Chatbot: 14 informazioni che non potete proprio ignorare

Vi state ancora chiedendo cosa siano i chatbot? Ma come? Eppure, sono uno dei trend che non potete proprio ignorare in questo 2017!
Non temete: se siete impreparati, ci siamo noi ninja ad aiutarvi!

Tecnicamente, i chatbot sono dei programmi in grado di interagire con gli essere umani attraverso un sistema di messaggistica. Per alcuni sono la nuova frontiera del marketing e della vendita, per altri una moda effimera, una nuova corsa all’oro in cui a guadagnarci saranno in pochi. Non importa che siate sviluppatori o il direttore di una azienda che deve valutarne l’uso: cominciano ad emergere dati e tendenze di cui è bene tener conto e che possono aiutare a capire se valga la pena investirci tempo e denaro.

Sono 1.5 miliardi gli utenti di app di messaggistica

Secondo eMarketer 805 milioni sono nell’area Asia-Pacifico, con la Cina che contribuisce per una buona metà, seguita dall’India (133 milioni) e l’Indonesia (52). Entro il 2019 almeno il 25% della popolazione mondiale userà app per chattare.

I millennial sono il gruppo di utenti più numeroso

Quasi il 60% degli intervistati, di età compresa tra i 18 e 34 anni, in una ricerca pubblicata da Retale hanno usato un chatbot, e dell’altro 40%, la metà è interessato ad usarli.

percentuali utenti di chatbot

Oltre 30mila chatbot su Facebook Messenger

A settembre del 2016 erano già 30K i chatbot presenti sulla piattaforma di messaggistica targata Facebook, e sono in fortissima crescita: solo a luglio erano appena un terzo. Anche il numero degli sviluppatori che in quei mesi si sono messi al lavoro in oltre 200 paesi diversi per apprendere come crearli è di tutto rispetto: 34K.

La scelta della piattaforma è cruciale per le aziende

Secondo un report diffuso da Business Insider Intelligence, sono quattro le piattaforme di messaggistica che hanno sorpassato, per numero di utenti, i quattro social network più popolari. WhatsApp, Messenger, WeChat e Viber hanno complessivamente 3 miliardi di utenti attivi ogni mese, contro i 2.7 miliardi di Facebook, Instagram, Twitter e Snapchat.

Affidabilità, sicurezza e privacy preoccupano

Dei millennial intervistati da Retale, il 79% afferma di avere avuto esperienze positive interagendo coi chatbot. Ma la soddisfazione non è totale: almeno un 55% lamenta poca accuratezza o conversazioni troppo innaturali. Si spera in un miglioramento delle tecniche di intelligenza artificiale  per risolvere questo aspetto. Il 28% degli utenti non desidera che un chatbot ricordi le interazioni passate.

Nel 2019 le conversazioni coi chatbot si faranno interessanti, ma entro il 2029…

…saranno indistinguibili da quelle sostenute con esseri umani. Questo è quanto ha dichiarato Ray Kurzweil a The Verge.

Il noto inventore, profeta della singolarità è anche stato assunto, lo ricordiamo, nel 2012 da Google proprio per lavorare su progetti relativi al riconoscimento ed elaborazione del linguaggio naturale.

ray Kurzweil

L’importante è non ingannare gli utenti

In attesa del 2029 non cercate di ingannare gli utenti del vostro chatbot. Secondo VentureBeat, la maggior parte di loro (75%) vuole sapere con chi sta interagendo e una buona parte (60%) considera bizzarri i chatbot che tentano di farsi passare per umani. Ma il 12% adora farsi raccontare barzellette dai chatbot.

Oltre il 72% delle conversazioni in inglese inizia con “HI”

Sembra irresistibile la tentazione di scimmiottare una conversazione con un essere umano e moltissime conversazioni iniziano con “hi” o con “Hello” (nelle diverse combinazioni di maiuscole e minuscole).

Le persone sono pronte ad usarli

Secondo Mindshareworld, il 63% degli intervistati (1000 utenti di smartphone tra i 18 e 65 anni in Gran Bretagna) userebbe un chatbot per interagire con una azienda o un brand. Il 79% vorrebbe però poter parlare con un essere umano se lo richiedesse o se fosse necessario.

I chatbot possono essere influencer

Un 29% degli utenti preferisce usare le chat online e le app di messaggistica per chiedere consigli sugli acquisti. Lo stesso numero di persone che sceglie di interagire al telefono o per email.

Gli utenti vogliono essere consigliati

Nella maggior parte delle interazioni, i consigli richiesti riguardano prodotti in vendita al dettaglio (22%), prenotazioni alberghiere (20%) e consigli di viaggio (18%). Al quarto e quinto posto i consigli su farmaci (12%) e moda (9%).

Gli utenti sono pronti a fare acquisti attraverso un chatbot

Secondo la ricerca di DigitasLBi almeno un terzo degli americani comprerebbe qualcosa da un chatbot, spendendo in media 55 dollari.
Tra i millennial la percentuale di chi comprerebbe qualcosa un chatbot, sale al 67%!

millennials che curerebbero da un chatbot

Offerte speciali e coupon hanno un grande appeal

Il 36% degli utenti vorrebbe ricevere offerte speciali e coupon da un chatbot, quasi quanti coloro che vorrebbero solo dei consigli (37%).

Un buon 14% si affiderebbe ad un chatbot per fare operazioni bancarie online.

Gli utenti non vogliono essere delusi

Sempre secondo la ricerca di DigitasLBi, il 73% degli utenti (americani) intervistati non utilizzerebbe una seconda volta un chatbot della stessa azienda dopo una esperienza negativa.

Bonus

Se desiderate valutare meglio se utilizzare un chatbot per le vostre attività di marketing o di vendita, potreste voler dare una occhiata ad alcuni dei bot già in circolazione nelle diverse piattaforme.

Eccovi Botlist, un elenco forse incompleto, ma ricco e ben organizzato, per scovare e provare il chatbot che, forse, farebbe il caso vostro.

Diteci cosa ne pensate nella nostra pagina Facebook e nel nostro gruppo LinkedIn!

Revenge Porn

Social Network e revenge porn: qual è il punto della situazione?

Non solo lotta alle fake news. È di qualche giorno fa la notizia che racconta che a Menlo Park abbiano deciso di affilare ulteriormente le armi contro una delle più vigliacche e squallide pratiche “in auge” nel mondo del web: stiamo parlando del Revenge Porn.

Balzato prepotentemente nei mesi scorsi nei fatti di cronaca italiani (ricordate il caso di Tiziana Cantone?), consiste molto semplicemente nel divulgare al pubblico ludibrio del web, foto o video che vedono impegnato il proprio ex-partner in un atto sessuale, senza ovviamente il consenso di quest’ultimo. L’obiettivo? Umiliare la vittima “rea” di averlo tradito o\e lasciato, in modo tale da infliggerli così una severa punizione dandolo in pasto al popolo del web, che come ben sappiamo, sa essere molto, molto spietato.

LEGGI ANCHE: Condividere, per distruggere: il caso Tiziana Cantone e il ruolo dei social media

Revenge Porn

Ma andiamo per ordine partendo da Facebook: proprio pochi giorni dopo una marcia di sensibilizzazione sul tema tenutasi negli USA, è stato annuncia tramite il proprio CEO Mark Zuckerberg, che apostrofando la pratica del revenge porn “wrong and hurtful” (sbagliata e dannosa) accoglie il lancio di nuove potenti contromisure che saranno presenti sulla sua piattaforma, proprio mirate a sconfiggere il fenomeno che risulta essere una vera e propria piaga in tutto il mondo.

Ma come funzionerà questo sistema di controllo made in Big F? Lo spiega nel dettaglio Antigone Davis, Head of Global Safety di Facebook, che illustra tutto il procedimento passo dopo passo sul suo blog: l’istituzione di un team specifico dedicato al controllo, la collaborazione con circa 150 associazioni di settore (specializzate in cyberbullismo e violenze domestiche) e molta più attenzione, saranno le armi a messe a disposizione delle vittime.

Revenge PornEntusiasmanti anche le dichiarazioni di Laura Bononcini, Head of Public Policy di Facebook Italia:

“Una bellissima evoluzione tecnologica che consente non solo di segnalare, ma anche di attribuire un’impronta digitale alle immagini, prevenendo la diffusione. Sono temi che ci toccano da vicino, basta pensare al caso di Tiziana Cantone. Quella volta, la rimozione del contenuto da parte di Facebook non era riuscito a fermarne la condivisione. In questo modo, l’intervento sarà più efficace”.

Tutto sembra essere molto interessante e incoraggiante e può risultare un’ottima base di partenza nella lotta al Revenge Porn, però sappiamo bene che riuscire ad eradicare atti del genere e la conseguente diffusione di materiale sul web, ad oggi, risulta quasi impossibile. Basta poco per rendere virale un video: un mondo sempre più connesso, la molteplice offerta di piattaforme Social e di Instant Messaging, una poco specifica legislazione italiana in merito e una scarsa “coscienza digitale” dell’utenza rende il tutto molto più difficile.

Che ne pensate, amici lettori? Ditecelo sulla nostra pagina Facebook e nel nostro gruppo LinkedIn!

Think global, act local, il social media marketing per i mercati internazionali

Elaborare una strategia di social media marketing con l’obiettivo di raggiungere un audience internazionale non si limita alla traduzione di post o tweet, ma significa pensare ad azioni ben più complesse, mirate a prendere in considerazione le numerose differenze tecnologiche, ma soprattutto culturali, che caratterizzano ogni singolo mercato. Insomma, bisogna pensare con una visione globale ma agire sulla realtà locale.

Questo è uno dei messaggi più significativi lanciati durante l’ultimo Marketing Technologist Forum 2017 tenutosi lo scorso marzo a Londra e in cui Tim McLoughlin, Head of Social Media di Hotels.com, ha illustrato ai partecipanti le difficoltà che il suo team ha dovuto superare per comunicare in maniera efficace con più mercati internazionali.

social media internazionale

Fonte: cmswire.com

Tutto il mondo è paese: falso

Quando si parla di marketing questa dichiarazione non è sempre valida; in alcuni paesi ad esempio Hotels.com ha dovuto modificare il logo, in altri è stato cambiato lo slogan o è stata “messa da parte” la mascotte. In certe aree la società ha dovuto addirittura cambiare nome dato che la parola “Hotel” può assumere significati diversi a seconda della lingua.

Ma aldilà delle questioni linguistiche McLoughlin si è soffermato sull’esigenza di rivedere l’intera strategia di social media marketing affermando che:

“Un brand globale necessita di obiettivi di social media marketing unificati ma non necessariamente di un’unica campagna, in quanto ciascuna regione è differente”

“Per il mercato U.S. sui social media adottiamo un atteggiamento piuttosto divertente e giocoso, approccio che viene adottato meno in Giappone.” Tim McLoughlin, Head of Social Media Hotels.com

Paese che vai social media che trovi

Uno degli aspetti fondamentali da prendere in considerazione nel social media marketing internazionale è il fatto che in alcune regioni del mondo, esistono dei social media molto diffusi tra la popolazione locale ma che risultano essere sconosciuti agli utenti occidentali e, in alcuni casi, impossibili da utilizzare. Assistiamo anche a situazioni parallele come nel caso di Snapchat e Pinterest che sono stati praticamente “bannati” dal governo di Pechino.

Pertanto può accadere che i nostrani Facebook, YouTube o Twitter, giusto per citarne alcuni, rischiano di non essere efficaci in paesi come la Cina dove altri strumenti social tra i quali il servizio di instant messaging QQ, il social network QZone e il microblog Sina Weibo hanno ampiamente preso piede tra utenti e brand.

Avvicinandoci un po’ all’Europa troviamo l’esempio di VKontakte un social network simile a Facebook ma molto diffuso in Russia, Ucraina e Kazakistan e in cui le aziende possono avere le loro pagine ufficiali. Interessante infine è l’app Kakao Talk molto famosa in Corea del Sud che ha al suo interno numerose funzionalità tra cui il mobile shopping.

social media internazionale

Fonte: Thoughtsfrombroadstreet.com

I diversi approcci degli utenti stranieri

Una volta chiaro il quadro degli strumenti a disposizione a livello globale, è opportuno prendere in considerazione le differenti audience dei mercati obiettivo e i relativi atteggiamenti che queste hanno nei confronti dei social media.

Anche in questo caso è fondamentale comprendere le diversità culturali su cui far leva per realizzare campagne efficaci dedicate ai singoli mercati.

Ad esempio, gli utenti degli Stati Uniti sono soliti assistere a campagne social molto avanzate per cui approcciare ad un pubblico di questo tipo significa puntare su contenuti di alta qualità e perché no, accompagnarli a degli incentivi. Anche il mercato del Regno Unito è molto maturo e gli utenti sui social media sono tendenzialmente scettici, può essere quindi utile mostrare chiaramente la propria identità di brand con l’ausilio di informazioni come company profile o portfolio prodotti e clienti. In India gli utenti sono propensi ad interagire con i brand e risulta essere molto efficace coinvolgere come influencer le celebrità di Bollywood.

Una strategia su misura

Per i brand i social media possono essere un potente alleato per migliorare i processi di internazionalizzazione. La strategia globale, in cui vengono definiti gli obiettivi del social media marketing, dovrà però essere tagliata su misura a seconda delle caratteristiche di ogni singolo mercato obiettivo. Maggiore è il grado di sensibilità che le imprese adottano nei confronti delle differenze culturali, maggiore sarà la possibilità che le campagne di comunicazione producano risultati soddisfacenti e le barriere geografiche vengano abbattute.

Al contrario, pensare di utilizzare i social media veicolando una comunicazione standardizzata, potrebbe generare un allontanamento da parte di quegli utenti che non hanno modo di sentirsi sufficientemente coinvolti.

Il naming dei mercati asiatici: il caso Airbnb

È innegabile, il successo commerciale di un prodotto e/o servizio è direttamente legato al suo nome.

Quello che viene tecnicamente definito naming è infatti un processo fondamentale per conferire al prodotto un’identità precisa e aiutarlo nella difficile competizione commerciale che oggi riguarda ogni categoria merceologica.

Questo sembra quindi uno dei punti della strategia di Airbnb, che per puntare al mercato cinese ha deciso di “cambiare nome”. Tuttavia questa scelta di rebranding ha portato non poche critiche, soprattutto sui social.

Ma cosa è successo?

Il servizio per affittare case e posti letto più conosciuto al mondo, in Cina si chiamerà Aibiying, più pronunciabile per i viaggiatori cinesi, che vuol dire letteralmente “benvenuti l’un l’altro con amore”.

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In realtà, il nuovo nome non è piaciuto a tutti: Aibiying è l’unione di tre caratteri cinesi che, presi singolarmente, significano “amore” “insieme” e “benvenuto”, ma messi insieme suonerebbero come un “osceno hotel dell’amore” come hanno sottolineato alcuni utenti su Weibo, il social network più utilizzato in Cina.

Un problema non da poco per Airbnb che già deve affrontare l’agguerrita concorrenza locale di Tujia.

Oltre il nuovo nome di Airbnb, il mercato dei viaggi in Cina

Parte dell’operazione di rebranding prevede l’ampliamento, per ora alla metropoli di Shanghai, del suo programma Viaggi ed Esperienze, che offre visite guidate in città ed attività consigliate dalla gente del posto. La compagnia ha anche annunciato che triplicherà la sua forza lavoro e raddoppierà gli investimenti nel Paese.

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Il target? L’app punta sui giovani non a caso: oltre l’80% dei suoi utenti in Cina ha meno di 35 anni, la percentuale maggiore di ogni altro Paese.

Nonostante la questione del nome, Airbnb potrebbe in realtà essere in una posizione migliore rispetto ad altre aziende del Tech statunitensi che hanno cercato di lanciare i propri servizi (e hanno fallito) in Cina, come UBER.

Il segreto naturalmente non è solo nel nome, ma nei dati. Perché il numero di viaggi effettuati all’interno della Cina ha raggiunto i 4,1 miliardi nel 2015, con una media annuale di crescita del 10,2%.

C’è poi da considerare il potenziale d crescita del mercato dei viaggi cinese, con una spesa turistica pari a 500 miliardi di dollari nel 2015 e una previsione di più del doppio entro il 2020, secondo un report di China National Tourism Administration.

Il mercato della sharing house in Cina è ancora agli inizi, quindi anche se Airbnb ha solo 80.000 annunci finora nel Paese, i suoi concorrenti nazionali non sono molto più avanti.

Tuttavia è ancora presto per dire se questa scelta sia stata vincente o meno per il colosso Airbnb, ne riparleremo tra qualche mese. Una cosa è certa, quando, si attuano strategie di rebranding si deve stare sempre molto attenti, definendo perfettamente la propria scelta in termini strategici ed operativi.

Da grande voglio fare la Girl in Tech

Ada Lovelace sarebbe fiera delle sue discendenti, le girl in tech: dal 1800 ad oggi di strada ne è stata fatta e dal suo esperimento di programmazione del primo software per computer si è passati a considerare l’industria del tech come lavoro dei sogni. Sì, perché una recente ricerca svela che il posto di lavoro più desiderato dalle quote rosa è nell’industria del tech, nonostante il sesso maschile domini ancora di gran lunga la scena.

Una cosa è certa: i nomi delle donne che hanno realizzato il loro sogno stanno aumentando e questo dimostra che il cambiamento è possibile.

Industria del tech: il settore più sognato dalle donne, ma anche quello in cui riescono meglio

girl in tech

Non si può nascondere che la strada è ancora lunga per realizzare il sogno di poter lavorare nell’industria del tech e per poterlo fare con gli stessi diritti di un uomo impiegato in questo settore, ma questo non vuol dire che il mondo della tecnologia non abbia da offrire tanto alle donne che, anzi, lo considerano uno dei lavori dei loro sogni.

Secondo una recente ricerca condotta da InHerSight, il mondo del tech ha fatto molti passi avanti negli ultimi anni per andare incontro al sesso femminile, nonostante la percentuale delle quote rosa del settore sia appena del 28%.

Le donne sognano di lavorare nel campo della tecnologia, più che nel mondo della sanità e del non profit, che si attestano rispettivamente seconda e terza, per cinque caratteristiche fondamentali: ferie meglio pagate e orario flessibile per andare incontro alle esigenze di mamme e donne di tutte le età, accompagnati da incentivi per la maternità, un numero interessante di attività stimolanti e inclusione.

Per l’immaginario femminile la classifica delle 10 Tech Companies mondiali è composta da Procore Technologies, prima nella top ten, fino a Dell, ultima, passando per le big company dei social network, Facebook, LinkedIn o Google.

Ma, non solo l’industria del tech è il sogno delle bambine di oggi, è il settore in cui le loro soft skill risulterebbero più valorizzate: multitasking, problem solving ed apertura al cambiamento, accompagnati da un talento naturale verso la leadership.

Nonostante ciò, però, le donne impiegate nelle professioni del futuro che vanno dai big data allo IoT sono di gran numero inferiori rispetto agli uomini: il 25% per l’industria dei Big Data, tra il 15 e il 25% se si parla di IOT, 0% tra i Data Scientist e il 50% per le metodologie Agile, una vera sorpresa.

È necessario cambiare i nostri sogni da donne, quindi? No, l’industria tech sta cambiando, basta solo avere un po’ di pazienza.

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Come (non) valorizzare le competenze: le girl in tech in un ambiente ostile

girl in tech

Che sia colpa delle università o del mondo del lavoro, una cosa è innegabile: essere donna non aiuta se il proprio sogno è lavorare nell’industria del tech. Le discriminazioni di sesso sono sempre dietro l’angolo, tanto che su 16 il settore tecnologico si classifica dodicesimo per la rappresentatività delle quote rosa al suo interno, undicesimo se si parla di opportunità manageriali e ottava per uguaglianza di opportunità di carriera.

Elephant in the Valley, un sondaggio condotto da sette donne in tech impiegate nella Valley più tech del mondo, ci spiega le discriminazioni più diffuse nel settore.

Il pubblico intervistato è 100% femminile, con un 91% di intervistate risiedente nella Silicon Valley e per una quota parte ricoprenti ruoli di spicco nelle aziende in cui lavorano: CEO, fondatrici e VC, di diverse età, da meno di 40 anni a più di 50, sia provenienti da startup che da big company.

Secondo i risultati della ricerca, diversi sono i motivi per cui la donna viene discriminata.

Al primo posto con l’84%, alla donna è stato criticato il suo modo di essere troppo aggressiva e, di conseguenza, la sensazione di essere declassate a mansioni più semplici che gli uomini non amano, è il sentimento predominante; dopodiché il 66% delle intervistate registra un’esclusione da parte dei colleghi da riunioni ed opportunità lavorative solo per il loro sesso, oppure un’emarginazione anche da parte dei clienti che si rapportano più frequentemente con gli uomini rispetto alle donne dell’organizzazione.

Ancora, l’argomento famiglia è considerato dal 75% delle intervistate come un tema che le fa apparire come deboli o frivole se tirato fuori; infine le avance, uno degli aspetti più sentiti che evidenzia le differenze sessuali, provocazioni provenienti da colleghi o da superiori che per il 60% affliggono le quote rosa del tech e che molte volte non vengono denunciate.

Ecco le donne simbolo del tech ai giorni nostri

girl in tech

Non smettere di credere nei propri sogni e nella propria determinazione, ecco quello che sembrano voler dimostrare le girl in tech che anche per il 2017 si sono affermate come le più influenti o vere e proprie leader dell’industria tecnologica.

Ne parlano Forbes e Inspiring Fifty a livello mondiale ed europeo.

Forbes le definisce esempi ed ispirazione per tutte le quote rosa che vogliono avere successo in un ambiente prettamente maschile e che si impegnano giorno dopo giorno per trovare soluzioni e rivoluzioni all’interno dell’industria del tech. I 16 nomi per quest’anno chiamano in campo anche alcune delle aziende più famose al mondo come Facebook con Sherly Sandberg Coo, YouTube con il suo CEO Susan Wojcicki o ancora Angela Ahrendts senior VP di Apple.

Per Inspiring Fifty, un network europeo che ogni anno segnala le 50 donne tech più influenti in europa, le nomination provengono da tutti i Paesi europei e tra queste annovera anche un nome italiano per il 2017: Barbara Cominelli, Direttore del reparto Commercial Operations & Digital per Vodafone Italia, impiegata nel customer care e nella gestione dei clienti per il colosso della telefonia.

Donne e tech, quindi, binomio vincente? Restiamo a guardare, ma le premesse sembrano essere davvero ottime!

eCommerce e Privacy: gestisci i dati degli acquirenti nel rispetto della normativa

Quest’articolo è stato scritto da Roberta Rapicavoli, Avvocato esperto in privacy e diritto informatico & Docente del Master Online in eCommerce Management di Ninja Academy.

Roberta Rapicavoli

La gestione di un eCommerce comporta il trattamento di molteplici dati personali riferiti agli acquirenti.

Per i non addetti ai lavori o comunque per chi non si è mai accostato ai temi relativi alla privacy: quando si utilizza il termine “dati personali” si fa riferimento a qualunque informazione che consente di identificare, anche indirettamente, una persona fisica.

Quindi, ad esempio, sono dati personali il nome, il cognome e l’indirizzo email, conferiti direttamente dall’utente in fase di adesione a un certo servizio o acquisto di un determinato bene.

Ma sono dati personali anche quei dati che rivelano le preferenze dell’utente che abbia visualizzato alcuni prodotti del sito, raccolti mediante accesso ad informazioni già archiviate sul dispositivo.LinkedIn candidati passivi

Chiarito allora cosa debba intendersi per dati personali e preso atto che la gestione di un eCommerce comporta sicuramente il trattamento di molteplici informazioni relative all’acquirente, occorre chiedersi come sia possibile gestire tali dati nel rispetto della normativa privacy.

Normativa di riferimento

La disciplina in materia di protezione dei dati personali attualmente in vigore è contenuta nel D. lgs. 196/2003 (“Codice privacy”), che trova applicazione nel caso di trattamenti effettuati da soggetti stabiliti in Italia o da chi sia stabilito in Paese extra UE ma impieghi strumenti situati nel territorio dello Stato.

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Il Codice privacy è destinato a essere sostituito dal Regolamento UE 2016/679 – entrato in vigore il 24 maggio 2016, ma applicabile in via diretta in tutti i Paesi UE a partire dal 25 maggio 2018 – che disciplina non solo il trattamento effettuato da chi è stabilito nell’UE, ma anche il trattamento di dati personali di interessati che si trovano nell’Unione, effettuato da chi non è stabilito nell’Unione, se le attività di trattamento riguardano l’offerta di beni o la prestazione di servizi ai suddetti interessati nell’Unione, oppure il monitoraggio del loro comportamento, nella misura in cui tale comportamento ha luogo all’interno dell’UE.

Come gestire i dati personali nel rispetto della normativa privacy

Un primo aspetto che il titolare di un eCommerce deve considerare è costituito dall’obbligo di fornire agli utenti le informazioni sui dati oggetto di trattamento (il riferimento è all’art. 13 del Codice privacy e agli artt. 13 e 14 del Regolamento UE 2016/679).

Tale obbligo informativo si traduce, in concreto, nella gestione della policy privacy – rivolta a tutti coloro che accedono al sito web – e nell’inserimento di specifiche informative in relazione a trattamenti di dati di utenti per determinati richieste o servizi – si pensi, ad esempio, alla gestione di un’area riservata per monitorare gli ordini effettuati o al servizio di newsletter commerciale.

cookie policy button, green hot key on keyboard. 3D rendering

Il Garante privacy può individuare con proprio provvedimento modalità semplificate per l’informativa e, un esempio di interesse per chi intende avviare un eCommerce, è costituito dal provvedimento 229 dell’8 maggio 2014 in materia di Individuazione delle modalità semplificate per l’informativa e l’acquisizione del consenso per l’uso dei cookie, con cui l’Autorità ha indicato, per la gestione dell’informativa su un sito che utilizzi cookie di profilazione (propri o di terze parti), un doppio livello, disponendo che:

“nel momento in cui l’utente accede a un sito web, deve essergli presentata una prima informativa “breve”, contenuta in un banner a comparsa immediata sulla home page (o altra pagina tramite la quale l’utente può accedere al sito), integrata da un’informativa “estesa”, alla quale si accede attraverso un link cliccabile dall’utente”.

Altro aspetto fondamentale che occorre considerare è relativo alla necessaria sussistenza di una condizione di liceità. Occorre cioè che il trattamento dei dati sia effettuato perché espressamente acconsentito oppure perché ricorre altra ipotesi a fronte della quale la legge ammette il trattamento – come, ad esempio, nel caso in cui sia necessario per adempiere agli obblighi derivanti dalla legge o dal rapporto contrattuale di cui è parte l’interessato (per un esame dettagliato delle singole ipotesi si rinvia all’art. 24 del Codice privacy e all’art. 6 del Regolamento UE 2016/679).

In concreto, allora, chi gestisce un eCommerce, oltre a predisporre le informative privacy da rendere facilmente accessibili agli utenti che accedono al sito e/o conferiscono i loro dati attraverso un modulo contatti o altro form relativo a determinati servizi, deve valutare se le informazioni verranno utilizzate solo per finalità strettamente legate all’acquisto (gestione dell’ordine, spedizione, fatturazione …) – per cui non sarà necessario acquisire il consenso – oppure se verranno effettuati trattamenti per finalità ulteriori (si pensi, ad esempio, all’invio di email promozionali, alla comunicazione dei dati a terzi per loro autonome finalità di marketing, ad attività di profilazione…) – per cui si dovrà acquisire specifico consenso.

Proprio in ordine alle finalità per cui i dati possono essere utilizzati, occorre considerare che, spesso, chi gestisce un eCommerce ha interesse a monitorare le attività svolte dall’utente all’interno del sito per inviare pubblicità mirata.

Tale attività può essere svolta attraverso vari servizi – si pensi ad esempio alle campagne di remarketing con Google, che richiedono di inserire sul sito apposito tag – il cui impiego comporta, ai sensi dell’art. 122 del Codice privacy e del Provvedimento del Garante in materia di cookie del 2014, oltre agli adempimenti già segnalati (gestione informativa su doppio livello e acquisizione del consenso prima del rilascio dei cookie o strumenti analoghi) anche l’obbligo di notificazione, previsto dall’art. 37 lett. d) del Codice privacy.

 

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Best of New York, Molino Rossetto e Papyrus: i migliori annunci stampa della settimana

Anche questo lunedì non potevamo iniziare la settimana senza la selezione delle migliori campagne stampa dal mondo!

Prenditi una pausa, rilassati e fatti ispirare dai lavori dei migliori creativi in giro per il mondo.

Best of New York: our reviews come from the best

Ogni anno il New York Magazine stila la sua guida della città. Perché comprarla, con tutte le recensioni ormai disponibili online?

La risposta in questo provocatorio annuncio stampa: “Online reviews come from everyone. Our reviews come from the best”.

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Advertising Agency: Miami Ad School, San Francisco, USA
Art Director: Oscar Gierup
Copywriter: Jacob Altman

Molino Rossetto: everything else is just dressing

Cosa si cela davvero dietro una crostata fragrante? E qual è il segreto per la pizza perfetta?

Il vero ingrediente alla base di queste prelibate portate è in realtà uno solo.

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Advertising Agency: Touché, Bologna, Italy
Creative Director: Luca d’Alesio
Photographer: Paolo Cecchin
Post Production: Oplà Production
Production Manager: Sarah Colombo

LEGGI ANCHE: Mc Donald’s, Guardian e Unilever: i migliori annunci stampa della settimana

Papyrus: Brave Face

Un messaggio importante, per approfondire: cosa si cela davvero dietro i profili Facebook di migliaia di giovani? Non tutti potrebbero essere felici e pieni di amici come appare dai loro post e dai loro account e Papyrus vuole portare l’attenzione proprio sulla prevenzione del suicidio tra i giovani.

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Advertising Agency: TBWA, Manchester, UK
Executive Creative Directors: Gary Fawcett, Lisa Nichols
Art Director: Ant Harris
Copywriter: Zoe Harris
Photographer: Alex Telfer
Account Manager: Julia Buck
Planner: Rebecca Brett

Gordon Ramsay contro l’India del Sud, lo scivolone di Pepsi e il dibattito Coca Cola Report

Poche sono le gioie del lunedì, ma ci si consola come si può e un ottimo modo è rivedere i momenti epici della settimana precedente.

Fail

Iniziamo con lo scontro diplomatico a tavola, causato su Twitter dal litigioso chef Gordon Ramsay. Sebbene il pubblico sia ormai avvezzo alle sue sfuriate, il web ci ricorda che c’è un limite a tutto, soprattutto quando il soggetto è una cosa seria come le abitudini gastronomiche. Questa volta è toccato all’India, ma chi più di noi italiani può sentirsi solidale sul tema?

L’utente Rameez pensava di pungolare lo chef ricevendo un commento divertente sulla sua colazione: il menu vada, un tipico pasto dell’India del Sud.

Quel che non aveva previsto è che il commento “Non sapevo che si potesse twittare dal carcere” avrebbe indignato la comunità indiana.

E per la serie anche le grandi aziende sbagliano, il fail più epico della settimana arriva da Pepsi. Il brand ha infatti sbagliato in pieno con la sua ultima pubblicità, che ha come protagonista un Kendall Jenner improvvisata attivista. Ma il binomio non regge e in un periodo caldo di conflitti sociali come questo 2017 il pubblico non perdona.

La Pepsi ha dovuto dunque chiedere scusa, affermando “Volevamo dare un messaggio di pace e unità. Abbiamo sbagliato e ci scusiamo ma per placare il tumulto ha infine dovuto rimuovere la campagna.

Per sapere tutti i dettagli della vicenda potete leggere questo approfondimento.

Ma anche il grande competitor di Pepsi non ha voluto essere da meno, anche se in questo caso è difficile capire se si tratti di fail o di incompatibilità di media.

Coca-Cola ha deciso di rispondere alle accuse del programma TV Report in live tweet, così come già fatto da Eni. Lo scontro si è dilungato sui social dando anche vita a un hashtag dedicato #NienteDaNascondere.

Interessante per noi social geeks che il dibattito si sposti appunto sulle modalità: la scelta di Coca-Cola di rispondere via Twitter, chiaramente cozza con la natura televisiva del programma, come lamenta Report. D’altra parte l’immediatezza social dà occasione di interagire in modo più vivo e partecipato. Da qualunque parte decidiate di stare, questo episodio ci piace perché ci fa riflettere.

Win

La settimana non brilla di win, anche se è impossibile non includere la campagna della Lega Italiana Difesa Animali e Ambiente, un’associazione animalista fondata dall’ex ministro al Turismo Michela Vittoria Brambilla, che ha scelto niente meno che Silvio Berlusconi come volto per un video in difesa degli agnellini.

Il video che incita a “fare come lui” è il successo social-pasquale per eccellenza. Per ora, ma la settimana festiva è appena all’inizio e chissà che sorprese ci porterà, tra un uovo, un tweet e un post. Lo scopriremo il prossimo lunedì.

Ford presenta una culla smart ed ipertecnologica

Ford da sempre si posiziona come un brand automotive molto attento alle esigenze e alle necessità delle famiglie. Per la gamma di automobili MAX, il brand statunitense è andato davvero oltre in fatto di creatività, presentando un innovativo concept di culla, sviluppato dallo studio spagnolo Espada y Santacruz di Madrid.

Tutti i genitori sanno che i bambini si addormentano più facilmente in auto. Da questo insight Ford ha sviluppato l’innovativo concept, con l’obiettivo di ricreare nell’ambiente casalingo le stesse condizioni favorevoli per il sonno dei tuoi figli.

Campagna o realtà?

Il Max Motor Dreams è per ora un concept (ne è stato prodotto soltanto 1 pezzo) ma in Spagna è partito un sorteggio per aggiudicarsi il pezzo esclusivo. Ovviamente è possibile partecipare all’estrazione soltanto lasciando i dati per un appuntamento di prova della gamma MAX.

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Che ne pensate?

Come scegliere la piattaforma migliore per il tuo eCommerce

fumarolaQuest’articolo è stato scritto da Roberto Fumarola, Founder di B2Commerce e di Qapla.it & Docente del Master Online in eCommerce Management di Ninja Academy.

Valutare la piattaforma sulla quale andare a sviluppare un eCommerce, o sulla quale migrarne uno già esistente, è una delle fonti di stress maggiori quando si approccia un progetto di sviluppo di uno shop online.

Diciamocela tutta, scegliere la piattaforma è un po’ come sposarsi, quindi bisogna valutare davvero bene i pro e i contro delle soluzioni che si stanno valutando in base alle proprie necessità.

Non esiste quindi una piattaforma che vada bene per tutti, una per tutte le stagioni che ci fa dormir sonni tranquilli.

Il perché è presto detto, ogni sistema ha i suoi pregi e difetti, così come ogni progetto ha le sue caratteristiche, con relative esigenze da soddisfare.

Credits: Adobe Stock #127408720

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Non facciamoci prendere dalle guerre di religione dei Magento è meglio di Prestashop, che poi diventano, Prestashop 1.6 è peggio della 1.7, e così via.

Partire con il piede giusto vuol dire stilare una serie di requisiti per la propria attività.

Avete tanti o pochi articoli? Volete vendere in Italia o anche all’estero? E se andate all’estero in quali paesi volete essere presenti? Con che valute volete presentare i prezzi? Scordavo… in quante lingue?

Questo piccolo spaccato già dovrebbe aver chiarito che approcciare il tema “piattaforma” non è così lineare e non è un problema esclusivamente tecnologico o di moda del momento.

Parlavo prima di matrimonio, in effetti la scelta del motore di eCommerce da utilizzare è vincolante per tutta una serie di attività.

Infatti vi condizionerà sulla tipologia di offerte e di coupon che potrete utilizzare, oppure sul numero di articoli in vendita, sul numero di magazzini che utilizzerete (e se fate o farete anche dropshipping?!?), sui corrieri utilizzati e sull’eventuale gestionale da collegare.

Inoltre sarete anche legati, più o meno e questo dipenderà proprio dalle scelte fatte, all’agenzia o dallo sviluppatore al quale affiderete la creazione del sito.
Si, perché ci sono alcuni sistemi che godono di maggior disponibilità di persone qualificate, altri sistemi meno, altri addirittura… solo 1 persona o una struttura. In quest’ultimo caso stiamo parlando di progetti creati su misura.

La soluzione quindi qual è?

In effetti non è molto difficile, bisogna cominciare a fare subito una lista di requisiti, quanto più ampia e completa possibile. Questa permetterà di confrontare le caratteristiche delle varie piattaforme, in base a quello che serve, con una semplice check list, del tipo “c’è” o “non c’è”.

Altro aspetto importante è quello della scelta del partner di sviluppo, è importante chiedere referenze, verificare i progetti già pubblicati, possibilmente facendosi dettagliare (a grandi linee va benissimo) anche il budget del sito che state vedendo.

partnership

Due eCommerce, anche se sulla carta hanno le stesse caratteristiche di base, possono aver beneficiato di risorse diverse tra di loro. Questo incide sulla qualità del prodotto finale e sulla cura riposta nel progetto e nei dettagli.

Un’agenzia senza esperienza di sviluppo di progetti di eCommerce potrebbe azzoppare da subito il successo del sito. Uno store on-line non è come la presenza online di un ristorante, della fotocopisteria o dell’agriturismo, dove, a parte qualche sporadico aggiornamento, non c’è molto altro da fare dopo.

La vera sfida sullo sviluppo di un eShop comincia proprio quando si va online, perché da quel momento in poi bisogna poter contare su una persona o una struttura che possa seguire l’evolvere del progetto, ed i fisiologici casini nei primi giorni di avvio.

Budget concept

 

E il budget?

Parlando poi di budget, anche questa domanda ricorrente, purtroppo la risposta è dipende.

Si, perché dipende proprio da cosa avete messo in fila tra le caratteristiche del vostro meraviglioso sito. La cosa buffa è che per la stessa richiesta e quindi lo stesso capitolato, potreste ricevere progetti con richieste economiche diversissime. Non capita di rado di vedere preventivi che vanno dai 3.000 € ai 30.000 €. Stesse specifiche, alle volte anche stesso motore eCommerce, fornitore diverso.

Anche qui, per capire come procedere, bisogna fare un minimo di analisi sui fornitori, come detto prima, e non fidarsi solo della sensazione a pelle.

Fare questo primo passo è importante ed è un bel labirinto nel quale districarsi, ma con le giuste informazioni a fare da guida si può trovare l’uscita e la soluzione.