Stop ai sottotitoli: una brillante campagna banner per corsi d'inglese

Stop ai sottotitoli: una brillante campagna banner per corsi d'inglese

“Come hai imparato così bene l’inglese?”. “Mi guardo tanti film in lingua originale!” è una delle risposte che anche voi avrete probabilmente sentito più spesso. A quanto pare questa strategia non porta molti frutti in Perù, dove sembra fortemente radicata l’abitudine ad aggiungere sottotitoli spagnoli alla visione di film in inglese. Da qui nasce la campagna di Eurodiomas dal titolo “Leave Subtitles Behind“.

La scuola di lingua ha utilizzato molto intelligentemente il formato banner di YouTube per attirare l’attenzione dei peruviani che sulla piattaforma fruiscono contenuti inglesi in questo modo: dopo qualche secondo di visione, i sottotitoli venivano interamente coperti dai banner che riportavano claim come “Go to watch movies, not to read them” (vai a vedere i film, non a leggerli).

Stop ai sottotitoli: una brillante campagna banner per corsi d'inglese

Stop ai sottotitoli: una brillante campagna banner per corsi d'inglese

Stop ai sottotitoli: una brillante campagna banner per corsi d'inglese

Stop ai sottotitoli: una brillante campagna banner per corsi d'inglese

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Che dite, sarebbe stato più utile tradurre quei banner in spagnolo? A noi l’idea è comunque piaciuta molto!

Il regalo di un'agenzia creativa canadese ai suoi dipendenti [VIDEO]

Il premio di un'agenzia creativa canadese ai suoi dipendenti [VIDEO]

L’agenzia creativa canadese Union Toronto ha creato un video che i creativi nascosti tra voi ameranno, memori e consapevoli della fatica, del sudore e dell’impegno che servono per creare una buona campagna pubblicitaria.

Lo stesso impegno col quale si prodigano i dipendenti dell’agenzia canadese e che i loro titolari hanno voluto premiare con una bellissima sorpresa.

I proprietari dell’agenzia, Lance Martin e Subtej Nijjar, hanno quindi organizzato una giornata premio davvero emozionante per i loro creativi: dopo aver viaggiato tutti assieme a bordo di uno scuolabus, i dipendenti sono stati portati all’interno di una palestra dove hanno potuto incontrare… le loro famiglie!

Il premio di un'agenzia creativa canadese ai suoi dipendenti [VIDEO]

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Il premio di un'agenzia creativa canadese ai suoi dipendenti [VIDEO]

Il premio di un'agenzia creativa canadese ai suoi dipendenti [VIDEO]

Il premio di un'agenzia creativa canadese ai suoi dipendenti [VIDEO]

Il premio di un'agenzia creativa canadese ai suoi dipendenti [VIDEO]

Dopo tanto tempo di attesa, lacrime e abbracci non bastano mai! C’è anche chi ha dovuto ricorrere ad una fotografia per riconoscere i propri figli, oramai adolescenti!

Questo simpaticissimo video è stato realizzato per celebrare la candidatura dell’agenzia al premio Agency of The Year indetto da Strategy Magazine.

Social media e Storytelling: perchè raccontare e come farlo

 

Ormai lo sappiamo: lo storytelling è il cuore della comunicazione sui social network.

Raccontare è un atto antico quanto l’uomo stesso e fa parte, oggi come ieri, di ogni nostro giorno.

Tornati a casa dopo una lunga giornata di lavoro, non elenchiamo ai nostri partner quante telefonate abbiamo fatto, quanti caffè bevuti, che mezzi abbiamo preso o quali degli obiettivi prefissi abbiamo – o no – raggiunto.

Raccontiamo storie, che hanno sempre un inizio, un eroe (che coincide di solito con la nostra persona), una missione, un nemico, una ricompensa e una conclusione.

Più saremo avvincenti nel nostro narrare, meglio arriveremo alla testa e al cuore di chi ci ascolta che, con tutta probabilità, si farà egli stesso nuovo portatore di questa storia ad altre orecchie.

Lo stesso schema è utilizzato, da sempre, da chi cerca di venderci i suoi prodotti.

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Ma che caratteristiche specifiche  ha lo storytelling su Facebook, Twitter e tutti gli altri Social Media?

Abbiamo trovato interessante un approfondimento in 5 parti di Hootsuite, derivato da una presentazione di Cameron Uganec, Direttore Marketing di Hootsuite, e di Michael Brito di Edelman Digital, tenuta in occasione del Marketo’s 2013 Summit Conference a San Francisco.

Back to the Future

 

Con i social media e l’applicazione dello storytelling torniamo, in un certo senso, indietro nel tempo.

A sostenerlo è Jonah Sachs che, nel libro Winning the Story Wars, sviluppa un’interessante riflessione su 3 ere dell’esistenza umana: quella della tradizione orale, quella dei broadcast e quella digitale.

Nella prima fase, eravamo seduti intorno a un fuoco a raccontarci storie e ogni persona faceva proprio il racconto appena ascoltato; nell’era dei broadcast, le idee erano di esclusivo possesso dei loro creatori e trovavano nel pubblico solo un ricevitore sterile; nella fase attuale, quella digitale, si è tornati alla fase iniziale: ogni giorno usiamo le idee di altri, le modelliamo mescolandole ad altre, le condividiamo, creiamo dei meme, le teniamo per noi stessi o ci facciamo qualcosa di creativo e interessante.

 

Un altro aspetto che accomuna l’era orale a quella digitale è legato al passaggio del messaggio: si è tornati ad avere un oratore che parla a una persona che, a sua volta, racconterà a un’altra e a un’altra ancora e via di questo passo.

Si è quindi superata la fase dei broadcast in cui una persona o una realtà commerciale comunicava contemporaneamente a moltissime persone che, però, non venivano coinvolte nel passaparola, rendendo il messaggio sterile e spersonalizzato.

È importante ricordare che alla base di tutto c’è l’umanità!

È vero: passiamo sempre più tempo a fissare monitor e sembriamo degli esseri dissociati, ma spesso siamo semplicemente persone che condividono con altre persone; la tecnologia rende solo il tutto più veloce e semplice, ma alla base c’è il solito, vecchio, fondamentale, desiderio di comunicare.

Ultimo aspetto che accomuna la prima e la terza fase è quello legato alla qualità del messaggio: è finita l’era dei più ricchi ed è tornata quella dei più interessanti.

Mai come negli ultimi anni abbiamo visto come alla base del successo di una strategia comunicativa c’è la qualità dell’idea e non i soldi che s’investono per diffonderla.

Perché la gente condivide contenuti?

 

Il New York Times Insights ha pubblicato uno studio che analizza i fattori chiave che invogliano il pubblico a condividere:

  • far arrivare valori e contenuti interessanti ad altre persone

  • per far conoscere noi stessi agli altri

  • per far nascere e crescere relazioni

  • per far interessare la nostra comunità ai brand e alle cause che ci toccano di più

Ci ritroviamo a compiere queste azioni quando la storia che ci viene raccontata suscita in noi sentimenti chiave, positivi (ispirazione, divertimento, commozione, fierezza) o negativi (preoccupazione, paura, disgusto, orrore).

Se leggiamo una storia che ci muove in queste direzioni, con tutta probabilità la faremo nostra e la racconteremo a nostra volta.

Ma se la storia vogliamo crearla noi, esiste una strategia per renderla di sicuro successo?

La risposta non vi piacerà: no, non esistono!

Questa non è una scienza esatta (e diffidate da chi vi assicura la buona riuscita di una pratica di storytelling!).

Ci sono però dei consigli che possiamo tenere a mente:

  1. fate leva sulle motivazioni chiave del vostro pubblico, per cercare di raggiungere tutti coloro che le hanno (anche chi non segue il vostro brand)

  2. sforzatevi di creare una storia

  3. siate sempre veri e voi stessi (se perdete credibilità, potreste anche non recuperarla più)

  4. la semplicità è la vostra arma in più

  5. fate appello a sentimenti positivi (sono quelli di cui il pubblico ha più bisogno)

  6. fate sì che emerga un senso di urgenza in quel che raccontate

E se tutto ciò non dovesse bastare, potete sempre rivolgervi a quelli di Buyral! 😉

L’approfondimento di Hootsuite continua con l’importanza delle immagini e dei video per una corretta applicazione della metodologia dello storytelling.

Buona lettura (e buoni racconti!)

Samsung, Spotify, LG, Amazon e Nokia: conoscete l'origine del nome di queste 5 Tech Companies?

Photocredits @Michael Brenner

Molto spesso, all’interno del nome di un’azienda, è insita una parte della sua storia o della propria mission. In molti altri casi, il brand name deriva da situazioni o fatti curiosi, non immediatamente riconducibili a quello di cui l’azienda si occupa nel presente.

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Per questo motivo, vogliamo raccontarvi l’origine del nome di cinque famosissime Tech Companies, per scoprire insieme che cosa si nasconde dietro alla scelta di un determinato naming.

Samsung

La prima realtà tech è la coreana Samsung. Diventata una delle imprese globali a più alto tasso di crescita, numero di prodotti e settori in cui è coinvolta, alle sue origini (nel 1938) Samsung si occupava dell’esportazione nella zona cinese della Manciuria e a Pechino di pesce essiccato, frutta e verdura. Il suo nome significa tre stelle, ed è stato scelto per rappresentare le virtù di essere “grandi, numerosi e potenti” (come le stelle nel cielo, appunto).

Nel corso degli anni, Samsung si è evoluta fino a raggiungere l’odierna dimensione di produttore di eccellenza nei più svariati settori merceologici, (tra cui l’elettronica, a partire dal 1987, in concomitanza alla nomina del nuovo CEO Kun-Hee Lee, figlio del fondatore Lee Byung-Chull). Anche il suo logo ha subito importanti cambiamenti nel corso degli anni:

Credits @thenextweb.com

Dal 1993 però, il logo è diventato quello che si è mantenuto al giorno d’oggi, senza quindi le tre stelle. Anche se c’è qualcuno che sostiene di sapere del perchè di questa mancanza  🙂

Photocredits @cultofmac.com

Spotify

Spotify, entrato trionfalmente in Italia all’inizio del 2013, è uno dei servizi di streaming musicale più utilizzato al mondo, ed è stato sviluppato a partire dal 2006 a Stoccolma, in Svezia.

La parola Spotify non ha alcun significato in svedese, e la sua origine è davvero curiosa e raccontata direttamente da uno dei suoi fondatori ed attuale CEO, Daniel Ek, su Quora:

“Io e Martin (Lorentzon, altro fondatore) ci trovavamo in due differenti stanze, alla ricerca di un nome adeguato. Ad un certo punto Martin urlò un nome, ed io capii “Spotify”. Con sorpresa, quella parola non esisteva in Google, così decidemmo di registrarla come nome e dominio della nostra società.”

Spotify HQ - Photocredits @Rosapolis, on Flickr

Originariamente, quasi per l’imbarazzo a spiegare un’origine del brand così casuale, i due fondatori avevano dichiarato alla stampa di avere costruito il brand dall’unione delle parole ‘SPOT’ ed ‘IDENTIFY‘.

LG

Anche nel caso di LG, altra compagnia coreana di elettronica ad enorme tasso di successo, il nome non corrisponde a quell0 originario della società. Nel 1947 infatti, fu fondata la Lak-Hui Chemical Industrial Corp (il cui nome abbreviato era “Lucky“), compagnia che si occupava di cosmetica. Successivamente, dopo la guerra coreana, la compagnia aveva focalizzato la sua produzione nei prodotti pulenti per la casa.

Nel 1958 però, con il nome di Goldstar, nacque una sua divisione destinata alla costruzione di devices elettronici (in particolare, la prima radio coreana). Era quindi nata la Lucky Goldstar.

Ancora come divisione, Goldstar ha conosciuto una crescita esponenziale negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, producendo praticamente ogni cosa dal punto di vista dell’elettronica, dagli ascensori alle TV, espandendo il suo business anche all’interno del settore chimico.

Dal 1995 la “Lucky Goldstar” ha ufficialmente preso il nome unico di LG, con il motto “Life is Good“.

Amazon

Il primo nome della società fu Cadabra, esattamente come una parte della formula magica “Abracadabra“: Jeff Bezos, il suo fondatore, voleva infatti che la sua libreria online fosse velocissima e facile, come in una magia.

Cadabra era anche il nome di registrazione nel 1994, ma nel 1995 la società si presentava online con il nome di Amazon, derivante dal Rio delle Amazzoni, il più grande fiume del mondo.

Cosa aveva provocato questo cambio? Da vari libri sull’argomento, si evince che l’avvocato di Bezos capì male il nome (sentì infatti la parola “Cadaver“), ed il fondatore si convinse immediatamente che era necessario un cambio.

Photocredits @digitaltrends.com

Il cambio venne effettuato anche per un motivo pratico: la lettera A di Amazon sarebbe risultata prima in una directory online o in un elenco.

Una piccola curiosità: il sito Relentless.com rimanda ad Amazon. Questo nome infatti, che in italiano significa “implacabile, inarrestabile” era stato considerato un valido candidato ma, dagli amici di Bezos, venne definito “un pochino sinistro“. Come potete vedere però, il dominio rimane attivo e rimanda direttamente ad Amazon.

Nokia

Infine, una delle compagnie che ha creato alcuni dei telefoni cellulari più famosi al mondo prima dell’avvento degli Smartphone: stiamo parlando di Nokia.

Come noto, Nokia ha iniziato la sua attività ben lontana dalla produzione di elettronica: la sua fondazione risale infatti al 1865, vicino alle rapide del fiume Tammerkoski in Finlandia, come industria per la lavorazione del legno e della cellulosa. In seguito, dopo l’apertura nel 1868 di un nuovo sito produttivo nei pressi del fiume Nokianvirta a pochi km dalla città di Nokia, ci sarà l’ispirazione per l’attuale nome (che deriva da un piccolo animale dal pelo scuro, simile allo zibellino, che abitava la zona circostante il fiume).

Nokia ha poi assunto l’attuale nome di Nokia Corporation nel 1967, con cinque business (acquisiti nel corso degli anni) relativi a lavorazione gomma, silvicoltura, collegamenti via cavo, generazione di energia e, naturalmente, elettronica.

Il resto è storia recente: con l’avvento di Microsoft, la divisione “Devices and Services” è stata venduta, facendo rimanere Nokia focalizzata su tre business: Nokia Networks, Nokia Technologies ed HERE Maps.

Bene, ecco 5 suggestioni relative a 5 importanti brand name: avete altri nomi da segnalarci? Raccontateci la loro storia!

La nuova campagna Netflix vi parla dai muri tramite GIF animate

Non sempre la tecnologia nasce per lo scopo per cui è poi quotidianamente utilizzata. Pensate che Bell (o Meucci, fate voi) avesse pensato al telemarketing quando inventò il telefono? O Marconi avesse ipotizzato i jingle radiofonici ideando il suo sistema di comunicazioni radio?

Questa è la storia di un formato per immagini digitali che nel corso degli anni ha interpretato diversi ruoli, da attore non protagonista a star di prima fascia. Questa è la storia del Graphics Interchange Format, per gli amici GIF.

Molti di voi le scoprirono come emoticon livello pro per MSN Messenger, molti altri le usarono sulle proprie glitteratissime pagine di MySpace, quasi tutti le conobbero come cuore pulsante di piattaforme come Tumblr e come mezzo per veicolare i meme più arditi sui social network in generale.

Il destino aveva però altri piani per le GIF. Compresa la potenza virale di queste brevi animazioni personalizzabili, diversi brand hanno fatto delle GIF il veicolo privilegiato per trasmettere il proprio messaggio. Basti pensare alla recente campagna Fiat USA per la 500.

Adesso è il turno di Netflix.

LEGGI ANCHE: Perché ci piacciono tanto le GIF animate?

Per spingere il lancio della piattaforma Netflix in Francia, Ogilvy ha creato 100 GIF animate prese dai diversi show più di successo disponibili nel catalogo del servizio di streaming online on demand americano. Le gigantesche animazioni sono state affisse in tutto il Paese in luoghi strategici (fermate bus, stazioni metro, etc..).

In questo modo anche i passanti più distratti non hanno potuto evitare di guardare in faccia la grande opportunità che gli si stava offrendo.

Il capolavoro di ambient marketing è stato sicuramente raggiunto con le GIF “responsive”, affisse cioè per interagire con l’ambiente circostante.

Durante un temporale è stata trasmessa l’animazione di Leonida di 300 mentre sfida la tormenta, e all’entrata di un centro commerciale durante  i saldi è stato il turno dell’orda di zombie di The Walking Dead (elegante e provocatorio omaggio al secondo capitolo della trilogia di Romero).

ambient marketing

Un utilizzo originale di una tecnologia vecchia 25 anni, ma fino ad oggi relegata a strumento di entertainment, ha ottimizzato una diffusione multi piattaforma originale che sicuramente non ha lasciato indifferenti i francesi, prossimi all’accesso ai servizi Netflix.

Da oggi ancora più stimolati a seguire assiduamente i propri show preferiti.

Coinvolgi il tuo target attraverso lo storytelling

brand storytelling

Alcuni affermano che il successo dello storytelling sia dovuto alla diffusione negli ultimi anni dei social media. Altri che la necessità di narrare è insita nella natura stessa dell’uomo. Entrambe le affermazioni sono vere, ma hanno bisogno di qualche precisazione in più.

Dalla narrazione al brand storytelling

Ciò che dobbiamo tenere in considerazione in questi casi è quello che gli esperti di comunicazione chiamano transmedia storytelling. Se pensiamo alle grandi narrazioni moderne di cultura popolare, da Guerre Stellari a Lost ed Harry Potter, ci rendiamo conto che hanno innescato la creazione di interi universi paralleli. Il lettore/spettatore/utente può accedervi poi attraverso canali differenti: non solo libri e film ma anche campagne interattive su internet, contest e alternate reality game. I più appassionati forse ricordano le ore passate cercando di risolvere enigmi e trovare indizi della Lost Experience e della porta chiusa nel sito ufficiale di J.K. Rowling.

Ma cosa può imparare un brand da tutto ciò? Esattamente a creare il proprio universo e renderlo accessibile dal maggior numero possibile di punti d’accesso, sia online che offline. Raccontare non un’unica storia ma tutte le storie che possono nascere nell’universo del nostro brand. Il successo arriva quando il tuo universo è riconoscibile, accessibile e replicabile dai clienti stessi.

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Storytelling o content marketing?

La narrazione di marca è un modo di fare content marketing ma non tutte le azioni di content marketing si manifestano attraverso lo storytelling. I fatti informano ma le storie interessano, e quando un cliente è interessato risponde e interagisce. Lo storytelling riesce a penetrare lo strato superficiale dell’attenzione dell’utente, a volte con l’ironia altre attraverso il fattore emotivo.
General Electric è una delle maggiori multinazionali attive nel campo della tecnologia e dei servizi. Nonostante le attività di GE siano per la maggior parte B2B e quindi richiedano una comunicazione perlopiù informativa, ecco come l’azienda ha promosso le sue nuove ricerche nel campo dell’internet industriale.

Ma come si crea una campagna di storytelling? Ecco a voi il vademecum del buon narratore.

#1 Tutta la verità, nient’altro che la verità

Nel 1912, quando l’agenzia pubblicitaria McCann Erickson si chiamava ancora H.K. McCann Co, il motto aziendale prescelto fu Truth Well Told. Questo non significa evidenziare i pregi del brand e omettere di parlare dei difetti. Il consumatore non si lascia più abbindolare facilmente. Onestà e chiarezza sono le parole chiave dello storytelling di marca. Certo, poi possiamo abbellire la nostra narrazione, renderla coinvolgente ma senza esagerare. Se è vero che non possiamo solo raccontare storie reali di clienti esistenti, la finzione narrativa è accettabile solo quando è verosimile.
Se lo storytelling è superficiale ed inconsistente potremmo rischiare di confondere il nostro cliente che andrà da qualcuno che rispecchia meglio le sue aspettative. Sii creativo ma senza allontanarti troppo dalla tua identità di marca.

#2 Quale storia?

Per colpire, un racconto deve coinvolgere. Quindi, quando scegliamo la nostra storia non solo dobbiamo pensare all’evoluzione del nostro brand o prodotto ma anche all’impatto che questi hanno avuto sulla vita del nostro consumatore. Crea una storia che il cliente vorrà ricordare.

  • Come è nato il brand?
  • Come sei arrivato all’idea del prodotto?
  • In che modo ha cambiato la vita del cliente?
  • Quale suo bisogno hai soddisfatto?
content marketing

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#3 Il contenuto non basta

A volte raccontare una buona storia non è abbastanza, bisogna infonderle personalità. Il tono, il colore, la struttura sono elementi fondamentali. Nello storytelling la forma non può prescindere dal contenuto poiché attraverso la narrazione il brand definisce la propria identità.
Racconta storie anche attraverso punti di vista differenti: quella del cliente o dei tuoi dipendenti. È necessario creare personaggi definiti con i quali il consumatore si possa identificare o per cui possa fare il tifo.

#4 Lo storytelling non è pubblicità

La comunicazione di marca ha sempre come fine ultimo la persuasione ma lo storytelling ragiona con logiche leggermente diverse. Gli snodi narrativi sono quelli classici del racconto: presentazione, evento dinamico/crisi e risoluzione. A questi si aggiunge un elemento fondamentale: la call to action, ovvero l’invito all’interazione. Quando arriviamo a questo punto il rischio è di essere troppo aggressivi. È il motivo per cui la pubblicità tradizionale non funziona più, d’altronde. In sintesi, va bene essere convincenti ma mai insistenti.

#5 Crea continuità

Come dicevamo nei primi paragrafi, le tue storie devono creare un mondo in cui il cliente vorrà tornare: lo storytelling non può far parte di un’azione isolata. Devi fare in modo che l’utente ne voglia sempre di più. Puoi rilasciare teaser, mandare email, interagire con il maggior numero possibile di mezzi anche, ad esempio, con azioni offline. Solo così potrai dar vita a una relazione continuativa con il tuo consumatore.

Un buon storytelling è lo strumento di marketing più efficace per implementare le esperienze di marca del cliente. Più la narrazione è strutturata maggiori saranno le interazioni possibili con i consumatori che, a questo punto, sceglieranno spontaneamente di rivolgersi a te.

Reactvertising, l'ultima frontiera del Real Time Marketing [VIDEO]

Reactvertising, l'ultima frontiera del Real Time Marketing [VIDEO]

Real Time Marketing: negli ultimi anni, complice l’ascesa del fenomeno della social tv, è una della strategie promozionali più utilizzate dai grandi brand, che approfittando di un momento/evento/accadimento specifico per entrare in connessione con le persone e “umanizzarsi”. Una pratica oramai obbligata, in qualche caso scontata. Ecco allora che John St, l’agenzia canadese che negli ultimi anni ci ha presentato campagne di ironico subvertising davvero degne di note, ha preso la palla al balzo per creare il suo “Reactvertising“.

Proprio come successe con Catvertising, l’agenzia ha preso “di mira” una delle tendenze più diffuse nel business pubblicitario per realizzarne una parodia di successo. E se allora finsero di aver introdotto nei loro uffici un dipartimento interamente dedicati agli spot coi gatti, questa volta un team esclusivo lavorerebbe per rispondere in tempi brevi ai grandi buzz social come il blackout del Super Bowl di due anni fa, o il cappello di Pharrell, o il BendGate di Apple.

Reactvertising, l'ultima frontiera del Real Time Marketing [VIDEO]

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2800 nuovi assunti, in servizio 24 ore al giorno per 7 giorno alla settimana. Abituati a correre dai clienti anche al ristorante o fuori dal supermercato per fargli approvare una campagna di Real Time Marketing. Anche a letto nel bel mezzo della notte, se serve. Un servizio impeccabile!

Ecco altri video della campagna:

Paris-New York: mai state così vicine [VIDEO]

Moda, cibo, arte, trasporti, stile di vita, atmosfere: tante le differenze tra due delle città più belle e famose del mondo. Distanti precisamente 3363 miglia ma legate da una sottile linea che trova proprio nella diversità una maniera originale per unirle.

La linea è quella del regista americano freelance Franck Matellini che, per Open Skies, la compagnia aerea francese controllata da British Airways, ha creato un filmato davvero originale.
Utilizzando la tecnica del Time-lapse Matellini ha creato un video con decine di scene quotidiane a New York e Parigi rappresentandole in split screen, per i meno esperti, su schermo diviso in due sezioni!

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Ed ecco il ponte sulla Senna avvicinarsi al ponte sul fiume Hudson, l’Arco di Trionfo accanto al Washington Square Arch, le Metro che corre parallela alla Subway, le escargot mescolarsi ad una pizza ai peperoni e via scorrendo con tanti altri frammenti di vita quotidiana. Fotogramma dopo fotogramma si arriva a due magnifici tramonti sui cieli parigini e newyorkesi, uniti (ovviamente!) dalle ali di un lussuoso aereo Open Skies.

Non resta che prenotare…o continuare a sognare. C’est la vie 😀

Arriva Amazon Echo, lo smart speaker che vi aiuta nelle azioni quotidiane [BREAKING NEWS]

Ecco una notizia di qualche ora fa che ci incuriosisce davvero: si tratta di Amazon Echo, il cloud speaker caratterizzato da un assistente vocale. Basterà posizionarlo in un qualunque angolo all’interno della casa, e lo speaker always on ci seguirà nelle nostre faccende quotidiane, dandoci i migliori consigli del caso. Controllato dalla voce umana, il device sembra rendere possibile gli scenari futuristici raccontati da tanti film nel passato.

http://www.youtube.com/watch?v=KkOCeAtKHIc

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Volendo descriverlo, traduciamo liberamente la descrizione per comparazioni fatta da Gizmodo:

Il modo più semplice per descrivere Echo è comparandolo con i suoi simili. E’ come Siri, ma in forma di mobilio/accessorio. E’ simile a Cortana, e ci segue anche in camera da letto. E’ affine al voice recognition speaker Aether, o ad altri device controllati dalla voce umana che puoi tenere in casa, ma fa più cose. Ed è prodotto da Amazon.

Al di là dell’euforia per un’innovazione di tale portata, la questione rimane: il livello di intelligenza artificiale che caratterizza questi device basta per guidarci nella (complessa) quotidianità? Non abbiamo ancora il numero adeguato di informazioni e dati per saperlo.

Una cosa è certa: la sfida a Google, Apple e agli altri player è lanciata. Da sempre focalizzati sulla produzione di tecnologie simili su smartphone e computer, starà a loro progettare una “contromossa” adeguata per i gusti, le necessità e le attese del mercato. Siamo entrati in pieno nell’era dell’era del conversational internet: siete pronti a questa innovazione in grado di semplificarvi ancora di più la vita?

7 consigli per gestire nel modo giusto la crisi sui social media

Avere un piano di gestione della crisi on-line è diventato fondamentale.

In un contesto popolato dalle conversazioni, in cui grazie ai social media la voce di chiunque può essere ascoltata e (vera o falsa che sia) ha la capacità di circolare in maniera virale, conoscere in anticipo quali mosse compiere per difendere la propria reputazione on-line è essenziale.

Proprio in questi giorni è salito alla ribalta il caso di Moncler, che ha cercato di far fronte alle feroci critiche piovute sui social media in seguito al servizio trasmesso dalla trasmissione televisiva Report.

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Come Moncler ha gestito la crisi

A seguito delle pesanti accuse di Report circa la provenienza delle materie prime dei suoi capi d’abbigliamento, Moncler ha cercato di conservare un atteggiamento professionale e sereno, senza farsi travolgere dal fiume di parole incontrollate che ha seguito la messa in onda del servizio.

social media moncler

In maniera molto semplice, Moncler ha chiarito la propria posizione ufficiale sia sul proprio sito sia tramite i social media. Ha fornito informazioni, dati e spiegazioni cercando un dialogo trasparente ma anche deciso con i propri consumatori, e con il pubblico potenziale che certamente sarebbe arrivato a conoscere la storia.

Appare chiaro che, grazie ad una risposta appropiata e tempestiva, Moncler ha gestito al meglio una situazione estremamente complessa. Evidentemente alle spalle c’erano già delle strategie di gestione che si sono rivelate utili al momento opportuno.

7 passi per gestire la crisi sui social media

Quello di Moncler è solo l’ultimo dei tanti casi a cui abbiamo assistito in questi anni (ricordate il caso Barilla?). Sono tutti esempi di cosa fare (o in altri casi di cosa non fare) di fronte ad una crisi per tutelare la propria reputazione on-line.

LEGGI ANCHE: Barilla e il boicottaggio social: come rimediare a una comunicazione superficiale

In particolare, vengono suggeriti da un interessante articolo su Social Media Examiner 7 punti essenziali per difendere la propria reputazione on-line. Punti strategici che devono essere condivisi da tutti i soggetti coinvolti nella gestione della comunicazione on-line (e non solo) per poter tutelare al meglio l’azienda e il brand in situazioni di crisi.

1. Agire in fretta

La tentazione di restare in silenzio fino a far sgonfiare il problema o fino a comprendere bene cosa sia accaduto è forte, ma quando si viene colpiti da una crisi improvvisa la risposta dev’essere tanto convincente quanto rapida.

È molto meglio, infatti, che a parlare per prima dei motivi alle spalle del problema emerso sia la vostra azienda rispetto a chiunque altro.

2. Prendere in mano la situazione

L’azienda deve comunicare l’impressione che sia lei a gestire la crisi, e non la crisi a condizionare le azioni dell’azienda.

In pratica bisogna agire velocemente, ma senza lasciarsi trascinare dalle sensazioni del momento. Bisogna gestire il flusso di notizie con razionalità.

3. Essere onesti

È importante fare i conti con ciò che è concretamente accaduto, gestendo con trasparenza ed onestà gli eventi.

Sui social media è molto semplice per i detrattori creare una realtà differente per calcare la mano sulla crisi che minaccia il brand. In questa fase è quindi essenziale essere onesti su ciò che sta realmente accadendo, perché qualsiasi menzogna potrebbe soltanto peggiorare la crisi già in atto.

4. Affrontare le critiche

Nella gestione di una crisi è inevitabile dover affrontare direttamente critiche anche feroci. Non bisogna fuggire mai di fronte ad esse, anzi è consigliabile affrontarle e rispondere seguendo i passi precedenti.

5. Comunicare con tutti i mezzi

La decisione di Moncler è un ottimo esempio. La vostra azienda non deve permettere malintesi o errate interpretazioni. Scegliete una risposta onesta e decisa e comunicatela con tutti i mezzi a vostra disposizione: sito web, blog aziendale, social media e comunicati stampa.

6. Favorire il dialogo

Durante una crisi non ci saranno solo nemici. Ogni azienda ha i suoi clienti affezionati e molti di questi saranno i primi difensori. Fornite proprio a loro tutti gli strumenti in cui possono esprimere le loro opinioni e la loro visione delle cose.

Fornendo fonti positive sulla vicenda che ha scatenato la crisi contrasterete le tante voci negative, soprattutto on-line.

7: Guardare oltre

Non aspettate che la crisi sia visibile. Difendersi dalle crisi significa anche saperle evitare, e non dover fare in modo di correre ai ripari solo quando sono già esplose.

E voi? Avete il vostro piano di gestione della crisi? Aggiungereste altri consigli? Fateci sapere nei commenti!