3 step per costruire la presenza online del tuo business partendo dall'hosting

Porta online la tua azienda in 3 mosse (partendo dal dominio)

La trasformazione digitale ha generato una vera rivoluzione per ogni azienda e attività di business, aprendo ad una serie di nuove opportunità: raggiungere nuovi clienti attraverso la propria presenza online, vendere in ogni parte del mondo e in qualsiasi momento del giorno o della notte in modo automatizzato, farsi trovare più facilmente attraverso i motori di ricerca.

Essere online, insomma, non è solo una necessità per il tuo business, ma costituisce soprattutto una grande opportunità e non richiede investimenti da capogiro. Per cominciare a costruire la tua presenza sul web dovrai iniziare dalla scelta del nome del tuo dominio e creazione di un sito web, o meglio, da tutta quella serie di passi che ti porteranno alla realizzazione del tuo sito online.

Sì, perché prima di arrivare alla creazione vera e propria delle tue pagine in rete, dovrai affrontare una serie di scelte preliminari come quella del tuo nome dominio, l’acquisto dell’hosting e la progettazione della struttura del sito.

Come farlo nel modo più semplice? Te lo indichiamo in questa breve guida, insieme ad una serie di consigli per effettuare le tue scelte in modo strategico ed efficace.

3 step per costruire la presenza online del tuo business partendo dall'hosting

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1. Scegli con attenzione il nome del sito e il dominio

Secondo VeriSign, nel secondo trimestre del 2017, il numero di domini registrati nel mondo è salito a 331,9 milioni, vale a dire circa un dominio ogni 21 persone, a dimostrazione di quanto sia importante costruire al più presto la tua presenza online. Il nome del tuo sito e il dominio saranno un po’ come il tuo biglietto da visita sul web, permettendo a clienti e potenziali clienti di trovarti in modo immediato in rete.

Scegli un nome unico, breve e distintivo, facile da ricordare e che al tempo stesso si adatti al tuo target. Ricorda, inoltre, che il nome del sito e il dominio saranno utili fattori anche per il posizionamento del tuo sito in chiave SEO: potresti pensare di utilizzare alcune keyword importanti per il tuo settore, che ti aiuteranno a indicizzarti sui vari motori di ricerca una volta che il sito sarà definitivamente online.

Nella scelta del dominio, poi, ricorda alcune consuetudini riconosciute a livello globale dagli utenti: se in passato il dominio .com era utilizzato per indicare il dominio commerciale di una società, oggi è utilizzato per identificare qualsiasi tipologia di sito web, mentre il .it identificherà chiaramente la nazione in cui operi e fornirà informazioni anche ai motori di ricerca sulla localizzazione; il dominio .eu, invece, è di solito impiegato da aziende attive in tutta la Comunità europea e il dominio .org è in genere utilizzato dalle organizzazioni no profit.

Le soluzioni disponibili sono davvero moltissime, ad esempio Register.it, società del gruppo DADA SpA, uno dei principali player europei di servizi professionali per la presenza in rete di persone e aziende, offre la possibilità di registrare i principali domini (.it, .com, .eu e .info) a solo 1 €.

Oltre al mantenimento per un anno, il dominio “tutto compreso” di Register.it include una serie di servizi utili per creare la propria presenza online:

  • home page del sito, con grafica a tema personalizzabile, sulla quale pubblicare le informazioni dell’attività e i recapiti, per costruire un mini sito di due pagine in poche mosse;
  • tre indirizzi email da 2GB personalizzati sul dominio, con Antivirus e Antispam inclusi, per comunicare in modo sicuro e professionale con i tuoi clienti;
  • spazio disco, sottodomini e redirect illimitati, per costruire un sito in html, oppure reindirizzare il dominio o i sottodomini a un’altra piattaforma;
  • pannello di controllo facile da usare, che ti consentirà di gestire in pochi click tutti i servizi;
  • assistenza 7 giorni su 7 al telefono, in chat o inviando un messaggio direttamente da Pannello di controllo.

Il vantaggio per il tuo business sarà quello di poter acquistare il dominio e gli altri servizi inclusi ad un prezzo molto conveniente, per iniziare a creare subito la tua presenza online con un piccolissimo investimento e comunicare da subito in modo più professionale con clienti e potenziali clienti grazie ad un indirizzo email che comprenderà il nome del tuo sito web.

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2. Acquista un servizio di hosting che soddisfi le tue necessità

La scelta del nome del sito e del relativo dominio costituiscono uno step cruciale nella definizione primaria della tua digital strategy: costituiranno il primo punto di contatto con il brand e forniranno le prime informazioni sui prodotti e i servizi offerti dalla tua azienda, oltre a poter comunicare alcuni dei valori del tuo business. Ma sono solo la prima fase per costruire la tua presenza online.

Una volta selezionate questa serie di opzioni per il tuo www, controlla che non ci siano già siti registrati con lo stesso nome, per non trovarti a dover ricominciare tutto da capo una volta che avrai affrontato anche gli step successivi. Quali sono? Se vuoi costruire un sito semplice, per farti trovare online dai tuoi clienti, per te può essere sufficiente fermarti al punto 1 e costruire il tuo sito composto da due pagine. Se invece vuoi costruire un sito più evoluto, continua a leggere, il prossimo passo sarà la scelta dell’hosting.

Per essere online, un sito web deve essere ospitato su un server web dedicato, che lo renda disponibile su Internet. Si tratta, in pratica, di fornire uno spazio fisico ai tuoi dati digitali, attraverso un hosting, che prevede la collocazione, la gestione attraverso il servizio e il mantenimento dei file, per consentire a tutti i visitatori, cioè gli utenti della rete, di visualizzare i contenuti del sito in modo corretto.

Spazio a disposizione, semplicità di utilizzo e assistenza da parte del supporto tecnico sono gli aspetti che ti consigliamo di tenere sempre in considerazione quando effettui questa scelta.

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3. Progetta e costruisci il tuo sito web (partendo dall’home page)

Quando si inizia a progettare e costruire un sito web è possibile cominciare in due modi differenti: facendo tutto da sé, quindi cercando di implementare le proprie competenze attraverso tutorial e spiegazioni online per ottenere un risultato ottimale, o affidando il compito a un freelance o a un’agenzia.

L’importante in ogni caso sarà partire con le idee chiare, progettando sin da subito una struttura del sito web che fornisca le informazioni chiave utili ai visitatori per capire di cosa si occupa la tua azienda, quali servizi offre o quali prodotti vende, come è possibile contattarti e magari utilizzando immagini in grado di colpire l’attenzione al primo colpo d’occhio.

Se scegli il fai-da-te puoi pensare di utilizzare l’home page offerta da Register.it semplicemente registrando il dominio e senza bisogno di acquistare servizi aggiuntivi, o puoi decidere cimentarti con CMS (Content Management System) più complessi ma abbastanza intuitivi come WordPress per realizzare un sito web più avanzato.

Ricordati, infine, che oggi moltissimi utenti effettuano ricerche tramite smartphone, dunque mantieni sempre un occhio attento alla realizzazione di un sito mobile friendly, che possa essere visualizzato anche dai dispositivi mobili.

Fai in modo che il design del tuo sito corrisponda a quello del tuo brand e ne comunichi i valori anche attraverso la corretta scelta dei colori: non avere timore di cercare online la soluzione ai problemi che potresti incontrare, troverai risposta a ogni dubbio (o quasi) e potrai iniziare a comunicare sul web con la tua audience.

La tua digital strategy comincia da qui, hai già scelto dominio e hosting per realizzare il tuo sito web?

Cari bimbi, ecco perché l’azienda di papà ha fallito

Giusto qualche settimana fa era a Cernobbio al Forum Ambrosetti, eppure lo stesso Andrea Visconti intervistato in quella occasione come promettente startupper italiano ora tira le somme: Sinba, la startup fintech che ha fondato con l’amico e socio Alessandro Bava, non può sopravvivere.

Non ha aspettato neanche che trascorresse l’ultimo anno, l’ultimo dei cinque secondo cui un’azienda è considerata (legalmente e fiscalmente) una startup innnovativa. Sinba è fallita. E Visconti ha realizzato un video con una fiaba, per spiegare ai suoi 2 figli perché l’azienda di papà ha chiuso.

Abbiamo proposto a Visconti di raccontare brevemente qualcosa di Sinba ai nostri lettori.

Cos’è (era) Sinba

«Sinba è un’app che serve per pagare nei negozi senza fare coda alla cassa. Siamo nati nel 2013 con l’obiettivo di restituire tempo alle persone, perché potessero fare ciò che amano. Ci siamo resi conto che gli smartphone e l’app economy permettevano di migliorare il processo d’acquisto e abbiamo sviluppato un’app che consentiva di scansionare i codici a barre dei prodotti all’interno dei negozi, in modo tale da creare un carrello virtuale nell’applicazione e poter già imbustare i prodotti da acquistare».

«In questo modo non serviva più passare dalla cassa per pagarli, ma potevano essere pagati direttamente usando il telefonino, sul quale poi appariva un codice (qr code) che veniva letto da un piccolo totem situato in una corsia preferenziale della barriera casse, che stampava lo scontrino e scaricava il magazzino. Insomma, una specie di telepass dei pagamenti, dove per pagare non serve fare coda come al casello, ma si ha una corsia preferenziale come per il telepass dove basta rallentare per pagare e uscire dal punto vendita portandosi a casa i propri acquisti».

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I soldi mai arrivati da Shark Tank e l’ultima chance con Donadon

Nel 2015 abbiamo vinto 250 mila euro al business talent show di Italia 1 Shark Tank. Un altro nostro investitore è stato H-Farm, che insieme a 2 business angel hanno messo 115 mila euro (di cui circa la metà in servizi, ndr)».

«Di noi hanno parlato un po’ la tv, radio e giornali, e non ci piaceva l’idea di far parlare di noi solo quando le cose andavano bene, ma abbiamo voluto metterci la faccia (il mio socio tramite iPad perché nel frattempo i è trasferito in Belgio) anche nel momento di difficoltà, per raccontare il nostro punto di vista sul fallimento».

Perché una Fiaba

«L’idea di scrivere una fiaba è nata perché avendo due bimbi piccoli non sapevo come spiegare loro che l’azienda di papà era fallita, e la fiaba mi sembrava il linguaggio migliore per spiegarglielo. Poi ne abbiamo fatto un video perché il video è un linguaggio più semplice da capire e seguire anche per noi adulti».

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La lezione del fallimento di una startup (e di Shark Tank)

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La vera storia di Sinba e dello show di Italia1 che metteva insieme innovatori e investitori. Ma soprattutto, quello che le startup non hanno capito: devono andare a caccia di clienti e non di soldi! CONTINUA A LEGGERE…

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Selfie addio? La nuova moda di Instagram è il jelfie, la foto mentre salti

Da oggi preparatevi a saltare. No, non siamo impazziti: stiamo per parlarvi di qualcosa che rivoluzionerà le vostre bacheche di Instagram. Ci rivolgiamo proprio a voi cari instagramers e foto addicted, se volete veramente dare sfogo alla creatività e stupire i vostri adorati followers ve lo ripetiamo di nuovo: allenatevi a saltare.

Al bando pose plastiche, volti studiati, profili impostanti o braccia allungate all’infinito, a vincere e spopolare sui social sarà l’allegria, la naturalezza e ovviamente il salto più alto. Ma di cosa stiamo parlando? Del jelfie, ovvero della recente tendenza di fotografarsi mentre si salta.

Jelfie e Instagram

Se il termine vi dice poco, il significato è in realtà di facile intuizione. Jelfie, infatti, deriva dall’unione di due parole di lingua inglese, jump e selfie, e sta indicare l’azione di scattarsi un selfie mentre si sta saltando. Questa nuova tendenza ancora poco diffusa – su Instagram si contano appena 5276 post con hashtag #jelfie – affonda le sue radici in tempi non sospetti.

È il 1950 quando il fotografo americano Philippe Halsman conia per la prima volta il temine Jumpology riferito ad una sua raccolta di 170 foto che hanno come soggetto personaggi famosi ritratti mentre saltano. Tra questi Salvator Dalì, Marilyn Monroe, Grace Kelly, Bridgitt Bardot, Sophia Loren e Audrey Hepburn.

Jelfie e Instagram

Ma torniamo ai giorni nostri. Ne saranno felici gli intramontabili fotografi specializzati in matrimoni e cerimonie che già da un decennio ci hanno visto lungo anticipando quello di cui vi stiamo parlando. Alzi la mano chi di voi non si è mai prestato ad interminabili e imbarazzanti sessioni di salto in alto per far felice la cugina in abito bianco. Ebbene da oggi smettete di sentirvi a disagio perché a consacrare ufficialmente il jelfie sono le più seguite star del momento, da Chiara Ferragni a Michelle Hunziker fino a  Lady Gaga.

Jelfie

Ma come realizzare il jelfie perfetto? Dalla scelta della location all’espressione del volto, dalla posizione del corpo alle caratteristiche del proprio smartphone. Mentre iniziate ad allenarvi ecco per voi qualche suggerimento per un jelfie perfetto a prova di like.

Scegliete una location suggestiva

Che sia in riva al mare o sulla vetta del Machu Picchu quello che conta è che la location sia suggestiva e particolare. Se volete spiccare e conquistare i vostri followers siate creativi e giocate con la cornice del vostro jump. Non vi stiamo dicendo di imitare le imprese al limite del pericolo di Angela Nikolau sui tetti dei grattaceli di Hong Kong ma di scegliere uno scenario che valorizzi e renda unico il vostro scatto.

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Rilassatevi e siate spontanei

Potrà sembrarvi banale ma per la riuscita del jelfie perfetto la cosa fondamentale è essere spontanei, morbidi e naturali, in poche parole rilassati. Non siate rigidi, nel salto siate il più dinamici possibile, rilassate il corpo e i muscoli del viso. Un accorgimento importante potrebbe essere quello di saltare con le gambe piegate o in qualche posa divertente per evitare l’effetto missile o peggio il galleggiamento in aria.

Jelfie e Instagram

Posizionate bene la vostra fotocamera

Una delle questioni più critiche e dibattute di questo tipo di selfie è il posizionamento della fotocamera. Dove metterla? È in realtà più semplice di quanto si pensi: posizionatela sotto di voi e il più vicino possibile al pavimento. Quanto più vicino la fotocamera sarà alla base del vostro salto tanto quest’ultimo sembrerà ancora più alto.

Impostate le caratteristiche della fotocamera

Per facilitare la vostra impresa la tecnologia vi viene incontro. Come? Scegliete le giuste impostazioni della fotocamera. Controllate il timer in modo che il salto venga ripreso nell’attimo giusto. Assicuratevi , inoltre, di aver attivato il sensore di movimento perchè gran parte del successo di un jelfie dipende dalla nitidezza dell’immagine.

jelfie

Ora non vi resta che provare e riprovare e sopratutto divertirvi! Che ne dite di farci vedere il vostro jelfie perfetto? Dove?  Ovviamente sulla nostra pagina Facebook, su Twitter o su LinkedIn!

Digital Factory 2017

Digital Factory 2017: al via la nuova edizione a Milano e Roma!

L’avventura è ufficialmente iniziata: per sei mesi i Guerrieri si sfideranno in un percorso che li porterà ad apprendere tutte le tecniche più avanzate nell’ambito del Digital Marketing.

Ad affiancarli, come sempre, dei tutor d’eccezione, il costante supporto dei docenti durante le lezioni online e tutto il clan dei Ninja, pronto a fare il tifo per loro!

I brief saranno dieci, definiti in collaborazione con il partner del Master, MSC Crociere. Una vera sfida per rivoluzionare il settore delle crociere in ambito digital.

Com’è andata questa prima giornata? Chiediamolo direttamente ai nostri reporter sul posto, Andrea a Milano e Marzia a Roma!

Digital Factory 2017

Qui Milano, di Andrea Pitturru

Qui al TIMSpace i tutor Michaela Matichecchia e Stefano Besana danno il via alla Ninja Digital Factory, davanti a 30 Guerrieri entusiasti e provenienti da tutta l’Italia. Nella loro storia professionale esperienze estremamente varie, ma oggi sono uniti da un unico obiettivo: fare del Digital Marketing la loro professione.

Michaela e Stefano introducono quelli che saranno i gruppi di lavoro, o meglio le squadre! Solo così infatti, affidandosi realmente uno all’altro, unendo le forze, le competenze e le proprie passioni, si potranno superare tutte le prove poste dal cliente. Proprio come in una vera agenzia digital!

Il tutto senza mai tralasciare una lettura molto attenta del brief, parola per parola, e unendo al proprio spirito critico i concetti che verranno appresi durante le lezioni che si susseguiranno in questi mesi, per applicare subito le conoscenze teoriche apprese.

Digital Factory 2017

La possibilità di “sporcarsi immediatamente le mani” è infatti l’elemento distintivo del vero Ninja del Digital Marketing: un professionista che ha la capacità di provare, senza aver paura di sbagliare, soluzioni sempre nuove, innovative ed avanzate, che vadano oltre il dualismo offline/online.

Tramite il principio dell’Envisioning 2.0 infatti, è necessario possedere una visione ampia, che abbracci tutti gli ambiti del mondo del business: una visione all-line. Solo così si sarà in grado di dare al cliente soluzioni vincenti, che possano davvero essere apprezzate.

Che il Ninja Power sia con voi ragazzi!

Qui Roma, di Marzia Fiori Andreoni

Digital Factory 2017

Ore 9.30 appuntamento al TIM #WCAP di Roma per dare il via alla Factory del Master online in Digital Marketing targato Ninja Academy. Un incontro emozionante, come tutti i primi incontri del resto, fatto principalmente di “Ciao”, “Piacere di conoscerti”. Un caffè per scaldarci le mani e subito si entra nel vivo di questa giornata.

Ad accogliere i Guerrieri della Factory di Roma c’erano Chiara Laterza e Simone Mariani, i tutor di questo percorso formativo, coloro che guideranno i team per la “retta via”, verso l’obiettivo finale: lavorare come una vera agenzia, acquisendo le competenze necessarie per rispondere ai brief che il cliente MSC Crociere consegnerà loro, alla ricerca di nuove soluzioni nel campo del Digital Marketing. Dunque un percorso di lezioni online in questo caso integrato a un percorso di learning by doing, per esplorare e apprendere gli strumenti operativi del Digital Marketing. Un ambiente formativo e sicuramente umano: un’occasione per fare rete, networking, arricchire e arricchirsi.

Primo obiettivo della giornata: conoscersi meglio. Un elemento da non sottovalutare, perché investire del tempo per relazionarsi significa risparmiare tempo successivamente e lavorare in serenità. Ogni Guerriero ha parlato di sé ed è stato bello scoprire quanta voglia di imparare c’è tra di loro! Si è passati poi alla formazione dei team e all’emozionante lettura del primo brief!

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Sensazioni contrastanti, qualche preoccupazione sul da farsi e il batticuore di chi non vede l’ora di cominciare, perché “provare e riprovare” è l’unico modo per imparare e avere la possibilità di farlo davanti a brief reali e sotto la giusta guida è davvero una bella fortuna! Da ora in poi non si torna indietro.

Ninja di nome e di fatto, questo sarà il mantra per andare sempre avanti e sempre più in alto nel raggiungimento dell’obiettivo: diventare professionisti del marketing digitale!

Spremere le meningi, fare ricerca e ideare: tocca a voi! Go Ninja Go!

 

I nostri Guerrieri saranno davvero pronti a sviluppare i loro task? Lo scopriremo il 20 gennaio, sempre tra Roma e Milano!
Intanto buon lavoro e come sempre, Be Ninja!

Come spiegare il caso Asia Argento e il gender gap nel cinema

Harvey Weinstein (il produttore americano al centro dello scandalo per gli abusi sessuali denunciati da diverse star del cinema, ndr) dichiara di volersi far curare e spera di avere una seconda chance. Poi arriva una telefonata alla polizia dalla figlia che dice che suo padre minaccia di ammazzarsi.
Bob, fratello di Harvey, piange di fronte alle telecamere e chiama il fratello “depravato”. Povero Bob, che insieme al resto del consiglio di amministrazione della casa di produzione, sapeva che erano state pagate almeno tre o quattro donne per tacere sulle molestie di Harvey.

I fatti

Gli abusi di Weinstein

Intanto continuano a farsi avanti vittime di Weinstein e non solo. Seth Rogen e Kate Winslet parlano rispettivamente di lui come un “pezzo di merda” e come uno con cui è orribile lavorare, un bullo. Ben Affleck condanna Weinstein eppure Rose McGowan, l’attrice che aveva accusato da tempo il produttore ed etichettata come pazza, dice che Affleck sapeva.
L’attore è stato inoltre colto dalle telecamere nel 2003 mentre palpeggiava, in diretta su MTV, il seno di una presentatrice. E non ci dimentichiamo che il fratello Casey è stato accusato di molestie sessuali da parte di una direttrice della fotografia e una producer.

Ben Affleck, Harvey Weinstein, Matt Damon Credit: The Daily Beast

Ben Affleck, Harvey Weinstein, Matt Damon. Credits: The Daily Beast

Rinfreschiamoci un attimo la memoria e ricordiamo che Ben Affleck e Matt Damon sono migliori amici da decenni e che da giovanissimi sono entrati a far parte dell’olimpo di Hollywood grazie a Will Hunting – Genio Ribelle, prodotto da Weinstein.

Vediamo un po’, chi altro sapeva? Ah sì, Gwyneth Paltrow racconta di essere stata molestata da Harvey, di averlo raccontato a Brad Pitt che ha intimato il produttore di non farlo più, e a sua volta Weinstein ha intimato l’attrice di non raccontarlo a nessun altro. Anche Angelina Jolie ha accusato Weinstein di molestie sessuali. Con chi è stata sposata per anni Jolie? Brad Pitt.

Non solo Weinstein: Hollywood e le molestie sessuali

Alle vicende di Harvey se ne sommano altre. Una producer di Amazon dice di essere stata molestata sessualmente da Roy Price, l’uomo che decideva le sorti dei contenuti di Amazon, responsabile tra l’altro della cancellazione di Good Girls Revolt, una serie femminista che trattava, tra le altre cose, di molestie sessuali.

Blake Lively racconta di un make up artist inquietante che la filmava di nascosto mentre dormiva e che dopo settimane, grazie all’intervento del suo avvocato, è stato allontanato ma con una bella lettera di raccomandazione dallo unit production manager perché nessuno voleva rimanere in cattivi rapporti.

Credits: Amazon Studios

Credits: Amazon Studios

Inoltre Ronan Farrow, autore dell’inchiesta per il New Yorker, che ha parlato con decine di persone per il suo pezzo sia per ascoltare le testimonianze delle sopravvissute che per confermare le loro versioni ha sottolineato che non è un caso che Weinstein – così come Roger Aisle – sia stato colpito nel momento in cui aveva meno potere e che il suo articolo era pronto già da parecchio tempo prima di essere pubblicato.

Oltre i fatti

Cosa non torna del caso Weinstein

Vedi: magari a qualcuno conveniva fare fuori Weinstein per ragioni che non hanno niente a che fare con la giustizia per le sopravvissute.

Un mucchio di fatti interessanti, non trovate? Si potrebbero riempire innumerevoli pagine di giornale – ma che dico, c’è abbastanza materiale per scriverci libri. Si può provare a ragionare sul perché tanti uomini sono stati complici e sono restati  in silenzio.

Si può parlare dell’ostruzionismo intorno all’inchiesta di Farrow, scartata dall’NBC con cui collabora. Si può cercare di capire perché Weinstein è stato fatto fuori e altri come Woody Allen e Casey Affleck sono rimasti illesi dai loro di scandali.

Si può ragionare sulle ramificazioni del sessismo nell’industria del cinema americano che pervade ogni anello della catena alimentare di Hollywood. Ci si può scandalizzare di fronte a Weinstein che dopo tutto questo casino spera ancora di essere perdonato o alle lacrime di coccodrillo di Bob che ha definito suo fratello “malato” come per attirare un senso di pena e compassione per lui, come se potesse essere curato. Che se così fosse, i soldi non gli mancavano di certo per farsi curare. Che poi Harvey non era l’irrefrenabile maiale che allunga le mani su chicchessia.

Harvey Weinstein con Gwyneth Paltrow e Cameron Diaz. Credits: Rex Features per The Sun

Harvey Weinstein con Gwyneth Paltrow e Cameron Diaz. Credits: Rex Features per The Sun

Così venivano adescate le vittime

Harvey seguiva uno specifico modus operandi, che ritroviamo nei racconti delle sopravvissute: sceglieva con cura le sue vittime tra giovanissime modelle e attrici emergenti, le faceva portare da lui da gente di cui si fidavano (assistenti, produttori, direttori di casting, spesso donne) per poi rimanere solo con loro tipicamente in una camera d’albergo, con indosso un accappatoio, porgendo loro una crema per il corpo e supplicandole di fargli un massaggio.
Nei giorni seguenti l’accaduto, Weinstein telefonava alle sue “prede”, mandava loro regali, come per convincerle di essere un romantico spasimante, per confonderle, manipolarle e spesso anche per lusingarle con offerte di ingaggi.

Harvey, amante e amico, benefattore e scopa-amico. È così che Weinstein si vedeva, è così che razionalizzava il suo disgustoso comportamento da predatore sessuale seriale – del resto anche gli stupratori devono dormire la notte. Ed è così che alcune sopravvissute, appunto per sopravvivere e convivere con la vergogna che pare trasferirsi dal carnefice alla vittima, si sono sforzate di considerarlo.
Come se andarci a letto consensualmente potesse cancellare lo stupro; come se accettare i suoi regali, soldi e proposte di lavoro potesse in qualche modo risarcirle della violenza subita. Fino a quando sono cresciute, si sono imposte di guardare le cose per come sono e non per come vorrebbero che fossero e allora si sono unite alla lunga schiera di donne che con coraggio hanno accusato il megaproduttore.

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Il “problema” di Asia Argento

È il caso della nostra Asia Argento. Sì, nostra. Asia è italiana, è una di noi, e come tale è facile per chi scrive provare una maggiore empatia nei suoi confronti e sono particolarmente fiera di lei per aver raccontato la sua storia.

Mi incazzo perché sulla vicenda Weinstein e sull’industria del cinema in generale c’è tanto di cui si potrebbe parlare e invece che si fa in Italia? Il processo a Asia Argento.

C’è chi l’attacca e condanna apertamente, chi invece pieno buone intenzioni vuole solo cercare di capire come mai non l’abbia denunciato prima o perché non abbia detto semplicemente di no, chi ovviamente ha abbastanza tempo per scrivere articoli e post sui social media ma è troppo pigro per informarsi sui fatti che di per sé fugherebbero esaustivamente ogni dubbio, chi di abusi sessuali non sa niente e ignora che è piuttosto tipico per le vittime tornare dal proprio aguzzino eppure sputa sentenze da esperto su questo caso specifico, chi con le sue domande innocenti non si rende conto che compie l’ennesima violenza di mettere in dubbio la vittima.

No ma io voglio solo capire, dice con il tono più umile che riesce a trovare. E allora leggi, informati. È una faticaccia, lo so. C’è troppa roba. Ti capisco ma allora stai zitto. La tua opinione non è richiesta, possiamo serenamente vivere senza.

Alla fine è proprio questo il problema di Asia Argento: l’ignoranza, la cocciutaggine nell’ignoranza, l’arrogarsi il diritto di parlare nonostante l’ignoranza, la svogliatezza dell’ignoranza, l’urgenza di avere ragione a tutti i costi anche da ignoranti.

La volontà di comprendere richiede fatica e non parlo solo della fatica di leggere le copiose pagine di giornale spese per raccontare le violenze di Weinstein. Mi riferisco ad andare a fondo, scavare nelle motivazioni, individuare un sistema e una matrice nella quale siamo tutti immersi.

Le differenze uomo-donna sul lavoro

La vittima diventa il problema, e non il carnefice

Perché non vi fidate delle donne? Perché non credete alle donne quando denunciano una violenza sessuale? Ah, perché quella volta trent’anni fa una donna ha ammesso di aver mentito. E quindi mettiamo in dubbio a prescindere il racconto di una donna perché una su un milione è una bugiarda?

Se qualcuno denuncia un furto, la prima cosa che pensate è che voglia i soldi dell’assicurazione o gli credete fino a prova contraria? Perché sono spesso le donne a essere le critiche più severe di altre donne e non mostrano “solidarietà femminile”? Mai sentito parlare di sessismo internalizzato? Altra interessante lettura, prego, non c’è di che.

Perché si cercano disperatamente nel comportamento della vittima le attenuanti per il comportamento dei predatori sessuali? Da dove viene questa perversione nell’esaminare tutti i dettagli della vita delle sopravvissute e perché siete così poco zelanti nei confronti degli aggressori? Perché li volete un po’ meno colpevoli e preferite credete alla complicità della vittima?

Il cinema italiano e l’importanza del networking

Perché devono essere le donne a farsi furbe e a non mettersi in situazioni potenzialmente pericolose quando sono gli uomini a crearle queste situazioni? Perché gli uomini, che hanno la possibilità di fare amicizia con altri uomini che possono aiutarli professionalmente, sono liberi di andarci a parlare, di fare pacificamente networking anche da soli e invece le donne, se non sono delle cretine, devono dire di no? Vi sembra giusto in un settore in cui quasi sempre l’unica maniera per essere assunti è attraverso networking?

Il gender gap

Perché ci sono così poche donne, a qualsiasi livello, nel cinema, hollywoodiano e italiano? Insomma, non è che si tratta di andare a lavorare in miniera che uno dice, mah, magari alle donne non interessa. Qualche dubbio non vi viene che possano essere ambienti maschilisti estremamente ostili nei confronti delle donne?

E ancora, com’è che si crede che gli uomini abbiano più talento delle donne quando pochissimi uomini fanno bei film e innumerevoli uomini fanno film inguardabili pur continuando a lavorare e a ottenere finanziamenti pubblici pagati con le nostre tasse?

In Svezia ci sono le quote di genere per l’assegnazione dei finanziamenti pubblici alle produzioni cinematografiche, in Australia tra il 2015 e il 2017 il 47% dei finanziamenti pubblici al cinema è andato a progetti guidati da team di donne, nel Regno Unito se ne parla, e in Italia invece stiamo bene così?

Perché quando, rarissimamente, si parla di quote di genere, arrivano orde di gente scandalizzata che parla di meritocrazia? Perché si dà per scontato che le donne non siano meritevoli? Ce li siamo scordati tutti quei film bruttissimi che fanno gli uomini o magari nemmeno ce ne siamo accorti perché non sopravvivono neanche un paio di sere nelle sale?

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Insomma, cari italiani e italiane, se proprio avete voglia di scrivere, leggere e commentare, di alternative a fare il processo a Asia Argento e occasioni di riflessione ce ne sono tante. Eviterete di perdere tempo con tossiche insinuazioni con annessa potenziale umiliazione di fare brutte figure, e allo stesso tempo risparmierete a Asia e a tutte le vittime  ulteriori offese. Win-win come dicono in America.

supereroi e leadership

Piccole lezioni di leadership dai supereroi (che faresti bene a seguire)

Supereroi e leader sono i soggetti predominanti di relazioni non paritarie, poiché i loro pensieri e le loro azioni influenzano in modo decisivo quelli delle altre persone.

Pur avendo attitudini diverse, i primi possono insegnare qualcosa ai secondi su come combattere per il bene (dell’azienda).

Leadership di squadra

La recente popolarità cinematografica dei team di supereroi, Avengers e Justice League, avvicina ancor di più le due figure, evidenziando la necessità del lavoro di squadra.

Sembra scontato che il “capo” debba avere qualcuno su cui “comandare”, ma proprio da questa formulazione nasce la ben nota differenza tra autorità e autorevolezza, tra l’imposizione e la leadership.

Fin qui nulla di nuovo, ma fiducia e collaborazione non esauriscono la questione. L’evoluzione ultima di un ambiente di lavoro sereno e produttivo è data dalla motivazione, dalla capacità di trasmettere i principi della leadership per creare una mentalità condivisa che punti al successo.

Nella sua ultima opera, David Kahn, esperto nelle strategie direttive puntualizza:

“E questo è il fine ultimo. Se tutti possono essere un leader allora il tuo lavoro è più facile, perché tutti vogliono avere successo allo stesso modo, verso lo stesso obiettivo.”

trasmettere la leadership

Poteri e responsabilità

Se la motivazione può essere condivisa, la responsabilità può essere al più ripartita. È ormai noto a tutti che “grandi poteri comportano gradi responsabilità”.

Con la morte dello zio Ben, Peter Parker impara questo concetto nel modo più duro, sperimentando due attitudini opposte.

Da un lato, la naturale esaltazione che deriva da un nuovo potere o da una posizione lavorativa, può sfociare nell’intossicazione, portando ad attaccarsi al titolo più che alla funzione. Il ruolo di leader-eroe non deve essere esibito, ma riconosciuto e riconfermato grazie alle proprie azioni.

Usare “grandi poteri” in modo super significa metterli a frutto, convogliarli verso un obiettivo più grande del proprio ego. Questo non impedisce, chiaramente, di rendere il processo quanto più possibile gradevole, anche se non quanto fare la ronda viaggiando a mezz’aria tra i grattaceli di New York.

D’altro canto, colto in contropiede da una promozione, magari improvvisa e inaspettata, un neo-leader può essere impreparato ad assumersi le “grandi responsabilità” che derivano dal nuovo ruolo. Kahn sottolinea:

“Ora sono visti diversamente. Sono trattati in modo diverso. La gente li sta guardando in un modo diverso.”

Le decisioni da prendere possono essere onerose e impopolari: esercitare la leadership significa prenderle, forse non sempre in modo corretto, ma sicuramente con consapevolezza e coerenza.

etica nella leadership

Coerenza ed efficacia

Un baluardo di coerenza e purezza è sicuramente Capitain America, che cerca di seguire dei principi esemplari nella sua lotta contro il male. Lo stesso fa Superman, che però è storicamente più ligio alle leggi, forse per porre un limite oggettivo ai propri sconfinati poteri. Situazione più conflittuale è invece quella di DareDevil, in equilibrio sui tetti ma anche tra i suoi doveri professionali di avvocato e le sue azioni non convenzionali da supereroe.

Come sottolineato da David Kahn, l’etica professionale è soggettiva e non deve essere giudicata solo moralmente, ma anche in base all’efficacia.

“I tuoi valori sono determinati dagli obiettivi che cerchi e dal modo in cui vuoi raggiungerli. Devi essere consapevole di dove vuoi andare e come vuoi arrivarci.”

Un buon leader può dunque essere un vero supereroe, ma anche un anti-eroe come The Punisher?

audit google performance

L’Audit Google per scoprire nuove opportunità e ottimizzare gli investimenti pubblicitari online

Google è diventato nel tempo, specialmente in Italia, quasi un sinonimo di Internet. In genere è il primo termine che si associa al mondo del web e al digitale e anche a livello globale si può tranquillamente affermare che si tratti del motore di ricerca più utilizzato dagli utenti.

Negli anni l’azienda è cresciuta sia dal punto di vista degli investimenti pubblicitari da parte delle aziende, sia per quanto riguarda la realizzazione di nuovi tool.

I ricavi pubblicitari digitali di Google, nel 2016 e a livello mondiale, sono stati pari al 32,8%, tanto da consacrare l’azienda come primo player mondiale per la raccolta pubblicitaria, con una cifra superiore alla somma globale di tale raccolta da parte dei giornali online e offline.

Una realtà oggi consolidata dal punto di vista strategico, ma sempre in costante evoluzione, all’avanguardia nella strutturazione di nuovi strumenti e nelle modalità d’ingaggio degli utenti che navigano online.

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Gli strumenti di Google che permettono al tuo business di crescere

La sfida di Google consiste nel raggruppare al suo interno una serie di strumenti in grado di soddisfare le diverse necessità da un lato delle aziende e dall’altro degli utenti, mettendo in comunicazione i due poli opposti del mercato grazie a canali e tool differenti e strategici.

I progetti di visibilità online di Google, ad esempio, sono le attività di SEO e SEM, attraverso cui le aziende hanno la possibilità di farsi trovare dagli utenti interessati ai loro prodotti e servizi offerti.

Grazie alla crescita esponenziale del mobile, anche YouTube è diventato sempre più rilevante e i video si sono trasformati in un importante asset per l’ingaggio degli utenti e la crescita del brand.

Al tempo stesso, Google Analytics consente di analizzare tutte le attività svolte dagli utenti che navigano sul sito. La Data Analysis è diventata altrettanto fondamentale dal punto di vista strategico, dato che è possibile verificare il percorso di navigazione di un utente all’interno di un sito web, il tasso d’abbandono, la tempistica di permanenza, il numero delle conversioni e molti altri dati sensibili utili nel monitoraggio e nella verifica delle proprie attività digital.

Analisi e gestione delle attività strategiche permettono la concreta possibilità di creare valore in ogni fase della customer journey: awareness, considerazione, acquisizione e fidelizzazione.

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Ottimizzare la presenza online grazie all’Audit Google

Saper utilizzare gli strumenti, tuttavia, può non essere tutto e potrebbe essere necessario fare un passo in più per ottimizzare i propri risultati.

Competenze specifiche e visione d’insieme sono necessari per fornire un’accurata analisi delle opportunità di visibilità ed ottimizzazione della presenza online. Il colosso di Mountain View, infatti, ci fornisce tutti gli strumenti necessari, aggiornandoci sulle novità e consentendoci di capire come usufruire di questi catalizzatori di business sul lungo periodo, a seconda delle esigenze variabili dell’azienda e alla loro user experience.

L’Audit Google, come quello offerto da E-Business Consulting, società attiva dal 2003 e certificata Google Partner, è consigliabile per comprendere meglio le opportunità di tutti gli strumenti, anche sulla base della tipologia di business sviluppato nell’ottica di ottimizzazione degli investimenti pubblicitari rispetto alle performance raggiunte e a quelle ottenibili.

Come dice la parola stessa, l’Audit Google permetterà di “ascoltare” e verificare la correttezza, gli obiettivi e il rendimento delle attività digitali già messe in atto, fornendo dati utili per il miglioramento dell’investimento online, evidenzierà i punti di forza e debolezza presenti ed individuerà nuove opportunità strategiche e correttive, permettendo di mettere in pratica attività più performanti e migliorando il ROI generato grazie ai tool di Google.

>>> Vuoi sapere se la tua presenza online sta generando il massimo? Scopri l’Audit Google di E-Business Consulting.

troll si nasce o si diventa

Troll si nasce o si diventa?

Troll, esseri mitologici per alcuni maligni, per altri solo birichini, nella realtà online sono quelle persone che con il loro comportamento anti sociale impediscono una discussione civile. Una ricerca della Stanford e della Cornell University ha cercato di capire se questo comportamento è tipico di alcune persone con caratteristiche particolari oppure ciascuno di noi, date le circostanze e il contesto, potrebbe diventare un troll.

Per farlo hanno analizzato le discussioni avvenute nel sito della CNN. I commenti analizzati sono stati 16 milioni e 1 ogni 4 dei post segnalati dagli utenti come indesiderabili erano stati immessi da persone che non avevano precedenti di un simile comportamento.

Persone normali, già in preda ad emozioni negative, trovandosi in un contesto che le sollecita ancora di più, si scatenano comportandosi da perfetti troll.

I troll online: un po’ di background

La definizione classica ci descrive il troll come una persona che intenzionalmente disturba una discussione, a volte per il solo gusto di fare arrabbiare gli altri. Un comportamento quindi negativo, fonte di problemi per la maggior parte dei community manager che devono gestire i loro commenti.

I troll sarebbero, per lo più, dei sociopatici, e così sembrano confermare molte altre ricerche: individui che hanno particolari tratti caratteriali, addirittura biologici (Cesare Lombroso docet) che li predispongono all’aggressione e al trolling, appunto.

Il comportamento antisociale online è, a volte, una estensione dello stesso tipo di comportamento tenuto nella vita offline. Possono essere atti di aggressione vera e propria, molestie, o atti di bullismo.

Atteggiamenti che sono causa di rabbia e tristezza in chi li subisce dato che, secondo gli esperti, le ferite causate da queste aggressioni verbali possono a volte far più male delle ferite fisiche.

Anche in Italia sono molti i casi, alcuni perfino recenti, in cui abusi di questo genere hanno portato le vittime alla morte.

Leggi anche: “Pull a Pig”, l’ultima moda dei cretini. E altri esempi di bullismo digitale sulle donne

Se spesso altre ricerche hanno affermato che alla radice di questo tipo di comportamento c’è la noia, la voglia di divertirsi o di sfogarsi, la ricerca di cui parliamo identifica invece due ragioni diverse: l’umore della persona e il contesto della discussione.

Smentendo quindi le ricerche per cui troll si nasce, sembrerebbe invece che lo si possa diventare.

Il troll: un comportamento che può essere contagioso

Il trolling può essere contagioso e una scintilla può bastare a scatenare un flame epico.

Come in un gregge, le persone tendono a replicare gli atteggiamenti osservati da altri, in un continuo trasferimento di emozioni e comportamenti.

Come nell’esempio della finestra rotta di Malcolm Gladwell (nel suo libro il punto critico: i grandi effetti di piccoli cambiamenti), ovvero che una finestra rotta può far pensare che l’incuria possa regnare e sia tollerata, così un commento non moderato potrebbe attrarne altri di peggiori: un comportamento negativo può portare al disordine in una comunità.

 

troll si nasce o si diventa

Come in una epidemia, il comportamento da troll può diffondersi da persona a persona.

Così i ricercatori hanno condotto i loro esperimenti cercando le verifiche a queste tre ipotesi:

  • il cattivo umore aumenta le probabilità di cui comportamento da troll
  • un contesto negativo (dove siano già presenti commenti di altri troll) favorisce il trolling
  • il comportamento da troll può diffondersi da persona a persona.

Il cattivo umore delle persone può aumentare le probabilità che si scateni il loro troll interno. Il cattivo umore, si sa e i ricercatori confermano, può avere un diverso andamento a seconda dei giorni e dei momenti della giornata. Si è più positivi la mattina e nei weekend, il cattivo umore ci conquista durante la giornate e nei giorni feriali.

L’andamento dei commenti negativi, da troll, nel sito della CNN confermerebbe il legame con l’umore delle persone.

La rabbia di certi commenti poi scatena altra rabbia, rendendo il fenomeno contagioso. Una strategia per gestire questo effetto , suggeriscono, potrebbe essere la creazione di un meccanismo di time out: prima di commentare ancora, l’utente deve attendere un certo periodo di tempo. Quanto tempo? Dopo 5 minuti le probabilità di risposte negative sono ancora alte, e diminuiscono dopo che siano trascorsi almeno 10.

Da non trascurare l’effetto domino: la presenza di commenti da troll induce altri commenti simili, in un crescendo direttamente proporzionale al loro numero. Non è invece una sorpresa che più un argomento sia scottante e controverso, più attragga e induca il commentare come un troll.

Conclusione

Non dovrebbe sorprendere la conclusione tratta dai ricercatori: il comportamento da troll è un atteggiamento tendenzialmente innato, ma che può scaturire anche spontaneamente da certe situazioni.

Il suggerimento, quindi, per le piattaforme di discussione? Prevedere dei meccanismi per limitare entrambi i tipi di troll, sia quello innato che istituzionale.

Bannare gli utenti che trasgrediscono le norme della comunità può essere una soluzione, a cui affiancare però le contromisure che possano mitigare o impedire il sorgere di situazioni che favoriscono il comportamento da troll. Tra queste non sono da trascurare il design stesso della piattaforma e le norme a cui attenersi: la frustrazione dovuta a una interfaccia utente poveramente progettata, la lentezza della stessa o l’impossibilità di pentirsi eliminando un commento inserito a caldo possono favorire l’insorgere di troll.

A che servono tanti followers quando puoi portarli su un social tutto tuo? Il caso Taylor Swift

Taylor Swift ha qualcosa di “pretty awesome” per tutti i suoi fan, e non si tratta di un nuovo singolo, un’anteprima di un video, una data inaspettata. Anzi, in qualche modo si tratta della somma di tutte queste cose, più la possibilità di avere un contatto diretto e speciale con lei: insomma, stanca dei social media, Taylor, insieme a Glu Mobile, ha deciso di crearne uno tutto suo. Benvenuti in Swift Life.

La nuova frontiera dei social personali

Che cosa succede su un social media creato per una star e a lei dedicato? Innanzitutto si può interagire con lei attraverso contenuti esclusivi, cosa di cui il video stesso di presentazione da un assaggio. Nel video promozionale, infatti, è la stessa Taylor che annuncia la grande news attraverso un selfie-video in bianco e nero, dando da subito l’idea di intimità esclusiva.

Inoltre, gli iscritti a Swift Life, portando interagire tra di loro condividendo contenuti personali, come su qualunque social, avendo però la speranza effettiva che Taylor possa notarli, commentare, interessarsi a loro. E ovviamente potranno esprimere tutta la loro gamma di emozioni attraverso esclusive “Taymojis“, le emoticons personalizzate.

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LEGGI ANCHE: Neanche immagini quanti dati produci (e quanto valgono)

Molti se lo aspettavano

Ma cosa vuol dire tutto questo in termini di business? Non è una mossa che arriva inaspettata, ma preparata da una serie di gesti che andavano nella stessa direzione. In particolare la pop star  si è rivelata molto attenta nel connettere in modo anche diretto con i fan, commentando i loro feed o presentandosi in modo inaspettato nei loro live stream.

E Nick Ear, CEO di Glu Mobile, ha appunto raccontato di come “il risultato ottenuto [sia] un ambiente social in cui Taylor e i suoi fan possono comunicare meglio, esprimendosi in una community interattiva”.

Questo nuovo legame tra la star e i comuni mortali può tuttavia portare a nuove possibilità di business, anche se le specifiche dell’app Swift Life, in questo campo, non sono ancora state indicate. È possibile e probabile, però, che gli iscritti al social possano avere accesso per primi a biglietti per i concerti, a gadget limitati, possibilità di ordinare per primi un album. Infinite nuove possibilità in un  mondo tutto Swift.

Some real tough questions I had for Olivia.

Un post condiviso da Taylor Swift (@taylorswift) in data: 7 Set 2017 alle ore 08:05 PDT

Del resto Taylor Swift non è la prima star a scegliere la via dell’indipendenza rispetto a quella dell’allontanamento dai social media. Il precursore dei precursori è Jay-Z, che nel 2015, per non doversi piegare a Spotify, ha lanciato Tidal, il primo servizio di streaming musicale posseduto da un artista e che ha da subito usato come asso nella manica la possibilità di avere accesso a materiale esclusivo in anteprima,  come “Lemonade” di Beyoncé.

Taylor Swift insomma non è sola, e anzi potrebbe aver inaugurato un nuovo modo di vivere la relazione con il proprio VIP preferito. Certo, possedere un social network non è da tutti: ma se pensiamo che ci sono attori di Hollywood che hanno un Boeing 747 in giardino, perché non credere che presto ognuno si possa realizzare il proprio ambiente digitale esclusivo?

Vi fareste guidare da un aspirapolvere? E da Mark Zuckerberg? Benvenuti nelle ultime frontiere della guida autonoma!

Cosa c’entrano davvero Facebook e Dyson (sì, quelli degli aspirapolvere) con l’automotive?

Se uno dei top player nel mondo degli aspirapolvere annunciasse:

“Abbiamo 2.7 miliardi di dollari da investire per costruire un’auto elettrica!”

Tu, a cosa penseresti? Io, a prima vista, ad un gran bel pesce d’Aprile (in anticipo)!

Se poi Sheryl Sandberg, COO di Facebook, tenesse un keynote prima di Angela Merkel al Salone dell’Auto di Francoforte… beh, potremmo essere in qualche puntata di Scherzi a Parte senza nemmeno sfigurare. Invece… è tutto vero!

Anche Dyson farà automobili

Con un post su Twitter, James Dyson, l’uomo che nel 1978, dopo 5.127 prototipi, inventò il primo aspirapolvere senza sacchetto al mondo, ha annunciato di essere al lavoro su un’auto elettrica di segmento premium, che sarà venduta a partire dal 2020.

Dopo aver tentato invano di risolvere il problema dell’inquinamento da particolato e avendo sviluppato delle batterie ad alta capacità ed innovativo utilizzo dell’energia, Dyson ha annunciato di essere al lavoro su una vettura elettrica per la quale non darà ulteriori dettagli (data l’estrema competitività del mondo automotive) ma che impiega attualmente 400 ingegneri, con l’idea di assumerne molti altri in breve tempo.

Sempre sul tema auto e mondo tech, al Salone dell’Auto di Francoforte Sheryl Sandberg ha tenuto un keynote speech durante la cerimonia di apertura.

Ti faresti guidare da un aspirapolvere? E da Mark Zuckerberg? Benvenuti nel futuro del mondo delle auto

“No, non svilupperemo un’auto a guida autonoma, siamo gli unici nella (Silicon) Valley a non produrne una.”

Ha esordito il COO di Facebook, smorzando immediatamente ogni possibile speculazione a riguardo. Piuttosto, l’interesse di Facebook è quello di portare al centro del mondo automotive i “consumatori connessi“.

Questo perché, con la mole di advertising utilizzata sulla piattaforma e la profilazione degli utenti, l’azienda di Palo Alto ha evidenziato come la rincorsa all’auto autonoma ha portato fino ad ora i giganti dell’automotive a pensare più all’auto connessa che ai consumatori che la guideranno – al momento decisamente più connessi tra loro grazie ai social.

Consumatori che già ora affrontano, ad esempio, il processo dell’acquisto di una nuova auto direttamente online e, solo successivamente, dal concessionario.

LEGGI ANCHE: Un report Google rivela cosa ci influenza di più quando compriamo un’auto

Cosa accadrebbe se tutta questa mole di dati che Facebook possiede fosse combinata, ad esempio, con un Car Configurator? Potrebbe anticipare o persino creare da zero il veicolo ideale e taylor made per ognuno, come un SUV con due grandi sedili posteriori per i bambini e lo spazio necessario per la tavola da snow board, in base alle fotografie di un weekend invernale!

Oppure implementare nuove idee che, inevitabilmente, si svilupperanno una volta che l’auto autonoma sarà realtà. Con più tempo a disposizione mentre non sei alla guida e con le mani libere, cosa ti impedisce di avere un salotto all’interno dell’auto, magari con la tua rivista online preferita pronta ad accoglierti?

Ti faresti guidare da un aspirapolvere? E da Mark Zuckerberg? Benvenuti nelle ultime frontiere dell'auto elettrica e autonoma

The Renault Symbioz electric concept car. Photograph: Armando Babani/EPA. Source: theguardian.com

Hardware contro software, o insieme

Quello di Dyson e di Facebook sono due approcci completamente opposti, che vanno però verso una direzione comune: il futuro dell’automobile.

Dyson parte da un’esigenza hardware, dato che non esiste (al momento) una vera alternativa senza punti deboli all’annunciato declino dell’auto a combustione fossile. Questo nonostante le vendite di auto plug-in (ibride più elettriche) stiano rapidamente crescendo rispetto agli anni precedenti:

Ti faresti guidare da un aspirapolvere? E da Mark Zuckerberg? Benvenuti nel futuro del mondo delle auto

Source: ev-volumes.com

I veicoli plug-in sono più che triplicati dal 2013 ad oggi e continuando con questo tasso di crescita, si stima che nel 2030 ben 8 auto su 10 saranno elettriche o ibride. Un’enormità rispetto alla situazione attuale, che posiziona questo tipo di auto a poco più dell’1% del market share globale, ma che è in rapida crescita e, secondo un report di McKinsey, genererà un business di 750 milioni di dollari sempre entro il 2030.

Ti faresti guidare da un aspirapolvere? E da Mark Zuckerberg? Benvenuti nel futuro del mondo delle auto

… e Facebook gli algoritmi e la user experience

Facebook non è, notoriamente, un produttore hardware e quindi sta guardando oltre, legando l’Autonomous Driving all’esperienza a 360 gradi dei guidatori e dei passeggeri dell’automobile. L’esperienza di Facebook non si limita infatti ai social: con l’acquisizione di Oculus, il team di Zuckerberg ha dimostrato di credere nella Realtà Virtuale e Aumentata per abilitare un nuovo tipo di interazioni sociali.

Cosa succederà infatti quando chi salirà sull’auto porterà a bordo i propri devices? Avrà molti altri modi di interagire, non essendo più impegnato nella guida della propria vettura e la Realtà Aumentata potrebbe rappresentare un nuovo paradigma.

Il tutto non si fermerà qui: dalle parole della Sandberg infatti, si capisce come l’Intelligenza Sistemica di Facebook potrà rappresentare un supporto alle soluzioni hardware dei costruttori. Magari coinvolgendo i futuri guidatori nella progettazione dei veicoli, a partire dal Day 1.
Oppure processando la realtà durante la guida, esattamente come viene fatto attualmente con le fotografie e i video presenti sul social, aprendo nuove interessanti soluzioni in tema di sicurezza, advertising ed interazione.

Del resto, le auto autonome saranno dotate di molte telecamere e sensori, profondamente connessi.
Che Facebook possa rappresentare il motore della futura Intelligenza Artificiale dell’Autonomous Driving, e che, magari, possa salire a bordo ed essere il cuore pulsante dei costruttori, proprio come Dyson?