Apple, Johnson & Johnson e Volkswagen: i migliori annunci stampa della settimana

I migliori annunci stampa della settimana hanno un look fresco ed estivo, come quelli di Apple, Nobile e Volkswagen.

Cosa hanno di particolare queste campagne? Anche se pubblicizzano un prodotto, lo fanno trasmettendo quello che il denaro non può comprare: lo spirito positivo dell’estate, come dire: “Summer is a state of mind”.

Tentano, con le associazioni ai loro prodotti, di portarci verso uno stato emozionale sereno. Ci riusciranno?

Partiamo insieme per questo viaggio alla scoperta dei migliori annunci stampa.

Apple: Shot on iPhone

La campagna OOH di iPhone “Sunshine Everywhere” è giunta alla quarta edizione. Foto scattate da utenti iPhone che raffigurano spezzoni d’estate. Click: un tuffo in piscina. Click: un cane che sguazza nell’acqua.

Lo user generated content di certo non è stato inventato da Apple, ma si è dimostrato efficace anche in questo caso.

campagna Shot on iPhone, migliori annunci stampa

Ad Agency: Apple In-House

Nobile: Bee 3, Akaw, Rubicon, Aloha e Shaka Jr.

Vi è mai successo di osservare semplici geometrie ed immaginare paesaggi e oggetti che gli somigliano? È proprio questo il concetto alla base della campagna di Nobile, realizzata da Saatchi & Saatchi IS, Poland.

Nobile, produttore polacco di sci, snowboards e kiteboards apprezzati in tutto il mondo, vuole incoraggiare i Wakeboarders a trovare pace, cercandola dentro se stessi. Cinque design raffigurano altrettante personalità diverse e ogni tavola racconta una storia attraverso immagini 3D.

campagna Nobile miglliori annunci stampa

Advertising Agency: Saatchi & Saatchi IS, Poland
Creative Director: Michał Pawłowski
Design Director: Rafał Nagiecki
Art Directors: Anna Caban, Bartosz Morawski, Kamil Bugno, Rafał Nagiecki
Retouching: Aleksander Bieroński, Bartosz Morawski, Kamil Bugno
3D Artist: Bartosz Morawski
Senior Copywriter: Marta Frączek
Account Director: Jakub Krawczyk
Account Supervisor: Anna Borysewicz

Johnson & Johnson: Save their tears for everything else

Una campagna molto tenera, che parla sia attraverso la resa dell’immagine che grazie al copy davvero evocativo. Perché far piangere i bambini per un semplice shampoo? “Risparmia le loro lacrime per tutto il resto”.

Così BBDO, United Arab Emirates ha reso perfettamente l’idea per il più classico dei prodotti Johnson & Johnson.

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Advertising Agency: Impact BBDO, Dubai, UAE
Executive Creative Director: Fadi Yaish
Art Director: Enrico Motti
Copywriter: Simone Milani

Volkswagen: Park Assist

Le vacanze estive per alcuni stanno iniziando, per altri invece sono già terminate. Parcheggiare in città non è sempre un’impresa facile, ma con uno “scusate il ritardo” e qualche goccia di sudore in meno, il meeting della giornata può iniziare.

La campagna di Volkswagen realizzata da BBDO, associa il parcheggio assistito ad un tuffo rinfrescante in piscina, ad una scorciatoia sulle scale mobili, ad un lancio sullo scivolo.

Volkswagen park assist migliori annunci stampa della settimana

Advertising Agency: Almap BBDO, Brazil
Chief Creative Officer: Luiz Sanches
Executive Creative Director: Bruno Prosperi
Creative Directors: André Gola, Benjamin Yung Jr, Matt Lee, Marcelo Nogueira, Pernil
Art Director: Caio Tezoto
Copywriter: Leandro Marchiori
Illustrator: Estudiorama

WWF: Grape A3

Lo spirito positivo dell’estate è anche riflettere su cosa si può migliorare, è prendersi del tempo per vedere cosa non ha funzionato. WWF lancia un appello importante “chi semina vento, raccoglie tempesta”. L’industrializzazione che non rispetta l’ambiente si ripercuote sulla nostra terra.

campagna Grape a 3 di WWF

Advertising Agency: ABK Communication, Tbilisi, Republic of Georgia
Creative Director: Nikoloz Motsonelidze
Art Director: Levan Melikishvili
CG Artists: David Chabashvili, Bruce Lee, Nika Maisuradze
Copywriters: Mishka Sekhniashvili, Erekle Mkheidze

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Chatbot su Facebook Messenger: 6 consigli prima di lanciarne uno

Un chatbot è un’interfaccia in grado di simulare conversazioni più o meno articolate tra un robot e un essere umano. Può apparire come utente stesso delle chat o come persona che risponde alle domande di chi accede a un determinato sito.

Da dove vengono? Cosa vogliono?

Il primo chatbot venne creato nel 1966 da Joseph Weizenbaum, un informatico tedesco che lavorava al MIT di Boston. La sua creatura si chiamava Eliza (da Eliza Doolittle, protagonista de Pigmalione di George Bernard Shaw) e parodiava la tipica conversazione iniziale tra un terapeuta e il suo paziente.

Nel 1972, lo psichiatra Kenneth Colby creò Parry durante i suoi studi alla Stanford University. Questo chatbot simulava il pensiero di un individuo paranoico e schizofrenico. Tra una mania e l’altra, Parry fu uno dei primi sistemi a passare il test di Turing.

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Negli anni a seguire si sono avvicendate altre brillanti invenzioni in questo campo, e alcune di esse si sono conquistate l’affetto degli utenti, come per esempio le ormai note Siri per iOS (2010) e Cortana per i Windows Phone (2014).
Inoltre, dal 2015, all’interno di Amazon Echo troviamo un’assistente virtuale di nome Alexa, dotata di algoritmi che le permettono di sostenere conversazioni interpretandone il tono.

Dulcis in fundo: i bot per Messenger. Presentati nell’aprile del 2016, in breve tempo sono proliferati fino a diventare più di 10mila. E siccome Zuckerberg fa sempre le cose in grande, ecco che l’assistente virtuale di Facebook si è subito distinto da tutti i suoi predecessori: infatti, gli algoritmi che animano “M” (questo il suo nome) gli permettono di compiere azioni elaborate come prenotare viaggi e ristoranti, aiutare a disdire abbonamenti telefonici e molto altro ancora.

Chatbot o non chatbot? Questo è il dilemma

Secondo uno studio condotto da Peter Rojas, imprenditore della start-up Betaworks, le persone trascorrono più tempo sulle applicazioni di messaggistica che sui social networks. Per questa ragione, avere un chatbot potrebbe rivelarsi una mossa efficace per il proprio business.

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Non va inoltre ignorata la comodità dell’aver “qualcuno” che risponde ai messaggi degli utenti al di fuori dell’orario di ufficio. Non sarà mai come avere una persona fisica in grado di dare risposte esaustive ed esaurienti, tuttavia è sicuramente un buon modo per dare le indicazioni principali o per una prima scrematura: solitamente, infatti, i chatbot servono proprio per rispondere alle FAQ.

Hai deciso che ti senti pronto? Bene, vediamo insieme le 6 cose da fare prima di lanciare un chatbot su Facebook Messenger.

Poniti degli obiettivi

Il primo passo consiste nel capire a cosa ti serve un chatbot. Le motivazioni possono essere numerose e andare per obiettivi è un buon modo per evitare di creare un servizio dispersivo.
Hai diverse possibilità: rispondere alle FAQ sul servizio clienti, indirizzare le persone al tuo sito web per effettuare un acquisto o offrire raccomandazioni sui prodotti, elencare i servizi offerti, e molto altro.

Qualunque esso sia, l’obiettivo scelto deve aiutarti a raccogliere dati da utilizzare come base per l’ottimizzazione. Alcune piattaforme ti consentono infatti di scegliere di incanalare flussi di contenuto e strategie verso la conversione dell’utenza.

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Scegli tra conversazione o risposte guidate

Ci sono due possibilità per quanto riguarda le modalità d’interazione che puoi scegliere per il tuo chatbot.

Alcuni sono dotati di un’intelligenza artificiale in grado di individuare parole chiave all’interno di intere frasi, in questo modo, se l’utente scrive una frase, il chatbot potrebbe comunque comprendere di cosa ha bisogno e dare la risposta giusta. Si tratta della strada più rischiosa, perché non è detto che sia efficace al 100%.

L’altra opzione limita invece notevolmente il margine d’errore. È infatti il chatbot a suggerire all’utente un range di risposte tra cui scegliere. In alcuni casi si può persino scegliere di far dire all’interfaccia stessa che non vanno inserite frasi ma singole parole, nelle risposte.

Usa delle “cavie”

Meglio procedere per gradi: non gettare il tuo chatbot in pasto agli utenti, ma inizia col farlo testare da amici e colleghi, in modo da comprenderne subito i punti deboli e le opzioni da correggere, aggiungere o eliminare. Così facendo sarà più semplice migliorarlo nel tempo e renderlo più funzionale.

Bando alle ciance, in tutti i sensi

Ecco alcune brevi indicazioni per rendere efficaci i dialoghi del tuo chatbot:

Evita qualsiasi gergo e usa un linguaggio semplice e conciso.
– Non utilizzare pronomi specifici per il genere, in quanto non puoi sapere chi si trova dall’altra parte.
Prepara risposte spiritose per per argomenti non supportati dal chatbot, in modo che questo non appaia troppo distaccato. Altrimenti l’utente tenderà a lasciare la conversazione.
– Considera che potrebbero capitare domande come “mi racconti una barzelletta?” o  affermazioni come “fai schifo!”. Ti consigliamo di tendere alla simpatia e di preparare risposte divertenti a queste e altre frasi.
Aggiungi emoji, foto e altri supporti: è un ottimo modo per far emergere il tuo bot e renderlo più vicino agli utenti.

Rendi gli utenti attivi collaboratori

Ti abbiamo già consigliato di far testare ad amici e colleghi il tuo bot, tuttavia arriverà prima o poi il momento di farlo provare ai tuoi utenti. Fai in modo di chiedere un giudizio alla fine del servizio, tramite commenti o recensioni, per capire quanti e quali sono i punti da migliorare.
Dando un ruolo attivo all’utenza, questa si sentirà partecipe e non vedrà gli errori come tali ma come suggerimenti da darti.

Diffondi la notizia

Ci sei quasi, è tutto pronto ed è giunto il momento di comunicare a tutti dell’esistenza del tuo bot. Fai in modo che questo dica fin da subito in che modo può essere d’aiuto a chi lo contatta. Un buon modo per diffondere la lieta novella è senz’altro la condivisione e la promozione di post in cui annunci questo nuovo servizio.

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Che aspetti? Lanciati e… lancialo!

Ora che hai letto i nostri sei consigli, sei pronto per lanciare il tuo chatbot su Facebook Messenger. Non temere, non serve disporre di eccezionali doti da programmatore, per farlo. Esistono infatti delle piattaforme fai-da-te che fanno al caso tuo.

Chi sono i Top Social Influencer italiani del mondo Food?

Con il lancio del tool Social Influencer, che permette di identificare e analizzare i Top Influencer, Blogmeter ha inaugurato anche l’omonimo osservatorio, attraverso il quale vengono identificati i migliori social influencer all’interno di un determinato settore, mercato o in occasione di un evento.

In questa occasione la nuova edizione di Top Social Influencer ha messo sotto la lente di ingrandimento gli influencer italiani del mondo food più coinvolgenti negli ultimi 30 giorni. Nella classifica, guidata dalla metrica dell’engagement sui canali social degli influencer (Facebook, Twitter, Instagram e YouTube, ove presenti), compaiono i nomi non solo di food blogger, ma anche di celebrity, chef ad esempio, divenuti famosi e rilevanti sui social grazie al tema food.

infografica

A governare la Top 10 del mondo Food in Italia è la blogger Benedetta Rossi, alias Fatto in casa da Benedetta, che, con una media di sei post al giorno, è riuscita a generare in soli trenta giorni ben 3,1 milioni di interazioni sui suoi quattro canali social. Facebook e Youtube sono i canali dove si concentra la maggior parte dell’engagement, rispettivamente il 55% e il 43% delle interazioni, ma anche in termini di community Benedetta Rossi è risultata la migliore con una fan/follower base di 3,5 milioni di utenti, che si concentrano prevalentemente su Facebook (83%).

Al secondo posto troviamo un’altra food blogger, Chiara Maci che con circa sette contenuti al giorno riesce a ottenere 472 mila interazioni (l’83% su Instagram). La blogger, famosa anche sul piccolo schermo grazie a diversi programmi come #VitaDaFoodBlogger e Cuochi e Fiamme,  condivide sui suoi canali social non solo immagini dei suoi piatti, ma anche scatti della sua vita personale e della sua famiglia. Tra i post che più hanno appassionato gli utenti, spicca infatti una foto con il suo compagno Filippo La Mantia.

Completa il podio lo chef Antonino Cannavacciuoloche ha ottenuto un boom di interazioni il 13 giugno scorso, giorno in cui i suoi fan hanno commentato un suo post augurandogli un buon onomastico. Durante il periodo di analisi, il testimonial di pasta Voiello ha condiviso sui suoi canali Facebook, Twitter e Instagram solo 29 post (meno di uno al giorno), risultando il meno attivo del panel, ma nonostante questo ha ottenuto ben 367 mila interazioni, principalmente su Facebook e Instagram.

Le altre celebrities presenti in classifica

Le altre celebrities presenti in classifica sono Chef Rubio (330 mila interazioni) Iginio Massari (308 mila), Marco Bianchi (272 mila) e Joe Bastianich (229 mila). Quest’ultimo in particolare, risulta essere il terzo food influencer più seguito con 2,22 milioni tra fan e follower, dopo Benedetta Rossi e Antonino Cannavacciuolo, e sui suoi canali pubblica principalmente post legati al programma Master Chef Italia.

Per frequenza di pubblicazione spiccano invece due blogger. Innanzitutto, Valentina Boccia con il suo blog Ho Voglia di Dolce, quarta influencer più coinvolgente (357 mila interazioni), che ha pubblicato 439 contenuti (il 90% su Facebook), ottenendo un boom di oltre 42 mila interazioni con una ricetta di una torta al cioccolato.

La più attiva in assoluto è invece Valeria Ciccotti, in arte Vale cucina e fantasia, che durante il periodo di analisi ha postato una media 50 post al giorno (1600 totali) principalmente su Facebook e su Twitter. La contributor di Giallo Zafferano ha conquistato il settimo posto della nostra classifica con un engagement pari a 289 mila interazioni.

Dall’analisi emerge che se da una parte i blogger sono molto attivi sui canali social, postando principalmente foto e video di ricette e consigli di cucina, le celebrities, in particolar modo gli chef, hanno una content strategy più diversificata, in cui alternano contenuti sul mondo food ad altri legati alla loro vita personale e ai loro interessi, riuscendo ugualmente ad appassionare e coinvolgere gli utenti social.

Fashion Retail: l’ottimizzazione delle vendite attraverso l’Intelligenza Artificiale

Il mondo del fashion retail non è stato protagonista di particolari cambiamenti tecnologici negli ultimi decenni, se non per il click and collect con l’acquisto online e il ritiro in negozio.

Soprattutto nel campo della moda, sono da sempre i buyer a decidere cosa acquistare e proporre ai clienti per la prossima stagione, attraverso un mix di istinto e analisi dei trend. Gli stessi fattori influenzano poi l’allestimento dello store per individuare cosa debba andare dove.

Fashion Retail l'ottimizzazione delle vendite attraverso l'AI 01

Il fashion retail è arte e creatività.

I ritmi della moda sono diventati più serrati con tempi di produzione più veloci e immediata distribuzione, ma il segreto del successo nel fashion retail sta ancora nel concentrarsi sul prevedere le tendenze di stagione e cavalcare l’onda della moda.

L’applicazione dell’AI al Fashion Retail

Le vendite e le analisi stagionali sono i dati alla base dell’assortimento, ma siamo comunque lontani dall’utilizzo delle tecnologie emergenti nell’online shopping, come ad esempio:

  • Ottimizzazione creativa e dinamica nel remarketing
  • Navigazione ottimizzata del catalogo (menù, ordinamento, categorie)
  • Proposta dei prodotti correlati sulla base delle immagini, come il sito di Sunglass Hut’s che raccomanda modelli di occhiali visivamente simili a quelli precedentemente selezionati
  • Commercio conversazionale, come quello utilizzato dallo shop online di North Face che consiste nel chiedere agli utenti quale sia la loro destinazione e consigliare loro i giubbotti più adatti
  • Una figura di personal shopper virtuale come sul sito 1-800-Flowers, che pone domande agli utenti per suggerire loro il regalo più indicato

L’Intelligenza Artificiale potrebbe rappresentare una svolta nel mondo del fashion retail con l’ottimizzazione automatizzata dell’attività di vendita.

Le compagnie eCommerce con vasti cataloghi di prodotti (molto più numerosi di quanti ne possa contenere un negozio) sono brave ad ottimizzare le vendite proponendo agli utenti gli articoli che potrebbero essere più propensi ad acquistare.

Online Shopping

Questo è effettivamente lo stesso lavoro che fa un buyer o un retail analyst, ma l’apprendimento automatico può servirsi di preziosi data point quali l’aspetto visivo dei prodotti, i dati demografici degli utenti, la cronologia, il clima, il periodo stagionale, il prezzo e la descrizione del prodotto.

Perché allora l’approccio dell’apprendimento automatico non può essere applicato anche al mondo del retail? Gli algoritmi di auto-apprendimento creano segmenti geografici e considerano una serie di variabili nascoste per scegliere quali prodotti posizionare in store?

Ovviamente, l’aspetto di personalizzazione dell’eCommerce non può essere totalmente replicato in scala nel negozio, ma l’utilizzo di dati per migliorare l’attività di vendita può rivelarsi fondamentale per la gestione dei prezzi e delle giacenze di magazzino.

La previsione dei trend, online e offline

E se un computer potesse ingerire riviste di moda, feed di influencer Instagram, dati delle vendite forniti dal dettagliante e lo aiutasse a scegliere gli stili della prossima stagione?

Fashion Retail l'ottimizzazione delle vendite attraverso l'AI 3

La compagnia di analisi Edited ha creato un database consultabile di milioni di prodotti per ogni brand: questa banca dati può essere utilizzata per informazioni in merito a strategie di acquisto, strategie di prezzo dei competitor e assortimenti di prodotto.

Stylumia è un’altra compagnia che offre qualcosa di simile, esaminando immagini e dati non strutturati per comporre analisi dei trend.

Questo porterà certamente ad un futuro in cui l’eCommerce e i social media saranno una sorta di paradiso dei dati, consentendo ai brand di testare determinati prodotti e formulare la giusta pianificazione per i loro store.

Una volta integrati i dati dei clienti di una determinata attività, la tecnologia potrà diventare ancora potentissima.

La gestione dello store in mano all’AI

Sarebbe perfetto se informazioni in real time inerenti il clima, l’affluenza e le vendite potessero essere utilizzate per il retail. Il posizionamento nello store potrebbe anch’esso essere tradotto in dati e il tracking dei clienti nei diversi reparti potrebbe essere utilizzato per individuare i punti del negozio in cui i ci si sofferma maggiormente a dare un’occhiata, aggiungendo questi dati al mix algoritmico.

Fashion Retail l'ottimizzazione delle vendite attraverso l'AI 4

L’interrogativo clou è: esiste davvero qualcosa di più efficiente di un cervello umano esperto che non sia così costoso?

Forse, ma al momento i dati online sono più facili da gestire. Nella realtà offline, senza l’occhio di un Grande Fratello che osservi e capisca cosa stia avvenendo in store, il numero di variabili da considerare potrebbe essere proibitivo.

Più che lasciare all’AI l’incarico di ottimizzare le vendite in store, è plausibile che una tecnologia come quella offerta da Edited possa diventare maggiormente sofisticata ed essere utilizzata per aiutare i buyer umani ad incentivare le vendite, tagliando sui prodotti più “difficili”, evitando errori di budget ed accertandosi che l’assortimento di prodotti sia statisticamente “appetibile” per la vendita.

Come e perché il Native Advertising sta cambiando il modo di fare pubblicità online

Quest’articolo è stato scritto da Claudio Vaccaro, CEO di BizUp (agenzia di web marketing del gruppo Alkemy) e di UpStory e Docente del Master in Digital Marketing di Ninja Academy.

 

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Quando persino un manager di IAB (Scott Cunningham), riferendosi ai formati pubblicitari online è costretto ad ammettere che “We Messed Up” (abbiamo fatto casino), significa che effettivamente qualcosa nel digital advertising non va.

Sempre più critiche, sia lato domanda (brand/advertiser) sia lato offerta (editori/publisher online) si levano contro il tradizionale modello di display advertising, che tanto ha caratterizzato i primi 23 anni di pubblicità online (il primo banner infatti vide la luce nel 1994).

Il Presidente di Pepsi ha affermato che “odia i pre-roll” (gli spot pubblicitari che si inseriscono prima della visione di un contenuto video online, ndr), mentre il boss del principale centro media al mondo (Martin Sorrell di WPP) ha confutato l’essenza stessa del sistema di misurazione dell’advertising online, facendo intuire grosse “falle” nel modo in cui la pubblicità viene proposta agli utenti e soprattutto venduta agli inserzionisti.

La display advertising insomma sembra essere in crisi di identità, nonostante i passi da gigante fatti in questi anni sull’automazione e la scalabilità della compravendita (grazie al programmatic), che le hanno indubbiamente ridato slancio e vitalità.

Lo capiamo da diverse spie:

  • Siamo bombardati da pubblicità: l’utente è sempre meno attento e sempre meno propenso a “sorbirsi” un banner, aumentando i costi per “comprare” questa attenzione. Basti pensare che i CTR medi di una campagna display si attestano intorno allo 0,11% (un utente su mille clicca sui banner)
  • I formati pubblicitari display sono sempre più intrusivi e invasivi: come normale risposta al bisogno di catturare l’attenzione degli utenti, da un lato i brand optano per formati “rich media” (con animazioni, espansioni ecc…), dall’altro gli editori, spinti dalla necessità di monetizzare la propria inventory, infarciscono le proprie pagine web di pubblicità. Questo ha determinato una reazione degli utenti che in massa hanno installato software di Ad Blocking, bloccando la visualizzazione dei banner. Nel 2015 sono stati “bruciati” circa 41 miliardi di dollari a causa di questi software.
  • La viewability mette con le spalle al muro gli editori e network: perché come inserzionista dovrei pagare 100 impression per ottenere soltanto 50 impressioni realmente viste dagli utenti? (il tasso di viewability media dei banner è circa il 50%, ndr)
  • La brand safety non è garantita: gli investimenti in online advertising, che virano sempre più sul modello “programmatic” (macchine che comprano da macchine) presentano un rischio legato al controllo dei contesti in cui le impression vengono erogate, soprattutto in sui social network
  • I formati non sono ottimizzati per il mobile: nonostante il 60% del traffico di un sito provenga ormai da smartphone e gli utenti passino un terzo del loro tempo su schermi verticali (“Mobile is eating the world”, per dirla come Benedict Evans), i formati pubblicitari non si sono evoluti di conseguenza, mutuando erroneamente le stesse logiche del desktop (popup, Interstitial, overlay…). Questo ha generato negli anni scorsi un livello di monetizzazione ancora basso delle pagine mobile (i ricavi medi degli editori erano fino a poco tempo fa di 0,75$ per mille impression), oltre che naturalmente una maggiore frustrazione degli utenti.

Chi ha capito come reagire a tutto questo?

Lato domanda (advertiser), i brand hanno iniziato ad affrontare questi problemi dell’advertising online anni fa, puntando su forme di promozione più accettabili per l’utente perché di maggior valore. Content marketing, Branded content (video, infocontent, reviews, fotogallery…) e influencer marketing vengono sempre più spesso utilizzati come alternativa alla pubblicità tradizionale (nel 2019 raccoglieranno circa 54 miliardi di dollari di investimenti), generando maggiore attenzione ed engagement e riscontrando un tasso di fiducia degli utenti 7 volte superiore a quello della Display advertising. Inoltre i contenuti sono permanenti e grazie alla SEO catturano maggiore traffico nel medio lungo termine, anche a campagna conclusa.

Ma il content marketing presenta alcuni problemi:

  1. Ha alti costi di produzione e necessità di know how specifico
  2. È limitato rispetto a reach (copertura) e scale (ampiezza di pubblico), fondamentali per garantire i volumi necessari a raggiungere e convincere il target
  3. La diffusione “spontanea” non è controllabile

Lato offerta (editori, publisher e piattaforme), chi ha capito realmente cosa fare sono stati per primi i Social network. Forti della loro penetrazione e osservando il comportamento degli utenti su Mobile hanno capito che La pubblicità non avrebbe dovuto invadere lo spazio dei contenuti (a causa delle dimensioni degli schermi) e che invece avrebbe dovuto essere ottimizzata per l’orientamento verticale senza interrompere il flusso di navigazione (a scroll continuo).

Nel 2012 Facebook, anziché insistere sui classici formati display, ha lanciato un formato pubblicitario semplice ma rivoluzionario, lo sponsored post: questo formato presenta la stessa forma, dimensione e funzionalità (like, share) dei post prodotti dagli utenti, inserendosi nel flusso dei post del newsfeed senza interrompere la navigazione, seppur segnalato da una label di sponsorizzazione. Questa apparentemente banale novità ha portato i ricavi pubblicitari da Mobile di Facebook dal 12% al 75% sul totale in 5 anni.

I Social Network hanno indubbiamente trainato la nascita del Native “moderno” (anche se ci sono diversi precursori storici come gli annunci di Google Adwords e i recommendation Widget a fondo articolo), ovvero di annunci pubblicitari che:

  • Assumono la forma del contesto in cui sono inseriti
  • Ereditano la funzione della piattaforma in cui vivono (es: il like di Facebook)
  • Non interrompono la navigazione dell’utente
  • Sono rilevanti per l’utente che li visiona

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Ma la vera novità di questi anni è il fatto che i formati nativi a cui siamo abituati in contesti social (vedi Facebook, Twitter, Pinterest, Instagram, Youtube) grazie alle tecnologie sfornate dai player mondiali dell’ad-tech, possono essere acquistati anche in contesti premium, ovvero siti gestiti da editori i cui contenuti sono sviluppati da una redazione.

Per standardizzare questo mercato in rapida evoluzione, lo IAB (Internet Advertising Bureau, l’associazione che definisce gli standard pubblicitari), ha codificato 6 formati “nativi”:

  • In-Feed: annunci a pagamento inseriti nel listing di contenuti di un sito editoriale
  • Paid Search: annunci a pagamento inseriti nella pagina dei risultati di un motore di ricerca
  • Recommendation widget: annunci a pagamento che promuovono contenuti correlati ad un articolo
  • Promoted listings: annunci a pagamento inseriti nel listing di prodotti di un ecommerce o classified
  • In-Ad: contenuti inseriti all’interno di un formato pubblicitario standard (es: il 300×250)
  • Custom: iniziative speciali tailor made condotte da un brand autonomamente o in collaborazione con un editore (es: articoli sponsorizzati)

La maggiore critica che viene mossa a questa nuova forma pubblicitaria è quella di confondere l’utente, abbattendo il confine tra “Stato e Chiesa” (pubblicità Vs. contenuto). Obiezione lecita ma già smarcata dalla regolamentazione di IAB, che prevede di segnalare chiaramente qualsiasi contenuto sponsorizzato con una apposita etichetta (es: “sponsored by”, “advertisement” ecc…) garantendo la massima trasparenza.

Oltre a funzionare meglio della display advertising (vedi immagine seguente) e ad essere meglio “digerita” dagli utenti (in quanto meno intrusiva di altre forme pubblicitarie online), dal punto di vista dell’advertiser la Native Advertising è una tattica eccellente a supporto di una strategia di content marketing, uno strumento di amplificazione dei contenuti prodotti dal brand (ovvero i branded content).

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Per poter amplificare contenuti brandizzati e messaggi promozionali utilizzando i formati pubblicitari native, è possibile acquistare visibilità da editori o piattaforme tecnologiche in grado di attivare e gestire campagne. Possiamo dividere i player di questa industria in queste categorie:

  • Piattaforme pubblicitarie proprietarie di Social Network (es: Facebook, Twitter, Pinterest, Instagram, Youtube…)
  • Network pubblicitari che consentono di ottenere amplificazione su siti premium attraverso formati pubblicitari proprietari (es: Outbrain, Ligatus e Sharethrough a livello internazionale, in Italia UpStory e Quantum)
  • Grandi editori che offrono la pubblicazione di un contenuto sponsorizzato co-prodotto tra brand e redazione (es: Repubblica, Corriere, ecc…)
  • Piattaforme di influencer marketing che consentono la pubblicazione di un contenuto sponsorizzato o di video su influencer e blog verticali (es: UpStory, Mosaicoon, Buzzoole, Instabrand)

L’acquisto di queste campagne è possibile sia in reservation (classica vendita diretta dell’editore/network all’inserzionista) sia in programmatic, grazie al nuovo protocollo RTB 2.3 che ha consentito la standardizzazione delle creatività tra domanda e offerta, sebbene ancora non sia completa al 100%.

Nel 2018 si prevede che, solo nel mercato USA, gli investimenti in native advertising supereranno la cifra di 20 miliardi di dollari, segno di una sempre maggiore attenzione nei confronti di una forma pubblicitaria che si sta configurando sempre di più come la naturale evoluzione della display advertising.

>>> Di questi temi e di tanti altri aspetti e ripercussioni parleremo nel Master in Digital Marketing di Ninja Academy (formula Online + Digital Factory: a 60 ore di didattica online abbina un percorso pratico a Milano o Roma)!

 

Go native!

Scripta manent: quando la moda incontra i calligraffiti

di Silvia Scardapane

Una delle opere architettoniche più emblematiche della città di Roma ospita il più grande intervento urbano dedicato all’arte dei calligraffiti in Italia. Si tratta del Palazzo della Civiltà Italiana, esempio dell’architettura romana del XX secolo, da due anni headquarter della Maison italiana Fendi e recentemente incoronato dall’artwork dell’artista Pokras Lampas.

Pokras Lampas, di origine russa, combina la street art con numerosi progetti di design, performance e laboratori di condivisione creativa. Ha iniziato a dipingere in strada nel 2008, specializzandosi poi in composizioni calligrafiche contemporanee di grandi dimensioni e sperimentando l’incastro di forme e volumi anche in spazi interni. Nonostante la giovanissima età, Lampas è già un vero ambasciatore dell’arte calligrafica nel mondo, tanto da aver sviluppato una tecnica personale denominata calligrafuturismo (come da titolo della sua ultima mostra, allestita a Dubai).

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Negli ultimi anni la sua arte è arrivata anche in Europa, ma è nel 2015 che lo street artista è giunto alla ribalta grazie al calligraffito più grande del mondo realizzato su una enorme struttura nella città di Mosca. L’opera è visibile soltanto da un satellite o con il supporto di Google Earth.

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L’opera di Pokras Lampas a Mosca

Sul tetto dello storico edificio capitolino, invece, si estende per 1270 metri quadrati uno script dalle tonalità del giallo acido che, seppur nascosto agli occhi dei passanti e visitatori, vuole simbolicamente abbracciare il futuro della moda e dell’arte. Per l’occasione, Lampas ha utilizzato 550 litri di vernice, rulli e pennelli, ispirandosi a “F is For…”, la piattaforma digitale della Casa di Moda dedicata ai millennials.

Un vero messaggio di speranza quello lanciato dal brand nostrano, che si intensifica maggiormente a pochi giorni dalla scomparsa di Carla Fendi, grande amante dell’arte contemporanea proprio come le sue sorelle. Tuttavia, la necessità di coinvolgere gli utenti della generazione Y e di attingere al mondo della street art non esclude il bisogno della Maison di rendere omaggio al patrimonio artistico italiano, anzi al contrario lo ingloba, valorizzando con quest’opera una struttura storica che ora volge il suo sguardo anche al futuro.

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Nell’ultimo anno, come evidenziato in ulteriori case studies analizzati da Streetness, la calligrafia come esperienza estetica è ritornata nuovamente in auge. Ciò che evidentemente colpisce il pubblico non è solo la linea diretta con l’evoluzione delle lettere e il legame con il mondo del graffiti writing, ma anche la parte più poetica dell’operazione che ha lo scopo di valorizzare la scrittura nell’era digitale riscoprendo la stessa manualità che per secoli ha caratterizzato gli antichi amanuensi.

Possiamo affermare che, come nel XIII secolo nacque una vera e propria industria di professionisti del settore, così oggidì sono sempre più numerosi gli artisti che conquistano gli appassionati di arte urbana e mostrano la loro abilità eseguendo grandi opere e interventi non solo su parete ma ricoprendo finanche interi quartieri (come l’enorme intervento realizzato da El Seed).

È proprio il caso di scriverlo: anche quando si tratta di street artscripta manent!

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Google for Jobs: trova lavoro con l’aiuto di Google

Quante volte avrei cercato lavoro online? Quante volte ti sei chiesto da dove cominciare? Ecco, Google in questi giorni ha voluto offrire una risposta proprio a questi interrogativi.

L’obiettivo di Big G è semplice e il procedimento che si cela dietro questa novità lo è ancor di più! Google for Job è il nome utilizzato per indicare questa nuova feature che promette una vera e propria semplificazione nella ricerca di un impiego sul più grande motore di ricerca del pianeta, per l’appunto Google. Ma di cosa si tratta? Scopriamolo insieme.

Google for Job, una prevedibile novità

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Google for Job è una novità che stata lanciata in questi giorni negli USA, fruibile da mobile e da desktop , e che promette numerosissime novità. Ma procediamo per gradi.

Si tratta di un elenco di tutte le proposte di lavoro disponibili sul mercato. In cima ai risultati Google ci offrirà, ad ogni ricerca contenente delle keyword legate ad un settore di riferimento, un insieme di annunci che il motore di ricerca estrarrà non solo dai siti web, ma anche dai grandi network come LinkedIn, Monster e tantissimi altri portali dedicati.

Una bellissima novità che ha suscitato sin da subito un grandissimo entusiasmo non solo per la nuova feature, ma soprattutto per le numerose qualità del progetto. Infatti l’utente ha la possibilità, oltre che cercare con maggiore facilità l’annuncio lavorativo più idoneo alle proprie competenze, potrà anche applicare dei filtri per giungere ancor agevolmente al risultato sperato.

I filtri possono essere molteplici, come ad esempio la geolocalizzazione, ma tutti orientati alla semplificazione dell’intero processo.

Le inevitabili modifiche dell’algoritmo

Google for Job sembra essere una delle novità più interessanti di questi mesi. Un’innovazione già annunciata da Google verso la fine dello scorso anno e definitivamente attiva in questi primi mesi del 2017. Ma la domanda che tutti noi tecnici (e non solo) ci siamo posti dinnanzi ad una novità di questo genere e che ha scaturito anche a livello internazionale, è stata: quali saranno le consequenziali modifiche che saranno apportate all’algoritmo di Google? Ovviamente non si sa nulla di certo. E forse non lo si saprà mai.

Google ha confermato che ovviamente delle novità ci saranno. L’algoritmo sarà capace di estrarre gli annunci dai siti web, ordinarli ed introdurli nei risultati di ricerca evitando fastidiosi doppioni. Ma come farà ad ottenere tutto ciò?

Google ha esplicato due chiare modalità:

  1. Modificando ed inviando la nuova sitemap del sito web;
  2. Pubblicando dei Job Postings; 

Questi saranno gli strumenti che Google offre a tutti gli utenti interessati al progetto. Per saperne di più e per scoprire tutti i dettagli nello specifico, ti invitiamo a leggere la pagina con quale si annuncia il rilascio di questa nuovissima piattaforma.

Jaguar Land Rover cerca nuovi talenti attraverso la Gorillaz App e la tecnologia VR

Come si fa a trovare e reclutare i migliori talenti di un determinato settore? Semplice, sfidandoli sul loro stesso campo.

Questo è ciò che deve avere pensato Jaguar Land Rover nel momento in cui ha deciso di siglare una collaborazione con la virtual band Gorillaz. I due partner stanno collaborando per reclutare nuovi talenti dell’ingegneria con una sfida code-breaking che può essere trovata nell’app della stessa band, lanciata da pochi mesi.

La recruiting area all’interno dell’app propone un’ambientazione a 360 gradi del garage di casa della band, “popolato” anche da tutti i mezzi iconici che hanno caratterizzato il passato dei Gorillaz. I job seeker possono partecipare alla sfida a due step. Nel primo, progettato per educare i partecipanti rispetto ai benefici dei veicoli elettronici, è necessario assemblare la Jaguar I-PACE Concept. La seconda (e più impegnativa) parte del gioco è focalizzata invece su un task di cracking code in formato ARG (Alternate Reality Game).

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Una bella partnership che va verso il tema del digital & social recruiting: complimenti a Jaguar Land Rover per questa iniziativa!

Social network e piattaforme di messaggistica: come evitare lo spam

Quest’articolo è stato scritto da Roberta Rapicavoli, Avvocato esperto in privacy e diritto informatico & Docente del Master in Digital Marketing di Ninja Academy.

Sono milioni gli iscritti ai social network e numerosi gli utenti che utilizzano applicazioni di messaggistica istantanea cui poter proporre facilmente messaggi promozionali di vario genere.

Si pensi, ad esempio, alla pubblicazione di un messaggio commerciale sulla bacheca di un utente iscritto a Facebook o all’invio di una comunicazione promozionale tramite messaggio privato su Twitter o mediante applicazioni di messaggistica istantanea, come Telegram o Whatsapp.

Cosa occorre considerare prima di effettuare tali operazioni? Quali le regole da conoscere e rispettare per evitare di incorrere nello spam?

L’invio di messaggi promozionali richiede il consenso del destinatario

L’art. 130 del D. Lgs. 196/2003 (“Codice privacy”) prescrive l’obbligo di acquisire il consenso dell’utente o contraente per l’invio di comunicazioni promozionali tramite “posta elettronica, telefax, messaggi del tipo Mms (Multimedia Messaging Service) o Sms (Short Message Service) o di altro tipo”.

All’interno dei messaggi “di altro tipo” richiamati dalla citata disposizione rientra qualsiasi tipologia di messaggio inviato tramite i diversi strumenti offerti in ambito digital, tra cui, per quanto di interesse, anche le piattaforme di messaggistica (come whatsapp o telegram) o di social network (come facebook).

Ciò viene chiaramente indicato dal Garante privacy nelle sue Linee guida in materia di marketing del 2013, in cui l’Autorità stabilisce, che “i messaggi promozionali inviati agli utenti dei social network (come Facebook), in privato come pubblicamente sulla loro bacheca virtuale, sono sottoposti alla disciplina del Codice, e, in particolare, agli artt. 3, 11, 13, 23 e 130” e che “la medesima disciplina è applicabile ai messaggi promozionali inviati utilizzando strumenti o servizi sempre più diffusi tipo Skype, WhatsApp, Viber, Messanger, etc.”.

Pertanto, quando si pianifica o si svolge un’attività di marketing sfruttando le piattaforme di social network o di messaggistica, occorre ricordare che, per poter promuovere i propri prodotti e servizi attraverso la pubblicazione di post nella bacheca dell’utente o l’invio di messaggi diretti tramite gli strumenti messi a disposizione dalla stessa piattaforma, si rende necessario acquisire dal destinatario, previamente informato, il consenso espresso e specifico al trattamento dei dati per la finalità di marketing.

Eccezione alla regola del consenso per fan o follower

Nelle citate Linee Guida del 2013 però il Garante individua un’eccezione alla regola generale – che, come detto, richiede il consenso per l’invio di messaggi promozionali – stabilendo la possibilità di inviare, anche senza autorizzazione, comunicazioni promozionali all’utente che sia diventato “fan” della pagina di una determinata impresa o società oppure si sia iscritto a un “gruppo” di follower di un determinato marchio, personaggio, prodotto o servizio, purché dal contesto o dalle modalità di funzionamento del social network, anche sulla base delle informazioni fornite, possa evincersi in modo inequivocabile che l’interessato, diventando fan o follower, abbia voluto manifestare anche la volontà di fornire il proprio consenso alla ricezione di messaggi promozionali da parte di quella determinata impresa.

In base a quanto previsto nelle citate Linee guida non è però sufficiente che la comunicazione sia diretta a fan o follower, ma – come detto – occorre che possa evincersi “in modo inequivocabile” che l’interessato, diventando fan o follower, abbia manifestato il proprio interesse a ricevere comunicazioni promozionali.

credits: Depositphotos #15640275

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Come indicato dal Garante, il fatto che l’utente, avendo deciso di diventare fan o follower, abbia espresso in modo inequivocabile la volontà di rimanere aggiornato sulle offerte, attività e promozioni svolte, può evincersi “anche sulla base delle informazioni fornite”. Per tale ragione allora può essere utile gestire un Avviso – da inserire, ad esempio, nella policy relativa alla pagina facebook o all’interno di un DM su twittercon cui l’utente viene informato del fatto che, in quanto fan o follower, potrà ricevere comunicazioni promozionali o commerciali.

Resta inteso ovviamente che se il fan o il follower dovesse smettere di essere tale (perché decide di non seguire più la società o perché si oppone a ulteriori messaggi promozionali), il successivo invio di comunicazioni non potrebbe più considerarsi lecito. Occorre dunque prestare attenzione a tale profilo e verificare costantemente se l’utente continua a essere fan o follower o comunque se si sia opposto alla ricezione dei messaggi promozionali, dovendosi, infatti, altrimenti considerare illecita l’eventuale prosecuzione dell’attività di invio di comunicazioni promozionali nei suoi confronti.

Cambiamenti per l’invio di messaggi promozionali con la nuova disciplina europea di prossima applicazione?

Dal 25 maggio 2018 troverà applicazione il Regolamento europeo in materia di protezione dei dati personali (Regolamento UE 2016/679), che abroga la Direttiva madre 95/46/CE, ed è inoltre in fase di definizione il Regolamento che andrà ad abrogare la Direttiva e-privacy, da cui deriva, tra gli altri, anche l’art. 130 del nostro Codice privacy.

In base all’attuale proposta del Regolamento, che – come detto – andrà ad abrogare la Direttiva e-privacy, non sembra ci saranno modifiche in ordine alla necessità di acquisire il consenso per il trattamento di dati effettuato per finalità di marketing attraverso email o messaggi.

Pertanto, chi intende inviare comunicazioni promozionali tramite tali strumenti senza violare la normativa, dovrà proseguire a raccogliere il consenso, che continuerà a dover essere libero, specifico e informato – secondo le caratteristiche richieste anche nel Regolamento UE 2016/679, in cui lo stesso viene definito come “qualsiasi manifestazione di volontà libera, specifica, informata e inequivocabile dell’interessato, con la quale lo stesso manifesta il proprio assenso, mediante dichiarazione o azione positiva inequivocabile, che i dati personali che lo riguardano siano oggetto di trattamento” (cfr. art. 4 n. 11 del Reg. UE 2016/679).

 

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