Wardroba, il laboratorio online dello stile made in Italy [INTERVISTA]

Nata nel 2014, Wardroba si configura come una piattaforma di fashion social shopping in cui lo stile made in Italy è il vero collegamento tra i designer e gli utenti finali.

Wardroba rappresenta un laboratorio artigianale digitale per stilisti indipendenti, esperti di design e di materie prime italiane, che utilizzano la piattaforma sia per esporre le loro creazioni, sia per venderle direttamente agli utenti che, registrandosi gratuitamente, possono fin da subito acquistare e creare il loro look personale e personalizzato. La caratteristica social? La possibilità di condividere il look con gli amici sui social network, diventando quindi dei veri e propri trendsetter.

La volontà di riportare sulle scene della moda e dello stile il made in Italy è l’idea che sta alla base di Wardroba, attraverso un design giovane ed innovativo creato da stilisti indipendenti.

Per saperne di più abbiamo voluto chiedere a Federico Della Bella, fondatore di Wardroba, come nasce questa idea innovativa, che naturalmente va raccontata con il giusto stile.

Cosa vuol dire social commerce e cosa ha Wardroba in più dei suoi competitor?

Social commerce vuol dire che un utente per comprare può usufruire nella stessa piattaforma, integrata all’offerta, di tutte le informazioni necessarie per poter completare un buon acquisto. Gli acquirenti comprano oggetti recensiti ed apprezzati da persone delle loro stesse cerchie.

Per questo un social commerce offre molto più di un eCommerce: gli utenti possono comprare oggetti che sono stati apprezzati dagli utenti che loro stessi seguono, perché ritrovano in loro gli stessi gusti e possono facilmente scoprire nuove creazioni. Questo genera attendibilità e costante scoperta.

Wardroba, rispetto ai competitor, ha tre elementi differenzianti.

Per gli utenti è un social commerce, con i vantaggi rispetto agli eCommerce che abbiamo già visto. Inoltre i brand indipendenti sono caratterizzati da alta qualità, dove il prezzo è legato solo alla qualità e ai materiali e non al brand.

Per gli investitori, aggrega brand indipendenti di alta qualità, (poco conosciuti, frammentati nel territorio e nelle problematiche gestionali) regolamentandone tutto il processo di vendita, marketing e customer care e creando un unico centro di vendita e una standardizzazione del processo.

Per i brand, Wardroba fornisce un unico servizio integrato senza costi fissi. Questo permette ai brand di sfruttare il canale digitale senza costi e risorse da allocare.

Quali sono i requisiti per diventare uno stilista di Wardroba? Quali i vantaggi di farne parte?

I vantaggi sono molteplici. Per prima cosa, la partecipazione a Wardroba per i designer è totalmente gratuita, dunque, il brand non ha alcun costo per essere presente e mostrare le proprie collezioni.

Offriamo anzitutto la piattaforma tecnologica, che comprende un profilo store e include l’eCommerce. Da notare che non lasciamo solo il brand nella creazione del proprio store, ma provvediamo direttamente. In caso le fotografie realizzate dal brand non siano ottimizzate per l’eCommerce, offriamo un servizio fotografico a prezzi molto competitivi, sia per fotografie still life che per i lookbook.

Il servizio include anche le campagne marketing e comunicazione, tra cui social media, campagne Google Adwords, DEM, campagne stampa, digital PR. Raggiungiamo un’audience piuttosto vasta e questo è un valore aggiunto per il brand, che arriva al cliente finale senza alcuna spesa di comunicazione.

Infine, seguiamo tutto il processo logistico al momento dell’acquisto, gestendo con i corrieri la consegna del prodotto all’utente finale. Possiamo così spuntare prezzi vantaggiosi e ottimizzare l’utilizzo del canale.

Quanto ai requisiti, per prima cosa il brand deve essere interessante, avere qualcosa di distintivo, nel prodotto, nella comunicazione, nel progetto. Abbiamo storie molto belle, da You Khanga che si lega a un progetto charity con l’Africa, a Cum Laude, che, nonostante offerte importanti dal Medio Oriente ha deciso di restare in Sicilia, la sua terra. Ma tutte le oltre 40 storie sul sito hanno qualcosa di unico e interessante.

Questo non basta, ovviamente. Dobbiamo garantire all’utente finale un servizio e dunque il brand deve essere in grado di rispettare gli standard di mercato rispetto ai tempi di consegna, alla qualità dei prodotti e al servizio accessorio.

La scelta di puntare su brand ed artisti emergenti è stata vincente?

È una scelta che abbiamo fatto mossi da una valutazione strategica e dalla passione. Strategicamente, pensiamo non abbia senso aggiungere l’ennesimo eCommerce che, attraverso programmi di affiliazione e web scraping, offre gli stessi prodotti dei grandi marketplace. Quella è una battaglia che si gioca solo ed esclusivamente sulla forza finanziaria, in una lotta per la conquista del cliente che sta mettendo grande pressione sulla profittabilità. Inoltre, abbiamo pensato da subito a Wardroba come qualcosa di bello e che piacesse anzitutto a noi.

I rapporti con i designer sono molto importanti, per la passione che mettono e la qualità dei prodotti. Il nostro e il loro entusiasmo fa la differenza.

L’utente target lo chiamiamo unique seekers, interessato alla qualità del prodotto e ad avere qualcosa di unico e distintivo e non al nome e alla notorietà del brand. Anzi, avere qualcosa di unico e ancora poco noto è per lei (o lui) un valore.

Inoltre, i prodotti in piattaforma hanno una qualità molto alta e, rispetto a prodotti analoghi di marche consolidate, prezzi sensibilmente inferiori.

Gli unique seeker esistono e sono in crescita come numero e come influenza. Pensiamo che la chiave di successo sia collaborare con i talenti di oggi che saranno i grandi brand di domani.

Internazionalizzare il lavoro di un artigiano, non suona come un ossimoro?

Wardroba supporta la creatività degli stilisti e dei brand indipendenti con una serie di servizi complementari alle fasi di concezione, creazione e produzione degli abiti e degli accessori. Offriamo dunque servizi che riguardano la tecnologia, in particolare ICT, la logistica, la comunicazione.

Qualunque brand o produttore italiano, di qualsiasi dimensione, crediamo debba competere sulla scena internazionale: ormai è difficile emergere restando confinati in un solo paese.

La creatività italiana è straordinaria e il prodotto fondamentale, ma, per competere con successo sui mercati globali, contano sempre di più anche altre variabili, che riguardano proprio la capacità di sfruttare il canale ICT, l’ottimizzazione della logistica, un’attenta gestione delle risorse. Per la nostra formazione ed esperienza, manageriale e ingegneristica, siamo esattamente complementari ai nostri designer.

Al momento, Wardroba vende solo in Italia: dato che ogni mercato richiede una focalizzazione specifica, non abbiamo voluto correre il rischio di disperdere risorse ed energie. Entro pochi mesi, tuttavia, apriremo progressivamente all’Europa, agli Stati uniti e ai altri Paesi emergenti, dal Golfo, all’Asia, al Sud America.

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Quali sono i prossimi passi di Wardroba? Avete previsto partnership con stilisti o associazioni di categoria?

wardroba_made_in_italy

Abbiamo in programma sviluppi rispetto a tutti gli aspetti della nostra impresa.

Anzitutto, la piattaforma sarà presto rinnovata, avremo online entro l’estate la versione responsive del sito web, rilasceremo l’app iOS e integreremo le funzionalità dell’eCommere internazionale. Alcuni meccanismi di interazione saranno rivisti per aumentare l’engagement e la viralità.

Per lo sviluppo del business, stiamo aprendoci ai mercati europei, ottimizzando il servizio e con una comunicazione ad hoc per ciascun paese.

Con i brand i rapporti sono sempre più stretti e il portfolio di servizi che offriamo sarà sempre più vasto e profondo, permettendo a ciascuno di conoscere i comportamenti e le preferenze (aggregate) dei propri clienti. Ovviamente, anche il numero di brand è destinato a crescere. Diventare il punto di riferimento dei designer indipendenti italiani è il nostro obiettivo di lungo periodo.

Nel futuro, dovremo riconsiderare anche l’aspetto logistico: una crescita dei volumi permetterà ulteriori ottimizzazioni del canale.

Infine, il fundraising. Abbiamo concluso un primo seed di 50.000 euro in febbraio e stiamo lavorando per un primo round di finanziamento che renda possibili i molti sviluppi che abbiamo in mente per i prossimi anni.

Una campagna social media contro la discriminazione del maschio

Quote rosa, matrimoni gay, questione immigrati e chi più ne ha più ne metta: l’attualità è piena di riferimenti, battaglie, notizie e rivendicazioni sociali da una parte e dall’altra. Tuttavia qualcuno sembra mancare all’appello del tam tam social-mediatico: il maschio. Già, che fine hanno fatto gli uomini, di cui nessuno parla più?

Spesso ai margini del dibattito, prima metrosexual, poi hipster domani chissà cosa, l’uomo quando viene raccontato è il protagonista di brutti fatti di cronaca o è un’icona fashion un po’ ambigua; sul resto della popolazione cala il silenzio. E gli utenti della rete come la prendono? Spesso male, come in un recente post su Facebook da parte della rivista “Grazia”, che azzarda la proposta delle “ballerine per gli uomini”. “Sparatevi pagliacci“, è uno dei commenti più gettonati. “Come potete chiederci se ci piace questo orrore?”, risponde invece Lucia.

#DontMancriminate: la campagna sui Social Media per salvare il maschio

Una campagna del magazine indiano di lifestyle Maggcom ha recentemente sollevato la questione della marginalizzazione dell’uomo dalla società, puntando il dito su quella che viene definita come una vera e propria discriminazione in atto nei confronti dell'(ex) sesso forte. L’hashtag che campeggia nei web-manifesti è #DontMancriminate. Apriti cielo: feroci critiche sono piovute un po’ da ogni dove, anche da testate autorevoli come The Indipendent o Mashable, che ha parlato apertamente di epic fail.

La campagna di Maggcom propone come testimonial alcuni volti noti del mondo dello spettacolo come Elijah Wood, Johnny Depp o Jude Law (non è chiaro se abbiano dato o meno il consenso), accompagnati da tormentoni del tipo: “Se voglio fare sesso io sono un disperato, se vuoi tu sei emancipata” per continuare con un laconico: “Se una donna perde il lavoro è sessismo se un uomo perde il lavoro è un perdente”. Sul canale youtube della testata è possibile vedere dei mini video con le testimonianze di chi si sente quotidianamente discriminato.

Alle critiche Maggcom ha risposto con un editoriale dal titolo “Perché abbiamo bisogno di #DontMancriminatee e ne abbiamo bisogno adesso“, proponendo dei grafici sulla società indiana dove si dimostrerebbe, ad esempio, come i suicidi dei mariti siano il doppio di quello delle mogli.

Tra trovata pubblicitaria e reale battaglia sociale, l’iniziativa “Salviamo il maschio”, ha avuto anche dei colti predecessori, come Alai Minc, celebre saggista e consigliere politico, autore del profetico “I 10 giorni che sconvolgeranno il mondo, dove si immaginava la marcia silenziosa dei (giovani) maschi che, un giorno non lontano, avrebbero formato un corteo ordinato per protestare contro un mondo che li considera ai margini. Immagina Minc: “Trincerati dietro le proprie posizioni di uomini umiliati, facevano in modo di non contestare il principio della parità, ma ribattevano che le pari opportunità, stavano creando una generazione di vittime: la loro”.

Continua con un monito: “(verso i maschi) assisteremo in rapida successione alle medesime risposte collettive che la società americana ha conosciuto nell’arco di quarant’anni: reticenza, accettazione, ricusazione violenta“.

Fantascienza o realtà? In Italia il dibattito sul tema sembra pressoché assente o al massimo relegato a questioni da bar. Come nell’indimenticabile sequenza di “Berlinguer di voglio bene” (1977) dove, durante discussione sulla parità di genere nella toscanissima Casa del Popolo, interviene un signore dalla platea: “Ma insomma, la donna, la donna, la donna… oh l’omo?”

Master in Web Marketing e Social Media Communication + Digital Factory: aperte le iscrizioni alla 3° edizione

Master in Web Marketing & Social Media Communication

Il web marketing racchiude al suo interno la chiave per conquistare i mercati del futuro: i dati che la tecnologia mette a disposizione dei marketer sono preziosi e rivelano informazioni inedite sui comportamenti dei consumatori. Saper tracciare questi dati e basare su di essi la pianificazione strategica regala un enorme vantaggio competitivo a chi sa mettere il digital al centro del marketing in azienda.

Master Online in Web Marketing & Social Media Communication [Ottobre 2015 – Marzo 2016]

Giunto alla sua terza edizione, il Master Online in Web Marketing & Social Media Communication della Ninja Academy è un percorso completo che permette ai partecipanti di sviluppare competenze digitali a 360° gradi, abbracciando le strategie e le tecniche che il marketer deve oggi saper padroneggiare per competere in un mercato multipiattaforma: UX&UI, Content, Mobile, Email, SEO&SEM, E-Commerce, Social Media e Video Marketing sono solo alcune delle tematiche che verranno affrontate all’interno del percorso formativo.

#‎NinjaDigitalMaster‬

Pensato per rispondere alle esigenze dei professionisti che hanno sempre meno tempo a disposizione, il Ninja Master Online fornisce in un tempo ridotto e con la massima comodità l’aggiornamento necessario agli standard di insegnamento più alti del settore. I docenti della Ninja Academy sono scelti tra i migliori professionisti riconosciuti nel loro campo, persone che ogni giorno affrontano sfide e trovano soluzioni concrete per clienti nazionali ed internazionali.

Il Master Online in Web Marketing & Social Media Communication si qualifica come un Master non universitario di 60 ore che comprende:
15 Corsi di Alta Formazione professionale per un totale di 40 ore formative
20 ore di Question Time con i docenti

Quest’anno il Master si arrichisce di importanti novità: il Syllabus progettato con un Advisory Council di professionisti e il servizio di Lifelong Placement. L’Advisory Council è composto da professionisti di Google, Microsoft, Teads, Telecom, Tiscali, Rocket Fuel; mentre per tutti gli iscritti al Master viene attivato il Lifelong Placement, pensato per massimizzare le tue opportunità di carriera e di incontro con le aziende del digital marketing.

Inoltre, per sfruttare al massimo le conoscenze acquisite nel Master, è possibile arricchire i propri studi attraverso un Percorso Premium, 100% learning by doing: la Ninja Digital Factory.

Che cos’è la Ninja Digital Factory?

La Ninja Digital Factory è un percorso premium opzionale che quest’anno approda in due città: Milano e Roma (POSTI LIMITATI). Il percorso premium permetterà ai partecipanti di mettere immediatamente in pratica tutte le attività e gli strumenti analizzati durante il Master Online in una formula didattica learning by doing.

La Digital Factory 2015/2016, progettata in collaborazione con Microsoft Italia, consta di 3 sessioni di incontro dal vivo che si terranno presso TIM#WCAP di Milano e Roma, oltre che a distanza grazie alle tecnologie digitali di project management (Skype, Hangout, etc.). Ogni corsista infatti sarà inserito all’interno di un team di lavoro, seguirà le lezioni online come gli altri partecipanti del Master, e in più dovrà organizzare il proprio percorso operativo insieme agli altri membri del team sotto la guida del tutor di riferimento.

Le sessioni di studio si muoveranno in parallelo alle sessioni operative, che andranno a costituire un unico project work multidisciplinare. I gruppi si cimenteranno su 10 brief di web marketing, calati su aziende realmente esistenti, sui loro obiettivi di progettazione, sviluppo e misurazione del digital marketing.

5 cose che imparerai a fare seguendo il Master Online:

1. Progettare una Digital Strategy efficace
2. Misurare le metriche fondamentali per il tuo business sul digital
3. Utilizzare in maniera strategica Video, Content e Social Media Marketing
4. Sfruttare l’Inbound Marketing attraverso SEO&SEM, Mobile ed Email Marketing
5. Ottimizzare i flussi di ricavo del tuo E-Commerce

Quali sono gli argomenti del master e i rispettivi docenti?

Docenti Master Online in Web Marketing

AREA 1 – SCENARIO, STRATEGIA ED ANALYTICS
Digital Trend e Consumer Behavior
Digital Strategy e Modelli di Business
Digital Analytics & ROI

AREA 2 – USER ACQUISITION
SEO & SEM Strategy
Video Marketing
E-Commerce Management
Mobile Marketing
Email Marketing
SMM & Community Management

AREA 3 – STRUMENTI DIGITAL
Web Copywriting & Digital Content
UX, UI & Customer Journey
Digital PR
Temi legali per il Digital Marketing
Gli strumenti del marketing digitale

AREA 4: MARKETING AUTOMATION
Segmentazione, Campagne & Social Media

Quanto dura il master?

INIZIO = 13 Ottobre 2015 • FINE: 10 marzo 2016

Le lezioni del Master consistono in 2 Live Webinar di 2 ore ciascuno tenuti settimanalmente nella fascia oraria dalle 13 alle 14 e dalle 18 alle 20. Il partecipante potrà seguire il Master direttamente da casa propria, accedendo dal web ad un’aula virtuale e interagendo con la classe e con i docenti. Per chi trovasse difficile partecipare ai live webinar nel giorno e all’orario prestabilito, Ninja Academy offre la possibilità di seguire ciascuna lezione, senza limiti di tempo, anche On Demand accedendo ai video delle lezioni registrate e ai materiali didattici disponibili nella piattaforma di e-learning.

Leggi le opinioni di chi ha seguito il Master prima di te

Quali sono qui i vantaggi di seguire il Master Online di Ninja Academy?

✔ Segui i corsi live comodamente da casa o dall’ufficio
✔ Question Time per chiarire i tuoi dubbi ed interagire con i docenti
✔ Accesso alla piattaforma e-learning per rivedere i contenuti on demand
✔ Test e Certificato di partecipazione
✔ Project work multidisciplinare (Digital Factory)

Quanto costa il Ninja Master in Social Media Marketing?

Master Online in Web Marketing & Social Media Communication

Early Booking entro il 29 settembre 2015: 999€
Prezzo pieno dopo il 29 settembre 2015: 1199€

NINJA DIGITAL FACTORY + Master Online in Web Marketing & Social Media Communication incluso nel prezzo (solo 30 posti disponibili a Milano e Roma)

Early Booking fino al 29 settembre 2015: 1449€
Prezzo pieno dopo il 29 settembre 2015: 1599€

Il team Ninja Academy resta a vostra disposizione per qualsiasi dubbio o chiarimento. Potete scrivere a info[@]ninjacademy.it o telefonare allo 02 40042554. Vi aspettiamo con connessione, microfono e cuffiette alla mano.. Ma soprattutto, con tanta voglia di imparare! 😎

Knowledge for change.
BE NINJA.

Cosa è la SEM e come si imposta una campagna di successo con AdWords? [INTERVISTA]

search engine marketing

Ultimo appuntamento che ci avvicina al corso in SEO e SEM Strategy della Ninja Academy. Nelle scorse due puntate ci siamo occupati prima di SEO Copywriting con Luca De Berardinis e poi, attraverso le analisi complementari di Fabio Di Gaetano, di Inbound Marketing e della capacità di sfruttare le conoscenze in termini di contenuto per convertire gli accessi in possibili transazioni per la nostra azienda.

Incontriamo ora Gianpaolo Lorusso, uno dei primi tra i marketer italiani ad aver capito l’importanza dei motori di ricerca nell’attività di marketing e partner AdWords dal 2005. Con la sua esperienza decennale ci spiegherà al meglio quali sono i punti di forza del suo modulo.

1) Tu sei indiscutibilmente il nostro guru per quanto riguarda SEM e AdWords. Dalla scorsa edizione del corso a quella odierna quante novità dobbiamo aspettarci nel tuo modulo?

Grazie! Sono onorato e lusingato 😉

AdWords è sempre in costante evoluzione (per fortuna), in un anno quindi sono cambiate parecchie cose. Ne cito solo tre tra le più importanti lanciate recentemente:

  • La possibilità di tracciare utenti già passati sul nostro sito facendogli vedere i nostri annunci con il remarketing nelle campagne search attraverso liste create in Analytics.
  • Le nuove funzionalità dei centri cliente (prima MCC, ora “account gestori”) che permettono di operare contemporaneamente su più campagne in account diversi, come se fossero in uno unico.
  • Il tracciamento delle conversioni telefoniche tramite appositi numeri di inoltro Google, che consentono di risalire alla parola chiave o al posizionamento che ha portato alla chiamata.

A parte gli aggiornamenti di AdWords, ritengo che la novità più importante del settore sia la progressiva affermazione di alcune piattaforme alternative al Google Display Network, che hanno acquisito visibilità grazie alla diffusione tra i publisher del Real Time Bidding (che in Nord America copre già il 30% circa del mercato dell’advertising online).

Per una sintesi di quanto descritto finora, invito i lettori di Ninja Marketing a leggere questo approfondimento che ho da poco pubblicato.

2) Per SEO e SEM Specialist è sempre molto difficile quantificare l’apporto che una buona strategia SEM offre all’attività di un’azienda. Il ritorno d’investimento negli ultimi tempi è diventato più facile da misurare e quindi da mostrare o credi si possa fare molto di più in questo senso?

Sicuramente le possibilità di tracciare le conversioni in qualsiasi tipo di campagna di visibilità online sono notevolmente aumentate (non fosse altro che per il recente lancio del tracking delle telefonate in AdWords, appena citato). Non direi però che si siano semplificate, né che siano più precise, perché il sistema attuale basato sui cookie ha parecchi punti deboli, anche se è il migliore al momento disponibile.

I big del settore stanno già lavorando per creare dei sistemi di identificazione dei browser che superino i cookie, ma penso che ci vorrà ancora parecchio tempo prima di poterne vedere gli effetti concreti.

In ogni caso ho un suggerimento valido per tutti: ponetevi il problema di quali siano le azioni di conversione migliori da tracciare nel vostro sito e impostate gli obiettivi in Analytics, altrimenti navigherete sempre alla cieca nel mondo del web marketing.

3) Nel tuo modulo affronti il tema del budget di una campagna. Qual è il modo migliore per decidere quale strada intraprendere e come sfruttare al meglio il budget a disposizione?

Una volta certi che la struttura dell’account è stata ottimizzata (quando cioè promuovo tutti i miei principali prodotti/servizi con buoni punteggi di qualità, soprattutto sulle parole chiave che spendono di più), il budget va impostato in modo che keyword e posizionamenti migliori (quelli che portano contatti utili al minor costo) abbiano la massima copertura possibile (ovvero quote di impression vicine al 100%).

Se manca anche una sola di queste condizioni non saprò mai quale potrebbe essere il mio budget ideale, né quante vendite potrei farci, né tantomeno su che campagne mi conviene investire.

4) In più occasioni nelle passate edizioni del corso hai posto l’accento su come fare SEM sia una sorta di continuo processo di adattamento, come ogni campagna sia differente dall’altra. Ma se dovessi indicare una sorta di campagna-0, un’asse di riferimento rispetto al quale muoversi in relazione al caso di specie, come la definiresti?

La campagna migliore è quella che ha la struttura più semplice possibile, ma sfrutta appieno tutte le notevoli possibilità di targeting in AdWords, ottenendo il massimo risultato in termini di conversioni.

Parafrasando uno mooolto più intelligente di me (Albert Einstein), chiunque è in grado di fare campagne complicate, il genio sta nel farle semplici ottenendo risultati anche migliori (ovvero: keep it simple & follow your ROI!).


Wikipedia diventa cartacea

Tutti quanti avrete posseduto almeno una volta nella vita un’enciclopedia cartacea. Una media di 25 volumi con un peso e uno spessore notevole. 25 volumi in cui è racchiusa tutta l’autorevolezza del Sapere.
Bene. Ora pensate… da quanto non li aprite più? Almeno da quando esiste Wikipedia. Tutto digitale, tutto velocemente consultabile, con un’ottima attendibilità.

Ma anche Wikipedia adesso non è più SOLO digitale.

L’artista Michael Mandiberg ha voluto combattere l’obsolescenza dei big data passando gli ultimi 3 anni a trasformare l’intera versione inglese di Wikipedia in 7600 volumi stampati e rilegati.

L’opera si chiama “Print Wikipedia” e la sua realizzazione è dipesa da un software (progettato e sviluppato da Mandiberg) in grado di convertire velocemente le 11.5 milioni di voci dell’enciclopedia online, trasformandole in un formato adatto alla stampa.

Wikipedia diventa cartacea

Per darvi un’idea delle dimensioni mastodontiche di questo progetto, 36 tomi sono dedicati esclusivamente a ospitare la lista di tutti i singoli contributors, un numero che va oltre i 7.5 milioni91 invece sono i volumi con le tavole dei sommari.

Wikipedia diventa cartacea

Wikipedia diventa cartacea

Per terminare l’opera, Mandiberg sta organizzando la mostra “From Aaaa! to ZZZap!”: durante l’esposizione, tutti gli 11 Gb di file saranno uploadati sul sito Lulu.com per dare la possibilità agli utenti di effettuare un print-on-demand. Non che sia un’opportunità da tutti, ma anche questo fa parte del sapere open source.

L’upload impiegherà circa 2 settimane a completarsi: questa sarà anche la durata della mostra.
L’artwork di 7600 libri sarà poi disponibile per l’acquisto a una cifra di circa 500.000 dollari.

E voi, ninja da biblioteca, vi stampereste almeno un volume di Wikipedia?

Google Ventures e SoftBank: 11,5 milioni di dollari per Yieldify

Google Ventures Europe, aperta l’anno scorso con un fondo di 125 milioni di dollari, investirà in Yieldify, società di marketing tecnologico. La startup britannica ha rastrellato un totale di 11,5 milioni di dollari, arrivati oltre che da Google Ventures anche dalla giapponese SoftBank.

Il Ceo di Yieldify, Jay Radia, s’è detto molto soddisfatto del round di investimento; è quanto emerge dalle parole rilasciate al magazine Business Insider UK:

“The great thing about getting money from Google Ventures is you get access to a lot of great resources. The guy who merged Double Click with Google, he’s speaking to us now; the guy who created Google Maps, I’ve got access to him whenever I want. It’s having access to the best tech enthusiasts in the world — they’re just a few seconds away on Skype.”

LEGGI ANCHE:Arriva Invitalia Venture, un fondo da 50 milioni

Google Ventures Europe

Non è certo una cosa da poco, basti pensare alle startup che hanno avuto l’appoggio di Google Venture in passato. Startup come Uber, Nest, Slack sono oggi aziende con fatturati molto elevati, merito, tra le altre cose, dell’appoggio di Google Venture.

Appoggio non solo economico. Il team Google, infatti, lavora direttamente con le aziende, dalla progettazione del prodotto fino al copywriting attraverso più di 20 partner che si occupano a tempo pieno di design, ingegneria, reclutamento, marketing, e partnership aziendali.

Da utenti a clienti paganti

Yieldify nasce dalla necessità di convertire i visitatori dei siti eCommerce in acquirenti, non a caso il loro claim recita: “help businesses convert visitors, easily”. Il software tiene traccia delle azioni degli utenti online e invia offerte personalizzate in pop up o via e-mail.

Dalle parole rilasciate da Radia per Business Insider emerge come attualmente la maggior parte dei visitatori che giunge su un sito web non acquista nulla, quasi l’80% delle persone che aggiungono elementi al proprio carrello, non fanno acquisti.

A detta dei founders, il software di Yieldify garantisce che un utente che visita un sito eCommerce finirà per acquistare uno o più prodotti, anche quolara decida di abbandonare la pagina web.

I progetti futuri di Yieldify

Yieldify prevede di utilizzare il denaro raccolto per l’assunzione di più personale, espandendo attraverso gli Stati Uniti il proprio raggio d’azione. Attualmente i principali uffici si trovano a New York, Berlino, Porto e Sydney.

Staranno pensando anche all’Italia? Nell’attesa continueremo a bighellonare sui siti di eCommerce, sognando di acquistare questo o quel prodotto.

Michele Marzan è il nuovo CEO di Teads Italia

Michele Marzan è il nuovo CEO della sede italiana di Teads, società leader nel mercato del video advertising.

“Gli ultimi due Quarter di quest’anno mi vedranno coinvolto a sostenere la crescita del team italiano già di 30 unità, delle relazioni di business e, inoltre, della nostra divisione mobile per la quale preventiviamo un incremento del 30% rispetto al 2014.

Altresì, sarò fortemente concentrato a rafforzare le strategie per il team publishing che ogni giorno sta lavorando per allargare l’offerta d’inventory premium e viewable (così da garantire agli advertiser l’ottimizzazione dei loro investimenti su ogni singola impression) e per ampliare le opportunità di valorizzazione dei publisher attraverso soluzioni tecnologiche che prima non esistevano, meglio rappresentate dal nostro format inRead e dalla nostra piattaforma SSP proprietaria.

Sono felice che Christophe Parcot, Pierre Chappaz e Bertrand Quesada abbiano creduto in me: il fatto di avere un background consolidato da esperienze internazionali in più mercati mi aiuterà a dare il miglior supporto all’azienda, soprattutto, sul Mobile e sul Programmatic Advertising. Siamo solo all’inizio del vero new media, e questa è la migliore premessa per un lungo futuro di successo per Teads!”

LEGGI ANCHE: Ninja Digital Factory: l’esperienza raccontata dai vincitori

Attrarre i talenti, reinventare il settore del video advertising e mettere l’esperienza internazionale a fattore comune: questi gli ingredienti messi in campo per innescare un percorso di crescita internazionale.

Video Advertising, un mercato da 11,6 miliardi di dollari

 

Queste strategie rispondono in maniera immediata allo sviluppo di un mercato prezioso che in Italia ha raggiunto nel 2014 i 300 milioni di euro con una crescita annua media 2013-2015 di oltre il 20%. e che nel 2016, secondo Magna Global, raggiungerà un fatturato pari a 11,6 miliardi di dollari a livello globale.

La pubblicità video su Internet è uno tra i formati più utilizzati e più validi per le attività di digital branding, per creare engagement con gli utenti e per supportare lo storytelling che è sempre più al centro delle moderne logiche di comunicazione.

Una nomina importante per Michele Marzan, che ha accumulato oltre 15 anni di esperienza nel settore digital  e lascia dopo nove anni l’incarico di Regional Director Southern Europe per Zanox, gruppo Axel Springer, per guidare Teads Italia, a nove mesi dal rebranding dell’azienda che ha rappresentato un posizionamento del progetto sia da un punto di vista di offerta tecnologica che di strategia nel mercato del digital advertising. Una scelta fortemente strategica che andrà a ridefinire gli obiettivi d’innovazione che stanno caratterizzando Teads, in prima linea nel mercato della pubblicità video su Internet.

10+ serie tv che dovremmo rivedere (anche secondo YouTube)

serie tv youtube

Quando una mia amica brasiliana ha tentato di spiegarmi cos’è la Saudade mi sono subito venute in mente le serie tv anni ’80 – ’90 e il forte desiderio di rivederle.

Saudade è una parola portoghese usata per esprimere quel senso di malinconia e nostalgia che si prova quando si pensa alle cose del passato con la consapevolezza di non poterle riavere nel presente. Un mix di felicità, tristezza, presente, passato, ricordi, desideri… insomma un pout-pourri emozionale che tutti abbiamo provato almeno una volta nella vita.

Paradiso della saudade sono i social network: non luoghi virtuali dove tempo e spazio non hanno potere; una sorta di grande e infinita scatola dei ricordi collettiva. Basta pensare ad Instagram, l’album fotografico per eccellenza, a Facebook, con l’applicazione On This Day, e soprattutto YouTube dove i ricordi restano memorizzati in video eternamente conservati sul web.

Proprio da YouTube parte la saudade delle serie Tv, questo desiderio ancestrale di rivedere sul piccolo schermo quelle storie che hanno segnato la nostra infanzia e adolescenza. Una nostalgia che ci spinge a chiedere, a gran voce, un ritorno in scena. Ridateci le vecchie serie tv!

La piattaforma video di Google trabocca di filmati di ogni genere dedicati a telefilm dei decenni passati: dai video realizzati da appassionati fan (parodie, supercut, mashup, tributi…) ai contenuti televisivi pubblicati in rete da quelle emittenti americane che sanno come sfruttare il web per aumentare la loro fetta di pubblico. Vi ricordate quanto si parlò della “improvvisata” riunion del cast di Friends durante una puntata del Jimmy Kimmel Live?

Ma quali di queste serie tv meritano il ritorno e quali invece no? Dura a dirsi, anche per me. Per questo mi sono affidato al caro Internet, tra volumi di ricerca e meme, per trovare le 10 serie tv che il mondo aspetta di rivedere prima o poi. Peccato che non sempre remake faccia rima con successo.

Friends

Partiamo proprio da Friends, l’indiscutibile serie evento degli anni ’90. Difficile trovare chi non ha visto almeno una puntata, la serie nata dalla mente di David Crane e Marta Kauffman è quella che vanta più visualizzazioni ed engagement della storia. Ed un perché ci sarà!

Friends

Il remake di Friends: lo vedo molto difficile, nonostante l’amore dei fan, gli attori che hanno fatto la storia del telefilm sono invecchiati e alcuni (leggi Jennifer Aniston) davvero troppo costosi per una serie tv. Un possibile reboot di Friends con dei ragazzi finirebbe inesorabilmente ad assomigliare al Gossip Girl di turno, meglio di no. Conclusione? Compriamoci il cofanetto e mettiamoci l’animo in pace.

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La signora in giallo

Carissimi ispettori moderni, preparate le valigie: una nuova investigatrice è arrivata in città a bordo della sua bicicletta e con la sua macchina da scrivere: Jessica Fletcher. Più che una serie tv un’icona, è impossibile non desiderare un ritorno in scena della signora in giallo che, con deduzioni logiche e inspiegabili doti da ammaliatrice, riesce SEMPRE a scoprire l’assassino. E a concludere la puntata con una risata.

Il remake de La signora in giallo: Molto difficile, la serie deve il suo successo all’attrice protagonista Angela Lansbury e all’ambientazione anni ’80. Insomma, o con Angela o niente!

La signora in giallo

Willy il principe di Bel-Air

Hey questa è la maxi storia di come la mia vita è cambiata…” Lascio a voi continuare la famosissima sigla della serie tv più divertente andata in onda tra il 1990 e il 1996 che ha consacrato l’attore Will Smith.

Il remake di Willy: soltanto uno Smith può realizzare il reboot di Willy il principe di Bel-Air. Non sto parlando del 46enne Will ma del giovanissimo Jaden Smith che potrebbe interpretare il ruolo del giovane ragazzo del ghetto che, per colpa di un tiro maldestro a basket, finisce… insomma, la storia la conoscete tutti.

Willy il principe di Bel_Air

Bayside School

Da piccolo guardavo Bayside School e sognavo la divertentissima scuola americana fatta di amici per la pelle, disavventure comiche e un buffo preside che non fa paura ad una mosca. Questa serie è la bandiera della gioventù americana a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, tutta sorrisoni e problemi che si risolvono con il suono della campanella.

Il remake di Bayside School: sarebbe un disastro. Tra iPhone, social network e bullismo il reboot di questa serie suona più come un Inferno School. Sconsigliatissimo!

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E.R. Medici in prima linea

Ok, so cosa state pensando: “Cosa ce ne facciamo di E.R. quando abbiamo Grey’s Anatomy?”. Avete ragione ma vi sfido a guardare una puntata del buon, vecchio, caro E.R. e a rimanere impassibili al suo fascino. Serie stra premiata e con un giovanissimo George Clooney, E.R. ha fatto breccia nel cuore di numerosi fan che chiedono a gran voce un ritorno.

E.R. - Medici in prima linea

Il remake di E.R: semplicemente la serie tv perfetta! Mantenendo il giusto mix tra interventi adrenalinici, rapporti tra colleghi e intrecci amorosi, questo reboot darà del filo da torcere allo zuccheroso mondo di Grey’s Anatomy. Si esige un cameo di Clooney, va bene anche con il caffè.

Buffy l’ammazza vampiri

Lei classica studentessa americana tutta moda e coreografie da cheerleader che scopre, inesorabilmente, di essere la Cacciatrice predestinata allo sterminio dei vampiri in una città fondata sulla bocca dell’inferno. WOW! Con Buffy il dark arriva in tv e lo fa alla grande: la serie diventa subito cult guadagnandosi anche uno spin-off (dimenticabilissimo) e una serie a fumetti. E tutto questo prima di Twilight!

Buffy

Il remake di Buffy: vi prego, ne abbiamo assolutamente bisogno! Vampiri che fanno realmente paura, una cacciatrice sexy e determinata, magia e mistero come se non ci fosse un domani… devo aggiungere altro? Ah, sì: Spike!

Spike

Dawson’s Creek

Adolescenti degli anni ’90 riunitevi: è tempo di far tornare in scena le turbe mentali del giovane Dawson! La serie, oltre ad aver dato la fama a Katie Holmes e Michelle Williams, ha fatto soffrire e intrattenuto tanti giovani ragazzi e ragazze in piena crisi ormonale inaugurando un nuovo filone: le soap opera per teenager.

Il remake di Dawson’s Creek: ovviamente gli attori originali sono troppo vecchi per interpretare i protagonisti… ma se fossero i genitori dei nuovi ragazzi? Chissà, certo il pericolo “clone di” è nell’aria ma se si mantiene immutato il fascino e la semplicità della serie originale potrebbe nascere la nuova serie tv più amata dai ragazzi. Mandando in pensione Patty, Violetta e Co.

Dawson's creek

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Walker Texas Ranger

Ci troviamo di fronte alla serie tv per eccellenza, l’unica ad aver generato il maggior numero di meme e ad aver consacrato il suo protagonista nell’olimpo di internet. Ideatore e protagonista dei 203 episodio, Chuck Norris deve la sua epicità proprio a questa serie: non possiamo non chiedere un ritorno in tv.

Walker Texas Ranger

Il remake di Walker Texas Ranger: possibilissimo ma solo e soltanto con il caro Chuck nel ruolo del protagonista.

Walker Texas Ranger

Una mamma per amica

Ok, con questa serie ho sforato negli anni 2000 ma come si fa ad ignorarla? Con 96.400 risultati di ricerca su YouTube e il gran numero di fan sparsi in tutto il mondo, le “ragazze” Gilmore meritano un reboot come si deve. Soprattutto per togliere l’amaro in bocca dal finale poco… finale della settima stagione.

Una mamma per amica

Il remake di Una mamma per amica: necessario come gli hashtag su Instagram. Troppe storie in sospeso, il reboot dovrebbe mostrarci come sono andate le love story delle protagoniste (soprattutto di Rory!) e la nostalgia del piccolo paesino di Stars Hollow è davvero troppa!

Lost

Le carte in tavola c’erano tutte: una trama misteriosa e in continua evoluzione, un cast credibile, dei personaggi ben caratterizzati ed enigmatica. C’era anche un orso polare. Allora perché quel finale?

Lost

Il remake (o meglio reboot) di Lost: nuovi personaggi? Ok. Nuova isola? Ok. Niente orsi polari? Ok. Basta che non ci sia lo stesso, deludente -per alcuni- finale.

Love me Licia: la serie +1 che non ti aspetti

Quando un anime giapponese di successo incontra la televisione per ragazzi italiana degli anni ’80 non può che nascere un capolavoro come Love me Licia. Per chi non conoscesse questa serie (leggi troppo giovani) stiamo parlando della reinterpretazione tutta italiana del cartone animato giapponese Kiss me Licia con un cast che vantava l’idolo dei bambini: Cristina D’Avena. La serie si è conquistata immediatamente un capitolo nel libro del delizioso trash made in Italy diventando un tormentone grazie alle “fettine panate” tanto amate da Licia & Co.

Il remake di Love me Licia: inutile dire che qui l’effetto saudade è alle stelle. Solo per rivedere il vaporoso gatto Giuliano e risentire le canzoni dai testi minimal sono disposto a tutto. L’Italia ha bisogno del reboot di Love me Licia. Subito.

Sei d’accordo con questa lista? Ci sono altre serie tv che, secondo te, meritano un reboot? Scrivilo nei commenti!

Facebook: via alle GIF su Messenger

Che  un’immagine valga più di mille parole già lo sapevamo: una verità che anche le app di messaggistica istantanea conoscono alla perfezione. Tra sticker, emoticon e quant’altro che ormai chi non usa nessun tipo di immagine nei propri messaggi è quasi considerato strano. A questa compilation già abbastanza assortita, Facebook lancia un nuovo upgrade per la sua app di IM: dalle immagini statiche a quelle animate. È diverso tempo che Facebook sta pone parecchia attenzione all’app Messenger, e in particolare sembra che voglia spostare il focus sulle GIF. Recentemente il social di Menlo Park ha rilasciato una serie di app di GIF di terze parti, che possono funzionare su Messenger. Il tasto GIF inserito nella chat, permette di installare GIF for Messenger proposto da Riffsy o Giphy for Messenger, dell’azienda omonima. In questo modo sarà possibile scegliere tra un’ampia galleria di immagini animate. Il modo invece più innovativo è la ricerca contestuale, ancora in fase di testing. Andando a digitare una parola chiave, la chat potrebbe suggerirci una serie di sticker e GIF da inviare in chat. In questo caso la selezione di immagini è ancora piuttosto limitata, ma sappiamo che con Facebook si tratta solo di una questione di tempo. Inoltre, sembra che l’introduzione delle GIF sulla chat sia solo un primo passo. Stando a quanto riportato su TechCrunch, pare che l’obiettivo finale sia quello di raggiungere una condivisione più multimediale su Messenger, perseguendo uno degli obiettivi di Facebook ovvero la massimizzazione della tipologia il numero di contenuti condivisibili tra utenti. Ovviamente Facebook non è il solo: anche Tumblr e Twitter hanno già fatto ampi passi verso la valorizzazione delle GIF. LEGGI ANCHE: Se prenderanno piede anche sulle chat sarà il tempo a deciderlo. Voi cosa ne pensate? Usate frequentemente le GIF o non le trovate un contenuto necessario nei vostri messaggi?

Job sharing, un lavoro per due

Job sharing, un lavoro per due

Lo stiamo imparando a piccoli passi e alcune startup riescono anche a farne un business. Si può condividere l’uso dell’auto, la casa per le vacanze, perfino il bus per lunghe percorrenze o la cena. Insomma, la sharing economy sta diventando davvero pervasiva, frutto un po’ della moda e un po’ della convenienza economica di questo modello. Ma avresti mai pensato di poter condividere anche il lavoro?

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In Svizzera è stato stimato che ormai tra il 19 e il 27% delle ditte offra la possibilità di fare job sharing.

Il Job sharing, un contratto regolamentato cancellato dal Jobs Act

Job sharing, un lavoro per due

Sebbene in Italia questa forma contrattuale sia appena stata eliminata dal Jobs Act, il job sharing, o lavoro ripartito, è stato fino a qualche mese fa una forma di contratto regolare, forse troppo poco conosciuta e sfruttata.

Con il contratto di lavoro ripartito due lavoratori si obbligano a fornire la stessa prestazione lavorativa, con la facoltà di sostituirsi tra loro discrezionalmente e in qualsiasi momento, o di modificare la collocazione temporale dell’orario di lavoro.
In caso di malattia di uno dei lavoratori, per esempio, il datore di lavoro può pretendere l’adempimento da parte dell’altro, sempre che – ovviamente – non sia malato a sua volta.

Sotto il profilo degli effetti, insomma, il job sharing è assimilabile al lavoro part-time, ma se ne differenzia sostanzialmente per il fatto che esiste un unico contratto di lavoro subordinato e non due distinti contratti di lavoro a tempo parziale. Da questo fondamentale elemento di distinzione discende che, a differenza dal part-time, nel job sharing la prestazione lavorativa è unica.

Il lavoro ripartito piace alla Svizzera

Job sharing, un lavoro per due

Sviluppatosi nell’America di fine anni ’60, in Europa il job sharing sta prendendo piede soprattutto in Svizzera, nel tentativo di soddisfare le esigenze del personale e quelle dell’economia. È stato stimato, infatti, che tra il 19 e il 27% delle imprese elvetiche offrano attualmente posti di lavoro ripartiti.

La Svizzera ha la proporzione più alta di lavoratori a tempo parziale in Europa (36,5%), dopo l’Olanda. Qui il 59% delle donne lavora a tempo parziale, contro il 14% degli uomini.

Secondo molti imprenditori elvetici, il lavoro flessibile tende a soddisfare le esigenze dei dipendenti, a prescindere dall’età e dal sesso. Contribuisce a integrare i dipendenti e a mantenerli nel tempo in azienda, diventando un fattore chiave della continuità.

Ma oltre a una maggiore flessibilità, il job sharing permette anche di coniugare competenze diverse, soprattutto tra giovani e meno giovani, e di gestire meglio le assenze dovute a malattie e vacanze.

“Questa ripartizione del lavoro permette di favorire l’innovazione, aumenta le prestazioni e permette di scovare i migliori talenti”, afferma Elena Soldini, responsabile delle risorse umane alla Swisscom, la principale azienda svizzera di telecomunicazioni.

Tra i motivi per cui i dipendenti tendono a preferire questo tipo di contratto gli uomini menzionano il desiderio di trascorrere più tempo con la famiglia. Oggi, però, solo il 2% dei contratti di job sharing riguardano gli uomini, mentre circa il 90% è riservato unicamente alle donne.

Il lavoro dei sogni?

Job sharing, un lavoro per due

Se la media europea delle aziende che offrono job sharing è del 25%, la Gran Bretagna è al primo posto con il 48% delle aziende che offrono contratti di lavoro ripartito.

Il job sharing, insomma, sembra essere la soluzione perfetta per i dipendenti che cercano maggiore flessibilità coniugata con un impiego di responsabilità, ma anche per i datori di lavoro che spingono a una maggiore produttività del personale.

Perché funzioni, però, la chiave è conoscere davvero il proprio partner di lavoro, e riuscire a coordinarsi in modo efficiente: a volte non si ha il tempo di parlare col proprio collega e si rischia di perdere la traccia del lavoro svolto.

Vi sono, infatti, anche pareri negativi riguardo a questa tipologia di contratto. In particolare, secondo un sondaggio del 2014 condotto dalla società Robert Half tra 1.200 manager, quasi un terzo degli intervistati si è dichiarato convinto che “condividere le responsabilità in un impiego potrebbe complicare le relazioni all’interno del team e comprometterne il buon funzionamento”.

E in effetti soprattutto gli uomini sono più reticenti perché convinti che responsabilità e potere non possano essere condivisi.

Reclutare e seguire due persone implica qualche costo iniziale aggiuntivo per il datore di lavoro, e anche per il personale potrebbe essere destabilizzante doversi confrontare con due capi al posto di uno.

Infine c’è sempre il rischio che due impieghi al 50% si traducano in realtà in un carico di lavoro supplementare, magari non retribuito.

Insomma, anche in questo caso c’è ancora da capire quali possano essere i reali effetti della sharing economy, che un certo fascino, almeno negli ideali, lo esercita e non solo sull’ultima generazione pronta a esplorare il mercato del lavoro.