Tutto quello che bisogna sapere per progettare una Big Data Strategy aziendale

Big Data e analitiche 3.0 stanno diventando paradigmi strategici per la competitività aziendale, indipendentemente dalle dimensioni organizzative. Come fare leva allora su dati e informazioni, attraverso una strategia consistente e capace di portare i risultati fissati ex-ante?

Ci viene in aiuto Thomas Davenport, Guru internazionale della disciplina. Prendiamo spunto da “Big Data @ Lavoro. Sfatare i Miti, Scoprire le Opportunità”, il suo manuale uscito da poche settimane anche in Italia grazie a FrancoAngeli, per fare un po’ di chiarezza sul tema.

LEGGI ANCHE: Big Data al Lavoro, il libro per scoprire tutti gli aspetti fondamentali dei Big Data [RECENSIONE]

Quali sono gli obiettivi di una Big Data Strategy?

Stabilire cosa vuole la vostra organizzazione dai Big Data è un tema cruciale per ottenere i benefici sperati. A proposito, possiamo identificare 4 principali goal strategici:

– Riduzione dei costi: l’obiettivo che con più facilità vi convincerà ad aprirvi ai Big Data. Sarà una decisione presa principalmente dal reparto IT, ed è tipica delle realtà finanziarie.

– Risparmio di tempo: necessario per lo svolgimento di determinati processi. Utilizzato molto in ambito retail. Macy’s è riuscita a ridurre i tempi di ottimizzazione del pricing per i suoi oltre settanta milioni di articoli, da ventisette ore a poco più di una. Un’ipotesi suggestiva? La variazione dei prezzi in funzione delle condizioni meteo. Vi stiamo convincendo?

– Sviluppo di nuove offerte: lo sta già facendo Novartis, che coltiva i Big Data per sviluppare nuovi farmaci attraverso la leva delle conoscenze bioinformatiche. Come dice Davenport all’interno del manuale, inoltre:

“Orientare l’impiego dei Big Data verso l’innovazione di prodotto o di servizio ha implicazioni anche sulla valutazione economica dei vostri sforzi. Lo sviluppo prodotti è infatti generalmente classificato come un investimento, non come un’opportunità di risparmio. Adottando questo orientamento potreste quindi non solamente risparmiare parecchio denaro, o parecchio tempo, ma anche aggiungere grosse cifre ai ricavi della vostra azienda.”
– Ausilio alle decisioni interne: si tratta dello scopo principale dell’analytics tradizionale.

Discovery vs produzione

Le attività legate all’analisi applicata ai Big Data sono principalmente due: discovery (o esplorazione) vs produzione.

La prima è l’esplorazione dei dati (Big Data Discovery), ed è solitamente coordinata dai Data Scientist. Sono loro a impostare esperimenti con i dati, accettando l’idea che l’ipotesi iniziale possa essere confutata dai fatti.

Per produzione si intende invece l’immissione dell’applicazione nei processi di produzione in grande scala. Non tutte le idee prodotte dalla fase di discovery finiscono in produzione: anzi, cercate di restare sotto il 50%!

3 principali approcci ai Big Data

I Big Data sono ben più di una moda passeggera, ma non bisogna farsi prendere dall’ansia di iniziare tutto, e subito. A proposito, all’interno del suo “Big Data @ Lavoro” Davenport individua tre principali stili di adozione dei Big Data, da scegliere in funzione del settore, dei comportamenti dei competitor e del grado di innovazione aziendale.

– Stile cauto: è da consigliare alla maggior parte delle organizzazioni, al fine di comprendere quale potrebbe essere il livello di adozione e pervasività del paradigma all’interno dell’azienda. Tutto potrebbe per esempio partire con un’attività di formazione al management, per sensibilizzarlo al tema e su cui gettare le basi di sviluppi futuri.

– Stile moderatamente aggressivo: indicato se il settore si è già mosso, e non volete “rimanere indietro”. Dovrete già possedere competenze di discovery, e avere affrontato i principali aspetti organizzativi connessi all’adozione dei Big Data.

– Stile aggressivo: General Electric, Google, eBay, LinkedIn sono realtà nate con un approccio aggressivo e impegnato verso i Big Data, fondando sulle analitiche il proprio potenziale (vantaggio) competitivo. Per adottare questo approccio occorrono competenze in house e forti investimenti.

I Protagonisti dei Big Data

Parlare di risorse umane in relazione ai Big Data oggi significa citare la professionalità del Data Scientist.

Richiesto soprattutto dalla fine del primo decennio del nuovo secolo, in particolare dalle startup e dalle aziende aventi headquarters a San Francisco, lo stesso Data Scientist possiede diversi “cappelli”: hacker, scienziato, consulente, analista quantitativo, esperto di business.

Esso può essere più verticale (con una conoscenza molto approfondita in uno specifico campo), oppure orizzontale (capaci di integrare vision e competenze più tecniche).

Conclusioni

Il settore dei Big Data è (ad oggi) solo agli inizi, ma sta già aprendo una nuova epoca. Molte organizzazioni – soprattutto di medio-grandi dimensioni – stanno entrando nella data economy e usano i Big Data per i diversi obiettivi sopra elencati, approcciati anche in modo sinergico.

Nell’immediato futuro emergeranno altri modelli, ma le aziende devono già muoversi per transitare verso i nuovi paradigmi. Parola di Thomas Davenport!

Attàccati al tram, con Ceres in strada C’è colore!

di Giuseppe Arnesano

Dopo le soffici creazioni in chiave Street Art della scorsa settimana, questa volta Streetness torna in strada e osserva come la Street Art segua la linea tranviaria di Milano. Qualche settimana fa, e precisamente dal 7 al 20 maggio, nel cuore urbano del capoluogo lombardo, uno storico tram si è trasformato in supporto e spazio di creatività e divertimento, ad opera di uno dei migliori street artisti italiani, Made514!

È accaduto che, grazie ad un progetto diCeres, in collaborazione con INWARD, ATM e con la realizzazione tecnica di IGPDecaux, il noto e sempre attivo street artist padovanoMade514 ha disegnato la grafica per la pellicola di rivestimento della carrozza di un tram. La vettura, che ha percorso uno dei tratti più frequentati durante la vita notturna milanese, che da Piazza Castello e Arco della Pace attraversa i Navigli, ha ospitato in ogni serata un dj-set differente, partendo dall’Expo Gate.

Con la Street Art il più classico dei mezzi di trasporto pubblico urbano, il tram, si è arricchito di stimoli e di piacevoli situazioni, vissute in compagnia di buona musica e delle fresche birre Ceres. Ancora una volta, il navigato e conosciutissimo marketleader danese, che propone più tipologie di fragranze, guarda con curiosità e attenzione all’articolata tendenza artistica della Street Art – e forse, questa volta, con un piano ampio e ben preciso – che conquista sempre più giovani e meno giovani di tutte le età, ma anche le aziende dalle differenti strategie di marketing. A questo punto è chiaro, Ceres vuole portare tantissimo colore in città!

Made514, che fin dagli inizi della sua carriera ha guardato con forte personalità e innovazione alle tendenze del graffiti writing, si è interessato all’evoluzione del lettering 3D e ad una tipologia di espressione figurativa che predilige i segni plastici, cromatici e dinamici. Le sue inconfondibili forme molli, che sembrano percepire alcune delle istanze surreali che hanno caratterizzato l’universo della pittura del secolo scorso, invadono con rispetto il telaio del tram ed amplificano le caratteristiche del movimento lungo tutto il percorso. A margine e a compimento del viaggio, Made514 ha poi firmato bellissime stampe a tiratura limitata con lo stesso design della livrea del tram, omaggiandole ai primi avventori pronti a divertirsi nella festa a bordo!

Questa vivace operazione di Ceres solo apparentemente ha portato in giro su uno dei veicoli forse più amati dai vecchi writers l’estetica più accattivante del momento, puntando invece a coinvolgere, in maniera creativa e divertita, più attori che uniscono le forze per confermare un progetto decisamente di tendenza, che ha tutti i presupposti per annunciare qualcosa d’altro che brillerà tra non molto nelle più belle città d’Italia. Allora non perdiamo il tram della Street Art: il colore in città con Ceres decisamente C’è!

Startup turistiche, in Italia l'innovazione non va in vacanza

Startup turistiche, la ricetta della crescita in Italia

“L’Italia potrebbe vivere di solo turismo”, se si riuscisse a sfruttare il momento favorevole per investire in digitale ed in in startup turistiche innovative.

Secondo i dati diffusi in questi giorni dall’Osservatorio Innovazione digitale nel Turismo del Politecnico di Milano, il mercato digitale del Turismo per l’Italia nel 2014 varrebbe attorno agli 8,8 miliardi di euro, pari a circa il 18% sul mercato complessivo (49,5 miliardi), considerando la spesa incoming, la spesa domestica e quella outgoing, con una crescita considerevole rispetto al 2013.

Turismo e digitale: l’incoming da potenziare

In particolare, il 46% della spesa digitale in ambito turistico è generato dal turismo domestico, il 34% dall’outgoing e il rimanente 20% dall’incoming. Ed è forse quest’ultimo il dato più interessante, dato che si tratta dei viaggi di stranieri in Italia, cioè di quel segmento che andrebbe potenziato.

Secondo Filippo Renga, Coordinatore della Ricerca dell’Osservatorio Innovazione Digitale nel Turismo “dai dati raccolti emerge un ruolo sempre più forte dei canali digitali nel processo turistico a partire dalle fasi di incubazione e ispirazione del viaggio, passando poi alle fasi di scelta e prenotazione, per arrivare infine anche alle fasi durante e post viaggio”.

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Sempre secondo Renga, per il futuro i tassi di crescita maggiori sono attesi per quelle attività che operano sui momenti durante il viaggio, che attualmente sono ancora marginalmente toccati dal digitale, ma che, grazie alla diffusione degli smartphone, “si stanno sviluppando velocemente sulla spinta delle richieste del consumatore”.

Il Decreto Cultura e Turismo per le startup turistiche innovative

Anche il Decreto Cultura e Turismo (n. 83/2014), conteneva alcuni spunti interessanti per startup e imprese innovative, introducendo un articolo specifico dedicato alle startup innovative nel turismo, così definite: “si considerano startup innovative anche le società che abbiano come oggetto sociale la promozione dell’offerta turistica nazionale attraverso l’uso di tecnologie e lo sviluppo di software originali, in particolare, agendo attraverso la predisposizione di servizi rivolti alle imprese turistiche”.

Se si aggiungono i due milioni di euro annui a partire dal 2015 messi a disposizione per finanziare gli incentivi aggiuntivi per le startup del turismo, la normativa sembrerebbe interessante, anche se non prende in considerazione le specificità del settore e non stimola l’intervento in specifici segmenti.

Le specificità italiane da non perdere di vista

Startup turistiche, la ricetta della crescita in Italia

Se alcune startup turistiche, come Travel Appeal, iniziano ad impegnarsi anche nell’uso dei Big Data per lo sviluppo di offerta turistica specificamente indirizzata, a seconda delle esigenze e delle richieste di viaggiatori e visitatori, molte altre nascono e si spengono nel giro di una estate.

Si tratta in particolare di quelle startup nate con l’intento di valorizzare uno specifico territorio, forse fin troppo definito geograficamente, che poi non trovano l’effettiva risposta da parte degli utenti, o non vengono sufficientemente supportate anche dalle PA, prime dirette destinatarie di prodotti e servizi innovativi legati al turismo.

Non si può infatti non considerare la più grande specificità del turismo italiano: la varietà e diffusione di siti di interesse turistico in ogni angolo del Paese.

Per ogni startup come Musement che raccoglie le migliori offerte e i migliori itinerari delle principali città italiane, ce ne vorrebbero altre dieci dedicate ad ogni singola provincia italiana o che almeno riescano ad aggregare dati per settore di interesse su tutta la penisola, come Viaggiart.

Tutto ciò che c'è da sapere su Android Pay che Google non ha detto

Google non ha avuto molto successo nel mondo dei pagamenti mobili – ricordate  Google Wallet?-, ma ora è in cerca di una seconda chance con Android Pay.

Android Pay è essenzialmente un sistema di pagamento digitale che i consumatori possono utilizzare per comprare online o nei negozi che utilizzano il servizio e che sfrutta la tecnologia Nfc (Near Field Communication). Insomma, funziona quasi allo stesso modo di Apple Pay.

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Per utilizzare Android Pay, occorre ovviamente l’upgrade al nuovo sistema operativo Android, Android M: poi l’utente potrà caricare sul proprio telefono le sue carte Visa, MasterCard, American Express e Discover. Al momento negli Stati Uniti D’America esistono più di 700.000 negozi dove sarà possibile pagare con Android Pay, ma presto molte applicazioni mobili si adegueranno per questo tipo pagamento.

Sia Android Pay che Apple Pay potrebbero mettere in crisi il leader del mercato dei pagamenti mobile, PayPal, ma prima che questa profezia si avveri, vediamo insieme quei dettagli di Android Pay che Google non ha detto durante la conferenza I/O dedicata agli sviluppatori che si è tenuta nei giorni scorsi al Moscone Center di San Francisco.

La scansione delle impronte digitali non è ancora possibile

La scansione delle impronte digitali è il metodo di autenticazione da smartphone più sicuro in questo momento, eppure con Android Pay non sarà possibile,  almeno fino a quando la maggior parte dei produttori di telefoni Android integreranno lo scanner di impronte digitali nei loro dispositivi.

Fino ad allora, Android Pay accetterà l’autenticazione per le transazioni con un codice PIN, con codice d’accesso o con password.

Lo stesso sistema di Apple Pay per la sicurezza 

Tokenizzazione: una parola complicata che indica il sistema di sicurezza che sta dietro le transazioni su Apple Pay. Lo stesso tipo di sistema che ha anche adottato Android Pay: quando l’utente paga, il rivenditore non riceve il numero reale di carta di credito dell’acquirente, ma un numero casuale e momentaneo. In questo modo, se ci fosse una violazione dei dati della carta di credito, i dati della carta reale resterebbero al sicuro.

Non è una novità, ma vale la pena ricordarla, tanto più che le carte di credito non si avvalgono per lo più di questo sistema.

Niente internet, niente acquisti

Android Pay non funzionerà senza internet.

Facciamo un passo indietro: abbiamo parlato di tokenizzazione. Ogni volta che si effettua un acquisto, viene creato un “token”, che sostituisce il tuo vero numero di carta di credito con un numero fittizio di 16 cifre. In questo modo, il vostro numero di conto reale resta protetto.

Con Apple Pay, i token sono generati da un chip chiamato Secure Element. Con Android Pay, sono generati invece su cloud. Visto che il telefono ha bisogno di una connessione a Internet per accedere alla nuvola, anche Pay Android ha bisogno di internet

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La feature che Apple Pay non ha: le ricompense

Android Pay consente di raccogliere ricompense per gli acquisti. Secondo Google, alcuni rivenditori sosterrano promozioni e  premi fedeltà con Android Pay, che al momento è una delle feature che manca ad Apple Pay.

Google Wallet non scomparirà

Secondo il New York Times, Google Wallet potrebbe essere reintrodotto come applicazione di pagamento peer-to-peer. Ne sapremo di più quando Google annuncerà ufficialmente le modifiche.

Google Hands Free sostituirà presto Android Pay

Con un po’ meno clamore, Google ha annunciato un sistema di pagamento di cui si conosce finora davvero poco: Google Hands Free. Sarà un tipo di pagamento che, almeno dal video di presentazione, non avrà necessità di nessun dispositivo. Non sappiamo molto altro, perciò vi lasciamo allo spot su Gooogle Hands Free.

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La pubblicità che fa sbadigliare (ma non per noia) [VIDEO]

Mentre guardavo questo video ho sbadigliato due volte, e probabilmente sono poche. Ci capita continuamente, guardiamo qualcuno sbadigliare e improvvisamente siamo lì a coprirci la bocca con la mano per non mostrare a tutti il superbo operato del nostro dentista. È quello che è capitato anche ai viaggiatori della metro di San Paolo, che si sono ritrovati davanti a delle affissioni particolari.

LEGGI ANCHE: ‘The Hello Experiment’: Nescafè abbatte l’imbarazzo con un caffè

Per promuovere il brand Café Pelé, l’agenzia pubblicitaria Lew’LaraTBWA ha fatto installare nella stazione di Fradique Coutinho degli schermi interattivi che, grazie a dei sensori, si attivano solo al rilevamento di movimento: il viso dell’attore ritratto si animava, per iniziare a sbadigliare vigorosamente. Dando il via, come è facile immaginare, ad una epidemia di labbra spalancate.

Contagio (come recita il titolo del video) che si estende anche a chi guarda il video, vero destinatario di pubblicità di questo genere. A chi era presente è stato servito un caffè in omaggio, a chi può vedere il video solo su YouTube non rimane che alzarsi e prepararsene uno. E all’azienda non rimane che sperare che si tratti (almeno per quanto riguarda i mercati su cui è presente con i suoi prodotti) di Cafè Pelé ;).

YouTube o Meerkat/Periscope? Cosa scegliere per il tuo brand

youtube meerkat periscope

Sono state la novità digital degli ultimi mesi: Meerkat e Periscope, le app mobile per la condivisione di live-streaming video hanno registrato numeri incredibili di download e registrazioni e molti brand hanno iniziato a guardarvi con interesse. Cifre che hanno legittimamente reso le due app competitor di YouTube o Vimeo nel business del digital video a servizio delle aziende.

Ma ci sono dei parametri indicativi pr capire quale dei servizi dovrebbe essere preferito da un’azienda specifica? Facciamo qualche considerazione preliminare e sviluppiamo assieme qualche considerazione.

LEGGI ANCHE: 5 modi di usare il live streaming per il vostro business [HOW TO]

Le app per lo streaming sono solo una moda del momento?

Anche se Meerkat e Periscope sono state senza dubbio le protagoniste della scena tech degli ultimi mesi, lo streaming esiste da molto. Solo ora, complice forse la capillare diffusione di smartphone e la confidenza assestata verso i social network, questa tecnologia sembra funzionare e riscuotere successo.

I video in live-streaming sono stati finora parte di un fenomeno di nicchia: Justin.TV di Twitch, uno dei primi servizi di streaming disponibili in rete, era infatti focalizzato sulla community dei gamers (Twitch è stata poi acquisita nell’agosto del 2014 da Amazon). La rivoluzione mobile e la caduta delle barriere all’accesso ha poi contribuito a ridefinire il valore della tecnologia in questione, preparando il campo alla diffusione di app come Meerkat e Periscope.

È altresì vero che le due app sembrano registrare un calo di interesse da parte degli utenti, come rivela The Next Web, dovuto probabilmente al fatto che il genere di contenuti trasmessi ha ben presto saturato la curiosità delle persone.

E YouTube?

Per continuare ad essere realmente competitivo in un mercato oramai affollato come quello del digital video (a cui si è recentemente aggiunto anche Spotify), sembra che YouTube non possa contare più solo sulla potenza di Google e dei suoi servizi.

Sembra che la piattaforma video di Mountain View stia cercando di differenziarsi puntando molto al servizio di proposta dei contenuti consigliati, potenziando gli algoritmi che decidono quali video mettere in evidenza per ogni utente sulla base dei suoi interessi e delle ricerche effettuate (e più l’offerta si affolla, più il valore di un’attività di curation diventa apprezzabile): è questo è il compito del progetto conosciuto come Google Brain.

A cosa è davvero utile lo streaming?

Meerkat e Periscope si inseriscono a pieno titolo in quel circolo di social utilizzati per comunicare e informarsi “in tempo reale”, come Twitter. Trovano quindi negli eventi live la loro principale chance di espansione e successo, o comunque in fatti dall’alta notiziabilità.

LEGGI ANCHE: Meerkat o Periscope, ecco i primi brand ad usare il live streaming

Come illustra questo estratto dell’infografica pubblicata da Tubefilter, Meerkat e Periscope convogliano l’interesse di utenti che vogliono conoscere le ultime news o condividere qualcosa con gli amici. L’utilizzo per ora si allinea a quello più privato di Snapchat e Whatsapp che a quello pubblico dei grandi social come Facebook o Twitter.

youtbe e app streaming

Fonte: tubefilter.com

Un interessante ibrido tra YouTube, Meerkat e Periscope è YouNow. YouNow corrisponde una determinata cifra ai broadcaster basata sul livello di engagement che generano con il pubblico, poiché infatti questi ultimi pagano per interagire con chi trasmette il video (in particolare, per inviare regali digitali a questi ultimi).

Una case history significativa su YouNow e il suo potenziale di business è quella di Tyler Oakley, YouTuber statunitense molto seguito che sul sito di streaming è riuscito a raccogliere 500mila dollari per una iniziativa benefica di fundraising per la prevenzione dei suicidi, il “Trevor Project”.

In definitiva: quando usare YouTube e le app di streaming

Per quali motivi la tua azienda vuole implementare strategie di video marketing?

Creare buzz? Realizzare un’operazione teaser per il lancio di una campagna/prodotto/servizio? O per creare lead, condurre un’operazione strutturata di branding istituzionale, comunicare promozioni?

Nel primo caso Meerkat e Periscope possono esserti d’aiuto poiché, per loro natura di strumenti “real time”, conferiscono ai contenuti un carattere di esclusività. In sostanza, sono strumenti che hanno potenzialità interessanti in operazioni di real time marketing (come sottolinea anche Ryan Holmes, CEO di Hootsuite, in questo articolo) o in caso di lanci sul mercato e news.

 

In tutti gli altri casi, YouTube rimane una scelta più strategica, poiché consente una migliore ottimizzazione e diffusione dei contenuti (anche tramite adv a pagamento) nonché un’analisi dettagliata delle loro performance. Il fatto che Meerkat e Periscope non prevedano ancora strumenti di analytics è un fattore tutt’altro che trascurabile.

Le app di mobile live streaming ad oggi si sono rivelate ideali per celebrities, giornalisti, editori, politici, ma possono essere interessanti anche per le aziende. Meerkat e Periscope sembrano particolarmente utili a chi si occupa principalmente, a vario titolo, di produrre e diffondere contenuti. Per questo motivo si sta dibattendo sul ruolo che le app di streaming potranno avere sul sistema televisivo.

Lodgify chiude un round di finanziamento da 600.000 euro [INTERVISTA]

Lodgify chiude un round di finanziamento da 600.000 euro [INTERVISTA]

Lodgify, la startup tecnologica che aiuta i proprietari e gestori di case vacanza e bed & breakfast a far crescere il loro business ha recentemente annunciato la chiusura di un round di finanziamento di 600.000 euro, guidato dall’angel investor Chris Hitchen, HOWZAT Partners, Venrex Investment Management e altri noti finanziatori tra cui Roland Zeller, ex amministratore delegato di travel.ch e Kilian Thalhammer, ex direttore generale di PAYMILL (Rocket Internet startup).

La startup con sede a Barcellona, già premiata nel 2014 al Seedcamp di Londra, incubatore di startups leader in Europa, ha registrato nell’ultimo anno un eccezionale aumento del numero dei suoi utenti in Europa e negli Stati Uniti.

Abbiamo rivolto qualche domanda a Gabriele De Gregorio, COO & Sales Manager  di Lodgify, per capire in quale direzione si muove il business di questa startup che resta ben ancorata al proprio core.

Lodgify si rivolge a proprietari e gestori di case vacanza e B&B, qual è il vostro business model?

Lodgify chiude un round di finanziamento da 600.000 euro [INTERVISTA]

Lodgify offre piani di abbonamento basati su un canone mensile o annuale per entrambi i proprietari e gestori di case vacanza da 1 a 500 e più strutture.

Il prezzo varia a seconda del numero di strutture, partendo da appena 7 euro al mese per una sola proprietà.

Il servizio comprende templates di siti web mobile-friendly, un sistema di prenotazione on-line, un sistema per gestire tutte le prenotazioni ed un channel manager. Tutto in uno.

Ed una delle cose più importanti è che non tratteniamo alcuna commissione. Così tutte le prenotazioni ricevute dai nostri clienti sono al 100% nelle loro mani. Non interferiamo nella loro attività, abbiamo semplicemente messo la nostra tecnologia a disposizione dei proprietari e gestori di case vacanza e B&B.

LEGGI ANCHE: LVenture Group investe 308 mila euro in 10 startup

Avete appena chiuso un round di finanziamento da 600.000 euro, come investirete questa cifra?

Lodgify chiude un round di finanziamento da 600.000 euro [INTERVISTA]

Utilizzeremo questi soldi prevalentemente per potenziare il nostro software ed espandere il nostro team. Stiamo assumendo nuovi programmatori per velocizzare l’esecuzione di nuove funzionalità.

Queste includono per esempio, a corto termine (entro un paio di settimane), un nuovo sistema di pubblicazione per migliorare la velocità dei siti web; templates totalmente ridisegnati e con un sistema di prenotazione nettamente migliorato – alla pari con gli standard di qualità di Airbnb.

A medio termine (entro fine anno), una piattaforma per disegnatori,  basata sul linguaggio di programmazione “Liquid”, che permetta ai web designer di sovrascrivere sul nostro sistema utilizzando il loro design, per avere la possibilità di personalizzare totalmente i siti web creati con noi (attualmente siamo già in fase Beta); un’app per cellulari e tablet che permetta ai proprietari un facile accesso al loro sistema di prenotazioni; infine strumenti per marketing ed integrazioni con applicazioni esterne.

State ipotizzando di rivolgervi anche ai gestori di hotel indipendenti. Quali obiettivi vorreste raggiungere entro il prossimo anno?

Lodgify chiude un round di finanziamento da 600.000 euro [INTERVISTA]

In questi due anni da quando abbiamo lanciato il nostro prodotto abbiamo riscontrato un elevato interesse da parte dei gestori di hotel indipendenti e siamo contenti di essere stati avvicinati da questo potente segmento. Questo ci dà delle idee preziose su dove il nostro prodotto potrebbe puntare in futuro.

Tuttavia, attualmente la nostra attenzione è completamente rivolta ai proprietari di case vacanza e Bed & Breakfast; la nostra mission è di riuscire a fornirgli la tecnologia necessaria per far crescere il loro business, senza che debbano obbligatoriamente spendere grosse cifre. Il nostro obiettivo per i prossimi mesi è dunque quello di affermarci come il software più avanzato per creare facilmente un sito web per case vacanza.

Come trasmettere l'anima di un brand tramite il digital marketing [INTERVISTA]


Una delle attività più sfidanti quando si vive in un’azienda è riuscire a comunicare efficacemente i valori del marchio che si rappresenta. Un ulteriore livello di difficoltà si presenta però quando ci sono diversi pubblici a cui parlare, linguaggi diversi da usare e strumenti diversi. Negli ultimi tempi Ford si è trovata ad affrontare proprio questo tipo di sfida: un marchio da rinnovare, canali nuovi da percorrere e persone diverse a cui parlare, soprattutto sul digitale.

Noi abbiamo avuto la possibilità di fare una chiacchierata con Gabriele Guarino, Head of Digital di Ford Italia, per capire come hanno provato ad  affrontare questa sfida.

1. Qual è per voi l’anima del brand?

Ford significa innanzitutto “democratizzazione“. Prima dell’auto, resa accessibile alla masse, ora di tecnologia a bordo dell’auto e di connessione in mobilità. “Go Further”, il pay-off di Ford, per noi significa anticipare i bisogni di chi è alla guida, agevolare la vita all’interno dell’abitacolo. La sfida che abbiamo oggi come marketer del marchio consiste proprio nel rinnovare ogni giorno questa promessa.

2. Perché c’è stato bisogno di una trasformazione?

Ford in America è un’istituzione, a cui gli americani sono legati per storia e tradizione. È un marchio che richiama un modo di vivere la vita. In America Ford è Lincoln, Mustang e in più ha un ampia gamma di SUV e Pick-Up diffusi e che fanno tendenza.
Invece, la percezione di del brand Ford in Europa è differente. Sicuramente affidibilità e accessibilità sono leve comuni al mercato americano, ma il marchio non è così radicato nel DNA come lo è negli USA.

La competizione in Europa è sempre molto alta, per via dei tanti Stati coinvolti, molti dei quali con dei brand “di proprietà”. Ford è riuscita sicuramente ad imporsi con il tempo nel mercato, ma non ad essere un marchio cool e di tendenza come negli USA.

Dal punto di vista del marketing allora, la sfida di oggi è – a parole – semplice: “migliorare” la percezione del brand Ford. Un brand non “solo” accessibile e affidabile, ma anche tecnologico, curato nella qualità, ricercato nello stile e… perché no: alla moda. Il problema che ci siamo posti è cercare di intercettare un pubblico che non conosce Ford da questo punto di vista.

3. Come avete usato i canali digital per comunicare questo cambiamento?

La maggior spinta sui canali digital nasce da questa esigenza: l’operazione #GetReadyToPlay, lanciata insieme al SUV compatto EcoSport nel 2014, è stata un nuovo inizio. O meglio, ha significato un vero e proprio cambio di marcia. Ci siamo rivolti a un pubblico giovane, appassionato di sport (partivamo in pieno mood mondiali di calcio), ma anche di musica, e amante del sano divertimento.

Abbiamo giocato sul concetto “play” facilmente associabile a tutto il potenziale target e ci abbiamo costruito attorno dei progetti innovativi, tutti connotati da una forte componente social, basati sul collaudato meccanismo del gaming, tre dei quali co-branded con Twitter e Spotify.

Si dava la possibilità ai partecipanti di vincere un viaggio in Brasile, poi abbiamo chiesto agli utenti di creare playlist per spiegare loro che, grazie al SYNC, era possibile usare le app del proprio smartphone, come Spotify, attraverso i comandi vocali dell’auto, senza togliere le mani dal volante.

Durante l’estate gli abbiamo detto che Ford li avrebbe accompagnati ai loro concerti preferiti solo grazie a un tweet – con un’EcoSport vestita ad hoc con il simbolo di Twitter – e, infine, abbiamo pensato a dei party in spiaggia, dove l’Ecosport era il DJ della serata. Le persone presenti potevano richiedere la loro canzone preferita sempre attraverso un tweet. #Playlist e #PlayMySummer: tutte dento il contenitore #GetReadyToPlay da Giugno a Settembre 2014.

Basta un dato a volte per dectretare il successo di un’operazione. Qui impressiona il dato di Twitter, social intorno al quale ruotava l’intera iniziativa: impressions organiche (views tweet con #GetReadyToPlay: 8.444.991); nuovi follower: +1050 (incremento del +6,5%).

LEGGI ANCHE: Grazie a Spotify i non udenti possono ascoltare la loro prima canzone.

4. Come avete integrato i canali digital con quelli di marketing tradizionale?

Abbiamo lavorato tantissimo su progetti integrati TV/Digital/Social. Prima in TV con Masterchef, con un product placement completamente innovativo: la macchina presente nello storytelling dle programma, nei confessionali, nelle esterne… non solo utilizzata come “transportation car”.

Dalla TV, poi siamo passati al digital, con “Taste on the road” un progetto studiato con Giallo Zafferano (1° sito food in Italia). Anche qui, la macchina viveva nel racconto, facendosi notare, anche con le sue feature tecnologiche. E infine siamo passati sui social, Facebook in particolare, con un progetto interamente social: “Cucina ad Alta Velocità”.

Progetti integrati, declinati sui vari mezzi di comunicazione, e concatenati tra loro, per creare un filo conduttore e, possibilmente, incuriosire un target nuovo o non affine, finora.

5. Va bene il nuovo pubblico, ma quello di sempre?

Abbiamo scelto di non trascurarlo utilizzando la strategia di coprire le date “significative” per quello che consideriamo il nostro pubblico più tradizionale. A San Valentino per esempio, abbiamo scelto di uscire un po’ fuori dagli schemi facendo ciò che in gergo si chiama “Think Lateral” e fare gli auguri su twitter agli altri brand del settore automotive. Iniziativa riuscita soprattutto perché ci hanno risposto.

In modo diverso, con la festa della mamma, il 10 maggio, Ford ha prodotto un video branding che parlava alle mamme dove si è visto pochissimo il prodotto, non abbiamo messo il logo ma l’intento era mostrare l’anima del brand, il lifestyle, l’identità.

Siamo dipendenti da Facebook e tecnologia? [VIDEO]

dipendenza da facebook

Tratto da "I Forgot My Phone"

Qualche giorno fa sui news feed di molti social network circolava un video di animazione dedicato ad un tema strettamente contemporaneo e che vediamo spesso riproporre da artisti di ambito ed estrazione differenti: siamo davvero dipendenti da Facebook, smartphone e tecnologia? È uno degli argomenti più cari alla moderna sociologia, che per descriverne la portata ha introdotto il termine nomofobia, ovvero lo stato di ansia e disagio creato dal distacco da telefono cellulare e rete.

dipendenza da facebook bansky

Fonte: http://banksy.co.uk/

Come dicevamo, molti artisti (nemmeno Bansky manca all’appello) hanno realizzato opere che raccontano attraverso codici e linguaggi differenti il tema della dipendenza da social network e tecnologia. Un tema sul quale vale sempre la pena riflettere, e quindi oggi vi proponiamo di farlo attraverso la lente che più ci è congeniale: una raccolta video.

LEGGI ANCHE: Che cosa ci fa fare la dipendenza da smartphone?

Life Smarthone

Ecco il video di cui abbiamo parlato in apertura, realizzato dal giovane studente cinese Xie Chenglin e che è valso a quest’ultimo il premio come miglior corto della Central Academy of Fine Arts di Pechino.

I Forgot My Phone

Un video creato dall’attrice e sceneggiatrice Charlene deGuzman di cui si è parlato tantissimo ai tempi della sua pubblicazione, nel 2013, e da allora ha totalizzato quasi 50 milioni di visualizzazioni.

The Anti-Social Network

Una sceneggiatura ironica portata agli estremi in cui, nonostante tutto, non facciamo troppa fatica a ritrovarci.

Aspirational

Matthew Frost è un campione nel raccontare debolezze, velleità e ossessioni umane al tempo dei social network. E questo video non fa eccezione.

Mr Selfie

Forse il desiderio di staccare gli occhi dallo schermo emergerà in voi dopo Mr Selfie.

Upgrade

Il genere fantascientifico ha sempre cercato di prendere le nostre paure e le nostre debolezze trasformandole in scenari spesso disturbanti quando non apocalittici. Anche il tema della dipendenza da Facebook, social e tecnologia merita evidentemente di essere raccontato attraverso questo specchio.

Vi abbiamo impensierito? Turbato? Semplicemente incuriosito? Allora guardatevi questo interessante contributo al TEDX di Lior Frenkel, che ci spiega come staccarci mentalmente dal nostro smartphone prima che questo diventi un’estensione del nostro corpo, a tutti gli effetti.

Grazie a Spotify i non udenti possono ascoltare la loro prima canzone

Ricordate quando è stata l’ultima volta che avete fatto una cosa per la prima volta?

Ricordate l’emozione, la delusione, l’entusiasmo, l’adrenalina che avete provato compiendo quell’azione tanto attesa?

Bene, ora immaginate di non aver mai sentito una canzone.  O la voce dei vostri cari. O il rumore delle onde. O l’abbaiare lontano di un cane in una notte d’estate. Come vi sentireste nel momento in cui tutti questi suoni, per noi scontati e familiari, arrivassero all’improvviso alle vostre orecchie fino a quel momento vergini?

Spotify e la Starkey Hearing Foundation, fondazione impegnata nel fornire supporto ai non udenti in tutto il mondo, se lo sono chiesti. E hanno deciso di scoprire la risposta nella maniera più logica possibile. Facendo ascoltare il mondo a chi mai aveva potuto udirlo.

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L’azienda svedese di musica in streaming e l’organizzazione a supporto dei non udenti si sono recate a Puerto Princesa, nelle Filippine. A quelle latitudini, le cure per l’udito sono costose e non certo una priorità, specie per chi vive con poco e in condizione di costante precarietà.

Per contrastare questa piaga, è stata creata la campagna Make Music Change. Grazie alla generosità dei propri utenti, Spotify e la Starkey Hearing Foundation hanno raccolto qui i fondi necessari per donare apparecchi acustici a oltre 900 persone. In questo video tre di loro ci raccontano la loro storia.

Per chi desiderava solo ascoltare i propri figli suonare in concerto, alzare il volume dell’autoradio o ballare con le amiche in spiaggia, il sogno si è trasformato in realtà. Perché per alcune persone i sogni sono ciò che noi chiamiamo normalità.

Se ti trovassi ad ascoltare musica per la prima volta, che canzone sceglieresti?

“Troppo triste? Skiiip!”

CREDITS
Client: Spotify
Agency: Night Agency
Production Company: Tool
Director: Alec Helm