumentata, non sarà più il customer a navigare sul sito del brand e acquistare il prodotto secondo il tradizionale funnel di vendita, ma sarà il brand stesso ad andare dal cliente, sperimentando nuove modalità per accedere al catalogo e acquistare il prodotto. Un business quindi che si muove sempre più verso il consumatore e genera maggiori opportunità di commercio distribuite e offerte di acquisto veloci e convenienti.

futuro del Web

Credits: Gerd Leonhard

Ci eravamo chiesti come riusciranno i brand a monetizzare i risultati della ricerca vocale e tra le risposte c’era proprio la possibilità dell’alta personalizzazione del risultato, rispondendo al cliente dopo aver appreso le sue preferenze e bisogni.

3. Una pubblicità sempre più customizzata

Siete fan Marvel ma vi propongono sempre fumetti DC? Sappiate che non vogliono farvi cambiare “religione”, ma semplicemente ad oggi abbiamo algoritmi limitati per la promozione del prodotto. Possiamo infatti targetizzati ma non così dettagliatamente. I nuovi sviluppi della machine learning permetteranno invece di catturare contemporaneamente dati dell’utente in ogni angolo del web (social behaviour, Open rates, browsing data, topics) per creare una promozione a misura di customer. Parola di Justin Blanchard, CMO di ServerMania.

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4. Il web ci navigherà

Torniamo al nostro film, vi ricordate il finale? Samantha dice a Theodore: «È come se stessi leggendo un libro che amo con tutta me stessa, ma lo leggo lentamente ora. Le parole sono distanti tra loro e gli spazi tra le parole sono quasi infiniti […]. In questo spazio infinito tra le parole sto trovando me stessa ora».

Samantha arriva ad un livello di apprendimento di Theodore talmente alto, come un libro che ormai conosce, che va oltre di lui. Samantha ha letteralmente “navigato” Theodore, non solo nella sfera di bisogno fisico ma anche di bisogno emotivo.

Jeremy Kenisky, fondatore di Merge VR sicuramente ne dà un’interpretazione meno romantica, ma sostiene che con la realtà aumentata e l’intelligenza artificiale non saremo più noi a navigare il web, ma il web stesso a navigare nei nostri bisogni, in ogni luogo e momento. Una fusione vera e propria tra vita virtuale e vita reale.

5. Tecnologia eye-tracking

La combinazione tra AI e realtà aumentata renderà possibile guardare un grattacielo o Amore e Psiche di Canova, e leggere come è stato creato, il materiale, l’anno, estrarre quindi informazioni su di esso senza dover distogliere lo sguardo.

realtà aumentata

Secondo Syed Balkhi, CEO di Optin Monster faremo i conti con una tecnologia intuitiva, che legge il movimento degli occhi ed estrae da esso informazioni. Pensate alla grande opportunità per il mondo dell’arte e la rivalutazione del territorio con tale tecnologia. Del resto abbiamo già esempi concreti di applicazione della realtà aumentata a Pompei o ai Fori di Augusto e Cesare a Roma, ma ancora questa tecnologia è vista come un’esperienza e non come una quotidianità, quella che invece si prospetta nel futuro del web.

6. Filter Bubbles: risultati personalizzati su base ideologica

Il termine Filter bubble (bolla di filtraggio) è stato coniato dall’attivista Internet Eli Pariser, nel suo libro The Filter Bubble: What the Internet Is Hiding from You, per indicare quei siti che registrano il comportamento dell’utente (click precedenti, ricerche passate, posizione geografica) e restituiscono informazioni in linea con il suo pensiero ideologico e punto di vista, nascondendo le restanti  informazioni di pensiero differente. L’utente quindi si trova in una vera e propria bolla culturale o ideologica.

Il futuro del Web: la realtà aumentata

Questo sistema viene applicato da Facebook e Google, provate per esempio a cercare la stessa parola sia “loggati” su Google che in modalità anonima, troverete sicuramente risultati differenti. Le bolle di filtraggio sono create dall’ IA e quello che sostiene Bryce Welker di Beat The CPA è che con la Realtà Aumentata e Virtuale, anche le locandine che incontriamo nella metropolitana saranno personalizzate secondo i nostri interessi, gusti e ideologie.

Ognuno di noi quindi vedrà una realtà diversa? Probabilmente sarà così.

7. L’umanizzazione dei software

Quante volte, ascoltando Siri o Alexa, avete immaginato che volto potessero avere? Un po’ come diamo un volto ai personaggi dei nostri libri preferiti, poi esce il film e ne rimaniamo delusi. David Henzel, CoFounder di MaxCDN  sostiene che in futuro i software saranno personificati, avranno un volto e lavoreranno a stretto contatto con le persone per raggiungere gli stessi obiettivi. Il software non sarà quindi all’interno di un device e uno schermo, ma piuttosto un compagno di viaggio o un collega di lavoro.

Pensate se anche noi, come Theodore, arriveremo ad innamorarci di un OS.

8. La scomparsa della ricerca attiva nel futuro del web

Nel momento in cui l’intelligenza artificiale raggiungerà un livello tecnologico superiore, restituirà risultati all’utente senza più bisogno di cercare sul web. La tradizionale ricerca sarà quindi sostituita dai suggerimenti e consigli dell’AI in linea con i bisogni e interessi dell’utente. Parola di Paul Grossinger, Cofounder di Gaigels.

Il futuro del web sembra una realtà fantascientifica, a tratti inquietante eppure già molto vicino. E voi siete pronti a conoscere dal vivo il vostro sistema operativo?

Sarà Harry Potter il nuovo Pokémon Go?

Quest’anno la saga di Harry Potter ha compiuto 20 anni: tanto è il tempo infatti trascorso dall’uscita del primo romanzo, Harry Potter e la pietra filosofale. Per l’occasione, il 2017 è costellato di eventi e iniziative per celebrare l’anniversario. L’ultima novità è il lancio di un’etichetta di videogiochi ufficiali, Portkey Games, editi da Warner Bros Interactive Entertainment. A questo annuncio ufficiale, si è aggiunta la notizia che Nantiac Labs è a lavoro su Harry Potter Wizards Unite, un gioco in realtà aumentata.

PortkeyGames

 

Harry Potter, un franchise multichannel

Nel panorama contemporaneo dell’entertainment, dal cinema alla letteratura, sempre più spesso diventano oggetto di culto prodotti che puntano su forme di narrazione espansa, che possano così coinvolgere il pubblico su diversi canali e in esperienze diverse e meno tradizionali. Il franchise dietro Harry Potter, che per la cronaca ha generato 25 miliardi, ha queste caratteristiche, avendo realizzato un universo che si sviluppa su più mezzi, dal romanzo al cinema, dai parchi gioco alle community online.

Harry Potter è forse il primo caso di brand di successo generato dall’incontro tra un testo accattivante e immersivo, un autore, la scrittrice J.K.Rowling, molto vicina ai suoi lettori e una generazione di fan desiderosi di sfruttare le nuove piattaforme digitali emergenti che sono parte integrante della loro vita.

In quest’ottica non poteva dunque mancare una versione videogioco del mondo magico di Hogwarts: per la gioia dei potterhead, sembra che quelle che erano semplici rumors un anno fa, si siano finalmente tramutati in realtà e Niantic Labs stia lavorando effettivamente a un videogioco a tema Harry Potter.

Harry Potter Wizards Unite, un videogioco in stile Pokémon Go

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Niantic Labs, per i babbani ignoranti in tema di videogames, è l’azienda sviluppatrice del famoso tormentone Pokémon Go: ecco perché TechCrunch, che ha dato per prima la notizia, ha svelato che si tratterà di un app in realtà aumentata.

Sull’applicazione, il cui lancio sarà nel 2018,  sono ancora scarsi i dettagli conosciuti, ma sembra che prenderà ispirazione anche da Ingress, uno dei primi games in AR di Niantic. La casa sviluppatrice, sul suo blog ufficiale, ha dichiarato:

I giocatori apprenderanno incantesimi, esplorano i loro quartieri e le città del mondo reale per scoprire e combattere le bestie leggendarie e riunirsi con gli altri per abbattere i potenti nemici.

Sarà un’app che conquisterà solo i fan di Harry Potter o, come è stato già per Pokémon Go, diventerà il prossimo fenomeno ludico di successo?