Fare il salto di qualità negli analytics: dall’impostazione all’analisi dei dati

Quest’articolo è stato scritto da Gianpaolo Lorusso, Web Marketing & Usability Professional e docente del Master in Digital Marketing di Ninja Academy.

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Le domande più ricorrenti che mi fanno quando si affronta il tema dell’analisi dei numeri di un progetto web sono quasi sempre: cosa devo guardare? E perché?

La risposta a queste domande va in realtà sdoppiata considerando almeno due prospettive: l’impostazione del sistema (se non imposto bene il tracciamento delle visite, le azioni di conversione mancheranno o saranno difficilmente interpretabili gran parte dei dati raccolti); l’analisi dei dati (ovvero quali dati sono davvero importanti e cosa ci posso fare).

Cominciamo dai problemi di impostazione

Gran parte dei sistemi di rilevamento delle visite, tra cui Google Analytics (che è di gran lunga il più diffuso), sono basati su un pezzetto di codice che, una volta inserito nel sito, comunica ai server di big G una serie di dati sulle sessioni fatte dai visitatori.

Questi sistemi hanno 3 limiti che vanno considerati e che, in assenza di correzioni alle impostazioni standard, possono rendere i dati incompleti o illeggibili: corretta impostazione del codice di tracciamento; calcolo del tempo di permanenza sulle pagine e tracciamento multi-dominio.

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Cominciamo con la prima. Se il codice di tracciamento non è corretto (es. ID account sbagliato o versione sbagliata) o non è inserito su tutte le pagine nel punto giusto o non è richiamato da tutti i file scaricabili del sito, i nostri dati avranno dei “buchi”. Cioè una parte delle visite o delle azioni degli utenti del nostro sito non verranno mai registrati. Anche se tutto questo è impostato correttamente una parte del traffico del nostro sito variabile tra il 3 e il 10% non verrà comunque registrata o verrà registrata male per problemi di impostazioni privacy dei browser o sistemi di adblocking o problemi tecnici momentanei legati al sito. #sapevatelo 😉

Passiamo al calcolo del tempo di permanenza e dei tassi di rimbalzo. Il sistema registra quanto tempo un utente rimane su una certa pagina del nostro sito solo quando visita la pagina successiva o fa un’altra azione che noi abbiamo impostato di tracciare nelle nostre analytics. Quindi, il tempo di permanenza sull’ultima pagina vista (che può anche essere la prima e unica vista) è sempre pari a zero e verranno considerati rimbalzi tutte le sessioni con una sola pagina vista, indipendentemente dal tempo di permanenza dell’utente su quella pagina.

Tracciamento di più sottodomini. La gran parte dei sistemi di analytics sono pre-configurati per tracciare le visite di un solo sottodominio. Ciò è sufficiente nella maggioranza dei siti web. Se però io ho più sottodomini (es.: shop.nomedominio.it e www.nomedominio.it) oppure uso un gate di pagamento esterno (es.: PayPal), devo intervenire sulla configurazione di default perché altrimenti quando si naviga da un sottodominio ad un altro o quando si torna dopo il pagamento fatto sul sito esterno il sistema considera il visitatore come un nuovo arrivato e perde il riferimento alla fonte originale della visita, registrando come sito di entrata della sua sessione il nostro stesso sottodominio e non la sorgente effettiva della visita.

Inoltre, essendo impostato per lavorare su un dominio solo, ovviamente non registra per ogni pagina visitata il nome dominio completo, ma solo l’url finale escludendo il nome del sito.  Quindi se ho più sottodomini con pagine con gli stessi indirizzi (come ad esempio le home page dello shop e del sito principale) per il sistema quelle potrebbero essere registrate come visite alla stessa pagina.

Per ovviare a questo problema occorre fare due cose: 1) dire al sistema di analytics quali sottodomini devono essere considerati parte integrante del sito e 2) fare in modo che il sistema registri anche il nome del dominio (nome host) per tutte le pagine viste dall’utente.

Fatte tutte queste cose sono solo certo però che sto tracciando correttamente le visite, non sto ancora registrando quando gli utenti fanno qualcosa sul sito che pagherà il mio stipendio a fine mese 😉  Cioè, quando “convertono”, ovvero, comprano qualcosa online, mi contattano, si iscrivono alla mia newsletter, scaricano un doc o un file importante per me o fanno qualche altra azione che mi indichi un loro forte interesse per i miei contenuti.

Ci sono 4 modi diversi di tracciare le conversioni in Analytics e li troverai riassunti in questa infografica sul tracciamento delle conversioni.

credits: Depositphotos #37972733

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L’analisi dei Dati

Una volta impostato per bene il tracciamento di visite e conversioni, sei finalmente pronto per analizzare i dati. A questo punto ci sono ovviamente molte cose interessanti che si possono guardare.

Innanzitutto bisogna preliminarmente considerare che i numeri assoluti (es: numero di visite in un dato periodo) sono relativamente poco utili da guardare. È il confronto con il periodo precedente o, ancora meglio, con lo stesso periodo dell’anno precedente (in modo da evitare eventuali stagionalità) che mi dice se sto lavorando bene o male nella promozione del mio sito.

Fatta questa premessa, mi dovrò concentrare sulle 4 domande chiave che gli uomini si pongono da sempre: chi sono, da dove vengo, dove vado e, soprattutto, che ci vado a fare? 😉

È sorprendente come questi quesiti esistenziali siano stati addirittura tradotti nella struttura stessa del pannello di Google Analytics:

chi sono gli utenti > Pubblico
da dove vengono > Acquisizione
dove vado > Comportamento
che ci vado a fare >  Conversioni.

Ogni sezione ha moltissimi report utili per capire se la mia strategia promozionale sta funzionando, io suggerisco di partire da:

Come viene navigato il sito. Se, come è probabile, vedo che la gran parte del traffico viene da smartphone, dovrò fare in modo da ottimizzarlo soprattutto per quei dispositivi.

Quali sono le fonti principali di visite. Su quelle si dovranno infatti concentrare i miei sforzi di ottimizzazione e se imposto dei dati di tracciamento aggiuntivi, ovunque io possa farlo (es.: campagne Facebook oppure link sponsorizzati inseriti in PDF o email o supporti cartacei) potrei avere delle interessanti sorprese.

Quali sono i contenuti principali che portano visite al mio sito (pagine di entrata principali) e quali invece quelli che le fanno terminare (pagine di uscita).

E, infine, da dove vengono gli utenti che fanno le azioni di conversione importanti sul mio sito. Che è il vero scopo per cui ti ho tenuto qui a leggere questo post e l’unico modo per superare le opinioni e capire realmente dove ti conviene investire online.

Questa è la differenza principale tra un professionista del web marketing e uno che dice di esserlo.

Buone analytics e che il ROI sia con te!

 

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Social Media Brand identity

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Essere o non essere (presenti) sui Social? Ma il vero grande dilemma è: come fare branding sui Social Media?

Ecco una delle domande a cui daranno risposta Luca La Mesa e Filippo Giottomercoledì 19 luglio, dalle ore 13 alle 14, durante la Free Masterclass Come costruire un brand attraverso i Social Media – Contenuti, campagne e piattaforme per comunicare sul digitale.

Il Social Media Marketing rappresenta sempre di più una grande opportunità per le aziende. Le piattaforme social si trasformano in luoghi di sperimentazione di nuovi linguaggi, in un filo diretto che lega brand e consumatore. Dallo sport al banking, passando per il food e l’automotive, i brand cercano di comunicare la propria identità attraverso contenuti di qualità, rischiando però, qualche volta, di inciampare in un epic fail.

Luca La MesaTop Teacher Ninja Academy, e Filippo Giotto Social Media Manager Banca Mediolanum, entrambi docenti del Corso Online in Social Media Marketing, ci racconteranno, attraverso case study e trucchi del mestiere, come trasmettere i valori di un brand attraverso i contenuti social senza dimenticare gli obiettivi di vendita.

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Contenuti, campagne e piattaforme: cosa imparerai durante la Free Masterclass

Stories, chatbot, reaction… i professionisti del Social Media Marketing devono tenere la guardia sempre alta per essere reattivi ai trend e alle risorse digital. Durante la Free Masterclass potrai scoprire la forza di una vision strategica per la comunicazione social, attingendo all’esperienza di professionisti che ti forniranno una panoramica sugli strumenti e le nozioni essenziali per poter gestire un brand sui Social Media.

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Corso in Social Media Marketing
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Mercoledì 19 luglio dalle 13 alle 14

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Amazon Prime Day story: tutti i numeri delle prime due edizioni

Ci siamo, mancano poche ore alla partenza della terza edizione dell’Amazon Prime Day, evento istituito nel 2015 per festeggiare i 20 anni di attività del colosso di Seattle e riservato agli utenti abbonati al servizio Amazon Prime.

A partire dalle 18.00 di oggi e per 30 ore, Amazon metterà a disposizione dei suoi clienti più fedeli migliaia di sconti e offerte lampo su una vasta gamma di prodotti.

L’evento quest’anno sarà disponibile in 13 Paesi, (Stati Uniti, Regno Unito, Spagna, Messico, Giappone, India, Germania, Francia, Cina, Canada, Belgio, Austria e Italia).

Ma facciamo un passo indietro e guardiamo come sono andate le prime due edizioni dell’Amazon Pime Day, un evento destinato a diventare una delle consuetudini più attese dello shopping online insieme ad altri appuntamenti cult come Black Friday e Cyber Monday.

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Amazon Prime Day 2015 e 2016: un po’ di numeri

Se la prima edizione fornisce già numeri da capogiro – 35 milioni circa di prodotti venduti in 24 ore a livello globale, 298 prodotti ordinati al secondo con un picco massimo di 398, numero di ordini cresciuto del +266% rispetto allo stesso giorno dell’anno precedente e del +18% rispetto al Black Friday del 2014 -, la seconda edizione è riuscita a fare di meglio: +11% dei ricavi totali rispetto all’anno precedente. BOOM!

La vera forza di Amazon Prime Day, però, più che nei numeri sta nella capacità di far felice un pò tutti! Clienti, piccole aziende e imprenditori di tutto il mondo hanno visto i propri ordini crescere del +30%, anno su anno.

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Osservando questi numeri una domanda sorge spontanea: come vengono spediti questi prodotti? Chi gestisce le spedizioni?

Un altro spunto di riflessione interessante riguarda sicuramente la logistica. I “seller” preferiscono il “comfort” della logistica di Amazon (FBA – Fulfillment by Amazon) dietro il pagamento di una fee o organizzano le spedizioni in autonomia (MFN – Merchant Fulfilled Network)? Entrambe le soluzioni presentano risvolti operativi dotati di più sfaccettature ed ogni seller, quindi, pondera la scelta sulla base di valutazioni del proprio business, ma cosa ci dicono le statistiche?

Tra il 2015 e il 2016 pare che i venditori abbiano deciso di concentrarsi sullo sviluppo del business e sulle vendite, delegando ad Amazon le rogne logistiche. I ricavi generati dal servizio di logistica FBA sono aumentati del +33% a discapito del MFN che registra un -14%.

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Amazon Prime Day 2017: cosa aspettarci?

Greg Greeley, Vice presidente di Amazon Prime, alza l’asticella e vuole stracciare tutti i record:

“L’obiettivo è quello di rendere disponibili offerte per un numero record di acquirenti“.

Se il goal è quello di continuare a cavalcare il trend positivo che ha contraddistinto le prime due edizioni e conquistare un nuovo record di vendite, che tipo di offerte ci dobbiamo aspettare?

Amazon suggerisce di tenere d’occhio le offerte sul comparto TV! In progetto una delle sue più grandi offerte di TV con un livello record di inventario al pari della somma tra il Black Friday e il Cyber Monday.

Le offerte più hot delle scorse edizioni riguardavano i Kindle e presumibilmente anche per questa edizione vi è una buona probabilità che vengano riproposti sconti allettanti per queste categorie di prodotti: Kindle, Audiobook, Musica Illimitata e Prime video su tutti.

Negli ultimi anni inoltre, Amazon ha raddoppiato la produzione propria di hardware e indubbiamente questa sarà un’ottima occasione per comprare prodotti marchiati Amazon “a buon mercato”: Tablet Fire, gli speaker Echo smart e la selezione Amazon di Fire TV Stick e Set-Top box.

amazon prime day 2017

Qualche consiglio pratico per gli acquisti

L’offerta, se non si era ancora capito, è riservata soltanto agli abbonati al servizio Amazon Prime. Non sei abbonato? niente paura! È possibile iscriversi in qualsiasi momento, beneficiando oltretutto, dei 30 giorni gratuiti.

Prime, è bene ricordare, offre il trasporto gratuito e veloce di milioni di prodotti ed una fitta gamma di servizi che si continuano ad aggiungere: da Prime Now (solo a Milano) a Prime Foto per lo storage in cloud di foto e immagini, dalla ricezione di offerte in anteprima ad Amazon Original per seguire serie tv e film in streaming, da Amazon Pantry agli sconti di Amazon Famiglia, e tanto altro ancora. Tutto per appena 19,90 euro all’anno.

Aggiudicarsi le offerte più allettanti, ad ogni modo, non sarà semplice. Per questo vi suggeriamo alcuni consigli da tenere a mente prima e durante queste ore di shopping sfrenato:

  1. scarica l’app di Amazon Shopping sul tuo smartphone e abilita le notifiche “Offerte che segui e lista d’attesa”;
  2. accedi al tuo profilo Amazon, da subito, e inserisci tutti gli articoli di tuo interesse nella “Lista dei desideri”. Se questi saranno oggetto di sconti e promozioni sarai avvisato tramite una notifica;
  3. tieni d’occhio la pagina ufficiale dedicata al Prime Day. Potrai navigare tra le offerte che saranno organizzate per categorie e per interessi comuni agli utenti di Amazon;
  4. tieni presente che i tipi di offerte saranno due: Offerte lampo e Offerte del giorno. Le offerte lampo, hanno una durata limitata e per questo ti suggerisco di leggere bene il punto 5;
  5. se perdi un’offerta niente, don’t panic! Sfrutta l’opzione “Aggiungi alla lista”. Anche se il prodotto risulta esaurito, potrebbe succedere che un altro utente rinunci all’ordine e una notifica ti avviserà che quel prodotto è nuovamente disponibile;
  6. non commettere errori banali. Verifica la correttezza dei tuoi dati anagrafici, di spedizione ma soprattutto della tua carta di credito senza ridurti all’ultimo momento;
  7. sii veloce! Avrai a disposizione solo 15 minuti per confermare il tuo ordine prima che il carrello si svuoti!

Sei pronto allo shopping sfrenato? Manca davvero pochissimo, good luck!

Starbucks apre a Kyoto il primo locale in stile tradizionale giapponese

Quando l’originalità e le tradizioni di un luogo così affascinante come il Giappone incontrano un prodotto così comune e consacrato a livello mondiale, il caffè, simbolo di relax, di unione e condivisione, allora il risultato sarà sicuramente stupefacente! Amanti del caffè e della pace dei sensi, Starbucks ha aperto il primo locale in stile tradizionale giapponese, a Kyoto, il  30 Giugno.

Il primo Starbucks in stile tradizionale giapponese apre a Kyoto

La decisione deriva probabilmente dalla location, infatti  si trova proprio all’interno di un’ autentica casa giapponese, risalente circa a 100 anni fa, costruita secondo i dettami dell’edilizia popolare, in legno. Dall’esterno l’aspetto è ancora quello di una storica townhouse ed è situata precisamente nella via chiamata Ninenzaka che porta direttamente al famosissimo tempio Kiyomizudera, tempio buddhista, considerato patrimonio dell’umanità dall’UNESCO. Il design interno è rimasto intatto, il più possibile fedele agli spazi e arredi storici della struttura, come tributo all’architettura unica del Giappone. L’insegna non è quella super colorata che ci aspetteremmo. L’immagine iconica di Starbucks, è infatti impressa su un azzurro velo ‘Noren’ che si trova all’entrata della caffetteria. Al piano terra, si trova il bancone principale del bar e tre cortili, ciascuno con giardini in stile giapponese e alcuni tsukubai, bacini di pietra ed acqua utilizzati nei templi Buddisti per  purificarsi prima di accedere al tempio.

Il secondo piano, di 3000 metri, è diviso in tre stanze, in cui i visitatori dovranno togliersi le scarpe, rilassarsi e godersi il proprio caffè, seduti su cuscini ricoperti di seta prodotti nella regione di Tango. Inoltre ogni stanza ha un’alcova dove sono affissi dei rotoli in tessuto kimono, molto caratteristici.

In tutto il Giappone Starbucks conta più di 1000 punti vendita, ma ognuno di essi ha mantenuto uno stile di stampo internazionale ma stavolta il posto era davvero troppo speciale e l’idea è stata proprio quella di valorizzare la storia dell’edificio e le tradizioni della città. Quale sarà la prossima sfida di Starbucks? Intanto gustiamoci un caffè, in stile giapponese!

privacy

Deepmind di Google e NHS: violata la privacy di 1,6 milioni di pazienti britannici

L’Information Commissioner’s Office (ICO), l’organismo della Gran Bretagna che si occupa di tutelare la privacy, ha comunicato ufficialmente che l’accordo di collaborazione tra Deepmind e Royal Free National Health Security (NHS) Foundation Trust, nato per sviluppare una tecnologia in grado di diagnosticare preventivamente una patologia come l’infezione renale acuta(IRA) partendo dai dati clinici, deve essere rivisto: sarebbero, infatti, state messe in atto su “basi legali inappropriate” – come riferito dal National Data Guardian britannico –  le modalità adottate perché in violazione del Data Protection Act, una legge britannica del 1998 e ancora vigente per tutto ciò che attiene la protezione dei dati personali.

È, infatti, proprio l’accesso alle informazioni di circa 1,6 milioni di pazienti al centro dell’inchiesta dell’ICO e il modo in cui sono state gestite e utilizzate: in particolare, la NHS avrebbe fornito illegalmente i dati di pazienti a Google.

Leggi anche: La morale di AlphaGo di Deepmind e Lee Seedol

Privacy, i pazienti non sarebbero stati informati preventivamente

Le mancanze sarebbero di natura tecnica: i soggetti, infatti, normalmente sottoscrivono l’autorizzazione al trattamento dei dati per tutto ciò che è in relazione con le loro cure ma se le informazioni acquisite vengono usate per sviluppare un’applicazione di cui beneficeranno terzi, il consenso deve essere esplicito così come pure nel caso dell’effettuazione di una ricerca/sperimentazione. I pazienti, quindi, non sarebbero stati preventivamente informati sull’utilizzo del loro dati.

Elizabeth Denham, membro della commissione ICO, ha spiegato:

“Abbiamo chiesto alla NHS e a Google di impegnarsi per apportare modifiche ai moduli sottoposti ai pazienti, per informarli con trasparenza su come vengono trattati i loro dati. La legge sulla privacy non è una barriera all’innovazione, ma non può essere bypassata. Il prezzo dell’innovazione non deve essere l’erosione dei diritti fondamentali della privacy.”

L’ICO, infatti, se da un lato vuole ribadire il dovere di un’attenta gestione dei dati personali, dall’altra non vuole essere freno all’innovazione per cui ha richiesto ai soggetti coinvolti di adeguarsi alle norme, soprattutto in virtù della finalità positiva del contenimento di una patologia grave che soltanto nel Regno Unito provoca oltre 40.000 decessi all’anno, che potrebbero essere ridotti di molto con una diagnostica precoce.

Leggi anche: L’intelligenza artificiale aiuterà a prevedere i terremoti?

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Gli incontri online ai tempi delle app

C’è chi le usa per divertirsi, chi per cercare l’amore della vita, chi per passare il tempo, chi giura di non usarle ma viene beccato tra i match di Tinder. Le app di incontri online sono diventate un must have per i Millennial, e per quanto i single incalliti possano negarlo, l’impressione della sottoscritta (bestia rara fidanzata da anni che non le ha mai usate) è che sì, il digitale abbia cambiato il nostro modo di innamorarci, radicalmente. Ma è un bene o un male?

Ricordo ancora un tempo, davvero non troppo lontano a ben guardare, in cui i siti di incontri online erano praticamente un taboo, qualcosa di vagamente imbarazzante e sicuramente privato, di cui non si parlava se non con pochi intimi. Tempi in cui, a torto o a ragione, frequentare questi siti (che le app ancora erano lontane!) era da “sfigati”. Non c’è da sorprendersi che il creatore di quello che è stato probabilmente il primo sito di incontri online, Web Personals, fosse uno studente di ingegneria decisamente nerd che aveva problemi a conoscere ragazze all’università.

Prima ancora delle app di incontri online: dal bar ai social

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Il primo grande cambiamento nel nostro modo di conoscere persone nuove e instaurare relazioni (di qualsiasi sorta), sono stati i social networks. Chiariamoci: tutti coloro che sono stati ragazzini a cavallo degli anni duemila hanno avuto qualche “amico di tastiera” sui forum o sulle chat (sì, quelle con lo sfondo nero e le scritte colorate!), ma Zuckerberg ha rivoluzionato la vita di tutti i single introducendo due grandi evoluzioni: l’immagine del profilo e gli interessi.

Ovviamente, in quest’ordine: per cui la prima cosa che si vedeva e valutava era l’aspetto estetico (in fondo, questo succede anche nella realtà) e solo a seguire l'”affinità”. Che serviva sia per capire se puntare a una scappatella o una relazione, sia soprattutto per attaccare bottone con un perfetto sconosciuto su Facebook.

BOOM! La strada era aperta per una nuova era di incontri, online ovviamente.

Dal due di picche allo swipe sullo smartphone

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Veniamo ai giorni nostri: in metropolitana ci si guarda intorno e non è inusuale vedere persone che, sul loro cellulare, passano compulsivamente il dito da un lato all’altro dello schermo, finché, con un sorriso malizioso (per i più navigati, nemmeno quello), non fanno la stessa cosa invertendo la direzione. Allo stesso tempo, sempre più spesso le nuove coppie, davanti alla domanda classica “come vi siete conosciuti?”, rispondono senza troppi convenevoli di essersi incontrati sulla taluna o talaltra app di incontri online, talvolta giurando e spergiurando di averlo usato in quell’occasione per la prima volta (forse retaggio di quel vecchio taboo?).

Insomma, gli incontri online sono stati decisamente sdoganati negli ultimi anni, anzi sembrano diventati il modo principale di incontrare nuove persone ai tempi delle app. Questo, di per sé, non è assolutamente un male a mio modesto parere: come direbbe l’ideatore di Web Personals citato prima, aver reso mainstream l’uso delle app di incontri ha dato una grossa mano a tutti quegli animi timidi che, solo una generazione fa, combattevano con le unghie e con i denti per spiccicare parola con una ragazza (o viceversa), mentre oggi possono con un solo gesto del dito far conoscere il proprio interesse, passando la palla nelle mani dell’altro.

Match.com e Tinder, il dating online verso la quotazione in Borsa

Il classico Tinder, che ormai è un must delle app presenti in tutti gli smartphone quasi al pari di WhatsApp e Spotify, è solo la punta dell’iceberg, ed è forse quello preso meno sul serio proprio per la popolarità che ha ormai raggiunto. Ho assistito a conversazioni sull’opportunità o meno di inserire foto con un animale in braccio per ottenere più cuori su Tinder, e questo la dice lunga sulla trasparenza e l’onestà dei collegamenti che si possono fare.

Molto più specifico e utile, ad esempio, è Happn, che realizza il romantico sogno di incontrare di nuovo il bellissimo sconosciuto con cui si sono incrociati gli sguardi camminando per strada. Geniale, sia perché molto più attraente dell’idea dietro molte altre app di incontri, sia perché aumenta le probabilità di avere qualcosa in comune con lo sconosciuto in questione oltre a dei generici interessi – la via di casa, la palestra, il luogo di lavoro… chissà, bisogna solo chiedere!

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Oppure il futuristico Dating AI, che permette di cercare l’anima gemella che più somigli al nostro attore o cantante preferito, in base ad un algoritmo di confronto facciale basato sulle immagini: il sogno di ogni ragazzina che ha avuto una cotta per il suo idolo famoso, insomma. Ma potenzialmente utile anche per proteggersi da spiacevoli inconvenienti alla Catfish, visto che in un mondo di incontri online è facile utilizzare l’identità di qualcun altro.

A questo proposito, forse con un po’ di sessismo implicito, molte app hanno deciso di mettere il potere decisionale completamente nelle mani delle donne: è il caso di Bumble, per esempio, che si pone come lo strumento di incontri online anti-importuno per il gentil sesso. Ma se queste app vi ricordano il fare la spesa al supermercato, c’è anche chi ha puntato tutto sulla “qualità” degli incontri proposti e sull’unicità invece che sulla quantità, come Once, che propone un match (e solo uno!) appositamente scelto al giorno, perfetto esempio di slow-dating.

Fino agli incontri offline tramite app

Ma il fenomeno va al di là delle sole applicazioni o siti di incontri online, visto che il digitale ha ormai investito in toto la nostra capacità di incontrare persone nuove. Anche chi orgogliosamente si professa “astemio” di app di incontri spesso è un assiduo utilizzatore di altri tipi di app, che anche se non finalizzate all’incontro amoroso, sono comunque un mezzo digitale che utilizziamo per conoscere altre persone.

Mi vengono in mente coppie che si sono innamorate (o quantomeno frequentate) grazie a Blablacar, Airbnb, Gnammo o altre app di sharing economy (che a quanto pare non serve solo per viaggiare), bellissime esperienze assolutamente reali che però nascono da incontri che non ci sarebbero mai stati se non fosse stato per il digitale.

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Ci sono poi tutta una serie di siti e app che si pongono un po’ nel mezzo, a metà tra una app di incontri online esplicita e una “funzionale”, finalizzata alla condivisione e all’apertura. La nuova moda delle feste a casa di sconosciuti, organizzate e trovate tramite app come Situa o la nostrana ComeHome, è l’esempio perfetto di quanto il nostro modo di conoscerci sia sempre più filtrato dal digitale, tramite algoritmi sempre più sofisticati o la creazione di occasioni sempre più diversificate per ogni esigenza. Insomma, sicuramente stiamo diventando sempre più social, ma siamo anche davvero più sociali?

Rischiamo il binge-swiping?

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Che tutto questo sia un bene o un male non è dato sapere e se, come sostenuto prima, questi sistemi hanno effettivamente aiutato a trovare l’amore con maggiore facilità orde di cuori timidi e solitari, dall’altra parte ci espongono a rischi maggiori, ci spingono a strumentalizzare l’altro, e rischiano addirittura di infilarci in pericolosi circoli viziosi da cui sarà difficile uscire. Sì, perché se ci abituiamo a fare binge-swiping di persone come facciamo binge-watching di serie TV, la dipendenza è dietro l’angolo.

E se da una parte conosco tante persone che si sono incontrate grazie alle app di incontri online, ne conosco altrettante (o forse di più?) che si sono lasciate a causa di queste. A volte perché si cerca una fuga dalla routine; altre volte, purtroppo, perché non si è in grado di apprezzare un incontro nella vita reale, e si cade più facilmente nella tentazione dello swipe. Che sia anche questa una droga?

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Mobile Marketing: i primi passi da compiere per lanciare un’app

State pensando di realizzare un’applicazione mobile?

Senza dubbio quando ci si avvicina al mondo del mobile marketing per la prima volta le domande alle quali si cerca di dare una risposta sono numerose: quali sono i punti di forza dell’idea che si sta realizzando? Qual è la giusta strategia di comunicazioneda intraprendere per lanciarla sul mercato? Che reazioni avranno gli utenti rispetto ad un’app?

Vediamo di trovare alcune risposte a quelli che sono i dubbi iniziali più comuni che vi aiuteranno a costruire un’app di successo.

Si ha un’idea:da dove iniziare per realizzarla?

Quando si decide di mettersi in gioco e progettare un’app il primo step da compiere è quello di  mettere nero su bianco l’ idea nel modo più chiaro possibile, cercando, con l’ausilio di appositi tool di realizzare un prototipo di quella che dovrebbe essere la piattaforma.  Una volta definiti i dettagli e le esigenze è necessario cercare un’azienda che progetti e sviluppi l’app.

L’app sarà apprezzata dagli utenti?

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Per capire se il proprio target di riferimento è potenzialmente interessato ad un’ applicazione mobile, non aspettate di realizzare l’app totalmente con tutte le feature progettate,  iniziate con il lanciare una versione beta per testare l’effetto che ha sul pubblico e capire se questo è disposto ad acquistare il  prodotto.

Applicazione scaricabile gratuitamente o a pagamento?

Per raggiungere il successo desiderato è necessario sin dall’inizio avere chiaro il proprio modello di business, non bisogna lasciare nulla al caso, ma studiare e pianificare la propria strategia in modo preciso e dettagliato definendo qual’è la strada da percorrere per monetizzare.

L’app è pronta, qual è lo step successivo?

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I prodotti non si vendono da soli, è necessario che ci sia un piano di comunicazione per renderli noti al pubblico , stesso discorso vale per le applicazioni mobile.

Una volta realizzata un’app è fondamentale pianificare una strategia di marketing con l’obiettivo di raggiungere gli utenti in target.

Essere presenti sugli store non è sufficiente, di certo può dare una discreta visibilità  ma non basta se si vuole fare della propria applicazione mobile un business.

Come far conoscere la propria applicazione?

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Per il lancio della vostra app come già detto è necessario programmare una strategia di  ben definita,  tenendo presente che le recensioni del vostro prodotto da parte di blogger di settore , i social network e il passaparola sono canali indispensabili da integrare nel vostro piano.

Un elemento da non sottovalutare sono le recensioni  lasciate dagli utenti sugli store,  lavorate doppiamente per evitare che quelle negative diventino sempre meno se non del tutto inesistenti.

Avete altre domande o esperienze da condividere legate al mondo delle app e del mobile marketing?

Mogees, la startup che cambia il modo di fare musica

È Bruno Zamborlin il CEO che ha parlato con noi della sua startup, con sede a Londra, che sta rivoluzionando il mondo della musica e della composizione musicale rendendola sempre più personalizzata e personalizzabile, pensando a chi ama esprimersi in note.

Mogees è il suo nome e machine learning la sua natura.

Scopriamo da vicino chi sono Bruno e Mogees, i veri rappresentanti dell’interazione uomo-macchina.

Trasformare il mondo in musica. Da quale percorso nasce questa visione?

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Il mio background è quello del ricercatore informatico che, accompagnato dalla passione per il machine learning applicata alla musica, ha dato vita alla mia voglia di lavorare sulle nuove tecnologie che rendano possibile una democratizzazione della musica attraverso uno strumento piccolo, tascabile, ma quanto mai efficace.

Ecco che nel 2013 ho lanciato la prima campagna su Kickstarter con protagonista Mogees, un piccolo sensore in grado di convertire le vibrazioni dell’oggetto/materiale sul quale viene posto, in musica. Una la caratteristica importante: Mogees può essere estratto quando si è ispirati e in ogni contesto per permettere agli utenti di tornare ad interagire con gli oggetti.

Il fatto che Mogees sia un dispositivo basato sul machine learning vuol dire che chi lo utilizza per creare musica gli può “insegnare” che suono riprodurre a contatto con un determinato materiale o in base alla percussione che esercita su di esso.

Insomma, sono riuscito a raggiungere il mio obiettivo: creare una musica democratica, perché tutti possono suonare con Mogees.

Qual è il vostro target? A chi pensate di arrivare con Mogees e come?

Mogees è per tutti: dj o artisti professionisti, ma anche bambini, studenti e amatori. Proprio per questo, però, abbiamo deciso di creare diverse app, ognuna adatta alle esigenze dei nostri diversi pubblici.

In particolare per i professionisti abbiamo lanciato sul mercato MOGEES PRO, venduto tramite Amazon o negozi musicali, che, tra l’altro, è stato il progetto con il quale abbiamo ottenuto il primo assoluto milione di sterline di finanziameto nel 2013 grazie alla nostra prima campagna di Kickstarter. Pensate che siamo riusciti a vendere circa 2.000 pezzi in un mese grazie a questa prima iniziativa.

Per gli amatori e soprattutto per bambini, famiglie ed insegnanti, il prodotto si chiama MOGEES PLAY che punta tutto sul gioco e all’applicazione del nostro sensore in ambito anche gaming.

Quello che davvero ci contraddistingue è la caratteristica insita del nostro progetto: la volontà e la realtà di aver creato una machine learning semplicissimo da programmare da parte dell’utente.

Come funziona Mogees? Posso davvero far suonare qualunque oggetto?

Mogees è un piccolo sensore applicabile a qualunque oggetto e in grado di riprodurre i suoni che voglio una volta captate le vibrazioni dell’oggetto da me percosso o sfiorato, o con il quale sto semplicemente interagendo.

L’elaborazione delle vibrazioni in suoni avviene tramite il collegamento dello stesso ad uno smartphone o tablet e l’utilizzo di una app in grado di permettere all’utente di programmare Mogees per la riproduzione di suoni determinati: ogni gesto che compio è un suono che varia a seconda del materiale di cui è composta la superficie su cui Mogees viene applicato.

A me piace dire che Mogees è “un meta-strumento” ossia uno strumento per fare altri strumenti, in questo caso musicali, e, sì, posso suonare davvero qualsiasi superficie riproducendo di volta in volta un suono differente, come ci ha dimostrato un DJ giapponese coinvolgendo durante un concerto il suo pubblico, che poteva suonare un albero grazie all’utilizzo di Mogees e partecipare pro-attivamente alla melodia suonata.

Quali possono essere gli sviluppi di Mogees in ambito didattico e formativo?

MOGEES 4

In ambito didattico è già in corso un progetto Europeo, chiamato “Erasmusic” che vede protagonisti i bambini di cinque differenti nazioni europee quali: Francia, Spagna, Finlandia, Repubblica Ceca e Olanda.

Il potere ludico e istruttivo di Mogees permette loro di imparare a suonare, sviluppando la loro creatività e insegnando le basi di ritmo, melodia, velocità, ecc., e a diventare piccoli compositori! Inoltre, questo metodo di apprendimento, permette ai bambini di sviluppare le capacità di attenzione, di apprendimento e il loro spirito di iniziativa, nonché a lavorare in team e a sviluppare le skills di comunicazione, fondamentali in qualsiasi ambito e a qualsiasi età!

Cionondimeno, offre loro la possibilità di assumere già familiarità con il machine learning, ambito che farà da padrone agli oggetti del prossimo futuro. Chiunque può suonare, perché Mogees abbatte le barriere del dover studiare approfonditamente musica prima di poter dare spazio alla propria creatività.

Per esempio, grazie alla nostra ultima App: MOOGES MAESTRO, i bambini possono imparare gli inni delle altre nazioni e questo favorisce sia l’aspetto formativo di conoscenza delle altre culture, sia il sentirsi integrati a livello globale.

L’evoluzione di Mogees è stata importante e rapida, quali sono i programmi per il futuro?

Noi siamo partiti nel 2013 e da allora abbiamo ottenuto 3 milioni di sterline di finanziamento in tre round diversi, abbiamo attirato l’attenzione di artisti e dj, oltre che di grandi brand come FIAT e Mazda, che hanno voluto utilizzare la tecnologia di Mogees in diversi spot pubblicitari, permettendoci un lancio sul mercato affiancato a nomi già conosciuti.

Recentemente anche l’inventore di Guitar Hero ci ha preso sotto la sua ala annoverandosi tra i nostri distributori USA.

I nostri progetti per il futuro? Guardano al B2B ed in particolare alla creazione di un chip integrato che permetta a Mogees di funzionare senza bisogno di telefono o computer.

L’idea è quella di creare uno strumento altamente tecnologico, ma dalle forme piccolissime, che permetta a tutte le aziende di inserire il nostro micro-Mogees all’interno dei loro prodotti e permettere quindi un’interazione più attiva tra l’utente e l’oggetto.

Abbiamo già avuto qualche offerta, ma non vogliamo sbilanciarci 🙂

Google AdSense Native Ads

Google introduce i Native Ads su AdSense

In un post sul blog ufficiale, Google ha appena annunciato l’introduzione dei Native Ads per AdSense.

Si tratta di una suite di formati di annunci progettati per adattarsi all’aspetto del sito che li ospita, fornendo così una migliore esperienza utente ai lettori e massimizzando il potenziale di interazione con l’annuncio stesso.

La caratteristica principale del native advertising, infatti, è proprio quella di inserirsi in modo naturale nel contesto, senza creare disturbo al lettore e quindi garantendosi una maggiore possibilità di interazione con l’annuncio stesso.

Google AdSense Native Ads

In-feed, In-article e Matched: ecco i nuovi formati di Native Ads di AdSense

I Native Ads di AdSense sono disponibili in tre categorie:

  • In-feed
  • In-article
  • Matched (disponibili solo per alcuni editori)

I tre tipi di annunci possono essere utilizzati contemporaneamente o singolarmente e sono progettati per offrire questi vantaggi:

  1. una migliore esperienza utente, adattandosi naturalmente al sito e utilizzando elementi pubblicitari di alta qualità, come immagini ad alta risoluzione, titoli e descrizioni più lunghe, per offrire un’esperienza più attraente per i visitatori;
  2. un bel design su tutti i dispositivi e gli schermi: gli annunci sono costruiti per sembrare perfetti su dispositivi mobili, desktop e tablet;
  3. facilità di utilizzo con strumenti di editing facile da usare che aiutano a rendere gli annunci ottimizzati per ogni diverso sito.

Disponibili per tutti gli editori, gli annunci In-feed sono altamente personalizzabili, e possono essere inseriti in feed come liste degli ultimi articoli, elenchi di prodotti, e così via, per abbinare al meglio l’aspetto del contenuto al feed e offrire nuovi luoghi in cui mostrare gli annunci.

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Gli annunci In-article sono ottimizzati da Google per aiutare a inserire annunci perfetti tra i paragrafi delle pagine del sito. Anche questa tipologia di ads utilizza elementi pubblicitari di alta qualità e offre un’ottima esperienza di lettura ai visitatori.

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I Matched Ads sono disponibili solo per gli editori che soddisfano i criteri di ammissibilità: il contenuto corrispondente (Matched) è uno strumento di raccomandazione per i contenuti che aiuta a promuovere i contenuti del sito ai visitatori per aumentare i ricavi, le visualizzazioni di pagina e il tempo trascorso sul sito.

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Per attivare i Native Ads di AdSense è sufficiente:

  • accedere al proprio account AdSense
  • fare clic su “I miei annunci” nel menu di sinistra
  • cliccare su “Aggiungi nuova unità pubblicitaria”
  • selezionare la categoria di annunci: In-article, In-feed o Matched

E tu cosa nei pensi dei nuovi formati di annuncio nativi di AdSense? Sei pronto a testarli?