Definire gli obiettivi, un punto di partenza fondamentale per qualsiasi progetto che voglia avere successo. Banale che sia si torna sempre qui, senza finalità precise difficilmente il tuo impegno si tramuterà in attività davvero performanti, portandoti così a gettare al vento tempo e risorse. Non è possibile cominciare un viaggio senza avere ben chiara la meta, non credi?
Parlavamo un paio di settimane fa di quanto la questione finalità rivesta un ruolo chiave anche nell’influencer marketing, condizionandone ampiamente forma, attori, costi. Torniamo oggi a parlarne, illustrando la seconda parte degli obiettivi dell’influencer marketing, caratteristiche e riflessioni comprese. Sei pronto? Partiamo.
Uno degli obiettivi sottovalutati, ma dei più attinenti all’utilizzo dell’influencer marketing, un alleato su cui confidare durante una crisi aziendale.
Sappiamo bene cosa significhi per un brand avere tra le mani una crisi. Governarla correttamente e tempestivamente è una priorità, tanto rilevante da necessitare prassi e team dedicati.
Sottovalutare questi momenti può veder segnata la reputation dell’azienda in modo indelebile e di conseguenza la percezione dei possibili clienti. Un danno d’immagine che si traduce in perdite economiche (spesso pesanti).
Si parla di reputazione ed è quindi perfettamente conscio l’utilizzo degli influencer. Trust, fiducia, oggettività: ecco alcune dei plus che potremmo usare per controbattere la crisi.
Ma, concretamente, come aiuta l’influencer marketing?
Dare una visione trasparente e veritiera del brand. Gli utenti non sono soliti credere alla parola delle compagnie, ma la musica cambia se tali pareri vengono da persone credibili e soprattutto super partes. Ovvio che aprendo la realtà allo sguardo esterno è fondamentale essere puliti e non nascondere nessun scheletro nell’armadio. L’indipendenza dell’influencer vale in un senso e nell’altro e può trasformare un intervento per riabilitare in ulteriore benzina sul fuoco.
La voce di un influencer è risorsa unica per gestire e controbattere il passaparola negativo che viaggia nel web (e non solo). Nessuna falsità però, oltre che poco etico rischia di divenire un’altra possibile fonte di attacco.
Gli influencer sono medium per diffondere il punto di vista dell’azienda sulla criticità in essere.
Il crisis management necessita interventi a priori. Lavorare con gli influencer significa creare relazioni che potrebbero essere utili nel momento opportuno.
Umanizzare il brand
Succede spesso che brand molto conosciuti perdano, proprio per il loro successo, quel necessario lato umano. Una situazione che rischia di farli essere troppo lontano dai clienti. Una criticità a cui l’influencer marketing può ovviare.
Come? Dando valore ai contenuti creati dagli utenti ad esempio (user generated content). Che siano contest (a volte troppo complessi) o semplicemente assumere i consumAttori in veri ambassador del brand, mostrando con i contenuti di questi ultimi un lato diverso dell’azienda.
Altra via preferenziale è quella di coinvolgere i dipendenti, il lato più umano dell’azienda. L’attività dei dipendenti sui social è spesso una risorsa sottovalutata, che invece può avere un impatto notevole. Un’unica controindicazione: queste persone non sono professioniste e possono incappare in gravi fail. Per questo è doveroso realizzare corsi dedicati per migliorare l’utilizzo dei social e creare policy ad hoc.
Incoraggiare all’acquisto
Uno dei fini più ricercati dalle aziende, punto però spesso complesso da dipanare. Vendere resta una questione primaria per le aziende, in qualunque ambito operino.
Vendita, che non è un fine univoco, ma una summa di diversi obiettivi, capaci insieme di influenzare i target all’acquisto. Awareness, lead generation, thought leadership, reputazione, finalità che insieme sono in grado di creare una condizione particolare nell’utente, favorendo il processo d’acquisto.
La visibilità, ad esempio, è importante ma questa non basterà a incoraggiare gli acquisti se la reputation del brand è negativa. Stesso discorso per le competenze,non basteranno se non saranno in grado di soddisfare le necessità del cliente.
L’influencer marketing non produce direttamente vendite, ma è strumento fondamentale per sostenere le attività che lavorano per favorire le stesse. Immagine e percezione sono e saranno sempre più elementi chiave da spendere sul mercato, plus per distinguersi da competitors.
SEO
La caccia ai backlink provenienti dai post pubblicati su blog esterni resta uno degli obiettivi più ricercati dalle aziende, spesso l’unico. Un atteggiamento che seppur giusto spoglia l’influencer marketing di molto del suo potenziale.
I plus in chiave posizionamento non possono essere trascurati comunque e vanno quindi valutati in modo attento. Il consiglio è quello di cercare di stringere relazioni con blog e siti rilevanti ed ovviamente in tema. I link che ne derivano non solo saranno di qualità ma rappresenteranno collegamenti reali e utili.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Kuccimurahttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngKuccimura2015-11-09 12:00:072015-11-09 12:00:07Influencer Marketing: definire gli obiettivi per raggiungere il successo digitale [PARTE 2]
Fino a non molto tempo fa lavorare per un’azienda che offriva benefit materiali di ogni tipo era il sogno di ogni dipendente. Gli orari di lavoro ben definiti, le mansioni standardizzate e i contratti a tempo indeterminato erano, e per certi versi lo sono ancora, la conditio sine qua non di tutti i dipendenti dell’impresa “fordista” o per meglio dire della “burocrazia meccanica e professionale” tanto acclamata da Henry Mintzberg.
Lo sviluppo del principio di flessibilità lavorativa ha imposto alle nuove generazioni forme di lavoro diverse, forse meno sicure dal punto di vista economico ma di grande attrazione perchè in grado di offrire benefit unici come la crescita personale e il sogno, spesso remoto, di creare qualcosa di proprio.
Le startup sono i portatori di questi benefit perché se da un lato soffrono di una sopravvivenza sempre più in bilico, dall’altro possono, se accudite e aiutate, aspirare a qualcosa che si avvicini a quello che Horatio Alger Jr. in tempi non sospetti ha definito: sogno americano.
Senza voler entrare in merito alle critiche che la letteratura ci ha offerto sull’idea di American Dream, possiamo dire che lavorare per una startup può essere divertente, ma può anche essere terrificante. Le domande che ci poniamo sono: perché la nuova generazione di dipendenti dovrebbe lavorare per una startup? Quale sono i nuovi benefit che queste possono offrire?
In un recente articolo di Mashable, 13 startupper hanno dato il loro punto di vista a riguardo. Abbiamo scelto per voi 5 delle migliori risposte.
1. Un’opportunità di crescita unica
Kyle Wong, Co-Founder di Pixlee, sostiene che i migliori candidati non sono esclusivamente motivati dallo stipendio. Essi sono spesso motivati da l’opportunità di imparare, crescere e essere messi in discussione. Mettere i migliori dipendenti in una posizione in cui possono avere successo, sviluppare nuove competenze e fare cose che non avrebbero avuto l’opportunità di fare altrove, questi i concetti chiave.
2. La possibilità di imparare
Jonathan Simkin, CEO di Swyft sostiene che il modo migliore per ottenere e mantenere il personale è quello di dare loro un’esperienza che non possono ottenere altrove. Le grandi aziende possono offrire ai propri dipendenti un sacco di soldi, un sacco di vantaggi, e in alcuni casi, un sacco di equità. Il vantaggio di una startup è che i loro dipendenti hanno la responsabilità, lo spazio per crescere e la capacità di imparare cose nuove.
3. Responsabilità diverse
Secondo Alexandra Levit il vantaggio di lavorare per una startup non è lo stipendio ma la possibilità di fare un lavoro che offra strumenti tali da padroneggiare una vasta gamma di competenze trasferibili, o competenze che sono rilevanti tra i ruoli e le industrie. In un anno in una startup, per esempio, è possibile fare esperienza nella gestione di progetti, relazioni con i clienti, le vendite, il marketing e la finanza. Una grande azienda potrebbe pagare di più, ma le probabilità di rimanere incasellato in una sola di queste aree è molto probabile e la crescita professionale sarà esponenzialmente più lenta.
Secondo Kim Kaupe, Co-Founder di Zinepak, ciò che gli individui bramano più dei soldi è il controllo del proprio destino, qualcosa che molte aziende non possono offrire. I dipendenti che hanno il controllo e la gestione del proprio lavoro ritengono di avere un grosso benefit perchè possiedono la possibilità di lavorare da casa e di gestire la propria giornata come credono, rimanendo produttivi. Responsabilizzare i dipendenti con il controllo del proprio lavoro significa guadagnare fedeltà e apprezzamento.
5. Ottenere una quota dell’utile
Volendo tralasciare per un attimo il discorso sui benefit che potremmo definire “metafisici”, Ty Morse, di Songwhale, sostiene che la possibilità di ottenere degli utili consente a tutti i dipendenti di partecipare e di essere motivati dal successo della startup. La maggior parte dei dipendenti sono motivati maggiormente ad avere successo quando sanno che potranno beneficiare direttamente dei proventi.
Da queste risposte emerge un aspetto molto chiaro, riassumibile in una parola già ampiamente citata: flessibilità. Qualunque siano i benefit che una startup può offire ai propri dipendenti occorre, a mio avviso, fornire una base economica stabile e solo successivamente una possibilità di crescita personale e professionale.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Federico Gambinahttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngFederico Gambina2015-11-09 11:30:462015-11-09 11:30:465 benefit che una startup può offrire ai potenziali dipendenti
È un dato di fatto. Pare che il “virus Essena O’Neil” si stia diffondendo. Non abbiamo neanche fatto in tempo a gustarci la sua versione autunnale di #liveauthentic con tanto di zucche e foglie colorate, che è già tempo di salutarla: anche Socality Barbie – meglio nota come la Barbie hipster di Instagram – lascia il social e il suo milione di follower a bocca aperta.
Il post di mercoledì scorso sull’account @socalitybarbie, aperto appena l’estate scorsa, parla chiaro: questa è l’ultima foto di Barbie, il lavoro è finito, ecco il mio vero volto.
Darby Cisneros, la Barbie in carne ed ossa che si celava dietro il noto profilo, si presenta e appare così per la prima (ed ultima) volta insieme alla sua creazione. E spiega con molta chiarezza le motivazioni di questa scelta: “Ho creato il progetto come spunto per ironizzare su tutti i trend di Instagram che pensavo fossero ridicoli. Non mi sarei mai aspettata di ricevere tutta l’attenzione che ho ottenuto, ma grazie a questo si è creata l’occasione per aprire una discussione su molti argomenti: come scegliamo di mostrarci online, o lafolle quantità di tempo che molti di noi utilizzano per creare la vita perfetta su Instagram, chiamando in causa la nostra autenticità e le nostre motivazioni. E’ stato uno spasso gestire questo account ma credo che il lavoro di Socality Barbie sia concluso”. Così, né più né meno. Nessun riferimento ad Essena O’Neill e al polverone scatenato in questi giorni sul tema della rappresentazione falsata della vita sui social. Ma il collegamento balza subito alla mente.LEGGI ANCHE:Quattro cose che può insegnare la storia di Essena O’Neill La foto numero 137 di Barbie chiude non solo un profilo simpatico e indubbiamente piacevole da vedere, ma soprattutto un interessante progetto social e un curioso esperimento sociale. Con grande intelligenza e senso dell’ironia,Barbie-Darby ha mostrato le ossessioni e i luoghi comuni in cui a volte è facile rimanere intrappolati sul Instagram: in nome di uno stile o di una tendenza che va per la maggiore, si rischia l’appiattimento della creatività e del gusto personale, ma anche di creare un idealedi vita perfetta in base al profilo ideale dell’instagramer perfetto.
Grazie a una serie di scatti molto Instagram-friendly, reinterpretati da un personaggio doppiamente irreale che proclama di continuo la sua autenticità, emerge il racconto di un’esistenza meravigliosa. Fin troppo. La fin troppo meravigliosa esistenza che a volte cerchiamo di mostrare sui social.
Con l’utilizzo sapiente e sarcastico di alcuni hashtag “giusti” – da #livefolk a #communityfirst, #letsgosomewhere, #lifeofadventure e via discorrendo – Barbie Hipster ci ha regalato una parodiaraffinata dei maggiori trend di Instagram.
La foto delle gambe dall’alto con tanto di tazza di thè o caffè, un perfetto #jumpstagram sullo sfondo del mare, il Maggiolino bianco che fa molto vintage e i classici piedi appesi nel vuoto. Vi dicono qualcosa?
È probabile che almeno una di queste foto sia presente anche sul nostro profilo. In fondo il senso degli hashtag in un social visual come Instagram è proprio questo: avere parole chiave che raccolgono un’idea, un concetto, una sensazione o uno stile espressivo comune a più immagini.
La logica dei like però per alcuni equivale a maggiore riconoscimento e approvazione da parte degli altri – anche perché a volte può trasformare una passione in un vero e proprio lavoro. Ma la situazione può sfuggire di mano, e ogni tanto è bene ricordarselo: siamo umani, non sempre la vita è esattamente come vogliamo mostrarla o come promette l’hashtag che usiamo.
L’importante è conoscere le regole del gioco. Grazie Barbie Hipster per averci fatto sorridere un po’ anche di noi stessi. Che non fa mai male.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Alexia Gattolinhttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngAlexia Gattolin2015-11-09 10:20:052015-11-09 10:20:05Barbie Hipster lascia Instagram e torna al vero live authentic
MailUp è già da anni un brand leader in Italia nei sistemi di email marketing professionale. Tutti gli sforzi dell’azienda fino ad oggi si sono mossi nella direzione di rendere più facile e veloce il creare, modificare ed inviare email, DEM e newsletter, mettendo sempre l’utente al centro.
Oggi MailUp non si limita a questo e, dopo aver lanciato a maggio BEE, email editor che nel nome conteneva già il suo destino “Best Email Editor“, adesso lancia BEE 2, versione aggiornata che consente di creare email e newsletter più efficaci e con un maggior grado di flessibilità e personalizzazione nel design.
BEE 2: cos’è?
Ma cos’è BEE?
Si tratta di un editor per scrivere email e DEM in modo semplice e veloce, con il vantaggio di essere completamente integrato nella piattaforma. La prima versione fu lanciata a ottobre 2014 ed è divenuto in breve uno dei tool gratuiti più usati per creare email, DEM e newsletter responsive.
Tra i vantaggi c’erano:
Creazione di email senza conoscere l’html
Email, DEM e Newsletter immediatamente responsive
Inserimento di testi e immagini tramite moduli a trascinamento
Struttura del messaggio flessibile e dinamica
BEE però è stato completamente riscritto e ridisegnato per offrire una maggiore flessibilità nella progettazione grafica dell’email. Conservando le sue peculiarità – tecnologia intuitiva e drag & drop – BEE versione 2 offre nuove funzionalità e migliori performance per creare email d’impatto e responsive.
La nuova versione
Rilasciato congiuntamente a MailUp 8.9 e a poche settimane dal lancio di Jade, la nuova versione di BEE offre all’utente tanti nuovi modelli grafici, dal design professionale e adatti a ogni tipo di comunicazione: DEM, email transazionali, questionari e altro ancora. Pronti per l’uso e personalizzabili.
Una delle principali novità è l’introduzione delle strutture, nuovi tipi di moduli trascinabili nel messaggio e riempibili a piacimento con moduli di contenuto. Da MailUp fanno sapere che BEE presenta anche una migliore visualizzazione delle email su smartphone e tablet, in particolare su alcuni client che in passato non garantivano la resa ottimale, come Gmail per Android.
“A MailUp siamo convinti, e i numeri ce lo confermano, che un design curato ed efficace rappresenti la chiave del successo per qualsiasi campagna promozionale. Per questo siamo orgogliosi del rilascio del nuovo BEE, un editor che consente a tutti di progettare la veste grafiche di email e newsletter, senza che sia necessario conoscere il linguaggio HTML o essere email designer.” commenta Nazzareno Gorni, CEO di MailUp.
Provalo!
Che aspetti? Se anche tu quotidianamente devi districarti nel mondo dell’email marketing affidati a MailUp!
BEE può essere utilizzato richiedendo una prova gratuita di 30 giorni della piattaforma, oppure, senza che sia richiesta alcuna registrazione.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Eugenio Pezonehttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngEugenio Pezone2015-11-09 09:30:482015-11-09 09:30:48Email marketing: MailUp lancia la nuova versione di BEE
Il 3 e il 4 novembre siamo stati al World Business Forum, uno degli eventi business più attesi dell’anno. In questa occasione abbiamo avuto l’opportunità di incontrare lo scrittore AlessandroBaricco, tra i più noti esponenti della narrativa italiana contemporanea e maestro nell’arte del raccontare, e porgli qualche domanda sullo storytelling, tema del suo speech sul palco del Mi.Co.
I concetti di “tensione psico-culturale” e di “catarsi” attraverso le emozioni sono gli elementi che determinano la diffusione virale di una storia. Ma come scegliere le giuste “tensioni” per massimizzare l’effetto dello storytelling?
Intanto bisogna capire se uno lo vuole fare. Mario Draghi, ad esempio, non lo vuole fare e fa bene. L’indicazione generale è che non puoi pensare di limitarti a raccontare delle storie perché lo storytelling è fatto di tantissime cose. Se io ti racconto una storia, il tono di voce che uso è metà dello storytelling. Bisogna semplicemente stare attenti, ricordarsi che è un tipo di gesto molto più articolato e sofisticato di quanto si pensi.
Qual è il peggior luogo comune che hai sentito sullo storytelling?
Che lo storytelling siano le storie che aggiungiamo alla realtà per renderla migliore. La gente non capisce che invece lo storytelling è una parte della realtà. Farsi la domanda su cosa ci sia di vero, su quali siano i fatti e quali lo storytelling, è infantile.
Per molti, lo storytelling è ancora una componente negativa “è tutto uno storytelling!”, si sente dire in giro. Anche la Grecia classica, quella di Pericle, era una realtà in cui lo storytelling era una parte davvero molto importante. Questa gente a scuola studia i Greci come modello di cultura e poi, quando si parla di Eataly, è tutto storytelling.
Baricco sul palco del World Business Forum Milano 2015
Come è cambiato il modo di raccontare con la rivoluzione digitale?
Come dicevo durante il mio intervento, una volta ci si doveva accontentare di costruire monumenti, avere poeti che cantassero le gesta e coniare monete. Il digitale ci ha dato innumerevoli canali e una fluidità tale che però non sappiamo assolutamente gestire per adesso. Ci sono quelli più bravi, come ad esempio quelli di Obama, ma siamo molto lontani dalla perfezione.
Torna l’appuntamento con le notizie più importanti della settimana raccolte per il Social Media Manager che non deve chiedere mai. Eccole qui
Instagram lancia i canali tematici
Il team di Instagram ha presentato in occasione di Halloween una nuova feature: la possibilità di guardare i migliori video fatti dagli Instagrammers riguardo un particolare evento in un’unico canale tematico. Una volta aperta la piattaforma comparirà una notifica – come quella nello screenshot qui sotto – che invita a visualizzare i video selezionati. Il modello sembra dunque rincorrere i Moments di Twitter o, più verosimilmente, la particolare caratteristica di Snapchat nella riproposizione dei contenuti generati dagli utenti.
Facebook
Sì agli pseudonimi. Una novità arrivata dopo un anno di proteste da parte della comunità Lgbt e trans americana che spesso non usano nomi comuni per registrarsi. Facebook darà la possibilità di inserire fra le informazioni personaliuna nota che spieghi la scelta e dall’altra parte renderà più difficili le segnalazioni per i profili con i nomi falsi.
In fase di test i Local Market Una funzionalità che rafforzerà ulteriormente il social commerce dando la possibilità agli utenti di vendere e comprare oggetti a seconda di dove si trova l’utente. Non è esclusa che questa nuova opzione venga integrata con gli annunci all’interno dei gruppi, proprio per dare visibilità agli stessi.
Arriva Slideshow. Il nuovo formato pubblicitario consiste in un collage fotografico da 3 a 7 immagini della durata massima di 15 secondi, con la possibilità in futuro di personalizzare il montaggio, il testo e l’audio. La novità è stata introdotta soprattutto per le connessioni da mobile non abbastanza potenti da reggere un video, e non caso il primo test è stato condotto in Africa.
Riconoscimento delle immagini. Attraverso un sistema di intelligenza artificiale, Facebook sarà in grado di capire quali siano gli elementi contenuti nell’immagine e di descriverli verbalmente. Questo è sicuramente un passo in avanti per l’accessibilità della piattaforma in favore degli ipovedenti, ma anche un modo per tracciare ancora più nel dettaglio il gusto degli utenti.
Teaching machines to see and understand Facebook’s AI team is working to build smart systems that can enhance people’s lives. Watch this video to learn about how we’re approaching AI research and the impact this work is already having. Posted by Facebook Engineering on Martedì 3 novembre 2015
Twitter: addio stellina!
Sicuramente la notizia più diffusa della settimana: il tasto a forma di stella che aggiungeva un tweet ai preferiti è stato sostituito con un meno impegnativo ‘mi piace’ attraverso un tasto a forma di cuore. Un attacco di romanticismo? Più che altro la constatazione che l’opzione rappresentava un modello di usabilità poco utilizzato.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Kinddarahttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngKinddara2015-11-06 14:20:092015-11-25 12:32:24L'intelligenza artificiale di Facebook e le altre news della settimana #NinjaSocial
Finalmente, il 29 ottobre, Tumblr ha accontentato i suoi utenti annunciando l’introduzione di una nuova feature: la possibilità di poter seguire specifiche ricerche.
Se prima era possibile solo fare “follow†su altri blog, adesso si possono seguire intere categorie tematiche: basta digitare il tag e successivamente cliccare “Seguiâ€, che compare sulla barra di ricerca stessa.
Distinguere l’origine dei due tipi di post è intuitivo: ogni articolo che deriva da una delle ricerche seguite mostrerà in basso a sinistra un’icona verde con il nome del tema e una lente di ingrandimento.
Un click sopra questa icona conduce l’utente direttamente nella pagina di ricerca.
I nuovi post offrono anche la possibilità di smettere di seguire il topic, segnalare il singolo post come inopportuno o semplicemente non vedere più sulla propria dashboard uno specifico articolo, il tutto in pochi passaggi.
Adesso la bacheca Tumblr sarà colorata dalle foto dei piatti preferiti, dei cuccioli più teneri, ma anche arricchita di valore dagli articoli degli argomenti che ti stanno più a cuore!
Quali sono le altre feature che vorresti da Tumblr?
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Puckhttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngPuck2015-11-06 12:04:062015-11-06 12:04:06Tumblr introduce una nuova feature: segui i tuoi topic preferiti!
Tutti i segreti per superare un colloquio di lavoro. I sette passi da compiere per arrivare al successo. Come farsi assumere da una grande azienda in cinque minuti.
Sono solo alcuni degli approfondimenti che abbiamo promosso, per dare ai giovani qualche indicazione in più nell’intricata ricerca di lavoro oggi. Tanti sono gli studi che spesso anch’io ho cercato di affrontare. Fin qui però abbiamo scordato qualcosa d’interessante.
Hai mai provato a rovesciare la medaglia? A guardare l’altra faccia del lavoro? In parole povere, tu – sì, proprio tu che stai leggendo il mio articolo – assumeresti te stesso?
Di fronte al tuo futuro boss cerca di essere chiaro e conciso
È ovvio. Ognuno di noi sogna di superare un colloquio, allo stesso modo di Ted, nel noto film di Seth McFarlane.
Riuscire a superare il tuo esame lavorativo, però, è spesso molto più difficile. Un piccolo consiglio può essere proprio quello di mettersi nei panni del responsabile delle risorse umane. Mettiamo che lavorassi per una grande azienda e che stessi cercando un nuovo impiegato per il tuo business, vorresti una persona chiusa o una che sia aperta, chiara e concisa?
Se io cercassi un nuovo dipendente vorrei che questo fosse semplice, deciso e diretto.
Perciò schiarisci la tua voce, parla piano e vai. Questo sarà senz’altro apprezzato dal tuo intervistatore.
Mostra di conoscere il lavoro che stai cercando
Caso due. Cerco nuove persone da assumere nel mio team di sviluppo software. Che cosa voglio dai miei impiegati? Conoscenza del campo. Anche in questo caso la chiave è immedesimarsi nel tuo intervistatore e capire cosa si aspetta da te.
Sai che cosa è un’applicazione? Conosci le sue caratteristiche e le sue potenzialità? Se un candidato riesce a trasmettermi la sensazione di conoscere a menadito il mio campo di lavoro, beh, allora ha fatto bingo.
Dimostra sempre passione ed entusiasmo
A medaglia rovesciata, io vorrei che il mio candidato avesse entusiasmo.
Assumeresti mai una persona svogliata e schiva? O che per lo meno dia quell’impressione? Ovviamente no. Se fossi il tuo intervistatore, avrei un buon motivo per credere che cercherò in te entusiasmo e voglia di imparare cose nuove.
La verità è da sempre la qualità più apprezzata
Non voglio un bugiardo nella mia azienda. Se fossi alla ricerca di una nuova risorsa per il mio ufficio, vorrei avere una persona sincera e onesta al mio fianco.
Ricorda che le bugie hanno le gambe corte. Se ad esempio esigessi una persona che conosce bene l’inglese, l’ultima cosa che vorrei è che il mio candidato per fare bella figura mi dicesse di sì. Il rischio è che alla fine la verità salti fuori, portando danni consistenti non solo per l’affidabilità del candidato, ma anche per la mia stessa azienda.
Fammi vedere che cosa sai fare
Parlami di te, mostrami quello che sai fare. Non m’interessano voti eccellenti, lauree magistrali o grandi effetti speciali. Molti responsabili delle risorse umane in un candidato vogliono semplicemente una persona che sappia che cosa vuol dire il lavoro, come raggiungerlo e che lo sappia fare bene.
La laurea conta, ma fino a un certo punto. Che cosa se ne fa un talent scout di un brillante studioso ma incapace di vivere nelle grandi aziende? La vita aziendale è differente da quella studentesca, inizia a impararlo.
Se stai cercando i trucchi per superare il tuo prossimo colloquio allora hai preso la strada sbagliata. Per quello ci vuole Mago Merlino ed io francamente non lo sono. Puoi però iniziare a guardare la faccenda del colloquio da un’ottica differente.
Così facendo magari potresti trovare una chiave di lettura inaspettata, una chiave che, perché no, potrebbe un giorno aprirti le porte del lavoro della tua vita.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Hoyokuhttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngHoyoku2015-11-06 12:00:412015-11-06 12:00:41SOS colloquio di lavoro, assumeresti te stesso?
I media italiani e internazionali parlano copiosamente di millennials, Y generation, sharing economy e tanti altri argomenti in gran parte inerenti al mondo del consumo giovanile. Tutta quella parte dell’economia dei paesi avanzati che si basa sui consumi realizzati dalle fasce di popolazione meno giovani viene invece troppo spesso dimenticata.
“La Silver Economy può essere definita come il risultato delle opportunità che nascono dalla spesa pubblica e dalla spesa dei consumatori relative all’invecchiamento della popolazione e alle esigenze specifiche della popolazione over 50”.
Questa è la recente definizione di Silver Economy data dalla Commissione Europea.
La Silver Economy sta acquisendo e acquisirà in futuro una grandissima rilevanza, in relazione ad alcune trasformazioni demografiche a cui saranno sottoposti i paesi avanzati e, in particolar modo, l’Unione Europea, che già attualmente ricopre il ruolo di continente più vecchio al mondo.
La popolazione europea sta invecchiando rapidamente a causa del combinato disposto dell’incremento dell’aspettativa di vita e di un basso tasso di natalità. Le stime prevedono che nel 2060 l’aspettativa di vita in Europa sarà di 84,8 anni per gli uomini e di 89,1 per le donne. Nello stesso anno il tasso di natalità sarà dell’1,76, lontano dal tasso naturale di sostituzione del 2,1.
In Europa, sempre entro il 2060, ben un cittadino su tre avrà più di 65 anni, generando così una composizione demografica senza eguali e antecedenti nel mondo. In base ai dati riportati nel report “The Silver Dollar: longevity revolution primer” di Merril Lynch il numero di persone con più di 60 anni nel mondo passerà dagli 841 milioni del 2013 agli oltre 2 miliardi del 2050.
Sempre in base alle risultanze di questo report gli individui over 65 supereranno in quantità i bambini under 5 per la prima volta nella storia dell’uomo nel 2047. Appare chiaro come un fenomeno di queste proporzioni non possa che avere delle ripercussioni economiche di almeno pari entità.
Secondo dati Euromonitor riportati nello stesso report già citato entro il 2020 la disponibilità di spesa della fascia di consumatori con più di 60 anni raggiungerà i 15 trilioni di dollari. Entro il 2030 i consumi generati da questi segmenti demografici peseranno addirittura il 50% del PIL di paesi come Stati Uniti e Giappone (dato di Oxford Economics).
Considerando che attualmente questa parte dell’economia ha un valore di circa 7 trilioni di dollari possiamo fin da subito comprendere quanto rapida e decisa sarà l’evoluzione in questo senso nel futuro più immediato.
Dal punto di vista qualitativo possiamo identificare questi consumatori come i baby-boomers degli anni ’60. Questa generazione ha vissuto pienamente gli anni del boom economico dell’Occidente, ha avuto occupazioni fisse e generalmente ben remunerate e gode pertanto di una disponibilità economica molto spesso superiore a quella delle nuove generazioni.
I settori che potranno beneficiare maggiormente di questa evoluzione saranno ovviamente quelli dei farmaceutici, delle assicurazioni, dei servizi finanziari, dei beni di consumo, dell’healthcare e altri simili. Tutti questi mercati dovranno comunque subire degli importanti cambiamenti per poter affrontare al meglio le nuove sfide rappresentate dal mutamento demografico.
Anche l’amplissimo settore del retail, trasversale a molti dei mercati di cui abbiamo appena parlato, dovrà adattarsi a questo trend di invecchiamento della popolazione: i negozi dovranno avere corsie più ampie, con più sedute in prossimità delle code e indicazioni chiare, con scritte con caratteri di grandi dimensioni e colori più accesi.
Anche i prodotti di tipo FMCG, soprattutto nei loro formati e packaging, dovranno subire degli adattamenti sostanziali per venire incontro alle specifiche esigenti di questa crescente classe di consumatori. Le porzioni assunte dai consumatori più anziani, infatti, sono più contenute rispetto alle altre fasce d’età e la loro propensione allo spreco è assolutamente minima.
I camerini dei negozi di abbigliamento dovranno essere di maggiori dimensioni, per facilitare i movimenti a persone con lievi difficoltà di deambulazione. Gli store della GDO dovranno diventare sempre più luoghi di aggregazione e condivisione sociale, dotati di veri e propri salottini con giornali e libri, ospitali per individui spesso soli e che richiedono un surplus di socialità.
La stessa disintermediazione e l’automazione dei processi di acquisto e di consumo, che hanno caratterizzato la nostra società in questi anni, dovranno conciliarsi con le necessità di maggiore tradizionalità da parte di questi consumatori. La disponibilità di commessi capaci di informare e guidare i consumatori più anziani nel loro consumer journey potrà essere ancora decisiva.
Anche nel mondo dei beni semi-durevoli si sta muovendo qualcosa: è infatti significativo che L’Oréal abbia scelto Helen Mirren, attrice di 70 anni, come una delle sue testimonial. È pertanto chiaro che le grandi multinazionali e i brand più importanti abbiano compreso già da tempo la direzione verso la quale andrà il mondo del consumo del futuro.
Anche il marketing e la comunicazione, quindi, nell’ambito della pianificazione della value proposition aziendale, non dovranno commettere l’errore di concentrare tutte le loro risorse nell’innovazione sfrenata per intercettare i consumatori più giovani, certamente i più formati come tali e conseguentemente i più difficili da conquistare.
Tali sforzi dovranno infatti essere necessariamente conciliati con un’adeguata attenzione al segmento di consumatori più anziani, che dovranno essere raggiunti tramite canali comunicativi più tradizionali e campagne ad hoc per conquistare la loro attenzione e intercettare le loro preferenze.
A fronte di un’evoluzione, continua e vivace, delle dinamiche di consumo tradizionali, che si stanno sempre di più orientando verso soluzioni alternative quali il consumo condiviso, il leasing al posto della proprietà dei beni, i gruppi di acquisto e altri simili, i consumatori più anziani potranno costituire un’importante gommone di salvataggio per quelle imprese poco innovative che rischierebbero altrimenti di naufragare nell’economia del terzo millenio.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00ChesiKhttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngChesiK2015-11-06 11:30:292016-04-21 16:16:02La silver economy varrà 15 trilioni di dollari nel 2020, ma pochi ne parlano
I social media e, più in generale, il web e internet sembrano essere, nella mente di molti dei suoi utenti, terra di nessuno.
Un territorio fuori dalla giurisdizione di qualsiasi legge.
Abbiamo sentito parlare e letto infinite volte di legge sulla privacy, cookie, di datagate e spionaggi, di cyberbullisimo e stalking nonché di pirateria e altri abusi. Per fare chiarezza su questi temi e approfondire le nostre responsabilità, diritti e doveri come cittadinidigitali, abbiamo chiesto a quattro avvocati specializzati in diritto e internet di rispondere ad alcune domande.
Ecco le risposte di Ernesto Belisario e Valentina Frediani. Nel prossimo post le risposte di Roberta Rapicavoli e Andrea Lisi.
Ai social media si possono applicare le leggi e codici (penale e civile) esistenti, come sembrano far pensare alcune recenti sentenze?
Il titolo di uno dei miei primi articoli in materia di diritto delle tecnologie era “Internet non è il far west”. Da anni, ormai, ci battiamo contro il falso mito per cui il web (e quindi i social media) sia uno spazio che sfugge alle regole applicabili nel mondo reale.
È quindi giusto ribadirlo con chiarezza: non esiste una contrapposizione tra reale e virtuale (l’uno regolato e l’altro no). Esistono comportamenti che sono vietati: tanto al bar o sulle pagine di un giornale, quanto in chat o in un post sui social media.
Qualunque utente, quindi, deve avere la consapevolezza che eventuali reati saranno perseguiti (così come dimostrano i precedenti giurisprudenziali in materia)
L’unione cronisti italiani (UNCI) e l’associazione nazionale giuristi informatici forensi (ANGIF) propongono delle leggi ad hoc: servono davvero?
Sono convintamente contrario alla promulgazione di leggi ad hoc per i social media. E ciò per un molteplice ordine di ragioni. Innanzitutto perchè non sono necessarie, in quanto sarebbe sufficiente applicare le regole che esistono già. in secondo luogo perchè, come ci dimostrano numerosi progetti di legge in materia, molto spesso con la scusa delle nuove norme si tenta di introdurre disposizioni di censura o comunque liberticide (come l’assai contestato obbligo di rettifica che vorrebbe equiparare tutti i blogger alle testate registrate). Infine, perchè focalizzare una disposizione su uno specifico strumento è errato sotto il profilo della tecnica normativa, dal momento che gli strumenti tecnologici sono soggetti a una veloceissima obsolescenza.
Quali sono i comportamenti che possono essere sicuramente perseguibili, e per quali altri invece non vi è accordo tra giuristi?
Ritengo che, allo stato dell’arte, tra gli addetti ai lavori inizi ad esserci accordo tra i comportamenti che sono perseguibili. E questo anche grazie ai precedenti giurisprudenziali che ormai ci sono e ci forniscono preziose certezze.
Sappiamo, ad esempio, che le offese (e in generale tutti i comportamenti lesivi dell’onore e della reputazione di altri soggetti) sono perseguibili, così come lo sono le abusive violazioni dei profili di altri utenti, ma anche i veri e propri casi di stalking che vengono consumati attraverso gli strumenti del Web 2.0. Così come pure è possibile attivarsi per la pubblicazione di contenuti senza l’autorizzazione e il consenso del soggetto titolare dei diritti su quei contenuti.
Mi sembra che tali certezze coprano alcuni dei comportamenti più importanti (e pericolosi).
Nei social a farla da padrone sono i contenuti generati dagli utenti, gli UGC. Con quali rischi e responsabilità, per chi li pubblica e diffonde?
Gli UGC presentano diverse problematiche legali. Innanzitutto bisogna ricordare che nessuna piattaforma può darci la garanzia – a priori – che i contenuti che ospita siano legittimi o che il loro uso non leda diritti di terzi.
In poche parole, riusare i contenuti degli utenti è un’azione che ci espone al rischio di contestazione relativa alla violazione di diritti di terzi. Per non parlare della circostanza per cui non si ha mai effettiva certezza in ordine all’identità e all’età degli utenti di cui si vuole riutilizzare i contenuti. Un terzo elemento da considerare poi è quello di verificare con attenzione la licenza con cui questi contenuti vengono rilasciati (dalla piattaforma o dal singolo utente) che condiziona il tipo di pubblicazione che è consentito fare degli stessi.
Da cosa dipende la competenza ad agire di un giudice italiano?
Naturalmente dipende dal tipo di azione che vogliamo intraprendere. Se si tratta di un’azione di responsabilità contrattuale, dovremo verificare le clausole in materia di foro competente contenute nell’accordo sottoscritto e, più in generale, quale legge sia applicabile.
In caso extracontrattuale, invece, esistono altri criteri che dipendono dalla tipologia del danno oppure dalla qualificazione giuridica dei soggetti danneggiati.
Diverso è invece il discorso in materia penale, nella quale i criteri che determinano la competenza del giudice italiano variano a seconda dell’illecito (luogo in cui la condotta è stata commessa, luogo in cui si è verificato l’evento offensivo, luogo in cui la generalità degli utenti avrebbe potuto fruire del sito).
Jobs act e controllo a distanza: chi ne può essere oggetto e fino a che punto?
La riforma dell’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori supera uno storico ‘tabù’. Il Jobs Act conferma la necessità dell’accordo sindacale ai fini dell’installazione di un impianto di sorveglianza fisso, ma ammette controlli “liberi” (senza autorizzazione) per quanto riguarda tablet e cellulari in dotazione dei dipendenti nonché per gli strumenti di registrazione degli accessi e delle uscite.
Il datore di lavoro dovrà, naturalmente, “informare adeguatamente” il lavoratore sulle potenzialità di controllo sia degli impianti che degli strumenti e rispettare le norme sulla privacy.
Chi, come e con quali limiti, può raccogliere elementi per provare un reato monitorando un account social?
Sicuramente non vi è alcun problema nel monitorare l’attività pubblica svolta da un utente (ad es. verificando quanto postato in gruppi o sul proprio profilo), mentre dovranno essere ritenute vietate tutte quelle attività volte a vilolare gli account degli altri utenti (per accedere, ad esempio, alle loro conversazioni private).
Può essere interessante ricordare che la Corte di Cassazione, in proposito, ha affermato che spiare un dipendente che usa Facebook durante l’orario di lavoro non è reato né intercettazione, anche se si è usato un account fake per indurlo a chiacchierare.
Usando i social concediamo l’uso dei nostri contenuti, dati, metadati e licenze perenni per il loro utilizzo: esiste un modo per limitare o revocare queste concessioni previste da alcuni TOS?
I contratti che sottoscriviamo quando accediamo ai social network (i cc.dd. TOS) sono contratti per adesione in cui tutte le condizioni (a partire dall’eventuale licenza), sono unilateralmente predisposte dal fornitore; in poche parole, non abbiamo la possibilità di incidere sul contenuto del contratto, ma solo di scegliere se accettarlo o meno.
A noi utenti non resta quindi che:
scegliere quale provider utilizzare (e quindi quale contratto sottoscrivere) sulla base proprio delle condizioni contrattuali e delle facoltà che il fornitore si riserva sui nostri contenuti;
utilizzare il social in modo consapevole, ad esempio non postando contenuti su cui non vogliamo perdere il controllo.
Testamento digitale: quali gli strumenti, oltre a quelli previsti dagli stessi gestori?
Il quadro giuridico è incerto. In Italia non esiste una legislazione specifica e non è detto che venga approvata in futuro (anche se il Notariato ha costituito un gruppo di lavoro); anche negli USA solo 5 stati su 50 hanno regole in materia, e neppure troppo chiare.
Analogamente a quanto accade nel mondo reale, anche in quello dei bit la soluzione consigliabile è sempre quella di pensarci prima, scegliendo con il testamento quale assetto dare ai propri averi e rapporti digitali. In tal modo, infatti, avremo il pieno controllo delle nostre identità digitali e potremo evitare situazioni spiacevoli.
Ad esempio, se siamo presenti sui social network potremmo decidere di affidare i nostri profili ad un erede, incaricandolo della gestione; oppure, se desideriamo essere ricordati per una determinata attività (benefica, di impegno sociale o in una specifica branca del sapere), disporremo in modo che i nostri profili e le nostre pagine Web vengano affidate ad una fondazione che, senza scopo di lucro, provveda ad usare la nostra presenza online (ed i nostri contatti) per raggiungere determinati obiettivi e preservare i valori che più ci sono stati cari nel corso della nostra “vita terrena”.
Allo stesso modo disporremo a chi lasciare i dispositivi che contengono i nostri file nonché gli account sui diversi servizi di cloud computing cui siamo iscritti,precisando – se lo vogliamo – l’uso che i nostri eredi potranno fare di quei dati. Ovviamente, questo implica che non ci sia nulla che abbiamo intenzione di tenere nascosto ai nostri cari; al contrario, se per motivi di opportunità, non vogliamo che alcune informazioni vengano conosciute (ad esempio, un aborto, un matrimonio o un licenziamento) potremo nominare un esecutore testamentario che si occupi di far chiudere i nostri profili sui social network, o di cancellare le nostre email e tutti i file che desideriamo non sopravvivano a noi.
Consigli per un uso responsabile e consapevole dei social?
Una constatazione poco giuridica che però aiuta nell’uso dei social è quella di usare il buon senso. Di rileggere attentamente prima di postare o, in generale, di interagire con gli altri utenti, magari osservando le regole della netiquette, tanto cara ai primi utenti del web. Tuttavia, visto che il buon senso non è così diffuso nell’utilizzo dei social, può essere opportuno adottare nei diversi ambiti (a scuola, in azienda) dei documenti chiamati social media policy in cui obbligare gli utenti ad un uso consapevole ed accorto degli strumenti del Web 2.0, evitando spiacevoli contenziosi.
Valentina Frediani
Avvocato, titolare dello Studio Legale omonimo attivo dal 2002, fin dall’inizio della sua attività ha fatto una scelta precisa: scommettere su un settore, quello del diritto informatico e delle nuove tecnologie, all’epoca poco esplorato, oltre che scarsamente valorizzato. Privacy, proprietà intellettuale, digitalizzazione e reati informatici connessi al DL 231/01, sono le principali tematiche di cui si occupa ogni giorno con i suoi collaboratori.
Una passione, quella per gli aspetti normativi delle nuove tecnologie, che negli anni l’ha portata ad affiancare, all’attività puramente legale, quella formativa e divulgativa.
Valentina Frediani
Ai social media si possono applicare le leggi e codici (penale e civile) esistenti, come sembrano far pensare alcune recenti sentenze?
Sicuramente possiamo applicare la normativa vigente anche ai social media; il punto però è un altro: alcuni passaggi normativi sono palesemente anacronistici rispetto all’evoluzione del mondo social. Da una parte abbiamo un’Autorità Garante in materia di protezione dati personali molto presente su questi aspetti e coordinata anche rispetto alle riflessioni che vengono fatte su fronti internazionali, ma dall’altra abbiamo anche una forte carenza di interventi legislativi.
L’unione cronisti italiani (UNCI) e l’associazione nazionale giuristi informatici forensi (ANGIF) propongono delle leggi ad hoc: servono davvero?
Assolutamente sì. Concordo su queste posizioni e ritengo che al tavolo per lo sviluppo di proposte normative veramente efficienti debbano sedere attivamente diversi interlocutori. Seguendo lo stile professionale sul quale mi baso, direi che sia anche essenziale prestare attenzione a quello che sta succedendo a livello internazionale perché non si può pensare di produrre norme avulse da quelle di altri Paesi considerata l’estensione degli effetti dei social media.
Quali sono i comportamenti che possono essere sicuramente perseguibili, e per quali altri invece non vi è accordo tra giuristi?
La risposta non renderebbe giustizia a quelle che sono le singole posizioni. Personalmente ritengo che dovrebbe essere importante adottare un criterio prioritario sulla base di quelle che sono le casistiche più diffuse: ci sono delle problematiche che rappresentano ormai degli evergreen e che non vengono sviscerate. Si pensi alle problematiche connesse all’identità digitale piuttosto che alla libertà di espressione.
Nei social a farla da padrone sono i contenuti generati dagli utenti, gli UGC. Con quali rischi e responsabilità, per chi li pubblica e diffonde?
Purtroppo spesso i fruitori dei social non possiedono una conoscenza giuridica della portata delle proprie pubblicazioni. Talvolta ci sono condotte giuridicamente rilevanti che vengono poste in essere in buona fede ed è proprio l’ignorare la rilevanza lesiva che genera la pubblicazione e la diffusione da parte dell’utente. Sono sempre più frequenti casi in cui l’utente volutamente pubblica informazioni, immagini e quant’altro conscio della volontà lesiva nei confronti dei soggetti che vuole colpire. È incredibile pensare che gli utenti in particolare di fascia di età 25/40 anni pubblichino contenuti senza rendersi conto delle responsabilità talvolta penali, spesso civilistiche, cui potrebbero andare incontro. In questo momento la nostra società sta pagando quello che io definisco “ lo scotto del cambio generazionale”. A fronte dell’evoluzione degli strumenti di comunicazione sociale, si è assistito ad un arresto culturale delle generazioni che maggiormente stanno utilizzando questi strumenti. Sono fermamente convinta che i bambini di oggi saranno degli utenti molto presenti ed istruiti sia durante il periodo adolescenziale che in quello successivo proprio perché saranno cresciuti in un ambiente sociale completamente diverso da quello in cui storicamente è cresciuta la mia generazione e la generazione antecedente alla mia.
Da cosa dipende la competenza ad agire di un giudice italiano?
A farla da padrone è il criterio inerente la competenza per territorio di commissione del reato. Ci sono poi varie variabili che possono essere caratterizzate dalla residenza del soggetto leso piuttosto che da quella relativa a chi ha adottato la condotta lesiva.
Jobs act e controllo a distanza: chi ne può essere oggetto e fino a che punto?
Qui si apre un mondo. Proprio in questi giorni sto affrontando il tema sotto svariati punti di vista. Personalmente ritengo il secondo comma dell’articolo 4, come è stato introdotto, alquanto “elastico”: mi sentirei di confermare solo ed esclusivamente gli aspetti inerenti la videosorveglianza per cui si aggiunge la possibilità di adozione nell’ipotesi di volontà datoriale di tutelare il patrimonio aziendale; su adozione di sistemi biometrici, geolocalizzazioni ed altri strumenti di controllo diretto o incidentale a distanza, a mio parere occorre fare una valutazione di volta in volta dimensionata al core business, le necessità oggettive ed organizzative ed ad altri aspetti che possono essere caratterizzati anche dalla singola tecnologia che verrà adottata
Chi, come e con quali limiti, può raccogliere elementi per provare un reato monitorando un account social?
Provare un reato è una prerogativa delle autorità competenti ovvero quelle autorizzate in sede di indagini sia per scopi di parte che pubblici. In particolare la Polizia Postale e delle Comunicazioni, sui reati informatici e via web. Può comunque intervenire nella fase preliminare anche l’Autorità Garante per la protezione dei dati personali e chiaramente le forze di Polizia su indicazione delle Procure competenti.
Usando i social concediamo l’uso dei nostri contenuti, dati, metadati e licenze perenni per il loro utilizzo: esiste un modo per limitare o revocare queste concessioni previste da alcuni TOS?
Beh non tutti gli strumenti social comportano di default una rinuncia al dominio sui propri contenuti. Sicuramente essere consapevoli dei rischi collegati alla rinuncia a molti dei propri diritti su quanto si pubblica può diventare uno stimolo personale alla selezione di quanto diffondere tramite i social. Ci sono alcuni social media che consentono di limitare attraverso la sottoscrizione di apposite clausole in materia di privacy i rischi legati all’immissione dei nostri contenuti. Il concetto è sempre lo stesso: non è ammessa ignoranza per chi naviga sulla rete. Come sappiamo, recentemente la Corte Europea ha messo in discussione alcuni aspetti relativi alla trasmissione negli Stati Uniti dei dati personali proprio a seguito di una denuncia contro un colosso dei social media: a breve sicuramente con l’introduzione del regolamento in materia di trattamento dati personali, il panorama relativo all’esercizio dei diritti inerenti la gestione dei contenuti immessi nei social subirà dei cambiamenti; nel frattempo informarsi e capire le possibili conseguenze dell’immissione dei nostri contenuti è fondamentale. Basti considerare che ormai oggi sono molte le aziende che preselezionano candidati sulla base delle risultanze emerse da un’analisi dell’uso dei social media. Altrettanto pesante risulta l’influenza sulle relazioni sociali.
Testamento digitale: quali gli strumenti, oltre a quelli previsti dagli stessi gestori?
A mio parere i tempi sono prematuri per parlare seriamente di testamento digitale da un punto di vista delle opportunità normative. Il nostro legislatore ha stabilito dei criteri in tempi in cui i social media non erano nemmeno nell’immaginazione di pochi eletti. Su questo mi sentirei di dire che lasciare a un accordo tra privati questo delicato tema non è da società civile.
Consigli per un uso responsabile e consapevole dei social?
Bisogna sempre partire dal concetto che come minimo quello che non è ammesso nell’ambito sociale ordinario è tantomeno ammesso in quello social ed occorre essere consapevoli che la portata dei social, sia a livello di storicizzazione dei nostri punti di vista sia a livello di lesività ha una portata incalcolabile e non perimetrabile con effetti sia sul fronte personale che nei confronti degli altri, spesso non controllabili. Detto questo sono una grandissima sostenitrice dei social pur se il loro utilizzo è condizionato dalle mie conoscenze legate alla professione: prima di creare un profilo leggo i contenuti di adesione perché se si intende rinunciare ad alcuni diritti è bene esserne giustamente consapevoli.
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