Il successo di Futuracha pro, il font che raccolto oltre 70.000 dollari su Indiegogo

Era il 2012, quando entrava in scena un font particolare, eccentrico, con linee svolazzanti in stile Art déco, i suoi glifi sontuosi, un pò english style, che ci riportano al film di Baz Luhrmann, Il Grande Gatsby. Stiamo parlando del font Futuracha, ideato da uno studio di design di Atene, Holy. Appena uscito, ottenne un’enorme successo, sarà stata la sua linea ellenica, con quel suo aspetto così astratto per un occhio occidentale; Futuracha fu scaricato più di 250 mila volte ed utilizzato ovunque, per manifesti, loghi, riviste e richiesto anche come font per tatuaggi.

Ma proprio la sua stravaganza lo limitava ad andare d’accordo con pochi software, non concepito per testi troppo lunghi, che non andassero oltre il titolo o ad un logotipo. La sfida dello studio Holy è stata proprio quella di andare oltre, cercare di adattarlo ad ogni sorta di testo e proprio come afferma il suo disegnatore, Odysseas Galinos Paparounis, l’obiettivo è quello di renderlo il più semplice possibile, impiegando numerose varianti di lettere e glifi e facendo in modo che ogni lettera posso adattarsi alla precedente e alla successiva, una sorta di carattere mutante! Futuracha pro, la nuova versione, ha raccolto ben 70 mila dollari su Indiegogo, attuando una campagna di crowdfunding eccezionale, se ci relazioniamo all’ambito tipografico, un traguardo ampiamente superato, se teniamo presente che la somma da raggiungere immaginata dallo studio ateniese, si aggirava intorno ai 4 mila dollari

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Che il crowdfunding sia un nuovo strumento utile ed efficace per finanziare e sostenere idee e progetti anche in campo tipografico? Vedremo, ma possiamo certamente dire che la sfida avviata da Futuracha pro è stata vinta e anche con successo!

Baby boomer, X, Y e Z: generazioni a confronto e dove trovarle

Essere nati in un determinato periodo storico significa subire l’influenza di tutti gli avvenimenti che lo caratterizzano – film cult, usanze, valori e trend. Per questo le generazioni sono così profondamente diverse tra loro, anche nel modo di comunicare. Ma cosa succede a metterle a confronto?

Ci ha pensato Barclays insieme all’Università di Liverpool, che ha “inscatolato” 5 diverse profili, andando a fotografare tutte le sfumature di quelle che sono le generazioni che oggi abitano il nostro pianeta. I dati, realizzati su un database che si riferisce in particolare al Regno Unito, possono essere utili per capire dove nascano le differenze che ogni profilo presenta. I dati sono stati riassunti in una tabella, che in maniera semplice e intuitiva fa emergere con forza il processo evolutivo del consumatore.

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Entriamo nel dettaglio, andando a scoprire ognuna delle generazioni citate.

I Senior (- 1945)

Epoca: Guerre Mondiali, Rock’n’roll, pari opportunità tra i generi.
Segni distintivi: Ligi alle regole – andavano in guerra per difendere il proprio Paese, lavoravano per vivere, si sposavano per tradizione.
Media del cuore: Lettera.
Come comunicano e dove trovarli: Comunicano oralmente – nelle sale d’aspetto del medico di base, nei corridoi del supermercato o in piazza. Sono gli unici a guardare ancora ai vecchi media con occhi sognanti, a godere dell’evoluzione del telefono fisso che diventa cordless, della TV via satellite che viene sostituita dal digitale terrestre. Credono incondizionatamente a ciò che viene sciorinato dai presentatori televisivi e dai giornalisti, ascoltano la radio, e sono anche gli unici a pagare con ragion di causa il canone Rai.
Social behaviour: Tuttavia, c’è anche buona parte di loro che si è sforzato di rimanere al passo con i tempi, ha un computer e un account Facebook – dove comunica con i propri parenti scrivendo direttamente sulla loro bacheca pubblica.

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Nonostante quanto si possa pensare, gli over 65 diventano sempre più social e questo non può passare inosservato alle aziende. Certo, non rappresentando una fetta considerevole della torta, molti esperti di marketing non li considerano nelle loro strategie, tuttavia negli ultimi quattro anni la percentuale di maturi presenti sui social network – in particolare su Facebook – si è triplicata negli Stati Uniti. Dal dodicesimo rapporto Censis-Ucsi sulla comunicazione del marzo 2015, il 14,3% degli over 65 italiani è iscritto a Facebook e il 6,6% usa anche Youtube. Non parliamo di grandi numeri ma, in ogni caso, tutto ciò che è diverso da 0 merita di essere analizzato. Del resto, ci sono pagine dedicate ai fruitori della terza età – su tutte, Senior Italia Federanziani – e qualcuno ha pensato anche di dedicargli un intero social network, SpecialAge. Gli ideatori di SpecialAge hanno una mission ben precisa: “migliorare l’esistenza delle persone e di accompagnarle nella loro vita quotidiana. […] Il nostro social network ha molteplici finalità sociali. Uno studio condotto in alcune residenze sanitarie ha dimostrato che gli anziani che si collegano quotidianamente a un social network per un’ora al giorno ricevono un effetto benefico sulla memoria e hanno la vita allungata”.
Secondo una ricerca condotta dall’Università della Pennsylvania, pubblicata sulla rivista Computers in Human Behaviours, le principali motivazioni per le quali i senior si avvicinano sempre di più ai social network si riassumono in: mantenere integre le reti sociali e quindi combattere la solitudine, costruire nuovi rapporti, seguire il percorso di crescita dei propri figli e nipoti, che sostengono attraverso like e condivisioni.

I Baby Boomer (1945-1960)

Epoca: Boom economico e demografico, rivoluzioni e femminismo, cultura Hippie e Festival di Woodstock.
Segni distintivi: Ribelli, politicamente e civilmente impegnati – cresciuti in un periodo di transizione e prosperità, credono fermamente nella lotta per i propri diritti.
Ritratto cinematografico: La dolce vita (Federico Fellini, 1960) – specchio di una società che si stava emancipando e liberando dal bigottismo dei propri padri.
Media del cuore: Televisione.
Come comunicano e dove trovarli: Continuano a prediligere la comunicazione face-to-face. La maggior parte di loro occupano tutt’oggi posizioni di prestigio, cariche manageriali e di direzione delle aziende: allo scrivere e-mail preferiscono il confronto telefonico e le riunioni.
Social Behaviour: Sono su Facebook, ma non tutti ne padroneggiano davvero il linguaggio, pertanto il loro comportamento online è perlopiù silente o voyeuristico. Sono molto concreti, pertanto la fluidità dei nuovi media talvolta li destabilizza.

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Da un interessante studio condotto dall’agenzia Sprout Social emerge che Facebook rappresenta la piattaforma social privilegiata dai baby boomer (65,2%), quanto dai loro “figli” della Generazione X (64,7%). Sono, invece, totalmente assenti da Instagram e Snapchat, che si confermano i social network per Millennials per eccellenza. Per quanto riguarda la comunicazione pubblicitaria, anche i baby boomer seguono i brand su Facebook e, seppur non vi interagiscano molto (c.ca il 14% lo fa), l’immagine social del brand risulta un fattore cruciale per decidere se diventarne consumatori. Alla luce di questi dati, se la matematica non è un’opinione, i baby boomer hanno tutti i numeri in regola per essere considerati nelle strategie di web marketing delle aziende. Senza tralasciare il fatto che sono ancora oggi la generazione con il più alto potere d’acquisto. Nonostante siano ormai in età pensionistica, gli appartenenti a questa generazione non ammettono di essere considerati “vecchi”: sono ancora intenzionati a vivere appieno la loro vita, godendosi la pensione in modo attivo (viaggiando, coltivando i propri hobby, comprandosi la moto) e non passivo, come una volta.
Pertanto, la strategia giusta per comunicare con loro si articola in due parole chiave: concretezza e intuitività. Come già detto, i baby boomer sono, per loro natura, delle persone molto concrete, per questo una tattica vincente è quella di mostrare – senza troppi arzigogoli – quali sono i plus del prodotto o servizio che vogliamo vendergli. Sono abituati alle televendite perciò, se siamo abbastanza convincenti (e se lo è ancora Mastrota dopo anni di “ultime ore di sconto”, possiamo esserlo anche noi), saranno pronti a pagare qualsiasi prezzo, o quasi. Tuttavia, bisogna sempre privilegiare un sistema di contatto e acquisto facile e sicuro: ai baby boomer non interessano interfacce particolarmente elaborate a livello grafico, e sono i più inclini al click sul banner becero, poiché hanno vissuto l’avvento di Internet in età adulta, hanno avuto un primo contatto con pop-up, chat e forum, e vi sono rimasti affezionati.

Generazione X (1961-1980)

Epoca: Crollo del Muro di Berlino, Andy Warhol e la Pop Art, consumismo.
Segni distintivi: X – perdenti compiaciuti, apatici, precari, in bilico fra l’affermazione di sé e l’autodistruzione (uno dei più grandi miti di quell’epoca era Kurt Cobain). La X deriva da Generation X, romanzo di Doug Copland, il primo ad aver azzardato un ritratto della generazione più sottovalutata di sempre, in particolare da quei baby boomer che avevano vissuto appieno il Sogno Americano, lasciando ai propri figli quel che ne rimaneva. Ne Il Capitale Umano di Paolo Virzì c’è un passaggio emblematico in questo senso: “Vi vogliamo bene, vi vogliamo vincenti, vi vogliamo felici, abbiamo fatto tutto questo per il vostro bene, siamo i genitori migliori del mondo, per voi ci siamo giocati tutto … anche il vostro futuro”.
Ritratto cinematografico: Arancia Meccanica (Stanley Kubrick, 1971) – il pessimismo, il terrorismo e la sospensione di una moralità vecchio stampo iniziano a insinuarsi nella società.
Media del cuore: Personal Computer.
Come comunicano e dove trovarli: tramite email e sms. Sono stati pionieri delle prime grandi rivoluzioni tecnologiche in termini di comunicazione: i media iniziano ad alleggerirsi, a divenire sempre più personal (walkman, PC, cellulare), si passa da un modello comunicativo prettamente informativo all’intrattenimento puro, fatto di videogame, sale giochi e cartoni animati.
Social Behaviour: Sono i più social di tutti (anche dei Millennials) – pionieri dei selfie, del sexting e delle chat di gruppo. Hanno creato Google, Yahoo! e hanno spianato la strada ai loro successori, i nativi digitali.

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Da una ricerca condotta da Nielsen emerge che sono proprio gli appartenenti alla Generazione X quelli che passano più tempo sui social: circa 7 ore a settimana su Facebook, quasi un’ora in più dei Millennials. Sono dei fruitori consapevoli: vanno alla ricerca di informazioni utili, sconti e scelgono quali prodotti acquistare solo dopo aver consultato recensioni e opinioni di chi ne è già un consumatore.
Per la Generazione X, produttività e personalizzazione sono al primo posto: sono i primi ad essere entrati in contatto con la democratizzazione di Internet, e hanno fin da subito apprezzato il considerevole aumento dell’efficienza (in attività come la scrittura o la stampa casalinga dei propri documenti) e la possibilità di costruirsi ambienti virtuali (o avatar) a propria immagine e somiglianza. Oltre a Facebook, i Gen X sono anche molto presenti su Twitter, sanno usare discretamente il computer, hanno interiorizzato e sanno sfruttare le principali dinamiche social, seppur rimangono restii nella sperimentazione di nuovi formati (es. Snapchat).

Generazione Y (1981-1995) aka Millennials

Epoca: Attentato del 11/09, Reality Show, Social Media.
Segni distintivi: Narcisi, ricettivi e viziati. Sono la generazione del we, more, now: caratterizzati da una forte propensione al networking e all’interazione, sempre più esigenti e ambiziosi, esercitano il proprio potere di scelta su ogni cosa – vogliono essere loro a scegliere cosa guardare in TV (streaming, Netflix), quali news leggere, quale musica ascoltare (Spotify), in quali persone identificarsi (influencer) – e prediligono lo storytelling all’autorevolezza.
Ritratto cinematografico: The Truman Show (Peter Weir, 1998) – tutto è liquido e precario, a partire dalla labilità del confine tra finzione e realtà.
Media del cuore: Smartphone e tablet.
Come comunicano e dove trovarli: Comunicano attraverso i social network, condividendo contenuti di valore (fotografie e video), taggando altre persone, alla ricerca spasmodica di like, commenti, reaction. Credono fermamente nella sharing economy, non si arrendono alla precarietà lavorativa ma cercano nuove opportunità all’estero, o diventando imprenditori di startup dal cuore digitale.
Social Behaviour: sono sempre connessi, attivi, interagiscono con i brand (Facebook), con gli Influencer e le vecchie celebs (Instagram) e con i programmi televisivi (Twitter); danno opinioni, lasciano recensioni e sperimentano nuovi formati per comunicare in modo sempre più creativo, innovativo e visuale.

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La vita dei Millennials si svolge online, quotidianamente. Apprezzano un umorismo irriverente, l’istantaneità e la dinamicità: amano il real time, per questo i social mariterei mantengono antenne alzatissime, per poter cogliere prima di altri il trend del momento e cavalcarlo nel modo più wow e unconventional possibile. I messaggi pubblicitari tradizionali non hanno più influenza sui Millennials, i quali sanno bene come funziona la comunicazione a scopo promozionale e accettano il compromesso di farsi “catturare” solo se il messaggio li soddisfa da un punto di vista visivo e di racconto. Il 75% dei Millennials si connette con lo smartphone, per questo prediligono messaggi snelli, istantanei (messaggi da 140 caratteri, video brevi e d’impatto); sono multitasking, guardano la televisione mentre scorrono tra i post presenti nel proprio feed di notizie di Facebook, o mentre si intrattengono in conversazioni di vario genere nei gruppi di WhatsApp. Per questo guadagnarsi la loro attenzione è sempre più difficile.
I social media sono il loro palcoscenico e sanno bene come fare personal branding, partendo da selfie inquinati da filtri o maschere (Snapchat Lenses). Per loro l’apparenza è tutto: pertanto, risulta fondamentale curare nel minimo dettaglio la user experience dei siti che gli si vuole destinare.
I Millennials sono ovunque, in particolare su Facebook, Instagram e Youtube, canale principe in cui cercano intrattenimento. Per fare breccia nel loro cuore digitale, le aziende devono saperli intrattenere ma soprattutto coinvolgere da pari a pari; devono parlare la loro lingua, articolata in GIF ed emoji, dimostrarsi al passo con i tempi e all’altezza delle loro aspettative.

Generazione Z (1995 – )

Epoca: Crisi economica, evoluzione tecnologica.
Segni distintivi: Sono iperconnessi e multimediali di nascita, prima generazione mobile-first, totalmente immersi in una dimensione visuale.
Media del cuore: Spectacles di Snapchat, Samsung Gear VR, …
Come comunicano e dove trovarli: Su Instagram, Snapchat, Youtube ma anche Musical.ly per i più giovani. Comunicano attraverso immagini, video, sempre più d’impatto, personalizzati e creativi.
Social Behaviour: Non si limitano a condividere contenuti, ma li creano.

Non sono fedeli ai brand, lasciano costantemente feedback e recensioni, naturalmente votati all’e-commerce e impazienti – cercano servizi che riducano il più possibile l’attesa (Amazon Prime). Sono loro i clienti del futuro, che nel 2020 costituirà il 40% dei consumatori. La loro soglia di attenzione media è di 8 secondi: bombardati costantemente da ogni tipo di messaggio commerciale, hanno sviluppato un’innata capacità di percezione e analisi preventiva dell’informazione – ovviamente se è solo testuale non viene neanche considerata. Gli ingredienti fondamentali per raggiungere questo target sono: comunicazione per immagini (impatto visivo), immediatezza (non prendono in considerazioni messaggi prolissi), alimentare la loro curiosità e consentire una piena customizzazione.
Infine: vogliono essere sempre loro a dettare le regole del gioco.

LEGGI ANCHE: 5 archetipi da social network: come riconoscerli e riconoscersi.

I migliori account social del mondo banking, secondo Blogmeter

Blogmeter pubblica anche per questo mese la Top Brands on social media, il report sui brand che svolgono la migliore attività sui social network. Nel mese di marzo si sono analizzati i profili appartenenti al mondo bancario che hanno lavorato meglio sui propri account Facebook e Twitter per accrescere la propria fan base, o che sono riuscite a coinvolgere il proprio pubblico rispetto ad iniziative e offerte promosse.

Facebook

Facebook si attesta essere il social che i più grandi brand del mondo bancario prediligono per comunicare offerte, partnership e iniziative.
Nella Top five degli account che hanno ottenuto un alto tasso di engagement si posizionano banche di diverso genere.
Al primo posto svetta Postepay che, solo a marzo raggiunge più di 30.000 interazioni, anche grazie all’iniziativa Postepay Sound, che permette ai clienti di acquistare biglietti per concerti e festival usufruendo di uno sconto del 18%. Sulla pagina Facebook i post più coinvolgenti e con maggiori interazioni sono quelli che hanno promosso i concerti di Ed Sheeran, Carmen Consoli e il duo J-Ax & Fedez.

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Al secondo posto si posiziona Banca Mediolanum che mette in atto una content strategy incentrata sulla partecipazione dei propri responsabili ad eventi o trasmissioni, come l’intervento del Direttore Marketing, Comunicazione & innovazione Oscar Di Montigny all’’International Journalism Festival di Perugia o quella del Direttore Generale Gestione Fondi alla trasmissione di Class CNBC in occasione dell’Investment Week. Una comunicazione che mette al centro della propria strategia i professionisti della banca, rendendoli quasi dei veri e propri testimonial. Un ‘ci metto la faccia’ ben riuscito, in grado di avvicinare i propri utenti/fan e coinvolgerli in maniera efficace.

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Segue BPER Banca, che si fa sponsor del Premio Strega Ragazze e Ragazzi, il quale viene assegnato a libri di narrativa per ragazzi pubblicati in Italia: la banca è anche protagonista alla Fiera del Libro di Bologna, il più importante evento fieristico di settore a livello internazionale.

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CheBanca! riesce a guadagnarsi il quarto posto in classifica, proponendosi sui social come ‘The Human Digital Bank”. In un post in particolare invita i suoi clienti ad interagire attraverso i canali social per dialogare con la banca. Non a caso nel 2016, per il quarto anno consecutivo, è stata eletta Miglior Banca Digitale per livello di soddisfazione dei clienti. Ai tempi della comunicazione 2.0 puntare sul social care si conferma essere una strategia vincente.

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Chiude la classifica Unicredit Italia, molto attiva a marzo con una media di 2,6 post al giorno e un piano editoriale ben curato, che punta a mettere in risalto promozioni, nuovi prodotti e consigli.

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In termini di acquisizione di nuovi follower, svetta per l’attività svolta sui social Credem Banca,  che ha implementato la propria fan base di più di 10.000 nuovi fan. Un buon successo, in particolare, è stato registrato con la promozione dell’offerta “Raccolta Punti C-LIFE”, un servizio che offre ai suoi clienti la possibilità di accumulare dei punti ad ogni utilizzo dei prodotti Credem.

Seguono BPERBanca con 9.000 nuovi followers e Cartasi, che punta molto su contenuti promozionali come l’offerta #Smartsì, nata dalla partnership con brand consolidati quali Fiorella Rubino ed Elena Mirò, o con il programma fedeltà #Iosi, che premia gli acquisti fatti con la carta di credito, anche online.

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Al quarto posto UBI Banca registra una crescita costante della propria community di Facebook, puntando su contenuti molto diversificati che non disdegnano una comunicazione ironica, come quella che viene fatta con “I consigli di Zia Prudenza”.

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Last but not least, ancora Postepay, che cresce anche se in misura minore rispetto alle altre menzionate, ma del resto vanta sempre il primo posto in termini di capacità di coinvolgere i suoi fan.

Twitter

La ricerca di Blogmeter continua spaziando nel mondo dei 140 caratteri. Se i brand analizzati sono i migliori in termini di comunicazione sulle pagine Facebook, lo sono altrettanto su Twitter? Cosa riescono a comunicare meglio in 140 caratteri?
Ovviamente la natura del social è completamente diversa da quella di Facebook, tanto che anche gli ambiti in cui si riesce a coinvolgere maggiormente gli utenti non sono gli stessi.

Ciò che sembra spingere e far ottenere un migliore engagement e una crescita dei follower sono gli eventi, in occasione dei quali l’attività del live tweeting regna sovrana.
L’account Twitter che riesce meglio in questa attività è quello di Intesa Sanpaolo, con più di 4.000 interazioni registrate soprattutto durante #SharingItaly, l’evento svoltosi a Torino che ha visto la partecipazione di imprenditori, ricercatori e ospiti internazionali impegnati a trovare soluzioni concrete per sviluppare il futuro economico e imprenditoriale del Paese.

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Al secondo posto Banca Popolare Etica, che utilizza Twitter per interagire durante le partecipazioni a conferenze e presentazioni di report o libri. Il picco del coinvolgimento e delle interazioni con i suoi follower è avvenuto durante la partecipazione a “Fà la cosa giusta!”, la prima e la più grande fiera nazionale del consumo critico e stili di vita sostenibili.

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Seguono Poste Italiane, che ha registrato un buon numero di interazioni, in particolare con i suoi tweet per la Festa della Donna e Unicredit che, proprio a marzo, ha curato il lancio diApple Pay, la nuova modalità che permette di pagare con le carte UniCredit in modo semplice e veloce direttamente dai dispositivi Apple.

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 Al quinto posto a chiudere la classifica, troviamo Widiba che riesce a ottenere un ottimo feedback con un tweet sulla sciatrice Sofia Goggia durante le finali di Coppa del Mondo di sci alpino o promuovendo la sua partecipazione all’evento #forumabilab, patrocinato dall’Agenzia per l’Italia Digitale.

CartaSi, che comunica ottimamente la nuova offerta #SmartSi, raggiungendo così un ampio pubblico, anche in considerazione della scelta del Gruppo Miroglio di puntare sulla cantautrice Noemi per promuovere la nuova collezione di Fiorella Rubino.

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Tutti i dati della ricerca sono riassunti in un’infografica: maggiori informazioni è comunque possibile richiederle direttamente a BlogMeter.

E voi, amici lettori, seguite l’attività di qualche banca sui social network? Che ne pensate? Diteci la vostra sulla nostra pagina Facebook e su Linkedin!

Come stampa e storytelling hanno costruito il falso mito di The Startup

The Startup è un film sulla sua vita, ma Matteo Achilli può vantare anche un corto animato che lo vede come protagonista e la consacrazione come Italian Zuckerberg dalla stampa internazionale, senza dimenticare il libro su di lui in uscita per Rizzoli.

Ma allora perché la maggior parte degli italiani non lo aveva mai sentito nominare?

Ho visto Matteo Achili ospite nella trasmissione Che Tempo Che Fa condotta da Fabio Fazio, ieri sera, assieme a Luca Barbareschi, il produttore del film.

Sarebbe stato inutile aspettarsi una mitragliata di domande scomode ad Achilli e alla produzione quando il film è pesantemente dentro l’occhio del ciclone.

Matteo Achilli entra in scena come comprimario a pochi minuti dalla fine dell’intervista a Luca Barbareschi, nervoso e rigido, le sue mani sfregano freneticamente l’una contro l’altra. Barbareschi è sciolto, paternalistico. Come sempre nessun chiarimento, tutti i riferimenti vengono sposati sull’idea del ragazzo di successo e sulla bella storia che andava raccontata. Perché?

Perché, sappiatelo, Matteo è un esempio da seguire per i giovani italiani. Si parla di valori importanti, non precisamente definiti. E infatti, su Twitter…

A monte di tutto, la rivoluzione Egomnia è stata citata non più di un paio di volte.

Chi è Matteo Achilli?

Interviste, interventi e menzioni su media di altissimo profilo e da parte di very big del settore Tech. Ci sono e sono tanti.

Anders Nilsson, direttore della divisione Developer and Platform Evangelism di Microsoft ha dichiarato alla BBC che Matteo Achilli è il tipo di imprenditore che piace all’azienda creata da Bill Gates e che Egomnia va accelerata perché dotata di un gran potenziale.

Tutti parlano di lui: evangelist e haters, addetti del settore e wannabe, anche chi l’ha incrociato per caso in strada o in aereo, generando un chiacchiericcio, un buzz considerevole a tutto vantaggio della promozione cinematografica e della “mitologia achilliana”.

Ed è qui che sta il punto: non c’è niente di vero? Si tratta solo di un efficacissimo storytelling con effetti virali?

La startup milionaria con utili da 5.500 euro

Come si fa a spostare su di sé l’attenzione globale? Basta metterci la faccia e gonfiare qualche numero per attirare sponsor e partnership? Ovviamente no.

Egomnia non è la grande rivoluzione che il film propone: Alessandro Palmisano ha pubblicato un’analisi completa della sua esperienza su Egomnia basata sulle ricerche delle figure professionali evidenziandone la scarsa rilevanza. Come può valere un miliardo di dollari?

Il punto è che non è il social network ad essere venduto; si tratta di un personal branding estremo e metodico:  un aspetto pulito e curato, validi argomenti, la giusta dose di entusiasmo giovanile. Ah, non dimentichiamo la grande idea da miliardi di euro per diventare un Unicorno.

Ci sono tutti gli ingredienti del fascino, perché parliamo di una vera e propria fascinazione mediatica, ai limiti dell’ipnosi: Achilli è presente su qualunque canale tv, su La7 in più occasioni, ma anche su RAI 3 ad Agorà e su Canale 5 con Matrix. Ci sono servizi e interviste del TG1 e TG3.

Gli operatori del settore media che hanno dato spazio al fenomeno mediatico Matteo Achilli sono quindi tanti ed è sconvolgente pensare che nessuno abbia controllato se i numeri di Egomnia corrispondessero al vero o meno.

Il successo mediatico si concretizza anche nelle partecipazioni in contesti di prestigio più legati al mondo del digitale: Achilli partecipa al Tech Crunch Italy nel 2013 e a ben tre edizioni di TEDx, precisamente Ca’ Foscari, Bologna ed Esade.

Anche qui nessun fact-checking, apparizione dopo apparizione, così come nella trama del film, Achilli diventa un po’ più eroe: ora è l’italiano che è rimasto mentre tutti vanno via, altre volte quello che ce l’ha fatta da solo, senza l’aiuto delle banche. Matteo si autoproclama eroe in una trama scritta da se stesso e tutti i media gli stanno dietro.

The Zuckerberg effect

Matteo Achilli è lo Zuckerberg italiano? No di certo: qualunque accostamento dell’esperienza Facebook al prodotto Egomnia è ingeneroso per il career-focused social network (una sorta di LinkedIn all’italiana) ma lo sarebbe praticamente per chiunque.

Il successo di Egomnia è stato raccontato molte, molte volte. E da lì ripreso, ogni volta più amplificato da un racconto precedente.

Matteo Achilli ha raccontato, raccontato e raccontato ancora la sua storia, fino a trasformarla in un film. Oppure è successo il contrario?

La storia dentro la storia inizia da una copertina di Panorama Economy, pubblicata nel maggio 2012, che ha incoronato ufficialmente il nostro Matteo col blasone di Italian Zuckerberg. Qui inizia il film.

Matteo Achilli italian-zuck

Le fonti straniere che hanno intervistato e parlato con il founder di Egomnia hanno citato spesso la copertina che ha creato la notizia, il personaggio, un canovaccio di trama e uno spunto su cui raccontare ancora una volta. A volte si riferiscono, genericamente, ad un magazine italiano.

Perché se la libertà di stampa è un valore da tutelare con ogni mezzo, presumere che la notizia pubblicata su una testata autorevole di un altro Paese sia stata sottoposta a fact-checking è sacrosanto.

I veri numeri di Egomnia

Ormai lo sanno quasi tutti, anche grazie ad alcuni opinion leader del settore come Marco Camisani Calzolari: Egomnia ha fatturato poco più di 300.000 euro nel 2015, con un utile netto di 5.500 euro.

Ecco i dati estrapolati dal blog di Alessandro Palmisano in un post su Egomnia. Secondo l’ultimo bilancio pubblicato, datato 2015, Egomnia ha fatturato qualcosa come poco più di 300.000 euro, con i seguenti costi:

– Costo del personale: sotto € 12.000
– Margine Operativo Lordo: circa € 11.000
– Debiti: circa € 120.000
– Utile netto: € 5.500

Ti sembra abbastanza per meritarsi un film sulla sua vita di successo? Guarda invece cosa aveva dichiarato a Corriere.tv.

Se questo approccio dogmatico e superficiale alla notizia è così evidente e diffuso, viene da chiedersi quanto spesso accada anche in altri contesti. E quanto sia pericoloso.

Possibile che si tratti di ingenuità e superficialità?

Sembra che il caso Egomnia sia un prodotto dei media, adeguatamente sponsorizzato, perfettamente costruito step dopo step, e infilato a forza di spot nell’immaginario collettivo della leggenda.

Sì, perché a fare da contraltare all’esaltazione di Matteo Achilli a colpi di copertine patinate c’è il web, che ha dimostrato disapprovazione forte e decisa nei confronti di un modello che, semplicemente, non esiste.

Augusto Coppola si domanda, in un post su Facebook, come sia possibile che una startup con una tale esposizione mediatica possa generare numeri così piccoli.

La banalizzazione nel film The Startup

Quasi tutto il mondo digitale è schierato contro il fondatore di Egomnia: qualcuno arriva a definirlo un imbroglione, altri accusano il film The Startup di danneggiare l’intero sistema del digitale.

Ma questo vuol dire vederlo davvero grande, Matteo Achilli, e contribuire alla sua idea di grandezza nell’essere determinante all’interno di un settore.

Non credo che una storia, una startup o un film possano danneggiare seriamente un ecosistema che in Italia vivacchia, ben lontano dall’idea anglosassone di azienda. I problemi dell’innovazione e del digitale non si chiamano Matteo Achilli, semmai scarsa lungimiranza, arretratezza tecnologica, mancanza di competenze specifiche e vecchi modelli di formazione.

Matteo Achilli ha venduto non solo se stesso, ha venduto la storia di un ragazzo che ci credeva e ce l’ha fatta. Vero o meno, poco importa: Alessandro D’Alatri e Luca Barbareschi hanno impacchettato un eroe coi fiocchi.

Che si chiami Luca, Stefano o Matteo non ha alcuna rilevanza. Fanno centro, perché l’eroe senza macchia e senza paura che vince contro tutto e tutti ci piace molto, vorremmo davvero che esistesse e lo compriamo con facilità.

Ma questo eroe, come il successo di Egomnia, non esiste: è una figura costruita, si tratta di un falso eroe.

Achilli startupper, da ragazzo che affronta le difficoltà di una burocrazia sfiancante e della mancanza dell’accesso al credito, incarna il giovane speranzoso con un sogno, ma cosa c’è di vero?

La trama sembra portare in scena piuttosto un falso eroe, se non proprio un eroe negativo.

E fa male soprattutto ai più giovani, perché svuota di qualsiasi magia il percorso epico che porta dal sogno all’exit, ogni paradigma è declinato al successo ad ogni costo, non come risultato ma come obiettivo.

L’antieroe Matteo Achilli, per quanto voglia apparire eroe o, a tratti antagonista, insegue il successo, la gloria e la fama ed è questo che insegna.

Non insegna a impegnarsi, non insegna a sudare e studiare, non parla di stringere la cinghia, saltare i pasti e lavorare di notte per far quadrare i conti.

La storia di Egomnia presenta un modello di successo basato sulla presenza mediatica, dove esserci e apparire è più importante delle basi che hanno portato a quel risultato. Un modello in cui il traguardo si raggiunge in un attimo, come in qualsiasi talent show.

Non so se Matteo Achilli abbia affrontato molte sfide per arrivare dov’è ora e meritarsi tutto questo palco, quello che è certo è che questa bufera mediatica non fa bene a nessuno, né al cinema italiano, né al mondo digitale in genere, né allo stesso Matteo: tutti i suoi sforzi e il suo impegno sono comunque sotterrati da un polverone di proteste.

matteo achilli egomnia the startup

Semplifica i modelli banalizzando le risorse e le competenze che è necessario impiegare nella costruzione di un progetto davvero innovativo: una bella idea non basta, puro e semplice.

Risulta sibillino proporre un modello tanto lontano dai canoni reali ad un popolo di giovani disoccupati, anche per l’ecosistema collaborativo dei team delle startup innovative: l’incessante one-man show di Achilli è disallineato, imbarazzante al confronto dei tanti ostacoli che lo startupper affronta sul panorama italiano.

L’idea, da sola non basta, non è mai stata sufficiente e non sarà un bel film a cambiare le cose. Possiamo chiederci quale sia il target di questo prodotto cinematografico? Dobbiamo aspettarci un assalto alle sale e il sold-out in pochi giorni? Ne dubito.

In una famosa scena del film The Social Network, che racconta la nascita di Facebook e dal quale The Startup risulta pesantemente condizionato, il preside di Harvard sottolinea come oggi i giovani cerchino di inventarsi un lavoro invece che trovarsi un lavoro.

In questa storia così strana, è assurdo pensare che il film serva a dare concretezza alle parole di Achilli? In sostanza, l’informazione può creare una notizia, un personaggio dal nulla e il cinema può consacrarla come fatto accaduto?

I finanziamenti pubblici alla produzione del film

Si legge chiaramente nei titoli di coda del trailer: tra i finanziatori di The Startup c’è anche il MIBACT.

Si tratta di cifre comprese tra i 100.000 e i 700.00 euro, a patto di aver coperto almeno il 50% del preventivo di spesa.

Nulla di strano, in realtà: i fondi su cui un produttore può contare sono regionali, nazionali ed europei. In particolare, i fondi nazionali vengono attribuiti attraverso la Direzione Generale del Cinema, proprio una sezione del MIBACT.

I contributi regionali vengono assegnati quando una regione intende investire nella produzione di un film se questo viene girato prevalentemente in quella regione. Probabilmente per questi motivi, compare anche il sostegno della Regione Lazio.

Anche Rai Cinema e Agi Scuola, che, come riporta il sito ufficiale è “dal 2002, il referente del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca per quanto riguarda la diffusione di film di alto interesse culturale e didattico da visionare nelle sale cinematografiche per gli studenti delle scuole di ogni ordine e grado, senza perdere mai di vista l’età e la conseguente maturità dei giovani e giovanissimi spettatori cui lo spettacolo è rivolto“.

I contributi europei vengono attribuiti esclusivamente a co-produzioni internazionali, mentre i criteri di scelta del MIBACT sono molto più flessibili.

matteo achilli egomnia

L’opportunità di appoggiare una produzione di questo tipo può sfuggire: perché finanziare una storia che è stata definita a più riprese come una bufala?

Anche il regista di The Startup, Alessandro D’Alatri, in una recente intervista rilasciata al presidente dell’Agi, Riccardo Luna, sembra spostare molto velocemente il focus sul valore inspirational del film nei confronti delle nuove generazioni.

Secondo lui è una bella storia e va raccontata, punto e basta. Anche se il racconto è inesatto, se i numeri sono sbagliati.

Anche se il film racconta di un rapido successo senza molti sforzi, se semplifica a storiella un mondo intero fatto di professionisti, lavoratori, giovani startupper, di delusioni e di sogni che per tanti sono destinati a rimanerci, in quel cassetto.

Al centro di tutto la MERITOCRAZIA, ironicamente, l’unica cosa che manca davvero a questa storia.

Ho visto il film con un amico. In sala eravamo in 4 sebbene fosse un venerdì sera. Non era la serata adatta per sorbirsi il continuo product placement di una famosa università privata (è l’impressione che ho avuto durante tutto il film), confermata dalle parole dei protagonisti: “non è importante cosa studi, ma dove“.

Guardo poco cinema italiano, ma molti dei dialoghi mi ricordavano le scene di zapping tra fiction su storie famigliari e ricostruzioni storiche con i bellocci di turno.

La storia si ferma proprio quando il sogno crolla, quando sarebbe più importante conoscere quello che succede dopo. Ma l’abbiamo detto: il film e la storia non sono piaciute a chi lavora con le professioni digitali e la pellicola non ha un fine squisitamente educativo o tecnico.

Tutti noi desideriamo sapere come hai fatto davvero, Matteo, a trasformare il tuo sogno in un film.

eCommerce: come l’Intelligenza Artificiale sta rivoluzionando la Digital Customer Experience

Internet ha semplificato il modo di trovare ciò che cerchiamo e l’eCommerce ne è stato la naturale evoluzione. Il digitale ha presto consentito di acquistare da Paesi lontani riducendo le distanze, attirando sempre più clienti e facendo leva sulla convenienza.

La rete oggi pullula di prodotti e cataloghi online, offerti da diversi venditori, a differenti  condizioni.

In questo scenario di sovrabbondanza di informazioni sta facendo il suo ingresso l’Intelligenza Artificiale, pronta a sfidare la relazione esistente acquirente-venditore e rivoluzionare la customer experience.

Paradosso della scelta e ricerca affinata

I consumatori devono cercare, (ri)cercare e confrontarsi con il paradosso della scelta.

Se desidero uno specifico modello di scarpe da corsa, le posso trovare nello store online del brand, in una catena di abbigliamento, o su eBay. Questo però non restringe la mia scelta.

Certamente avranno prezzi diversi, come posso però sapere cosa fa la differenza o dove posso trovare il miglior rapporto qualità-prezzo?

Mancano campi di ricerca specifici per categoria prodotto e settore.

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Ecco che arriva in soccorso l’AI, pronta a migliorare la customer experience con funzioni di ricerca avanzata, dall’elaborazione del linguaggio naturale alla search più intuitiva, fino alla ricerca visiva. Anche Google la utilizza per affinare i suoi algoritmi.

Nell’era di Instagram e Snapchat, le capacità di ricerca visiva stanno riducendo l’intervallo di tempo tra il momento dell’impulso e l’acquisto effettivo. Così se a qualcuno piace l’abito dell’amica, fa uno screenshot del capo e cerca i risultati corrispondenti online.

Customer Experience e personalizzazione intelligente

L’AI sta anche migliorando la personalizzazione, consentendo ai marketer di avvicinarsi ai consumatori in maniera intelligente.

L’Intelligenza Artificiale è infatti in grado di costruire loyalty individuando i bisogni del target, i momenti migliori per i vari trigger, la sensibilità al prezzo e ai canali preferiti.

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Ha il potere di orchestrare tutte le parti dell’eCommerce in un flusso logico senza interruzioni, il tutto in maniera personalizzata per adattarsi ad ogni individuo.

Se si utilizza l’AI nella propria piattaforma eCommerce, occorrerà usare alcune API per integrare la possibilità di acquistare all’interno del customer journey.

Le varie sezioni dell’eCommerce hanno bisogno di essere strettamente collegate e costantemente integrate, dal CRM e la ERP alla gestione di informazioni di prodotto e sistema di pagamento.

La piattaforma utilizzata per l’eCommerce deve essere robusta per poter gestire al meglio questo tipo di integrazione.

La migliore interfaccia? La non-interfaccia!

Se l’AI ci suggerisce prodotti automaticamente e fa raccomandazioni intuitive, per quanto tempo ancora avremo bisogno dei cataloghi?

La migliore interfaccia eCommerce in grado di offrire una miglior customer experience potrebbe benissimo essere la non-interfaccia, in quanto i bot si muovono come personal shopper per soddisfare ogni capriccio o fantasia, prima che sia possibile accorgersene.

Gartner preannuncia che entro il 2018 i commessi digitali riconosceranno i clienti dal volto e dalla voce attraverso i canali ed entro il 2020, l’85% delle interazioni dei consumatori sarà gestita senza esseri umani.

Moltissime catene di supermercati hanno carte fedeltà. Raccolgono enormi quantità di dati in merito alle abitudini d’acquisto: dove e quando si effettua la spesa, quali sono i prodotti irrinunciabili, la preferenza per le linee premium.

La maggior parte di loro utilizza AI basilari atti a colpire il target di riferimento con coupon di sconto o offerte speciali, pochi stanno sperimentando con l’AI per creare delle vere e proprie esperienze multichannel. L’app mobile potrebbe ad esempio agire come un addetto alla vendita che guida il cliente attraverso gli scaffali per trovare tutti gli ingredienti necessari per una torta perfetta.

Chatbot interattivi Q&A e prezzi in tempo reale potrebbero presto diventare realtà.

Il marketing comportamentale ha spinto il business verso nuove piattaforme e tattiche, al punto che alcuni colossi digitali stanno costruendo store con punti vendita reali.

Amazon ha ad esempio lanciato il suo primo negozio di alimentari lo scorso anno: uno store senza file alla cassa dove i consumatori utilizzano l’app Amazon Go per prendere ciò di cui hanno bisogno. Le tecnologie AI controllano la disponibilità di magazzino e proseguono verso il pagamento in maniera automatica.

Partnership tra brand e canali

L’AI sta sfidando il marketing convenzionale abilitando connessioni che in precedenza erano difficili da effettuare, se non impossibili.

Una delle cose più difficili da fare nell’eCommerce è costruire customer experience senza interruzioni lungo tutti i canali, muovendosi attraverso desktop, mobile e negozio fisico.

L’AI è già utilizzata per rendere più fluido il customer journey, ma come si potrebbe sfruttare la tecnologia per combinare brand, esperienze e pubblico in momenti specifici?

Con questa strategia, non ci si preoccuperebbe di tracciare customer journey rilevanti, ma piuttosto di intercettare i consumatori in punti cruciali e combinarli con brand che amplifichino il modo in cui si interfacciano con un certo canale.

partnership

Quando l’Apple Watch è entrato nel mercato svizzero un paio di anni fa, Uber e lo store online Brack hanno fatto squadra per uno speciale pre lancio: Ordina un Apple Watch prima delle 10 e riceverai la consegna in giornata, a Basilea e Zurigo.

Il colpo da maestro è stato: Ordina l’Apple Watch attraverso l’app di Uber e sarà consegnato con i veicoli Uber.

Si tratta di un primo esempio di come un rivenditore possa combinare brand ed esperienza per entrare in connessione con un pubblico specifico.

Qui, il dettagliante non ha utilizzato l’AI stessa per super ricerche o ultra personalizzazioni per vendere gli orologi. Ha semplicemente dato vita ad una collaborazione con un partner mobile noto per aver rivoluzionato il mondo dei taxi.

Attraverso l’AI, si è rivolto al pubblico passivo presente nel suo raggio d’azione: i consumatori costantemente attaccati allo smartphone che non hanno tempo da perdere. Così facendo ha arricchito sia l’esperienza online (non solo ordinare un taxi con l’app, ma addirittura effettuare acquisti) che quella fisica (non solo una corsa in taxi, ma una che porta con sé un gadget bene impacchettato).

Potremo assistere ad una quantità sempre maggiore di partnership nell’ecosistema digitale, dove i brand che non competono direttamente fanno squadra per risultare graditi al pubblico di riferimento.

Clips: la nuova app di Apple per creare video

È appena uscita Clips, la nuova app creata da Apple che permette di creare video in modo semplice, da condividere sui social network o con i nostri contatti preferiti.

Quello che colpisce usando l’applicazione fin dalla prima volta è l’estrema facilità di utilizzo considerato quello che si può realmente creare. L’app permette, infatti, di avere un ottimo risultato in poco tempo e con il minimo sforzo.

clips collage
Come funziona?

I passaggi per montare un video sono davvero pochi e molto facili da eseguire:

  • Registra un video, scatta una foto o seleziona elementi dalla tua libreria1
  • Utilizza la scrittura live per aggiungere del testo: per far comparire de testo all’interno del video basterà tenere premuto e parlare,2
  • Scegli i filtri, sticker e la colonna sonora che più preferisci per completare il video,3
  • Condividilo: potrai direttamente condividerlo sui Social Network o inviarlo ai tuoi contatti presenti nel video. Clips riconosce le persone comparse e per inviarlo direttamente a loro è necessario far tap sul nome.4

Possiamo considerare Clips un iMovie molto semplificato, infatti i target di persone a cui sono destinasti sono molto differenti tra loro. Clips è pensato per le persone “social addicted” che vogliono creare video e condividerli subito dopo in modo semplice e veloce.

Clips è disponibile per iPhone e iPad ed è completamente gratuita.
Questa tipologia di app non è sicuramente nuova all’interno dell’App Store, ma possiamo considerarla innovativa in quanto integra al suo interno molte funzionalità ed integra perfettamente intuitività e semplicità che da sempre caratterizzano il mondo Apple.
Voi avete già scaricato Clips?

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App Advertising: metodologie e trend per campagne di successo

Nel panorama digitale odierno è molto importante valutare con attenzione le diverse tipologie di adv per posizionarsi correttamente sul web e sul mercato di riferimento. Ma come è possibile realizzare annunci coinvolgenti ed interessanti in un’applicazione mobile?

L’evoluzione di ogni tipologia advertising avviene di pari passo con l’evoluzione tecnologica degli smartphone odierni e con l’ampliamento di banda dei gestori telefonici, senza dimenticare forse il fattore determinante di ogni adv: la creatività.

Ma non perdiamo altro tempo e scopriamo subito le 7 tipologie di app advertising che potrebbero aiutarti a promuovere la tua startup o più semplicemente il tuo prodotto digitale.

Advertising interno delle applicazioni

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1. Banner in App

Il banner da tempo ha perso la propria ragion d’essere, cioè catturare l’attenzione del lettore e/o visitatore.
Sono presenti ovunque e questa onnipresenza ha reso inevitabilmente ‘cieco’ l’utente a questa tipologia di adv.
In genere i banner vengono collocati nella parte più alta o nella parte più bassa dell’Applicazione.

Non hanno una grande efficacia come già accennato, ma ancora oggi i banner in app primeggiano tra le metodologie più utilizzate dagli advertiser.

2. Fullscreen Ads

In realtà si tratta delle cosiddette interstitial ads. Implicano l’utilizzo di un breve video (dai 5 sec. ai 30 msec. max) che parte autonomamente occupando l’intero schermo dell’utente. Una metodologia di app adv solitamente utilizzata nel gaming come intervallo tra un livello ed il successivo.

I fullscreen ads equivalgono alle pubblicità in tv, ove le dinamiche promozionali risultano profondamente differenti da quelle presenti in rete, in cui l’utente non è costretto a ‘tollerare’ lo spot.

3. Reward Ads

Si tratta di semplici pop-up che appaiono in seguito al raggiungimento di un risultato. Il superamento del livello di un game o la partecipazione ad un determinato evento e/o manifestazione. Dei pop-up pensati per offrire uno sconto o degli omaggi esclusivi. Una tipologia di app adv molto interessante per coinvolgere il proprio utente ed offrirgli un’opportunità d’acquisto fortemente personalizzata.

4. Adv nelle notifiche

Un grande classico dell’app advertising, una tipologia che però non è molto apprezzata da utenti e produttori di smartphone. I primi a causa del fastidioso allert delle notifiche dell’adv, i secondi per la possibilità di inserire all’interno del terminale dei veri e propri trojan. Un codice malevolo che potrebbe determinare dei malfunzionamenti del sistema e per questo non supportato da sistemi iOS.

LEGGI ANCHE: Le app che aiuteranno i bambini siriani ad imparare giocando

Cross Advertising: dalle app ai nuovi sistemi di adv

Ideas Working Using Tablet Technology Thinking Concept

5. Data Collection

In questi mesi è in fase di sviluppo una nuova tipologia di app adv, si tratta della raccolta di dati. Accade sostanzialmente questo: l’app raccoglie dati sull’utente (come ad esempio la posizione) per essere trasmessi ad agenzie ed aziende.

Una tipologia di ads che non altera l’esperienza dell’utente nell’app ed impatta ben poco sulle prestazioni e sui servizi dell’applicazione. Il Data Collection è molto utilizzato nei mercati statunitensi ed ancora in fase di testing in Ue.

6. Trasformazioni in App

Una tendenza degli ultimi anni è la coopartecipazione tra gli sviluppatori di app ed i mobile advertiser. Sono numerosi i casi in cui le iniziative di advertising si trasformano sostanzialmente in nuovi livelli (nel settore game ad esempio) o in nuove opportunità di fruizione dell’app ospite.

Sono molte le aziende che hanno deciso di cooperare allo sviluppo di adv fuori dagli standard odierni sfruttando a 360 gradi la creatività di developers e strategist. Microsoft è stata certamente una tra le prime aziende a cimentarsi con un’integrazione globale con l’app ospite, importando ad esempio all’interno delle app la piattaforma Windows Cloud.

Il futuro dell’App Adv

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Lo sviluppo di nuove forme di comunicazione unite a smartphone sempre più performanti, permettono la diffusione di nuove tipologie di adv in app e non solo.

I trend di questi mesi evidenziano una duplice e consequenziale direzione:

1 – ospitare ed offrire le adv in app che non sofistichino, snaturino o modifichino eccessivamente la natura dell’app ospite;

2 – far sì che l’utente non avverta l’adv e che soprattutto non si senta preso d’assalto da banner, annunci o notifiche.

La storia dell’imprevedibile successo del marchio Red Bull

L’ormai mitico libro Marketing Management di Philip Kotler e Walter Scott ci ha fissato nella mente che per impostare una corretta strategia di marketing bisogna partire dall’analisi delle 4 P: prezzo, prodotto, promozione e placement. 

Ora facciamo un role-play ed immaginiamo che io sia un modesto manager di ritorno da un viaggio in Oriente e mi presenti chiedendovi di diventare soci di una futura azienda che venderà una bevanda dal sapore tipo Big-Babol, ad un prezzo piuttosto alto, con una scarsa catena distributiva e che per avere successo dovrà essere presente come sponsor in tutti i più importanti eventi sportivi del globo.

Nel caso in cui mi aveste risposto picche, vi sareste persi la possibilità di far parte di un’azienda con una presenza capillare in oltre 171 paesi, con un consumo di più di 62 miliardi di lattine e responsabile della creazione di un nuovo segmento di mercato: quello degli energy drink.

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Esatto, stiamo parlando di Red Bull e il nostro incontro si sarebbe dovuto svolgere nell’ormai lontano 1987, anno in cui l’austriaco Dietrich Mateschitz cominciò la sua avventura imprenditoriale andando personalmente con il suo team di vendita a posizionare il suo prodotto in bar, supermercati, autogrill, ecc.

Inizialmente la reazione del mercato fu piuttosto freddina, ma la sua strategia di marketing fu più premiante della “bontà” del suo prodotto.

1988-89: il biennio della svolta di Red Bull

Il primo sportivo a farsi ritrarre mentre sorseggia l’energy drink è il pilota nazionale Gerhard Berger stimolando una crescita esponenziale delle richieste di Red Bull da parte dei consumatori austriaci.

I momenti difficili sono finiti per Dietrich Mateschitz ed il fondatore si può progressivamente eclissare dietro il suo marchio, tenendo ferma anno dopo anno la strategia di marketing: essere presenti in ogni evento sportivo, soprattutto se estremo.

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“Red Bull non è un drink, è uno stile di vita”

L’obiettivo è quindi la ricerca del limite, la possibilità di spostare l’asticella sempre un po’ più in là perché a darci quella spinta in più – in grado di metterci le aaaali – c’è una lattina di Red Bull.

Tutti noi ci ricordiamo del lancio di Felix Baumgartner nel 2012 in diretta YouTube, ma molti non sanno che nel nel 1992 a Vienna si è svolta la prima edizione del Red Bull Flugtag che metteva alla prova squadre di persone comuni alle prese con la realizzazione di vere e proprie macchine volanti fatte-in-casa spinte dalla propulsione della forza dei propri muscoli. I criteri di giudizio non sono solo la distanza percorsa in volo, ma anche la creatività e spettacolarità dell’esibizione.

Nel 1994 Red Bull varca i confini nazionali

Dopo che il il principe Ranocchio ha varcato i confini dell’Austria nel 1994, l’ascesa diventa inarrestabile con gare di Moto GP e F1 vinte, campioni di snowboard e windsurf che firmano di buon grado sponsorizzazioni Red Bull, ma anche con investimenti in eventi sperimentali come la Red Bull Music Academy di Berlino:

“Piattaforma internazionale e laboratorio per i migliori produttori, cantanti, Dj e musicisti che plasmeranno la musica del domani”.

(Sito Web Red Bull Italia)

Red Bull strizza l’occhio anche agli eroi che lavorano nell’ombra di altre stelle più luminose con il sostegno alla cerimonia dei Taurus World Stunt Awards che celebra i migliori stuntman internazionali del mondo del cinema.

Vettel e Red Bull

LEGGI ANCHE: Perché Pepsi ha ritirato il suo ultimo spot con Kendall Jenner?

I giovani restano il target ideale per Red Bull e allora non poteva mancare un team dedicato alla crescita di nuovi talenti e futuri campioni nel mondo della F1: il Red Bull Junior Team in associazione con il Red Bull Diagnostics & Training Center. Indovinate in quale programma di talenti è cresciuto il campione del mondo Sebastian Vettel?

La Red Bull ai giorni nostri

Così come crescono i numeri di Red Bull anno su anno, parallelamente crescono le ambizioni e i progetti di impatto sociale e nel 2014 viene creato il programma Red Bull Amaphiko Akademy in cui tutor internazionali fanno da mentor a gruppi di giovani imprenditori con lo scopo di creare idee e condivisione di esperienze finalizzate al progresso delle comunità di appartenenza.

Il 3 maggio 2015 Red Bull ha riunito di 100.000 runner provenienti da tutte le parti del mondo per la Wings for Life World Run contribuendo in maniera decisiva a raccogliere più di 4 milioni di euro per trovare la cura agli infortuni al midollo spinale.

Red Bull resta comunque sempre vicina al life-style del segmento più spensierato e godereccio del suo target con eventi come il Red Bull Thre3style che nel 2015 ha registrato più di 6000 partecipanti e 6 concerti.

Event Judge DJ Jazzy Jeff performs a guest DJ spot following the Red Bull Thre3Style US National Finals at the Lure in Los Angeles, CA on April 5, 2013. // Carlo Cruz/Red Bull Content Pool // P-20130406-00117 // Usage for editorial use only // Please go to www.redbullcontentpool.com for further information. //

Abbiamo cercato di rivivere l’essenza di Red Bull attraverso alcune delle sue storiche pietre miliari, ma questa essenza ci viene ricordata in ogni suo spot pubblicitario in cui il messaggio è che anche nelle nostre piccole avventure quotidiane dobbiamo cercare di spingere l’asticella dei nostri limiti un po’ più in là.

Facebook

Week in social: le novità di Facebook, Twitter, Snapchat e Google

Come ogni settimana, torna la social rubrica più nerd di tutte, per raccogliere le principali diavolerie introdotte o annunciate dai social durante la settimana. Se ti sei perso qualcosa mentre rimbalzavi da un evento a un hashtag del Fuorisalone, conta su di noi.

Ecco la tua ultima dose di news con #WeekInSocial. E poi, weekend sia.

Facebook

Messenger M

Negli Stati Uniti è stato lanciato M, l’assistente virtuale di Messenger che offre suggerimenti all’interno delle conversazioni. I suggerimenti riconoscono quando all”interno della conversazione c’è l’intenzione di inviare adesivi, pagare o richiedere denaro, condividere la propria posizione, fare progetti, avviare un sondaggio, cercare un passaggio.

Facebook Live

Ad un anno esatto dalla loro introduzione ufficiale su Facebook, arriva un dato molto interessante sui video Live. Un quinto dei video condivisi sul social sono proprio contenuti in diretta streaming. E, nel frattempo, gli utenti hanno quadruplicato la durata media del tempo trascorso ogni giorno su Facebook Live.

A year ago today, we made it possible for people around the world to share live video on Facebook. At our event in LA last year (video below), I met some of the first creators to use Facebook Live to connect with people around their content. I remember thinking that Live was already starting to enable something pretty special: communities coming together around shared interests, whether it was a passion for EDM, robotics, baking, snakes, or even hula hoop! Since then, we’ve focused on making the Facebook Live experience more engaging, more fun, and more social. We’ve added live masks and new creative effects, built features that give publishers more control and flexibility over their broadcasts, and rolled out exciting new formats like Live 360 or Live Audio. And now, one in every five Facebook videos is a live broadcast – and over the past year, daily watch time for Facebook Live broadcasts has grown by more than 4x. Every day, we get to enjoy new use cases for Live that we would never have thought about. A year after the event in this video, we’re still at the beginning of our journey and we’re excited for all the creativity that is yet to come.

Pubblicato da Fidji Simo su Giovedì 6 aprile 2017

Nonostante ci sia ancora qualche polemica sull’utilizzo indiscriminato che si può fare – e che già qualcuno ha fatto – di questo strumento, la sua popolarità sembra inarrestabile. Non abbiamo la sfera di cristallo per prevedere il futuro, ma di certo il presente è Live più che mai.

Fake news

Nel frattempo, il team di Zuckerberg continua la sua battaglia sul fronte “fake news”: a partire da ieri, gli utenti di ben 14 Paesi tra cui gli Stati Uniti (ma che te lo diciamo a fare?) vedranno comparire nel News Feed un alert che porta all’Help Center. Nessuna nuova feature, per il momento, ma una serie di consigli contro la disinformazione sui social che vale la pena leggere (compitino del lunedì).

Twitter

Ciao Ovetto

Attenzione attenzione. Mentre siamo in bramosa attesa dell’uovo pasquale, Twitter ha pensato bene di fare piazza pulita di… ovetti. E diciamo la verità, un po’ ci eravamo anche affezionati, ma anche basta.

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Fonte: Twitter

Al suo posto, per incoraggiare gli utenti a inserire una foto profilo, una ancor più anonimo avatar grigio che fa un po’ tristezza. Quindi dovrebbe sortire l’effetto desiderato.

Facebook

Fonte: Twitter

Condivisione semplice della posizione in DM

Sempre in prima linea per aiutare le aziende a rendere un buon servizio di assistenza clienti, Twitter ha poi appena annunciato una piccola feature molto interessante. Si tratta di un’opzione che permette ai business di richiedere o condividere con gli utenti – direttamente in DM, con la velocità di un click – la loro posizione. Utile, ad esempio, per personalizzare le risposte in base a dove si trova l’utente, o per prenotazioni e ordini con ristoranti.

Twitter Lite

Per chiudere con leggerezza, freschissimo anche l’annuncio di Twitter Lite, la web-app veloce e adatta in caso di scarsa connessione a Internet, che consente l’utilizzo di Twitter anche senza account su App Store o Google Play (e senza indirizzo email).

Non si tratta di un’app nativa, quindi non ne avrà gli stessi vantaggi, ma secondo il team di Twitter dovrebbe sicuramente aprire l’utilizzo del social a un numero maggiore di utenti (anche perché, come promette il nome, è veramente “leggera” – poco meno di 1MB).

Snapchat

Search per le Storie

Per un po’ è rimasto a guardare. Ora sembra che Snapchat stia cercando di riprendere le redini del formato Stories e provare – almeno provare – a dare del filo da torcere a Zuckerberg.

Come? Con l’introduzione della feature di ricerca, che permette agli utenti (e agli advertiser, soprattutto) di cercare per parole chiave tra oltre 1 milione di Storie condivise sul social. I risultati di ricerca si basano sia sugli elementi delle immagini, sia sulle caption. Per il momento la feature non è estesa a tutti i Paesi, ma lo sarà a breve.

https://youtu.be/XyqQtm4wETA

Nuove dimensioni

Infine, chiudiamo in leggerezza con una pennellata di colore. Snapchat ha finalmente introdotto un nuovo modo per aumentare le dimensioni del tool di disegno. Una volta selezionato il colore, si disegna un tratto e poi, esattamente come si fa per l’opzione di zoom, si regola la grandezza allargando o restringendo con due dita. Dettagli: ma almeno adesso hai un passatempo in più per vegetare easy nel weekend. Sempre con lo smartphone in mano, ovviamente.

Fonte: Google

Fonte: Google

Google

Infine, l’ultima innovazione che arriva da Mountain View, e la segniamo qui perché fa parte di tutto ciò che è “contenuto 2.0”: anche Google ha inserito la linguetta che certifica il fact checking di ogni notizia, condivisa su Google News e riportata fra i risultati dei motori di ricerca. A riportarlo è il blog ufficiale dell’azienda. Se ne sentiva la necessità, non trovate?

Alla prossima settimana con Week In Social!

pepsi campagna ritirata

Perché Pepsi ha ritirato il suo ultimo spot con Kendall Jenner?

Parlare di pace, uguaglianza e unità con una pubblicità non è una questione da poco e non è per tutti. Probabilmente avrebbero dovuto pensare al messaggio con maggiore attenzione, rispetto e profondità anche i creativi di Pepsi, che con il suo ultimo spot ha fatto infuriare il web.

Lo spot con Kendall Jenner

Nello spot, la top model, Kendall Jenner, è impegnata in un servizio fotografico, ma vedendo un corteo di manifestanti proprio accanto al set, decide di trasformarsi in una sorta di eroe contemporaneo (questa forse l’intenzione nella mente dei pubblicitari) e di placare gli animi offrendo a un agente di polizia una Pepsi fresca. Stop.

La bibita riporta la pace e tutti vissero felici e contenti.

Pepsi: messaggio recepito vs. intenzioni

Nulla di male nel reinterpretare i famosi motti pacifisti degli anni Sessanta? Sì, se non fosse che nella pubblicità di Pepsi tutto è virato verso lo scopo commerciale, senza contenuto e senza valore.

Non una presa di posizione verso uno dei tanti problemi di giustizia sociale che oggi affliggono il mondo, non un impegno da parte del brand.

Solo lo sfruttamento di un trend per mettere in primo piano il prodotto.

E allora? Possibile che sia ancora necessario spiegare cosa cercano oggi le persone da parte dei brand? Non consumatori, ma persone appunto, che pretendono di affrontare con serietà i problemi che sentono vicini.

“Volevamo dare un messaggio di pace e unità. Abbiamo sbagliato e ci scusiamo“. Con queste parole di scuse Pepsi ha cercato di placare la rete, ma stavolta le parole – insufficienti e inefficaci perché a posteriori – non sono bastate. La campagna pubblicitaria è stata rimossa.

Le critiche sono quindi passate direttamente sulla protagonista dello spot, Kendall Jenner, modella e sorellastra delle Kardashian, simbolo di una vita fatta di lusso e di eccessi, senza nessun rapporto con l’impegno politico e sociale.

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Insomma una scelta davvero fuori contesto quella di Pepsi, nata però da un’idea diversa, forse interpretata con troppa leggerezza dai creativi. #PepsiMoment, in questo hashtag, che avrebbe dovuto accompagnare la campagna, è racchiuso il senso della comunicazione di Pepsi: cogli l’attimo e vivi per il momento, fai ciò che non avresti mai pensato di poter fare e fallo in questo momento.

Seguendo il trend dei moments, insomma, Pepsi ha finito con il realizzare un memorabile fail.

E nessuna conclusione sembra essere più giusta di quella di Stephen Colbert al The Late Show:

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“Fino ad ora non sappiamo perché tutte quelle “belle comparse” americane si siano riversate in strada, ma immagino che sia per la protesta “Attractive Lives Matter”

Naturalmente anche per il messaggio live for now Colbert ha una interpretazione:

“Live for now, soprattutto se sei del reparto marketing di Pepsi, perché non credo che quei ragazzi staranno lì ancora a lungo.”