L’intelligenza artificiale segna il passaggio definitivo dalla UX alla BX

  • I sentieri (e l’alfabeto) dell’experience: dalla UX, alla BX
  • In che modo l’intelligenza artificiale rivoluziona il marketing
  • AI Brands: verso la convergenza tra storytelling, AI e branding

L’AI come fenomeno dirompente

Quello dell’intelligenza artificiale è oggi un tema sulla bocca di tutti: professionisti, analisti, semplici curiosi o appassionati. Certamente, si tratta di un tema dinamico e in continuo divenire: se Wikipedia ne dà infatti una prima definizione“una disciplina che studia i fondamenti che consentono la progettazione di sistemi hardware e di programmi software capaci di fornire all’elaboratore elettronico prestazioni che, a un osservatore, sembrerebbero essere di pertinenza esclusiva dell’intelligenza umana” – all’interno del loro libro bestseller The Future of the Professions Richard (padre) e Daniel (figlio) Susskind dall’Università di Oxford ci mettono in guardia su tre principali bias che non permettono di leggere correttamente l’attenzione.

Tra questi, compare proprio l’AI fallacy: sostanzialmente, non possiamo più pensare che le intelligenze artificiali generino come migliore performance possibile la simulazione del comportamento umano. Al contrario, le AI stanno dimostrando di potere fare anche molto di più, in meno tempo.

Lungi da me qualsiasi considerazione sull’implicazione che lo sviluppo delle intelligenze artificiali potrebbe o potrà avere per il futuro del lavoro. Per pensieri di questo tipo, rimando a un’interessante intervista fatta proprio a Richard Susskind e a un articolo scientifico che ho pubblicato insieme all’esperto di data science Alessandro Giaume sulla rivista Narrability Journal (anno 2, numero II). In questa analisi mi interessa affrontare gli impatti che l’intelligenza artificiale e la sua trasformazione esponenziale nel tempo stanno avendo per i brand, le attività di marketing e la progettazione di customer experience rilevanti.

L’impatto dell’intelligenza artificiale sul marketing: dalla User Experience

Uno dei primi (e tuttora più diffusi) utilizzi delle AI per il marketing e le attività di brand interaction consiste nelle interfacce conversazionali, che trovano principale applicazione nei chatbot per il supporto online o l’automazione delle attività di recruiting. Ma esistono anche weather bot, news bot, life advice bot, personal finance bot, i cui nomi suggeriscono già i principali ambiti di utilità. Programmi definiti per stimolare conversazioni il più possibile umane e “intelligenti” con uno o più esseri umani, attraverso metodi uditivi o visivi. Contrariamente a interfacce non conversazionali come le tradizionali e-mail, se ben progettati i chatbot abilitati dalle AI garantiscono interazioni più semplici, stimolanti, targettizzate, attraverso algoritmi, machine learning o pattern di riconoscimento che permettono al bot di comprendere il linguaggio umano imparando man mano. In poche parole, riprendendo l’articolo a cura di Shankar pubblicato su Opensense Labs:

Storicamente, i computer e gli umani hanno parlato linguaggi diversi. Con le UI conversazionali, entrambi possono finalmente parlare la stessa lingua.”

Productivity and Friction

Cosa porterà tutto questo? Rispondendo alla domanda da un punto di vista economico e di business, riprendo un’analisi di Market Research Future che riporta – almeno nel panorama statunitense – una crescita verticale del sizing di mercato in termini di fatturato e di crescita percentuale media (Compounded Average Growth Rate – CAGR).

CAGR AI Tools

Numeri importanti che sono però la punta di un iceberg, un’anticipazione di un cambio epocale e che tocca aspetti ancora più profondi delle sole UX e UI: ovvero, il brand.

alla Brand Experience

Dunque, ricapitoliamo: per via dell’intelligenza artificiale, “la palla” dell’experience passa dalla UX / UI alla BX, ovvero alla brand experience. Cosa significa?

Analizzando da vicino i brand che negli ultimi anni sono stati più capaci di entrare nella vita e (soprattutto) nelle case delle persone, emerge un fatto: quelli maggiormente capaci di attrarre, trattenere e coinvolgere hanno lavorato molto bene sugli aspetti di antropomorfizzazione – l’attribuzione di caratteristiche e qualità umane a entità inanimate come le marche o le aziende. A partire dai livelli più profondi e archetipici, dalle forme pre-esistenti nell’immaginario e nelle menti delle persone. Analizzando case study come Nike o Marlboro, già nel 2001 le ricercatrici Margaret Mark e Carol Pearson hanno individuato 12 tipologie di archetipi da applicare alla costruzione di brand iconici, capaci di posizionarsi e rimanere nel cuore dei propri clienti.

Archetipi Brands

Secondo i principi del branding archetipale, è fondamentale per ogni marca rilevante identificare il proprio archetipo di riferimento e “seguirne le orme” in ogni azione. Ricordi personaggi come Bibendum (l’Omino Michelin) o le forme umane date alle confezioni di profumi La Femme e Le Male dello stilista Jean-Paul Gaultier? Ecco, appunto.

La domanda, allora, diventa: i discorsi che legano marche e archetipi, valgono anche al tempo delle interfacce conversazionali abilitate da virtual assistant e piattaforme digitali? Certo, anzi: piattaforme (nonché brand ai vertici globali per e reputazione) come Microsoft, Google, Amazon e Netflix sono andate ancora oltre, facendo vivere gli archetipi attraverso un lavoro molto accurato e puntuale su tono di voce, sesso, modalità più efficaci di interazione. Per esempio, ecco un’intervista alla donna che ha originariamente prestato la voce a Siri. Ricordi il film del 2013 Lei (Her), premio Oscar per la miglior sceneggiatura originale, che racconta la storia d’amore tra l’essere umano Theodore e il (sensuale) sistema operativo OS 1 Samantha? Penso a chatbot e AI Assistant come Alexa, Cortana, Siri, che fanno della capacità di generare empatia e vicinanza la leva per sedimentarsi nel quotidiano di tutti noi. Tanto che una delle sfide di questi anni dell’intelligenza artificiale è quella di fare scherzi e giocare con le persone, e che le proiezioni di osservatori privilegiati come il MIT di Boston hanno ben descritto il cammino di Alexa nel diventare migliore amica (e non solo…) delle persone più anziane. Già Siri diventa gelosa se viene chiamata per errore con il nome di Alexa 🙂

Verso gli AI Brand

“Esseri” artificiali, dai toni persuasivi, dotati di forti personalità, capaci di dare vita a flussi conversazionali naturali e coerenti. Viene aperto così un tema centrale per sviluppare i brand di domani: un tema che integra tecnologia, design e storytelling. In effetti, secondo il Chief Strategy Officer di Iris Ben Essen:

costruire una AI personality non è solo un problema per Google, Apple e Amazon. Si tratta di un impegno per qualsiasi brand che desidera comunicare direttamente con le persone.”

Ben si spinge oltre parlando di autonomous brand: quando le marche iniziano a vivere da sole, all’interno delle tasche o delle case delle persone. Capital One e Samsung, rispettivamente con Eno e Bixby, hanno già sviluppato i propri autonomous brand con personalità forti. Un cambiamento rivoluzionario e allo stesso tempo rischioso, perché “diventerà impossibile passare le conversazioni più complesse all’ufficio dedicato, per fare in modo che questo le tratti una alla volta – le tecnologie di intelligenza artificiale dovranno cavarsela da sole all’interno di scenari sfidanti, non prevedibili e non conosciuti”. Come esseri umani ci comportiamo diversamente in funzione al fatto di trovarci a un appuntamento, con gli amici o a un colloquio di lavoro. Per guadagnare la nostra fiducia, queste nuove personalità delle AI dovrebbero essere capaci di conoscere il contesto allo stesso modo. Dopotutto le conversazioni sono sfumate, ognuna racconta una storia diversa.

Oren Jacob, per più di vent’anni in Pixar e ora Engineering Manager in Apple, usa una metafora: “si può pensare alle conversazioni delle macchine come uno screenwriting interattivo. Scriviamo le linee 1, 3, 5 e 7 ma poi, sfortunatamente, non abbiamo alcun controllo di ciò che può succedere alle linee 2, 4, 6 e 8” . Tutti noi sappiamo quando la nostra conoscenza raggiunge il limite e dobbiamo dire “non lo so”. Ma cosa faranno gli autonomous brand? Diranno anche loro “non lo so”, temporeggeranno per guardare Wikipedia, tireranno a indovinare?

Ciò costringerà comunque a evolvere le brand personas, rendendole più complesse per rispondere con efficacia alle chiacchierate creative e uniche con gli individui. Veri e propri personaggi, del tutto simili agli esseri umani, con ruoli e sfumature articolate.

Tutto questo suona come futuro non troppo lontano, vero? Corretto. Sempre secondo Ben Essen, nei prossimi anni la maggior parte delle attività di marketing e di creazione di nuovi brand riguarderà gli autonomous brand, alimentati grazie a tecnologie potenziate dall’AI come la natural language generation (NLG) e il text to speech (TTS), alla continua ricerca di nuovi modi per coinvolgere e ingaggiare le persone. Dallo scopo (UX), alla motivazione vera e propria (BX). AI Brand con un’anima forte e se vogliamo un pizzico di magia, progettati per l’incertezza.

La sfida per i CMO all’ascolto, è aperta.

ispirazione sui social

Viaggiare (anche attraverso i social) aiuta a ritrovare l’ispirazione

  • Alcuni suggerimenti per trovare ispirazione e creatività nelle capitali europee e non solo
  • I viaggi sono sempre stati una fondamentale fonte d’ispirazione anche ai tempi di Hemingway e Flaubert
  • Molti romanzi classici come “Madame Bovary” sono nati durante i viaggi

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Grandi autori devono buona parte delle loro ispirazioni ai viaggi intrapresi. Ernest Hemingway visse a Parigi, in Africa, Spagna e a Cuba. Oscar Wilde trascorse molti anni viaggiando in Francia e poi in America, principalmente a causa dell’esilio. Persino Mark Twain navigò su e giù per il Mississippi a bordo di una nave a vapore per diversi anni, raccontando il viaggio nell’opera autobiografica Life on the Mississippi (1883).

Non potendo spostarci fisicamente, abbiamo scelto un’altra strada e siamo andati in giro per il mondo (sui social) alla ricerca di qualche meta per dare sfogo all’ispirazione e fare il pieno di creatività.

 

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That’s it. I have to learn how to paint, so I can paint this. #eatyourheartoutmonet #mississipiriver

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Ieri come oggi: i viaggi ispirazionali

Anche oggi viaggiare è uno dei modi più apprezzati per cercare ispirazioni e creatività. Lo scrittore Joe Bunting, autore di Crouwdsourcing Paris (2019), racconta nel Blog personale dei suoi viaggi ispirazionali. Da Parigi alla Cambogia, ha visitato più di 50 destinazioni. Una massima di Benjamin Franklin lo ha convinto a scrivere il libro durante il suo viaggio:

“Scrivi qualcosa che valga la pena di essere letto o fai qualcosa che valga la pena di essere scritto”.

 

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Open At any moment A new idea Might come to Change your life #joement

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Ispirazione e lavoro da remoto: Berlino, il paradiso della digital Boheme

È centro fiorente delle agenzie creative, dell’arte d’avanguardia, della musica techno e del design innovativo e urbano.
Non mancano gli hotspot per lavorare da remoto e gustare lo street food gourmet, per esempio in un Cafè ricavato da un vecchio autobus.

 

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Brunch in a bus! ☕️? Be sure to ask for the bus seating when visiting Cafe Pförtner – ?:@alena_nd

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Barcellona: la capitale catalana dei contrasti

Meta calda e soleggiata sul Mar Mediterraneo, ricca di opere d’arte nel centro storico e al contempo nota per gli studi di design ed illustrazione. Se sei in cerca d’ispirazione, puoi trovare spunto nei contrasti vivaci di Barcellona: il mare e la città, l’innovazione e la storia, Gaudì e Picasso, per citarne alcuni.

LEGGI ANCHE: La top 5 delle città in cui lavorare da nomadi digitali

Pont-l’Évêque, Francia: sulle orme di “Madame Bovary”

Il romanziere francese Gustave Flaubert soggiornò in una casa vacanze in Normandia, nel villaggio di Pont-l’Évêque, sulle rive di un lago. I pittoreschi dintorni, il contrasto tra il verde del giardino e l’azzurro del lago, invitano a trascorrere lunghe ore a leggere e rilassarsi.

L’ispirazione favorita dal posto incantevole contribuì a sviluppare il suo stile narrativo, proprio del realismo, nel romanzo Madame Bovary (1856).

 

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#normandie #paysdauge

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LEGGI ANCHE: L’editoria (digitale e non) che comunica con i filtri di Instagram e crea campagne con i book influencer

Da Amsterdam a Copenhagen: tra sostenibilità e creatività

Entrambe le città sono ricche di gallerie e musei, rinomate per essere le sedi di alcune delle migliori agenzie creative. Due capitali nordiche adatte a chi ama la vita in bicicletta.

A Copenhagen per esempio troverai un quartiere verde completamente senza auto. Quest’ultima si colloca tra le principali città europee nel campo digitale e della pubblicità. Nota anche per la sua vivace industria del design e quello stile nordico inconfondibile.

Immersi in un’atmosfera liberale e circondati da deliziosi canali non mancheranno le ispirazioni.

 

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Are you visiting Copenhagen soon? Book your tours through our link in bio ?? @wonderlustcopenhagen⁣ ⁣ Do you already use our Lightroom presets? ? They help you make your photos look perfect and professional without knowing anything about complicated post-production software like Lightroom or Photoshop ? So, check out @wonderlustpresets for more!⁣ ⁣ ? @the.hairy.traveller⁣ ? Nyhavn, København, Denmark⁣ ⁣ ? Want to get in touch? Please email!⁣ ? Want to get featured? Tag us in your post and use #wonderlustcopenhagen!⁣ ⁣ — — —⁣ ⁣ #onlycopenhagen #visitcopenhagen #wonderlust #denmark #passionpassport #theglobewanderer #wonderlustmagazine #copenhagen #roamtheplanet #copenhagenblogger #copenhagencity #wonderlustcopenhagen #copenhagentodo #cityofcopenhagen #igerscopenhagen #copenhagenlife #copenhagennow

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Da Mattel a LEGO, l’inclusività si insegna attraverso i giocattoli

  • Il cambiamento della percezione delle diversità parte dai più piccoli si plasma attraverso il gioco
  • Le aziende di giocattoli sperimentano con successo nuovi modelli e nuove bambole capaci di raccontare ogni singola storia attraverso le diversità. Si impara che la normalità non è la perfezione ma il riflesso di se stessi

 

Negli ultimi tempi il concetto di inclusività è sempre più presente nel panorama dei giochi. L’inclusività è un argomento più volte discusso e affrontato nelle pubblicità, nella moda e ampiamente in ambito di consapevolezza sociale. Brand e aziende stanno pian piano contribuendo a cambiare la percezione nei confronti della diversità di genere, sociale e in particolare della disabilità.

Ora più che mai è dovere dei brand ampliare la rappresentazione dei propri prodotti: rappresentazione di quel pubblico che fino ad oggi non è stato ascoltato abbastanza. L’esigenza attuale di questo “sottogruppo” è che da consumatore necessita, come tutti, di riflettere la propria immagine nei marchi e nei loro prodotti acquistati. Un maggiore senso di appartenenza che può creare un collegamento ancora più stretto con i valori e con l’etica dei brand. E così le maggiori aziende di giocattoli iniziano a diffondere un messaggio di inclusività, rivolgendo la loro attenzione alle diversità dei più piccoli perchè, soprattutto i bambini, devono sentirsi parte integrante della comunità.

Barbie: la realtà è la vera bellezza

Mattel già dal 2016, attraverso l’iconica Barbie, aveva lanciato un messaggio di positività per combattere le diseguaglianze di genere: con “Puoi essere ciò che vuoi” spronava le giovani donne a seguire i propri sogni. Recentemente il brand di giocattoli ha annunciato al mercato l’uscita di nuove bambole che rappresentano persone vere, comuni, con i loro problemi congeniti o sviluppati. A fine 2019 sono stati creati diversi modelli di Barbie: con la vitiligine (una malattia della pelle che porta alla depigmentazione), senza capelli, sulla sedia a rotelle e con una gamba protesica.

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LEGGI ANCHE7 giocattoli (e oggetti) che hanno fatto la storia del design per bambini

Mattel ha voluto rappresentare con questa collezione una “visione multidimensionale di bellezza e moda“.

Finita l’epoca delle Barbie alte, magre e perfette, il brand ha aggiunto ai suoi valori anche quello dell’inclusività, riconoscendo appunto che le sue potenziali acquirenti non debbano rispecchiare la perfezione ma al contrario la propria realtà. Essere se stesse in una personale dimensione rappresentativa, dal colore della pelle, al tipo di fisicità, alle condizioni di salute fino alla scelta della carriera.

Mattel promuove il singolo riflesso, normalizzato e integrato nella società attraverso una bambola che assume sembianze diverse.

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Creatable World: inclusività di genere

Sempre Mattel promuove l’impatto positivo dell’inclusività creando una nuova bambola, priva di genere, libera da ogni etichetta in cui il gioco è dunque aperto a tutti i bambini.

Creatable World è venduto in diversi kit in cui le bambole, dai diversi tipi di pelle possono essere composte a proprio piacimento attraverso vari tipi di abbigliamento e capigliature. La scelta regala la libertà di creare personaggi personalizzati, senza suggerimenti al momento dell’acquisto.

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LEGGI ANCHE: La nuova linea di bambole gender neutral di Mattel fa discutere i social

American Girl: l’inclusività attraverso ogni personale storia

Un’altra selezione di bambole dedicate alla bellezza originale.

American Girl funge da finestra della realtà rispecchiando i caratteri e la vita di ciascuna bambina, ovunque nel mondo. Questa collezione infatti offre una varietà di bambole dalle caratteristiche fisiognomiche che promuovono le diverse culture.

Colore, forma degli occhi, dei capelli e caratteristiche del viso, accessori e soprattutto storie: ogni giocattolo è legato alla propria individualità che racconta cultura e origini, non solo come autoaffermazione di sè ma anche per diffondere la conoscenza di Paesi diversi.

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Ma Mattel ha ancora nuove proposte riguardo l’inclusività: diverse bambole con disabilità fisiche, complete di accessori.

Joss Kendrick della linea American Girl è stata premiata come “l’American girl dell’anno 2020“. Joss è una bambola-bambina non udente di 10 anni amante del surf che indossa un apparecchio acustico. Le sue amiche sono McKenna, con disturbi dell’apprendimento e Gabriela, affetta da balbuzie.

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La volontà da parte del brand è stata ancora una volta quella di far rientrare nella normalità qualsiasi tipo di disabilità, come quella di indossare un apparecchio acustico.

Avere un giocattolo che rispecchi la propria immagine, la propria normalità, sta convincendo sempre più i genitori e la società che finalmente si possa abbattere attraverso il gioco, qualsiasi tipo di stereotipo. Le storie personali di queste bambole intendono incoraggiare le bambine ad affrontare le sfide personali nella vita reale, anche grazie alla condivisione delle proprie capacità con i coetanei e gli adulti.
Il sito web di American Girl, infatti, oltre che presentare le diverse bambole, invita tutte le bambine con disabilità, a realizzare se stesse e ad affrontare il proprio problema suggerendo sotto forma di gioco varie attività di sviluppo.

LEGO Braille Brick: abbattere i muri nel gioco

LEGO per venire incontro alle esigenze di bambini e adulti con problemi di vista, ha da qualche mese incluso nelle sue istruzioni anche quelle audio e Braille. Per ora sono disponibili per quattro set di costruzioni ma il brand ha intenzione di ampliare la nuova lettura per tutti i suoi set e in varie lingue. In questo caso LEGO ha dato ampiamente ascolto alle esigenze di una fetta di mercato, piccola ma consistente. L’iconico brand di mattoncini aveva già creato qualche anno fa, in un’ottica di inclusione, personaggi con disabilità e relativi accessori.

Oggi, le costruzioni Braille LEGO di sicuro contribuiranno ad aumentare il livello di apprendimento del Braille. I pezzi saranno infatti stampati con lo stesso numero di rilievi utilizzati per le singole lettere e numeri dell’alfabeto dedicato.

Questa nuova modalità è un’opportunità non solo di gioco ma anche di sviluppo di competenze. Per rapportarsi in modo costruttivo con la normalità e con un futuro uguale per tutti.

LEGGI ANCHE: Il caso Mattel: i giocattoli come specchio della società moderna

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Lottie Dolls: ispirazione dal reale

Per questo brand di giocattoli indipendente irlandese l’attenzione è posta totalmente sull’inclusività e sull’abbattimento degli stereotipi. Le sue piccole bambole sono vendute in oltre 30 Paesi di tutto il mondo. Lottie Dolls celebra l’infanzia in tutta la sua diversità e promuove lo sviluppo e la sensibilità dei bambini attraverso i suoi prodotti.

Il messaggio è quello di seguire i propri sogni, indipendentemente da genere, capacità, etnia o interessi.

Tra la linea di bambole spicca Hayden, ispirata a un bambino autistico amante dello spazio e che oltre indossare la tuta spaziale, ha un cane, schede di comunicazione, cuffie e occhiali da sole (per sopperire alla problematica sensoriale che alcuni bambini affetti da autismo riscontrano). Insieme a Hyden troviamo Sinéad, una bambolina affetta da nanismo e ispirata a Sinéad Burke, redattrice di British Vogue. Ogni modello è creato con sembianze infantili e non adulte. Ogni bambola è accompagnata dalla sua storia ricca di particolari, dai suoi desideri e dalla sua quotidianità.

Un’amica per esprimersi e paragonarsi con gli altri bambini.

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Wonder Crew: connessione emotiva e gentilezza

Wonder Crew ha invece ideato una linea di bambole per bambini. Create nel 2015 da una psicoterapeuta del Massachusetts, Laurel Wider, puntano all’annullamento degli stereotipi di genere, incoraggiando i bambini ad esprimere empatia, gentilezza e connessione emotiva attraverso il gioco, soprattutto in questi anni dove bullismo e violenza dilagano anche tra i più piccoli.

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LEGGI ANCHE: Verso la libertà di genere: Vogue dedica la sua copertina ai Muxe

Microsoft Xbox: la tecnologia a favore dell’inclusività

Due anni fa Microsoft, in un grande progetto di inclusività di gioco, ha introdotto un nuovo controller progettato per adattare al massimo l’Xbox con le disabilità dei giovani giocatori.

Xbox Adaptive Controller, studiato per personalizzare il controllo in base ad ogni diversa capacità fisica, comprende diversi accessori specializzati. In questo modo i genitori avranno un’ampia scelta per la soluzione migliore di gioco rispetto allo sviluppo e agli obiettivi dei ragazzi.

Per offrire un’efficiente esperienza di gioco, Microsoft è in partnership con RAM Mounts per creare soluzioni di montaggio in grado di utilizzare il controller direttamente sul corpo o su una sedia a rotelle.

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Verso un mondo più inclusivo

Abbiamo visto che grandi aziende hanno rivoluzionato i loro giocattoli, creando una risposta ad un mercato non di massa. I loro nuovi prodotti riflettono le necessità di quella parte di società che non deve più rimanere emarginata o esclusa dalla quotidianità comune a tutti.

Questa apertura è un grande passo a favore dell’inclusività e dell’appartenenza alle comunità, per quanto diverse. Un valido incoraggiamento all’empatia, contro le diversità di genere, di capacità fisiche o di apprendimento. Perché la consapevolezza del diverso diventa normalità in un contesto conosciuto, approvato e vissuto insieme, soprattutto grazie al gioco.

Best practice e idee per la costruzione del tuo database per l'Email Marketing

Come inviare email rilevanti grazie alla segmentazione

L’Email Marketing si è evoluto, così come si è evoluto l’approccio alla mailing list, non più concepita come un insieme indistinto di indirizzi email, ma come un sistema composito, stratificato al suo interno, in costante divenire.

Più che di mailing list bisognerebbe parlare di segments list, ossia insiemi di cluster di destinatari accomunati da caratteristiche, interessi ed esigenze.

L’avrai capito, stiamo parlando di segmentazione, un’attività che MailUp ha esplorato in modo approfondito nell’ebook “La segmentazione delle email”, un percorso tra mindset, strumenti e attività per inviare email rilevanti a tutti.

Ecco quindi cosa dovresti sapere per organizzare al meglio i dati.

4 step per organizzare i dati

Si parla continuamente di dati, ma da che parte iniziare per farli fruttare? Vediamo le quattro fasi per gestire l’attività di razionalizzazione e raccolta delle informazioni.

  1. Mappatura
    Per capire quali dati occorre raccogliere, è necessario conoscere di quali informazioni siamo già in possesso. Con l’analisi del database capiremo quali dati sono già stati raccolti, la quantità, la qualità, se si tratta di dati aggiornati o obsoleti.
  2. Strategia
    Si passa poi all’individuazione dei profili dei clienti a cui ci si vuole rivolgere: sono i modelli di destinatario che orienteranno la raccolta dei dati e la successiva segmentazione.
  3. Raccolta
    Si entra poi nel campo della profilazione, cioè la realizzazione di profili di destinatari. Per richiedere i dati alle persone occorrono creatività e sensibilità da una parte, e tool e funzionalità dall’altra (landing page, centro preferenze e ogni tipo di efficace lead magnet).
  4. Integrazione
    Altrettanto fondamentale è l’integrazione e sincronizzazione tra i diversi sistemi che custodiscono dati sui clienti. Grazie ad API e connettori è possibile creare un ecosistema dove le informazioni possano circolare liberamente.

Gli strumenti di segmentazione

Liste

Una lista è un insieme indipendente di messaggi, destinatari, impostazioni, statistiche. La lista consente di gestire una certa tipologia di invii (ad esempio la lista per i clienti fedeli, la lista per il mercato estero, quella per gli eventi, per le comunicazioni transazionali, ecc).

In questo modo un’azienda può dare vita a differenti mailing list all’interno della stessa piattaforma.

Gruppi

La lista è a sua volta un contenitore che può essere suddiviso al suo interno in infiniti gruppi, dando la possibilità all’azienda di creare diverse categorie di invio: newsletter, promozioni, potenziali clienti e qualsiasi altra categorizzazione.

Filtri

Grazie a un filtro è possibile suddividere i destinatari in segmenti, in base a una varietà di condizioni (fino a 20, concatenabili). Sono quattro le tipologie di filtro:

  • Anagrafico, che si basa sui dati salvati nel profilo di ciascun destinatario
  • Per attività, che si basa sulle azioni che il destinatario ha o non ha fatto (il suo comportamento, il digital body language)
  • Geografico, basato sul luogo dove si trova il destinatario quando apre l’email
  • Per dispositivo, che segmenta in base al device utilizzato dal destinatario per aprire e interagire con i messaggi.

Workflow e invii automatici

Grazie a workflow e invii automatici è possibile creare in pochi minuti campagne che si innescano da sole e danno vita a una segmentazione automatica del database, individuando in autonomia il segmento di destinatari idoneo.

Ecco alcuni esempi: email di benvenuto differenziate a seconda delle preferenze del destinatario; email che inoltrano gli ultimi contenuti (del blog o di una collana di ebook) a seconda degli argomenti di interesse del destinatario; campagne che si nutrono dei dati provenienti dall’e-commerce; email di re-engagement ai contatti che non hanno aperto le tue email per un determinato arco di tempo; messaggi automatici (email o anche SMS) inviati al verificarsi di condizioni come la registrazione o l’acquisto.

Automation su clic

Fondamentale è anche la possibilità di inviare email di follow-up coerenti con lo specifico link cliccato dal destinatario. In altre parole è possibile inviare messaggi in linea con il contenuto verso cui quel destinatario ha dimostrato un certo interesse.

Si tratta della funzione di automation in base al clic, che permette alle aziende di innalzare il grado di rilevanza delle email e, di conseguenza, migliorare tassi di apertura, clic e conversione.

Se vuoi saperne di più su come inviare email rilevanti e più efficaci grazie alla segmentazione, puoi scaricare l’ebook di Mailup “La segmentazione delle email”.

bettino craxi

La Bettinostalgia e quella voglia di revival. Intervista non conforme a Stefania Craxi

«Salve sono Stefania Craxi». Il bluetooth della Volkswagen va e viene, la voce scorre lenta, l’autostrada velocissima. Non ho un quaderno dove prendere appunti, così mi fermo all’Autogrill, come dentro una vecchia canzone di Max Pezzali.

È il giorno dopo la vittoria di Bonaccini in Emilia-Romagna, Stefania è senatrice di Forza Italia. «Come sta dopo questi risultati?». «Certamente non ne va della mia salute, quindi sto benissimo».

Qualcosa mi dice che questa non sarà una sosta riposante.

Stefania Craxi

Su Sky Arte recentemente hanno passato un documentario su Bettino Craxi. Per prepararmi a questa chiacchierata lo guardo, prendo qualche appunto. Ascolto le interviste poi metto in pausa e mi soffermo sui muri di Hammamet pieni di scritte e disegni, sui volti gli occhi rossi di lacrime dei protagonisti di quella storia.

Claudio Martelli ha scritto un buon libro, si chiama Ricordati di vivere. Mi piace molto il titolo, e anche il contenuto naturalmente, che lo spiega bene.

«Si dice: ‘Nemmeno Dio può cambiare il passato’. Gusto, eppure gli storici ci provano di continuo, e spesso ci riescono. Ovviamente – salvo clamorose scoperte – i fatti non cambiano, ma cambia la loro percezione perché muta la prospettiva da cui guardiamo l’accaduto, emergono particolari e connessioni trascurate e, di conseguenza, cambiano anche le idee e le opinioni che ci eravamo formati».

Dico a Stefania che non vorrei raccontare il passato ma il presente, se possibile, il futuro. Perché ci sono storie che si appiccicano a un intero decennio, come una Big Babol sotto il banco delle medie; gli anni della Milano da Bere, degli Yuppie e i paninari, degli anni dei Goonies e di Cyndi Lauper, della TV commerciale e di Sabrina Salerno, che è riapparsa quest’anno al Festival di Sanremo spopolando come se il tempo si fosse fermato.

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Chi balla alle serate revival

È strano quanto gli anni ’80 facciano presa sulle generazioni più giovani: tra feste, disco ottanta, musica e abbigliamento vintage sembra che quel decennio sia ancora in mezzo a noi, o stia dispettosamente tornando per spazzare un po’ la nebbia di pessimismo dei nuovissimi anni ‘20. Come me in tanti avranno ricercato le parole di questa storia; per scoprire una tendenza adesso si googola, ma cosa ricercano gli italiani a 20 anni dalla morte di Craxi?

Ci viene in aiuto uno studio che ha realizzato in esclusiva per Ninja Helene Pacitto, CEO di Identità Digitale. Il “themecloud” Bettino Craxi ci mostra che, nonostante tutto, nelle ricerche non ci sono parole negative come “tangentopoli”, “ladro” o “latitante”.
I termini più ricercati non solo riguardano il film, ma anche la figura di politico, leader, socialismo, potere. Come se la comunicazione attuale avesse reso desueti certi vocaboli, e necessaria la loro ricerca sul dizionario della rete.

Giovani craxiani

Chiedo a Stefania se suo padre fosse una sorta di icona POP e come quella serietà nei modi, nel parlare, nell’agire si potesse conciliare con un decennio passato alla storia per la “superficialità”.

«Non erano anni superficiali», mi risponde un po’ piccata, «Le persone reagivano alle difficoltà degli anni ’70, dove la gente rimaneva uccisa o gambizzata per strada ogni giorno».

«Mio padre non era una rockstar, non amava la ribalta scanzonata: ricordo quella volta che concesse un’intervista a Fabrizio Frizzi, ma che fatica per convincerlo».

I dati demografici del film Hammamet, riguardo le conversazioni in rete, ci mostrano una realtà sorprendente: la gran parte delle interazioni riguarda una fascia d’età particolarmente giovane, mentre è quasi irrilevante per chi quell’epoca l’aveva vissuta direttamente.

Il lavoro di Gianni Amelio ha acceso sicuramente un dibattito, su «Una tragedia umana prima ancora che politica, in un film che racconta la storia di Craxi in chiave intimista», ci tiene a precisare Stefania.

Oltre 13 mila menzioni in rete in 3 mesi, con un boom in occasione dell’uscita al cinema. Tra gli italiani Bettino Craxi registra un sentiment positivo del 15% rispetto ad un dato negativo medio del 21%. I dati fanno riflettere anche sullo scenario politico attuale, soprattutto se pensiamo che a parlarne maggiormente sono le fasce di età comprese tra i 18/24 per il 22,9% e tra i 25/34 per il 46,8%.

La sindrome dell’età dell’oro

La “sindrome dell’età dell’oro” è la convinzione che i tempi che viviamo siano peggiori dei decenni passati che non abbiamo invece vissuto. Una proiezione romantica di desideri, come in Midnight in Paris di Woody Allen, dove il protagonista si trova proiettato in quella Parigi degli anni venti che aveva sempre sognato.

È irrazionale avere nostalgia di un l’Italia più prospera? «I ragazzi di oggi hanno nostalgia di un’epoca che non hanno vissuto, ma è stata loro raccontata, magari dai genitori». Stefania difende il passato, che sotto sotto crede sia migliore del presente. Del futuro, alla fine, parliamo poco. «Durante la Prima Repubblica in Italia c’era speranza». La narrazione attuale dice anche che i figli non saranno più all’altezza dei loro genitori, specialmente a livello economico.

«Ma no, è un’altra falsità. La mancanza di speranza è in realtà nostalgia del passato, ma non si deve permettere che diventi anche nostalgia del futuro». Un futuro che ci sembra impossibile da realizzare.

«Esattamente, la memoria del passato deve essere di stimolo al domani, per fare ancora meglio».

Se Twitter fosse esistito ai tempi di mani pulite

Se ci fossero stati i social media le cose sarebbero andate in maniera diversa?

Stefania non è divertita dalla domanda, ma forse sono riuscito a incuriosirla. «Probabilmente mio padre, Craxi, si sarebbe potuto difendere meglio da quelle che chiamiamo oggi fake news, che prima erano solo fango gettato addosso. Che poi, magari non si sarebbe difeso lui, ma insomma sai come funziona: si sarebbe creato un dibattito, si sarebbe potuto rispondere, i giornali non sarebbero stata l’unica fonte di informazione. La gente avrebbe detto la propria…»

Ancora una volta la comunicazione poteva essere elevata a contenuto e la storia, forse, sarebbe cambiata almeno un po’. Stefania non è tipa da ucronia, alla fiction preferisce la realtà: cosa succede, cosa succederà. Specialmente cosa è successo. Non ha una cotta per il futuro, nemmeno io. Andiamo d’accordo, ma non glielo dico e proseguo ad ascoltarla. Mi chiede di darle del tu, le spiego che non sono un liceale, che ho una bimba, che avrei tante cose da chiederle, che sarei curioso di sapere cosa ci si ricorda di più del proprio padre, se c’è un momento preciso in cui una figlia la conquisti totalmente, e per sempre. Non glielo chiedo ma finalmente la faccio ridere un po’ (con le domande sul debito pubblico avevo rischiato parecchio).

Le rammento i ragazzi che si mettono le t-shirt di Pertini, e conveniamo che la gran parte di loro nemmeno sa chi sia.

Leggendo i dati della nostra ricerca mi immagino i gadget di Bettino. Eppure, troppi indizi mi fanno pensare che c’è qualcosa, in questa popolarità, di dannatamente attuale: il revival, l’amore per un decennio così “spensierato”, il ritorno del desiderio di un uomo forte e decisionista, il “sovranismo” anti-litteram che nelle bacheche torna con la celebre immagine di Sigonella (quando i carabinieri accerchiarono la Delta Force).

Achille Lauro per noi vs. Achille Lauro per voi

A proposito di Sigonella, circola un meme sui social, lanciato dalla pagina Il sovranista, che fa un divertente paragone tra Achille Lauro (il cantante) in tutina a Sanremo 2020 e la tragica vicenda dell’Achille Lauro, che si concluse appunto a Sigonella, vicenda di cui Craxi fu indiscusso protagonista e decisore.

Stefania è tranchant: «Non credo proprio che mio padre avrebbe accolto bene la forma dell’attuale comunicazione politica, ma sicuramente ne sarebbe stato incuriosito, specialmente dall’approccio non ideologico».

Mi chiedo se Craxi avrebbe chiesto ai propri follower “caffè o cappuccino?” come ha fatto Salvini un sabato mattina su Facebook, raccogliendo 30 mila voti.

Sentimenti craxiani

Bettino Craxi muore ad Hammamet 20 anni fa, il 19 Gennaio del 2000. Luigi Di Maio, attuale Ministro degli Esteri, registra 131 mila menzioni nella rete negli ultimi mesi. Nulla di strano se si pensa al suo ruolo politico e all’uso attuale della rete.

La ricerca sul sentiment “craxiano” che abbiamo commissionato ci rivela tuttavia un dato sorprendente: «Bettino Craxi» è citato circa 14 mila volte e registra un sentiment positivo al 42,1%, maggiore del 4,2% in comparazione con Di Maio.

Non succederà più (forse)

Sarà capitato anche a voi di sentire “Non succederà più”, una canzonetta lanciata da Claudia Mori nel 1982. Negli ultimi anni è diventato un motivetto ricorrente in tantissime disco revival e, in generale, in tutte le serate più “festaiole”. Torniamo a Sanremo 2020: Elettra Lamborghini e Myss Keta mettono in scena un divertente show interpretando proprio la canzone della Mori. Ancora gli anni ’80 che ritornano.

Da una parte la leggerezza percepita, dall’altra l’uomo forte, la stabilità, la prosperità che quella leggerezza la permette, senza tuttavia colpevolizzarla.
Luci e ombre: sappiamo gli errori commessi dalla classe politica della Prima Repubblica, ma sono più freschi nella memoria quelli commessi dai protagonisti della Seconda. Perché i ricordi sfumano e, di solito, restano solo quelli migliori.

«Se mi permetti questa moda del revival è arrivata anche un po’ per merito mio». Stefania ne è orgogliosa. Ripenso a Claudia Mori, ma quello che intende ovviamente non è il revival musicale, anche se le cose non sono così distanti come sembra.

Sono certo che Stefania abbia fatto un buon lavoro di memoria, di cui suo padre sarebbe orgoglioso. In quanto alla storiografia, ai giudizi, alle colpe e ai meriti non sta a me parlarne, non sta a noi occuparcene. Si dice che sia compito degli storici, io credo invece che sia un processo naturale che ha molto a che fare con il presente che viviamo (e vivremo), e che si ritrova, suo malgrado, a essere oggetto di un infinito confronto col passato.

Tre decenni dopo forse non è più momento di bilanci: in tempi dove la memoria si esaurisce in un post meglio raccontare quanto il nostro oggi sia intriso di quel passato. Prendendo a prestito le parole di Martelli: “Anche in questa storia le cose sono andate come sempre: senza pace tra amore e guerra”.

Poche donne tra i leader più innovativi. È ancora tutta questione di Gender Gap?

  • 100 i leader più innovativi secondo Forbes, classifica stilata in base ad Innovation Capital e reputazione online, una sola donna in classifica e Bezos e Musk al primo posto a pari merito
  • L’unica donna presente, Barbara Rentler, è la rappresentante di quello che ancora è un fenomeno particolarmente evidente: il gender gap

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Stilare una classifica dei 100 leader più influenti al mondo è assolutamente una cosa seria e Forbes lo sa molto bene.

Forbes, infatti, non solo compone la classifica dei 100 leder economici più influenti d’America, ma anche, contemporaneamente, un elenco delle 100 aziende più innovative dell’anno, e non sempre aziende e leader corrispondono.

La metodologia ben rodata e schematizzata permette, all’illustre rivista, di comporre la classifica annuale su una base di analisi quinquennale e prendendo in considerazione quattro parametri precisi.

La vera sorpresa? È che in questo elenco di 100 nomi le donne sono pochissime, se non quasi del tutto assenti.

Metodologia di analisi: è tutta questione di Innovation Capital, o quasi

LEGGI ANCHE: Non solo Facebook, Google e Amazon: ecco le aziende Tech da tenere d’occhio secondo Nasdaq 100

Ormai è tradizione, la rivista Forbes ogni anno stila una classifica dei leader più influenti d’America e lo fa attraverso un metodo provato e consolidato negli anni che comporta, oltre che la raccolta e l’analisi di dati finanziari, anche la registrazione di informazioni reputazionali di imprese ed imprenditori.

In particolare vengono messi sotto microscopio i CEO delle società, intese come sedi centrali o unici titolari, prendendo in considerazione:

  • Media Reputation for Innovation, ossia quello che i media dicono dei leader più innovativi in merito a quanto le aziende che conducano abbiano compiuto passi avanti in materia di innovazione guadagnando, quindi, sempre più punti anche in merito al valore di mercato dell’impresa. Questa caratteristica è essenziale in quanto un team attento all’innovazione, crea un brand innovativo che attira una clientela sempre più attenta a nuove tecnologie. Essere un leader innovativo significa, non solo essere attenti all’innovazione, ma anche avere una visione a medio e lungo periodo che porti l’azienda proiettata nel futuro combinando capacità e potenzialità disponibili.
  • Social Capital, quanto l’azienda è inserita nel contesto sociale in cui si trova, che seguito ha e quanta capacità di influenzare il pubblico nelle loro scelte e un leader con questa caratteristica deve saper metterci la faccia nelle iniziative della propria azienda, partecipandovi in prima persona.
  • Track Record for Value Creation, l’incremento o il decremento che l’azienda e il leader sotto esame hanno avuto negli ultimi anni, inteso proprio come il suo valore economico di mercato e per gli stakeholders.
  • Investor Expectations of Future Value Creation, semplificando, le aspettative di crescita che il mercato ha nei confronti di una determinata azienda sia in materia di innovazione sia in materia di capitali.

Tutto qui? Negativo, manca il cosiddetto dato di Innovation Capital, il parametro, forse più difficile da monitorare e che potremmo paragonare al vecchio e caro “pierraggio”.

Avere l’Innovation Capital, infatti, vuol dire avere capacità relazionali e soft skills in grado di farti reperire sul mercato finanziamenti, aiuti, spazi pubblicitari, nuovo pubblico, insomma maggiore attenzione da tutti gli shareholders.
Si dice che questa caratteristica sia innata, può solo essere allenata per il raggiungimento dell’obiettivo.

Qualcuno potrebbe dire che essere “carini e coccolosi” aiuta e non solo per entrare nell’olimpo di Forbes, ma anche per attirare nuovi capitali ed investimenti dal mercato.

I 100 leader secondo Forbes, una la donna in classifica

Forbes annuncia i 100 leader più innovativi d’America, ma tra loro solo una donna.

La classifica completa è disponibile online e la puoi consultare a questo link.

Direi però che la cosa più importante non è trovare il podio composto da 3 degli uomini più influenti al mondo, non solo negli USA, ce lo si aspettava, ma che tra i 100 nomi compaia solo un nome femminile: al 75esimo posto Barbara Rentler, CEO di Ross Stores, la catena di grandi magazzini low cost americana.

Scendendo in profondità con l’analisi vediamo come non ci sia un secondo posto, ma due primi classificati: Jeff Bezos (Amazon) ed Elon Musk (Tesla). Il primo con un reddito netto di 127 miliardi di dollari è uno degli uomini più ricchi al mondo e founder del colosso Amazon, sicuramente un self-made-man, ha dato vita a quello che oggi è Amazon in casa sua nel 1994 quando l’idea di eCommerce era ancora lontana. Il secondo, invece, un reddito netto che si attesa a 43 miliardi e una reputazione che nasce nel 2003 insieme al suo brand di auto elettriche, Tesla. Non più a capo di Tesla, ma a questo nome ancora legato è anche il fondatore di SpaceX, il brand che vuol rivoluzionare i viaggi nello spazio.

Il terzo posto è ricoperto dal giovane Zuckerberg. Il fondatore e CEO di Facebook si attesta su un reddito netto superiore a quello di Musk, ma i recenti scandali legati alla privacy e commercializzazione dei dati dei suoi utenti gli hanno fatto perdere popolarità.

Potremmo analizzarli tutti, da Tim Cook a Larry Page o al CEO di Netflix, ma andiamo direttamente al 75esimo posto, l’unico in rosa: Barbara Rentler, CEO di Ross Stores.
L’unica leader inclusa nella lista è l’esempio di donna che ha fatto carriera all’interno dell’azienda, partendo da fine anni 90 come parte del team arrivando nel 2014 a prendere il posto di CEO di Ross Store, la catena di grandi magazzini americani delle vendite sottocosto.

Gender Gap, siamo ancora molto lontani dal traguardo, ma di chi è la colpa?

LEGGI ANCHE:La leadership femminile nel business cresce, ma salari e investimenti ancora non aiutano

Non credo che sia di Forbes la colpa o l’errore di non aver analizzato troppo bene il parterre di leader USA disponibili, credo più che questo sia, ancora una volta, il segnale per il quale il numero di leader innovative donne sia di gran lunga inferiore a quello maschile ed il motivo è semplice: ancora poche donne possono aspirare ad una carriera direzionale nel 2020.

L’analisi condotta da Forbes ha registrato il numero di leader al femminile come il 5% del totale delle private company con una percentuale di donne all’interno dei board direttivi delle FTSE 100 che, a fine 2018, si attestava sul 21% con una crescita dal 2011 del solo 7%.
Il problema quindi, è ancora in forte gender gap tra uomini e donne nell’ambito delle loro possibilità di crescita lavorative.

Alcuni, per ovviare al problema, parlano di intrapreneurship, ossia la possibilità che venga assegnato ad un membro del team, anche donna, un progetto particolare su cui fare focus in modo responsabile e coordinando un team ad hoc, come un’azienda nell’azienda. Questo metodo permette a chi sta ai piani alti di scovare i propri talenti aziendali e ai collaboratori di sperimentare e sperimentarsi.

Sicuramente il tema di genere è ancora molto forte e sentito con una stima temporale per il raggiungimento dell’uguaglianza che si attesta sui 100 anni, nonostante il continuo mantenimento delle differenze porti a perdite economiche di miliardi di euro, ma finché le donne non potranno essere quello che sono, madri ed emotive comprese, sul loro posto di lavoro verranno considerate inferiori e l’anello debole della catena imprenditoriale, con uno stipendio minore e minori possibilità di fare carriera.

Ma non è giusto guardare solo lo scenario apocalittico, secondo Forbes, infatti, nell’ultimo decennio alcuni passi avanti sono stati fatti ed in particolare:

  • 170 Paesi al mondo hanno raggiunto la parità di educazione, o quasi, tra uomini e donne
  • La disparità uomo-donna è diventata uno dei temi inseriti nella Global agenda
  • La presenza di donne al governo è aumentata del 40%
  • Le barriere tra quote blu e quote rosa si sono fatte meno solide in quelli che sono i campi lavorativi e di possibilità di autoaffermazione, grazie a movimenti indipendenti, a Big Company che si sono fatte esempio e portavoce della parità di trattamento (Google, Facebook, Microsoft tra tutte), alle nuove generazioni in cui essere uomo o donna al lavoro non è più così discriminante
  • Gli uomini stessi chiedono un cambiamento, come la possibilità di avere un sussidio di paternità per stare con i propri figli o il desiderio di stare a casa a pensare alla famiglia lasciando la donna ad occuparsi del sostegno economico

Quindi che fare? Sicuramente c’è ancora molto in cui impegnarsi. Un buon punto di partenza sarebbe quello di diminuire quei 100 anni che ci separano dall’uguaglianza.

Coronavirus: il crowdfunding lanciato da Chiara Ferragni e Fedez supera i 3 milioni di euro

Più di 3 milioni di euro raccolti sulla piattaforma per la raccolta fondi gofundme per fronteggiare l’emergenza Coronavirus in Italia rafforzando le terapie intensive.

L’iniziativa è stata messa in campo da Chiara Ferragni e Fedez (inutili le presentazioni!) per aiutare l’attivazione di una nuova terapia intensiva presso l’Ospedale San Raffaele di Milano.

LEGGI ANCHE: Per gestire l’emergenza Coronavirus entrano in campo anche i chatbot

Il digitale a servizio dell’emergenza

“In questa fase davvero delicata, dal punto di vista sociale e sanitario, possiamo anche noi fare qualcosa – hanno spiegato i due influencer presentando il loro impegno per una causa sentita oggi da tutti gli italiani – Medici e scienziati stanno facendo un lavoro importantissimo e vorremmo supportarli concretamente. Per questo motivo abbiamo pensato di aiutare l’attivazione di una nuova terapia intensiva presso l’Ospedale San Raffaele di Milano. In questo momento le attrezzature necessarie per triplicare i posti letto di terapia intensiva e subintensiva sono:
– Ventilatori
– Dispositivi di ventilazione non invasiva
– Monitoraggio emodinamico
– Monitor”.

I fondi raccolti saranno direttamente devoluti all’ospedale per il rafforzamento della terapia intensiva.

Oltre 170 mila persone hanno già fatto la loro donazione, sull’onda emotiva di un’epidemia che potrebbe colpire chiunque.

Se dopo i primissimi giorni dell’emergenza è stato subito chiaro che i casi sarebbero aumentati esponenzialmente col passare delle ore, oggi la consapevolezza è di aver quasi raggiunto la saturazione nei reparti degli ospedali dedicati alla cura del COVID-19.

Ma le iniziative di raccolta fondi e la celerità con cui alcuni ospedali stanno allestendo nuovi reparti temporanei di terapia intensiva è solo un aspetto di questa situazione che oggi per molti è difficile da gestire.

L’epidemia ha infatti colpito in modo evidente tutti i settori produttivi del Paese e per questo anche il digitale viene in soccorso delle zone più colpite.

Alla luce degli aggiornamenti contenuti nel Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri dell’8 marzo 2020, che amplia le zone soggette a restrizioni per le misure di emergenza sanitaria a contrasto della diffusione del Coronavirus (SARS-CoV-2), aziende, associazioni e startup hanno risposto all’iniziativa promossa dal Ministro per l’Innovazione tecnologica e la digitalizzazione, offrendo servizi e soluzioni innovative.

Tutti gli aggiornamenti sono disponibili sul sito “Solidarietà Digitale” e su innovazione.gov.it

tik tok

L’universo digital secondo la Gen Z: ecco i 5 grafici per esplorarlo

  • eMarketer ha recentemente pubblicato uno studio in cui rileva come e dove i giovani trascorrono il loro tempo online e quali sono i loro device preferiti sul web
  • Attraverso una serie di grafici, ricavati da altrettante ricerche, è possibile scoprire come e quanto la Gen Z utilizza Internet

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Connettersi e saper comunicare alla Gen Z è un compito tutt’altro che semplice. Il primo passo è cercare di comprenderne comportamenti e bisogni.

Per aiutare le aziende a raggiungere questo obiettivo, eMarketer ha recentemente pubblicato uno studio in cui rileva come e dove i giovani trascorro il loro tempo online e quali sono i loro device preferiti.

I risultati chiave della ricerca possono essere riassunti in cinque grafici.

Esaminiamoli insieme.

Gen Z, Gen Mobile

Velocità, accessibilità, esperienze personalizzate e on demand, questo in estrema sintesi è tutto ciò che sta a cuore alla Gen Z, una generazione perennemente connessa.

E cosa può soddisfare questa brama di esperienze online se non lo smartphone? Un dispositivo ormai indispensabile per i ragazzi che cominciano a usarlo fin da giovanissimi.

Se nel 2013 solo il 49,6% degli adolescenti tra i 12 e i 17 anni aveva uno smartphone, si stima che entro quest’anno la percentuale salirà fino al l’83,2%.

digital la Gen Z

Inoltre, Il 73% dei genitori afferma d’aver comprato uno smartphone ai figli di 11-13 anni, mentre il 31,0% ai figli che hanno tra i 6 e i 10 anni.

Il mobile è probabilmente la prima forma di liberà di cui un adolescente gode, quindi non sorprende che rappresenti anche la forma di tecnologia preferita dalla Gen Z.

A renderlo noto è il rapporto del gennaio 2019 dell’agenzia di marketing Fuse, secondo cui lo smartphone viene indicato da quasi la metà degli intervistati (48%) mentre solo il 27% preferisce i videogame e il 20% i social media.

Werable e assistenti vocali

Non riscuotono altrettanto entusiasmo gli assistenti vocali e i werable (dispositivi indossabili come smartwatch, fitness tracker, braccialetti etc.), forse anche a causa dei dubbi più volte sollevati sulla privacy garantita da questi device.

Da veri nativi digitali, gli adolescenti non trovano niente di “straordinario” nell’irrompere della dimensione online nella vita “reale”. Rispetto alle generazioni precedenti, subiscono meno il fascino di tutte le novità e gli scenari dell’IoT (Internet of Things).

“Sono sempre stati circondati dalla tecnologia, sono abituati a una realtà in cui l’innovazione avanza rapidamente” afferma Bill Carter di Fuse. “Per loro, non è niente di così strabiliante”.

Lo scarso entusiasmo della Gen Z per i werable si riflette chiaramente sul grado di penetrazione di questi device tra i più giovani.

digital e genz abitudini

Come mostrato dal grafico, tra gli utenti di werable, solo il 14,7% ha tra i 12 e 17 anni, il 36% tra i 18 e i 24 e il 38,2% tra i 25 e i 34. Il basso livello di penetrazione rilevato soprattutto nella fascia degli adolescenti è probabilmente influenzato anche dalla riluttanza dei genitori ad acquistare più di un dispositivo costoso (se teniamo conto dello smartphone) ai figli.

Analogamente, per quanto riguarda gli acquirenti di vocal assistant device, solo il 18,6% ha tra i 12 e i 17 anni, meno della metà di coloro di età compresa tra i 18 -24 anni (35,1%) e i 25-34 (42,5%).

Sempre secondo Carter, “Rispetto alle altre fasce di consumatori, gli adolescenti non percepiscono il valore aggiunto di questo tipo di tecnologia, le occasioni in cui essa può rendere la vita più facile”.

Il tempo trascorso online dalla Gen Z

Quest’anno, il 97,4% dei ragazzi utilizzerà Internet almeno una volta al mese.

Nel sondaggio YouGov del settembre 2019, oltre la metà degli adolescenti (fascia d’età 13-17 anni) ha riferito di navigare online in media due 2 ore al giorno, il 30% di trascorrere su internet più di 3 ore.

gen z e digital

Contrariamente a quanto si possa pensare, i giovani non spendono tutto il tempo su Instagram. Il 63,5% di coloro che hanno tra gli 11 e i 17 anni ha dichiarato d’aver scoperto un nuovo hobby o interesse navigando sul web, mentre il 55, 5% d’essersi impegnato in alcune cause sociali.

YouTube e Netflix

Qualunque sia il dispositivo utilizzato, la Gen Z è per eccellenza la generazione dei video. Nel 2020, il 93,7% degli adolescenti (13-17 anni) guarda video online

YouTube è il cuore delle attività online. Il sondaggio del marzo 2019 del National Research Group (NRG) rileva che il 92% della fascia 13-17 anni usa questo social almeno una volta a settimana.

Inoltre, secondo la ricerca “Taking Stock with Teens” di Piper Jaffray, nel 2019 gli adolescenti hanno trascorso il 37% del loro tempo su YouTube, più di quello trascorso su di Netflix (35%) (per la prima volta dal 2017).

LEGGI ANCHE: Influencer, social e siti di notizie: ecco come si informa la gen Z (e cosa cambia rispetto ai millennial)

gen z e digital

Secondo quanto afferma il CEO di Piper Jaffray, Mike Olson, “YouTube offre una gamma molto ampia di contenuti che interessano agli adolescenti. Tra questi, video musicali, streaming di celebrità e altri user generated content”.

Anche Netflix rimane un baluardo per le giovani generazioni. Il 71% dei ragazzi lo utilizza su base settimanale.

Perché la TV è ancora importante

In mezzo al dilagare dell’universo online, è molto facile sottovalutare i media tradizionali come la TV.

Eppure, si stima che nel 2020 gli adolescenti trascorreranno in media 81 minuti al giorno a guardare la TV, (10 minuti in meno rispetto a quello del 2019).

gen z digital

Inoltre, i dati Nielsen pubblicati nel primo semestre del 2019 mostrano che i ragazzi (12-17 anni) spendono in media più di un’ora al giorno guardando le dirette televisive.

Giornata Internazionale della Donna: le campagne più significative degli ultimi anni

  • Le campagne create per la Giornata Internazionale della Donna hanno contribuito a combattere il gender gap e gli stereotipi di genere
  • Da #NotMyJob a #EachforEqual: ecco quali sono stati gli approcci più efficaci alla sensibilizzazione sul tema uguaglianza di genere

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Negli ultimi anni, sono molti i brand che hanno contribuito a rivoluzionare la figura della donna nella società.

Non c’è dubbio che le loro campagne siano state sviluppate a fini commerciali, ma alcune di queste contengono messaggi talmente potenti che non possiamo che condividerli.

Ecco la nostra rassegna di spot dedicati alla Giornata Internazionale della Donna, selezionati per la loro capacità di sfidare gli stereotipi, combattere i pregiudizi e promuovere attivamente la parità di genere.

Scopriamoli insieme.

Marie Claire reclama l’eguaglianza sul posto di lavoro

Per la Giornata Internazionale della Donna del 2018, Marie Claire lancia #NotMyJob, una campagna che mira a sradicare le molestie e le discriminazioni sul posto lavoro.

Come si legge nel video, #NotMyJob vuol dire che non è compito di nessuna donna fare lo stesso lavoro di un uomo ed essere pagata di meno. Non è compito di nessuna donna flirtare con il capo per garantirsi una carriera. E non è compito di nessuna donna essere penalizzata per aver scelto la maternità insieme al lavoro.

Per questo, la rivista femminile incoraggia le donne a non tacere o arrendersi di fronte agli abusi subiti, creando, in collaborazione con lo studio legale Judge Sykes Frixou, un vero e proprio hub che offre consulenza legale gratuita.

La piattaforma esperienziale di Cogs & Marvel

Nel 2019, l’agenzia Cogs & Marvel celebra l’8 marzo con l’evento artistico esperienziale That Lady Thing.

Ricco di esperienze interattive, spettacoli e installazioni, That Lady Thing adotta un approccio decisamente divertente e ironico per sensibilizzare le persone sul tema uguaglianza di genere.

That Lady Thing 2019 from That Lady Thing on Vimeo.

Come spiega la direttrice artistica dell’iniziativa, Jamie Shaw, si tratta di una piattaforma creativa che attira l’attenzione e affronta il gender gap offrendo esperienze che orientano al cambiamento sociale.

ElaN Languages lancia una feature contro gli stereotipi di genere

Il modo in cui parliamo ha un’influenza diretta sul nostro modo di pensare.

Un recente studio sociolinguistico afferma chiaramente che la lingua svolge un ruolo particolarmente importante nel forgiare gli atteggiamenti delle persone verso il genere e l’occupazione e nel creare una visione distorta di ciò che noi, come società, pensiamo siano i ruoli appropriati per uomini e donne.

Partendo da questa ricerca, lo strumento di traduzione online ElaN Languages  lancia la campagna per la Giornata Internazionale della donna dello scorso anno, introducendo il “pulsante unbias”, una feature che trasforma i sostantivi che hanno connotazioni di genere in parole neutre.

Stacy’s Pita Chips crea una linea di confezioni dedicate alla Giornata Internazionale della Donna

 Nel 2017, il brand lancia una linea di confezioni di snack in edizione limitata con disegni ispirati ai movimenti che hanno contribuito all’empowerment femminile nella storia americana.

Giornata Internazionale della donna stacy.png

Per ogni confezione venduta, il marchio devolve 10$ a Step Up, un’organizzazione senza scopo di lucro che sostiene le giovani donne in difficoltà.

Harlequins Rugby – The Game Changer

Nel 2018, La squadra di rugby femminile Harlequin lancia una campagna per rompere gli stereotipi di genere nel mondo dello sport.

 

Il video The Game Changer accende i riflettori sulle donne che compongono il team e che nella vita svolgono lavori a tempo pieno come il pompiere, l’insegnante o l’analista di dati.

La squadra chiede supporto ai suoi fan per dare visibilità ai club di rugby femminile del Regno Unito.

Giornata Internazionale della donna 2020

#EachforEqual è il tema scelto quest’anno per la Giornata Internazionale della donna, un messaggio basato sulla convinzione che ogni persona possa contribuire concretamente alla parità di genere:

A livello individuale, siamo tutti responsabili dei nostri pensieri e delle nostre azioni – ogni giorno. Possiamo scegliere di sfidare gli stereotipi, combattere i pregiudizi, migliorare le situazioni di vita quotidiana e celebrare i risultati delle donne. A livello collettivo, ciascuno di noi può costruire un mondo dove esista la parità di genere.

Giornata Internazionale della donna

LEGGI ANCHE: Addio agli stereotipi: cari brand forse è ora di cambiare (partendo dai dati)

L’auspicio è quello che la società e le imprese possano andare oltre semplici iniziative di sensibilizzazione e scendere in campo con azioni tangibili.

In attesa di scoprire come i brand interpreteranno questo messaggio, vi invitiamo a condividere gli esempi di persone e aziende che contribuiscono ogni giorno, anche attraverso piccoli gesti, a costruire una società più equa.

Week in Social: Facebook chiude gli account fake, su Twitter e LinkedIn arrivano le stories

In questi giorni il web sta esplodendo: tantissime sono le notizie che circolano sui più svariati argomenti, altrettanto abbondanti le fake news. Abbiamo noi la giusta alternativa: che ne dite della nuova Week in Social?

Facebook chiude gli account, i prossimi sarete voi?

Chi può dirlo, è solo questione di coscienza, ma sembra essere la volta buona: Facebook chiuderà tutti gli account fake. Si parla di miliardi di account che il social con il nuovo algoritmo intende chiudere. È quello che viene definito “Deep Entity Classification” (DEC), il metodo per scovare in profondità i falsi della piattaforma.

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LEGGI ANCHE: Tempi duri per i detrattori dell’istruzione digitale, con le scuole chiuse e l’Italia ferma

L’algoritmo attuale si basa su pochi parametri, uno su tutti lo spam. Se lo fate, nel senso che inviate richieste di amicizia in automatico o se le spalmate ma comunque il vostro profilo non è quello di un “comune mortale”, allora sì, siete a rischio.

La rimozione degli account non ha fatto sconti nel 2019, ci auguriamo che questa linea limpida sia sempre di più perseguita da Menlo Park.

LinkedIn Stories

Poteva rimanere obsoleto un social comeLinkedIn? Assolutamente no, e Giulia Miglietta, la nostra ninja, lo ha raccontato sui nostri canali: anche LinkedIn è pronto a lanciare le sue Stories. Ad annunciarlo è Pete Davies, Senior Director Of Product Management LinkedIn in un blog post di Pulse.

Abbiamo imparato molto sulle incredibili possibilità offerte delle Stories in un contesto professionale. Per esempio, la sequenza del formato Stories è straordinariamente efficace nell’ottica di condividere momenti chiave degli eventi di lavoro, lo stile narrativo full-screen rende facile condividere consigli e trucchi per lavorare in maniera più proficua

Dopo una fase di test, già dai prossimi mesi, il social network professionale renderà disponibili le sue Stories in versione beta.

LinkedIn aveva sperimentato un format analogo nel 2018. Era “Student Voices”, una piattaforma creata per gli studenti universitari americani che dava ai ragazzi la possibilità di postare brevi video all’interno di una “campus playlist”, visibile in cima al feed dei contenuti solo per una settimana.

LEGGI ANCHE: Dopo Instagram, Facebook e WhatsApp, in arrivo le Stories su LinkedIn

Ehi, anche Twitter!

Ok, ma non chiamatele stories. Si chiamano fleets, i contenuti volatili che mette in campo Twitter.

24 ore e addio, una nuova promessa della piattaforma che per ora si traduce solo come un test in Brasile. La domanda è: ma i tweet che fine faranno? 

Twitter contro gli hate speech

Una nuova regola sempre da Twitter: basta al linguaggio d’odio. La piattaforma pone dei limiti a tutti quei commenti che vanno “oltre l’umano”. Stop dunque a tutti quelli che si prendono gioco degli altri, specie se derisi per età, malattie o disabilità. Non si escludono altre limitazioni su altre categorie.

Nuove funzioni su Instagram

TikTok, non fai paura, o forse sì? Instagram punta sempre di più ad ampliare le proprie funzionalità ed arriva così il controllo sui tag. Una notizia che ci tranquillizza: finalmente avremo la possibilità di scelta. Apparire o non apparire in quella foto in cui siamo venuti malissimo?

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O meglio: accettare l’ennesimo tag inopportuno dallo spammatore seriale di turno? Evviva.