Microsoft Italia ha presentato il 20 gennaio Didattica in Atto, progetto per la formazione onlineon-demand rivolta a tutti quei docenti che vogliono approfondire la conoscenza e l’utilizzo delle soluzioni Microsoft per la didattica digitale.
L’annuncio è avvenuto in occasione di BETT, l’evento internazionale online in programma fino al 22 gennaio dedicato alle tecnologie per il mondo dell’educazione.
Didattica in Atto: l’impegno di Microsoft durante la pandemia
In un momento in cui le restrizioni a causa della pandemia rendono il rientro a scuola ancora incerto, Microsoft Italia, dopo aver formato 140.000 docenti dall’inizio dell’emergenza sanitaria, conferma il proprio impegno nel sostenere i docenti italiani attraverso tecnologie e formazione completamente gratuiti e aiutarli così a garantire continuità didattica ai nostri studenti.
L’iniziativa si traduce in un programma di apprendimento online che consente agli insegnati di accedere con facilità a tutorial on-demand, a guide di studio pratiche e scaricabili e a un calendario di webinar disponibili online sul Microsoft Educator Centre con consigli e buone pratiche per una didattica digitale efficace e coinvolgente, testimonianze di esperti del mondo della scuola, e video pillole sull’utilizzo di Office365 Education A1, ovvero il pacchetto di programmi e applicazioni, disponibili sempre gratuitamente, in grado di trasformare la propria classe in un’aula digitale collaborativa.
Tra i contenuti formativi realizzati direttamente dai MIE Expert, ovvero i docenti innovatori italiani che già padroneggiano le soluzioni Microsoft, attività dedicate per esempio all’uso di Microsoft Teams, l’hub digitale che consente di creare aule virtuali di collaborazione, dove è possibile vedere il proprio insegnante e seguire la lezione, interagire con lui e con i compagni, e suggerimenti sull’utilizzo dei Learning Tools ovvero tutti quegli strumenti per migliorare le competenze di lettura e scrittura per gli studenti con disturbi dell’apprendimento, in chiave accessibilità, affinché la tecnologia possa essere il motore per una società più inclusiva.
Didattica in Atto si aggiunge ai già numerosi contenuti digitali che Microsoft ha messo a disposizione gratuitamente per tutti gli insegnanti per aiutarli a ripensare alla didattica in chiave digitale, e che nell’ultimo mese sono stati fruiti da oltre 1 milione di insegnanti in tutto il mondo.
Questo percorso di formazione online offre inoltre la possibilità ai partecipanti di ottenere un attestato finale di partecipazione che consente ai docenti che si avvicinano per la prima volta alle tecnologie Microsoft di diventare MIE Certified e unirsi alla rete di apprendimento professionale globale di educatori digitali.
“In attesa che si possa tornare in aula in piena sicurezza, che auspichiamo possa avvenire il più presto possibile, con Didattica in Atto ci proponiamo di gettare le basi per una didattica che potrà risultare efficace anche in futuro. Mi auguro infatti che presto si possa parlare non di didattica a distanza come alternativa alla scuola in presenza, ma di una vera e propria didattica ibrida, dove il digitale si integra e non si sostituisce alle lezioni in presenza e contribuisce in modo complementare all’apprendimento dei nostri ragazzi. Sono convinta che fisico e digitale possano coesistere in modo sinergico ed efficace” ha commentato Elvira Carzaniga, Direttore Education Microsoft Italia.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2021/01/microsoft-lancia-didattica-in-atto-01.jpg8511374Company NewsCompany News2021-01-21 16:43:592021-02-15 16:33:31Microsoft Italia lancia Didattica in Atto, un progetto eLearning per i docenti
Quando eravamo bambini e immaginavamo come sarebbe stato il futuro, non potevamo fare a meno di sognare macchine volanti, viaggi interplanetari e oggetti scintillanti con mille funzioni, come una sorta di coltellini svizzeri futuristici. Sulle macchine volanti e i viaggi spaziali ci stiamo ancora lavorando, ma per quanto riguarda gli oggetti la nostra fantasia non aveva tutti i torti. Pensate a come la tecnologia ha migliorato le nostre vite e come Internet sia parte integrante della nostra quotidianità attraverso prodotti e servizi sempre più 2.0.
Stiamo parlando dell’importanza dell’IoT, ossia l’Internet of Things, l’Internet degli oggetti e del ruolo crescente che ha assunto negli ultimi anni.
Internet of Things, quotidianità e mondo digitale
Cosa intendiamo quando parliamo di IoT? È un acronimo che abbiamo sentito spesso nominare. Internet of Things, lo dice stesso la parola, è l’Internet degli oggetti, sono infatti quest’ultimi a essere connessi, grazie a Internet, e hanno la facoltà di scambiare dati tra loro. Questi prodotti sono definiti intelligenti, quindi smart objects.
Stiamo parlando di un’evoluzione dell’uso d’Internet perché attraverso la connessione, gli oggetti si rendono riconoscibili e scambiano informazioni su sé stessi e l’ambiente che li circonda.
Gli smart objects hanno delle caratteristiche peculiari che li rendono tali, stiamo parlando di proprietà cui:
l’identificazione
la connessione
la localizzazione
la capacità di generare dati
la possibilità d’interagire con l’ambiente esterno
Campi di applicazione dell’IoT
L’Internet of Things può essere applicato in qualsiasi contesto, dagli elettrodomestici di casa per un’abitazione smart, a sistemi più complessi come le apparecchiature in campo medico.
È possibile con l’IoT agire in ambito sanitario con precisione e ottimizzando gli sforzi monitorando, per esempio, lo stato di salute dei pazienti da remoto. In questo modo il personale può recarsi presso le strutture sanitarie solo quando c’è un’urgenza grave.
In riferimento a macchinari di qualsiasi genere, invece, l’IoT permette il monitoraggio e il loro funzionamento, così chi si occupa della manutenzione può intervenire solo quando c’è una reale necessità.
IoT e aziende: utilizzi e vantaggi
Abbiamo visto che l’IoT agisce in diversi campi applicativi, ma può essere vantaggioso anche per migliorare le performance di un’azienda? Certo che sì.
Con l’ormai conclamata industria 4.0, l’IoT è sempre più parte integrante dell’innovazione e consente alle organizzazioni di raccogliere, scambiare, analizzare e interpretare i dati in tempo reale. Il valore di questi dati è unico perché fornisce informazioni significative sui consumatori, in determinati contesti, e in tempo reale, permettendo alle aziende di modificare i propri prodotti e servizi, ove è necessario, e trasformare l’interazione e le relazioni con i clienti.
Ma un’azienda come può adottare in modo pratico l’IoT, utilizzandola e integrandola al proprio sistema?
Le soluzioni che ci vengono proposte non sono tutte performanti. Spesso risultano frammentate, troppo complesse e invece di semplificare i processi, tendono a comprometterli. Le aziende hanno bisogno di uno strumento unico e intuitivo che possa facilitare e non disperdere le attività utili proveniente dall’integrazione dell’IoT.
Una domanda, a questo punto, sorge spontanea: a chi rivolgersi?
Cloud MQTT, il server per connettere gli oggetti nelle aziende
Ci viene in soccorso Seeweb, un Cloud Computing Provider che offre servizi di alta qualità e unici quanto a tecnologia, scalabilità e rapporto prezzo/prestazioni. Un provider che punta da sempre all’innovazione ed è sempre attento alle novità del mercato. Seeweb non poteva lasciarsi scappare l’occasione di creare un servizio tutto suo che riguarda proprio l’IoT, attraverso il lancio di Cloud MQTT.
Il Cloud MQTT connette gli oggetti nelle aziende sfruttando il protocollo di comunicazione più efficace in ambito IoT. Include diverse caratteristiche come:
la gestione semplificata dei dispositivi;
la personalizzazione dei dati di connessione;
la possibilità di salvare i dati nel nostro Cloud;
La piattaforma riduce le complessità legate all’utilizzo dell’Internet of Things nelle aziende grazie a una cloud things platform completamente gestita che:
si avvale di Kubernetes, che automatizza le operazioni di gestione dei container;
sfrutta MQTT, il protocollo più usato per connettere gli oggetti al Cloud;
è compatibile con la maggior parte dei device esistenti;
è abbinabile a un dominio personalizzato e a un certificato SSL;
offre la possibilità di salvare le metriche nel Cloud Seeweb;
permette di gestire i dati mediante Prometheus
Una volta acquistato il servizio verranno inviati i dati di accesso da utilizzare per configurare il prodotto e i dispositivi. Ogni dispositivo ha un client ID, un topic e i permessi di accesso.
Quali sono gli strumenti che possono beneficiare di questo servizio?
Possiamo utilizzare tutti i tipi di dispositivi che supportano MQTT, ossia i sensori di temperatura, automotive, controllo macchine ma anche software di telemetria o messaggistica. Ma cos’è un protocollo MQTT e a cosa serve?
Cos’è un MQTT
Il protocollo MQTT ha l’obiettivo di rendere facile ed efficace la comunicazione tra le macchine, ossia gli oggetti. Le sue caratteristiche principali sono:
la leggerezza e la semplicità nello scambio di messaggi;
ha la possibilità di creare il minimo traffico sulle reti;
richiede poche risorse ai dispositivi a livello di gestione.
È uno strumento capace di veicolare in modo efficiente la distribuzione di messaggi da uno a molti destinatari, garantendo affidabilità e semplicità. Connettere i dispositivi di un’azienda e integrare l’IoT non sarà più un grosso problema con Cloud MQTT, un modo semplice di abbracciare l’innovazione.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2020/12/Iot.jpg500765Mariagrazia RepolaMariagrazia Repola2021-01-21 16:30:152021-01-25 23:13:50IoT, ovvero come iniziare a connettere oggetti nella propria azienda
L’ecosistema delle startup italiane è in continua evoluzione, dal nord al sud dell’Italia
La transizione energetica e l’evoluzione degli stili di vita favoriti dalla digitalizzazione hanno incentivato l’innovazione del settore automobilistico
La pandemia non ha rallentato la nascita delle imprese italiane innovative grazie anche al programma sponsorizzato dal Governo Italiano nel giugno del 2020
Le startup emiliane e campane guidano l’evoluzione dell’industria automotive in Italia. Infatti, è nato a Modena il Motor Valley Accelerator: il primo acceleratore italiano dedicato al settore automotive, frutto di un’operazione congiunta del Fondo Acceleratori di Cdp Venture Capital Sgr – Fondo Nazionale Innovazione, Fondazione di Modena e UniCredit, con il fondamentale supporto di Crit e Plug and Play, la più grande piattaforma di Open Innovation al mondo.
Il progetto è stato ribattezzato Motor Valley Tech e ha l’obiettivo di movimentare complessivamente 20 milioni di euro. L’obiettivo è sostenere le migliori nuove idee imprenditoriali (early stage) e mettere in contatto aziende strutturate con quelle più giovani su progetti innovativi (scale up).
L’inaugurazione dello “Spazio CDP” a Modena, avvenuta in forma virtuale nel pieno rispetto dell’ultimo Dpcm, è stata dunque anche occasione per annunciare l’avvio del Fondo “Mobility & Digital Acceleration” e dell’acceleratore Motor Valley Accelerator.
Il piano, compreso tra le iniziative del “Fondo Acceleratori” gestito da CDP Venture Capital SGR, si propone di favorire lo sviluppo di startup innovative nel settore automotive e mobility, nonché la creazione e lo sviluppo di ulteriori programmi di accelerazione in ambiti sinergici e complementari collegati alla mobilità. Con particolare attenzione ai temi dell’innovazione e della sostenibilità.
Il Motor Valley Accelerator è frutto di un’operazione congiunta del Fondo Acceleratori di CDP Venture Capital Sgr – Fondo Nazionale Innovazione, Fondazione di Modena e Unicredit, con il fondamentale supporto di CRIT, broker tecnologico modenese.
«Siamo orgogliosi di essere stati scelti da Cdp, Fondazione di Modena e Unicredit per gestire questo importante programma nazionale dedicato alla mobilità – ha dichiarato Marco Baracchi, Direttore Generale del Crit – Penso che la nostra conoscenza tecnologica e la nostra propensione ad applicazioni concrete dovuta all’abitudine a lavorare con il mondo industriale possano essere di grande valore per questa iniziativa. Abbiamo poi scelto come partner Plug and Play Italy perché ci sono sembrati i più adatti a supportarci, in quanto leader mondiali nell’Open Innovation e con una esperienza specifica di successo con le startup automotive sviluppata in altri acceleratori internazionali, come Startup Autobahn a Stoccarda».
In Campania c’è il più alto tasso di startup dell’Automotive
Nella mobilità del futuro, l’Italia in generale vanta aziende di profilo internazionale come Motor K Italia, che con le sue piattaforme digitali dedicate all’automobile, serve il 90% dei produttori di veicoli a livello globale. Il comparto del trasporto è quindi tutt’altro che fuori dai radar degli investitori, le venture capital fanno a gare nel finanziare i progetti italiani più validi come 2hire, Brumbrum, Goodbuyauto.
Il settore automobilistico italiano è inoltre in fermento costante: l’evoluzione tecnologica dell’auto, spinta dalla transizione energetica verso l’elettrico al 100%, la profonda trasformazione della mobilità (smart mobility) e anche lo sviluppo e la gestione della rete elettrica del futuro (smart grid), sono il fertile terreno dove attecchiscono numerose startup italiane. La Regione Campania, in particolare, risulta essere una delle regioni a più alto tasso di nascita di startup, finanziate dal Fondo nazionale innovazione, gestito dal Ministero dello sviluppo economico e dalla Cassa Depositi e Prestiti.
Nel ramo delle quattro ruote nascerà presto uno stabilimento produttivo di motori elettrici da competizione. A realizzarlo saranno la società pisana Mazzanti Automobili e la società d’ingegneria e consulenza Netcom Group di Napoli.
L’unione delle due imprese internazionali darà vita alla startup Mazzanti Automotive Testing & Innovation Lab, a cui partecipano anche le aziende spin-off dell’Università di Salerno eProInn ed ePowering.
In ambito nazionale, tra le startup dell’auto più in vista c’è certamente Brumbrum, che nel 2019 ha raccolto 20 milioni di euro di investimento in un solo round.
Startup dell’Automotive all’insegna degli investimenti
Autotarget è invece una società di marketing dedicata alle concessionarie, nata dall’inventiva di studenti universitari della Ca’ Foscari di Venezia, con un investimento di soli 50mila euro è ora parte di un più ampio progetto dedicato alla digitalizzazione dei servizi.
Nella nicchia (forse ancora per poco) dell’acquisto e noleggio dei veicoli elettrici, infine, troviamo Evtrip, una società di installazione dei punti di ricarica auto elettriche, la cui applicazione mobile segnala agli automobilisti la presenza di colonnine di ricarica in tutta Europa.
La transizione energetica e l’evoluzione degli stili di vita favoriti dalla digitalizzazione, che cambia il nostro modo di lavorare e di gestire i rapporti personali, assieme alla rivoluzione dell’infrastruttura elettrica sono i “fertilizzanti naturali” del settore dell’automobile del domani. L’investitore è chiamato, o può essere parte attiva del cambiamento studiando e selezionando le giuste startup italiane e regionali in cui investire.
Il software automotive di MegaRide si aggiudica il premio per le startup “evolute”
MegaRide, letto all’italiana, è il nome dell’isola del primo insediamento greco in territorio partenopeo. Letto all’inglese è uno spinoff accademico dell’Università di Napoli Federico II specializzato nella simulazione in ambito automotive, ed è la società che si è aggiudicata la 14° edizione dell’Italian Master Startup Award, premio promosso dall’Associazione Italiana Incubatori Universitari PNICube e organizzato quest’anno dall’Università degli Studi di Verona, che va a riconoscere gli effettivi risultati conseguiti dalle startup nate dalla ricerca accademica nei loro primi anni di vita, creando allo stesso tempo un importante ponte con il mondo degli investitori.
MegaRide nasce nel 2016 come software house, testing center, smart mobility provider, con l’obiettivo di diventare punto di riferimento nello sviluppo di modelli avanzati per la simulazione in real-time di dinamica veicolo su strada, nei settori automotive e motorsport, e nella fornitura di prodotti software per l’ottimizzazione delle prestazioni dei veicoli e della mobilità smart.
Fin dai primi passi si è interfacciata con i principali contesti automobilistici e motorsport mondiali e, oltre al mercato tedesco, sta ora sviluppando crescenti connessioni con Asia, Gran Bretagna e Spagna.
Fattore chiave per le startup dell’Automotive: sinergia con il mondo universitario
«Tra i fattori chiave di successo della nostra startup – ha detto il Ceo e co-founder Flavio Farroni – la profonda sinergia con il comparto di ricerca della Federico II, l’investimento in talenti sul territorio e la promozione di una crescita organica che ha portato, nel 2019, a un fatturato di circa 1 milione di euro, senza ricorrere a debito bancario o cessione di equity».
Una menzione speciale è stata assegnata a Nito (i3P Politecnico Torino) che si è distinta per la progettazione e lo sviluppo di soluzioni di mobilità sostenibile.
CarPlanner: la startup che utilizza chatbot per il noleggio auto
CarPlanner, la società guidata da Marta Daina, ha creato un marketplace digitale che permette in modo semplice e veloce di noleggiare un’auto.
Si tratta di una piattaforma digitale che dal 2015, grazie ai propri strumenti di ricerca e comparazione, consente agli utenti di trovare l’auto che meglio si adatta alle proprie esigenze. Allo stesso tempo rende possibile cercare le offerte più competitive sul mercato, sia per l’acquisto sia per il noleggio a lungo termine. Il tutto grazie all’utilizzo di Chatbot.
Grazie ad algoritmi di Intelligenza Artificiale, il chatbot di CarPlanner “studia” la sostenibilità finanziaria del canone mensile di noleggio. In caso di insostenibilità, suggerisce all’utente l’auto e l’offerta più adeguata al suo profilo.
Tutto questo accade in tempo reale, guidando l’utente verso la migliore scelta possibile e con un processo quasi interamente digitale. Con un notevole risparmio di tempo.
Silla Industries, startup veneta che vuole rivoluzionare la mobilità elettrica
Il panorama delle start-up italiane per il trasporto si arricchisce di una nuova impresa. Si tratta di Silla Industries, azienda padovana fondata da Alberto Stecca e Cristiano Griletti che punta a rivoluzionare il settore della e-mobility.
La prima soluzione proposta da Silla Industries è Prism Solar, prodotto sviluppato in collaborazione col gruppo Energetica di parma che è arrivato alla finale dell’Hackaday Prize 2019.
Si tratta di un caricatore universale, con tutti i veicoli elettrici provvisti di connettore di Tipo2 (lo standard europeo per la ricarica di veicoli completamente elettrici e ibridi plugin) che permette di gestire in maniera intelligente l’energia prodotto dall’impianto fotovoltaico, sfruttando l’eccesso di produzione per caricare la vettura elettrica invece di cederlo alla rete.
Prism Solar consente di configurare il bilanciamento dei carichi per integrare la produzione dell’impianto fotovoltaico con un minimo di energia prelevato dalla rete quando la produzione solare è minore, ad esempio in inverno, oppure non sufficiente per la ricarica dell’auto elettrica. In assenza di pannelli fotovoltaici, programma la ricarica selezionando le tariffe orarie più convenienti.
È in grado di gestire la potenza disponibile del contatore di casa, senza mai superarla, regolando automaticamente la carica erogata alla vettura per evitare cali di tensione e blackout.
Ecosistema startup in crescita, vediamo i numeri
Al termine del 3° trimestre del 2020 il numero di startup innovative iscritte alla sezione speciale del registro delle imprese era di 12.068, in aumento di 572 unità (+5%) rispetto al trimestre precedente.
Per quanto riguarda la distribuzione per settori di attività, il 73,6% delle startup innovative fornisce servizi alle imprese (in particolare, prevalgono le seguenti specializzazioni: produzione di software e consulenza informatica, 35,9%; attività di R&S, 13,7%; attività dei servizi d’informazione, 9,1%), il 17,7% opera nel manifatturiero (su tutti: fabbricazione di macchinari, 3,1%; fabbricazione di computer e prodotti elettronici e ottici, 2,8%;), mentre il 3,2% opera nel commercio.
Dunque la pandemia non ha rallentato la nascita delle imprese italiane innovative grazie anche al programma sponsorizzato dal Governo italiano nel giugno del 2020, che prevede un investimento di 1 miliardo di euro e la creazione di una divisione dedicata all’ecosistema delle startup. Inoltre, il Ministero dello Sviluppo Economico ha lanciato l’Italian Startup Act per promuovere incentivi fiscali su investimenti e attività di ricerca e sviluppo.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2021/01/mazzanti.jpg6821580Daniele D'AmicoDaniele D'Amico2021-01-21 11:51:062021-01-21 16:06:25A che punto sono le startup italiane dell'Automotive
Negli Stati Uniti l’Agenzia Federale per l’Aviazione FAA approva i voli di droni a guida autonoma, senza il controllo dell’uomo. Un’evoluzione che apre nuovi margini di sviluppo produttivo del settore dei droni commerciali, con un mercato del valore di 100 miliardi di dollari, ma allo stesso tempo rende necessaria una normativa innovativa per la gestione dello spazio aereo.
La prima azienda ad ottenere l’autorizzazione è l’American Robotics, con la concessione di far volare il quadricottero Scout System, dotato di intelligenza artificiale, “oltre la diretta osservazione umana” (Beyond-Visual-Line-of-Sight, BVLOS), senza essere pilotato manualmente, in maniera autonoma.
Droni a guida autonoma: ricerca e sviluppo e indagini di mercato
Un’autorizzazione consentita “nell’interesse pubblico”, come sottolinea la FAA nel documento ufficiale prodotto dal Dipartimento dei Trasporti e della Sicurezza dell’aviazione USA. I droni, infatti, saranno utilizzati soprattutto per finalità di ricerca e sviluppo, addestramento e indagini di mercato, in aree rurali, alla luce del giorno, nelle zone a basso traffico e ad un’altitudine inferiore a 120 metri.
“Un’autorizzazione del genere avviene nell’ambito circoscritto della sperimentazione, paragonabile a quanto sta accadendo nel settore dell’automotive a guida autonoma – esordisce Luca Mastroianni, co-founder di Getadroner ed esperto del settore – Si tratta di una doppia innovazione, soprattutto.
È la prima fase di utilizzo dei droni per scopi commerciali, oltre la diretta visione dell’uomo, ovvero senza un pilot in command (PIC). La concessione della FAA apre notevoli opportunità dal punto di vista commerciale, in termini di produttività, perché riesce ad immaginare un collegamento aereo per ispezioni, ricerca, delivery, senza la presenza dell’uomo. È un’occasione enorme di efficientamento, inoltre, perché permette di realizzare missioni continue”.
Luca Mastroianni, Co-Founder Getadroner
Le opportunità del nuovo scenario
Nuovi scenari di utilizzo, ma anche tre diverse sfide, secondo Mastroianni: tecnologiche, regolamentari e di responsabilità. “Una competizione hi-tech, in primis. Approvare questo test significa che la tecnologia ha sviluppato sensori avanzati di “situational awareness” per verificare la presenza di ostacoli sul percorso e offrire informazioni su come aggirarli, simili a quelli delle auto a guida autonoma, inseriti di recente anche in alcuni smartphone – continua Luca Mastroianni – Sarà una verifica attuata su corridoi individuati, definiti, da uno specifico punto A di partenza ad una destinazione B, dove tutto è controllato per rendere operativi i droni. In questo caso specifico, sarà indispensabile l’implementazione del nuovo sistema di monitoraggio del traffico aereo UTM (Unmanned Traffic Management)a pilotaggio da remoto. Attualmente lo spazio aereo è regolato da controllori e torri che autorizzano. Il volo autonomo potrebbe far crescere la circolazione di droni, la cui gestione non può essere più manuale. Indispensabile, quindi, un sistema scalabile, che superi il processo di controllo dell’essere umano. Ci sono diversi progetti negli States e in Europa impegnati su questo fronte, tra cui U-Space per la sicurezza e l’automazione, la cui finalità è regolare l’accesso sicuro ed efficiente dei droni nello spazio aereo”.
La terza sfida prioritaria consisterebbe anche nella responsabilità legale e nella predisposizione di un quadro normativo. “Cosa accade quando non c’è più un uomo al comando, ma il volo è pilotato da un algoritmo? Chi è il responsabile? Pone un interrogativo enorme sotto il profilo assicurativo – insiste Mastroianni –Chi restituisce il danno? Quindi l’azione della FAA negli Stati Uniti va inquadrata come una sperimentazione a cui anche l’Italia partecipa. L’effetto sarà una crescita commerciale, ma è inverosimile immaginare il volo nei cieli senza norme e limiti, perché si rischierebbero collisioni con altri oggetti volanti, ultraleggeri o paracadute. I rischi sono enormi, il presupposto della diffusione dei droni è subordinato ad una nuova regolamentazione dello spazio aereo”.
Le linee guida della FAA in USA
La Federal Aviation Administration FAA, nel definire le linee guida, i limiti e le condizioni per l’autorizzazione all’American Robotics, prevede anche la presenza di un pilota da remoto in comando (PIC) per ogni volo di un aereo senza pilota (UAS), chiamato a garantire la sicurezza durante l’intera fase di volo e ad intervenire in caso di emergenza, oltre a conservare tutte le informazioni.
La possibilità di disporre di dati critici durante le ispezioni, potrebbe provocare un effetto economico positivo, secondo la FFA, in particolare su agricoltura, trasporti, estrazione mineraria, tecnologia, con una riduzione dell’impatto ambientale.
Il PIC remoto dovrà controllare il piccolo drone autonomo, per determinare che si trovi in condizione di funzionamento sicuro, attraverso un’ispezione preliminare, e in un ambiente operativo considerando i rischi per persone e cose nelle immediate vicinanze sia in superficie che in aria, incluse le condizioni meteorologiche, lo spazio aereo locale ed eventuali limitazioni al volo. Washington però chiarisce che questa autorizzazione non è valida per le operazioni al di fuori degli Stati Uniti.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2015/06/drone-784310_640.jpg480640Barbara LandiBarbara Landi2021-01-20 16:41:192021-01-21 16:07:02Gli Stati Uniti autorizzano i droni a guida autonoma senza controllo umano
Cosa bolle nella pentola dell’attualità finanziaria cinese? Una lotta tra titani, da una parte i Big del Fintech dall’altra il governo di Xi Jinping
Il fondatore di Alibaba, Jack Ma, che si era improvvisamente eclissato dopo un “vivace” botta e risposta tra Ant Group e gli organi di controllo bancari, è ora comparso in un breve video
Se in Occidente è il “caso WhatsApp” a tenere banco, in Cina l’attualità finanziaria vive un momento di incertezza relativa alla stabilità dei giganti della tecnologia. Di contorno, la misteriosa “spy story” che ha coinvolto Jack Ma.
Dov’era finito Jack Ma
Partiamo da qui: Jack Ma, il fondatore di Alibaba nonché quarto uomo più ricco della Repubblica Popolare Cinese, si è eclissato dalla scena pubblica per quasi tre mesi. A novembre sarebbe dovuto comparire come giudice finale di Africa’s Business Heroes, un TV show da lui stesso ideato. Dopo questa lunga e pesante assenza, è tornato a mostrarsi in un video rivolto agli insegnanti delle zone rurali.
Nel frattempo, il fondatore del gigante tecnologico cinese è stato sostituito dall’Executive Vice Chairman del gruppo Alibaba, che ha giustificato il cambio di programma last minute con un “conflitto di programmazione”. Questo non ha fatto altro che suscitare ulteriori dubbi sull’assenza dalla scena pubblica di Mr. Ma. Perché?
Jack Ma, Alibaba e l’antitrust cinese
Il 24 dicembre 2020 le autorità antitrust cinesi hanno annunciato ufficialmente di aver aperto un’indagine nei confronti di Alibaba Group. Il motivo? “Sospetto di pratiche monopolistiche”. Il colosso fondato da Jack Ma è stato accusato di aver costretto i venditori a firmare “accordi di negoziazione esclusiva” per evitare che gli stessi prodotti messi in vendita su Alibaba venissero venduti anche su siti web concorrenti. E non è tutto.
Sempre durante la vigilia di Natale, altre quattro agenzie cinesi di regolamentazione finanziaria, tra cui la Banca Popolare Cinese, hanno annunciato uno «yuetuan», un “richiamo”, per approfondire la situazione di Ant Group, braccio finanziario del gruppo Alibaba.
Ant (già Ant Financial Services) è il gruppo fintech a cui appartiene Alipay, la più grande piattaforma mondiale di pagamenti online lanciata nel 2004 da Jack Ma e che mette a disposizione carte di credito e di debito, prodotti d’investimento, crowdfunding, credit scoring e diversi servizi bancari online.
Alipay è stata una vera rivoluzione nei sistemi di pagamento cinesi: dai pagamenti con QRCode alla gestione del conto corrente e trasferimenti peer-to-peer. Per arrivare a questo, Alipay ha stipulato accordi di fornitura con i maggiori istituti di credito internazionali. Si può considerare uno dei progetti meglio riusciti di Mr. Ma e Alibaba.
Il 5 novembre 2020, sui mercati finanziari di Shanghai e Hong Kong, sarebbe dovuta andare in scena l’IPO di tutte le IPO, l’Initial Public Offering di Ant Group. Quel giorno Ant avrebbe potuto frantumare ogni record, ricevendo richieste per più di 3.000 miliardi di dollari a fronte di un’offerta di 37 miliardi di dollari in azioni.
Un valore smisurato, estremamente più elevato di JP Morgan e di tutte le grandi banche statali cinesi. La strada per il successo sembrava nuovamente spianata per Jack Ma, già precursore dell’eCommerce e di molte innovazioni digitali che hanno trascinato la Cina verso la nascita di un nuovo sistema economico-finanziario che non ha più bisogno di reggersi su banconote per il suo immenso giro d’affari. Tuttavia le cose non sono andate come dovevano.
A meno di 48 ore dall’apertura dell’offerta pubblica, i regolatori antitrust avevano intrapreso la decisione di sospendere l’IPO, sollevando preoccupazioni sui servizi di microprestito offerti da Ant Group. I regolatori cinesi avevano infatti annunciato, a ridosso del 5 novembre, un rafforzamento delle regole cui devono sottostare le società online del micro-lending.
La decisione di sospendere la quotazione in borsa di Ant, non solo per il suo particolare tempismo, è stata vista come un primo tentativo da parte delle autorità cinesi di frenare l’eccessivo potere delle grandi aziende tecnologiche del paese. Secondo il Wall Street Journal una scelta dettata dal diretto impulso del Presidente cinese Xi Jinping.
“Se queste norme entreranno effettivamente in vigore l’industria online micro-lending sarà pesantemente ridimensionata e le Internet companies che si stanno espandendo aggressivamente con la loro attività dei prestiti saranno duramente colpite” ha affermato Dong Ximiao, chief analyst di Zhongguancun Internet Finance Institute.
Il Partito
In realtà, molti sono convinti che la vera ragione alla base della decisione delle autorità cinesi, abbia origine da un discorso tenuto da Mr. Ma il 24 ottobre 2020.
Il magnate aveva criticato aspramente l’atteggiamento delle autorità e del sistema bancario cinese. Jack Ma si sarebbe lasciato andare a frasi come “le banche cinesi hanno operato con una mentalità da banco dei pegni” oppure “innovare senza correre rischi equivale a non innovare. Spesso, evitare i rischi è la politica più rischiosa”.
Da quel momento, il governo cinese ha introdotto nuove e ancor più rigide regole antitrust in tutto il settore tecnologico che hanno innescato un calo di circa 140 miliardi di dollari pari al 17% del valore di mercato complessivo di Alibaba. La guerra tra Mr. Ma e il Partito non ha fatto che peggiorare.
Il retroscena è stato ricostruito dal Financial Times che ha raccontato di una richiesta del partito (di cui anche Jack Ma fa parte) volta a limitare la portata dell’IPO, così come riportato dalle parole di Chen Long, presidente della CONSOB cinese:
Gli imprenditori di internet, compreso Ma, non devono superare le frontiere dell’interesse del partito. Il governo li tutelerà solo nella misura in cui serviranno l’interesse nazionale.
Il Pcc ha sempre visto con sospetto l’influenza oltre misura dei grandi capitani d’impresa cinesi. A maggior ragione quella costruita da un miliardario carismatico ormai noto anche sul fronte occidentale per essere un “visionario della tecnologia”.
Ridimensionare i giganti fintech cinesi: chi vince la guerra di potere
Una rottura definitiva non converrebbe a nessuna delle parti ma la bilancia, ora come ora, pende chiaramente dalla parte del governo cinese. Da una parte il presidente non può tollerare un dissidio interno così clamoroso, ma dall’altra non ha interesse a sacrificare i vantaggi che Ant Group, con la sua capillare rete di utenti, ha portato sia al sistema, grazie a un forte aumento della produttività e al boom dei piccoli business, sia ai singoli consumatori.
Ad essere precisi, l’“affaire Ant” non è tanto la storia di un geniale imprenditore tech vessato da un governo liberticida quanto quella – d’attualità anche in Occidente – di piattaforme digitali che fanno incetta di dati dei clienti e, con la loro dimensione, rischiano di ostacolare alcune forme di controllo da parte delle autorità garanti.
Da questo punto di vista l’app di Ant è un’autentica idrovora di dati personali: debitori, creditori, abitudini di consumo, viaggi, pagamenti di utenze e così via. Insomma un’argomento caldo che ormai dovrebbe essere ampiamente noto anche dalle nostre parti.
Nonostante i dubbi sulla gestione dei dati privati, mandare in malora il gioiello creato da Ma sarebbe controproducente per la stessa crescita economica cinese. Ed è altresì difficile che il presidente Xi Jinping scelga di affossare Ant a vantaggio dei burocrati bancari. Intanto Mr. Ma deve stare attento a non oltrepassare i limiti della pazienza dei mandarini del Partito.
Non si conosce con esattezza il motivo della “pausa” del magnate di Hangzhou, ma sono state avanzate diverse ipotesi.
La prima, quella più probabile: in un momento per lui estremamente delicato sia dal punto di vista politico che dal punto di vista economico, Jack Ma ha scelto un profilo basso. Se non bassissimo, tanto da smettere di pubblicare sul suo account Twitter (il suo profilo tace dal 10 ottobre).
La seconda, quella meno plausibile: sarebbe stato trattenuto dalle autorità cinesi e accusato di aver violato la legge con le sue dichiarazioni del 24 ottobre. Una sorta di “rieducazione” del sovversivo e delle sue manovre finanziarie in favore di Ant.
Per ora, stando a quanto riporta il Financial Times, Jack Ma sta bene e si è semplicemente ritirato dietro le quinte per paura della pandemia e non del presidente Xi. Il duello a distanza tra i due imperatori cinesi è destinato a proseguire, almeno per evitare una rottura definitiva che non conviene a nessuno. La partita vede ora in vantaggio il Presidente cinese avanti di un punto nella manovra anti-monopolistica contro i giganti dell’hi-tech.
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Credits immagine di copertina: Jack Ma – Photographer: Tomohiro Ohsumi/Bloomberg
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2020/10/E-commerce-in-Cina_Jack-Ma.jpg502720Nicola OnidaNicola Onida2021-01-20 15:56:022021-01-21 07:44:42La Cina ridimensiona i giganti fintech e intanto Jack Ma torna in un video
In cosa consiste fare branding e perché è importante avere una brand strategy che funzioni? Vediamo insieme le regole e le tendenze da non perdere per fare branding, in modo creativo ed efficace, nel 2023.
Alla fine di ogni anno, oltre a stillare la classica lista dei buoni propositi, fantastichiamo su cosa accadrà nell’immediato futuro. Quali saranno le tendenze dei prossimi mesi, gli eventi da ricordare e quelli da depennare con un mega pennarello indelebile. Cosa succederà nel mondo, in generale, e nel favoloso universo del web e del digital marketing, in questo tanto atteso 2021? Riponiamo parecchie aspettative in questo anno, probabilmente sarà un periodo di transizione e cambiamenti, in cui dovremo ricalibrarci ancora e definirci, per una nuova era.
Possiamo confermarvi, senza ombra di dubbio, che i riflettori saranno puntati sul brand e su come fare branding, nel modo più creativo ed efficace possibile.
Il valore del brand
Non è un mistero, stiamo dando sempre più importanza all’esperienza d’acquisto oltre che al prodotto acquistato. Autenticità, fiducia, trasparenza e servizio clienti, sono diventati tutti elementi decisivi per i consumatori di oggi.
In effetti, le statistiche sui brand raccolte da Havas Group dimostrano che il 77% dei consumatori supporta i marchi che raccontano e condividono i propri valori. Acquistiamo un prodotto non solo per il suo effettivo utilizzo, ma per i valori percepiti e definiti dal brand in questione.
Come un’azienda non è solo i prodotti che vende, anche il marchio non è solo la somma degli elementi visibili, ossia logo, colore e font, ma anche la personalità e i valori dell’azienda stessa.
In sostanza, il brand è l’insieme di tutti quei valori percepiti da parte dei consumatori, di un prodotto o un servizio fornito. E se volessimo dirla allaJeff Bezos, il CEO di Amazon, il brand è ciò che gli altri dicono di noi quando non siamo nella stanza.
Abbiamo detto che il marchio si riferisce al modo in cui le persone percepiscono l’azienda. Creare ed elaborare un brand significa lavorare attivamente per definire la percezione unica e coesiva dell’azienda prestando particolare attenzione a tutti gli elementi, come il web design, la tipografia e i colori.
Affinché un’attività abbia successo, dobbiamo concentrarci sul marchio, sulla sua identità di marca e sul processo di branding. Tutti e tre questi ingredienti sono essenziali.
Perché è importante fare branding
Costruendo e definendo il marchio, costruiamo anche il nostro business. Ciò può influenzare il modo in cui il pubblico di destinazione percepisce la nostra attività, aumentare la consapevolezza del brand e generare nuovi affari.
Può mostrare al pubblico di destinazione perché la nostra azienda sia la scelta migliore distinguendoci dai nostri competitors e rendendo la nostra attività memorabile su tutte le piattaforme. Il marchio diventa il fattore più influente quando i clienti devono decidere tra due o più prodotti.
Il brand può anche rafforzare il rapporto tra l’azienda e i suoi clienti. La lealtà e il riconoscimento in un marchio possono anche trasformare i clienti in brand ambassadors e influencer che sosterranno e condivideranno servizi e prodotti.
I clienti non sono gli unici a diventare più fedeli, ma anche i dipendenti andranno fieri di far parte di un’azienda di cui riconoscono i valori. Fare branding significa dare un’identità all’azienda, favorendo una connessione più intima tra il luogo di lavoro e i lavoratori.
Il branding è il processo di creazione di un’identità distinta e unica per un’azienda nella mente del pubblico di riferimento e dei consumatori.
Al livello più elementare, il branding è costituito dal logo, dal design visivo, dalla mission e dal tono di voce di un’azienda. Ma l’identità del marchio è determinata anche dalla qualità dei prodotti, dal servizio clienti e persino dal prezzo dei prodotti o dei servizi.
4 passaggi per fare (bene) branding
Ora che abbiamo chiarito cosa sia un brand e l’importanza di fare branding nel modo giusto, vi sveleremo 4 regole fondamentali da tener presente per creare e definire la strategia migliore.
1.Identificare il target di rifermento
La ricerca del pubblico di destinazione è uno dei primi passi da fare. Affinché le persone amino il nostro brand, devono essere in grado d’identificarsi e connettersi con esso. Di conseguenza dobbiamo conoscere il nostro target e decidere a chi vogliamo rivolgerci.
Le domande che dobbiamo fare per trovare il nostro pubblico di destinazione e comprenderlo meglio sono:
chi utilizzerà il nostro prodotto
chi è il nostro cliente perfetto
perché abbiamo dato vita alla nostra attività
2.Definire la propria dichiarazione d’intenti, valori e vantaggi
Se non definiamo chi siamo come azienda, l’intero processo di branding risulterà disorganizzato. Una dichiarazione d’intenti ci aiuterà a determinare i nostri obiettivi, e questo è, in primis, lo scopo di ogni attività, trasmettere al pubblico di destinazione il proprio valore.
Dobbiamo far comprendere alle persone perché la nostra attività è stata creata e perché clienti e potenziali clienti dovrebbero dar attenzione proprio al nostro brand.
Concentrandoci sui valori della nostra azienda e sui vantaggi che può offrire, possiamo assicurarci che il brand da noi creato sarà unico. Inoltre, chiarirà anche ai nostri clienti perché dovrebbero scegliere la nostra azienda invece di preferire altri brand.
3.Costruire una brand identity
Ci sono due elementi fondamentali per costruire una brand identity: risorse visive e voce del marchio. La brand identity aiuterà il pubblico di destinazione a riconoscere il nostro marchio e, soprattutto, a ricordarlo.
3.1 Progettare le risorse visive
Ogni elemento del brand, come il logo, il claim, la voce e le immagini devono comunicare la nostra dichiarazione d’intenti, valori e vantaggi. Dobbiamo decidere combinazioni di colori, caratteri e icone che utilizzeremo per comunicare tutto ciò che le persone dovrebbero sapere sull’attività. Il colore, in particolare, è estremamente potente. Secondo Reboot, utilizzando un colore distintivo possiamo aumentare il riconoscimento del marchio fino all’80%.
La scelta non sarà dettata semplicemente da gusti personali ma dobbiamo considerare invece le connotazioni universali associate a ogni colore. In questo modo, possiamo evocare sentimenti e idee specifiche. Se non troviamo un font che ci rappresenti pienamente, possiamo anche optare per un carattere unico e personalizzato.
3.2 Identificare il tono di voce
È importante decidere il nostro tono di voce, ossia il modo in cui comunicheremo con i clienti. Risponderanno meglio a un marchio giocoso e bizzarro o più professionale? Dobbiamo assicurarci di utilizzare lo stesso tono di voce in modo coerente e su tutte le diverse piattaforme.
La voce del tuo marchio corrisponderà anche alle nostre risorse visive. Ad esempio, se abbiamo utilizzato una combinazione di colori audaci, l’abbineremo a un tono di voce più informale e giovanile.
4. Integrare in modo coerente il marchio
Dopo aver creato il marchio, è il momento di applicarlo sulle diverse piattaforme. Deve essere integrato completamente per garantire che i clienti vedano il marchio ogni volta che interagiscono con la nostra attività. Dal sito web al servizio clienti, il marchio deve essere sempre visibile.
Il sito web è probabilmente la piattaforma in cui avverrà la maggior parte dell’interazione tra marchio e clienti. Quindi andremo a utilizzare solo elementi che fanno parte del marchio: colori, logo ma anche tono di voce.
Uno dei passaggi fondamentali per il successo del marchio è applicare in modo coerente elementi come schemi di colori, tipografia e tono di voce su tutte le piattaforme. Sia che il pubblico di destinazione stia visitando il nostro sito web, scartando il packaging di un prodotto o interagendo con noi sulle pagine social, dobbiamo mostrare il nostro marchio nello stesso identico modo.
Prestando attenzione alla coerenza, ci assicureremo che le persone riconoscano facilmente il marchio e ci percepiranno come un’attività affidabile. In effetti, secondo Lucidpress, le aziende che hanno rappresentato i loro marchi in modo coerente hanno ottenuto un aumento del 33% delle loro entrate.
Ma anche la flessibilità è importante. Un brand deve svilupparsi gradualmente, ma se ci rendiamo conto che il marchio attuale non ha un grande impatto, dobbiamo essere flessibili e apportare le modifiche necessarie.
Essere originali
Conoscere le strategie dei nostri competitors è importante, ma non dobbiamo essere ossessionati da quello che gli altri fanno, altrimenti finiremo per assomigliarvi. Nessuno vuole essere la copia sbiadita di un altro brand. Più unico e originale sarà la nostra attività, più resteremmo impressi nella mente delle persone.
Creare la giusta strategia di marca
Dobbiamo creare una strategia di marca fatta apposta per noi e i nostri obiettivi. Prefissato un traguardo, saremo in grado di raggiungerlo passo dopo passo, tenendo sotto controllo ogni mossa e cambiando strada quando è necessario per trovare il giusto equilibrio e per far crescere la nostra attività.
Personificare il marchio
I marchi di successo hanno una la propria personalità e identità. Poiché l’obiettivo di fare branding è promuovere le relazioni tra l’azienda e il suo pubblico di destinazione, dovremmo pensare al nostro marchio come a una persona reale.
Ovviamente se stiamo facendo personal branding, sarà più semplice dar personalità al marchio in quanto possiamo trasferire in esso tutto ciò che fa parte di noi: esperienze, interessi e valori.
Creare delle linee guida per definire il brand
Sia che stiamo lavorando con un’agenzia di branding, un designer o utilizzando dei modelli, è importante creare delle linee guida per il definire e concretizzare il nostro brand. Stiamo parlando di un documento che contiene tutte le informazioni importanti sul marchio, come la storia, le tavolozze di colori, la tipografia, le variazioni del logo, che tono di voce utilizzare, ecc…
Un documento di riferimento a cui tutti i dipendenti possono accedere per comprendere meglio cosa sia il nostro brand e, di conseguenza, i valori dell’azienda. Dopotutto, saranno loro a trattare direttamente con i clienti. Quindi, è importante che conoscano la storia e la voce del brand.
Così come i brand si rinnovano, anche le tenenze cambiano di volta in volta. I marchi devono reinventarsi per restare attuali ed essere impattanti col tempo. Grafiche, elementi visivi e non, tutte le caratteristiche di un marchio che una volta sembravano moderne e all’avanguardia diventano improvvisamente obsolete e antiquate.
Ecco una lista dei trend da tenere sott’occhio per questo 2021, idee e ispirazioni per continuare a fare branding, nel modo giusto, anche nei mesi a venire.
Guardando tutte le tendenze per il nuovo anno, vedremo un chiaro spostamento verso la personalizzazione e la connessione. Mai prima d’ora il lato umano del brand è stato così rilevante: la relazione marchio-cliente riguarda meno le transazioni e più l’interazione e le emozioni.
Le persone parlano con i brand sui social media, attendono le e-mail inviate dai loro brand preferiti, e fanno clic sui loro annunci ogni volta che li vedono.
Less is more
Il minimalismo sarà il trend più visto quest’anno, ma questa non è certo una novità. Le tendenze dei prossimi mesi vedranno loghi con linee sottili e pulite, spazi vuoti, icone e illustrazioni piatte, mentre i font saranno classici e molto semplici.
Linee geometriche semplici
Essere minimal significa soprattutto rifarsi alla semplicità e alle linee geometriche di base, quelle semplici e intuitive. Motivi geometrici che ci riportano alle origini, ma con una nuova visione. Un’altra tendenza è quella di utilizzare simboli classici, monogrammi e abbreviazioni.
I motivi geometrici, inoltre, possono essere utilizzati per creare un’estensione del marchio: grandi blocchi di grafica ripetuta per creare un aspetto ipnotico, come quello di una carta da parati. I modelli però non sostituiscono i loghi o le immagini principali. Vanno collocati al posto giusto, come in un annuncio, o su una t-shirt, o ancora lo sfondo di una pagina web.
I motivi geometrici stimolano e, nello stesso tempo, distraggono il cervello umano, rendendoli perfetti per quei brand che vogliono che il logo sia il protagonista di tutta la scena.
Inoltre se il nostro logo è minimal, potremmo persino essere in grado di usarlo come un pattern.
Brand design by oktagon
Disposizione insolita
Un’altra tendenza per rinnovare il proprio brand è quella d’infrangere le regole dalla composizione. L’asimmetria ma anche l’equilibrio visivo sono due aspetti da tenere a mente quando si parla di composizione.
Design fuori dal comune
Branding design by Wintrygrey
Se il nostro pubblico di riferimento fa parte di un mercato giovane, allora anche il nostro modo di fare branding avrà un’unicità distintiva, sarà insolita e bizzarra. L’uso d’immagini uniche, divertenti o stravaganti, è un ottimo modo per non passare inosservati.
Non dobbiamo aver paura di sperimentare. Gli animali antropomorfi sono una scelta molto popolare, soprattutto se indossano abiti eleganti e formali, per accentuarne l’assurdità. Ma distinguersi significa non solo fare quello non che fanno gli altri, ma soprattutto sentirsi liberi di provare uno stile originale che se si adatta alla personalità del nostro marchio.
Altri trend prevedono inoltre la sovrapposizione tra elementi e testo, ma anche distruzione del testo e l’uso di caratteri insoliti.
Fare branding, cioè dare un volto al brand
Siamo essere umani, animali socievoli e curiosi, a cui piace vedere, specialmente nei post sui social media, altri esseri umani. Ultimamente i designer di branding si stanno rendendo conto di questo e stiamo vedendo molte più immagini di persone che rappresentano il marchio, in particolare volti espressivi e con personalità.
Il trend più in voga è quello di usare una rappresentazione illustrata di una persona reale. Ciò non solo consente un migliore controllo sul risultato finale, ma apre anche opportunità per diversi stili artistici, che possono comunicare il tipo di marchio che siamo.
Brand design by bubupanda
La bellezza dell’imperfezione
Ci sono persone che amano l’imperfezione, per loro è essa stessa la vera perfezione. Il design del marchio intenzionalmente imperfetto, solitamente combinato con illustrazioni e tipografia scritta a mano, risuona bene con un pubblico più giovane e anticonformista.
Questa tendenza del marchio nasce come risposta al design pixel-perfect del passato e per molti di noi, quel tipo di perfezione, genera sospetto e finzione. Ovviamente prima di spostarci verso questo trend, dobbiamo sempre tener presente il nostro target di riferimento e considerare se è il caso di adottare un tale cambiamento.
Andare oltre i colori convenzionali
Il marchio tradizionale postula che schemi di colori semplici e coerenti siano i migliori perché i consumatori imparano ad associare il marchio ai quei colori chiave. Tutto ciò è vero, ma allo stesso tempo limita le potenzialità del nostro brand.
Cosa succederebbe se esprimessimo la nostra identità di marca con schemi di colori più complessi, utilizzando colori diversi per dare significato a ciascuno dei nostri prodotti? La soluzione sarà quella di espandere la tavolozza dei colori del nostro marchio a una varietà di colori nuovi, più potenti. Nel 2021, saranno i colori intensi e significativi a esprimere ciò che rappresenta un brand.
Ecco perché vediamo sempre più marchi testare combinazioni di colori non convenzionali e tinte non naturalistiche, sia per variazioni che intensità. Queste tonalità d’impatto funzionano sia separatamente che insieme, e possono raccontare molto di più su un marchio o un prodotto rispetto a un colore solito e già visto.
Branding design by Virtuoso
Fare branding è schierarsi apertamente e prendere posizione
Lo sappiamo e lo abbiamo ripetuto più volte, non è un bel periodo per nessuno. Le persone lo sanno, prendono posizioni in ogni campo, si fanno un’idea e lo stesso vale per le aziende. Soprattutto per i mercati più giovani come Gen Z e Millenials, i consumatori si aspettano che i marchi che seguono assumano una posizione sociale, ambientale o economica.
Ecco perché una delle tendenze del marchio del 2021 è quella di schierarsi a favore o contro qualcosa, prendere posizioni su questioni importanti, e idealmente sarà la stessa posizione del nostro pubblico di destinazione.
Come far trapelare la nostra posizione?
Ci sono diversi modi. Nei materiali di branding, in modo che le persone sappiano di cosa ci occupiamo. Parlarne sui social media funziona, attraverso gli influencer, per esempio. Anche il design del marchio dovrebbe riecheggiare la nostra posizione, ad esempio, presentando immagini ecologiche e ambientali nel logo e sul sito web, o pubblicando delle foto per dimostrare il nostro attivismo.
Un viaggio coinvolgente
In questo 2021, le persone si aspettano di ricevere non solo un prodotto ben progettato, ma si aspettano anche di fare un viaggio, un’esperienza.
Grazie alla crescente quantità di acquisti online, l’esperienza dell ’unboxing è ora più cruciale che mai. Marchi e designer riflettono sull’intero processo di apertura di un pacchetto e ne fanno un’esperienza unica, assicurando che anche il più piccolo dettaglio affascinerà il cliente mentre apre la scatola, scarta e scopre i prodotti.
Via Burly Fellow
I vantaggi del branding
Investire nell’identità del proprio marchio non è solo un divertimento, ma ha molti vantaggi reali che possono aiutare la vostra azienda a crescere e ad avere successo su larga scala.
I vantaggi di un marchio forte includono:
Aumento delle vendite.
Fidelizzazione e riconoscimento dei clienti.
Contribuire a creare una missione o uno scopo aziendale chiaro e stimolante.
Contribuire a creare una forte cultura aziendale in cui i dipendenti amino ciò che fanno.
Attrarre talenti di alta qualità per far crescere ulteriormente l’azienda.
Sviluppare una forte brand equity che ci aiuti a distinguervi dalla concorrenza.
La costruzione di un marchio forte richiede tempo, ma lo sforzo vale la ricompensa.
E non dimentichiamo che per fare branding…
Qualsiasi sarà la tendenza che adotteremo per fare branding, non dobbiamo mai dimenticare che il nostro brand non sarà mai statico, ma è qualcosa di vivo e dinamico. È un elemento fondamentale che ci aiuterà a far crescere la nostra attività, e dopo aver creato una brand identity, il lavoro non è di certo finito. Richiede attenzione, coerenza e, come in ogni cosa, passione.
Fare branding nel modo giusto significa creare fiducia nel pubblico di destinazione e ci permetterà di essere supportati, e creare una connessione vera con le persone.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2021/01/fare-branding-brand-identity.jpg8691349Mariagrazia RepolaMariagrazia Repola2021-01-20 10:30:102023-05-22 15:39:45Cosa significa davvero fare branding e quali sono le regole nel 2023
Tra i consumatori di streetwear, il 60% proviene da Cina, Corea e Giappone. La Cina, tra questi, è il mercato con maggiore complessità di adattamento di marketing
Il consumatore di streetwear in Cina è più attento ai fattori di presenza social del brand e esperienza online rispetto alla media e più incline a una spesa maggiore
Tra i brand stranieri di streetwear in Cina i best in class sono Nike e Adidas, tra i rimandati al prossimo appello Supreme, Off-White, Vetements
Ormai non si può più ignorare né relegare a sotto-cultura: lo Streetwear è un segmento sempre più importante per il mondo del fashion. Secondo le stime più attuali di PwC è un settore che vale 185 miliardi di dollari, circa il 10% del totale del fatturato Apparel & Footwear.
Ma al di là dei dati quantitativi, se ci si guarda intorno è facile accorgersi di quanto lo Streetwear sia sempre più in vista: dalla collaborazione di Louis Vuitton e Supreme, North Face e Gucci e al sorprendente successo della limited edition di Lidl.
Streetwear in Cina: a che punto è il marketing dei big oltre Muraglia?
Come abbiamo visto nell’articolo sull’ABC dello Streetwear, tra i risultati delle analisi relative al target vi era una preponderanza geografica in Corea e in Cina. Questa analisi, data la vastità del mercato e la crescente importanza dei suoi consumatori per l’industria fashion, sarà invece dedicata allo state of art dello streetwear in Cina.
Con buona pace della Corea, che sebbene al primo posto tra le provenienze geografiche dei fan dello streetwear, ha quasi un miliardo in meno di potenziali consumatori (fascia 15-54 in Cina, dati Index Mundi 2018) e un e-commerce a valore di “soli” 46 miliardi (la Cina li ha fatturati in un paio di giorni durante l’ultimo Single Day).
Fashion e Cina: un connubio esplosivo non solo per lo streetwear
Prima di addentrarci nelle strategie di marketing dei brand streetwear in Cina, concentriamoci un po’ sul contesto. Secondo i dati Statista più aggiornati le revenue del settore fashion 2021 in Cina avranno un valore di 330.633 milioni di dollari. Nel 2025, secondo le stime del CAGR 2021-2025, il valore dovrebbe arivare a 454.046 milioni, con uno sbilanciamento del fatturato sul segmento Apparel (con una proiezione di 310.915 milioni nel 2025).
Proiezione valore Fashion Industry, dati aggiornati post Covid (Statista 2020)
Oltre al valore del mercato, un dato interessante è quello relativo al numero di utenti del settore: a essere in cerca di Apparel saranno 873 milioni nel 2025. Quelli dell’e-commerce, per intenderci, sono già oggi 926 milioni e saranno 1 miliardo e 2 entro 5 anni. Perciò, se già oggi c’è quasi un pareggio tra vendite online e offline (52% versus 48%), in futuro in Cina ci sarà un 55% solo su online (Statista, 2020).
Proiezione divisione vendite online-offline Statista 2020 (dati aggiornati post Covid)
Anche il target d’età sarà quello giusto: oggi il 50% degli utenti fashion ha un’età compresa tra i 18 e i 34 anni.
Streetwear in Cina: attenzione ai social e all’esperienza offline
Tra i dati che il report di PwC e Hypebeastmettono a disposizione (2019) è possibile estrapolare le risposte dei più di 40.000 partecipanti per paese. Ed è quello che faremo, a partire da uno dei dati che interessa di più le aziende di streetwear, cioè i fattori alla base della scelta di un prodotto.
Troviamo al primo posto la qualità e il design del prodotto (81%), seguito da Brand Legacy (63%), Creative Director (49%), immaginario contro-corrente del brand (33%), presenza social media (31%), valore resell (25%) e esperienza offline (8%).
In Cina, troviamo lo stesso podio ma una diversa distribuzione dei valori: al quarto posto la presenza social (41%), seguito da immaginario contro-corrente (33%), valore resell (23%) e esperienza offline (13%). Oltre la Muraglia, apparentemente hanno un rilievo maggiore la presenza social e l’esperienza offline. Imprevedibile? No, anche perché la prima scelta di utente social cinese non è Instagram, ma WeChat.
Fonte: Hypebeast & PwC (2019)
A riprova di ciò, mentre il 94% dei rispondenti USA ha indicato Instagram come quasi unica piattaforma di utilizzo per la ricerca di informazioni, in Cina l’86% ha dichiarato di utilizzarla, con l’aggiunta di un 40% che ha indicato WeChat. Probabilmente, se i brand di streetwear cominciassero a comunicare propriamente anche sui social occidentali, il divario sarebbe maggiore.
Se si confrontano le risposte al quesito “Perché ti piace lo streetwear” tra consumatori occidentali (USA e EU) e asiatici, emerge un’altra forte differenza di consumo. Mentre i primi sono molto legati al senso di Community (40% lo ha messo in cima alla lista), in Asia solo il 12% lo reputa un fattore chiave. Di contro, il 41% di consumatori cinesi e giapponesi ha indicato il “political statement” come key factor.
Anche in termini di spesa, ci sono delle differenze tra West e East:
Meno di 100 dollari al mese: West 33%, East 21%
500-1.000 dollari al mese: West 9%, East 18%
Insomma, gli asiatici spendono di più, anche per singolo prodotto: tra i rispondenti coreani e cinesi, il 20% spende tra 300 e 500 dollari per prodotto, mentre la media occidentale (USA e EU) si attesta tra i 100 e i 300 (61% rispondenti). Un bel target, quello cinese.
I numeri dei Top of Mind
Nel 2019, i brand Top of Mind sono risultati essere nell’ordine Supreme, Nike, Off-White, Adidas, Bape, Stussy, Carhatt, Vetements e Palace.
Vediamo quali sono i canali di marketing presidiati in Cina:
Presidio dei canali digital per i brand di streetwear in Cina. Raccolta ed elaborazione dati a cura di Emilia Cozzocrea e Cecilia Lorusso (gennaio 2021)
Streetwear in Cina: Nike & Adidas Best in Class
Per interpretare questa tabella realizzata, un paio di cenni ai must have del marketing in Cina: un sito web tradotto e hostato in Cina, un presidio su Baidu (motore di ricerca principale in Cina) tramite campagne PPC, WeChat, Weibo e altri canali social per generare awareness e un miniprogram o uno store su Tmall per vendere. Si tratta di una check list semplificata (per alcuni può essere interessante valutare altri marketplace o strategia), ma dice molto del grado di localizzazione del marketing dei brand.
Come possiamo vedere dalla chart, i best in class sono evidentemente Nike e Adidas, che forti anche di una presenza fisica importante, hanno implementato tutti i canali possibili in Cina. In tabella non è riportato il loro canale su JD.com, altro leader marketplace in Cina.
Il miniprogram WeChat di Nike
Streetwear in Cina: Supreme, Off-White e Vetements rimandati al prossimo appello
Invece, dando uno sguardo a chi è bravo ma non si applica, spiccano tra i meno presenti Supreme, Off-White e Vetements. Soprattutto i primi due, che in Cina hanno un grandissimo successo, si trovano in una situazione particolarmente caotica.
Oltre a non avere un sito web in lingua, non hanno nessun canale social di proprietà, permettendo in questo modo ai rivenditori più o meno (meno) autorizzati di aprirne di non ufficiali. Tali canali, che recano comunque spesso anche la dicitura “official”, lasciano piena libertà di comunicare sul brand. Un’occasione sprecata di Brand Awareness ma anche un forte rischio. Stesso tema per l’e-commerce: dove i brand non hanno aperto un proprio flagship store, arrivano i rivenditori non autorizzati, che rivendono il prodotto senza nessun controllo da parte dell’azienda.
Ma forse, il più sfortunato tra tutti in Cina è Supreme, che oltre ad avere innumerevoli account social fasulli, ha dovuto anche risolvere un problema ben più grande: quello di un fake store Supreme a Shenzhen.
La storia risale al 2018, quando ancora Supreme non aveva depositato il marchio in Cina. A farlo, è stato Supreme Italia, un’azienda inglese che ai tempi aveva sfruttato questa “disattenzione” da parte di Supreme per registrare il marchio Supreme Italia e aprire flagship store del brand in Cina. Com’è finita la vicenda? A maggio Supreme ha vinto la causa e ha registrato il marchio in Cina, ma il caso è aperto. Ad oggi, la piazza digital è ancora lasciata al caso.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2021/01/streetwear_china.jpg7841274Cecilia LorussoCecilia Lorusso2021-01-19 16:30:402021-01-20 11:11:09I numeri dello Streetwear in Cina: sul podio Supreme, Nike e Off-White
La pandemia ha forzato l’esperimento del remote working
Sono stati evidenziati benefici, sia in termini di produttività che di efficienza
Sono emerse anche numerose fragilità da colmare in ottica di innovazione
La pandemia da COVID-19 ha spinto la maggior parte delle aziende in tutto il mondo a lavorare da casa. Ad adottare questa modalità di lavoro, con lo scoppio della pandemia, sono state principalmente le imprese più grandi e strutturate (97%) seguite dalla pubblica amministrazione (94%) e dalle PMI (58%).
Certo, è stata una risposta forzata ed emergenziale, dettata più dalla necessità che dalla volontà, ma ha consentito di accelerare un esperimento che ha sempre fatto fatica a guadagnare terreno nel mondo del lavoro. La maggior parte delle aziende, infatti, è sempre stata fedele al concetto di “ufficio” e il remote working ha sollevato sempre molte preoccupazioni sulla produttività e sulla motivazione delle risorse. Uno dei motivi potrebbe essere che il mondo aziendale è ancora composto da tantissimi baby boomers, cioè persone che hanno iniziato a lavorare molti anni prima dell’inizio dell’era digitale.
Ora che il piano vaccinale è iniziato, fino a che punto proseguirà il lavoro a distanza? In realtà le prospettive per il futuro sono ancora estremamente incerte, ma remote e smart working sono ormai entrati nella quotidianità degli italiani e con ogni probabilità sono destinati a rimanerci.
Il futuro del lavoro secondo l’indagine di Microsoft
Secondo quanto emerso da un’indagine sul “Remote Working e Futuro del Lavoro” di Microsoft, condotta su oltre 600 manager e dipendenti di grandi imprese italiane, il numero di organizzazioni italiane che hanno adottato modelli flessibili di lavoro è aumentato in modo esponenziale, passando dal 15% dello scorso anno al 77% del 2020.
I manager intervistati si aspettano che il 66% dei dipendenti continui a lavorare da remoto almeno un giorno alla settimana, anche dopo la fine della pandemia. In questa “nuova normalità”, infatti, sono stati evidenziati benefici, sia in termini di produttività sia di efficienza: l’87% degli intervistati ha riscontrato una produttività pari o superiore a prima del lockdown e il 71% è convinto che le nuove modalità “ibride” di lavoro comportino significativi risparmi in termini di denaro. Inoltre, sei intervistati su dieci (64%) credono che garantire modalità di lavoro da remoto possa essere un modo efficace per poter coinvolgere collaboratori più qualificati.
Le criticità e le fragilità dello smart working
Tuttavia, il remote working non ha rivelato soltanto benefici, ma ha fatto emergere anche grosse fragilità, come la carenza tecnologica, non solo delle piccole aziende, ma anche nelle imprese più grandi e strutturate.
Il 69% delle aziende, infatti, ha dovuto aumentare la disponibilità di strumenti hardware, pc portatili e di strumenti per poter accedere da remoto agli applicativi aziendali, mentre il 45% si è dovuto dotare di strumenti per la comunicazione, come i tool per le videoconferenze (16%). Tre datori di lavoro su quattro, invece, hanno chiesto ai lavoratori di utilizzare i propri dispositivi personali, mentre il 50%, non essendo dotato di tecnologia adeguata, ha dovuto sospendere del tutto l’attività.
Altre barriere difficili da superare sono state: il work-life balance (58%), la disparità del carico di lavoro tra alcuni lavoratori meno impegnati e altri sovraccaricati (40%) e l’impreparazione dei manager (33%).
Ma non solo. Durante la pandemia i datori di lavoro hanno scoperto che, sebbene alcune attività possano essere tranquillamente svolte a distanza, in caso di crisi è molto più efficace il lavoro in presenza. Queste attività includono coaching, la consulenza, l’insegnamento e tutti quei lavori che traggono vantaggio dalla collaborazione, come l’innovazione, la risoluzione dei problemi e la creatività. Ad esempio, genitori e insegnanti affermano che la qualità delle lezioni scolastiche abbiano risentito della pandemia. Senza contare che, più della metà della forza lavoro ha poche o nessuna possibilità di lavorare a distanza: molte attività fisiche o manuali, così come quelle che richiedono l’uso di attrezzature fisse, non possono essere svolte a distanza. Ne sono di esempio l’ambito dei trasporti, la ristorazione, l’edilizia, il settore agricolo.
Molti italiani di tutte le fasce d’età, hanno anche dichiarato di apprezzare l’ambiente lavorativo tradizionale, specialmente per la possibilità di socializzare e condividere esperienze con i colleghi. La ricerca di Microsoft, infatti, ha evidenziato come il lavoro da remoto, se non correttamente gestito, possa inibire la condivisione di idee tra colleghi e porti i dipendenti a essere meno invogliati a chiedere aiuto o a delegare in modo appropriato.
Per promuovere una cultura del lavoro che favorisca l’innovazione è più che mai fondamentale supportare il management nel superare questi limiti. In quest’ottica le aziende potrebbero muoversi prevedendo fringe benefit diversi da quelli che proponevano quando si lavorava in sede, ad esempio offrendo bonus per acquistare attrezzatura informatica e/o arredo per convertire alcuni spazi della propria abitazione ad ufficio, oppure regalando abbonamenti a palestre, corsi di pilates, yoga e ginnastica posturale a distanza.
Futuro ibrido: tra casa e ufficio
Secondo recenti sondaggi condotti da Global Workplace Analytics, da Cisco e da Microsoft, sia i manager che i dipendenti che hanno apprezzato i vantaggi del lavoro da remoto, non intenderebbero tornare alle vecchie abitudini.
Dopo le prime difficoltà di adattamento, gli smart worker hanno imparato ad apprezzare i benefici del lavoro agile: il 73% nota di essere molto più efficiente da quando lavora da casa. Inoltre, ha la possibilità di vestirsi in modo più casual (77%) di personalizzare il proprio ambiente di lavoro (39%), di avere più tempo per i propri hobby (49%), per i propri figli (36%) ma anche per gli animali domestici (22%). Per le donne, in particolare, il lavoro a distanza è stata una benedizione mista: un lavoro indipendente, con orari più flessibili, meno stress e minor tempo perso per il pendolarismo.
I nuovi remote worker non vogliono più rinunciare all’autonomia inaspettatamente acquisita: ben l’87%, sia in Italia, che a livello Emear (Europe, Middle East, Africa e Russia), chiede un futuro flessibile, in cui scegliere liberamente quando e quanto lavorare da casa e in ufficio, aspirando a un mix tra lavoro in presenza e lavoro a distanza. È vero, più persone che lavorano in remoto significa meno persone che ogni giorno si spostano da casa al lavoro, e ciò potrebbe avere conseguenze economiche significative nell’ambito dei trasporti, della ristorazione, della vendita al dettaglio. Tuttavia, si potranno modificare i modelli di consumo: i soldi spesi per il trasporto, la mensa e il guardaroba potranno essere spostati su altri usi, ad esempio il cibo da asporto, l’acquisto di apparecchiature per ufficio, di strumenti digitali e di dispositivi per la connettività potenziata.
Le big scelgono il remote working
Sono diverse le aziende che hanno scelto la formula del lavoro remoto a lungo termine. Eccone alcune:
Adobe
Adobe è una software house statunitense fondata da John Warnock e Charles Geschke, nota soprattutto per i suoi prodotti di video e grafica digitale, come Photoshop, Illustrator, InDesign, After Effects, Premiere.Piani di lavoro in remoto: Adobe prevede di continuare il lavoro in remoto per alcune sedi fino a Luglio 2021. Il lavoro da remoto e la didattica a distanza hanno costituito un’opportunità per andare oltre i normali risultati del Q3 estivo 2020 che si è chiuso con entrate pari a 3,23 miliardi di dollari (in crescita del 14% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente) e un utile di 955 milioni di dollari (contro i 793 del 2019).
Amazon
Amazon è la più grande azienda di commercio elettronico al mondo, fondata da Jeff Bezos nel 1999 e si occupa della vendita di libri, DVD, CD musicali, software, videogiochi, prodotti elettronici, fumetti, abbigliamento, mobilia, cibo, giocattoli e altro ancora. Piani di lavoro a distanza: i dipendenti le cui posizioni consentono loro di lavorare da casa possono farlo fino a Giugno 2021. Attualmente esistono offerte di lavoro da remoto che si rivolgono a persone preparate a lavorare online, con precedenti studi o esperienze in ambiti specifici. Inoltre, sono previsti nella maggior parte dei casi dei percorsi di formazione e lavoro per agevolare l’inserimento in azienda.
Facebook
Facebook è la famosa rete sociale statunitense fondata da Mark Zuckerberg nel 2004, che attualmente controlla i servizi di rete sociale Facebook e Instagram, il servizio di messaggistica istantanea WhatsApp e sviluppa i visori di realtà virtuale Oculus Rift. Piani di lavoro a distanza: Facebook consentirà al personale di lavorare da remoto fino a Luglio 2021, riconoscendo un bonus di 1.000 dollari in aggiunta al normale stipendio così da poter far fronte all’acquisto di nuovi dispositivi, arredo da ufficio o per i servizi di connettività.
Mastercard
Mastercard è una società mondiale di transazioni, elaborazione dei pagamenti e consulenza fondata nel 1966 da un gruppo di banche. Piani di lavoro a distanza: Mastercard consentirà ai propri dipendenti di lavorare da casa fino a quando i timori di COVID-19 non si placheranno e le persone potranno sentirsi a proprio agio negli uffici.
Microsoft
Microsoft è un’azienda di informatica multinazionale fondata da Bill Gates e Paul Allen nel 1975, che sviluppa, produce e commercializza software per computer, elettronica di consumo e personal computer. Piani di lavoro da remoto: Microsoft consentirà di lavorare da casa fino a fine gennaio 2021. Come altre aziende, tra cui Facebook e Twitter, però, ha già abbracciato la strada dello smart working permanente post-pandemia, optando per una soluzione ibrida, che prevederà il lavoro da remoto per meno del 50% delle ore settimanali.
PayPal
PayPal è la società statunitense di tecnologia finanziaria, fondata nel 1999, che consente ad acquirenti e venditori di condurre transazioni online in sicurezza. Piani di lavoro da remoto: in Paypal, la possibilità di usufruire dello smart working, veniva già data in tempi non di emergenza. Attualmente, la società intende proseguire il lavoro a distanza fino al termine del primo trimestre del 2021. Alla fine del 2020 ha persino costruito un ufficio virtuale per sostenere il lavoro da remoto dove, durante le festività, ha ospitato una festa globale di 29 ore per i suoi 25.000 dipendenti, ricca di concerti, spettacoli di magia, lezioni di cucina, tutorial di origami, lezioni di ballo, lotterie e diverse esibizioni di drag.
Salesforce.com è un’impresa statunitense di cloud computing fondata nel 1999 a San Francisco e operativa in 36 paesi del mondo. Piani di lavoro a distanza: i dipendenti di Salesforce hanno la possibilità di lavorare da casa almeno fino ad Agosto 2021. L’azienda ha anche ampliando i vantaggi del lavoro a distanza per i suoi dipendenti, dando a ogni persona $250 per l’acquisto di forniture per ufficio per le loro case, in aggiunta ai $250 erogati all’inizio del 2020. I genitori hanno anche la possibilità di aggiungere sei settimane di ferie retribuite.
Shopify
Shopify è una società di e-commerce canadese fondata nel 2006, che fornisce una piattaforma di commercio multicanale basata su cloud, per progettare, organizzare e gestire negozi su vari canali di vendita. Piani di lavoro da remoto: a Maggio 2020 Shopify ha annunciato la chiusura definitiva degli uffici fino al 2021, dopodichè la maggior parte dei dipendenti lavorerà da remoto su base permanente.
As of today, Shopify is a digital by default company. We will keep our offices closed until 2021 so that we can rework them for this new reality. And after that, most will permanently work remotely. Office centricity is over.
Twitter è un servizio di notizie e microblogging fornito dalla società Twitter, Inc., fondata a San Francisco nel 2007, che consente alle persone di pubblicare messaggi e interagire istantaneamente con altri in tutto il mondo. Piani di lavoro da remoto: i dipendenti di Twitter potranno lavorare da casa in modo permanente, andando in ufficio solo se e quando lo desiderano.
Le organizzazioni si stanno attrezzando per tradurre le nuove abitudini e aspettative dei lavoratori in un nuovo approccio al lavoro. Una grande impresa su due interverrà sugli spazi fisici al termine dell’emergenza (51%), differenziandoli (29%), ampliandoli (12%) o riducendoli (10%). Il 38%, invece, ne cambierà le modalità d’uso. Il 36% delle grandi imprese digitalizzerà i processi. Ben il 70% di chi ha un progetto di lavoro agile aumenterà le giornate in cui è possibile lavorare da remoto, passando da un solo giorno alla settimana prima della pandemia a una media di 2,7 giornate a emergenza conclusa. Il 17% agirà sull’orario di lavoro.
Solo l’11% tornerà a lavorare come prima.
«La ricerca dice che non si torna più indietro», commenta Michele Dalmazzoni, Collaboration and Industry Digitization Leader, Cisco Emear South. «Certo non in questo modo rigido imposto dalla pandemia, ma in termini flessibili. Le aziende stanno ripensando gli spazi di lavoro, un nuovo workplace ibrido tra chi è in presenza e chi partecipa a riunioni da remoto. Ci si sta focalizzando su come abilitare i remote worker con tutti gli strumenti di collaborazione possibili e ci si chiede se sia sempre necessario andare dall’altra parte del mondo per fare un collaudo, quando si possono usare tool di realtà aumentata abilitati dalle piattaforme digitali. Insomma, a tutti i livelli si sta scoprendo che c’è un modo per fare le cose anche a distanza e le potenzialità delle piattaforme collaborative stanno avendo un impatto sociale enorme».
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2021/01/remote-working.jpg9151376Monica BrignoliMonica Brignoli2021-01-19 10:00:232021-01-20 23:00:02Amazon, Microsoft e le altre big che hanno scelto il remote working
Il 70% degli intervistati da Microsoft afferma di fidarsi maggiormente dei Brand che rappresentano la diversità nei loro annunci
Il Marketing Inclusivo considera tutti gli aspetti dell’identità di una persona e tiene conto anche dell’intersezionalità, riconoscendo le sfumature della personalità e delle preferenze dei consumatori
La pubblicità inclusiva può aumentare la fiducia e la fedeltà da parte delle persone, migliorando la percezione generale dell’azienda nella società
Negli ultimi anni abbiamo assistito alla crescita costante del peso dei termini “diversità” e “inclusività” nella nostra società.
Le battaglie portate avanti dalla comunità LGBT+, la maggiore informazione riguardo le diversità di genere, la nascita del movimento BLM, sono solo alcune delle conseguenze di questa evoluzione sociale.
Vivere in una società che ha – finalmente – dato la giusta importanza a questi temi ha comportato degli obblighi da parte delle aziende, ed è da qui infatti che nasce la cultura della D&I – Diversity & Inclusion.
Diversity & Inclusion si riferisce alla serie di iniziative – gestite dal team di Risorse Umane (HR) o incluso dal team dedicato alla D&I all’interno di un’azienda, volte a promuovere un ambiente di lavoro inclusivo e sviluppare una cultura inclusiva tra i dipendenti di una impresa.
Inevitabilmente, questa cultura inclusiva che si è sviluppata all’interno delle organizzazioni si riflette nelle strategie di Marketing dei Brand.
Che cos’è il Marketing Inclusivo?
Si parla infatti sempre più frequentemente di Inclusive Marketing, che secondo la definizione fornita da HubSpot si riferisce allo sviluppo di “campagne che abbracciano la diversità, includendo persone con background diversi o storie a cui possono relazionarsi. Mentre alcune campagne inclusive si sforzano di rompere gli stereotipi, altre mirano semplicemente a rappresentare le persone nel mondo reale”.
Il Marketing Inclusivo considera tutti gli aspetti dell’identità di una persona: il colore della pelle, l’identità di genere, l’età, l’orientamento sessuale, il tipo di corporatura, l’etnia, la cultura, la lingua, la religione, lo stato socio-economico e molto altro.
Tiene conto anche dell’intersezionalità, ovvero riconoscere che una singola persona può rappresentare molte identità o dimensioni, riconoscendo le sfumature inerenti alla sua personalità e alle sue preferenze.
Le due discipline di Diversity & Inclusion e di Marketing Inclusivo viaggiano di pari passo: insieme sono in grado di far crescere le opportunità di business e migliorare la vita delle persone all’interno dell’azienda e nel mondo esterno.
Perché il Marketing Inclusivo è così importante?
In uno studio sull’intenzione di acquisto della GenZ – condotto e pubblicato da Microsoft – il 70% degli intervistati ha affermato di fidarsi maggiormente dei Brand che rappresentano la diversità nei loro annunci, mentre il 49% ha ammesso di aver smesso di acquistare prodotti di aziende che non rispettano i loro valori.
Da questo studio possiamo capire quanto la pubblicità inclusiva possa portare risultati straordinari per un Brand ma soprattutto possa aumentare la fiducia e la fedeltà da parte del consumatore, migliorando la percezione generale dell’azienda nella società.
Sempre Microsoft ha pubblicato un playbook dal titolo “Marketing With Purpose” che raccoglie una serie di dati, consigli e best practice in relazione alle strategie di Inclusive Marketing.
Commentiamo di seguito le tre lezioni più importante che possiamo imparare da questo studio.
#1 Mostrare le diversità senza paura
Una comunicazione inclusiva rappresenta la diversità in modo reale ed autentico, considerando qualsiasi dimensione umana, senza limitarsi solo all’età, al sesso o all’orientamento sessuale o all’etnia.
La pubblicità inclusiva si basa sull’empatia per capire fino in fondo il target di riferimento e rappresentarlo in modo accurato. La rappresentazione autentica della realtà, di fatto, aumenta la fiducia e il supporto del Brand da parte del pubblico.
Le aziende devono fare il possibile per far sentire le persone comprese attraverso l’inclusione: questo significa anche utilizzare immagini autentiche e non stereotipate. La scelta delle immagini è una parte fondamentale per offrire agli utenti un’esperienza significativa e inclusiva.
Un esempio di brand altamente inclusivo in questo senso è Zalando, che per esempio collabora su Instagram con la modella diciottenne Ellie Goldstein, affetta da Sindrome di Down, scelta già da Gucci quest’estate per una campagna di beauty.
#2 Allineare il messaggio pubblicitario ai nove sentimenti di inclusione
In generale, la pubblicità inclusiva evoca due sentimenti principali – gioia e fiducia – ma in modo più ampio si parla di nove sentimenti di inclusione che sono in grado a portare l’utente a provare gioia e fiducia.
Se una pubblicità riesce a suscitare in modo genuino e autentico anche solo uno di questi sentimenti, riesce di conseguenza a trasmettere un senso di inclusione che crea fiducia, gioia e lealtà nei confronti del Brand.
Questi nove sentimenti sono:
Celebrazione delle persone stesse, dei loro successi o più in generale delle occasioni di festa;
Entusiasmo per la vita, per il pianeta, per il quotidiano, etc;
Speranza per vincere sfide personali o affrontare problemi sociali;
Relax per allentare la tensione o l’ansia che le persone possono provare nel loro quotidiano;
Sollievo da preoccupazioni, ansie, problemi personali o sociali;
Sicurezza attraverso la creazione di esperienze personali o collettive;
Giustizia sforzandosi di agire sempre nel modo giusto;
Accettazione della realtà, delle differenze, delle diversità;
Chiarezza e trasparenza, senza diffondere ambiguità o confusione.
Un altro punto di contatto emotivo con i consumatori sono i segnali linguistici e le metafore, che evocano sentimenti positivi. Se utilizzati nel giusto contesto e in modo autentico nel testo pubblicitario, che si tratti dei canali social o del sito web, questi possono aiutare il brand a trasmettere un senso di inclusione.
#3 Garantire l’accessibilità degli annunci, delle piattaforme e dei contenuti
Infine, è importante controllare che gli annunci, le piattaforme e i contenuti promozionati siano accessibile a tutti.
Non importa quanto sia perfetto un prodotto o quanto – sulla carta – sia inclusivo un messaggio pubblicitario, una persona su quattro in Europa o negli Stati Uniti potrebbe non ricevere il tuo messaggio.
Cosa vuol dire? Secondo le Nazioni Unite, questo è il rapporto tra le persone con disabilità e la popolazione generale: più di un miliardo di persone nel mondo convive con una disabilità.
L’inclusione digitale è fondamentale perché fornisce a tutti l’accesso a servizi, prodotti, dati, informazioni e istruzione, indipendentemente dal tipo di disabilità da cui sono affetti.
I marketers devono prestare particolare attenzione a questo tema per riconoscere questi ostacoli, incontrare una soluzione e riuscire a includere nella comunicazione anche quella persona su quattro che se no, rimarrebbe esclusa.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2021/01/marketing-inclusivo.jpg9241634Daniela ChiorboliDaniela Chiorboli2021-01-18 14:19:222021-04-07 20:52:43Marketing Inclusivo: come abbracciare le diversità attraverso l'advertising
Abbiamo vinto tutti i dubbi e le più piccole perplessità e finalmente ci siamo, eccoci online con il nostro sfavillante sito web. Un’azienda che vuole crescere ed essere competitiva sul mercato deve avere assolutamente un sito internet con cui farsi conoscere e raccontarsi. All’inizio eravamo scettici, ma ora non riusciamo più a farne a meno, lo adoriamo. Abbiamo pensato proprio a tutto, dall’impostazione grafica ai prodotti e ai servizi da mostrare. Siamo in rete, le persone riescono a raggiungerci sui motori di ricerca, sembra tutto perfetto, ma… cosa sappiamo davvero sul livello di sicurezza del nostro sito web?
Negli ultimi mesi abbiamo assistito a un vero boom degli eCommerce. Sempre più persone cercano prodotti e acquistano in rete e ogni azienda o professionista che vuole far crescere il proprio business, deve avere un sito professionale per essere trovato da chiunque e farsi conoscere.
Tra i tanti aspetti da tenere in considerazione, uno dei più importanti, che non può essere trascurato, è la sicurezza del nostro sito internet e la reputazione del nostro dominio.
Vi chiederete perché la sicurezza deve essere elevata?
Perché la sicurezza informatica è fondamentale
Avere un sito web protetto è indispensabile perché nel momento in cui qualcuno cerca di violarlo, mina la reputazione della nostra stessa azienda e del nostro brand, oltre che del sito stesso.
Qualunque siano i nostri servizi, avere un sito sicuro è importante per evitare attacchi da parte di esterni.
Possiamo avere il sito web dei nostri sogni con un template impattante, un copy chiaro e accattivante, e tutti i prodotti descritti nel migliore dei modi con tanto di grafica correlata, ma se la sicurezza è inesistente, allora tutto gli sforzi fatti finora saranno stati vani.
Gli incidenti di sicurezza informatica più diffusi nel 2020
Esistono diverse tipologie d’incursioni che possono compromettere un sito web, ma quali sono stati gli incidenti di sicurezza più diffusi che si sono verificati in quest’anno?
In un’intervista a Marco D’Itri, Network Manager e Sysadmin Seeweb, emerge che il numero d’incidenti di sicurezza è elevato, e che la maggior parte di essi sono perlopiù:
intrusioni WordPress
credenziali di posta indovinate
Emerge anche che la maggior parte degli attacchi sono cambiati. Secondo l’esperto, si sono affermate nuove modalità d’intrusione da parte degli hacker, comportando la scomparsa di alcune procedure che, fino a poco tempo fa, erano le più utilizzate.
Inoltre sono tornate alla ribalta dei vecchi metodi, delle tattiche intrusive che non venivano usate da diversi anni.
Il modo di compromettere la validità di un sito, quindi, sta cambiando. Il fenomeno delle credenziali di posta rubate da malware, da circa un anno, è completamente sparito, mentre sono tornati in auge attacchi a forza bruta sulle utenze di posta. Questi sistemi sono diventati molto più avanzati rispetto a prima e soprattutto più frequenti.
Sono attacchi in cui si individua una password tentando tutte le combinazioni possibili di lettere, numeri e caratteri, per riuscire poi ad accedere a un account autorizzato.
Anche il numero d’invii di spam causati da siti con form di contatto aperto, una procedura che veniva utilizzata 15 anni fa, è cresciuto notevolmente.
Perché bisogna prevenire gli attacchi al nostro sito web
Non possiamo sottovalutare questo tipo di spam, a cui solitamente non si presta molta attenzione. Può diventare molto dannoso, compromettendo la reputazione del server e del dominio mittente.
Oltretutto rischia di creare grossi problemi di consegna al cliente se non all’intero server, pregiudicando non solo la reputazione del sito web, ma specialmente quella dell’azienda stessa o del professionista a cui fa capo il sito.
Ora che non abbiamo più dubbi sull’importanza della cybersecurity e non vogliamo passare i nostri giorni a maledirci per non averci pensato prima, come possiamo prevenire queste violazioni al nostro sito web?
Come prevenire gli attacchi alla sicurezza
Siamo pronti a combattere un’efferata battaglia contro gli hacker, ma non abbiamo i mezzi per sconfiggerli.
Per evitare spiacevoli inconvenienti legati alla sicurezza del nostro sito, possiamo affidarci a un provider impegnato nel monitoraggio di questi fenomeni e che si occupi di mantenere sempre ai massimi livelli la reputazione dei domini che gestisce.
A chi possiamo rivolgerci?
Uno dei più validi provider è Seeweb, un Cloud Computing Provider che offre servizi di alta qualità e unici quanto a tecnologia, scalabilità e rapporto prezzo/prestazioni.
I servizi antispam sono efficaci e potenti, specialmente per quanto concerne la posta elettronica, la sua sicurezza e gestione.
TrueMail: posta elettronica e antispam
TrueMail è un servizio di posta elettronica professionale completo, intuitivo e sicuro. È ideale per la gestione delle email e garantisce la massima sicurezza possibile grazie a un potente sistema antispam.
Possiamo accedere al nostro dominio email da qualsiasi device, come lo smartphone, da webmail o dal nostro client desktop senza doverci più preoccupare di ricevere quella fastidiosa e inutile posta indesiderata. Inoltre, dal punto di vista tecnologico, TrueMail è costruito su piattaforme Cloud certificate CISPE
È un servizio di posta elettronica professionale realizzato con un design di processo e archiviazione dei dati che tiene alla privacy dei dati e si impegna a non trattarli mai per obiettivi diversi da quelli concordati con i propri clienti.
Un servizio esclusivo, personalizzato e professionale per un hosting WordPress e una email sicuri per navigare e svolgere la propria attività online senza temere attacchi indesiderati.
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