BOOMiO, l'app per condividere la musica in stile Snapchat

Ascoltare musica dallo smartphone: fatto! Essere iscritti almeno a un social network: fatto!
E se le due cose si fondessero? E fossero direttamente disponibili sul vostro smartphone in un’app, per di più gratuita? Ecco BOOMiO.
Fin qui non sembrerebbe nulla di troppo diverso dal rinomato Spotify, o da altri simili.

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In realtà ciò che distingue BOOMiO dal resto e che ne diventa il nucleo fondamentale è la condivisione.

Condividi, ascolti, segui e BOOM!


BOOMiO consente di ascoltare musica dal suo catalogo solo una volta. Per accedere di nuovo al brano e ripetere l’ascolto è necessario acquistarlo o, ancora meglio, basta condividerlo con i propri amici sul network di BOOMiO (condivisione notificata anche su Facebook e Twitter). Un’attività di social listening che punta alla viralità dei brani ripercorrendo l’attività quotidiana e spontanea di condivisione da parte di milioni di persone.

Oltre a questo con BOOMiO si possono creare playlist, seguire gli amici, vedere quali artisti seguono a loro volta e ascoltare le loro canzoni, commentare, mettere “like”, condividere un numero illimitato di brani e addirittura chattare in tempo reale con i propri contatti per scambiare consigli musicali e ascoltare direttamente l’artista in questione.

Coming soon: sarà possibile seguire i nostri artisti preferiti, curiosare tra i loro ascolti ed essere i primi a condividere i nuovi brani!


Il primo passo è quello di registrarsi per creare un account con il proprio nome, scegliere un nome utente, inserire la propria data di nascita, l’indirizzo e-mail e la password, aggiungendo se si desidera una breve biografia e una foto.

Completata la configurazione, è possibile cercare le persone che conosciamo, invitare gli amici a partecipare, o semplicemente seguire estranei. Insomma niente di strano per chi frequenta i social network.

Prima di decidere se acquistare o condividere i brani, si può ascoltare la traccia per 20-30 secondi dopodiché si procede all’acquisto o alla condivisione. Quando si ascolta un brano, appare una sorta di conto alla rovescia e alla fine la bomba, che simboleggia la app, esplode emettendo adeguati effetti sonori, che ritornano ogni volta che qualcuno condivide una canzone con noi, poiché quando si condivide un brano si dice unboom “, e quando si condivide una playlist, si tratta di un “boomlist“…

Chissà se presto non entreranno anche questi termini nel nostro vocabolario, sorte comune a molte parole del mondo social!

BOOMiO: un’app per diffondere i nuovi talenti musicali

Insomma un’app pensata per veri appassionati di musica, una novità che cavalcando la nostra ormai abituale predisposizione alla condivisione e la potenziale viralità che ne potrebbe conseguire, piace molto alle etichette discografiche, le quali hanno dichiarato il loro supporto e autorizzato la presenza di moltissimi brani.

Senza dubbio questa app pensa alla promozione dei grandi artisti, che potranno promuovere direttamente i loro brani, ma anche agli artisti minori che incontrano non poche difficoltà nel promuovere la loro musica. BOOMiO sta lavorando per aggiungere una funzione che permetterebbe l’upload di brani da parte di artisti che non sono supportati da nessuna etichetta e così facendo mira a spianare la strada a chi vuole comunicare il proprio talento musicale e che dal supporto della “folla” potrebbe trarne grandi vantaggi, con alte probabilità di successo.

L’app è compatibile con Ipad, Ipod touch e Iphone e richiede iOS7 e successivi e attualmente è scaricabile gratuitamente soltanto dall’App Store USA (ma voi Ninja sapete già che non è impossibile scaricare un’app anche da store stranieri 😉 ). Lanciata a metà dicembre 2014 non ha ancora una vasta utenza, ma i fondatori si sono impegnati a firmare ulteriori accordi con altre etichette discografiche per superare i 20 milioni di brani disponibili e accrescere in breve tempo i fruitori!

In fondo, se la curiosità incombe, perché aspettare!?Provatela anche voi e fateci sapere nei commenti!

Come portare i Social Media in azienda? La parola a Filippo Giotto [INTERVISTA] #ninjamasterSMM

filippo giotto

Dopo aver deciso che l’azienda deve integrare i Social Media nella propria strategia che si fa? Bisogna organizzarsi, costituire un team, redigere un piano editoriale e definire le policy. Filippo Giotto, docente del Master Online in Social Media Marketing della Ninja Academy, ci spiega come e perché farlo.

1. Ho assunto uno stagista per gestire tutta la presenza della mia azienda sui social media. Ce la fa da solo, vero?

In un mondo perfetto questo non dovrebbe accadere. E’ pur vero però che una persona alle prime armi inserita in un contesto ben organizzato e con policy e processi già strutturate per le attività sui social media partirebbe col piede giusto.

Purtroppo invece capita non di rado che l’associazione social media = roba da giovani smanettoni porti a scelte affrettate e superficiali con risultati imbarazzanti. E la storia continua ad arricchirsi di brand cascati in errori simili e messi alla gogna all’urlo di epic fail.

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2. Piano editoriale? Ma come, non basta pubblicare delle immagini divertenti prese da Google?

Mettiamola così: i gattini, si sa, sono garanzia di engagement. Ma quanto sono affini al nostro brand e al pubblico che desideriamo raggiungere? Se è vero che non possiamo piacere a chiunque, è altresì importante avere chiaro chi sono le persone a cui ci rivolgiamo e quali corde toccare per ingaggiarle nel migliore dei modi. Per questo occorrerà costruire contenuti dedicati, posizionarli nel tempo cercando di sfruttare ricorrenze e trend del momento, il tutto con metodo in modo da valutare il successo delle nostre scelte e timing di comunicazione.

Non ultimo, ricordiamoci sempre che un’immagine pescata su Google (o più in generale in internet) non è necessariamente libera da copyright. La qualità è fondamentale, a un testo scritto in italiano corretto occorre affiancare una bella immagine per la quale disponiamo dei diritti di utilizzo.

3. Quanto costa un Social Team? Quanto budget dovrei allocare per questa attività?

Dal momento in cui l’attivazione delle properties sui social è gratuita potremmo affermare che sono sufficienti le persone del team. In realtà come per ogni mestiere anche quello di Social Media Manager e affini richiede i giusti strumenti per poter essere svolto.

Oltre al costo delle risorse umane dobbiamo quindi considerare un budget da dedicare agli strumenti necessari per consentire al team di svolgere il proprio lavoro nel miglior modo possibile. Parliamo di soluzioni tecnologiche per la gestione e il monitoraggio delle properties, per la pianificazione dei contenuti e del piano editoriale, per l’ascolto, per la reportistica e l’osservazione dei competitor, per la gestione dell’engagement e del caring, per lo sviluppo di materiali creativi.

In un secondo momento occorrerà preoccuparsi anche dell’integrazione del CRM e successive nuove attività per analizzare e sfruttare al meglio la ricchezza di dati con cui avremo arricchito i nostri DB. Investire nelle giuste piattaforme a supporto del team è fondamentale per consentire alle persone di poter dedicare tempo anche all’aggiornamento (che in questo ambito deve essere quotidiano), allo studio di nuove iniziative, allo sviluppo delle strategie di comunicazione fino agli aspetti di conversione di tutto questo in reali opportunità di business per l’azienda. Diversamente avremo un team sommerso dall’operatività.

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4. Perché è importante stabilire delle linee guida per la gestione dei social network? Cosa vuol dire definire una policy?

Come detto sopra, il SMM ha bisogno degli strumenti giusti per svolgere il proprio lavoro. Uno di questi strumenti è rappresentato dalle Social Media Policy e dalle linee guida operative, documenti che tracciano molto chiaramente confini e modalità di azione e comportamento delle persone sui canali social del brand. Non solo, servono anche per avere riferimenti operativi immediati in caso di una escalation del rischio che richieda il coinvolgimento di altri dipartimenti aziendali.

In ultimo ma non meno importante, una buona policy serve per indicare ai collaboratori, anche esterni, quali sono i comportamenti da tenere in relazione al brand, regole che molto probabilmente già esistono in azienda e che è sufficiente integrare per l’estensione ai nuovi media. Senza policy si rischia grosso, e affidarsi al buon senso delle persone purtroppo non è più sufficiente.

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5. Se le persone parlano della mia azienda sui social media come faccio a saperlo? E se dicono qualcosa, nel bene o nel male, come dovrei intervenire?

Per restare in ascolto ci sono diverse soluzioni che il SMM può adottare, da quelle gratuite ma meno affidabili e puntuali fino ai servizi cuciti intorno a specifiche esigenze. Tra i due estremi esistono numerose vie di mezzo, molte delle quali si possono provare per qualche giorno gratuitamente. Ciò che conta maggiormente è avere un servizio flessibile in termini di configurazione e che garantisca una elevata copertura delle fonti. La differenza di prezzo risiede proprio qui.

La ricetta perfetta per l’ascolto non esiste, ma ci si può avvicinare dopo numerose prove e soprattutto attraverso un continuo fine tuning e rapidità di azione quando occorre risintonizzare l’ascolto su nuovi topic che possono riguardarci.

L’opportunità di intervenire si valuta di volta in volta; in linea di massima si può affermare che prima di dire la propria in casa d’altri è bene valutare attentamente quali siano i rischi a cui si va incontro e la capacità di far fronte, nei fatti, a un aggravarsi della situazione. Domandiamoci se ne vale la pena anche in caso di testimonianza positiva: gli haters sono sempre in agguato.

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5 consigli per lanciare un concorso su Pinterest

Pinterest contest

Usare Pinterest per lanciare un contest può portare elevato engagement nei confronti del vostro brand; d’altronde è un social prima di tutto visivo, sul quale la volontà di condividere i propri interessi porta spesso a creare contenuti personali. Proprio per questo potete usarlo per invitare gli utenti a caricare materiale che premierà loro e arricchirà la vostra immagine.

Pinterest stesso incentiva a organizzare concorsi sulla propria piattaforma, a condizione di seguire alcune semplici regole – che trovate nella pagina dedicata ai consigli per i brand e che riporteremo per comodità:

È possibile:

  • Ricordare che Pinterest è tutto ciò che ha a che fare con le persone che scoprono cose che le ispirano. Premia la qualità invece della quantità.
  • Rendere più facile il coinvolgimento delle persone con istruzioni chiare e semplici.
  • Leggere le nostre misure antispam per mantenere il tuo concorso divertente e utile.
  • Se hai intenzione di fare riferimento a Pinterest, consulta le nostre linee guida per il branding.

Non si può:

  • Lasciar intendere che Pinterest sponsorizza o promuove l’azienda o il concorso.
  • Richiedere alle persone di aggiungere dei Pin da una selezione; consenti loro di poter aggiungere ciò che vogliono.
  • Obbligare le persone ad aggiungere ai Pin le regole del concorso. Questa sarebbe una grave violazione.
  • Realizzare un concorso a premi in cui ogni Pin, Repin, bacheca, Mi piace o Follow rappresenta un premio.
  • Incoraggiare comportamenti che possano generare spam, ad esempio chiedendo ai partecipanti di commentare.
  • Richiedere alle persone di votare per mezzo di Pin, bacheche o Mi piace.
  • Esagerare: i concorsi possono diventare obsoleti rapidamente.
  • Richiedere un numero minimo di Pin. Uno è sufficiente.
  • Denominare il tuo concorso “Aggiungi ai Pin e vinci”.

Prima di pubblicare un contest, partite da un’analisi di ciò che è la vostra azienda. Il vostro concorso, come tutto ciò che fa le vostre veci in rete, deve rispecchiarvi. Prendete ciò in cui eccellete e traetene spunto per creare qualcosa di unico. Dopodiché assicuratevi di avere bene a mente le linee guida offerte dal social e seguite questi consigli per ottenere il meglio dalla vostra proposta!

1 – Chiedete un solo contributo

Pinterest preferisce la qualità alla quantità. Ai profili business viene chiesto di incoraggiare i partecipanti dei contest a condividere un unico contenuto di qualità, piuttosto che numerosi pin mediocri.

HuHot, un ristorante di cucina mongola statunitense, ha organizzato un contest mettendo in palio un coupon del valore di 100$. Ai fan è stato chiesto di preparare il loro piatto orientale e di caricare la foto su una bacheca dedicata al concorso, dopodiché hanno raccolto i pin migliori in una bacheca sul loro profilo, in modo che potessero navigarvi gli altri utenti.

Un unico contributo di qualità farà sì che i contenuti generati dagli utenti seguano le regole di Pinterest, e costituiranno un vero valore aggiunto per le vostre bacheche.

2 – Create hashtag unici

Un hashtag preciso permette una perfetta identificazione del contenuto. Invitate i partecipanti a usare un particolare hashtag – anche pensato da voi apposta per il concorso – per partecipare.

Il contest di Ergobaby (un altro brand statunitense) dedicato alla Festa della Mamma, è ruotato intorno a tre hashtag: #ergobaby, #idealmothersday a #babywearing; i tag scelti sono perfetti perchè relativi al brand, al prodotto e alla festa. Per partecipare al contest è stato chiesto agli utenti di taggare i pin con questi hashtag per poterli identificare facilmente e per creare un contesto dedicato al concorso.

3 – Create una landing page

Chiedere agli utenti di commentare su Pinterest è considerato spam. Il miglior modo per evitare lo spam su Pinterest è di portare fuori dalla piattaforma tutte le attività che possono risultare tali; nell’ambito del concorso, il modo ideale di farlo è di creare una pagina web dedicata. Uno spazio sul vostro sito è inoltre il luogo ideale per spiegare le regole, i termini, i premi e mostrare un pin di esempio.

Questo può anche costituire dei vantaggi: aumenterete il traffico al sito e aumenteranno i click al vostro profilo da parte di chi ancora non vi segue.

4 – Spiegate regole e premi in modo chiaro

Le regole di un contest su Pinterest devono essere facili da comprendere per favorire la partecipazione. Uno dei consigli di Pinterest è di ripetere agli utenti quali sono i premi e le condizioni nell’arco della durata del concorso.

Ad esempio, nei concorsi indetti da HP, le regole e i premi sono annunciati nel pin introduttivo della bacheca, e in ogni step settimanale vengono ribaditi.

Con modalità di partecipazione semplici i partecipanti si sentono incentivati a caricare materiale e di conseguenza aumenterà l’adesione al concorso.

5 – Premiate la creatività

Fate in modo che non siano i commenti, i pin o i repin a determinare la vittoria di un partecipante, ma assicuratevi di giudicare personalmente la sua creatività. Quando i partecipanti sanno che la loro creatività è giudicata da una giuria, si impegnano di più pensando attentamente a come partecipare. Premiate l’impegno, non fate scegliere al caso o alla visibilità.

E voi, avete mai organizzato un concorso su Pinterest? Con questi semplici consigli sarà semplice avvicinarvi alla vostra community e costruire le fondamenta per l’interazione anche su questo social. I contenuti generati dagli utenti costituiranno una ricchezza per voi e per loro. E non scordate il potere della possibilità di vincere un premio! 😉

YouTube: i video che vedremo nel 2015

youtube francesco bonaurio

Questo articolo è stato scritto da Francesco BuonaurioAudience Growth & Digital Rights YouTube Certified.

Noi tutti siamo destinati a vedere in rete strane ed inaspettate manifestazioni di virtù e vizi di altre persone, al punto che andremo sempre più lontani dall’attuale concezione di sé e del proprio sé all’interno della società.

YouTube sta in qualche modo dando una spinta al processo di manifestazione del sé in rete, o almeno del suo dark side… Cosa che oltre ad essere entertaining (nella migliore delle ipotesi sia per lo spettatore sia per il produttore di video), con l’introduzione del programma di partnership è diventata anche convenient. O almeno questo è quanto ormai sperano la maggioranza di quelli che si cimentano a fare video mettendoli poi sulla piattaforma.

Non mi sorprenderei di vedere nel 2015 l’ascesa di trend che hanno caratterizzato lo scorso anno, che i meno al passo con i tempi definirebbero solo ed inevitabilmente “bizzarrie” dell’uomo moderno, e che i content creators vedranno come una nuova occasione, una possibilità.

Detto questo, cosa vedremo nel 2015?

 Intanto scopri come progettare contenuti video virali.

Toys collectors: anche i giocattoli diventano virtuali?

Tu operatore di marketing/creativo del mondo della comunicazione non affacciarti a YouTube se non hai mai sentito parlare di PewDiePie, il gamer che secondo Forbes avrebbe guadagnato 4 milioni di dollari lo scorso anno dalla sua attività su YouTube. Perché se non hai sentito parlare di lui, ci metto la mano sul fuoco, non hai mai sentito parlare di quante views al giorno producono canali di unboxing di giocattoli (sì, video in cui quel che vedi sono mani che aprono scatole).

Nel caso di DisneyCollectorBR le views prodotte giornalmente sono anche superiori a quelle di PewDiePie: parliamo di 14-15 Milioni di views giornaliere e di circa 450 Milioni di views mensili (secondo le statistiche raccolte dal sito SocialBlade).

Ora immagina il tuo brand esposto 14 milioni di volte al pubblico in un giorno. E mentre lo fai pensa a quanto possa essere utile contattarmi in privato 😉

Cosa succederà dunque al Gaming classico?

Io credo che sarà ancora protagonista. Tralasciando il bisogno umano di stimolare il proprio intelletto giocando (a qualsiasi cosa) e tutte le ragioni che hanno portato al successo i videogame (argomento affrontato da Vsauce nel video “Why do we play Games?“), il gaming su YouTube ha ed avrà sempre un particolare emotional involvement tutto suo, e ben strutturato, che prima è caratterizzato dal riconoscersi all’interno della narrazione del gioco stesso, e poi dal riconoscersi nel Credo (la parola usata in questo caso è creed, n.d.r.) che il videogiocatore-YouTuber comunica alla propria audience.

Senza andare nel particolare dei volumi d’affari prodotti dai videogame su Internet vorrei solo ricordare la recente acquisizione di Twitch da parte di Amazon: operazione da quasi 1 miliardo di dollari. 1000 milioni di verdoni. E se non sapete cosa sia Twitch, detto in una frase, è una piattaforma che permette a videogiocatori di far vedere in streaming live la propria partita giocata. Streaming di partite ai videogiochi, e Amazon ci butta su 1 miliardo di dollari! Presto in pratica non parleremo più di colpi di stato, ma di Rivincite dei Nerd.

ASMR e le whispers del web

I social in qualche modo riflettono la nostra realtà interiore in quanto uomini e donne, e dal successo di alcuni fenomeni del web ricaviamo interessanti informazioni su di noi. Una delle chiavi di successo del Beauty su YouTube è forse il fatto che chi è interessato a questo o quel prodotto di make up può facilmente rivolgersi alla ragazza della porta accanto che ha già provato il prodotto, e che può dare pareri molto più genuini. Ha senso se ci pensate, no?

Ma in questo modo non vi sto rivelando nulla di troppo nuovo, cosa che invece vorrei fare spendendo qualche parola sul fenomeno ASMR. Secondo Wikipedia il termine “Autonomous sensory meridian response” (ASMR), in italiano risposta autonoma del meridiano sensoriale, è un neologismo utilizzato per indicare una piacevole sensazione di formicolio al cuoio capelluto, lungo la schiena o sulle spalle di solito accompagnato da uno stato di completo rilassamento mentale di chi la sperimenta.

In altre parole, ci sono delle persone che davanti la telecamera simulano un ruolo (moglie, segretario/a, dottore, ecc.) ed inscenano una situazione in cui chi sta di fronte la telecamera finge di interagire con lo spettatore, e mentre lo fa produce dei suoni che sono definiti ed amplificati da diversi microfoni disposti nell’ambiente.

Provate a guartdare questo video, e fatelo headphones alla mano.

Cosa c’era prima di Spotify? YouTube ovviamente!

Per alcuni in realtà il passaggio a Spotify non è mai avvenuto, per altri invece non avverrà mai. Forse si tratta di una corsa col tempo a chi dei due si accaparra il pubblico disposto a rendere legale e legittimo il proprio fruire musica. Provate a chiedere a persone a caso che non usano Spotify dove trovano ed ascoltano la propria musica.

La musica su YouTube è solo una parte delle forme di intrattenimento della piattaforma, ma lontano da Frank Matano e Favijtv per i più YouTube è solo musica (e gattini eventualmente). È sempre stato così, la società ha sempre espresso questo bisogno, e YouTube lo ha soddisfatto nel tempo, prima che Spotify lanciasse il modello di business adatto al successo di tale servizio in quanto servizio a sé stante. Ed ora Google “rincorre”.

L’ultimo pargolo di Mr. Page e Mr. Brin è Music Key. Prendete Spotify, aggiungeteci che oltre ad ascoltare la musica l’intera fruizione del video musicale (dunque della canzone + il videoclip) venga alleggerita dall’assenza di fastidiosi preroll pubblicitari, ed ecco una grossolana descrizione di Music Key. È ancora in Beta, ma l’intento è quello di fare il botto ovviamente. Su come iscriversi trovate informazioni QUI.

Ricapitolando

Nel 2015 le persone saranno sempre più parte del villaggio globale di cui parlava McLuhan, e i bambini probabilmente non giocheranno col giocattolo se prima non lo avranno visto scartare da qualcuno su Internet, i ragazzini non giocheranno ai videogiochi con gli amici seduti di fianco a loro, ma con quelli seduti in altri continenti (e quando non lo faranno si divertiranno solo a guardarli), ascolteranno musica in streaming da ragazzi, e si rilasseranno dallo stress lavorativo con video ASMR in età adulta.

E non stiamo considerando le altre fasi della vita, che sicuramente presto o tardi troveranno il proprio contrappunto nel mondo virtuale. Tutto questo sembra strano, ma se ci guardiamo intorno… sta già accadendo.

Voi cosa ne pensate?

In diretta dalla Silicon Valley: Oscar Di Montigny racconta il futuro del Mondo [WEEK 2]

Continua il viaggio di Oscar Di Montigny in Silicon Valley. Dopo startup, incubatori e grandi aziende visitate nella prima settimana, Oscar approda alla Singularity University, al NASA research campus, dove ha conosciuto scienziati, ricercatori ed esperti.

LEGGI ANCHE: In diretta dalla Silicon Valley: Oscar Di Montigny racconta il futuro del Mondo [WEEK 1]

Week 1

#1 – Campus, disruption e linear world vs exponential world

Per approfondire: Singularity University, Linear and exponential thinking.

#2 – NASA, sicurezza e privacy

#3 – Tecnologia e Automotive, biologia e food

Per approfondire: Andre Wegner, Paul Saffo,

#4 – Cybercrime

Per approfondire: Marc Goodman.

#5 – Moonshot thinking!

Ringraziamo Oscar per il suo racconto dal futuro, non vediamo l’ora di viverlo!

Il crowdfunding di Alyt e il ruolo della community nel post-campagna


Nessuno possiede la formula magica per ottenere successo in un progetto di crowdfunding, ma sicuramente dalle campagne che hanno raggiunto efficacemente l’obiettivo  prefissato si può imparare molto.

Dopo l’intervista a Matteo di Pascale, creatore di una delle dieci campagne Kickstarter più finanziate in Italia per Intùiti, abbiamo fatto due chiacchiere con Mirko Bretto, co-founder di Alyt, assieme a Luca Capula e Alessandro Monticone.

ALYT è uno dei primi Smart Home Manager basato su piattaforma Android che combina sicurezza professionale, risparmio energetico, oltre a più applicazioni e dispositivi per far diventare realtà l’Internet of Things nelle case. ALYT dà vita alle abitazioni comunicando con ogni sorta di apparecchi e dispositivi di domotica. I sensori di sicurezza sono collegati attraverso un protocollo dedicato, che posiziona ALYT tra i sistemi più impenetrabili sul mercato della sicurezza.

I tre torinesi, con il loro progetto hanno Alyt, hanno raggiunto e superato l’obiettivo di 100mila dollari su Indiegogo.

Le ragioni del successo del loro crowdfunding? Sicuramente ha contribuito l’hype attorno al tema dell’Internet of Things, di cui sono stati tra i rappresentanti italiani al CES di Las Vegas di quest’anno, a cui hanno partecipato assieme ad altre startup italiane come Circle Garage, che invece ha rappresentato il settore del wearable.

Però ovviamente questo non basta, vista la quantità di progetti che sono presentati ogni anno in questo settore. Senza una buona comunicazione, infatti, difficilmente si riesce a raccogliere donazioni. Non basta però essere un buon PR o esperto di markerketing digitale per riuscire a gestire una campagna di crowdfunding, come ci ha spiegato Mirko nell’intervista.

Una campagna di crowdfunding conclusa con successo: cosa hai imparato da questa esperienza?

Nonostante io lavori da anni nell’ambito della comunicazione, seguendo la mia prima campagna di crowdfunding ho capito che non c’è solo tanto ma imparare ma ci sono dinamiche totalmente nuove da capire.

Bisogna spiegare il prodotto, nel modo più semplice e completo possibile.

Ma bisogna anche spiegare cos’è il crowdfunding, perché in molti ancora non ne hanno colto appieno il senso e lo confondono come un ulteriore canale attraverso cui fare acquisti online, quando in realtà è profondamente diverso.

Partiamo allora dall’inizio: come avete scelto la piattaforma?

Inizialmente volevamo lanciare la campagna su Kickstarter, semplicemente perché ha un bacino più ampio di utenza e perché la maggior parte dei progetti di crowdfunding più finanziati hanno utilizzato quella piattaforma.

Abbiamo fatto richiesta e, dopo due settimane, c’è stato detto che non potevano accettare il progetto, perché riguardava un prodotto legato alla sicurezza, settore che all’epoca era escluso, assieme ad altri come ad esempio il medicale.

La seconda scelta è stata quindi Indiegogo, dove, dopo un breve controllo amministrativo, ci hanno dato il nulla osta in meno di 24 ore.

Come avete strutturato la vostra campagna di comunicazione?

Integrando le competenze di un’agenzia di comunicazione italiana, che ha sviluppato la strategia e preparato il materiale di comunicazione, con un’agenzia americana, indispensabile per fare circolare il prodotto tra le testate più importanti.

Il prodotto è stato svelato in coincidenza con il lancio della campagna. Inizialmente i finanziatori erano principalmente i contatti diretti, i cosiddetti Friends&Family, a cui in ogni caso non è stato banale spiegare Alyt e spiegare il concetto di crowdfunding.

Poi l’attività di PR ha portato buoni risultati, ma soprattutto grazie agli articoli di approfondimento e di settore.

Dopo la fase iniziale, abbiamo avuto un picco grazie all’uscita nella newsletter.

In una seconda fase abbiamo cominciato a collaborare con un’agenzia americana specializzata in crowdfunding che ha attivato una campagna capillare su Facebook.

Una volta raggiunto l’obiettivo, vi è stata un’impennata dei finanziamenti: abbiamo raccolto quasi 20mila dollari in meno di 24 ore.

A fine campagna abbiamo quindi attivato il pre-ordine attraverso Trycelery. In questo caso ad acquistare il prodotto sono stati soprattutto italiani.

C’è qualcosa che, se tornassi indietro, faresti diversamente?

Non abbiamo fatto una comunicazione pre-campagna e questo, retrospettivamente, è stato un errore.

Un altro errore è stata la durata della campagna: 60 giorni. Un tempo troppo lungo con il quale si rischia di perdere l’attenzione dei possibili finanziatori.

Qual è stata la difficoltà più grande?

Spiegare la differenza tra crowdfunding e acquisto e, di conseguenza, gestire la community anche nel post-campagna.

La nostra community infatti è composta da diversi tipi di finanziatori, ognuno dei quali reagisce diversamente ad eventuali criticità, come ad esempio bug nel prodotto o ritardi sulla consegna (che sono fisiologici in un progetto di crowdfunding):

– i tech-savvy appassionati di tecnologia sanno cos’è il crowdfunding e hanno alle spalle altri investimenti, anche se di piccolo taglio. Spesso sono molto critici, però quando capiscono la complessità del prodotto nella sua interezza danno feedback molto utili, suggeriscono integrazioni e sviluppi futuri.

– gli appassionati del settore acquistano anche i kit più costosi ma spesso solo dopo che sono sicuri che il progetto verrà realizzato, quindi dopo il raggiungimento dell’obiettivo.

– i veri e propri pro-am con competenze tecniche di sviluppo spesso si offrono anche di collaborare alle sviluppo del progetto; sono impazienti di ricevere il prodotto per poterlo utilizzare. Spesso ci tengono ad avere il prodotto nella versione beta, in alcuni casi alfa, proprio per poterci “mettere le mani dentro”.

Con questi tre tipi di utenti si instaura un dialogo costruttivo. Però c’è una minoranza di finanziatori che invece sono convinti di aver effettuato un acquisto, non di aver investito in un progetto, quindi sono poco tolleranti ai ritardi. Sono gli utenti che hanno scoperto il prodotto su un blog di settore e sono quindi atterrati per caso su Indiegogo senza comprenderne appieno le dinamiche.

Nel post-campagna una delle attività principali è quindi la gestione della community, da un lato per sensibilizzare sul vero significato del reward-based crowdfunding dall’altro per ottenere tutti i vantaggi che possono derivare dall’ascolto dei suggerimenti, consigli e critiche di una community di appassionati.

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Il reward-based crowdfunding deve essere infatti compreso nella sua accezione originaria: un modo per finanziare un progetto e supportare il team a realizzarlo. Il fatto che poi come reward per ringraziare i finanziatori venga dato in omaggio il prodotto, non deve essere confuso con l’acquisto di un prodotto pronto per il mercato. Al contrario per i prodotto tecnologici è proprio in questa fase che acquisiscono maggiore valore i finanziatori, che non a caso noi chiamiamo “guru” che diventano dei preziosi beta tester.

Ad esempio nel nostro caso abbiamo creato diversi livelli di perks. Alcuni finanziatori hanno esplicitamente scelto di avere il prodotto nella fase alfa, per poterlo testare e debuggare. Altri hanno acquistato il prodotto nella fase beta. Proprio in questo momento stiamo concludendo questa fase con i primi 100 finanziatori e grazie a loro stiamo eliminando alcuni bachi. Saremo così pronti per consegnare un prodotto più stabile anche agli altri finanziatori.

Vuoi migliorare il tuo storytelling? 8 professionisti ti dicono come

 Ormai è assodato che non si può fare branding senza narrazione. Ma come si possono migliorare le proprie capacità di storytelling? Se ancora siete indecisi su quale stile scegliere, quale taglio dare e come sviluppare la vostra narrazione aziendaleecco qualche consiglio da chi lo storytelling lo fa di mestiere.

#1 Storytelling è problem solving

Le idee più audaci nascono quando ci si trova davanti a un ostacolo. Questo è ciò che è successo a Richard Linklater nell’ideazione del film Boyhood, vincitore di un Golden Globe e candidato a sei premi Oscar. Linklater racconta che voleva raccontare una storia di formazione. Tuttavia aveva idee che raccontavano età diverse dell’infanzia e questo era un limite. L’idea di Boyhood è stato puro problem solviong.

Girare il film in dodici anni per permettere ai personaggi di crescere e invecchiare con gli attori. L’idea era assolutamente semplice ma geniale poiché non era mai stata usata prima.

#2 Puoi raccontare una storia da qualsiasi punto di vista, quindi scegli bene

Terence Winter, sceneggiatore e produttore televisivo statunitense, ci insegna che può essere un vantaggio raccontare una storia da un punto di vista completamente nuovo. Tra i suoi lavori più importanti figurano I Soprano, Broadwalk Empire e The Wolf Of Wall Street. “Ogni film che abbia mai visto su Al Capone lo mostra al culmine del suo potere, e un po’ come un Greatest Hits di Al Capone.

Se hai a disposizione solo due ore, vuoi vedere Al Capone quando è al top della sua vita. In Boardwalk Empire, incontriamo Al Capone quando è un ragazzino che guida un camion. Per me questo Al Capone è molto più interessante perché arriviamo a vederlo diventare il ragazzo che tutti conoscono, e per farlo abbiamo avuto ore e ore, scopriamo ciò che lo ha formato e ciò che ha reso questo ragazzo un duro. Far ciò è un lusso per un narratore. Ed è molto più soddisfacente per il pubblico.”

#3 Racconta storie personali, anche se non sono necessariamente autobiografiche

Quando Jon Favreau si è trovato a scrivere la sceneggiatura del film Chef  ha cercato di scattare un’istantanea, in maniera molto naturalistica, di quella che era stata la sua vita, senza per forza giungere al racconto autobiografico. Ed è questo ciò di cui in realtà parla il film: qualcuno è che è così intensamente devoto alla sua carriera, che ha messo la famiglia in secondo piano. “I miei divorziarono, quindi ci ho messo molto di ciò che era nascosto tra i miei ricordi, che ho raccontato attraverso il figlio, ricordando com’era, i sentimenti che ho provato.”

#4 Scrivere è rispondere a delle domande

Lo scrittore David Levithan afferma che scrivere un racconto è rispondere a delle domande. All’inizio non abbiamo idea di quali siano le risposte, però il processo narrativo è un viaggio. Quindi quando progettiamo una strategia di storytelling è importante avere dei punti fermi, le nostre domande, ma anche la flessibilità di giungere a risposte con non ci saremmo aspettati.

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#5 Ricerca i dettagli nel mondo reale

Mike Judge e Alec Berg sono i produttori esecutivi di Silicon Valley, una serie che racconta la storia di alcuni programmatori californiani che lavorano al progetto Pied Piper. “Il nostro consulente, Jonathan Dotan, ha cercato di proporre i prodotti creati dai nostri personaggi a veri venture capitalist,” racconta Judge […] “Questo processo ci aiutava a risolvere un sacco di dettagli che fanno funzionare lo show”, spiega Berg. “Abbiamo chiesto alla gente, ‘Vuoi investire in questa azienda? Se no, perché no?’ […] Ci siamo fatti le stesse domande che Richard, il protagonista, si pone durate la serie, così un sacco di episodi della prima stagione sono cose che ci sono successe davvero.”

L’esempio di Silicon Valley dimostra come uno storytelling di successo non ha bisogno di voli pindarici. A volte, basta una narrazione semplice, ma efficace.

#6 Scrivi come se stessi raccontando una storia a un amico

James Patterson ammette che le armi del buon narratore sono il ritmo, lo stile, il tono. Non c’è una formula magica, ognuno ha il proprio. “Penso che quello che aggancia la gente alle mie storie sia il ritmo. Cerco di escludere le parti che la gente in genere salterebbe. […] Tendo a scrivere storie nel modo in cui le racconterei a qualcuno. Credo che sarebbe tragico se tutti scrivessero in questo modo. Ma è il mio stile. Ho letto i libri da un sacco di grandi scrittori. Penso di essere uno scrittore nella media, ma sono certo di essere un buon narratore. ”

#7 Non creare aspettative superiori a quelle che puoi davvero soddisfare

Una buona storia non deve per forza eccedere per essere efficace. E inutile lanciare un’esca troppo grande se poi il pesce non abbocca. Robert King, creatore di The good wife, usa Star Trek come esempio: quante volte Spock sembrava morire in tutte le stagioni di Star Trek? Ma non moriva mai perché senza di lui la serie non sarebbe avrebbe avuto senso. Meglio creare engagement attraverso pochi elementi memorabili che deludere il proprio pubblico con aspettative irrealistiche.

#8 Non essere generico

Forse ricorderete lo nei panni di Touluse-Lautrec in Moulin Rouge! o come Tebaldo in Romeo+Juliet.  Nel suo ultimo spettacolo teatrale John Leguizamo racconta gli alti e bassi della sua vita professionale e personale. L’attore spiega: “Più sei specifico sugli eventi nella tua vita, più questi diventano universali. La gente non si identifica con fatti generici. Ho imparato presto che solo quando ti racconti in ogni dettaglio riesci a toccare le corde profonde dell’animo umano.”

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Corso in Video Marketing: da oggi fruibile on demand!

corso video marketing

Ognuno avrà i suoi 15 minuti di celebrità, ma se Andy Warhol fosse vissuto ai tempi di Youtube si sarebbe reso conto che ne bastavano anche due. Nell’era dei virali, delle video-star della rete, delle condivisioni immediate sui social, l’online video assume una valenza di marketing inedita nel panorama mediatico.

LEGGI ANCHE: 10 cose che ho imparato al Corso Online in Video Marketing

5 cose che imparerai durante il corso

Il corso ti insegnerà quali sono gli step metodologici su cui si basa ogni strategia di video marketing di successo, permettendoti di dare solidità alle scelte aziendali che coinvolgono il mix promozionale e di branded content. In particolare, frequentando il corso, imparerai a:

1. integrare il video all’interno dei piani marketing aziendali
2. sviluppare racconti contagiosi
3. trovare il giusto pubblico cui distribuire i video
4. pianificare campagne su Youtube
5. misurare il ROI dei video

Chi è il docente e quali sono gli argomenti del corso?

Edoardo Scognamiglio

Edoardo Scognamiglio – Co-Founder Combocut

Edoardo Scognamiglio, dopo una laurea presso l’Università Cattolica di Milano in “Linguaggi dei Media”, nel 2005 entra come autore nella squadra del programma televisivo Le Iene. All’interno dell’agenzia Combocut, di cui è co-fondatore, si occupa della direzione creativa e strategica.

Il video nel funnel di marketing

  • Il funnel ed i generi video
  • Focus su video player, analytics e ROI

YouTube Marketing, Case History ComboCut e video di successo dal mondo

  • Il video marketing su YouTube
  • Case study ComboCut e internazionali

Il video online tra tecnica di produzione e montaggio

  • Le diverse tecniche per realizzare un video
  • Introduzione al montaggio

Quanto dura il corso?

Il corso ha una durata di 9 ore formative per apprendere tecniche e nozioni. Le lezioni di questo Corso On Demand sono le registrazioni di un corso tenutosi ad aprile 2015. Tutti i video e le slide saranno disponibili sulla piattaforma e-learning senza alcun limite di tempo.

Cosa dice del corso chi lo ha già frequentato?

Leggi l’esperienza passata di chi ha seguito questo corso prima di te!

PREZZO LANCIO 199€
BE NINJA!

Social Media e Super Bowl 2015: vincitori e vinti

Super Bowl 2015

Dopo tanta attesa la 49° edizione del Super Bowl è passata.

È arrivato il Day After, in cui tutti gli appassionati di social media tirano le somme sugli andamenti dell’evento, ormai sempre più internazionale e capace di appassionare anche chi non segue il football abitualmente. Il lunedì dopo la partita è anche il momento in cui si analizzano i social network, e si decretano i vincitori e i vinti di quest’anno.

Trend

Cominciando con una panoramica sull’evento, per i più geek consigliamo la lettura dell’articolo di Adobe sui trend di marketing del Super Bowl. Da quando l’evento di football più famoso al mondo è diventato letteralmente una macchina per fare soldi, è bene saperne qualcosa in più.
I punti salienti sono particolarmente interessanti:

  • I brand che hanno deciso di investire in advertising durante la partita sono stati nominati 6.5 volte in più rispetto all’anno scorso, e usare il social buzz per predire i trend futuri è probabilmente la prossima frontiera del social marketing.
  • Le impression organiche scendono del 32% di anno in anno, e continuano a decrescere nel 2015. Anche nello sport i contenuti sponsorizzati la fanno decisamente da padrone.
  • Impennata per quanto riguarda le visualizzazioni da mobile. E questo significa più visualizzazioni e più acquisti, soprattutto con il successo degli schermi più larghi, che portano ad un ROI maggiore per ogni visita da mobile.
  • Interessante è l’internazionalizzazione del fenomeno. Grazie soprattutto alla scelta dei digital video come post da promuovere, molti Paesi hanno l’opportunità di accedere alla visualizzazione in tempo reale.

Social Network

Generalmente è Twitter il social per definizione durante questi eventi, e il canale real time in cui tutti riversano i propri pensieri. Basti pensare alle features particolari che erano state rilasciate per i mondiali di calcio nel 2014.

Ma è il social di Zuckerberg che quest’anno ha visto lungo. Dopo i 50 milioni di persone che parlavano dell’evento nel 2014, per questa edizione ha deciso di fornire a sua volta un posto per connettersi in tempo reale e commentare la sfida tra Seattle Seahawks e New England Patriots.
La Super Bowl experience ha permesso di:

  • Assistere alle reazioni in tempo reale delle persone in tutto il globo, seguendo il Live Feed
  • Informarsi sui post del NFL, dei team, e dei giocatori grazie a In the Story
  • Unirsi alla conversazione, postando come update “watching Super Bowl XLIX”

Inoltre, sembra che per la prima volta, Facebook abbia venduto advertising a persone appartenenti a target specifici in base alle conversazioni durante il gioco. Sembra che l’advertising dipenda dalle parole chiave che gli utenti inseriscono, e includono video pubblicitari che partono autonomamente sulla Newsfeed.

Vincitori e Vinti

#LikeAGirl

In termini di social media buzz, questa pubblicità era ancora tra i trend di questa mattina.
Per chi si fosse perso questa piccola perla, è una pubblicità, creata dal brand Always di prodotti per l’igiene femminile, che critica il concetto per cui “Correre come una ragazza” o “Lanciare come una ragazza” significa atteggiarsi in modo stupido, o essere deboli o inefficaci.

La campagna non è nuova e non era nata inizialmente per il Super Bowl, ve ne avevamo già parlato in estate, ma sono stati creati dei contenuti dedicati (“Are you in it to win #LikeAGirl), e il web ha decisamente apprezzato.

Katy Perry

L’halftime del Super Bowl è da sempre oggetto di grosse reazioni su social media, e dopo Beyoncé e Madonna, quest’anno è toccato a Katy Perry, con la collaborazione di Missy Elliot e Lenny Kravitz.
In particolare la coreografia con gli squali danzanti ha fatto furore, e ha dato già il via a numerose imitazioni.

Nationwide Insurance

“Hope you guys are having a great day. Did you know your kid is probably gonna die soon? Enjoy your nachos & funeral planning!” è stato solo uno dei tweet di reazione a questo spot.

Decisamente uno dei vinti di questo Super Bowl. Uno spot per creare awareness a livello sociale, ma decisamente inquietante, che mostra un ragazzino che elenca tutte le cose che non potrà mai fare perché è morto durante un incidente. Lo scopo era ricordare agli spettatori che è importante prevenire i pericoli, ma molti non hanno apprezzato un messaggio del genere durante un momento ludico e leggero come il Super Bowl.

Ministero Ecuadoreno del Turismo

Un epic fail politico era sicuramente da menzionare. Uno spot nato per promuovere le bellezze del Paese, che ha avuto uno spiacevole effetto boomerang.
Lo spot sfrutta il tea di “All You Need is Love”, aggiungendo l’hashtag #AllYouNeedIsEcuador, ma molti abitanti dell’Ecuador hanno risposto in malo modo: “”All we need is free speech, democracy and yes, another president”.
Alcune critiche sono state fatte anche per l’entità dell’investimento, circa 4.5 milioni di dollari ogni 30 secondi.

 Per la rassegna degli spot trasmessi durante il Super Bowl vi rimandiamo all’articolo della sezione video Super Bowl 2015: i migliori e i peggiori spot

Super Bowl 2015: i migliori e i peggiori spot

Ai grandi fan del football americano basta sapere che a uscire vincitori dal University of Phoenix Stadium sono stati i New England Patriots. Ma a noi Ninja ora spetta divertirci con la parte dell’evento che più ci appassiona: gli spot del Super Bowl 2015.

Grazie ai numeri strabilianti (l’edizione dello scorso anno, che ha raggiunto una media di più di 111 milioni di spettatori, ha conquistato il record di programma televisivo più seguito nella storia della tv americana) il Super Bowl non è solo la notte più importante per la NFL, ma anche uno dei palcoscenici più prestigiosi per i brand e i loro commercial.

Come ogni anno, dunque, commentiamo quelli che secondo noi sono stati i migliori e peggiori spot andati in onda durante la 49esima edizione del Super Bowl.

Di cosa hanno parlato i brand?

Il tema della paternità pare aver avuto la meglio nei brief creativi di parecchi brand. Dopo mesi di advertising di ambizione sociale dedicato all’emancipazione delle donne, c’è chi ha deciso di coinvolgere anche l’altra metà del cielo. Strategicamente parlando, non c’è niente di più furbo che commuovere i papà incollati davanti alla tv con pizza e birra in mano mentre si guardano l’evento sportivo dell’anno.

E se ci metti poi quel curioso aneddoto riguardante Richard Sherman (uno dei giocatori dei Seattle Seahawks, che aveva dichiarato di non essere certo di partecipare al Super Bowl se la moglie fosse entrata in travaglio proprio in quelle ore), diventa chiaro che il Super Bowl XLIX era destinato ad essere l’edizione dei papà.

E come vedremo, c’è anche un po’ di nostalgia negli spot di quest’anno.

Ma ora spazio agli spot, i migliori e i peggiori secondo noi Ninja!

I migliori

Dove

P&G celebra le mamme, e Unilever risponde con la sua campagna dedicata alla controparte (ricordate la campagna per la Festa del papà del 2014?). Lo spot di quest’anno è un emozionante supercut fatto di papà che spalmano creme solari, che corrono in aiuto del figlioletto che si è sbucciato un ginocchio, di padri che ballano assieme alle figlie nel giorno del loro matrimonio.

Bud

La rivincita dei nerd, degli amanti dell’old school, degli anni ’80. Pac Man diventa cool anche fuori dal web e ai siti per geek, diventa una mega installazione da discoteca dove trasformarsi in Pac Man e sfuggire ai fantasmini. Una di quelle cose che molti inserirebbero nella propria personale lista delle cose da fare nella vita.

Snickers

Dopo qualche spot un po’ tirato per i capelli che giocavano sul claim “You’re not you when you’re hungry“, finalmente uno commercial accattivante. Danny Trejo e Steve Buscemi dentro ad una scena de “La Famiglia Brady“, nei panni rispettivamente di Marcia e Jan Brady. Effetto nostaglia + straniamento assicurato.

Che abbiamo preso ispirazione da “Too Many Cooks“? 😉

Mophie

Epic Win! L’esempio per antomiasia del finale a sorpresa. Scenari apocalittici anticipati dal titolo “All Powerless“. Guardi il mondo nei suoi ultimi momenti prima della fine e pensi che collegamento ci sia. Oh, c’è. Fidatevi, c’è.

Nissan

La campagna #Withdad è stata ampiamente spinta nelle settimane precedenti al Super Bowl con una serie di video realizzati in collaborazione con diversi YouTube Creators, come Epic Meal Time, Dude Perfect, Jabbawockeez, Convos with my 2-year Old, Roman Atwood e Action Movie Kid.

Lo spot trasmesso sceglie una forma molto più “televisiva” e tradizionale, presentando comunque una narrazione ben fatta e coinvolgente che investe il tema del rapporto padre-figlio.

Coca Cola

Anticipato da un video teaser che annunciava maestosamente che Internet non sarebbe stato più lo stesso post di sempre, il commercial di Coca Cola non ci ha deluso. Perché ha mantenuto tono e temi di sempre, ma ne ha rinnovato il contesto, ovvero il web: in una sala server una bottiglia di Coca Cola si rovescia e… la rete diventa un posto più felice, senza troll, senza bullismo e brutta gente.

NoMore

Lo spot contro la violenza domestica che sicuramente avrete cisto circolare in questi giorni. Potente, dritto al cuore della questione e a quello dello spettatore.

Loctite

C’è del potenziale per parecchie parodie e meme.

E i peggiori

Victoria’s Secret

Il 2014 è stato l’anno dell’empowerment femminile in pubblicità. #LikeAGirl è stata una delle campagne più condivise e supportate online, in grado di ridare forza ad un dibattito importante quale la parità di generi, assieme a diversi altri brand.

Certo non ci aspettiamo che il brand di lingerie più famoso, durante un evento sportivo di tale caratura, si esponga con un commercial rivoluzionario, ma nemmeno così scontato da mettere gli Angeli in divisa da football, solo per ricordare ai maschietti che sta arrivando San Valentino.

Budweiser

Ops, they did it again.

T-Mobile

Brand che ci ha regalato commercial ironici e diventati grandi virali, sceglie un personaggio discutibile come Kim Kardashian. Che tutto può comunicare, tranne che ironia.

Carl’s Junior

Ok, parlano tutti di bio, di naturale. Meglio parlarne in modo diverso dagli altri! Ma Carl’s Junior ha scelto il modo più scontato e meno elegante di tutti.

Nationwide Insurance

Proporre uno spot così duro mentre il pubblico si intrattiene con uno degli eventi sportivi più amati è un colpo un po’ troppo basso.