Tesla Space

La crescita di Tesla, tra vantaggio tecnologico e politiche green

a cura di Thomas Ducato, giornalista di Impactscool

 

  • Secondo un rapporto su alcune componenti, Tesla avrebbe un vantaggio tecnologico di 6 anni sui concorrenti
  • Il mercato dell’auto sta provando ad adattarsi al cambiamento ma la strada potrebbe essere lunga e complessa
  • Per i suoi utenti Tesla è molto più di un’auto: chi la sceglie non torna indietro
  • Il 5G potrebbe spingere verso la guida autonoma. Prima però, ci sono aspetti etici e normativi da affrontare

 

Al netto degli ultimi sviluppi dell’emergenza Coronavirus, la crescita di Tesla pare inarrestabile. La casa automobilistica di Elon Musk ha chiuso il 2019 mettendo a segno il miglior trimestre di sempre e ha raggiunto, nell’arco dell’anno, quota 367.500 vetture consegnate, in crescita del 50% rispetto al 2018. Sono tanti i fattori che hanno contribuito a questo risultato, dal livello tecnologico dell’azienda alla maggiore sensibilità della popolazione verso la tematica ambientale, che sta contribuendo all’accelerazione della conversione all’elettrico da parte degli automobilisti. Inoltre, c’è il tema della guida autonoma (anche se per il momento dovremmo definirla assistita), che potrebbe beneficiare in modo importante delle reti 5G e potrebbe spingerci verso un nuovo modo di vivere la mobilità.

Tesla sta propiziando una rivoluzione nel mercato dell’auto: quali sono i fattori di cambiamento? Ma soprattutto, siamo pronti?

 

Un successo costruito sulla tecnologia

Qualcuno ha attribuito i risultati ottenuti da Tesla a un’ottima strategia di marketing e alle grandi capacità di storyteller del suo CEO e fondatore Elon Musk. È innegabile che ci sia anche questo dietro al successo della casa americana, ma c’è anche molto altro. La capacità di innovare di Tesla è, dalla sua fondazione nel 2003, una delle caratteristiche chiave dell’azienda, che le ha permesso di attrarre investimenti e conquistare una leadership difficile da intaccare, anche dai colossi del settore. Basti pensare che aziende come Toyota e Volkswagen, che vendono ogni anno 10 milioni di auto, sul piano dell’innovazione sono ancora distanti dalle vetture di Musk.

L’editore Nikkei Business Publications sostiene che l’elettronica di Tesla abbia addirittura 6 anni di vantaggio rispetto a quella delle concorrenti. È il risultato di un rapporto realizzato dallo stesso editore, che ha evidenziato le profonde differenze di progettazione e utilizzo di sistemi tecnologici tra Tesla e i concorrenti. Secondo gli ingegneri che hanno curato il documento alcune componenti, come l’hardware che gestisce i sistemi di ausilio alla guida, potranno essere presente sui modelli degli altri costruttori non prima del 2025. Un vantaggio competitivo enorme che trova origine in scelte strategiche ben definite: Tesla ha creato il suo successo sull’innovazione e il motore elettrico, rendendo potenzialmente obsoleto il mercato dell’auto come lo conosciamo oggi. E le grandi aziende del settore non possono ancora permettersi questa rivoluzione sotto diversi punti di vista.

 

L’uragano Tesla e il mercato dell’auto

La crescita di Tesla e l’aumento della fetta del mercato dell’elettrico, complice un maggior interesse verso le tematiche ambientale, obbliga anche le case automobilistiche storiche a rivedere le proprie strategie. Ma le loro possibilità economiche e la conseguente capacità di innovare in poco tempo, spingono a credere che il motivo del ritardo non sia solo di tipo tecnologico: l’utilizzo su larga scala di sistemi elettronici tipo quelli di Tesla ridurrebbe drasticamente il numero di centraline elettroniche in auto, con effetti catastrofici su moltissimi fornitori delle grandi case e sui loro dipendenti.
Oggi, però, il mercato inizia a risentirne e il caso della Germania in questo senso è emblematico: alla fine del 2019 prima Audi e in seguito Daimler, la casa madre della Mercedes, hanno annunciato il taglio di decine di migliaia di posti di lavoro.

Secondo l’opinione di analisti ed esperti i costruttori tedeschi stanno iniziando a pagare i ritardi nello sviluppo della mobilità green e la mancata capacità di prevedere in anticipo la volontà dei consumatori di convertirsi all’elettrico. La mobilità green è un trend ben avviato, come confermato anche dai dati sulle vendite del 2019 dove in Germania si è registrato un +75% di nuove immatricolazioni di auto a motorizzazione alternativa, dato che a livello europeo si è attestato al +41%. E il 2020 è iniziato sulla scia del precedente con un incremento sensibile delle vendite di auto elettriche pure.

Se ne è accorta la General Motors, che da qualche settimana ha presentato la sua strategia per i veicoli elettrici, con l’obiettivo di comunicare a clienti e investitori quanto sia decisa ad abbracciare l’elettrico nel prossimo futuro.

Ma qualcuno non sembra essere pronto: Audi, a fine febbraio, ha annunciato di aver interrotto la produzione del suo SUV E-Tron per risolvere i problemi di produzione, compresi quelli legati alla fornitura di batterie, sottolineando le difficoltà che le case tradizionali affrontano per potenziare la loro gamma elettrica. Volkswagen, dal canto suo, ha annunciato che investirà 60 miliardi di euro entro il 2024 per sviluppare l’auto del futuro, attraverso ibridizzazione, mobilità elettrica e digitalizzazione.

La sfida a Tesla, dunque, è stata lanciata e possiamo dire che Elon Musk l’ha raccolta e ha rilanciato: ha scelto (non a caso) l’area di Berlino per costruire la sua prima fabbrica europea.

 

Molto più di un’auto per i suoi clienti

“I possessori di Tesla non condividono solo la stessa auto, ma abbracciano una visione comune che permette di creare un forte senso di appartenenza. Chi sceglie Tesla difficilmente torna indietro”. Sono le parole di Federico Lagni, Fondatore e Presidente di Tesla Club Italy, associazione no profit indipendente rispetto alla casa automobilistica, che riunisce attorno a sé persone da tutta Italia: una vera e propria community, nata con l’obiettivo di informare sul mondo dei motori elettrici e sensibilizzare le persone sulla mobilità green.

Si tratta del primo club Tesla in Italia e tra i primissimi al mondo, fondato circa 10 anni fa quando l’azienda di Musk muoveva i suoi primi passi sul mercato. “Tesla ha preso un foglio completamente bianco e ha iniziato a costruirci sopra un progetto – ci ha spiegato -. È questo uno degli aspetti che attrae di Tesla: nonostante sia una casa giovane è riuscita in poco tempo a creare un qualcosa di completamente nuovo e i risultati le stanno dando ragione. Dall’altro lato i clienti apprezzano moltissimo gli obiettivi di Tesla sul fronte ambientale e la maggiore sensibilità verso queste tematiche sta contribuendo alla sua crescita, anche se non è l’unica ragione”. A chi critica le auto elettriche perché utilizzano energia prodotta da fonti non esclusivamente pulite, Lagni risponde: “È vero, ma anche considerando ciò, un’auto elettrica è di gran lunga più sostenibile rispetto ad un’auto endotermica, visto che, ricordiamolo, oltre la CO2 (che comunque un’auto elettrica non emette) un altro aspetto fondamentale è l’emissione di polveri sottili nell’aria che respiriamo. Le auto elettriche permettono di ridurre l’inquinamento, è un grande successo”.

Ma la missione di Tesla, secondo la community italiana, va oltre la sostenibilità: “Alla base del progetto – prosegue Lagni – parte da diverse necessità: non solo quella di limitare l’inquinamento, ma anche garantire la sicurezza. Grazie alla tecnologia sta cercando di risolvere una serie di problemi”.

 

Performance delle batterie e smaltimento

Le batterie sono oggi considerati uno dei grandi limiti per la diffusione su larga scala del mercato elettrico: l’autonomia limitata spinge gli automobilisti verso un nuovo modo di vivere il viaggio, da organizzare in funzione della necessità di caricare l’auto. Inoltre, proprio il costo delle batterie incide in misura importante sul prezzo. Per questo Tesla ha deciso di lavorare molto su questa componente, con l’obiettivo di produrne di più economiche, sostenibili ed efficienti. Nel frattempo un primo passo verso un miglioramento delle prestazioni è stato annunciato da Musk attraverso Twitter, suo canale preferito: è in arrivo un aggiornamento software Over-The-Air, quello di gestione della carica, che aumenterà l’autonomia di Model S e Model X.
Ma guai a considerarla come un’auto con cui non si può viaggiare: “Un’analisi che abbiamo fatto nel 2017 su circa 50 possessori di Tesla – prosegue Lagni – ha dimostrato come questa sia a un’ auto anche per lunghe percorrenze: la media dei chilometri percorsi durante un anno è di 52mila, un dato decisamente elevato. Il campione è piccolo ma è già indicativo e con queste cifre il risparmio economico diventa considerevole”.

L’altra perplessità è legata allo smaltimento di queste batterie: hanno una vita media di 8-10 anni e rappresentano un rifiuto molto inquinante, infiammabile e quindi pericoloso. Potremmo dunque trovarci con meno emissioni, ma tra circa un decennio potremmo avere un nuovo problema da affrontare. Un brevetto italiano, però, potrebbe permettere di riciclare le componenti delle batterie a ioni di litio esauste, con benefici non solo per l’ambiente ma anche economici dato che si tratta di materiali molto costosi, la cui estrazione ha anche un costo sociale molto elevato.

 

Il futuro della mobilità intelligente e le reti 5G

Non sono elettrica e green, ma anche tecnologica e “intelligente”. Il sistema di guida assistita di Tesla offre già oggi prestazioni ben al di sopra rispetto a quelle dei competitor.

Tutto questo potrebbe fare un ulteriore scatto in avanti grazie alla diffusione delle reti 5G. “In generale – ha spiegato a Impactscool Magazine Roberto Riggio, a capo dell’unità Wireless and Networked Systems del centro di ricerca CREATE -NET di FBK – il 5G non porterà solo a una connessione più veloce ma è un vero e proprio cambio di paradigma, non una semplice evoluzione. Aprirà la strada a servizi che erano prima impensabili. Il parallelo che si può fare è con l’arrivo del 3G, che ha permesso la diffusione degli smartphone e del video streaming. Il 5G, oltre a portare un’evoluzione di questi servizi di base, consentirà la nascita di nuovi servizi avanzati e verticali, specifici ad esempio per l’industria 4.0 o il settore automotive. Oltre alla maggiore capacità della rete, il 5G offre la possibilità di supportare servizi e applicazioni che vengono chiamati a bassa latenza e alta affidabilità: una rete che può rispondere in pochi millisecondi a diverse esigenze, come quelle che arrivano da auto autonome e intelligenti, che potranno condividere informazioni in tempo reale e creare una visione dettagliata di quello che accade intorno a loro”.

Riggio, con la Fondazione Bruno Kessler, è coinvolto nel progetto 5G Carmen, finanziato attraverso il programma Horizon 2020 con 18,5 milioni di euro, che ha l’obiettivo di testare la mobilità autonoma e connessa nel corridoio Monaco-Bologna. “Il progetto – ci ha spiegato – coinvolge diverse realtà industriali e enti di ricerca ed è stato il primo progetto dedicato al 5G che sarà transnazionale (è partito a fine 2018 e proseguirà fino a fine 2021 nrd).

L’obiettivo è quello di validare le reti cellulari di quinta generazione in un contesto automotive, per realizzare casi d’uso innovativi legati alla mobilità connessa. Il progetto riguarderà sia vetture a guida autonoma, in cui il 5G sarà a supporto della macchina per fornire informazione e migliorarne le prestazioni, sia quelle non autonome, toccando ambiti come la sicurezza e il soccorso stradale”.
In questo senso si va verso una mobilità collaborativa, in cui le auto si parlano tra loro, comunicano attraverso sensori e dati, e garantiscono una maggiore efficienza e funzionalità della mobilità

Restano però da affrontare una serie di questione di natura etica e legale, come dimostrano le polemiche ancora vive e accese legate all’incidente che ha coinvolto una Tesla con guida assistita attiva nel 2018 e che ha portato alla morte di un uomo.

“Il fatto che una macchina diventi un agente autonomo, – ci ha detto Cristina Pozzi, CEO e Co-founder di Impactscool – un oggetto in grado di muoversi senza istruzioni precise, ma reagendo al contesto, ci pone di fronte a un tema di responsabilità e sicurezza enorme. E anche se i dati ad oggi in nostro possesso mostrano che le auto a guida semi-autonoma che esistono sul mercato hanno meno incidenti per kilometro percorso, resta il fatto che non possiamo deresponsabilizzare gli esseri umani addossando le colpe di un errore alle macchine. Per questo in Europa è stata istituita una vera e propria personalità giuridica per le macchine – Electronic Personhood – che ci metta in grado di garantire il giusto quadro legale (e etico anche se le due cose non coincidono) e di stabilire doveri, diritti e responsabilità dei soggetti coinvolti, con trasparenza.”

tiktok challenge

TikTok Challenge: Salt e Coronavirus, le due sfide che preoccupano medici e genitori

  • Sono tante le “sfide” che si susseguono sul social preferito dalla Gen Z: la “Salt Challenge”, vede gli adolescenti versare il sale direttamente in bocca dal contenitore; partito dagli Stati Uniti, anche il #Coronaviruschallenge ha raccolto sempre più video;
  • Si tratta di pratiche preoccupanti non solo per i genitori di questi ragazzi, ma anche per il social, che in questo periodo ha messo in campo diverse armi per combattere la disinformazione sulla pandemia.

 

Dagli uomini che intingono parti del corpo nella salsa di soia agli adolescenti che mettono le monete nei caricabatterie per iPhone, nelle ultime settimane sono circolate su TikTok una serie di challenge molto bizzarre.

Ma cosa sono le #Challenge?

L’ecosistema di questa piattaforma ha una particolarità che piace moltissimo agli utenti, le Hashtag Challenge. Gli utenti, applicando la loro creatività, lanciano un messaggio con un determinato tema sensibile o in tendenza. In genere si tratta di sfide positive o divertenti come: #forclimate, #simpaticissimi, #diconodime, #scherziepici, #halloweenmakeup, #keepltvigorsol e #consigliperte.

Il nome della sfida viene assegnato con un #hashtag per facilitarne la riconoscibilità e la ricerca. Anche i brand più importanti stanno cercando di creare e alimentare queste attività puntando ad una diffusione virale tipica del social.

Ora però, ha iniziato a circolare una tendenza molto pericolosa che consiste nell’ingerire un’enorme quantità di sale postando il video sulla piattaforma. La sfida definita “Salt Challenge“, vede gli adolescenti versare il sale direttamente in bocca dal contenitore.

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Mentre il gesto è probabilmente visto dai ragazzi come un divertimento, il fenomeno preoccupa molto medici e genitori.

Quali sono i rischi per la salute?

Il Dottor Simran Deo ha dichiarato: “Come medico raccomando vivamente alle persone di non partecipare a questa attività. Mangiare troppo sale fa molto male alla salute sia immediatamente che a lungo termine”.

Nel breve periodo, a seconda di quanto ne hai ingerito, mangiare troppo sale può essere velenoso per l’organismo. Questo perché aumenta il livello di sodio nel nostro corpo, che può causare sete intensa, confusione, nausea e vomito. In casi estremi può anche portare a convulsioni, coma o può essere fatale poiché gli alti livelli di sodio fanno sì che il cervello si gonfi all’interno del cranio.

Nel lungo periodo invece, mangiare troppo sale nella vita quotidiana influisce sulla pressione sanguigna. Questo perché fa sì che il corpo trattenga troppa acqua, e lo sforzo di pompare il liquido aggiuntivo intorno al corpo fa lavorare il cuore più duramente. Oltre allo sforzo sul cuore, può portare a malattie cardiovascolari come infarto e ictus, pressione alta, mal di testa, calcoli renali e malattie renali.

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La Coronavirus Challenge

Un altro fenomeno che si sta diffondendo sul social TikTok nelle ultime settimane ha dell’incredibile vista l’emergenza che sta attraversando non solo il nostro Paese ma il mondo intero. Si tratta di una challenge chiamata #Coronaviruschallenge che ritrae giovani TikToker leccare parti della casa come maniglie o tavolette del wc.

Un trend partito dagli Stati Uniti, in particolare dalla influencer Ava Louise, ripresa mentre durante un volo lecca la tavoletta del wc. Inutile dirlo, ma il video ha fatto il giro del web in poche ore provocando indignazione ma anche seguito per la ragazza trovando supporter in tutto il mondo pronti ad emulare tale gesto.

I social possono essere un mezzo per creare community, apprendere ed aiutare il prossimo ma data la situazione queste persone andrebbero sanzionate nel rispetto della pubblica sicurezza.

La sicurezza e il benessere dei nostri utenti sono una priorità assoluta per TikTok – ci fa sapere un portavoce dell’azienda -. Come è specificato nelle nostre Linee Guida della community, non consentiamo contenuti che incoraggiano, promuovono o esaltano sfide pericolose che potrebbero causare lesioni. Inoltre, non consentiamo agli utenti di incoraggiare gli altri a prendere parte ad attività pericolose. Questa tipologia di contenuti è una violazione delle nostre linee guida e continueremo a rimuoverli dalla nostra piattaforma. Per mantenere TikTok un luogo sicuro, forniamo una serie di impostazioni di sicurezza all’interno della app e risorse informative nel nostro Centro sicurezza”.

CORONAVIRUS CHALLENGE

Cosa possiamo fare per arginare il fenomeno?

Quello che ogni utente può fare quando naviga all’interno del social, per evitare che il fenomeno si diffonda, è:

  1. segnalare i video con questi contenuti;
  2. non condividere o mettere like a video di questa natura.
  3. Sul sito di TikTok è inoltre disponibile una sezione che include tutte le risorse a disposizione della Community in merito all’emergenza Covid-19.

Tutti gli utenti dovrebbero vigilare con attenzione sulla piattaforma utilizzando i social in modo responsabile ma sopratutto intelligente.

mobile factory accenture google

Cosa significa avere un approccio mobile first e quali sono i vantaggi per le aziende italiane

Non è certo una novità che il mondo digitale stia ormai nel palmo della mano: i tempi in cui gli utenti utilizzavano internet come un sistema asincrono, preventivo, facendo ricerche e richieste per il futuro sono ormai lontani.

Oggi chi accede alla rete cerca informazioni puntuali, in tempo reale. Vuole sapere ciò che lo circonda, e dà per scontata la geolocalizzazione. Si aspetta notizie aggiornate al secondo, in un mondo in cui ormai spesso i social forniscono aggiornamenti su temi scottanti più in fretta dei media. Dà per scontato che i brand, quando interagiscono online, siano tanto veloci, tecnologici e smart quanto lo è lui stesso.

Anche quando parliamo di eCommerce, secondo l’ultimo Report Digital 2020 di We Are Social, “quasi 3 utenti internet su 4 (74%) hanno acquistato prodotti online nell’ultimo mese con device mobili, che superano desktop e laptop attestandosi al 52% di device share per pagamenti online: è la prima volta che registriamo questo sorpasso”.

È un mondo nuovo, diverso, a cui chi voglia sfruttare le potenzialità del digitale si deve adeguare e anche velocemente.

Se da un lato Google sta lavorando da diversi anni a soluzioni e strumenti per il mobile, anticipando il mercato e le esigenze di imprese, brand e consumatori, anche Accenture ha colto questa grande sfida con la recente creazione della sua Mobile Factory, con team dedicati che possano traghettare in maniera molto veloce le aziende da una sponda all’altra di questo cambiamento.

La collaborazione fa leva sulla capacità di adattare e rendere fruibile la tecnologia per andare veramente verso il mondo mobile, abbracciando un paradigma completamente nuovo nella sua interezza, con metodologie e programmi che possano essere adottati velocemente e accelerare la crescita delle performance mobile.

Le esigenze del nuovo mondo mobile first

Sull’onda di questo crescente trend, già dalla fine del 2015 Google aveva iniziato a dare centralità alle AMP, acronimo di Accelerated Mobile Pages, con un progetto Open Source pensato per rendere più accessibili i contenuti via mobile web e per migliorare le prestazioni dei siti su questi device. Un progetto che si è evoluto negli anni successivi all’interno di un ecosistema mobile nel quale oggi termini come speed e PWA (progressive web App) sono ormai entrati a far parte del linguaggio comune nel mondo digitale.

Lo ha confermato Davide Contrini, Managing Director Accenture Interactive, responsabile per il Digital Marketing: “L’utente ormai ha accesso all’informazione via mobile in maniera totale, continua. La fruizione di qualunque contenuto tramite questi device deve essere molto più veloce, tenendo anche conto delle esigenze di localizzazione e di sincronicità: gli utenti spesso cercano risposte da un brand, e vogliono da esso una risposta istantanea e precisa”.

Più veloce è il caricamento di una pagina, più velocemente questa potrà essere visualizzata dai visitatori. Dal punto di vista del consumatore, questo è uno degli elementi più importanti di un sito. Come dicevamo, le persone non vogliono aspettare. Un ritardo di un secondo può significare la differenza tra una conversione o un abbandono.

In effetti, lo dimostrano chiaramente i dati: i tassi di abbandono se non viene erogato un contenuto in meno di 3 secondi aumentano esponenzialmente. Sopra questo tempo, più di due terzi dei consumatori lascia il sito. Questo ovviamente ha un impatto enorme, specie nel mondo degli acquisti online.

La capacità di fornire il contenuto in maniera veloce e allineata all’immagine del brand, specie se il canale online è transazionale, è fondamentale.

Per molto tempo le aziende e gli enti italiani non hanno tenuto conto dell’evoluzione delle esigenze e del comportamento dei propri clienti, ma ormai nessuno può negare che i tempi siano cambiati. È già storia come l’uso di internet da mobile abbia superato quello da desktop anche nel nostro Paese.

Google ha registrato questo cambiamento dal punto di vista delle queries effettuate da questi dispositivi: l’incremento di ricerche del tipo “pizzeria più vicina aperta adesso” denotano un cambio totale di scenario. La necessità oggi è quella di rispondere a un bisogno in tempo reale, con informazioni minimali (e pochi passaggi intermedi per ottenerle) ma accurate. Non importa a nessuno sapere le pizzerie vicine se sono chiuse, o quelle aperte adesso che però non sono a portata (quindi, ricerche anche geolocalizzate). È richiesto un approccio totalmente diverso da quello del mondo desktop, e le aziende che non riescono a stare al passo moriranno presto.

Lo conferma Paola Marazzini, Director Agency and Strategic Partnerships di Google Italia: “In questo scenario è fondamentale per le aziende avere asset digitali che forniscano un’esperienza informativa, di consumo e di intrattenimento all’altezza delle aspettative, sempre più alte.

I consumatori sono sempre più curiosi, cercano di tutto, non solo informazioni ad alto valore aggiunto: sono loro stessi a stabilire il valore di ciò che c’è online”.

Spesso l’ottimizzazione per il mobile è stata considerata come l’ “ultimo miglio” delle strategie digitali, utilizzando plugin che facessero velocemente il lavoro di convertire pagine tradizionali in pagine veloci e mobile-friendly. Con il rischio però di non rendersi conto che, se non si cura adeguatamente questo aspetto, si rischia di vanificare tutto il resto del lavoro.

Uno scenario cambiato che unisce Accenture e Google nel sostenere che parlare di AMP ormai non è più sufficiente: è tutto l’ecosistema web che deve essere preso in considerazione in veste mobile.

Aziende e addetti ai lavori hanno estremo bisogno di soluzioni che permettano di fornire ai propri clienti la miglior modalità di accesso a quello che è il sistema più utilizzato per navigare in rete.

mobile first

Le skill per portare la tua azienda nel futuro

Per “fare mobile” internamente è necessario allocare risorse importanti: il supporto di un partner esterno e di fiducia può essere fondamentale per ottenere metodologie e skill che aiutino le aziende attraverso questa straordinariamente delicata trasformazione.

mobile

Nelle esperienze multicanale, il mobile è sia il punto d’ingresso che l’ultimo miglio dei consumatori. Tutti i settori industriali sono impattati, il B2C in maniera solo apparentemente più diretta che il B2B.

Skill e competenze tecniche sono indispensabili per acquisire la giusta tecnologia, ma anche i corretti metodi e una visione di indirizzo di un mercato in continua evoluzione.

Se ne parla da molto tempo, certo, ma ora ci stiamo davvero addentrando in questo nuovo mondo anche in termini di offerte create ad hoc per il mobile. La capacità di guidare l’evoluzione su questo tipo di tematiche sarà quindi fondamentale.

In un mondo sempre più connesso e sempre più mobile, i confini fisici decadono: l’esperienza utente e la capacità delle aziende di non sprecare il patrimonio di relazione costruito finora saranno sempre più importanti. L’obiettivo finale è quello di cavalcare davvero quest’onda con una visione integrata della navigazione mobile.

lavoro in quarantena

Non chiamatelo smart working: come affrontare il lavoro in quarantena

  • Il lavoro da casa dovuto alla quarantena non è smart working né telelavoro, e non andrebbe trattato come tale
  • Maria Vittoria Mazzarini, senior consultant di Methodos Spa, spiega le trappole e i rischi di questo tipo di implementazione forzata
  • Per fortuna è possibile fare buon viso a cattivo gioco con dei semplici accorgimenti da applicare nella nostra quotidianità del lavoro da casa

 

Ironico. Siamo stati per anni il fanalino di coda del mondo, per quanto riguarda la tendenza al lavoro da remoto.

In un mondo in cui molte aziende passano addirittura all’approccio remote-first, e fioriscono società totalmente dislocate nello spazio senza quasi uffici fisici, in Italia molto spesso la conquista maggiore sembra essere un giorno a settimana di smart working.

Ironico che adesso, da un giorno con l’altro, a causa dell’esplosione dei casi di Covid-19 in Italia e della quarantena forzata imposta su tutto il Paese, il lavoro da remoto sia diventato l’unico modo di lavorare per la maggior parte delle aziende in Italia.

Un risultato per cui, lo ammetto, qualcuno come me ha inizialmente ben sperato. Chi si è da anni auto-proclamato un advocate dei vantaggi del remote work, ha visto d’improvviso anche i più restii abbracciarlo con slancio e ha pensato che fosse un passo nella giusta direzione.

Ma è durato poco, perché ci è voluto un attimo per capire che questo NON è smart working. Che le aziende italiane non avrebbero avuto il tempo o la capacità di adattarsi così velocemente a un modo di lavorare che non è semplicemente “lo stesso dell’ufficio, ma da un’altra parte”. Che i dipendenti non avrebbero potuto godere delle gioie dello smart working, ma solo dei suoi dolori, reclusi e preoccupati a causa di una situazione di emergenza.

E che stavamo correndo il rischio di fare l’opposto: demonizzare lo smart working per qualcosa che non è, con strascichi negativi che rischiano di inficiare la nostra capacità di lavorare e restare al passo nel mondo sempre più digitalizzato e remoto del futuro.

 

Il paradosso dello smart working ai tempi del Covid-19

Persone e aziende che, invece, già da tempo hanno abbracciato questa nuova modalità di lavoro, in condizioni normali basata su maggiore libertà, fiducia, adattabilità, vedono chiaramente la situazione attuale per ciò che è: un ibrido, necessario ma non piacevole; ma anche un’opportunità di apprendimento, se vissuta nel modo corretto.

È quello che alcune aziende sanno bene. Sia perché lo smart working, quello vero, è una modalità abituale di lavoro per loro. Sia perché si occupano appunto di change management organizzativo e culturale, ovvero di supportare le aziende nelle trasformazioni più critiche dei nostri tempi come M&A, Digital Transformation, New Ways of Working, Integrated Thinking, etc.

“In Methodos abbiamo colto fin da subito il rischio di ciò che stava succedendo: immediatamente  ci siamo messi all’opera per produrre materiale concreto e utile per indirizzare le persone in questa situazione straordinaria, sia i clienti che soprattutto quelli che non lo sono, dato che sapevamo fin dall’inizio che non sarebbe stato un semplice caso di introduzione dello smart working“, ricorda Maria Vittoria Mazzarini, Senior Consultant della società.

 

“Noi lavoriamo in smart working da tanti anni e sappiamo bene che ci sono due cose che lo caratterizzano: la preparazione da parte dell’azienda, che deve prendersi il tempo necessario per studiare e implementare un’esperienza soddisfacente; e la possibilità per le persone di scegliere quando, come, dove lavorare.

Queste due caratteristiche definiscono lo Smart Working, e quindi è chiaro che, per forza di cose, ciò che stanno vivendo gli italiani oggi non lo è“.

Ciò che non è, e come dovrebbe essere, il lavoro da remoto in tempo di crisi

Qualcuno lo chiama allora telelavoro, sbagliando ancora di più in realtà perché i presupposti sono totalmente diversi: “per telelavoro si intende quando l’organizzazione per cui lavori ti ricrea in casa la postazione; è stata pensata negli anni ’80 per i lavoratori disabili, non è possibile che sia fatto per lo smart working, perché appunto questo non prevede il lavoro esclusivamente da un luogo o da un altro”, continua Maria Vittoria.

Semplicemente ciò che stiamo vivendo è lavoro svolto obbligatoriamente da casa in situazione di quarantena.

Non c’è la libertà di scelta, né possibilità di applicazione delle strategie e tecniche da parte delle aziende che è alla base dello smart working.

“In una situazione ideale e programmata di introduzione dello smart working, si parte dall’ascolto. Bisogna chiedere al dipendente come lavora, come vorrebbe lavorare, analizzando come si comporta lungo tutta l’employee journey experience, da come arriva in ufficio a come mangia, etc. In base ai risultati, si definisce la soluzione migliore e più smart. Si avviano dei test con piccoli gruppi di rappresentanti trasversali, oppure per singole funzioni, con alcuni giorni da remoto. Si raccolgono i feedback e, solo dopo averli analizzati e aver tratto le dovute conclusioni, si implementa per tutti, creando una policy che sia il più comprensiva possibile dei bisogni di tutti”.

Un lavoro lunghissimo, che può durare anche anni e, ovviamente, nella situazione attuale non c’è stato il tempo di fare. Così tanto i responsabili in azienda quanto i dipendenti si muovono alla cieca, e si comportano in due modi altrettanto deleteri: navigano a vista, nell’attesa di tornare alla normalità il prima possibile, e nel frattempo lavorano da casa come farebbero in ufficio.

Questa modalità di operare però è pericolosa: la situazione potrebbe protrarsi più a lungo di quanto le nostre rosee aspettative ci fanno credere, vedendo anche il decorso negli altri Paesi. Il rischio è non solo di vedere la produttività ridotta enormemente, ma anche di avere conseguenze pesanti sulla salute delle persone, sia sul piano fisico che mentale.

 

I rischi di lavorare da remoto senza l’adeguata preparazione

Dopo i primi giorni di caos, adesso che da qualche tempo ormai si lavora obbligatoriamente da casa si è trovata, nella maggior parte dei casi, una sorta di routine e stabilità. Alcuni problemi però, che tipicamente nello smart working correttamente implementato si manifestano in modo leggero, in questa circostanza si acuiscono; altri ancora sono totalmente nuovi.

Nella prima categoria c’è la difficoltà di integrare vita privata e professionale: quando si lavora da casa un giorno alla settimana si ha tutto il tempo per gestire questa difficoltà, non c’è il resto della famiglia a condividere lo spazio vitale e la libertà di movimento è massima. Ora invece sono tutti a casa, manca uno spazio dedicato; in più ci sono i figli, che se non sono abituati ad avere a casa mamma e papà fanno fatica a distinguere il tempo del gioco da quello del lavoro.

Un altro problema che si acuisce è mettere una fine alla giornata lavorativa. In una normale condizione di smart working si lavora magari di più, ma si riesce comunque a portare a termine altro e a organizzare una serie di cose che solitamente in ufficio non si riescono a fare. In questo periodo purtroppo invece è così tutti i giorni, e chi non è abituato non riesce a mettere fine al lavoro, che tra l’altro si è moltiplicato per tante figure. 

Altri problemi invece sono nuovi e legati strettamente all’emergenza che stiamo vivendo: il senso di isolamento per chi è solo, che è psicologicamente molto pesante.  Inoltre c’è il tema della stanzialità, non ci si muove nemmeno quel poco che si faceva nello spostamento casa-ufficio ed è deleterio per la salute fisica di tutti noi.

“Tutte queste cose, unite al senso di affaticamento psicologico che molti stanno vivendo, rende purtroppo l’esperienza nel complesso piuttosto negativa, quando invece lo smart working dovrebbe poter fare esattamente il contrario”, spiega Maria Vittoria.

Le regole per un lavoro davvero smart in quarantena

Come fare, allora? Possiamo disperarci, lamentarci della situazione terribile che stiamo vivendo, fagocitare ore e ore di contenuti spazzatura sui social e uscire a cantare sui balconi tutto il giorno. Oppure possiamo rimboccarci le maniche, e provare a vedere questa situazione per quella che è: un’opportunità per imparare e migliorare. Qualcosa che devono fare per primi i dirigenti.

La sfida iniziale per le aziende è stata quella di abilitare tutti in fretta e furia al lavoro da remoto, ma ormai è passata. Ora è mantenere la produttività senza andare a scapito di altro: bisogna comprendere un attimo qual è la situazione, quali sono le figure più stressate in questa situazione, e quali quelle che invece si sono viste svuotate dal carico di lavoro perché in queste settimane non possono più essere attive. I responsabili in azienda devono comprendere qual è il bilanciamento e poi capire come supportare adeguatamente le persone. È una situazione che non finirà domani, probabilmente ce la porteremo dietro a ondate per parecchi mesi: non si può far finta che non sia così e nascondere la testa sotto la sabbia”, ammonisce Mazzarini.

E per chi improvvisamente si ritrova a dover lavorare da casa per un periodo di tempo indeterminato, quali sono i consigli?

La verità è che è il singolo che deve essere bravo a prendere in mano la situazione; le aziende più attente magari provano a inventarsi qualcosa, come le lezioni di yoga da remoto mattutine o i pranzi virtuali tutti in videochiamata, ma alla fine è il lavoratore che deve organizzarsi per il proprio caso specifico.

Fondamentali quindi:

  • Orari di inizio e fine chiari, oltre a definire chiaramente delle pause. “È difficile, me ne rendo conto anche io che ero già abituata al lavoro da remoto, ma solo così è possibile viverlo bene e dedicare del tempo a se stessi e a chi si ha intorno”, ammette Maria Vittoria.
  • Prendersi dei momenti da dedicare a se stessi,  migliorando anche il nuovo ambiente di lavoro, rendendolo più confortevole. La sedia è scomoda e fa venire mal di schiena? È essenziale acquistarne una ergonomica, ed è un investimento anche per il futuro, e non andare a lavorare dal divano.
  • Per chi ha famiglia, magari bambini piccoli, bisogna prendersi delle pause da dedicare a loro, ma definire anche chiaramente i confini della giornata e degli spazi lavorativi dei genitori. Lo stesso vale per le situazioni di tensione in coppia: è essenziale ritagliarsi del tempo di qualità. 
  • Fare attività fisica è fondamentale: una postazione non ergonomica si fa sentire a fine giornata, e fare stretching o yoga diventa essenziale.
  • Bisogna ascoltare se stessi, comprendere la situazione ma non farsi nemmeno bombardare dalle notizie e dalla negatività. Tempo di qualità è anche questo, significa cercare di filtrare le informazioni, non lasciarsi trascinare dai media e soprattutto dai social network, ma prendersi del tempo per metabolizzarle.
  • Provare a ricreare la routine mattutina: svegliarsi, vestirsi, fare colazione, truccarsi, etc. Non tutti i giorni magari, ma provare a mantenere quelle abitudini che avevamo può aiutare a far fronte all’incertezza che stiamo vivendo, in una situazione ad alto impatto emotivo come questa. La giornata lavorativa è già stressante in questo momento, con processi e priorità che cambiano di continuo; ci sono tante sollecitazioni diverse, e ritrovare quelle piccole certezze quotidiane può far la differenza.
  • Cercare di ridurre le chiamate in favore di altri strumenti di lavoro, come Trello o Slack.
  • Creare momenti di socializzazione, anche se mediati dalla tecnologia, con colleghi e amici, e non lasciare che la situazione ci “abbrutisca” o ci faccia isolare.

 

Se riusciremo a fare queste cose, non solo saremo produttivi nonostante la situazione difficile, non solo ci sentiremo meno stressati e insicuri, ma riusciremo anche a trasformare questo momento di crisi in un’opportunità per il futuro.

“Dobbiamo leggere la situazione attuale e intercettare tutte quelle best practice, quei cambiamenti che sono stati apportati dai team e che stanno dando buoni frutti; se sapremo standardizzarle, portarle a normalità per quando torneremo in ufficio, allora avremo fatto un passo da gigante verso il lavoro veramente smart.

Anche quando tutto sarà finito, ci troveremo a vivere una nuova normalità, non la stessa di prima; bisogna individuare le competenze soft che ci supportano in tempi come questi (capacità di adattamento, di generare innovazione, etc) e farne tesoro, anche più che di quelle hard – continua Maria Vittoria.

Si entra nel tema molto ampio dell’anti-fragilità, un “nuovo” termine di cui si sta parlando tanto, che supera quello di resilienza; mentre questa ci dice “accusa il colpo e rialzati”, anti-fragilità significa “accusa il colpo, osserva ciò che puoi imparare da esso, mettilo a sistema e crea qualcosa di migliore di prima grazie alle informazioni acquisite”.

Insomma, cerchiamo di vedere cosa di buono possiamo portarci a casa, mettiamolo a valore e cerchiamo di diventare persone e organizzazioni migliori di prima.

Se ci riusciremo, tutto questo forse non sarà stato in vano

social media intelligence

Social Media Intelligence: quali sono le applicazioni?

  • Grazie alla Social Media Intelligence si possono scoprire e conoscere i ‘territori’ nei quali conversano le persone che vogliamo raggiungere
  • Le informazioni strategiche raccolte nelle conversazioni online e gli opinion leader diventano dei veri e propri asset del decision making
  • Grazie al Social Listening si possono prevedere e gestire crisi di comunicazione e reputazione
  • Occorrono competenze nuove all’interno del processo decisionale, per far diventare le azioni sempre più data-driven

 

Quanto tempo passiamo online? Sembra che l’utente internet medio nel corso del 2020 spenderà online un tempo pari a oltre 100 giorni (6 ore e 43 minuti al giorno). Collettivamente, dunque, spenderemo online 1,25 miliardi di anni. Oltre un terzo di questo tempo, 2 ore e 24 minuti al giorno, sarà speso sui social.

Per le aziende si tratta di un’occasione incredibile: come già visto, grazie alla Social Media Intelligence si possono scoprire e imparare a conoscere i ‘territori’ nei quali conversano le persone che ci interessa raggiungere e dunque anche individuare quegli attori che riescono a stimolare gli opinion leader prima dell’azione.

Come? Ecco alcuni degli esempi principali per ottenere il massimo dall’analisi dei dati e dall’ascolto strategico.

social media intelligence 2

Competitive Intelligence

Una delle applicazioni più utili del Social Listening è la Competitive Intelligence, cioè la raccolta e l’analisi di informazioni su prodotti, concorrenti e qualsiasi altro aspetto dell’ambiente competitivo. Non si tratta solo di analizzare la concorrenza, ma di apprendere il più possibile sul settore di riferimento, sugli stakeholder coinvolti e sui loro discorsi – cogliendo in tempo reale le varie opportunità e tarando di conseguenza il piano d’azione.

Fare intelligence sui Social Media significa approcciarsi ai Big Data con un atteggiamento nuovo, o comunque diverso: non più dati lasciati fuori perché troppo particolari ma integrati, coesi, utili e, soprattutto, completi. In questo modo le informazioni strategiche (i dati raccolti nelle conversazioni in rete) e gli opinion leader (utenti autorevoli che parlano del brand, del prodotto o del tema di interesse e che possono influenzare l’acquisto o le scelte e le opinioni di migliaia di altri utenti) diventano dei veri e propri asset del decision making.

La Competitive Intelligence permette di fare delle analisi approfondite particolarmente efficaci, come ad esempio la comparazione dello share of voice analizzando i volumi di conversazioni oppure la comparazione della percezione relativa alle tematiche presidiate tramite la sentiment analysis. Un approccio che consente anche l’identificazione dei trend e criticità su cui impostare le campagne di comunicazione e le azioni di PR, come anche la comparazione del target e delle audience a cui l’organizzazione si rivolge.

Grazie a questa analisi, insomma, è più semplice impostare delle attività di posizionamento o di gestione della reputazione.

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Gestione della reputazione

La reputazione è un valore fondamentale per le organizzazioni, ormai è quasi scontato dirlo: è talmente importante che è stato coniata l’espressione “the Reputation Economy” per definire l’economia del 21° secolo. Già nel 2015 il World Economic Forum aveva annunciato che il 25% del market value di un’azienda è rappresentato dalla reputazione e uno studio più recente di Reputation Institute ritiene che nella scelta d’acquisto, il prodotto vale sempre meno (il 33%), perché ha perso definitivamente la capacità di essere il fattore distintivo.

La Rete è il primo veicolo per costruire la reputazione di un brand (così come di un prodotto o di un servizio) e i social media assumono un ruolo primario: si è sviluppata una forte disintermediazione tra produttore e fruitore di informazioni, con una centralità sempre maggiore dalle community online.

Grazie alla Social MediaIntelligence si possono analizzare gli andamenti dei discorsi intorno alle tematiche di interesse, conoscere meglio tali community in termini di demografia, interessi e bisogni.

Cosa possiamo fare con queste informazioni? Per esempio interagire con i nodi di riferimento all’interno del network, per proporre a nostra volta dei discorsi che potranno modificare la percezione iniziale.

social media listening

Crisis communication

Un’altra applicazione sempre più importante del Social Listening è quella della gestione della comunicazione di crisi.

Nella sfera sociale digitale la crisi è un frenetico accavallarsi e rincorrersi di conversazioni, in cui ogni interlocutore lascia la propria impronta valoriale, aggiungendola a quella di chi l’ha preceduto. Ogni utente poi, tende a portare il proprio contributo, innescando spin-off conversazionali che si aggiungono, in termini di impatto reputazionale, a quelli già in crescita, come ricorda Daniele Chieffi in Online Crisis Management: Strategie ai tempi dei social media.

La previsione della crisi è l’attività cardine del crisis management, possibile grazie ad un ascolto continuo dei social network e delle conversazioni relative ai temi che toccano da vicino l’azienda.

Grazie alla sentiment analysis, ad esempio, si può anche essere immediatamente aggiornati in caso di repentine evoluzioni negative nell’opinione della audience. E anche una volta che la crisi è scoppiata possiamo monitorare l’ambiente di riferimento, comprendere come intervenire e interagire con i nodi più importanti del network: si potrà ad esempio analizzare il sentiment della copertura media, il tenore della reputazione e la capacità di penetrazione e d’influenza della linea di comunicazione e dei messaggi decisi a livello strategico.

Social Media Intelligence e Data-driven strategy

È evidente che occorrono competenze nuove all’interno del processo decisionale, per far diventare le azioni sempre più data-driven. Per le aziende non è solo necessario acquisire nuove competenze professionali, ma anche imparare ad agire all’interno di un ecosistema sociale digitale, dove agiscono dinamiche di tipo psicologico, sociologico, antropologico.

La differenza? La farà chi sarà stato bravo a dotarsi di figure professionali che vadano al di là dell’analisi del dato, ma che sappiano interpretarlo, aggregarlo e comunicarlo.

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5 consigli per affrontare l’emergenza Coronavirus in business, finanza, psicologia e salute

Siamo tutti disorientati e a caccia di consigli, specie quelli di esperti che possono aiutarci a comprendere il periodo storico che stiamo vivendo.

Come l’emergenza per Covid -19 cambierà il mio business? I miei investimenti sono al sicuro? Qual è il modo migliore per affrontare l’isolamento senza che l’ansia prenda il sopravvento?

Sono queste alcune delle domande che hanno trovato risposta a Insieme Ce la Faremo, l’evento che Banca Mediolanum ha ideato in collaborazione con ClassCNBC, per offrire consigli su come affrontare l’emergenza Covid-19, con il parere di esperti dal campo della medicina, della psichiatria, dell’economia e della finanza.

Per fare chiarezza e avere un orizzonte entro il quale orientarsi, ecco alcune delle indicazioni condivise dagli esperti che abbiamo raccolto per te.

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1. Come gestire l’ansia recuperando le proprie passioni

I rischi per la nostra psiche in questo periodo di isolamento forzato sono uno degli argomenti affrontati da Raffaele Morelli nel suo intervento. Lo psichiatra ha sottolineato come la quarantena stia provocando l’aumento del senso di solitudine e di angoscia e il rischio di una fase di eccessiva autocritica: «Diventiamo fragili, iniziamo a chiederci quali sono gli errori della nostra vita, se abbiamo sbagliato lavoro o abbiamo un partner sbagliato. Questo non è il modo giusto per vivere il disagio».

I consigli di Morelli vanno tutti in un’altra direzione. Spiega che l’ansia che proviamo va ascoltata senza cercare una risposta, che bisogna imitare i bambini, sfruttare il potere della nostra immaginazione per distrarci, disegnare, scrivere, piantare semi, “svolgere attività con le mani”: «Approfittiamo di questo momento per spostare la nostra attenzione su immagini e azioni, e per rivedere il rapporto con noi stessi. Allontanarci dalla fretta che abbiamo tutti i giorni e ritrovare le nostre passioni soffocate da tempo. La distrazione ci aiuta a scacciare la paura, la stessa paura che indebolisce le nostre difese immunitarie e ci porta ad ammalarci più facilmente».

2. Gli imprenditori trasformino la paura in coraggio

Dove gli imprenditori possono trovare la forza di reagire? Questa è la domanda che Andrea Cabrini ha rivolto a Oscar Farinetti. Quest’ultimo ha invitato gli imprenditori a non andare in panico, ricordando un insegnamento di suo padre: “È dalla paura che nasce il coraggio”.

L’imprenditore ha poi offerto i suoi consigli per il rilancio del Paese, evidenziando come questa crisi abbia messo in risalto il meglio degli italiani: «Siamo un popolo di furbetti nell’ordinario, ma di comportamenti straordinari nelle emergenze. Per ripartire, occorre soprattutto avere rispetto degli altri popoli, non accusare gli altri o sentirsi superiori poiché nessuno compra da un Paese di antipatici. E poi preparare, una volta finita la crisi, una grande operazione di marketing con personalità come Andrea Bocelli, Valentino Rossi, Renzo Piano e altri, che vadano nel mondo a raccontare che abbiamo sconfitto il virus e che tutti possono tornare nel nostro Paese, che li accoglieremo. La speranza? Di riuscire a sconfiggere il virus per il 25 aprile: sarebbe un’altra Liberazione per il Paese».

Infine, ha sottolineato come in questa fase della nostra economia sia decisivo un sostegno alle aziende, poiché “il lavoro si crea dentro le imprese”: «Il nostro modello sociale si basa sui consumi, se li fermiamo sarà un crack. Bisogna fare interventi per aiutare le aziende a risalire, non fare operazioni esclusivamente sul welfare, di orientamento populista. Allo stesso tempo, rendere i nostri comportamenti più sostenibili e i consumi più consapevoli».

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3. L’isolamento, l’unico vaccino per preservare la nostra salute

Massimo Galli ha offerto i suoi consigli a chi è preoccupato degli effetti del Covid-19 sulla sua salute. Il medico ha sottolineato che “l’unica via di uscita sono le misure di contenimento” e che l’isolamento è la strada più sicura per garantire l’incolumità propria e della propria famiglia: «La strada maestra che tutti devono seguire sono le misure di contenimento, supportando di più le persone in quarantena attraverso la telemedicina. Il vaccino arriverà, ma è utopico pensare che succederà in tempi brevi. Per uscirne dobbiamo stare separati fisicamente ma vicini nella volontà di aiutarci, medici, cittadini e istituzioni».

L’isolamento per evitare nuovi contagi, tanto più necessaria data la precarietà che vivono oggi i medici e il personale sanitario, “in ospedale, ci sentiamo come chi è in punta di piedi su uno scoglio nella speranza che non arrivi mai l’onda”.

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4. Il protocollo vincente per investire in tempi di crisi

Sono tre le regole di comportamento che Stefano Volpato, direttore commerciale di Banca Mediolanum, ha svelato. Un “protocollo vincente” per non rischiare di perdere soldi sui mercati in quest’emergenza:

  1. Diversificare gli investimenti nel mondo, agganciandosi all’economia globale.
  2. Rimanere investiti. “Come dice Warren Buffett, i mercati sono redistributiva di ricchezza, la danno a chi ha pazienza e la tolgono a chi ha fretta”.
  3. Mettere da parte l’emotività e ragionare. “L’emotività sta spingendo i prezzi in zona saldi o super saldi. Il sottostante è rappresentato, tuttavia, dalle più grandi aziende del mondo, che una volta superata questa crisi, torneranno a macinare utili”.

Volpato ha poi spiegato perché questa crisi è in realtà una grande opportunità, se sapremo adottare le regole di comportamento sopracitate: «I “virus” del mercato li conosciamo bene. Dalla crisi petrolifera, alla Bolla delle dot-com, fino all’ultima crisi di Lehman Brothers. Quello che fa innescare le crisi è sempre diverso, eppure gli eventi che succedono prima o dopo sono molto simili. Se ne esce adottando questo protocollo vincente».

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5. Come coltivare la speranza con “i fatti”

Il presidente di Banca Mediolanum, Ennio Doris, ha invitato tutti all’ottimismo, prendendo ad esempio la Cina, dove il numero dei contagi è in nettissimo calo, e dove si avverte già un rilancio importante dell’economia.

Ha poi evidenziato come la “medicina monetaria” stia per essere iniettata nei mercati, con i 750 miliardi di euro promessi dalla BCE per l’acquisto di titoli di Stato, “anche se con ritardo”. E poi ha passato in rassegna tutte le aziende che sono oggi impegnate nella ricerca di un vaccino, come Gilead, Moderna, Migal: «A differenza di altre crisi finanziarie, come l’ultima del 2008, che sono nate dall’interno del sistema e c’è voluto tempo per assorbirle, questa crisi avrà tempi più brevi, perché riguarda un evento esterno ai mercati che si risolverà non appena arriverà sul mercato il “cigno bianco”, il vaccino. Da lì partirà una rapida ripresa. Il clima che immagino è simile a quello che abbiamo sperimentato alla fine della Guerra: ci riverseremo in strada, ci sarà euforia. Allora faremo il viaggio che abbiamo sempre rimandato e acquisteremo l’auto dei nostri sogni…».

In prima linea per la lotta al Covid -19

Il presidente ha poi sottolineato l’impegno di Banca Mediolanum nella lotta al Covid-19: «Abbiamo donato 240mila euro per il Sacco di Milano e aperto una sottoscrizione di fondi per gli ospedali per 422 mila euro. Insieme ad altre donazioni che complessivamente raggiungono il milione di euro. Abbiamo realizzato poi uno spot per sollecitare donazioni per le strutture e i medici che sono in prima linea per la lotta al virus. Mentre come famiglia, a titolo personale, abbiamo donato cinque milioni di euro alla fondazione che si occupa di tutti gli ospedali veneti».

smart working

Smart Working: 4 consigli per bilanciare vita lavorativa e vita privata (anche a casa)

In un momento in cui lo smart working è una condizione obbligatoria per la maggior parte dei lavoratori, con le tecnologie scopriamo che sappiamo lavorare bene anche a distanza, senza doverci confrontare ogni minuto, trovando spazio per la concentrazione e spazio per la condivisione a seconda del bisogno. Abbiamo visto che questo molto spesso è anche meglio, siamo più produttivi. Ma siamo anche capaci di scoprire questo “nuovo paesaggio del lavoro”, decisamente più domestico e cercare non solo occasioni per essere produttivi ma anche di crescere professionalmente e personalmente, tenendo presente che questo ambiente nel quale ci si muove verrà modificato dalle nostre azioni anche in maniera non prevista.

Del resto – e chi lo pratica da tempo lo sa – alla base della “filosofia” dello smart working c’è proprio l’idea di riuscire ad ottenere un miglior bilanciamento tra vita lavorativa e vita privata. Come sottolineato nella ricerca Copernico. Il nuovo paesaggio del lavoro condotta dallo Studio Carlo Ratti Associati (in collaborazione con Copernico, BNL e Arper) il lavoratore moderno è “nomade” nello spazio ma anche nell’organizzazione del suo tempo, e come tale, tende a intrecciare momenti di lavoro a momenti privati, a volte sovrapponendoli. Ora la possibilità di muoversi nello spazio è decisamente limitata. Questo ci dà l’occasione di vivere le nostre giornate in modo più consapevole, trasformando il limite spaziale in opportunità di sviluppo.

smart working perché

Come trasformare l’home working in smart working

Chi è abituato a lavorare per obiettivi e in contesti flessibili, chi è parte di una community consolidata come quella dei coworking e degli uffici flessibili, è ormai allenato a distribuire bene il proprio tempo tra lavoro, sviluppo di relazioni e tempo per sé. Ma chi questo esercizio lo fa per la prima volta potrebbe scoprire che mantenere questo intreccio in maniera sana e consapevole non è sempre facile. Certo, i tanti flashmob e gli appuntamenti social promossi nell’ultima settimana ci hanno aiutato a staccare un po’ e a sentirci ancora parte di una comunità, ma per trovare il giusto bilanciamento ci vuole tanta esperienza e molta pratica. Ecco allora la ricetta di Copernico per uno smart working “bilanciato” anche da casa:

  • Rimanere produttivi e connessi con il proprio team
  • Continuare a pensare al futuro
  • Curare il proprio benessere fisico
  • Rinforzare il benessere mentale e la creatività

smart working consigli

1. Rimanere produttivi e connessi al proprio team

Come continuare ad essere produttivi anche in remoto? Come mantenere vive le relazioni tra le persone in questo momento? Gli step fondamentali sono tre:

  • Usufruire di app e sistemi per stabilire obiettivi condivisi o fissare appuntamenti in modo tale da aiutare tutti nella gestione e nel rispetto delle scadenze. Microsoft Planner, Trello, Asana sono le app più utilizzate;
  • Installare e utilizzare i sistemi di videoconferenza da usare tra colleghi, collaboratori, clienti e fornitori. Microsoft Teams, Google Hangouts Meet, Slack, Zoom e Skype sono solo alcune delle alternative possibili;
  • Non dimenticare la socialità tra colleghi: in questo periodo in cui alcuni di loro potrebbero essere completamente isolati (perché single, lontani dalla famiglia, etc.) si può comunque fare leva sulla tecnologia anche per mantenere vivi quegli importanti momenti di socialità che vanno dalla pausa caffè al festeggiamento delle ricorrenze, come il compleanno di un collega o un anniversario di lavoro.

smart working lavoro famiglia

2. Continuare a pensare al futuro

Prima o poi questa crisi finirà. È bene quindi usare il proprio tempo libero in casa non tanto per pensare alle occasioni che stiamo perdendo in queste settimane, bensì a quelle che potremo cogliere quando si tornerà alla normalità. Come fare?

  • Organizzare call di networking in mezzo alla giornata lavorativa con quella persona incontrata durante un convegno e che tante volte abbiamo pensato di contattare (è l’occasione giusta!);
  • Seguire webinar e gruppi di Facebook per aggiornarsi e per imparare cose nuove. Qui qualche consiglio sugli appuntamenti di Copernico;
  • Rifare i siti web, sistemare gli archivi online, pensare a tutte le cose che si possono portare avanti senza la presenza fisica;
  • Cercare nuovi potenziali clienti.

3. Curare il proprio benessere fisico

Lavorare da casa rischia di farci diventare tutti un po’ più pigri, perché non dobbiamo fare spostamenti e tutto è a portata di mano. Ma le idee per rimanere in forma e per prendersi cura della persona sono tantissime. E si possono fare insieme (anche con i figli, se sono a casa con noi!), come occasione di team building, perché insieme, c’è più motivazione.

  • Yoga, stretching, attività cardio: a metà o fine giornata, per distendere i muscoli, allentare la tensione. Molte palestre e personal coach stanno lanciando sessioni gratuite di attività motorie in streaming. Ecco allora che si possono organizzare lezioni di gruppo, anche con i colleghi;
  • Cercare di non lasciarsi andare: lavorare da casa in pigiama è bello e da una certa soddisfazione per i primi giorni, ma dopo un po’ rischia di diventare motivo di inerzia e perdita di concentrazione. Mantenere la distinzione tra abito da casa e da lavoro (anche se molto più casual del solito) resta un ottimo modo per non dimenticarci della cura della nostra persona. E ci permetterà di essere pronti per le videochiamate!

smart working benessere fisico

4. Sostenere il benessere mentale e la creatività

Come abbiamo anticipato all’inizio, lavorare in smart working dalla propria abitazione può portare ad un overburn. Ma è possibile evitare questo rischio attraverso alcuni piccoli accorgimenti e soprattutto ricordandoci che anche da casa possiamo mantenere una vita sociale attiva e sana! Ecco qualche piccolo consiglio:

  • Stabilire degli orari. È possibile rivedere quelli normali: si può attaccare prima visto che potenzialmente tutti possono iniziare a lavorare mezz’ora dopo il suono della sveglia. O magari anche dopo perché si preferisce dormire un po’ di più e rimanere al PC fino a più tardi tanto… non c’è traffico a tornare! L’importante è che ci sia una routine. Fissate l’ora del caffè, quella del meeting quotidiano per aggiornarvi e quella delle risposte ai clienti. Interrompersi continuamente è controproducente: a ogni ora, la sua attività;
  • Vi manca il venerdì sera al cinema insieme? Basta decidere quale film e stabilire un orario. Durante la visione sarà divertente scambiarsi commenti e impressioni nella chat di lavoro o in una creata per l’occasione;
  • Oppure manca il classico aperitivo settimanale tra colleghi? Anche questo è facilmente organizzabile da casa attraverso gli strumenti di videocall;
  • Volete darvi alla lettura collettiva? Ci si può dare appuntamento, per finire la giornata, con Fiesta immobile, l’idea lanciata da Alessandro Baricco e dalla scuola Holden di Torino. Alle 18.30 su Radio Casa Bertallot uno scrittore o una scrittrice leggono per mezz’ora le pagine che più amano. Si andrà avanti fino alla fine dell’emergenza, finché ce ne sarà bisogno. Come per l’appuntamento “in sala” anche in questo caso ci si può dare appuntamento per un ascolto di gruppo, a distanza;
  • Preferite una visita virtuale a un museo? Sono davvero tanti i musei che in questi giorni stanno offrendo visite gratuite alle loro mostre o alle loro collezioni. C’è chi fa dirette su FB o IG e chi carica dei video, chi ancora pubblica foto. Perché non scegliere di visitare un museo alla settimana?
  • Volete trovare una bella idea per coinvolgere le persone? Si può creare una playlist condivisa su Spotify: a turno ogni persona dell’azienda o dell’ufficio suggerisce un brano che viene inserito nell’elenco;
  • Infine, non dimentichiamoci che non siamo soli. Non dobbiamo aver paura di chiedere aiuto. Ci sono molte persone che in questo periodo non intravedono una via d’uscita o che si sentono in trappola. In questi giorni ci sono molti professionisti che forniscono consulenze individuali e coaching psicologico a distanza per manager e professionisti in crisi. E in questo periodo potremmo essere in molti ad averne bisogno.

Tutte le crisi insegnano qualcosa. E se nelle prime settimane di smart working obbligatorio abbiamo imparato ad apprezzare e a gestire il lavoro da remoto, ora, dopo più di 15 giorni di quarantena obbligata, abbiamo capito che il bilanciamento tra vita e lavoro è fondamentale, per i singoli lavoratori così come per le aziende nel loro insieme. Per poter ripartire con uno spirito diverso, e forse anche con un asso in più nella manica.

insight driven marketing

Insight-driven Marketing: che cos’è e perché è la chiave per il successo

  • Il 41% delle aziende analizzate nel report “The 2019 State of Digital Marketing” pubblicato da Altimeter afferma che la skill più richiesta in ambito di assunzione è l’analisi dei dati
  • Più del 60% conferma di studiare in profondità il Customer Journey per implementare strategie basate sulla personalizzazione del messaggio e customizzazione dei prodotti
  • Il 32% dei consumatori intervistati da PwC ammette che per abbandonare un brand – anche se molto apprezzato – può bastare anche una sola brutta esperienza

 

Tra Generazione Y, Millennial, Gen Z e i nuovi Centennial, i marketer si trovano ad affrontare quotidianamente una evoluzione continua e rapida del proprio target di riferimento. Questo significa che, insieme all’età dei consumatori, cambiano anche loro i gusti e le loro richieste.

Per questo studiare il comportamento degli stessi è fondamentale per riuscire ad elaborare una strategia di Marketing basata su degli Insight reali ma soprattutto puntuali. Proprio da qui nasce il concetto di Insight-driven Marketing, che in realtà è basato su un’altra specifica strategia ovvero il Data-driven Marketing.

Consiste nell’utilizzare i dati sulle abitudini di consumo e le informazioni sugli utenti – raccolti in precedenza tramite attività di Social Listening, ad esempio –  per ottimizzare le strategie di comunicazione sul digital o, in casi più complessi, guidare decisioni importanti come può essere il lancio di un nuovo prodotto.

Secondo il report “The 2019 State of Digital Marketing” pubblicato da Altimeter, il 41% delle aziende analizzate afferma che la skills più richiesta in ambito di assunzione è appunto l’analisi dei dati.

Inoltre, più del 60% conferma di studiare in profondità il Customer Journey per implementare strategie basate sulla personalizzazione del messaggio e customizzazione dei prodotti.

LEGGI ANCHE: Addio agli stereotipi: cari brand forse è ora di cambiare (partendo dai dati) 

I vantaggi nell’utilizzare tecniche di Insight-driven Marketing si riscontrano soprattutto in un aumento della soddisfazione da parte dei consumatori, che di conseguenza sono maggiormente propensi ad essere più fedeli al Brand.

Senza una buona base di dati non si va da nessuna parte 

Come accennato all’inizio dell’articolo, per poter lavorare con questo impianto strategico è fondamentale partire dal dato: per avere degli Insight utili per elaborare creatività funzionali, i marketer devono prima analizzare e comprendere i dati che hanno a disposizione.

Non parliamo ovviamente di dati di puro contatto, ma dati demografici, istruzione, interessi, stile di vita, esperienza professionale: tutto può essere utile per estrapolare una strategia in grado di colpire nel segno. 

La quantità di informazioni che si possono reperire sul consumatore è davvero immensa, per questo saperla organizzare e ordinare è altrettanto importante. Esistono DMP (ovvero Data Management Platforms) – come ad esempio Lotame, Clearbit e la più famosa Oracle Data Cloud – pensate proprio per facilitare i marketer in questo compito.

Dalla parte dell’utente per migliorare la sua Customer Experience

Una ricerca condotta da PwC dal titolo Experience is Everything riporta che in tutto il mondo il livello di qualità dell’esperienza di consumo è fondamentale per guidare gli utenti nella loro Customer Journey.

Il 32% dei consumatori, infatti, ammette che per abbandonare un brand – anche se molto apprezzato – può bastare anche una sola brutta esperienza. Inoltre, il 63% degli intervistati dichiara di essere più propenso a condividere informazioni personali con Brand che offrono una esperienza customizzata in base alle loro esigenze.

Un dato molto importante che emerge da questa ricerca è che, ovviamente, il target che maggiormente apprezza questo tipo di personalizzazione della Customer Experience è la Generazione Z.

Una ricerca condotta da Walker nel “lontano” 2013, infatti, prevedeva già che nel 2020 proprio il livello di qualità della Customer Experience sarebbe stato l’elemento chiave della differenziazione del brand rispetto ai competitor, superando addirittura il prezzo del prodotto o servizio stesso.

Oggi più che mai, i consumatori si aspettano che i Brand comprendano nel profondo le loro esigenze, anche a livello individuale. Per compiere queste aspettative, per i marketer è imprescindibile basarsi sull’Insight-driven Marketing. 

McKinsey & Company riporta che il Marketing personalizzato può aumentare le vendite totali di un prodotto del 15-20% – dato che aumenta per le vendite online – migliorando significativamente il ROI sulla spesa di Marketing.

LEGGI ANCHE: Come il Social Listening può aiutare i tuoi dipendenti a capire meglio i clienti

Dalla parte del Brand per uno sviluppo di prodotto più avanzato

L’Insight-driven Marketing non solo è fondamentale per migliorare la Customer Experience, ma può aiutare i Brand nello sviluppo di un nuovo prodotto o nella definizione di un nuovo servizio.

Quando un prodotto non si adatta alle esigenze dei consumatori, infatti, le probabilità che il lancio sul mercato sia fallimentare sono molto alte: riuscire a raccogliere in una prima fase di sviluppo informazioni e insight reali sul target di riferimento permette di ridurre significativamente queste possibilità di fallimento.

Ma proviamo ora a pensare al Digital Sales Funnel e a come il giusto contenuto, nella giusta fase, riesca a guidare più facilmente i potenziali consumatore verso il processo finale di conversione.

Non sono proprio gli Insight ad aiutare i marketer a produrre il contenuto perfetto? Esattamente. Grazie all’analisi dei dati è possibile identificare quali specifici contenuti stanno performando meglio e quali ottengono feedback non in linea con il desiderata, riuscendo così ad ottimizzare le campagne di comunicazione.

Dalla parte dei marketer per la comunicazione online

Sono molti i Brand che basano sull’Insight-driven Marketing le loro strategie di comunicazione, come ad esempio Apple, Nike o Spotify.

Tra le più recenti, possiamo trovare la campagna natalizia di Hotels.com “Xmas Excape” che ha avuto un grande successo in Inghilterra.

Il brand ha condotto una ricerca basata su oltre 7000 Millennial in tutto il mondo, in 20 Paesi, approfondendo in particolare le conversazioni che avvengono all’interno delle famiglie durante il periodo delle vacanze di Natale. Dalla ricerca emerse che i Millennial single erano vittime di fastidiosi interrogatori sulla loro vita sentimentale e lavorativa da parte dei loro parenti durante il pranzo natalizio.

Il risultato di questo studio ha ispirato la campagna “Xmas Excape” nella quale Hotels.com ha concesso ai Millennial una “via di fuga”offrendo il 50% di sconto sugli hotel a partire dal 26 Dicembre, per godersi un po’ di tempo da soli e riprendersi dal traumatico pranzo di Natale con i parenti.

Emma Tagg, Senior Global Brand Communications Manager di Hotels.com, ha commentato così l’idea della campagna:

“La ricerca ci ha permesso di identificare il momento esatto in cui i Millennials desideravano fuggire dal Natale in famiglia, e i motivi principali per cui la gente viveva il periodo festivo come un dramma familiare”.

Concludendo, i marketer oggi hanno accesso più che mai a dati e informazioni sui loro consumatori: riuscire a sfruttarli per l’implementazione di strategie di Insight-driven Marketing può rivelarsi un vero vantaggio competitivo per riuscire a differenziare il proprio brand dalla concorrenza.

marketing crosscanale

Il Marketing Crosscanale nell’era del Retail 5.0 generata dall’emergenza Coronavirus

  • L’emergenza Coronavirus ha portato alla chiusura della maggior parte dei negozi fisici tradizionali in Italia
  • L’eCommerce ha conosciuto un’impennata in termini di ricerche e di vendite nelle ultime settimane
  • Un approccio di marketing crosscanale può aiutare le aziende a dare una risposta efficace alla crisi del retail dovuta all’epidemia

 

La crisi dovuta al Coronavirus è, molto prima di qualunque altra cosa, una tragedia umana globale che coinvolge centinaia di migliaia di persone. Talvolta, purtroppo, in maniera fatale.

Ma ci sono anche delle conseguenze per il marketing e per la sua capacità di servire la causa degli individui in quanto consumatori; per migliorare le loro vite, anche e soprattutto in un momento di sfide e cambiamenti. E così in questi giorni anche la professione del marketer assume i contorni di una missione.

Cosa sta succedendo in Italia per l’emergenza Coronavirus

Il 10 marzo in Italia è infatti successo l’impensabile: tutti i negozi fisici tradizionali hanno dovuto chiudere. Una cosa inaudita che, per metterla in prospettiva, nemmeno durante le due guerre mondiali era accaduta. Chiusi tutti i punti vendita tranne quelli di pubblica utilità, s’intende. In primis gli alimentari. Eppure, proprio il grocery in questi giorni sta trainando la crescita dell’eCommerce. Perché? Perché il mutamento che stiamo vivendo in diretta ha due caratteristiche importanti che stanno prendendo forma di ora in ora:

  • non è un mutamento di breve-medio periodo
  • non è (o meglio, non soltanto) un mutamento nel mix dei canali distributivi

Da questo possiamo trarre la conclusione che quello che stiamo vivendo non è né un cambiamento che riguarda le marche né un cambiamento che riguarda le insegne.

Oggi in Italia stiamo vivendo un mutamento epocale che riguarda i consumatori.

Per questo l’impatto sarà molto più strategico di quello che oggi si può anche soltanto immaginare. Sarà strutturale, rivoluzionario, di lungo periodo – ma anche innovativo e per il meglio. Stiamo entrando nell’era del Retail 5.0.

Un esempio: nella seconda e nella terza settimana di marzo la crescita a valore dell’eCommerce rispetto al pari periodo del 2019 è stata rispettivamente del +81% e del +82% [Dati: Nielsen]. Con un incremento del 30% rispetto alla settimana precedente. È poco. E dire che è poco non è una provocazione. Lo dimostra tra gli altri indicatori il grafico dei volumi di ricerca Google indicizzati per la query “spesa online”: qui la crescita ha picchi del +1250%.

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Marketing Cross Channel dati spesa online

Cosa significa lo spostamento dei consumi sul digitale?

Significa che lo spostamento dei consumi verso i nuovi canali digitali (dagli eCommerce proprietari ai marketplace, come Amazon e AliExpress) è appena cominciato. Infatti, su Amazon, la query “spesa online” è cresciuta di un inequivocabile +2814% negli ultimi 30 giorni, dandoci il senso di un processo ampio che un’analisi comparata restituisce in tutta la sua potenza.

marketing crosscanale coronavirus volumi ricerca

Che poi l’eCommerce fosse un canale in ascesa non è certo una novità per nessuno. Negli ultimi dieci anni anche in un’Italia per certi versi digitalmente-arcaica è cresciuto anno dopo anno di una cifra variabile tra il 17 e il 22% [Dati: Politecnico di Milano]. Con picchi al +40% per le categorie in ascesa, tra le quali proprio il grocery.

Quindi, ricapitolando, in queste settimane stiamo viaggiando a 4 o 5 volte tanto la velocità degli ultimi dieci anni. Un mutamento strutturale che, appunto, è solo al suo inizio. Perché una nuova predisposizione all’acquisto digitale si va sedimentando.

In definitiva, quindi, anche se siamo tutti bloccati in casa, quello che dicono di noi le query di Google è che il fenomeno dell’infocommerce è sempre più la guida, la pancia dello shopping behaviour.

Il fenomeno dell’infocommerce che a sua volta è il primo, per importanza, tra i fenomeni crosscanale (nel senso che di solito ci si informa online per acquistare sia online che offline). Per questo forse è proprio l’impostazione strategica dei nostri piani di marketing in un’ottica crosscanale che può rappresentare la vera uscita da questo tunnel del COVID-19.

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Cosa significa crosscanale e cos’è questo approccio al marketing?

Crosscanale è una strategia che usa un mix di canali per produrre risultati incrementali misurabili, tipicamente in vendite.

marketing crosscanale significato

Le strategie crosscanale permettono cioè a consumatori sempre più connessi di iniziare, condurre e completare un’esperienza di acquisto su qualsiasi mezzo che sia per loro più comodo, nel momento in cui gli è più comodo: motore di ricerca, social media, email, mobile app, eShop e, infine, il negozio fisico, che manterrà sempre e comunque un ruolo chiave nella fase di transazione, con buona pace del Coronavirus.

Avere una strategia crosscanale non significa però riprodurre un contenuto identico su più canali: questo è l’approccio omnicanale al marketing.

L’obiettivo di una campagna crosscanale efficace è invece raccontare la stessa storia in modo diverso a seconda del media utilizzato. Ogni canale è utilizzato dai consumatori in modo differente e unico; allo stesso modo la comunicazione di un brand deve seguire lo shopping path, utilizzando i media più adatti e ROI-effective passo dopo passo.

marketing crosscanale coronavirus funnel

Queste ibridazioni mediatiche sono un’opportunità unica per cogliere il massimo dallo status quo fortemente multicanale di oggi e tremendamente volatile di questi giorni. Un’opportunità da cui si può ottenere il massimo costruendo piani media crosscanale vincenti ma flessibili (a CPC) con obiettivi quantitativi, in vendite.

Il Marketing Crosscanale ci permetterà di uscire indenni da questa crisi?

Mi piacerebbe tanto, ma in queste prime settimane stiamo solo vivendo l’inizio di un lungo periodo di incertezza. Che un approccio crosscanale al marketing e alla comunicazione possa essere più utile di altri lo dimostra un’analisi di buon senso di quello che sta accadendo in questi giorni a tante aziende con cui parliamo tutti:

  • chi non aveva un eCommerce (o Amazon) sta correndo ai ripari
  • chi aveva una strategia media/retail monolitica la sta abbandonando

Chi già aveva pianificato in senso crosscanale, invece, mi sembra che ne esca meglio degli altri. Chi assieme alla TV ha guardato a YouTube continua a fare media, come prima, cambiando il mix verso il secondo mezzo e spendendo a CPV, quindi a consumo: mantiene un problema sui volumi, certo, ma non sulle performance %. Lo stesso esempio si può fare per Google.

Chi a un piano di store-visibility ha affiancato un piano media sui social può contare più che mai sul real-time-marketing e sullo user-generated-content. TikTok, che è il social del momento anche in Italia, è un approdo perfetto per entrambe queste esigenze. Ma siamo tutti sempre più instagramer, oltre che tiktoker, in questi giorni: la produzione dei contenuti è un’ancora di salvezza – e può certo esserlo anche per aziende che hanno il coraggio di guardare a queste soluzioni create delle loro stesse audience target in chiave di branding.

Questi comportamenti “misti” o meglio “cross” costituiscono il background a partire dal quale il marketing crosscanale, che in questi anni ha acquisito una centralità crescente, si configura come (a) soluzione flessibile dal punto di vista dello spending ma anche (b) strategica nel suo andare incontro di corsa a quello che sta cambiando, oggi, nei sentimenti e nelle azioni dei consumatori italiani – di oggi e di domani.

marketing crosscanale kpi

D’altronde l’impatto delle soluzioni crosscanale adottate dai brand era già visibile su più livelli prima della crisi. Il primo è quello del costo per contatto rispetto alle soluzioni di marketing che mettono al centro un piano univoco che coinvolga solo media tradizionali: il costo è mediamente 1/10 in un piano crosscanale. Il secondo è quello dell’impatto sulle vendite in termini di uplift: fino a due volte meglio di un piano tradizionale [Dati: XChannel].

week in social

Week in Social: dai messaggi che spariscono su Instagram alla nuova interfaccia di Facebook

Il mondo oggi è diviso su due binari paralleli: chi resta a casa e chi corre più veloce che mai. In questo periodo così fluido, le piattaforme social provano a rimanere al passo con i tempi e ad aggiornarsi o a proporre piccoli, importanti cambiamenti. È tempo di Week in Social.

Facebook e la nuova interfaccia

Solo solo trascorsi dieci anni ed ecco che la prima novità arriva fresca fresca da Facebook.

Dopo tanti aggiornamenti e annunci, arriva la nuova interfaccia di Facebook: più pulita, più immediata e anche nella modalità dark, sempre per quella famosa e annosa questione del risparmio energetico.  Chi l’ha già testata racconta di qualche bug, ma i caratteri più grandi, a quanto pare, rendono tutti più felici.

Facebook dà 100 milioni alle PMI

Non è sicuramente un aggiornamento della piattaforma ma riguarda uno dei social più discussi e famosi di sempre, quindi abbiamo il diritto di riportare qui la notizia.

Mark Zuckerberg ha deciso di mettere a disposizione 100 milioni di dollari destinati alle piccole imprese in tutti e 30 i paesi in cui la compagnia opera.

facebook 100 milioni pmi coronavirusFacebook offre 100 milioni di dollari in sovvenzioni in contanti e crediti pubblicitariper un massimo di 30.000 piccole imprese ammissibili, mai dettagli ancora non sono notizie saranno diffusi sulla landing dedicata non appena disponibili.

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+ 1.00o dollari ad ogni dipendente

Lo ha deciso Mark: mille dollari ad ogni dipendente. Un “piccolo” aiuto per far fronte a questa spiacevole situazione che, chiaramente, interessa tutti. Nessun settore è immune e quindi questo bonus arriva così.

Solo i dipendenti avranno il plus, per tutte quelle spese non previste: babysitter, dogsitter e chi più ne ha più ne metta.

Twitter e il COVID-19

Anche Twitter risente della pandemia ed è per questo che a  livello mondiale ci sono stati milioni di tweet e retweet sul tema COVID-19. Nello specifico, ogni 45 millisecondi c’è un tweet sul coronavirus e ad oggi #Coronavirus è il secondo hashtag più utilizzato del 2020. 

Trovandoci davanti ad una situazione di emergenza, siamo consapevoli che Twitter è una piattaforma che svolge un ruolo importante a livello di comunicazione e che può essere uno strumento significativo per entrare a contatto con un ecosistema sempre più ampio.

Sarà vero o no che arriverà la nuova emoji con le manine che si lavano? Attendiamo!

In breve

Lo avevamo già anticipato, ma continua l’impegno in tal senso e dunque lo riportiamo: Facebook mette su (virtualmente) un vero e proprio centro per sostenere una corretta informazione sulla tematica del COVID-19. Basta fake, siamo tutti molto d’accordo.

Una nuova news da Instagram: il social sta testando una nuova modalità di messaggi diretti che scompaiono. Sì, come le storie e sì, proprio come Snapchat. Ancora non si sa quando tutto questo sarà realtà.