Volkswagen, Air Asia e Yatra.com: i migliori annunci stampa della settimana

Benvenuti amanti della pubblicità al lunedì creativo di ninja marketing con i migliori annunci stampa della settimana! Siete pronti a gustarvi la top 5? Diteci quale di queste pubblicità vi colpisce di più!

Wise Up English School: Nevermind/Submarine/Peppers

C’è chi uccide le canzoni con testo in inglese tutti i giorni. Fermiamo questa strage da karaoke imparando la lingua con i corsi intelligenti di Wise up.

Advertising Agency: Yeah!, São Paulo, Brazil
Creative Director / Copywriter: Fabiano Teixeira
Art Director: Roger Fernandez

Volkswagen Kombi: Names

Il nove posti di casa Volkswagen presentato con semplicità da Ogilvy & Mather Sud Africa.

Advertising Agency: Ogilvy & Mather, Cape Town, South Africa
Executive Creative Director: Chris Gotz
Creative Director: Prabashan Gopalakrishnan Pather
Copywriter: Logan Broadley
Art Director: Patrick Pearson
Account Director: Robin Hook
Agency Producer: Merle Bennet
Photographer: Theo Klompje

AirAsia: Quiet zone

Se odi il vicino rumoroso, prenota il tuo volo con Air Asia e scegli la quite zone.

Advertising Agency: Publicis Mojo, Brisbane, Australia
Creative Director: Andy Ward
Art Director: Ben Lees
Copywriter: Christian McKechnie

Villa Kalisat Ubud Bali: Escape

Tutti avremmo bisogno di una vacanza a Bali per uscire delle pressioni quotidiane!

Advertising Agency: Shed, USA
Executive Creative Director / Copywriter: Andrew Tinning
Creative Director: Drew Ridley
Art Directors: Matt Ridley, Drew Ridley, Andrew Tinning
Photographer: Robert Simeon

Yatra.com: Budget travels

Viaggiare a budget ridotto non significa viaggiare scomodi.

Advertising Agency: McCann Worldgroup, India
Creative Director / Art director: Subhashish Datta
Creative Director / Copywriter: Navajyoti Pegu
Art Director: Rahul Dutta
Copywriter: Jyotirmoi Deb
Illustrator: Leandre Hounnake

Apple Watch: come fare advertising sullo smartwatch by Cupertino?

L’Apple Watch fa sempre discutere, nonostante il grosso focus che gli era stato dedicato al momento della presentazione da parte di Tim Cook:  il numero di vendite determinano un successo o un clamoroso flop?
Nell’attesa che i dati orientino un po’ di più le risposte, cominciano a diffondersi i primi spot, e influencer ed early user hanno già al polso gli orologi di casa Apple. Come per ogni prodotto che si rispetti, i brand cominciano a studiare strategie per inserirsi nella vita e al polso, dei consumatori, sfruttando questo innovativo device per arrivare a realizzare un advertising che sfrutti il “contatto” fisico.

Una prima possibilità è garantita dalle funzionalità di tracking dell’Apple Watch, che permettono una profilazione del consumatore molto precisa, aumentando in modo esponenziale quelli che già sono big data disponibili alle aziende (alla faccia delle cookie policy).
Una conoscenza approfondita che può portare ad un’esperienza di advertising  davvero utile e  su misura, ma, citando Cole Sletten (direttore creativo dell’agenzia Ready Set Rocket), una conoscenza che può diventare un’arma a doppio taglio.
Pensateci. Già mal si digerisce di venire invasi da pop up pubblicitari quando si naviga su internet, e ancora meno da mobile: figuriamoci la possibilità di avere un avviso pubblicitario quasi fisicamente sulla pelle. L’impulso estremo sarebbe il voler gettar via l’orologio, mettendo anche fine all’esistenza stessa del device (già ampiamente criticato al momento della commercializzazione).

Il pericolo quindi è che il consumatore si senta invaso nella sua privacy, e infastidito da uno strumento ancora troppo nuovo, forse percepito ancora come un accessorio o un gioco.
Il consiglio per rendere efficace l’advertising su Apple Watch è quindi proprio di ridurlo al minimo.

Non sappiamo ancora di che si tratta, non sappiamo cosa sia, non sappiamo cosa può essere, non sappiamo cosa… diventerà, sappiamo solo che è fico! E questo è un valore inestimabile a cui non rinuncio.
-The Social Network

Questa frase, ovviamente estrapolata del film The Social Network, riassume bene quello che potrebbe essere un punto di vista sulla questione. L’Apple Watch ha infinite potenzialità, tutte da esplorare. Renderlo subito commerciale e riempirlo di pubblicità potrebbe portare a molte rinunce agli acquisti.
Nella miglior tradizione dei social network e dei device predisposti a far vivere un’esperienza profilata all’utente sarebbe quindi meglio verificare la reazione del pubblico, testarla e capire quali sono le applicazioni pratiche più usate e gli adattamenti necessari da integrare.

Oltre alle problematiche più “percettive”, c’è un secondo aspetto su cui i brand e le agenzie dovranno tener conto: le dimensioni dello schermo così piccolo, rispetto a quelli di smartphone e computer, induce a una capacità d’attenzione ancora minore da parte del consumatore.

Come rendere possibile l’advertising su Apple Watch dunque?

Anche qui ci si può rifare alle strategie dei social media manager di successo: content management di valore e creatività intelligente.
Un suggerimento che ci ha particolarmente convinto e colpito è quello di spingere le persone a credere di essere in una comunità: un esempio può essere proporre anche attraverso i media tradizionali  occasioni d’acquisto esclusive per clienti in possesso di Apple Watch.

Se invece la decisione di sfruttare direttamente Apple Watch come mezzo pubblicitario è presa, allora la soluzione giusta potrebbe essere tramite notifiche push, magari collegate alla geolocalizzazione. Sfruttando le tecniche di marketing di prossimità, che hanno ripreso vigore dopo l’introduzione dell’iBeacon lo scorso anno, si possono inviare notifiche personalizzate per sconti e promozioni al passaggio vicino a un punto vendita, oppure proporre servizi di customer service più personalizzati, soprattutto in contesti di retail marketing.

Insomma, l’advertising su Apple Watch è una sfida per i marketer che vogliono raggiungere un pubblico di early user ma non essere invasivi.
Quelli che hanno avuto successo hanno implementato la strategia dandogli un’accezione di possibilità di servizi user value anziché di mero obiettivo promozionale. Ad esempio American Airlines sta proponendo servizi di notifica molto precisa su tutte le informazioni di viaggio, e BMW ha studiato delle app che permettano di controllare lo stato di salute del proprio veicolo, o trovare la propria auto in un parcheggio; Target invece ha rilasciato un’applicazione che permetta ai clienti di orientarsi al meglio dentro lo store.

Insomma, le possibilità sono infinite: staremo a vedere come brand e agenzie decideranno di sfruttarle.

Elba, the Napoleon Experience: arte e moda raccontano l'Isola dell'Imperatore Bonaparte

Un omaggio al grande talento di Coco Chanel. Un abito ed un anello napoleonico creati per Aurora, lo spirito dell’Elba, il bottone di una giacca di lino interamente lavorata a mano. Un ritratto di un inedito Napoleone a cavallo. Il profumo essenza dell’isola che fa rinascere il rapporto con il proprio spirito. Una proustiana “pétite Madelaine” e un chiaro riferimento all’homo faber di Bergson.

Così si intrecciano alcuni degli elementi visivi, materici e filosofici, che rovesciano i paradigmi della comunicazione. Così si incastrano, come fossero tessere di un unico e grande mosaico, le anime di Elba, the Napoleon Experience Fashion, il progetto di promozione turistica dedicato all’isola toscana.

Parafrasando McLuhan, il territorio diventa mezzo, e l’esperienza il messaggio da veicolare.  Una ricerca identitaria, che volutamente si ispira a Proust e al suo concetto di memoria.

LEGGI ANCHE: Come fare Digital Marketing nel settore turistico?

Elba, the Napoleon Experience: il progetto di Rigenerazione territoriale dell’Isola dell’Arcipelago Toscano

Il progetto nasce dall’intuizione di Maurizio Goetz, Tourist Experience Design Strategist, Destination Manager Isola d’Elba, Maristella De Giuseppe, Art director, architetto creatrice ed organizzatrice e Lello Grieco, Art Director, architetto, fondatori del Gruppo ABOUT, con il supporto di Andrea Rossi, Experience e Communication Manager di VisitElba.

Si tratta di un complesso piano di marketing turistico ed esperienziale, di posizionamento che intende promuovere il territorio dell’Isola d’Elba attraverso la narrazione dei prodotti artigianali e artistici dedicati al tema del viaggio e di Napoleone.

La sua complessità sta proprio nel coinvolgimento di più mezzi di comunicazione, come la fotografia, il film, il minisito, il museo virtuale interattivo, eventi dedicati e canali commerciali che distribuiranno i prodotti iconici dell’Elba Lifestyle, creati e realizzati da stilisti elbani, nazionali ed internazionali da un progetto collaborativo.

“Stiamo parlando di Rigenerazione Esperienziale Territoriale”, precisa il professore, Maurizio Goetz e ha a che fare con un nuovo concetto di lusso, che esplora una dimensione più interiore e intima e che stiamo portando avanti con il Gruppo ABOUT.

Fashion design e arte rendono omaggio a Napoleone

Se l’anno scorso l’intuizione di Maurizio Goetz e Andrea Rossi aveva previsto la realizzazione di una webserie #elbaMovie – peraltro pluripremiata a livello internazionale e nazionale-  dedicata agli internauti, quest’anno, quasi nostalgicamente, si ritorna alle origini e si parte dai media analogici, che più rappresentano l’Italia dell’arte e  della moda.

Tra le eccellenze artigianali di nicchia interessate al progetto, non potevano mancare quelle del made in Italy. Moda e arte assieme danno vita a una storia di storie. Fil rouge che le lega tutte all’Elba è duplice: il personaggio di Napoleone e il viaggio.  Saranno quindi 23 gli stilisti coinvolti e oltre 200 gli artisti da tutto il mondo selezionati per interpretare lo spirito più autentico  dell’Isola d’Elba.

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credits: Stefania Pizzichi e Fabrizio Coco - Nuova Accademia di Belle Arti - Milano

Il lusso oltre gli schemi del denaro

Dimentica il concetto di lusso legato al prestigio del brand e al denaro. Se proprio si deve parlare di lifestyle, quello a cui tende il progetto, Elba, the Napoleon experience, fa leva sulla sensibilità del singolo nel saper cogliere un tempo al di fuori del tempo e renderlo memorabile.

Un nuovo o forse dimenticato modo di consumare, che esalta le dimensioni spazio-temporali, è alla base di questa inedita luxury experience. Valore tempo, quello per “fare le cose”, le cose che durano nel tempo, che sono destinate a diventare preziose col tempo. Valore spazio, come elemento geografico, che caratterizza l’oggetto e che ne giustifica il valore.

Assieme, spazio e tempo diventano gli elementi costitutivi e indispensabili dei prodotti di fashion design e arte creati nel contesto di questo progetto di marketing turistico. Ecco quindi che il territorio, l’Isola d’Elba diventa un supporto della memoria e della rigenerazione identitaria.

Elba_the_napoleon_experience

credits: Stefania Pizzichi e Fabrizio Coco - Nuova Accademia di Belle Arti - Milano

Dal target al segmento esperienziale

Il viaggio sull’isola diventa un espediente che permette di far emergere quella libertà di scelta che troppo spesso dimentichiamo di avere. No ai compromessi, no allo spirito di omologazione.

Sì, al piacere della riscoperta dell’homo faber e del genio artistico umano. E ancora sì, alle “cose fatte su misura” e a misura d’uomo, proprio come il territorio dell’Isola d’Elba.

Ecco l’anima delle donne e degli uomini a cui si rivolge Elba, the Napoleon Experience.

Ne vedrai delle belle, è proprio il caso di dirlo! Poco a poco ti sveleremo i particolari e i dettagli di questo progetto in fieri.

 

Note: L’immagine di apertura dell’articolo ritrae un anello in argento e oro e pietra in granato Rodolite  della Galleria Vulca (Capoliveri).  Nella seconda immagine, trovi un abito in cachemire di Marina Sala Cachemire (Portoferraio) e una spilla gioiello N in oro e argento della Galleria Vulca (Capoliveri). Ed infine, nell’ultima immagine è presente il dettaglio di una giacca in lino della Sartoria Antonelli (Napoli), con il particolare del bottone gioiello in oro di Gioielli artigianali Sara Lubrano (Napoli).

Don't Judge Challenge: la strana risposta social al bullismo

don't judge challenge

Qualche settimana fa la beauty vlogger Em Ford pubblicava un emozionante video in cui denunciava i pesanti commenti di cui era stata vittima nelle settimane precedenti dopo aver mostrato per la prima volta il suo viso affetto da acne adulta.

Del caso hanno parlato molte testate online, sottolineando la disarmante malignità delle parole degli utenti. Il tema del body shaming e del bullismo tornavano ancora in cima ai temi di tendenza, trascinandosi dietro il potente hashtag (di incerta origine) #DontJudgeChallenge.

In quegli stessi giorni Vine, Instagram e le altre piattaforme video più diffuse diventavano palcoscenico di un nuovo “movimento” dalle ambizioni sociali e benefiche ma dagli effetti contrastanti e discussi, che ha preso in prestito proprio il nome “Don’t Judge Challenge“.

LEGGI ANCHE: Stop al Body-shaming, usare i Social Media per un cambiamento sociale?

Nato come strumento per esprimere il proprio dissenso in merito al ruolo predominante che l’aspetto fisico ricopre nella società occidentale, il #DontJudgeChallenge vede come protagonisti giovani ragazzi che si mascherano “da brutti” con l’obiettivo di dimostrare quanto sbagliato possa essere basarsi esclusivamente sull’aspetto esteriore nel formulare il proprio giudizio su un’altra persona.

http://fleekgawdess.tumblr.com/post/123338817083/lol-i-tried

 

Utilizzando il montaggio facilitato che strumenti come Vine o Instagram consentono, i protagonisti si mostrano dapprima imbruttiti e goffi per poi, dopo aver coperto l’obiettivo con un mano, ricomparire in tutta la loro bellezza.

Eh sì, perché se vi siete imbattuti in questi video, avrete notato che almeno finora la maggior parte dei ragazzi che stanno prendendo parte al #DontJudgeChallenge sono giovani di bell’aspetto, apparentemente sicuri di sé.

L’accusa di molti verso l’azione collettiva è banale ma tuttavia difficilmente contestabile: cosa rende legittimati questi ragazzi a definire come tremende e sgradevoli (rafforzandone quindi la possibilità di divenire oggetto di bullismo) caratteristiche come le sopracciglia folte o i brufoli? Per lo più, associandole ad un atteggiamento eccessivamente goffo e impacciato, come se le due cose facessero necessariamente parte di una imprescindibile equazione matematica?

http://camerrrn.tumblr.com/post/123325920716/i-had-to-do-it-it-was-just-for-fun-dont-get

 

Alcuni utenti hanno quindi reagito postando le loro reazioni.

 

 

 

La meschinità del body shaming (così viene definita in lingua anglosassone la pratica derisoria nei confronti di chi, per scelta o condizione naturale, non è conforme ai canoni estetici) è uno dei temi più più dibattuti online. Perfino il marketing non ne è rimasto escluso: dalle campagne di Dove, alla vicenda della criticatissima affissione di Protein World. Personaggi pubblici sono arrivati alle luci della ribalta grazie anche alla loro diversità, diventando poi testimonial di brand importanti, come è successo alla modella Chantelle Winnie, affetta da vitiligine ma diventata una delle più richieste top model e brand ambassador di Desigual.

Il tema è quindi figlio del nostro tempo, non nuovo, chiaramente non banalizzabile. Anche per questo si resta ancor più sbigottiti nel vedere la strana direzione intrapresa dal #DontJudgeChallenge. Social sì, ma sociale? Forse no. C’è poco di simile al fenomeno video della scorsa estate, l’Ice Bucket Challenge, che seppur sul finire ha raccolto qualche critica, ha contribuito a catalizzare l’attenzione su una grave malattia e a raccogliere fondi per la ricerca in nome di un “noi” collettivo. Nel #DontJudgeChallenge il “noi” sembra essere stato fagocitato in nome dell’”io” senza forse che i suoi sostenitori (giovani, teoricamente ancora più sensibili al tema) nemmeno se ne siano resi conto.

Possibile che l’ossessione per l’immagine che i social hanno contribuito a rafforzare sia arrivata a negare sé stessa nelle nostre coscienze? Anche ammesso che non sia così (e lo speriamo vivamente) siamo davanti all’ennesimo esempio degli effetti negativi della sovraesposizione del sé e della dipendenza da social-approvazione?

Nell’ultimo mese, secondo Topsy, attorno all’hashtag #DontJudgeChallenge si possono registrare quasi 3 milioni di interazioni su Twitter. Cosa c’è di così virale in questo controverso fenomeno?

Questa compilation di video #DontJudgeChallenge ha già raccolto più di 2 milioni di visualizzazioni.

 

Seguiamo il modello Tensione-Emozione-Catarsi. Possiamo osservare come lo schema sembri sdoppiarsi per due differenti pubblici: chi si riconosce nei protagonisti dei video e chi invece ne critica l’azione.

Se le prime due fasi camminano di pari passo (la Tensione causata da un tema difficile e attuale come quello del body shaming e l’Emozione che si concentra nel momento in cui la mano copre l’obiettivo) l’ultima si diversifica in avvenuta Catarsi, nella forma di divertimento, per il primo tipo di spettatore, e mancata soddisfazione delle attese per il secondo tipo, che non trova adeguato riscontro nell’approccio al tema.

 

E voi, cosa pensate del #DontJudgeChallenge?

Commodore Pet: lo smartphone che fa rivivere C64 e Amiga

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Una buona notizia per gli amanti del retrogaming: dopo più di 30 anni dalla sua nascita, il Commodore 64 tornerà in vita, e lo farà su uno smartphone. L’idea è di due imprenditori italiani, Massimo Canigiani e Carlo Scattolini, che hanno fondato la Commodore Business Machines Ltd nel Regno unito, inviando allo stesso tempo una richiesta di deposito per il marchio Commodore e il suo relativo diritto di utilizzo su dispositivi mobile.

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Il coraggioso smartphone si chiamerà PET, come il primo computer della Commodore uscito nel ’77, ed il suo lancio è previsto entro la fine dell’estate.

Specifiche tecniche

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Secondo le prime indiscrezioni, il Commodore PET sarà 4G ed avrà uno schermo da 5,5 pollici protetto da un vetro Gorilla Glass 3, con fotocamera posteriore da 13Mpx e frontale da 8.

Monterà il sistema operativo Android 5.0, spinto da un processore Mediatek octacore da 1,7Ghz con architettura a 64bit. La batteria dovrebbe essere una 3000Mah rimovibile. Il terminale dovrebbe essere commercializzato in due versioni: una con 32GB di rom e 3GB di ram, e la più economica con 16GB di rom e 2GB di ram, entrambe con slot microSD. I colori disponibili saranno tre: bianco, nero e beige. Il prezzo di partenza varierà dai 280 ai 330 euro.

 

Amiga e Commodore 64 in 5,5 pollici

Più che per le specifiche tecniche, comunque di buon livello, il Commodore PET attrae per la presenza di due emulatori Amiga e Commodore 64, appositamente ottimizzati per il terminale, grazie ai quali anche i più nostalgici potranno rivivere le loro avventure videoludiche preferite.

Sul canale Youtube dell’azienda sono presenti due video in cui lo smartphone è messo alla prova nell’emulazione, ma finora nessuno fuori dall’azienda ha potuto testare questa funzione: forse il team italo-britannico sta ottimizzando gli emulatori, ma gli converrà sbrigarsi: Settembre è vicino!

 

Commodore PET: rebranding o progetto originale?

Android Police riporta la segnalazione di un suo lettore, il quale fa notare che il Commodore PET sia identico, almeno nella scocca e in parte dell’hardware, all’Orgtec Waphone: uno smartphone commercializzato da una compagnia telefonica cinese.

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La Commodore Business Machines smentisce questo rumor, sostenendo che in realtà i due dispositivi differiscono per qualità costruttiva, software e hardware interno e precisando che le due aziende (Commodore Business Machines e Orgtec) non hanno mai avuto contatti tra loro. La spiegazione più plausibile è dunque che le due aziende si siano avvalse, in parte, di stessi fornitori.

Startup e Mobile: una tendenza in aumento

Proprio come per il caso dello Stonex One, anche per il nuovo Commodore PET una cosa è chiara: i nuovi produttori che cercano di entrare nel settore Mobile lo fanno associando elementi distintivi alle logiche tipiche delle startup.

L’hardware ormai è una commodity, e gli unici vantaggi competitivi che derivano da esso riguardano costi e sostenibilità: un dispositivo può essere commissionato in Cina e brandizzato con più facilità rispetto al passato (e qui vogliamo ricordare che la stragrande maggioranza degli smartphone viene prodotta in Cina). La battaglia per emergere nel settore Mobile si combatte a suon di prototipi, MVP, comunicazione, killer feature e ottimizzazione software.

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Quale sarà il futuro del Commodore PET? I nostalgici e i consumatori più geek premieranno questo coraggioso porting? Difficile dirlo adesso: gli elementi che conosciamo sono pochi, ma sicuramente l’idea è molto azzeccata. Ne riparleremo all’uscita del dispositivo, quando anche gli utenti avranno la possibilità di avere, dopo più di 30 anni, un Commodore PET tra le mani.

A che punto è la digitalizzazione in Italia? [INFOGRAFICA]

Nel momento in cui finalmente la rete a banda larga non è più sconosciuta a molti dei non addetti ai lavori, il futuro della comunicazione pare però viaggiare a una velocità ancora più rapida e la sfida è rappresentata dalla diffusione della rete a banda ultra larga o ultrabroadband. Questo tipo di rete permetterà di usufruire ancor di più di servizi come il cloud computing o lo streaming in Full HD e considerando che l’avvento di Netflix in Italia sembra alle porte… c’è tanto da guadagnare!

Con l’aiuto di questa infografica realizzata da Fastweb proviamo a capire a che punto è la digitalizzazione dell’Italia con una lettura analitica dei dati del Digital Scoreboard.

Le reti ultrabroadband in Italia

L’Europa sembra cogliere questa nuova velocità: dal 2011 al 2014  la realizzazione delle reti ultrabroadband è passata dal 48% al 68% con un incremento dell’ultimo anno di ben 6 punti. E il nostro Paese? Pare essersi difeso discretamente, in 4 anni siamo passati dall’11% al 36% con un ruolo di non poco conto da parte di Fastweb.

L’evoluzione della rete ultrabroadband in Italia

Da dicembre 2013 a dicembre 2014 l’evoluzione della rete ultrabroadband in Italia è passata dal 21% al 36%; secondo l’infrografica di Fastweb, però, entro la fine del 2015 si arriverà al 51% di diffusione e con una crescita di 15 punti all’anno. Entro il 2018 si potrà arrivare a una copertura del 75% del territorio.

LEGGI ANCHE “Digital Scoreboard 2015: come cresce il digitale in Europa [REPORT]”

Copertura reti ultrabroadband per tecnologia

Se la copertura delle reti FTTC (Fiber to the cabinet) in Italia è di tutto rispetto a confronto con la media europea, la mancanza del cavo penalizza la diffusione dell’ultrabroadband; la presenza delle reti FTTH (Fiber to the home) nel nostro Paese è però allineata con il resto dell’Europa.

Ancora tanto c’è da fare…

Come evidenzia l’infografica di Fastweb, il problema principale è che la copertura delle aree rurali della rete ultrabroadband è praticamente inesistente. Quindi se la rete a banda larga in Italia ad oggi si è affermata con una buona percentuale rispetto all’Europa, la diffusione delle reti a banda ultra larga è ancora molto lontana dalla media europea: 5,4% vs 31%.

Cosa fare, allora? L’analisi di questi dati non può che far raggiungere un’unica conclusione: se non si interviene sulla domanda della rete ultrabroadband e sulla sua diffusione in aree meno popolate, forse gli obiettivi paventati per il 2018 saranno solo un’utopia. Che ne pensate, Ninjas? Ditecelo nei commenti!  😆

Meerkat al contrattacco di Periscope: via ad un nuovo aggiornamento

Meerkat e Periscope sono ancora sul campo di battaglia e continuano a sferrarsi attacchi a colpi di aggiornamenti. Perciò torna il nostro bollettino di guerra, con tutte le novità dal fronte.

Ma prima, ricapitoliamo in pochissime parole: tra sponsorizzazioni da parte di celebrità e integrazione con Twitter, Meerkat andava fortissimo a inizio anno, Twitter però si è accorto dell’enorme potere del livestreaming e, da piattaforma legata al real time per eccellenza, ha detto “Perché non dare ai miei utenti la possibilità di trasmettere con un’app nativa?”, e così ha lanciato Periscope, togliendo a Meerkat l’accesso al proprio Social Graph (con la conseguenza che Meerkat non aveva più un pubblico tanto ampio, per farla facile). Meerkat non si è arreso e ha continuato a offrire novità e strumenti non disponibili su Periscope.

Il problema? Anche Periscope ha cominciato a fare lo stesso, con la possibilità di trovare le trasmissioni direttamente su una mappa del mondo (per dirne una). Turno di Meerkat, in attesa del contrattacco…

Ok, dopo aver riletto questo riassunto con i nervi più tesi della voce che fa il recap di Beautiful, prendiamo fiato e passiamo alle tre novità appena lanciate Meerkat.

LEGGI ANCHE: Intervista doppia a Periscope e Meerkat

Amici su Facebook

Dopo la rottura con Twitter, era necessario legarsi a una nuova piattaforma che offrisse un nuovo bacino di utenti a cui attingere, e che desse a questi la possibilità di trovarsi tra di loro. Chi meglio di Facebook poteva assolvere a questo ruolo? Con le API del social network più popolato del mondo e le enormi reti di utenti che lo costituiscono, Meerkat può ora garantirsi una nuova ondata di trasmissioni e spettatori.

Il fondatore di Meerkat ha annunciato che qui non verrà automaticamente pubblicato un avviso ogni qual volta un utente avvia una trasmissione, sopratutto per via del fatto che Facebook non è una piattaforma real time come Twitter, e perciò sarebbe facile farsi scappare una trasmissione. Ci si concentra soprattutto sulla vastità delle reti e il grande numero di amici che in media ha ciascun utente. La mancanza di un avviso è comunque ovviata dall’app: infatti, una volta loggato tramite Facebook, l’utente seguirà automaticamente tutti gli amici che usano Meerkat e riceverà una notifica ogni volta che uno di loro inizierà a trasmettere.

Cameo

Questa è la novità che potrebbe segnare un vero allungamento rispetto a Periscope, perché strettamente legata alla partecipazione attiva degli spettatori – che attualmente possono solo commentare su entrambe le piattaforme. Cameo è la nuova funzione che permette agli spettatori di contribuire allo stream, trasmettendo a loro volta. Come? L’utente che ha avviato lo stream potrà sceglierne uno e dargli la possibilità di comparire in un cameo – proprio come nel cinema. A quel punto l’utente avrà fino a un minuto per trasmettere in uno slot che prenderà il posto della trasmissione originale.

Questo potrebbe segnare una nuova frontiera nella partecipazione degli utenti, soprattutto se iniziamo a fantasticare sulle conseguenze che la funzionalità potrebbe avere sui brand.

Passando al lato puramente tecnico, sia lo streamer che il partecipante potranno far terminare il cameo prima del minuto disponibile.

 

Meerkat Library

L’ultima novità introdotta è ancora in beta, ma già disponibile per numerosi utenti. Questa offre agli utenti la possibilità di risparmiare molto spazio sui loro dispositivi. Infatti si tratta di una libreria su cloud nella quale verranno salvate tutte le trasmissioni effettuate, che potranno essere riprese in un secondo momento (oltre la visibilità di 24 ore offerte da Periscope) per essere ricondivise successivamente altrove. Inoltre tutti potranno navigare nella libreria di ogni utente, ma il proprietario avrà la possibilità di scegliere quali trasmissioni saranno pubbliche e quali private.

Allora, chi avrà la meglio tra Meerkat e Periscope?

10 cose che abbiamo imparato al Corso online in Startup Management

corso online startup management

Per avere successo e diventare grandi imprenditori oggi basta avere l’idea giusta. Un po’ come Zuckerberg, siamo tutti pronti a diventare startupper. Ecco, questo è quello che certamente non abbiamo imparato al Corso online in Startup Management
della Ninja Academy.

Grazie ai docenti Jacopo Pasquini, Gennaro Varriale, Antonia Verna, Marco Bellezza, Augusto Coppola e Paolo Gesess abbiamo capito che ogni aspetto ha un peso specifico importante nella realizzazione e nella gestione di una startup: dalla scelta della forma giuridica alla giusta interfaccia del nostro sito, sino all’accurata conoscenza dell’ecosistema dei Venture Capital.

Prima di lanciarsi nella nuova impresa è necessario prepararsi con cura, ecco cosa abbiamo imparato.

1. Il primo check: UX Design

Cosa significa User Experience? Soprattutto che prima di fare è necessario progettare.

Per progettare un eCommerce, un sito o una App partendo da zero è indispensabile seguire linee guida che rendano il design usabile, disegnando siti e landing page piacevoli e intuitive. Solo in questo modo potremo incrementare le visite, la durata, la fidelizzazione e le conversioni.

Prima di tutto è necessario tenere bene a mente che non sempre creativo coincide con usabile, ma che una caratteristiche non deve necessariamente escludere l’altra. “Se un sito funziona non se ne accorge nessuno: è quando non funziona che se ne accorgono tutti”.

ux design

2. Usabilità: efficacia, efficienza, soddisfazione

È sempre necessario tenere a mente, nella progettazione di un sito come di un ecommerce, che l’usabilità è data dalla somma di questi tre fattori: efficacia, efficienza e soddisfazione.

In altre parole devi sempre ricordare la misura in cui un utente è in grado di raggiungere l’obiettivo di un compito in modo corretto e completo, la quantità di risorse spese dall’utente per raggiungere l’obiettivo e la piacevolezza con cui l’utente raggiunge l’obiettivo.

3. Prevedere il successo per scegliere gli strumenti giusti

Per la realizzazione del tuo progetto, specie se online, devi prevedere anche le caratteristiche tecniche necessarie per l’infrastruttura server. Quello che devi valutare è innanzitutto il traffico previsto, poi il tipo di informazioni e servizi offerti, le criticità, la variabilità ed espandibilità del servizio e infine la necessità di interfacciamento con altri sistemi.

Un singolo server basterà per gestire un basso traffico, come quello di un sito aziendale, mentre una infrastruttura distribuita sarà necessaria per medi carichi (siti con traffico medio) e una infrastruttura complessa servirà per alti carichi (siti con alto traffico).

Prevedere la scalabilità e quindi il successo della tua idea, significa anche prevedere la scalabilità di queste infrastrutture.

4. Scegliere la forma giusta

S.r.l. o S.r.l. semplificata? O forse meglio ancora una S.p.A.

Per evitare di incorrere in blocchi improduttivi nelle fasi più cruciali per la nostra stratup, è importante la scelta del veicolo societario più adeguato per lanciare una startup, valutare quali requisiti bisogna possedere per essere una startup innovativa e che cosa comporta esserlo.

Ma dopo essere partiti, bisogna essere preparati anche al successo. Ecco perché è essenziale valutare anche le principali questioni da affrontare in caso di ingresso di un socio investitore.

5. Il primo valore della tua idea, il copyright

Ecco un aspetto ancora molto spinoso nell’ambito digitale: perché la proprietà intellettuale è così importante per le startup?

IP, brevetti, marchi, diritto d’autore, devi tutelare la tua idea considerando tutti gli aspetti possibili.

6. Cosa vogliono gli investitori

La tua idea può essere la migliore del mondo, ma se non hai un team convincente, non sei attento alle nuove tecnologie o non hai cognizione del potenziale di scalabilità della tua startup, nessuno punterà mai su di te.

Tieni bene a mente che la tua idea deve soddisfare alcuni requisiti fondamentali: fattibilità, scalabilità e innovazione innanzitutto.

Prima di partire, anche con un business plan piuttosto approssimativo come primo step, devi sempre considerare il mercato di riferimento e i concorrenti: anche se ti sembrerà che non ce ne siano, controlla meglio, c’è sempre chi ha avuto un’idea almeno molto simile alla tua.

Inoltre non dimenticare di valutare attentamente quale investimento richiedi per realizzare il tuo progetto, quando ipotizzi di cominciare a guadagnare – nessun investitore ti dà soldi per nulla – e quanto vale il tuo progetto o la tua società.

7. Dream team: motivazione e passione

Alla base di una startup ci sono sempre le persone chiamate a realizzare l’idea e il motore principale che deve muovere i componenti del team è certamente la passione.

Nella scelta della composizione della tua squadra, ricorda che alla base di un progetto di successo vi è sempre la preparazione, quindi mai improvvisare, soprattutto per le capacità e competenze specifiche richieste dai diversi aspetti di una startup.

Dedizione e disponibilità di tempo completano il quadro del team ideale. Questo sì che contribuirà a richiamare l’attenzione di Venture Capital e Business Angel.

8. L’arte di investire in imprenditori innovativi

Se i ritorni generati dal Venture Capital non seguono una distribuzione normale e un piccolo numero di aziende supera ampiamente le altre, non significa che non potresti essere proprio tu il caso di successo.

Abbiamo scoperto i criteri usati da un Venture Capital per selezionare le startup in cui investire. Pochi, semplici e chiari: team, prodotto e business model, ampiezza del mercato potenziale, investimento richiesto e potenziale ritorno.

Sono gli stessi criteri da cui dovrebbe partire la tua analisi per costruire un pitch perfetto.

9. Al posto giusto, al momento giusto

Quale investitore è adatto alla mia startup in questo momento? Una domanda che non va sottovalutata.

Infatti uno degli errori più grandi che uno startupper possa commettere è rivolgersi all’investitore sbagliato al momento sbagliato. Chiedere un investimento a un VC quando si è ancora in una fase Early Stage, sarà una inutile perdita di tempo per loro, ma anche per voi.

Oltre a rischiare di farti perdere qualsiasi possibilità di rivolgerti nuovamente a quel Venture in futuro. Un investitore si ricorderà di te, soprattutto se sbaglierai il primo approccio.

10. Fail fast and cheap, learn and move on

Una delle prime lezioni da imparare per uno startupper è proprio quella di saper fallire. Velocemente, ma in modo economico.

Da ogni fallimento infatti è possibile imparare qualcosa per ripartire più forti e consapevoli.

Abbiamo appreso le basi del Lean Startup, che implica un approccio ciclico e veloce al prodotto e che soprattutto rende consapevoli del fatto che: “il rischio di sbagliare non può essere eliminato, ma può essere gestito”.

La Ninja Academy Experience

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Vuoi un altro buon motivo per partecipare a un corso online della Ninja Academy? Te ne do altri tre.

Terminato il corso i materiali sono sempre pronti da consultare e sul sito della Ninja Academy puoi trovare i video delle lezioni. Se hai qualche domanda puoi rivolgerti direttamente al docente via email o utilizzare il tempo a disposizione durante i Question Time, e le lezioni dedicate agli approfondimenti.

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La possibilità di rivedere all’occorrenza le lezioni e di consultare le slide anche dopo la fine del corso ti permette un rapido ripasso per fugare tutti i tuoi dubbi.

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Infine, il gruppo privato su Facebook riservato ai partecipanti del Corso Online diventa un vero e proprio forum in cui confrontarsi, scambiarsi idee e fare networking.

E ora?

Il Corso online è terminato, ma dai un’occhiata ai prossimi corsi in programma:

Vuoi scoprire cosa abbiamo imparato allo Startup Pitch Lab?

Unfriended: chi ha paura dei Social Media?

Si chiama Unfriended e molti di voi lo avranno già visto il mese scorso al cinema: acquistato dalla Universal Pictures e dalla Blumhouse Productions di Jason Blum per solo 1 milione di euro, questo fortunato mockumentary ne ha fruttati ben 40 al botteghino (circa 1 milione solo in Italia), scrivendo un’altra storia di successo dopo pellicole cult come Paranormal Activity (prodotto dalla stessa Blumhouse).

La trama, è presto detta: Laura viene filmata sbronza su una spiaggia, il filmino viene diffuso in rete, la ragazza si spara in testa per la vergogna. Una reazione eccessiva, fomentata dal “cyberbullismo”. Improvvisamente, in una chat di Skype, la defunta si mette a postare alcuni inquietanti messaggi diretti ai propri amici , seguiranno foto compromettenti su Facebook, segreti bollenti svelati su Instagram etc etc in un crescendo di paura “social mediatica”.

 

Un trattato di sociologia sui social media? A volte basta un film

Per 80 minuti lo spettatore assiste alle chat dei sei protagonisti all’interno di uno spazio delimitato dallo schermo del PC: Unfriended è infatti il primo film girato in screencasting, una tecnica che fa coincidere la cornice del grande schermo con quella del computer. Tanto basterebbe, ha detto qualcuno, per riempire un trattato di sociologia.

Risate, confidenze, isterismi, paure: tutto rimane chiuso dentro allo schermo che noi osserviamo in una sorta di débrayage spaziale. La realtà è doppia, anzi tripla: esiste la sala – la realtà rassicurante dove siamo seduti e che possiamo toccare – esiste la realtà del film, che possiamo solo osservare, esiste poi lo schermo dentro allo schermo, che si ricollega alle nostre poltrone, o meglio, ai nostri smartphone. Siamo voyeur di qualcosa che sta accadendo là dentro, protetti da ben due livelli di narrazione, eppure non ci sentiamo al riparo, perché il film funziona e fa paura. Non stiamo assistendo ad un reality ma alla visione cruda di una privacy violata, una violenza psicologica di cui potremmo essere le prossime vittime.

Se l’esoterismo ottocentesco vive una nuova vita sui social media

Dal mockumentary alla serie TV, il passo non è breve ma la paura rimane:The Following, ennesimo prodotto di successo tsrgato Warner Bros, con Kevin Bacon nel ruolo di protagonista, azzarda un’operazione altrettanto forte: prova a materializzare turbamenti, disturbi e perversioni che albergano non nella metà oscura di internet (come si dice spesso) ma nei social (ovvero nella metà della rete sotto la luce del sole). I turbamenti non hanno solo un volto, ma tanti volti, apparentemente innocenti quanto i post giornalieri di studentesse del college. Un “social serial killer”, Joe Carrol, arruola i propri fedeli seguaci sui social media per farne setta, alimentando l’ideologia fanatica del proprio culto personale, con l’aiuto dei romanzi di Edgar Allan Poe.

Quello del mistero e dell’esoterismo era una tendenza, diremmo adesso, molto in voga nell’800, alla base di un altro grande successo di Hollywood, quel “True Detective” di Nic Pizzolatto che trova nei racconti del Re Giallo“, capolavoro gotico di Robert William Chambers, il proprio riferimento letterario. È proprio il giallo psicologico a sposarsi perfettamente con le paure 2.0: dal cyberbullismo, al terrore del furto di identità, della vendetta online, ai segreti svelati, ora sono condivisi e di dominio pubblico.

Che pericolo confondere la conversazione con la memoria

Il segreto di per sé, non è fatto per essere svelato, né condiviso. Ma può essere argomento di conversazione, ad esempio con il proprio migliore amico, con i propri genitori o con un diario. Cosa succede quando la condivisione diventa parte della conversazione?Online le tue memorie resistono sempre. Ma anche i tuoi errori“, recita il claim di Unfriended. Eppure c’è qualcosa di innaturale in tutto ciò: nella nostra società non condividiamo solamente il privato, ma lo usiamo nelle conversazioni come accadeva (e accade) nel privato tra amici. La condivisione diventa parte del processo discorsivo, si sbaglia se lo si considera un vezzo o un tendenza del periodo storico nel quale viviamo.

La differenza è lampante: mentre i contenuti della conversazione sono rimasti i medesimi, i mezzi con cui comunicare la conversazione stessa si sono moltiplicati; e quando parliamo di conversazione non ci riferiamo ai discorsi “in bella copia” ma ad un flusso quotidiano di parole in libertà. Video, foto, e altri contenuti multimediali arricchiscono queste conversazioni: spesso si finisce per confondere le memorie da conservare (il classico album di foto) con il flusso del dialogo da far passare, da non trattenere (la conversazione). Il corto circuito è inevitabile: se trattiamo ogni contenuto al pari di una memoria, veniamo meno al nostro sacrosanto diritto di cancellare. Snapchat è stato il primo social media ad interpretare questa esigenza, umana prima ancora che “normativa”.

Dalle streghe di Blair ai fantasmi dello smartphone: come cambia la percezione della paura

È la stessa trama dei mockumentary che cambia nel tempo: nel pionieristico “The Blair Witch Project, eravamo in un bosco, fuori dal privato, in un contesto inquietante ma non intimo. In Paranormal activity eravamo in camera da letto, la stanza più privata della nostra vita; in Unfriended si scava invece nelle paure più profonde, quelle legate al privato nascosto nel privato, nelle immagini dentro ad computer, nel computer dentro la camera da letto.

Le immagini hanno da sempre giocato un ruolo cruciale nella costruzione culturale delle società, per questo spesso sono le migliori testimonianze delle convenzioni sociali. Dalle immagini si parte per comprendere la realtà. Che visione abbiamo di noi stessi? Riusciamo ancora, per dirla con Peter Burke, a distinguere tra “rappresentazione di ciò che è tipico e immagini di ciò che eccentrico”? Oppure le immagini personali perdono di innocenza e la rappresentazione che emerge di noi stessi finisce inevitabilmente per confondersi con l’immagine che volevamo tenere nascosta? Forse, in ultima istanza, ha ragione Pizzolatto – interprete straordinario della nostra post-modernità – che nella seconda stagione di True Detective si domanda: “E se la parte migliore di noi, fosse la peggiore?”

Cosa ne pensate, amici lettori?