Instagram: come pianificare e realizzare un photo contest [PARTE 1]


I contest fotografici sono un ottimo strumento a disposizione dei brand per coinvolgere i propri follower in modo creativo e divertente, accrescere la community e la visibilità del brand su Instagram e – di conseguenza – sulle altre piattaforme social.

Si tratta di sfruttare quel naturale engagement visivo che Instagram crea con la sua semplicità d’uso e la facilità di condivisione. Basta avere uno smartphone nemmeno troppo tecnologico, una connessione internet, tanta creatività e si diventa subito instagramers!

C’è da notare che non esistono pagine Instagram per i brand ma che tutti gli account sono user: Instagram mette tutti allo stesso livello facendo sentire a proprio agio i follower che non avvertono le solite pressioni “pubblicitarie” ma che – al contrario – percepiscono la natura più diretta e senza filtri del rapporto con il brand. 

E’ un engament divertente ed immediato quello che il social riesce a mettere in piedi, ed è quello che rende così efficaci i photo contest su Instagram.

Ma come organizzarne uno e sfruttarne al massimo le potenzialità? Con la pianificazione e qualche accorgimento che andiamo a scoprire insieme nella prima parte della nostra checklist targata Ninja!

1. Avere un account 

Molti brand hanno già un account su Instagram – come Redbullsul quale caricano contenuti di qualità, divertenti e creativi.

Se non ne avete ancora uno, cosa aspettate a crearne uno? Farlo è semplice: collegatevi con uno smarthphone, iscrivetevi e siete già pronti per scattare e condividere la vostra prima foto aziendale!

Ora non resta che aspettare che qualcuno dei vostri clienti inizi a seguirvi, magari annunciando l’iscrizione sul vostro account Facebook e Twitter e persino su Linkedlin (se siete già iscritti). Come al solito produrre contenuti interessanti, divertenti e di qualità e mantenere una partecipazione attiva giocherà a vostro vantaggio.

2. Pianificazione

Pianificare in anticipo il vostro contest può essere la mossa vincente. Decidere con calma quali sono gli argomenti del concorso, il lasso di tempo nel quale il contest si svolge, come e dove promuovere la vostra campagna ed il premio in palio.

Tutta la pianificazione deve avvenire in modo da rispettare la vostra mission aziendale, la brand image e avendo un messaggio chiaro e semplice.

3. Scelta del tema

Come si sceglie il tema del contest? Bisogna tenere in considerazione una serie di variabili come la portata degli utenti, il premio messo in palio, la facilità o la difficoltà di partecipare al contest e capire ‘cosa si chiede di fotografare’ agli utenti e chi sono i partecipanti (il vostro target di riferimento, insomma).

Ricordate però che più il contest risulterà facile e con pochi vincoli più alta sarà la partecipazione, ma – all’opposto – un tema troppo ampio risulterà dispersivo portando poca coesione alla brand awareness.

Altra considerazione da fare per la scelta del tema è decidere se gli utenti debbano partecipare con un proprio istante di vita raccontato con uno scatto o se la foto sia frutto di una messa in scena.

4. L’hashtag giusto

Scegliere il giusto hashtag per il proprio contest è fondamentale per sfruttare appieno tutte le possibilità che un contest offre. Ma come si trova l’hashtag giusto?

La parola chiave che si inserisce dopo il cancelletto – # – servirà agli utenti per inviare le foto e rintracciare il contest, promuovere il concorso e dovrà rispecchiare la brand image (richiamare il brand) e il senso di tutta la vostra campagna.

L’hashtag deve, inoltre, essere facile da ricordare e semplice da scrivere per gli utenti, altrimenti si rischia di perdere la viralità su cui si vorrebbe far leva.

Altro suggerimento è quello di utilizzare una keyword che nessuno ha ancora usato e di integrarvi – se possibile – il nome del brand o del contest per aumentarne la riconoscibilità e massimizzare il numero dei partecipanti.

Utilizzare un hashtag corretto porta molti benefici al contest:
gli utenti possono facilmente trovare brand e concorso e visionare le foto degli altri partecipanti;
chi gestisce il concorso può facilmente visualizzare le foto caricate dai partecipanti perchè l’hashtag diventa un modo per tracciare e riunire le foto in un unico ‘posto’.

Si può scegliere di suddividere il tema del concorso in sottocategorie – ad esempio un nuovo tema ogni settimana. Come fare? Semplicemente utilizzando, oltre all’hashtag ufficiale, uno nuovo con la categoria della settimana.

5. Premi in palio

Mettere in palio un premio – che sia un gadget, un prodotto/servizio o uno sconto – è un forte incentivo per gli utenti a partecipare al concorso. La tipologia e il valore del premio però sta solo all’azienda deciderlo.

6. Semplicità delle regole

Le regole del contest devono essere come Instagram: semplici da capire e facili da utilizzare.

Ecco dei suggerimenti – in formato checklist – per il regolamento:
– Per partecipare al concorso l’utente deve ‘seguire’ il vostro account;
Caricare solo foto originali;
Inserire l’hashtag del concorso nel campo ‘descrizione’ della foto.

7. Giudicare e proclamare il vincitore

La prima azione da definire è se lasciare che siano gli utenti a decidere chi sia il vincitore o lasciare che sia una giuria esterna di esperti a giudicare le immagini caricate, o ancora sarete proprio voi a decidere chi vincerà.

A seconda della scelta fatta si conteggeranno o i voti (i ‘cuoricini’ alle foto caricate) o le preferenze espresse dai giudici, ricordando che il vincitore dovrebbe sempre rispettare i valori del brand e gli obiettivi posti dalla campagna.


Una volta deciso il vincitore (o i vincitori, a seconda di come si è stabilito al momento della pianificazione del contest) annunciarlo è il passo successivo. Dove?

Ovviamente su Instagram, magari con un’immagine che dica ‘Abbiamo il nostro vincitore!’ con il suo nome nel pieno stile del social. L’annuncio del vincitore deve essere poi ripetuto su tutti gli account social del brand e con un post sul blog aziendale.

Questa la prima parte della nostra checklist per realizzare un contest su Instagram in modo efficace ed efficiente. Alla settimana prossima per la seconda parte!

 

Un nuovo design per il packaging delle bottiglie Pepsi

Dopo 16 anni, la bottiglia di Pepsi avrà un nuovo volto: il debutto è previsto il prossimo mese.

Una nuova personalità per la bottiglietta che da sempre si contende il primato con Coca Cola: un’identità più forte, un carattere più marcato; stavolta Pepsi vuole osare di più.

L’azienda sta investendo nel design e nel marketing in maniera decisiva, con un’operazione ben strutturata di restyling del brand portfolio. L’obiettivo è colmare il distacco che la separa in questo caso dal suo storico rivale, che del design ha fatto una sua caratteristica distintiva.
Ricordiamo infatti come la silhouette della bottiglietta di Coca Cola sia diventata una vera e propria icona, un elemento in cui la comunicazione del colosso delle bibite trova il punto di partenza.

Il restyling in questione è quello delle bottiglie in plastica da 0,5 l e a quelle in vetro da 0,3 l: queste ultime però saranno disponibili solo per alcuni rivenditori selezionati.

Il design della nuova bottiglia di Pepsi sarà radicalmente diverso da quello attuale: collo e parte superiore molto più solidi e tozzi, impugnatura più sottile ma con una superficie tracciata “a spirale”.
Attualmente la bottiglia di Pepsi è simile a un cilindro pressoché uniforme su tutta la lunghezza, con un’etichetta che occupa quasi l’intero prodotto.
Con il restyling, anche l’etichetta diventerà molto più sottile, sarà collocata nella parte superiore, con un grande spazio dedicato al logo. In questo modo il design dedicherà una superficie ancora maggiore alla visione del prodotto e il logo diventerà ancora più protagonista.

Angelica Krembs, vice responsabile marketing dell’azienda afferma che “L’impugnatura a spirale è un elemento che riprende alcuni dei primi packaging Pepsi. L’intento non era quello di creare una forma che emergesse dal nulla, senza storia. Inoltre questo nuovo design non è uniforme, è leggermente asimmetrico: c’è una componente giocosa e di movimento, in linea con i valori e lo spirito giovane di Pepsi.

Una personalità rinnovata e forte, che trova la sua piena espressione tangibile nel nuovo packaging. Una personalità che si può vedere, toccare, che è ciò che arriva al consumatore.

“La nostra bottiglia è il più evidente punto di connessione con i consumatori, e siamo entusiasti del modo in cui il nuovo design esprima il nostro DNA.” – continua la Krembs – “In particolare, la parte inferiore con l’impugnatura ben definita permette al consumatore di avere un’interazione tattile ancora più profonda con la bottiglia, creando un’esperienza.”

Il nuovo design delle bottigliette Pepsi è il primo passo del restyling completo del brand portfolio: un processo che si sta svolgendo sotto la guida del Pepsi’s Co’s Chief Design Officer Mauro Porcini. Anche in questo caso, un design che strizza l’occhio al made in Italy.

Marriage Equality: ecco i brand che supportano i matrimoni gay

E’ la grande settimana della marriage equality negli Stati Uniti. L’obiettivo è dare piena dignità ai matrimoni tra persone dello stesso sesso. La Corte Suprema sta valutando questo spinoso tema e, come sempre, i cittadini a stelle e strisce seguono con fermento e partecipazione la vicenda. Internet ha dimostrato ancora una volta di rappresentare il veicolo perfetto per esprimere opinioni o prese di posizione.

Puntualmente le celebrity made in USA non hanno perso l’occasione per mostrare il loro punto di vista con lo scopo di aumentare la loro brand reputation. Così come le passate elezioni americane, numerosi VIP (o presunti tali) hanno mostrato pubblicamente il loro endorsement alla causa. Parecchi di loro si sono uniti ai supporter della marriage equality, postando il simbolo rosso dell’ Human Rights Campaign (HCR), uno dei più importanti gruppi che si battono in difesa dei diritti dei gay. Manco a dirlo, tale simbolo è diventato virale.

Anche le marche “vere e proprie” hanno iniziato a prendere posizione negli USA, in questa settimana così importante per i diritti civili. Di seguito vi presentiamo le manifestazioni più riuscite che alcuni brand hanno attuato durante questi ultimi giorni, senza dimenticare che nei mesi scorsi altri giganti si sono attivati in merito. Da sottolineare la scelta di Amazon che nel pubblicizzare il suo Kindle aveva puntato sul sorriso per comunicare la sua presa di posizione e Expedia con il suo spot dall’elevato tasso emozionale.

 

Absolut


Il marchio svedese della vodka sceglie il rosso, in riga con il trend utilizzato da tutti i supporter e lascia un messaggio secco. Ad onor del vero bisogna dire che non è la prima volta che Absolut supporta i diritti dei gay.Celeberrima fu la campagna che nel 2008 spingeva le persone al coming out, magari dopo aver bevuto un po’. Si sa, certe volte da ubriachi è più facile trovare il coraggio per dire quello che da sobri non si riesce proprio a dire.

 

Smirnoff

La rivale russa di Absolut non è di certo rimasta con le mani in mano. Il concetto di perfezione per ogni tipo di unione è rappresentato con due tipi di bicchieri diversi che servono lo stesso cocktail. Qualsiasi combinazione va bene. Chiaro e piacevole.

Starbucks

Anche Starbucks da sempre difende la parità del diritto al matrimonio per tutti. Da sottolineare l’intervento del CEO Howard Schultz che durante l’assemblea annuale degli azionisti ha letteralmente “sgridato” un investitore. Il disgraziato aveva sottolineato che il supporto di Starbucks ai matrimoni gay fosse stato una cattiva mossa per i profitti. Schultz lo ha invitato a vendere le proprie azioni poiché il sostegno dell’azienda verso la causa “wasn’t about making money, but about the principle of diversity”.

Chanel


In Europa la francese Chanel ha detto la sua tramite il suo capo esecutivo, Karl Lagerfeld. L’idea nasce dal fatto di voler segnalare il supporto alla battaglia che Obama sta portando avanti a favore dei gay, oltre a sostenere l’ambiguità della legge francese per il matrimonio tra omosessuali. Il famoso stilista tedesco ha vestito due donne con identici vestiti nuziali. Il messaggio è tanto semplice quanto istantaneo. Chapeau!

Dove siamo diretti

Alex Brunori, Executive Creative Director di McCann Worldgroup, ha affermato in un’intervista rilasciata a Daniele Crocelle che la rotta è già stata tracciata. “Una volta era sufficiente comunicare la marca, poi si è passati a definire l’identità e successivamente la personalità della marca. […]La gente non solo si aspetta un dialogo, ma vuole sapere che ruolo ha la marca nella sua vita e come vuole comportarsi di conseguenza.”

Al di là delle sincere prese di posizione (che personalmente condivido), i brand prendono determinate decisioni per ottenere un risvolto positivo per la loro brand equity. Questo è incontestabile. Nello specifico, un recente sondaggio di ABC News suggerisce come l’81% degli under 30 statunitensi supporti i matrimony gay. Tutti i brand citati finora vedono proprio come target principale quello dei giovani.

Ci svestiamo dei nostri panni di brand analyst e ragioniamo con un interesse più ampio verso la società. Sono le marche che influenzano il modo di pensare del loro target o avviene il contrario? Questa pare essere una domanda vecchia come il mondo. Quello che possiamo dire è che tutti i brand che si schierano ricevono un’attenzione notevole da parte dei media e questa può diventare un occasione importante.

Ogni giorno siamo esposti a tante pubblicità irrilevanti, noiose o prive di significato. Quando c’è realmente un messaggio da far passare, la maggioranza delle persone è propensa ad apprezzare chi lo ha trasmesso, ma allo stesso tempo ne parla e pensa sul serio a ciò che è sotto ai riflettori.

Le marche e i consumatori si parlano tramite uno scambio bilaterale di informazioni. Il consumatore sa qual è la marca che prende una posizione e perché la prende. In tal modo è libero di ignorare il mittente e tenersi il messaggio. O accettare entrambi. L’asimmetria informativa è annullata a favore dei clienti. Sembra essere questo il nuovo schema della viralità e noi non possiamo fare a meno di augurarcelo sul serio.

Forward: reverse-video surreale di Messe Kopp [VIRAL VIDEO]

Come si fa ad andare avanti, andando indietro? Probabilmente qualcosa di simile frullava in testa al geniale Messe Kopp nell’ideare il surreale video “Forward”: il protagonista è proprio l’art director israeliano che cammina tra le strade di Gerusalemme, mentre tutto ciò che lo circonda gli scorre di fianco al contrario.

La tecnica utilizzata è quella di montare il video “riavvolgendo il nastro”: Kopp, per quanto le sue azioni sembrino molto naturali, in realtà si muove e cammina all’indietro, ed il contrasto con i movimenti delle persone circostanti rendono il video ipnotico, a tratti assurdo.

Mentre il video scorre è impossibile non chiedersi come il regista abbia fatto a realizzarlo e per questa ragione l’utente di Youtube “anything 897” ha caricato un “making of” che mostra la sequenza di immagini così come sono state riprese.

L’israeliano non è stato però il primo a realizzare un “backwards video”, chi guardandolo non ha pensato al videoclip della famosissima “The Scientist” dei Coldplay o magari a quello meno famoso di “Drop” dei The Pharcyde? Quello che rende questo lavoro davvero entusiasmante è il fatto che sia stato girato interamente su un unico piano sequenza, quindi senza editing, stacchi o tagli.

Il video ha circa 4 milioni di views quasi a mostrare quanto, molto spesso, l’idea conta più di qualsiasi effetto speciale: per la realizzazione infatti il regista si è servito di un semplice programma di editing e dopo aver immaginato lo storyboard ha impiegato appena due ore per le riprese per poi limitarsi semplicemente a “mandare indietro”.

Minus IQ Pills, le nuove pillole per ridurre il quoziente intellettivo [VIDEO]

Minus IQ  è assolutamente un video provocatorio e irriverente e forse proprio queste due caratteristiche sono il “segreto” del successo di questo video che nei primi due giorni aveva raggiunto quota 700 mila visualizzazioni su Youtube e ad oggi è a più di un milione.

Dietro a questo video non ci sono grandi brand o complesse pianificazioni di comunicazione ma è semplicemente il modo che una piccola agenzia creativa di Londra – SleepThinker – ha deciso di utilizzare per promuoversi. L’ideazione di un video virale che dimostra concretamente la capacità creativa dell’agenzia stessa.

Il video è un mash-up di codici di linguaggio in cui l’impostazione informativa si fonde con il classico spot televisivo e in poco più di due minuti viene diluito il messaggio chiave del video che ironizza intorno alla stupidità.

Sicuramente, oltre all’interesse che può suscitare l’idea di una pillola che riduca le proprie capacità intellettive, il tipo di humour utilizzato in Minus IQ gioca un ruolo chiave nella diffusione di questo video, in quanto può risultare offensivo o arrogante per alcuni come invece può essere percepito divertente e arguto per altri; e questa dualità di posizioni possibili crea un potenziale dibattito tra gli utenti.

Assurdo, humour e un editing “credibile” rendono questo video un buon esempio di viral video d’autore. Che sia anche questa una provocazione?

Bees Awards 2013: i giurati svelano i segreti delle migliori campagne social [INTERVISTA]

Qualche settimana fa vi abbiamo parlato della quarta edizione Bees Awards, un premio internazionale che riconosce i migliori progetti nell’ambito del social media marketing.

Da bravi ninja abbiamo deciso di intervistare due membri della prestigiosa giuria internazionale: Andre LeMasurier e Richard Ting.

Andre LeMasurier è Integrated Creative Director alla sede di Los Angeles di Saatchi&Saatchi ed è riconosciuto internazionalmente per i suoi contributi ad aziende globalmente riconosciute come Disney, Lexus, Nokia, Mastercard e Samsung, per citarne alcuni.

Richard Ting è EVP, Global Executive Creative Director, Mobile & Social Platforms alla R/GA e si concentra sulla creazione di piattaforme digitali integrate fruibili su web, mobile e sui social media. Anche lui ha collaborato con grandi aziende come Nike, Verizon, Walmart.

Questi due ex-partecipanti ed ex-vincitori quest’anno si trovano dall’altra parte del tavolo e starà a loro giudicare il lavoro dei candidati.

Ecco cosa gli abbiamo chiesto:

Prima ancora di aver visto i lavori dei partecipanti ai Bees Awards 2013, quale pensi sia stata la miglior campagna dell’anno?

Andre LeMasurier:

Tra le campagne che hanno spiccato finora, secondo me la più degna di nota è il tweet di Oreo sul blackout del SuperBowl – non solo si è aperto un varco nel disordine, ma ha anche messo l’accento su un particolare momento sfruttandolo per guadagnare visibilità nei media (una cosa per nulla facile). L’abilità di un brand di agire in tempo reale è più importante che mai di questi tempi.

La seconda campagna che risalta in maniera particolare è la caduta libera stratoferica del Red Bull Stratos – il massimo in termini di sponsor e stunt. Tutti la stava guardando, ne stavano parlando, condividevano contenuti al riguardo e questa acrobazia folle ha lasciato il mondo incantato per settimane.

Una terza candidata potrebbe essere la campagna #FindYourGreatness di Nike durante i giochi olimpici. Il guerriglia marketing ha fatto il suo lavoro gettando ombra su Adidas – lo sponsor ufficiale – con facilità.

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Una menzione speciale va ad Old Spice che ha spaccato ancora con “Old Spice Muscle Music“, il primo player interattivo mai creato su Vimeo, e con il videogioco old school che si burlava della previsione dei Maya, “Dikembe Mutumbo’s 4 1/2 Weeks to Save the World”. Entrambi sono esplosi in un baleno e hanno ottenuto numeri enormi, condivisione e feeling.

Richard Ting:

Penso che la campagna “Hashtag Killer” di DDB New York e Water is Life sia stata molto interessante. Consisteva sostanzialmente nel giocare sull’ironico meme #firstworldproblems che circola su Twitter, chiedendo ad alcuni abitanti di Haiti di recitare alcuni tweet sui “problemi del primo mondo” (ad esempio non avere i sedili riscaldati).

Ponendo l’accento sull’hashtag #firstworldproblems, la campagna è riuscita a direzionare l’attenzione verso i veri problemi che colpiscono il mondo, come la mancanza di acqua pulita nei paesi in via di sviluppo.

 

Abbiamo posto ai giurati anche una domanda specifica del settore di marketing dei quali si occupano:

Andre, come dovrebbe essere attuata una strategia di advertising per poter avere successo?

Una strategia di advertising deve concentrarsi su una verità precisa e profonda riguardante il consumatore e il produttore – possibilmente entrambi.

Bisogna comprendere in maniera chiara a chi ci si sta rivolgendo e di cosa si sta parlando, e un buon sommario strategico vi darà un’intuizione di base o un’idea che sfocerà immediatamente nel vero potenziale della campagna. Questo, inoltre, indicherà i punti in cui il brand può vincere in un mercato molto trafficato.

Qual è l’unica proposta che vende? Dove può risaltare il brand rispetto alla concorrenza e distinguersi? Cosa possediamo che nessun altro ha? Una volta identificato il problema, hai scovato la tua opportunità.

Richard, cosa ne pensi della recente tendenza dei social network ad unificare le interfacce desktop e mobile (per esempio il nuovo NewsFeed ha preso molto dalle app per iOS e Android)?

É assolutamente logico dal punto di vista del branding e dell’usabilità. La modalità d’utilizzo dovrebbe sembrare più unificata e simile possibile, indipendentemente dalla piattaforma che il consumatore sta usando per avere accesso ai tuoi contenuti ed esperienze.

La presenza di interfacce e layout simili è anche positivo per il brand, in quanto i consumatori non devono reimparare completamente ad utilizzare una nuova interfaccia quando passano da desktop a mobile.

Ed infine abbiamo chiesto ad entrambi alcuni consigli:

Dicci tre elementi che caratterizzano un’idea vincente

Andre LeMasurier:

Anche se non c’è un elenco magico per avere grandi idee, ci sono tre elementi chiave che solitamente possono aiutare: arguzia, tempestività (intrecciata in maniera ideale nella trama che è il mondo di chi vi ascolta, nel momento in cui vi ascolta) ed un’esecuzione perfetta di solito sono la chiave. Tutti possono avere un’idea brillante, ma senza un’esecuzione adatta di solito cadrà nel silenzio.

Richard Ting:

Grande idea – deve essere chiara, di impatto, e basata su un aspetto profondo del consumatore;
Grande esecuzione – dev’essere ben fatta, altamente usabile e consegnata in maniera esperta al consumatore;
Grande uso dei social – deve portare i consumatori a condividere e avvicinarsi ai contenuti del brand.

Digital fundraising e marketing sociale: come si dirige una campagna efficace [II PARTE]

Ormai sappiamo bene che il fundraising non è prerogativa del volontariato e che sia singoli che PMI possono trovarvi ottime opportunità professionali.

Ad un certo punto ci siamo chiesti in che modo un’impresa può promuovere attraverso attività di fundraising i suoi interessi commerciali, passando dal prodotto all’anima, e avere così anche un impatto sociale: per capirne di più occorreva farci spiegare nel dettaglio le strategie di comunicazione e marketing legate alla cultura d’impresa e al management per il fundraising.

A chiarirci le idee è stato Lorenzo Catapano, responsabile Digital Media di Save The Children Italia, che ieri ci ha raccontato strumenti e metodi per realizzare una campagna di raccolta fondi efficace. Ecco la seconda parte dell’intervista, durante la quale abbiamo anche commentato i due anni di guerra in Siria, che è una delle cause a cui sta lavorando l’organizzazione.

Cosa pensi delle piattaforme di crowdsourcing, utili sia a creare un proprio progetto che condurre da soli una piccola campagna di raccolta fondi per finanziarlo?

Se parliamo di crowsourcing e in particolare di crowdfunding, visto che consideriamo nello specifico il fundraising, credo che ci siano davvero molte piattaforme che siano in grado di supportare efficacemente una persona comune che decide di promuovere una causa.
Mentre però nei paesi anglosassoni c’è maggiore predisposizione culturale a queste meccaniche di raccolta fondi – probabilmente il case study di eccellenza è Kiva.org – in Italia le iniziative promosse tramite queste modello trovano maggiore successo quando sono focalizzate su una causa molto specifica e generalmente riescono ad ottenere buoni risultati quando chi le promuove parte dalla propria community amicale e familiare.

Ad ogni modo, credo sia fondamentale non concentrarsi solamente sulle meccaniche di raccolta fondi offerte al livello di piattaforma, ma piuttosto partire dalla realizzazione di uno storytelling efficace che sia in grado di coinvolgere i contatti raggiunti, sensibilizzandoli in maniera forte rispetto alla causa e solo dopo proponendo loro una donazione.

C’è qualcosa per cui, secondo te, dovremmo imparare a stare attenti quando decidiamo di preferire queste risorse online?

Se vogliamo invece sottolineare alcune criticità che iniziative del genere potrebbero far emergere, c’è senza dubbio la difficoltà nel verificare in maniera approfondita l’autenticità della causa e soprattutto la capacità di realizzarla da parte di chi le propone. E’ per questo probabilmente, anche per colpa del nostro scetticismo, in alcuni casi utile, che in Italia i progetti di crowdfunding solidale trovano maggiore efficacia all’interno di community vicine a chi le propone e su cause di entità più contenute o davvero molto specifiche.

Da fundraiser professionista, come si sceglie la Buona Causa? E da potenziale donatore?

In realtà non penso sia così difficile scegliere una Buona Causa, ce ne sono davvero tante da avere l’imbarazzo della scelta.

Credo piuttosto che da parte delle organizzazioni debba esserci grande attenzione nel promuovere progetti che abbiano la capacità di produrre un impatto realmente positivo, che siano sostenibili nel tempo, e cosa altrettanto importante, che siano effettivamente rendicontabili ai donatori rispetto ai risultati raggiunti.
Lo scetticismo diffuso attorno alle realtà non profit va controbilanciato dalla capacità delle organizzazioni di instaurare una comunicazione e una relazione il più possibile trasparente e onesta con i propri donatori e con la società civile in generale.

Sempre di più, le persone che donano anche solo due euro tramite sms sono interessante a conoscere dove andranno i loro soldi e quanto l’organizzazione sarà efficiente quando li impiega nei progetti. Credo sia essenziale che ogni realtà non profit sia molto attenta a questi aspetti, che sappia chiedere fondi e restituire informazioni nei tempi adeguati, che pubblichi online il proprio bilancio e che lo comunichi all’esterno con soddisfazione, invece di posizionarlo in una pagina sperduta del sito.

In Save the Children siamo molto attenti a questi aspetti e ci sorprendiamo sempre positivamente di quanto non solo i donatori, ma anche chi ci segue, come fan e follower, sia davvero molto interessato a saperne di più su come le donazioni vengono impiegate e come in generale l’Organizzazione è in grado di produrre risultati positivi.

Non solo lavoriamo molto sul formato e il testo del bilancio per renderlo il più possibile “parlante” rispetto a ciò che facciamo, ma prevediamo dei momenti dell’anno in cui lo comunichiamo in maniera approfondita e proattiva, e quindi non solo reattiva rispetto a eventuali richieste di informazioni che ci provengono dalla rete.
Questo tipo di comunicazioni è sempre molto apprezzato e sono convinto che impatti indirettamente anche sui nostri risultati di raccolta fondi.

La causa siriana: Childhood under fire

Recentemente Save The Children ha denunciato, attraverso rapporto “Childhood under fire“, la gravissima situazione della guerra civile in Siria, in occasione del secondo anniversario della rivolta anti-Assad: due milioni di bambini soffrono per traumi fisici e psicologici, malnutrizione e malattia.

Per molti di loro questo significa la fine dell’infanzia e per molti altri, invece, corrisponde al momento del loro reclutamento nei gruppi armati, venendo impiegati come sentinelle, informatori o scudi umani durante i combattimenti. Anche un rapporto dell’Unicef di qualche settimana fa informa che una generazione sta scomparendo sotto le macerie di questa guerra.

Alla luce di tutto quel che ci siamo detti fin qui, te la senti di commentare questa notizia e, quindi, di passare dalla teoria alla pratica?

Quello che sta succedendo in Siria è una vera catastrofe.

I numeri che hai citato danno le dimensioni di questa drammatica situazione e la mobilitazione delle organizzazioni umanitarie è fondamentale.
Il 15 marzo è stato il secondo anniversario dall’inizio del conflitto e l’uscita del nostro rapporto ha voluto riportare in maniera molto evidente la reale situazione in cui quei bambini sono costretti a vivere e cosa hanno dovuto subire.

Per questi motivi, lo sviluppo di una forte campagna integrata online/offline ci ha permesso di dare voce a questi bambini e di lanciare una petizione per chiedere al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e al Segretario Generale Ban Ki-moon di attivarsi per porre fine a queste violenze e garantire agli aiuti umanitari di raggiungere i bambini in Siria.

La mobilitazione delle persone è stata davvero alta e in dieci giorni siamo riusciti a raccogliere più di 10.000 firme, come anche numerose donazioni per portare avanti il nostro intervento nei campi profughi al confine siriano.

In che modo questa situazione oggi ha più visibilità rispetto a quanta ne avrebbe avuta nel passato? Rischiamo una speculazione d’informazione in questo senso?

Al di là della specifica campagna, è sicuramente corretto dire che l’utilizzo dei social media e dell’online in generale permette potenzialmente di raggiungere un’ampia audience e di dare più visibilità a questo tipo di situazioni, ma nella pratica è comunque molto difficile riuscire in questa impresa, soprattutto quando i media mainstream coprono molto poco questo tipo di emergenze.

Di conseguenza, credo che oggi ci sia sicuramente maggiore spazio per far circolare le informazioni, ma allo stesso tempo si rischia anche una maggiore dispersione e una generale confusione rispetto alle fonti.
In questo senso, chi è destinatario di questi appelli di mobilitazione o di raccolta fondi può in alcuni casi dimostrare una minore attenzione rispetto alle tante “buone cause” che gli vengono proposte e in generale un maggiore scetticismo che può portarlo ad attivarsi meno.

Ancora una volta, credo sia compito delle organizzazioni quello di posizionarsi in maniera forte e continuativa su alcuni temi importanti, come del resto Save the Children ha fatto fin dall’inizio del conflitto rispetto alla situazione siriana, in maniera da costruirsi una buona credibilità, che superi l’esigenza di raccolta fondi specifica e che renda la realtà non profit davvero autorevole agli occhi della persone.

Sono sicuro che i donatori, seppur sottoposti ormai a una miriade di richieste di donazione, sapranno premiare chi ha lavorato maggiormente in questa direzione.

Nokia punta sulla tecnologia wireless e reinventa altoparlanti e cuffie

Nokia punta sulla tecnologia wireless e reinventa altoparlanti e cuffie

Non molto tempo fa vi parlammo di un possibile futuro trend, quello della ricarica wireless. Lo facemmo parlando di Nokia che puntava – e sembra intenzionata a continuare – allo sviluppo di questa particolare caratteristica che sta incontrando ultimamente i favori anche di altri produttore di smartphone.

Quest’oggi vi presentiamo le nuove cuffie stereo wireless Nokia Purity Pro (realizzate in collaborazione con Monster) e l’altoparlante con ricarica wireless integrata PowerUp di JBL per Nokia.

Nokia punta sulla tecnologia wireless e reinventa altoparlanti e cuffie

Il primo accessorio di cui vi parliamo è l’altoparlante JBL PowerUp, che oltre ad essere particolarmente curato sotto il profilo estetico, è anche ricco in caratteristiche hardware.
Disponibile in nero, bianco e azzurro, conta sull’esperienza decennale di JBL, quindi garanzia di un’esperienza audio appagante.

Un suono incredibilmente potente e pulito esce da questo altoparlante, che però si caratterizza per altre due caratteristiche: in primis abbiamo la doppia connettività Bluetooth/NFC che ci permette, con un solo gesto, di ascoltare la musica precedentemente riprodotta dallo smartphone con il nostro altoparlante.

Nokia punta sulla tecnologia wireless e reinventa altoparlanti e cuffie

Ma non è tutto, perché grazie alla base di ricarica wireless (standard Qi) abbiamo anche la possibilità di ricaricare il nostro cellulare mentre ascoltiamo la musica. Vari i modelli che supportano questa caratteristica, come il Lumia 920.
I comandi sono a sfioramento, basterà quindi passare il dito sopra per mettere in pausa, andare avanti, alzare il volume, etc.
Per avere maggiori informazioni visitate il sito di JBL PowerUp by Nokia.

Nokia punta sulla tecnologia wireless e reinventa altoparlanti e cuffie

Veniamo ora alle cuffie Nokia Purity Pro di Monster, disponibili in giallo, rosso, bianco e nero.
La prima caratteristica evidenzia la possibilità di ripiegare le cuffie al fine di avere un minore ingombro. Questa peculiarità non è solo estetica ma anche funzionale, poiché una volta aperte le cuffie, queste si accenderanno in automatico e, viceversa, le potremo spegnere richiudendole.

Nokia punta sulla tecnologia wireless e reinventa altoparlanti e cuffie

Anche qui abbiamo l’utilizzo della tecnologia NFC (Near Field Communication) che permette di collegare le cuffie allo smartphone con un semplice e veloce tocco tra i due dispositivi, in gergo tap. Ovviamente non manca il più classico Bluetooth.
Messe le cuffie in testa ci accorgeremo subito dell’entrata in azione – anche questa automatica – dell’Active Noise Cancellation, il quale, riducendo i rumori di sottofondo, renderà l’audio in cuffia migliore.

Nokia punta sulla tecnologia wireless e reinventa altoparlanti e cuffie

Ed i fili? Ebbene si, sono cuffie wireless, dimenticatevi pure dei fastidiosi fili che tante noie ci danno quando si tratta di sbrogliarli!
Per ulteriori info visitate il sito di Nokia Purity Pro by Monster.

I prezzi? Sia le cuffie che gli altoparlanti costano 299 euro.

Potere e Salumi: il primo “mockumentary” sulla corruzione italiana [INTERVISTA]

Mortadella pregiata scambiata per trasformare una zona agricola in terreno edificabile, etti di prosciutto usati come mazzette in un losco giro di calcio-scommesse, accumulo illegale di salumi in paradisi offshore.

È “Potere e Salumi”, innovativa campagna in stile “mockumentary” pensata dall’agenzia McCann Italia per il riposizionamento di Fiorucci, brand acquisito lo scorso anno dalla spagnola Campofrio, leader europeo nella lavorazione delle carni.

“Tutti mangiano. Alcuni più di altri” è l’incisiva headline scritta per la campagna, tutta incentrata sul problema italiano della corruzione dove le tangenti hanno il sapore irresistibile dei pregiati salumi italiani.

A sorprendere di questa campagna non è soltanto la scelta insolitamente creativa per una pubblicità di salumi, ma anche l’attentissima pianificazione strategica grazie alla quale, con un unico passaggio tv il giorno dopo delle elezioni politiche, si è riusciti a creare un fenomeno virale in Rete.

Per saperne di più abbiamo intervistato Alex Brunori, Executive Creative Director di McCann Worldgroup, la mente dietro la coraggiosa scelta di “Potere e Salumi”. Ecco cosa ci ha detto.

Alex Brunori

Alex Brunori, Executive Creative Director di McCann Worldgroup Italia

Nello spot non compaiono famigliole felici e non c’è sovraesposizione del brand; un umorismo amaro prende il posto della paciosa comicità casalinga. Avete rotto completamente con il tradizionale modo di fare pubblicità ai salumi. Cosa vi ha spinto ad esplorare territori così nuovi?

Anche se è un’ovvietà, vale la pena ricordarlo: la nostra professione dovrebbe costantemente esplorare nuovi territori e non ripetersi all’infinito. È altrettanto ovvio che questo non è sempre possibile, né sempre giusto. In questo caso, rompere le regole della categoria per ottenere una awareness rilevante a fronte di un budget relativamente contenuto era una parte fondamentale del brief. Un unicum per Fiorucci, ma un modo di fare comunicazione più noto a Campofrio, il gruppo che ha rilevato Fiorucci.

Sin dalla pubblicazione dello spot su YouTube, in Rete è montato il buzz intorno alla campagna: 70.000 fan su Facebook, due milioni di visualizzazioni su YouTube, una ricca rassegna stampa. Secondo te è finita l’era in cui le aziende si tenevano alla larga dal dibattito pubblico? Oggi è necessario prendere posizione?

Il percorso di evoluzione che i brand hanno subito dal dopoguerra a oggi porta naturalmente in quest’area. Una volta era sufficiente comunicare la marca, poi si è passati a definire l’identità e successivamente la personalità della marca. Una volta fatto questo passaggio e abbracciata una strategia di comunicazione social, è quasi impossibile non prendere posizione. La gente non solo si aspetta un dialogo, ma vuole sapere che ruolo ha la marca nella sua vita e come vuole comportarsi di conseguenza. Detto questo, non è necessario per tutti i brand “prendere posizione”: per alcuni è naturale farlo ora, altri ci arriveranno in seguito.

Lo spot tv è soltanto una parte di una più ampia campagna. Molto infatti è stato fatto sul web: dal sito-blog alla pagina Facebook su cui vengono commentati fatti di corruzione di stretta attualità. Quale ruolo hanno i social network nella vostra strategia di comunicazione?

La campagna è stata progettata per vivere online e sui social network (anche se abbiamo fatto un passaggio in TV il giorno successivo alle elezioni per approfittare del momento di grande attenzione in un territorio così rilevante) e i risultati dimostrano sia la correttezza della strategia che la corretta gestione di questa strategia. La nostra esperienza in termini di social network ed engagement (McCann ha già portato con successo più di venti brand su Facebook) ci ha aiutato a gestire correttamente un processo delicato.

A fronte di un mercato molto frammentato come quello dei salumi e di un budget relativamente basso, avete ottenuto grandi risultati in termini di visibilità. Quali sono secondo te gli ingredienti fondamentali per rendere una campagna virale?

Non è mai possibile prevedere la viralizzazione, ma se il lavoro strategico, creativo e produttivo è fatto in modo corretto la si può favorire. Se guardiamo le classifiche dei viral video è facile capire che al di là dell’eventuale imprevedibile meme ci sono alcuni tratti comuni: un insight rilevante che va al di là dell’oggetto dell’operazione; una creatività outstanding, massimo impegno produttivo (spesso superiore a quello di un commercial) e una corretta strategia di pianificazione. In altre parole, quello che dovremmo cercare di fare sempre.