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MotorK riceve 30 milioni dalla Banca europea per gli investimenti

La scale-up italiana dell’automotive MotorK ha ricevuto un finanziamento di 30 milioni di Euro dalla Banca europea per gli investimenti. Il finanziamento sarà destinato alle attività di Ricerca e Sviluppo: l’azienda, che attualmente tra gli uffici di Milano e Agrigento ha già sviluppato uno dei dipartimenti R&D più grandi in Italia, con circa 100 componenti, punta a rafforzare lo staff e ad accrescere l’offerta tecnologica per i suoi partner, tra i quali case produttrici, dealer e altri operatori del settore auto.

Sviluppo di nuovi strumenti e soluzioni digitali

“Siamo davvero fieri di annunciare questo finanziamento – ha dichiarato Marco Marlia, founder e CEO di MotorKMotorK è ormai diventata un punto di riferimento per il settore del digital automotive e la fiducia accordataci dalla BEI è la dimostrazione che abbiamo intrapreso la direzione giusta per il nostro business. Queste ingenti risorse verranno impiegate nello sviluppo di nuovi strumenti e soluzioni digitali per i nostri clienti, nell’ottica di sostenerne il processo di digital transformation, anche attraverso Artificial Intelligence e Big Data”.

Innovazione di acquisto e gestione

“Sono particolarmente orgoglioso di questa operazione – ha dichiarato il Vice Presidente della BEI, Dario Scannapieco – una delle prime di venture debt fatte in Italia, perché ci permette di finanziare un’azienda in forte crescita e con elevata proiezione internazionale. MotorK – ha aggiunto – si inserisce in un settore tradizionale, quale è il comparto auto, innovando le procedure di acquisto e gestione grazie a una vasta gamma di strumenti digitali. Un finanziamento, per la BEI, basato sulle previsioni dell’Investment plan for Europe, uno schema efficiente che sta permettendo alla banca dell’Unione Europea di sostenere società dal grande potenziale”.

Crescita tecnologica

Il finanziamento è legato al progetto di crescita tecnologica: i 30 milioni rappresentano un’alta percentuale della somma che MotorK vuole impiegare nei prossimi 5 anni in progetti di sviluppo digitale per il mercato automotive. La scale-up ha infatti programmato di investire quasi 75 milioni di euro nella sua divisione Ricerca & Sviluppo.

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Che fa MotorK

Fondata nel 2010, MotorK è una delle realtà più rilevanti nello scenario del digital automotive. Negli anni, l’azienda ha sviluppato prodotti e servizi per il settore automobilistico: DriveK, piattaforma web in cui scegliere e configurare l’auto nuova partendo da carrozzeria, equipaggiamenti e optional (strumento rivolto al mercato B2C). DealerK, piattaforma software-as-a-service per i concessionari, fornisce strumenti e tecnologie per accelerarne i processi di digitalizzazione e intercettare meglio e più velocemente la domanda di veicoli. GarageK, piattaforma per la gestione dei servizi post-vendita e del processo after-sales, nato per svecchiare il mondo delle officine e della ricambistica. Sempre nel 2017 ha acquisito la società spagnola Punsset, specializzata nello sviluppo di software e strategie online per il business dei concessionari d’auto. Nel 2018 la scale-up è stata selezionata tra le 135 società europee, di cui 11 italiane, per partecipare all’esclusivo programma formativo Techshare organizzato da Euronext, borsa valori pan-europea nell’Eurozona.

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4 esempi di campagne pubblicitarie vincenti in Cina (che anche D&G avrebbe potuto seguire)

Dopo lo scandalo di Dolce&Gabbana in Cina ci siamo fatti molte domande su come sia possibile per un brand occidentale creare campagne pubblicitarie per il mercato cinese senza incappare in errori madornali e irrimediabilmente gravi.

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Nei giorni successivi alle scuse pubbliche del duo di stilisti il clima sembra essersi placato, l’opinione pubblica occidentale ha voltato pagina come prevedibile, mentre l’audience cinese cerca ancora di mantenere la fiamma della rabbia accesa nei commenti sotto i post del brand incriminato.

Con il senno di poi, molti sono gli spunti di riflessione sull’accaduto. Si poteva evitare? Sì, certo. La gestione della social crisis poteva essere controllata con maggiore fermezza? Ovvio che sì. È veramente così difficile gestire la comunicazione per una campagna social per il mercato cinese? La risposta è no.

Non è facile, ma nemmeno troppo complicato capire che si tratta di un mercato molto esigente dal punto di vista dei contenuti e della gestione degli elementi culturali che lo contraddistinguono. Un’audience piena di pretese, insomma, ma non impossibile da accontentare.

Mentre Dolce&Gabbana affoga, MiuMiu e Louis Vuitton cavalcano l’onda

A dimostrazione di ciò, c’è l’ultima campagna firmata MiuMiu che il 22 novembre, mentre un vortice di polemiche sconvolgeva Dolce&Gabbana, pubblicava un post su Weibo sulla sua ultima collaborazione con l’art director Tu Nan: il progetto, sviluppato in previsione della sfilata di Shanghai del brand del Gruppo Prada incorpora il glamour della vecchia Shanghai all’interno del MiuMiuClub, un evento spettacolare per celebrare la gloria della moderna città.

 

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Enter the #MiuMiuClub in Shanghai. Don’t miss the live streaming of the #MiuMiuCroisiere19 fashion show today, November 22 at 7.30 pm (Shanghai time).

Un post condiviso da Miu Miu (@miumiu) in data:

Durante la stessa settimana anche Louis Vuitton ha pubblicato su Weibo un post che celebra la bellezza della calligrafia cinese annunciando una collaborazione con l’artista Xu Bing e promuovendo la mostra “Volez, Voguez, Voyagez” sempre a Shanghai.

Sarà per l’effetto nefasto della campagna Dolce&Gabbana che ha fatto infuriare i netizen cinesi, oppure per le modalità riverenti e indulgenti delle due campagne che entrambe i brand hanno ricevuto il plauso unanime dell’audience cinese.

Potremmo pensare che sia facile essere lodati se il tuo compagno d’avventure combina solo guai, ma dovremmo puntualizzare anche che le scelte di MiuMiu e Louis Vuitton sono state molto ponderate e di buon gusto.

Ci sono delle linee guida che i brand occidentali posso seguire per evitare di mandare a rotoli la propria azienda in Cina e con risonanza mondiale? Sì, ci sono, e possiamo anche elencarne alcune:

1. Non incastrarsi sul passato senza guardare al futuro: l’esempio di Coca-Cola

Niente lanterne rosse, draghi, musiche orientali o altri cliché stereotipati sulla Cina. Purtroppo, l’Occidente tende ad assumere un punto di vista nostalgico della Terra di Mezzo che poco si addice alla moderna audience cinese.

Per esempio la mostra del 2015 del MET “Through the Looking Glass” che raccoglieva opere di Jean Paul Gaultier, Yves Saint Laurent e Chanel ispirate alla Cina, nasceva e si proclamava un evento intenzionato a celebrare la chinoiserie nella moda moderna. Un’intenzione buona e culturalmente giustificabile, ma comunque poco ben vista dai cinesi.

In un’epoca in cui il nazionalismo affiora e tocca i picchi più alti della storia, i consumatori cinesi sembrano al contempo pretendere un riconoscimento a livello globale come nazione dell’oggi e del domani.

Dunque, dimostrare apprezzamento verso il progresso sociale e l’avanzamento tecnologico cinese diventa il jolly necessario a vincere la partita contro i consumatori locali.

L’esempio di Coca-Cola è interessante da valutare nonostante non si tratti di un brand di lusso ma di largo consumo. Per celebrare i 40 anni dalla riforma della Porta Aperta proclamata da Deng Xiaoping, il brand di beverage più famoso al mondo ha lanciato una campagna che mostra i passi avanti fatti dalla società durante gli ultimi decenni.

2. Parola d’ordine: collaborare. La campagna di Timberland

Per evitare un’appropriazione culturale, i brand hanno bisogno di creare collaborazioni con dei designer locali. Oltre a un errore di comunicazione a monte, quello di Dolce&Gabbana è stata una cattiva mossa di marketing perché fatta di testa propria senza minimamente considerare una “joint venture”.

Le collaborazioni artistiche piacciono alla Cina e una delle dimostrazioni lampanti riguarda l’ultimo progetto di Timberland che per il capodanno 2018 aveva creato la collezione “fortune in Full Bloom”. Il progetto, nato in collaborazione con l’artista Bonsen Chen, combinava l’arte della carta intagliata con l’iconico logo dell’albero del brand. Nel video della campagna, l’artista spiega anche la semiotica del design accentuando la credibilità culturale del marchio stesso.

3. Fare attenzione alla crescente sensibilità cinese: Dolce&Gabbana docet

Dolce&Gabbana la lezione l’ha pagata cara, ma forse questa punizione più che al brand stesso sembra più utile a tutti gli altri. I tempi in cui la Cina guardava dal basso verso l’alto tutto ciò che arrivava dall’Occidente è finito: secondo uno studio del 2018 di Tencent, quasi il 50% della Generazione Z cinese non considera le origini occidentali di un brand come un plus.

Per ammaliare questa nuova e ancora sconosciuta generazione i brand occidentali hanno bisogno di studiare molto meglio il contesto socio-culturale cinese e abbandonare qualsiasi idea stereotipata sulla Cina.

Samsung usa una foto stock per pubblicizzare la fotocamera del nuovo smartphone (ma l’autrice la smaschera)

Una pubblicità realizzata utilizzando un’immagine in stock, di quelle che si comprano con i comuni abbonamenti ai servizi di repository online. E fin qui nulla di strano, se non fosse che l’obiettivo di Samsung era quello di mettere in mostra le straordinarie capacità di fotoritocco del Galaxy A8 Star.

L’azienda infatti, ha utilizzato un ritratto scattato in modo originale, lo ha modificato e poi lo ha pubblicato come scatto realizzato con il suo A8.

La foto fake

La fotografa serba Dunja Djudjic ha notato, però,che qualcuno aveva acquistato una delle sue foto dal servizio chiamato EyeEm e curiosa di sapere chi fosse il compratore, ha fatto una rapida ricerca inversa e ha trovato la sua immagine  sulla pagina malese dello smartphone di Samsung.

La sua reazione davanti alla foto è stata quella di ridere. “Che lavoro di Photoshop hanno fatto sul mio viso e sui miei capelli! Mi è sempre piaciuto il mio colore naturale dei capelli, ma immagino che il creatore di questa immagine preferisca i toni del rosso”. Ha commentato.

“Chi ha creato questa immagine,  ha anche tagliato lo sfondo originale e ha incollato il mio viso su una foto a caso di un parco”.  Ha spiegato, fornendo tutti i dettagli tecnici, la fotografa.

Abilità di fotoritocco sì, dunque, ma non dello smartphone.

Samsung non è la prima

Questo fail segue lo scivolone simile di Huawei ad agosto, che aveva utilizzato una fotocamera professionale per realizzare gli scatti della sua campagna, e li aveva fatti poi passare come opera della camera integrata nel suo device.

Ad essere del tutto onesti, però, Samsung avverte a fondo pagina: “I contenuti mostrati sono immagini simulate e sono solo a scopo dimostrativo”.

Nell’ottica di onestà e autenticità che oggi i consumatori si aspettano dai brand, si tratta comunque di pratiche imbarazzanti.

Ninja

Ninja Morning, il buongiorno di mercoledì 5 dicembre 2018

Apple

Bloccare l’odio che corre in rete è “giusto” ed è moralmente necessario per le compagnie che si occupano di tecnologia. Lo sostiene Tim Cook, AD di Apple, a cui è stato consegnato il premio Courage Against Hate, dedicato ai leader del settore privato che si sono distinti nella lotta all’intolleranza. Il riconoscimento è arrivato dalla Anti-Defamation League, ente non governativo ebraico che si batte contro antisemitismo ed ogni forma di odio.

 

Tumblr

Dal 17 dicembre, nessun contenuto per adulti sarà più permesso su Tumblr “a prescindere” dall’età dei suoi utenti. Lo ha annunciato la piattaforma di microblogging. Il CEO di Tumblr, Jeff D’Onofrio, ha spiegato che sono stati valutati i pro e i contro prima della decisione. E’ lui ad avere precisato che “contenuti per adulti includono principalmente foto, video o Gif che mostrano genitali di esseri umani in tempo reale o l’esposizione di capezzoli di donne e qualsiasi contenuto che raffigura atti sessuali”.

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Google Play

I possessori di carte di pagamento Unicredit in Italia da ieri potranno usare Google Pay, il sistema sviluppato da Google che permette ai clienti di avere sotto controllo tutto ciò di cui hanno bisogno al momento della transazione, mantenendo i dati di pagamento al sicuro nel loro Google Account, finché non sono pronti a completare l’acquisto. Ai clienti privati basterà scaricare la app di Google Pay, oppure attivare l’app Monhey dall’app MobileBanking Unicredit, e aggiungere le proprie carte di credito, debito e prepagate Unicredit per iniziare a usarle e pagare presso i negozi, online e con i prodotti Google.

Blockchain

L’Italia ha sottoscritto una dichiarazione sullo sviluppo della blockchain nell’ambito del Med7, gruppo costituito Italia, Spagna, Francia, Malta, Cipro, Grecia e Portogallo. Nella dichiarazione si riconosce come la blockchain e, più in generale, le tecnologie basate su registri distribuiti possano giocare un ruolo determinante nello sviluppo di questi Paesi. E’ necessario creare un coordinamento anche tecnico tra i Paesi, per sperimentare l’utilizzo di queste tecnologie e di quelle emergenti (5G, Internet of Things, AI).

Carta d’identità elettronica

La carta d’identità elettronica potrà essere richiesta non solo in Comune ma anche alle Poste. A prevederlo, con l’obiettivo di accelerare le procedure anche nelle località dove i ritardi si sono accumulati, è un emendamento alla Manovra approvato in commissione Bilancio.

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In agenda oggi

EXECUTIVE SUMMIT 2018 –  A Milano (presso Mandarin Oriental Hotel Milan in Via Andegari 9) è in programma la quarta edizione di Executive Summit 2018, in agenda l’assegnazione di premi a quei CEO che nel 2018 si sono distinti per l’eccellenza dei risultati ottenuti. L’Executive Summit è un appuntamento che ogni anno riunisce business leader, top manager, rappresentanti delle istituzioni, esperti e accademici di tutto il mondo, per stimolare la discussione e l’analisi dei macro trend attesi per l’anno successivo, con l’obiettivo di ispirare e stimolare idee per guidare la crescita.

Huawei

Il centro R & D di Huawei presso il campus di Shenzhen

Le notizie che forse ieri ti sei perso

Anche Quora sotto attacco hacker, 100 milioni di dati rubati
La società notificherà il problema agli utenti interessati, in modo da verificare gli account compromessi e permettergli di reimpostare le loro password

Apple annuncia i suoi Best of 2018 per app e giochi
Come negli scorsi anni, Apple ha selezionato una migliore app e un migliore gioco per ogni piattaforma: iPhone, iPad, Mac, Apple TV e Apple Watch

Anche Audi mette 14 miliardi sull’auto elettrica. Il punto sulla corsa alla emobility
La casa automobilistica di Ingolstadt ha annunciato che investirà 14 miliardi di euro entro il 2023 su mobilità elettrica, digitalizzazione e guida autonoma

Skype lancia i sottotitoli in tempo reale nelle videochiamate
La nuova funzione di Skype si potrà attivare mentre si è già in chiamata oppure dalle Impostazioni come opzione predefinita

Prove di dialogo con le auto bianche: Uber Taxi sbarca a Torino
Dopo Berlino, Dusseldorf, Atene, Dublino e Istanbul, anche a Torino è arrivata Uber Taxi, app che consente di cercare e prenotare corse con auto bianche

Huawei vuole un suo sistema operativo (parola di Bruce Lee)
Huawei sta mettendo a punto un suo sistema operativo, nome in codice Kirin Os, per smarcarsi da Android e porsi al riparo da eventuali azioni Usa

La rivoluzione dello street style ha contagiato tutti (e alcuni brand hanno sfruttato bene il trend)
Le persone ritornano ad amare gli spazi urbani, spesso abbandonati, e l’abbigliamento comodo e colorato dei trapper diventa mainstream

Numeri (e conseguenze) dell’uso eccessivo che tutti facciamo dello smartphone
Ormai lo smartphone è un prolungamento dell’essere umano, qualcosa di cui non possiamo fare a meno: quanto ne siamo dipendenti?

La rivoluzione dello street style ha contagiato tutti (e alcuni brand hanno sfruttato bene il trend)

Il modello di uomo di successo è molto cambiato negli ultimi anni: sulle spalle degli uomini d’affari di oggi, t-shirt sdrucite e cappucci hanno sostituito abiti gessati e cravatte troppo strette.

Possiamo parlare di una “rivincita” della strada, dell’uomo comune e del suo modo di vestire?

Difficile dare una risposta netta. Quello che è certo è che, dopo tanti anni passati a selezionare le location più esclusive, oggi ci accorgiamo che è la città a costituire il palcoscenico più bello.

Il testimone attendibile di questo cambio di veduta è certamente il feed Instagram, luogo incantato in cui uno scatto davanti allo skyline metropolitano giusto otterrà probabilmente più like di un evergreen del tipo “tramonto sul mare”.

By Acharles – {ARTIST Andre’ Charles}, CC BY-SA 3.0

Ci appassionano i murales e gli spazi industriali, i punti più belli (e spesso) deturpati delle nostre città, che improvvisamente ci conquistano con il fascino di una fruizione libera, democratica e anticonformista.

Stiamo parlando di una tendenza estemporanea e destinata ad esaurirsi, o c’è qualcosa di più radicato? Proviamo a scoprirlo.

Dal graffitismo alla street art

Per cercare di dare una risposta adeguata alla domanda, è necessario fare qualche passo indietro. Cominciamo dalle radici del movimento urban e dai divulgatori del suo verbo: i writers.

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I writers agitano le prime bombolette spray negli anni ’70 inoltrati, in città come Los Angeles e New York e, poco dopo, nelle più grandi capitali europee, su tutte Londra.

Si respira ancora l’aria della contestazione sessantottina e anche la loro forma di espressione creativa ha un tono politico. Si contesta la società e lo si fa “deturpando” direttamente lo scheletro della società stessa: le mura che costituiscono la garanzia fisica del concetto di proprietà privata.

Insomma i writers americani hanno il merito di essere stati i primi a vedere il contesto urbano come fonte di ispirazione ed espressione.

Il momento davvero cruciale è però costituito dalla trasformazione, soprattutto concettuale, del graffitismo in street art.

Formalmente, l’evoluzione è molto semplice: mentre i graffitari si esprimevano quasi esclusivamente tramite lettering (tag, generalmente riferito al proprio nome), gli street artist decidono di andare oltre, superano il lettering e dedicandosi all’arte figurativa.

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Soprattutto, gli street artist finiscono per diventare POP: le opere di personaggi come Banksy, O’Bey o l’italianissimo Blue, per quanto ancora avvinghiate ad un concetto di anticonformismo e subculutra, non sono più di nicchia, e conquistano il grande pubblico.

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L’industria musicale, dal rap alla trap

Un riferimento all’industria musicale è doveroso. Perché la musica non sta a guardare, ma intuisce, ingurgita e rielabora, come ogni espressione artistica.

Per questo, anche il lifestyle da strada ha avuto la sua colonna sonora: il rap, che attinge a piene mani dallo stile street.

Non poteva essere altrimenti, se consideriamo che si è sviluppato in un contesto parallelo a quello della street art. Anche il rap ha fatto leva sulla forza della denuncia politica della società, seppur rifacendosi ad una subcultura differente, la popolazione afro degli Usa, che almeno in origine ha costituito il riferimento stabile.

Un fenomeno che in Italia abbiamo vissuto soltanto di riflesso. Con gli anni ’80 le radio hanno iniziato a diffondere queste sonorità sincopate, e la TV, in particolare MTV coi primi videoclip, ci ha proiettato in quelle dinamiche.

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Musicalmente non abbiamo mai raggiunto i livelli dei grandi come Tupac, Snoop Dog o 50 cent, ma i loro jeans larghi, le loro sneackers, l’attenzione agli accessori quasi parossistica e la dimensione urbana all’interno della quale si muovevano, hanno iniziato a stimolare il nostro immaginario collettivo.

Facciamo adesso un balzo notevole per arrivare fino ad oggi, fino al fenomeno trap, che vede invece noi italiani tra i primissimi posti.

La trap attinge moltissimo dal rap (quasi tutto), e soprattutto ne riprende la predilezione per la strada come ambientazione ideale, di conseguenza uno stile di abbigliamento molto simile.

In realtà la trap esaspera molti elementi stilistici che furono del rap. Ma compie un’attività importantissima: li attualizza.

Opera propria, Pubblico dominio

I trapper riportano il focus dell’attenzione su di noi –qui e ora– e così, come i disagi italiani meritano di essere cantati, e le nostre città e i loro ambienti metropolitani acquistano “dignità artistica”.

Le periferie milanesi a romane iniziano ad essere i contesti ideali di artisti come Sfera Ebbasta, Gue Pequeno e Dark Polo Gang.

Un famoso trapper partenopeo, Enzo Dong, addirittura, ambienta il videoclip di Higuain nel degrado urbano della terra dei fuochi, tra mucchi di immondizia e cassonetti debordanti (guardare per credere).

I trapper si identificano così tanto con le loro città che si allontanano dall’inglese e si spingono verso il dialetto, e a questo proposito meriterebbe un approfondimento a parte il “capitolo Liberato”, che stupisce tutti iniziando a trappare in napoletano.

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La fortuna dello streetwear

Tornando a oggi possiamo dire che la lungimiranza dei writers e la forza comunicativa degli street artist hanno dato i loro frutti, tramandandoci uno sguardo attento al fascino urbano.

Poi il rap, ed oggi la trap, hanno confezionato per bene il prodotto, rendendolo mainstreem. Il risultato è che oggi siamo in molti ad atteggiarci graffitari underground anche se non abbiamo mai preso una bomboletta in mano.

In realtà, si è perso quasi del tutto il riferimento ad una subcultura e la spinta della critica sociale non è che un vago ricordo. Rimane però la rivincita della strada, il cui fascino è diventato pop e attira proprio tutti, senza particolari distinzioni di appartenenza sociale.

I brand dello street style

Rimane più di tutto la fortuna di alcuni brand che stanno dettando i gusti di una generazione. Sono i brand che hanno letto e interpretato il tutto con anticipo, lanciandosi su linee di abbigliamento streetwear che stanno spopolando: dalle sneakers da skate (volutamente vintage), a felpe di ogni tipo, per arrivare ad accessori e berretti.

Stiamo parlando di Adidas, Obey, Vans, dei redivivi Fila e Reebok, e perché no, dei nuovi ed italianissimi Iuter e Octopus, le cui felpe costituiscono un fiore all’occhiello per gli appassionati del genere.

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Questo articolo è stato scritto da Renzo Occhiuto

Numeri (e conseguenze) dell’uso eccessivo che tutti facciamo dello smartphone

Si chiamano smartphone – non più cellulari – perché sono telefoni intelligenti. Sanno di cosa abbiamo bisogno prima che ce ne rendiamo conto, ci offrono app di ogni genere, per ogni esigenza, ogni tipo di stravaganza digitale è alla portata di tutti. In ogni istante della nostra vita, della nostra giornata.

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Ecco perché più che parlare di apparecchi tecnologici, riferendoci allo smartphone, non esageriamo se lo definiamo un prolungamento dell’essere umano, qualcosa di necessario, di cui non possiamo fare a meno e che, in molti casi, ci facilita le cose.

Forse non ci siamo mai fermati a pensare a quanto, ogni giorno, utilizziamo il nostro smartphone. Spesso banalizziamo e sminuiamo la portata di questo fenomeno perché utilizzare lo smartphone è diventato così naturale che lo facciamo anche quando non ne abbiamo bisogno davvero.

Come quando a casa, mentre ci annoiamo, apriamo il frigo alla ricerca di qualcosa che in realtà non vogliamo. Durante la nostra quotidianità prendiamo in mano lo smartphone e accediamo alle app senza neanche rendercene conto, come se fosse una finestra sul mondo dalla quale ci affacciamo in cerca di qualcosa da guardare, di cui fruire.

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Ed è proprio così in realtà: una finestra spalancata sulle vite degli altri, personaggi pubblici e non o personaggi che non essendo pubblici lo diventano grazie alla rete e alla propagazione dei contenuti tramite smartphone.

Un po’ di dati

Nel 2017, Counterpoint Research ha condotto una ricerca su 3500 utenti in tutto il mondo per carpire, appunto, la portata del fenomeno dell’utilizzo dello smartphone e i risultati che sono venuti fuori sono impressionanti.

Il 26% del campione analizzato utilizza lo smartphone per circa 7 ore al giorno. In pratica, lo stesso tempo che dedichiamo a dormire. E poco meno della metà del tempo che restiamo svegli.

Soltanto il 4% del campione analizzato ne fa uso per meno di un’ora al giorno.

Ma quali paesi utilizzano di più lo smartphone?

Paradossalmente, la risposta non è la più banale. Si tratta infatti dei paesi emergenti che possiedono meno mezzi tecnologici e quindi utilizzano lo smartphone al posto del computer.

Più del 55% degli utenti malesi ha dichiarato di utilizzare il proprio dispositivo per più di 5 ore al giorno. I giapponesi, invece, sono la popolazione che lo utilizza di meno: in media, meno di 3 ore al giorno.

Ma cosa facciamo tutto questo tempo allo smartphone?

Il campione analizzato ha dimostrato che per circa il 64% del tempo gli utenti navigano in Internet e giocano online, il 56% del tempo è riservato alla lettura delle email e per il 54% del tempo, invece, si utilizzano le app di messaggistica istantanea. 

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Ovviamente, da un utilizzo così imponente deriva la necessità di cambiare spesso il proprio dispositivo mobile per non rimanere indietro e avere a disposizione il modello più all’avanguardia, in grado di darci ciò di cui abbiamo bisogno e anche di più.

La spesa annua per i nuovi device supera i 370 miliardi di dollari, con arabi, cinesi, australiani e tedeschi disposti a spendere di più rispetto al resto della popolazione.

Le conseguenze dell’uso di smartphone

Le conseguenze evidenti derivanti dall’uso smodato dello smartphone, soprattutto per i giovani, sono ormai note da anni. Ansia, depressione, mancanza di sonno, isolamento e dipendenza: ne abbiamo già parlato in precedenza.

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Ma cosa accade nel nostro cervello quando usiamo il  cellulare così tanto tempo?

Lo studio presentato al meeting annuale della Radiological Society of North America, realizzato da ricercatori dell’Università di Seul, ha dimostrato che l’uso eccessivo di smartphone modificherebbe la chimica del cervello degli adolescenti.

In che modo? L’astinenza generata dal dover stare lontani dal pc o dal cellulare, anche solo per qualche ora, provoca uno stato di malessere, ansia e agitazione che porta ad uno squilibrio nei rapporti tra neurotrasmettitori, le molecole che veicolano le informazioni all’interno del sistema nervoso.

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Si può parlare di una vera e propria patologia, con tutte le particolarità del caso? Di questo non siamo ancora certi, ma esistono dei sintomi visibili e ben riconoscibili che si riscontrano in particolare in alcune personalità.

Sono più soggetti a questo tipo di dipendenza i giovani con scarsa autostima e difficoltà a creare e gestire relazioni. I cui sintomi che si manifestano anche solo per mancanza di rete o cellulare scarico sono, soprattutto, ansia e agitazione, ma nei casi davvero gravi anche tremori, vertigini e tachicardia. 

Non si tratta solo dell’essere costantemente connessi, sono anche i contenuti che i giovani incontrano soprattutto sui social a provocare effetti devastanti.

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Conseguenze dell’iperconnessione

Il programma di approfondimento della Rai, Presa Diretta, qualche settimana fa ha dedicato uno speciale proprio all’uso di smartphone dal titolo Iperconnessi che ha mostrato risultati sconvolgenti.

40 secondi è il tempo medio di attenzione quando siamo a lavoro o quando stiamo leggendo un libro, prima di prendere il nostro smartphone e controllare notifiche e app.

La nostra iperconnessione sta modificando il nostro cervello, lo sta abituando a pensare come il nostro smartphone, passando da un pensiero all’altro, saltando da un link all’altro, senza giungere mai alla fine del nostro pensiero di partenza.

Infine, esistono molte app che controllano per noi quante volte al giorno prendiamo in mano lo smartphone o quanti accessi alle app scaricate effettuiamo in 24 ore.

Huawei

Huawei vuole un suo sistema operativo (parola di Bruce Lee)

Bruce Lee, il vicepresidente della divisione prodotti di Huawei, ha scritto stamattina sulla piattaforma cinese Weibo che un’alternativa ad Android è “in corso di sviluppo” dalla società. Proprio così, l’azienda starebbe mettendo a punto un suo sistema operativo “fatto in casa”: nome in codice Kirin Os. Voci in questo senso si rincorrono da mesi (almeno da aprile scorso), ma è la prima volta che l’esistenza di questo progetto (alternativo ad Android, con Google che domina il settore smartphone grazie ad un sistema operativo utilizzato su oltre l’80% dei terminali di tutto il mondo) viene ufficialmente riconosciuta da un importante dirigente dell’azienda.  Sempre secondo Lee, il lancio della prima versione disponibile al pubblico è fissato per la prossima estate.

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Perché un Os fatto in casa

Il problema sono le le tensioni dell’azienda con gli Stati Uniti. Se dovessero acuirsi, Huawei potrebbe fare la fine di ZTE, costretta a scegliere tra una multa di un miliardo di dollari e la bancarotta per via di un divieto imposto dal governo Usa alle sue aziende di fare affari con aziende statunitensi. Recentemente il presidente Usa Donald Trump ha fatto appello ai paesi alleati, Italia compresa, a non usare le apparecchiature prodotte da Huawei per rischi sulla cybersicurezza.

 

 
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Prove di dialogo con le auto bianche: Uber Taxi sbarca a Torino

Dopo Berlino, Dusseldorf, Atene, Dublino e Istanbul, anche a Torino è arrivata Uber Taxi, app che consente ai clienti di cercare e prenotare corse con auto bianche. Le città italiane in cui Uber è attiva con servizi per la mobilità a questo punto sono tre: Uber Black, Lux e Van sono infatti disponibili a Roma e Milano mentre da oggi a Torino, muoversi con Uber sarà possibile grazie alla nuova collaborazione con i taxi. Il modello di Uber Taxi è analogo a quello di MyTaxi: l’utente scarica il programma, cerca un taxi disponibile e paga online la corsa.

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Piattaforma multimodale

L’obiettivo di lungo termine di Uber è quello di diventare una piattaforma multimodale in grado di offrire diverse soluzioni per il trasporto, dalle auto con conducente professionista, ai taxi, alle bici, ai monopattini elettrici, fino alla possibilità di accedere al servizio di trasporto pubblico di linea.

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E’ solo il primo passo

“Siamo molto felici di lanciare Uber Taxi per la prima volta in Italia proprio qui a Torino – ha commentato un portavoce di Uber – come il nostro CEO ha detto recentemente, vogliamo essere partner di lungo periodo per l’Italia e le sue città. Il lancio di oggi è solo un primo passo per costruire città più pulite e smart, lavorando insieme a tutti coloro che contribuiscono a definire la mobilità urbana, a partire dai taxi”.

E i tassisti?

Uber Taxi è un servizio pensato per consentire ai tassisti di impiegare al meglio il tempo alternando corse tradizionali con corse prenotate via app. “L’adesione a Uber Taxi sarà gratuita e i tassisti verseranno una quota pari al 7% del costo di ogni corsa come service fee – spiega la società di San Francisco – dopo diverse settimane di affiancamento ai tassisti per raccogliere i loro commenti, Uber ha deciso di introdurre anche un’opzione che consente ai passeggeri di lasciare una mancia”. Fra le novità, c’è il rating: l’utente potrà dare un voto ai tassisti, e viceversa, segnalando agli altri iscritti la qualità di un servizio o l’affidabilità di un cliente.

Skype lancia i sottotitoli in tempo reale nelle videochiamate

Microsoft ha annunciato il lancio su Skype di una funzione annunciata già qualche mese fa: i sottotitoli in tempo reale nelle videochiamate.

Lanciata ieri, in concomitanza con la Giornata internazionale delle persone con disabilità, la nuova funzionalità consente a chi ha problemi di udito di leggere le parole pronunciate durante le chiamate audio e video sulla piattaforma.

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Come funzionano i sottotitoli su Skype

L’opzione può essere abilitata nelle impostazioni di Skype selezionando il pulsante più (+) durante la chiamata e scegliendo “attiva i sottotitoli”.

Come spiegato dalla società, la funzione può anche essere impostata come opzione predefinita in Impostazioni: per farlo, basterà fare clic sull’immagine del profilo, quindi su Impostazioni, Chiamata e infine sottotitoli. Da qui è possibile scegliere “Mostra sottotitoli per tutte le chiamate vocali e video”.

Una volta attivati, i sottotitoli in tempo reale scorreranno automaticamente durante la chiamata, ma Microsoft ha dichiarato che sta lavorando per offrire ulteriori opzioni di visualizzazione in futuro. In particolare, Skype ci permetterà presto di scorrere i sottotitoli anche in una finestra laterale.

La nuova feature è basata sull’AI ed è ottimizzata per essere rapida e continua, secondo quanto dichiarato dalla compagnia.

Ma le applicazioni a cui potrebbe prestarsi questa nuova funzione sono ancora da scoprire.

Breve manuale di sopravvivenza al colloquio via Skype

Le novità della piattaforma

I sottotitoli in tempo reale sono solo uno dei modi in cui Skype sta cercando di rendere più facile la comunicazione tra le persone, recuperando così quote di mercato perse con l’introduzione di tanti altri servizi e piattaforme di messaggistica istantanea.

Non va dimenticato che Skype introdurrà presto anche le traduzioni in più di 20 lingue per le videochiamate: gli utenti saranno quindi in grado di leggere i sottotitoli nella lingua di loro preferenza durante ogni chiamata.

La funzionalità per i sottotitoli in tempo reale è disponibile su Skype nella versione 8 su Android (6.0+), tablet Android, iPhone, iPad, Linux, Mac, Windows e Skype per Windows 10 (versione 14). Tuttavia, potrebbe non essere immediatamente attivo per tutti, poiché verrà gradualmente implementato nelle prossime settimane.

Anche Audi mette 14 miliardi sull’auto elettrica. Il punto sulla corsa alla emobility

Audi investirà 14 (21,8 miliardi di dollari) entro il 2023 su mobilità elettrica, digitalizzazione e guida autonoma. “Stiamo adottando un approccio sistematico alla mobilità elettrica” ha detto stamattina il presidente del consiglio di amministrazione ad interim della casa automobilistica tedesca (gruppo Volkswagen), Bram Schot.

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Appena pochi giorni fa FCA ha annunciato novità in questo senso e il nostro impegno su queste pagine è rimanere aggiornati su un tema, quello dell’automotive, che non è solo spostarsi, ma anche respirare aria pulita, vivere in un ambiente co meno rumori e in un mondo più sostenibile nel suo complesso. Detto questo, cerchiamo di fare il punto degli investimenti nel settore. Può esserci di aiuto il Global Automotive Outlook 2018 della società di consulenza AlixPartners, uscito alla fine di settembre. Ecco che dice.

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Ecco le 5 innovazioni automotive più interessanti dello scorso anno

Quanto dovranno investire le aziende

Secondo il report, per gestire l’elettrificazione del settore, l’industria automobilistica sarà costretta a investire 255 miliardi di dollari nei prossimi 8 anni in tutto il mondo. Mediamente 10 volte di più di quanto non abbia fatto negli ultimi 8 anni.

Dove arriveranno gli investimenti

Guida la Cina, il cui governo ha predisposto una crescita dei veicoli elettrici che per densità ed economia la renderà il primo mercato al mondo.  Poi c’è l’Alleanza Renault-Nissan-Mitsubishi, con circa 66 miliardi di investimenti, seguita dai gruppi Volkswagen (49) e Hyundai-Kia (25). Ford, Daimler, GM e FCA prevedono di investire tra 8 e 12 miliardi ciascuno, davanti a Toyota e Jaguar-Land Rover sui 6-7 ciascuno. A complicare gli investimenti c’è il costo della produzione delle batterie: nel biennio 2016-2017 il prezzo del Nichel è aumentato del 40%, e quello del Cobalto è triplicato.

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Guida Autonoma

L’altro grande fronte di sviluppo è la guida autonoma, che richiederà investimenti ingenti (55 miliardi di dollari) non solo da parte dei costruttori ma anche da parte dei player tecnologici che vorranno avere un ruolo rlevante nell’industria. In questo caso però la sfida sta più nell’accettazione del cliente e nella sua propensione a spendere: sempre secondo AlixPartners, il consumatore è disponibile a pagare solo 2 mila dei 21 mila dollari necessari per mettere le mani su un’auto autonoma di livello 4.