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Orion, Caser Seguros e Hyundai: i migliori annunci stampa della settimana

Il lunedì non può più essere davvero lunedì senza assaporare insieme i migliori annunci stampa della settimana appena trascorsa. E anche oggi non potevamo lasciarti a digiuno di ispirazione!

Con un pizzico di ironia, attenzione alla coerenza tra messaggio, supporto visuale e design, ma anche un po’ di impegno sociale, tutti i brand di questa settimana ci hanno colpito con la creatività delle loro pubblicità sotto diversi aspetti: scopriamoli insieme!

Cité de l’architecture et du patrimoine – 10 years celebration

In occasione dei suoi 10 anni, la Città dell’Architettura (il famoso museo dell’architettura a Parigi) ha pubblicato una nuova campagna pubblicitaria per annunciare l’evento. L’idea è quella di mostrare una serie di persone che celebrano questo anniversario negli edifici di architetti o in luoghi o monumenti famosi. Diverse epoche e stili architettonici sono stati selezionati per mettere al centro anche in questo caso l’arte, il design e l’architettura.

Villa Savoye di Le Corbusier – 1928, Petit Trianon In versailles di Ange-Jacques Gabriel – 1762, Cocteau Museum di Rudy Ricciotti – 2011 e Franklin Building di Auguste Perret – 1903, tra gli edifici utilizzati in questa serie di annunci stampa.

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Advertising Agency: Havas, Paris, France
Creative Director: Christophe Coffre
Art Director: Nicolas Harlamoff
Photographer: Jean-Philippe Mesguen

Orion – Don’t try this at home

Dall’eleganza degli annunci precedenti ad un tono di voce completamente diverso: quello di Orion, che parla con ironia dei propri sex toys. Perché rischiare, insomma, se si può scegliere qualcosa di assolutamente adatto e già testato?

Enjoy!

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Advertising Agency: Lukas Lindemann Rosinski, Hamburg, Germany
Chief Creative Officers: Arno Lindemann, Bernhard Lukas
Creative Director: Tim Hartwig
Art Director: Yushu Mose Zopf
Copywriter: Martin Gillen
Junior Art Directors: Elena Cernjatinskaja, Tobias Glatz
Photographer: Reinhard Hunger

Regione Lazio – Unscary Winter

La Regione Lazio si è affidata a Superhumans per la campagna di comunicazione sui vaccini anti-influenzali di quest’anno. I mostri e gli animali più paurosi legati all’inverno e al freddo diventano  inoffensivi compagni di gioco per le persone più a rischio che decidono di seguire questa profilassi.

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Advertising Agency: Superhumans, Rome, Italy
Creative Directors: Luca Albanese, Francesco Taddeucci
Art Director: Federico Angelieri
Copywriter: Barbara Bigi
Photographer / Post-Production: Davide Bellocchio
Account: Flavia Di Lena

Caser Seguros – New Technology

La compagnia di assicurazioni spagnola è già un passo avanti e pensa a quali saranno i rischi legati alle nuove tecnologie, mostrandoci con Saatchi & Saatchi una carrellata di tutti gli incidenti domestici di cui potremmo essere vittime in futuro. Una serie di buoni motivi in più per assicurarsi anche nei prossimi 75 anni!

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Advertising Agency: Saatchi & Saatchi, Madrid, Spain
Creative Director: Lucas Cambiano
Art Director: Leandro Bordoni
Copywriter: Hernan Gonzalez
Account: Luis Muñiz, Eva Poyato
Production: Blur
Director: Martin Jalfen
Sound Production: Beat Music
Photographer: Jesus Alonso

Hyundai – Breast Cancer

Puntando l’attenzione sul recente decreto che permette alle donne di guidare in Arabia Saudita, e collegando l’evento al mese della prevenzione per il cancro al seno, il team creativo di FCB ha realizzato per Hyundai una campagna tutta al femminile.

Ciò che viene sottolineato è l’importanza della sicurezza e della prevenzione in ogni ambito della vita quotidiana delle donne: allacciare le cinture, in pratica, diventa l’equivalente di una diagnosi precoce. Così Hyundai vuole dare il suo contributo all’emancipazione femminile nella società araba.

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Advertising Agency: Horizon FCB, Jeddah, Saudi Arabia
Creative Director: Sari Qablawi
Art Director: Ronald Quintos
Copywriter: Akram Najar
Additional Credits: Mohammad Ayoubi, Moutaz Jad, Rabih Houry

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E tu cosa ne pensi degli annunci di questa settimana? Facci sapere quale ti è piaciuto di più sulla nostra pagina Facebook!

Manager, star o milionari, chi comprerebbe la nuova Roadster di Elon Musk?

Una presentazione in pieno stile Tony Stark, per un prodotto inatteso in casa Tesla, la nuova Roadster 2020, che anche nei colori richiama la scintillante armatura robotica di Iron Man.

Oltre ad aver presentato i suoi nuovi semiarticolati, i veicoli pesanti attesi già da tempo, Tesla ha incluso nel suo fantastico show live dello scorso fine settimana anche l’entrata in scena del nuovo modello di sportiva. Secondo Elon Musk sarebbe l’auto di serie più veloce mai prodotta, con una accelerazione di soli 1,9 secondi da 0 a 60 e di 4,2 secondi da 0 a 100.

Con queste caratteristiche tecniche ed un prezzo davvero economico per essere una supercar, qual è il vero target della nuova sportiva di casa Tesla?

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Quanto costa, com’è fatta e cosa può fare la Tesla Roadster

«Questo è il modello base», ha detto Musk, che ha proseguito spiegando che la velocità massima di questo nuovo modello è di 400 Km/h, con una batteria in grado di percorrere fino a 1.000 Km in autonomia. Tutti dati che inseriscono la sportiva di Tesla tra le più economiche delle supercar con caratteristiche equivalenti.

Venduta al prezzo di 200 mila dollari, la nuova Roadster promette di essere la sportiva più veloce di sempre, insomma, ma anche la più economica. Senza contare che parliamo sempre di un veicolo elettrico.

Solo per fare un esempio, una supercar come la Lamborghini Aventador S è venduta a più del doppio del suo prezzo. Mentre la McLaren P1, l’autovettura sportiva ad alimentazione ibrida sviluppata da McLaren nel 2013, capace di un’accelerazione da 0 a 300 Km/h in soli 17 secondi, era venduta a oltre 1 milione di euro.

Un’auto, la Roadster, presentata accanto ai due nuovi camion di Tesla più per creare stupore e sorpresa con le sue linee accattivanti e sportive, generando ulteriore clamore intorno all’evento di presentazione dei nuovi veicoli Semi Tesla. E per questo proposta al pubblico con un’entrata in scena spettacolare all’interno dell’hangar in cui si è svolta la presentazione.

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Musk ha perfino offerto la possibilità di provare la nuova Roadster a chiunque depositasse 50 mila dollari di anticipo per l’acquisto una volta che la macchina sarà in produzione e naturalmente alcuni fan hanno subito colto al volo l’occasione.

Il lancio è previsto per il 2020 e, grazie al referral program di Tesla, alcuni fortunati possessori di auto della casa potranno ricevere gratuitamente una delle mille Roadster Founders Series, la versione a tiratura limitata da 250 mila dollari.

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Giovane (e con tanti soldi), l’identikit del potenziale acquirente

L’archetipo del proprietario di una Tesla è cambiato nel corso del tempo e con il modificarsi dei modelli prodotti dalla casa automobilistica. Se fino a qualche anno fa l’acquirente tipo a cui pensava Tesla per la suo Model S viveva in California (area geografica particolarmente sensibile a temi come l’attenzione all’ambiente, oltre che molto ricca) e guadagnava più di 100 mila dollari all’anno, oggi, anche grazie all’emergere di un mercato dell’usato per le Tesla, gli acquirenti sono più giovani, guadagnano meno e non sono necessariamente star di Hollywood.

Secondo un’analisi condotta qualche anno fa dalla piattaforma per la vendita di auto Edmunds.com, la base clienti di Tesla si era già estesa ad un mercato di massa, strategia confermata anche dal tanto discusso Model 3 di Tesla, di cui la società aveva anticipato a luglio un tasso di produzione di 20.000 auto al mese entro la fine di dicembre, ma di cui finora sono stati prodotti solo 260 veicoli.

Se è soprattutto il mercato dell’usato in espansione per Tesla, come dimostrano i dati raccolti anche in Florida, a Washington, in Texas, nel New Jersey, in Arizona e Nevada, è chiaro che il target a cui Musk vuole rivolgersi anche con la sua New Roadster, non è lo stesso degli acquirenti di una Ferrari, di una Bugatti o di una Lamborghini, ma si lega più a quello di BMW o Mercedes.

Anche in questa fascia di automobili, infatti, Tesla pensa ad un pubblico più giovane, pronto a sperimentare qualcosa di nuovo in nome di un brand che è innanzitutto espressione di valori condivisi come ricerca tecnologica, scelta dell’elettrico per la mobilità, visione a lungo termine di nuovi standard grazie alla diffusione delle stazioni di ricarica superveloci. Giovani manager e star del cinema che abbracciano questa filosofia, piuttosto che appassionati di grandi motori e design raffinato, disposti a spendere anche cifre da capogiro per avere in garage una Testa Rossa.

La New Roadster è bella e accattivante nelle linee sì, ma non sembra avere ancora molto a che fare con l’artigianato di lusso tipico del Made in Italy. Di questo Musk è consapevole e lo riflette nel prezzo della sua supercar: velocissima per dimostrare tutto il potenziale delle batterie elettriche di Tesla, ma senza le pretese di eleganza e design di una vettura delle case automobilistiche più blasonate. Musk punta a comunicare anche attraverso la Roadster tutta la ricerca tecnologica dietro il marchio e anche i suoi acquirenti sono più interessati a questo aspetto che al collezionismo.

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Il futuro delle sportive è elettrico o a benzina?

Anche per la New Roadster non mancano i detrattori per Tesla, che già sottolineano che chiunque possa permettersi di spendere un quarto di milione di dollari per un’auto si attende anche un elevato standard di qualità nelle finiture e per questo la casa produttrice dovrà superare presto i problemi qualitativi che ha già avuto con la più semplice Model X.

Ma secondo chi ha già avuto la possibilità di provare la nuova sportiva di Musk, «si può ancora parlare di stile, sospensioni, maneggevolezza, interni, caratteristiche o quant’altro su un’automobile, ma per quanto riguarda la potenza del motore, non c’è più alcun confronto. L’elettrico ha vinto».

Rispetto alla vecchia Roadster, poi, la seduta è stata rialzata e probabilmente le migliori prestazioni sono dovute ad una diversa disposizione delle batterie, che hanno permesso di concedere all’auto una linea ancora più aerodinamica, molto più simile alle cugine sportive a carburante, diminuendone anche il peso.

Il primo modello di Roadster

Il primo modello di Roadster

Tre motori (uno anteriore e due posteriori), un tetto removibile e una configurazione dei posti 2+2 completano le caratteristiche di un’auto che soprattutto per il prezzo e le prestazioni si candida a surclassare le sue pari come Ferrari o Lamborghini.

Secondo le stime di ciascun produttore, una Ferrari 812 Superfast, una McLaren 720S e una Lamborghini Aventador S impiegano circa un secondo in più del Tesla per raggiungere i 60 Km/h e  tutte e tre non raggiungono la velocità massima di 340 Km/h.

Musk ha scherzato, spiegando che dopo aver guidato questa auto, guidare una macchina a benzina sarà come guidare un veicolo a vapore.

Un po’ di rumore per non parlare più (male) di Model 3

Secondo qualcuno, infine, la presentazione dei Semi truck e della New Roadster, ha avuto lo scopo soprattutto di distrarre investitori ed analisti di Wall Street dai problemi di produzione del Model 3, cercando di suscitare nuovamente tutto l’entusiasmo verso il brand che aveva spinto Tesla a diventare uno dei più importanti produttori di auto negli Stati Uniti e uno dei più amati dai fan.

Anche la prenotazione dell’auto con un deposito di 50.000 dollari sembrerebbe più un’operazione di crowdfunding che un vero e proprio pre-ordine: un modo per rimpinguare le casse della società basato sull’affezione dei sostenitori di questo grande sogno elettrico, ma che punta ad una ripresa rispetto agli sforzi finora falliti nella produzione del Model 3.

Resta certo, però, che anche in Europa la follia e l’entusiasmo di Tesla per i suoi progetti, ha spinto tante case automobilistiche ad accelerare sul fronte dell’elettrico e della mobilità sostenibile, iniziando a progettare soluzioni non solo per il trasporto individuale, ma anche per flotte aziendali condivise.

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La lezione di Dr. Martens, da tutto a (quasi) zero e ripartire con l’eCommerce

È il 1945 e ci troviamo nella Monaco del dopoguerra quando il dottor Klaus Maertens, un medico dell’esercito di 25 anni, si ferisce in un incidente sciistico. La sua caviglia non riesce a guarire a causa dello stivale militare in suola che è costretto a usare. Pensa perciò di costruire un paio di stivali nuovi, caratterizzati da una suola ammortizzata grazie ad un cuscino d’aria, anche grazie alla collaborazione dell’ingegnere meccanico Herbert Funk.

I due hanno subito una intuizione e così iniziano a costruire un business riutilizzando le forniture militari in disuso e realizzando scarpe. Il target di riferimento sono per lo più donne anziane, in cerca di comodità per i loro piedi.

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Dr. Martens, un piccolo ripasso

Nel 1960 il business degli scarponi cambia proprietario, dopo l’interessamento del famoso calzaturificio inglese Griggs per le scarpe con cuscinetto ad aria tedesche. Gli stivali vengono ora chiamati “AirWair”, sono rimodellati nella forma e gli vengono aggiunte le iconiche cuciture giallo acceso.

Robusto e resistente, il modello 1460 a otto fori (così chiamato in virtù del giorno in cui fu creato, il primo aprile del 1960 appunto) il più conosciuto dei Dr. Martens diventa anche un simbolo della classe lavoratrice britannica, indossato nelle fabbriche e dai postini.

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La moda, intanto, inizia a ritagliarsi i suoi spazi anche grazie a personaggi famosi e star e così nel 1966 è Pete Townshend, chitarrista e cantautore degli Who, a rendere famoso il brand, indossandone gli stivali, ma già negli anni Settanta gli stivali diventano un simbolo di violenza da skinhead: la pelle delle punte viene recisa per mostrare l’acciaio che vi è nascosto e fornire un chiaro messaggio intimidatorio.

Al tempo stesso i Dr. Martens diventano le scarpe in dotazione alla polizia britannica, che dipinge i fili gialli per evitare di essere notata durante le pattuglie notturne.

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Negli anni Ottanta lo stivale torna ad essere un simbolo di protesta: anche le donne cominciano ad utilizzare il modello Dr. Martens, personalizzandolo con motivi floreali, prima di sfilare nei cortei antigovernativi per le strade del Regno Unito.

Sono gli anni Novanta però gli anni d’oro per Dr. Martens: il grunge e il nu-metal ne fanno il segno distintivo del proprio look, fino ai primi anni Duemila, quando l’azienda, per il grosso calo di vendite è costretta a chiudere moltissime fabbriche nel Regno Unito e spostare la produzione in Asia.

Icona di un business di successo

Pochi altri brand di scarpe sono riusciti a diventare un’icona come Dr. Martens per intere generazioni – tradizione vuole che perfino Papa Wojtyla ne abbia avuto un paio appositamente confezionato per lui in pelle bianca – tanto da essere irrinunciabili dalle passerelle alla vita quotidiana della classe operaia.

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Nel 2003 la produzione è stata spostata tra Cina e Tailandia però, proprio a causa di un forte calo delle vendite nell’era post Kurt Cobain, ma i numeri attuali sono indicativi di un ritrovato appeal del brand e di una ritrovata rilevanza sul mercato, con un aumento del 38% dei ricavi da retail e di oltre il 50% nelle vendite online fino a marzo di quest’anno. Soprattutto in Asia, negli ultimi due anni, la crescita è stata del 75%.

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Un ottimo esempio di come spostamento della produzione e al tempo stesso posizionamento su nuovi mercati abbiano permesso al marchio non solo di riprendersi da una massiccia crisi, ma perfino di tornare a crescere, sfruttando ancora una volta le caratteristiche e la storia alla base del brand.

Gli stivali infatti si sono affermati in paesi come la Corea del Sud, in seguito agli scandali politici, ancora una volta come simboli della ribellione sociale.

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L’eCommerce

A questo va aggiunta una acquisizione, nel 2013, da parte del fondo europeo Permira, possessore di quote rilevanti anche di aziende come Valentino Fashion Group e New Look e una forte strategia di personalizzazione nell’eCommerce negli ultimi anni, portata avanti da Kyle Duford, Vice Presidente digital ed eCommerce di Dr. Martens.

«Credo che fornire il messaggio giusto e personalizzato al gruppo giusto di persone, al momento giusto non sia solo il meglio per il marchio, ma per tutto il business e, in definitiva, per i nostri clienti», ha dichiarato Duford, in una recente intervista. I team di eCommerce di Dr. Martens hanno iniziato, intanto, anche a creare una super-audience per comunicare meglio con i loro clienti attraverso la personalizzazione, in grado di dare risultati efficaci in termini di conversioni.

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Un percorso fatto di cicli, che ha saputo però sfruttare ogni passaggio della propria storia aziendale per fare business, compreso il celebre caso, nel 2007, del licenziamento dell’agenzia Saatchi&Saatchi in seguito alla discussa (e forse un po’ macabra) campagna che ritraeva tra gli altri rocker passati a miglior vita anche Kurt Cobain ancora con i suoi sivali Dr. Martens ai piedi.

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Worknet Easy Social Job

Cos’è un worknet e come può aiutarti a far crescere la tua idea di business

Social network, piattaforme per la ricerca di lavoro, portali di crowdfunding: il mondo del lavoro e del business online è ormai presente in varie forme in tutti questi strumenti, con il limite, però, di non avere un’integrazione complessiva delle necessità reali degli utenti. Un worknet, invece, offre in un unico luogo la possibilità di cercare e contattare le persone giuste utili alla crescita di un’idea di business.

Al centro vi sono gli utenti, persone con competenze professionali da mostrare per trovare l’azienda giusta con cui collaborare, imprenditori con solide idee di business in cerca di professionalità per svilupparle, finanziatori pronti a investire in valide startup.

Per capire meglio cos’è e come funziona un worknet, abbiamo analizzato Easy Social Job, il worknet tutto italiano che punta a colmare il vuoto tra le idee brillanti e creative di giovani startupper e la loro realizzazione pratica.

Worknet Easy Social Job

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Worknet: la startup è il punto di arrivo non quello di partenza

Nel suo stesso nome, la startup è intesa come punto di partenza di un’impresa e questo spesso fa dimenticare una serie di passaggi e difficoltà che è necessario affrontare per passare dalla semplice idea di business alla sua realizzazione.

Tutti abbiamo continuamente idee che ci sembrano geniali e tutti pensiamo che siano queste a poter dare davvero una svolta alla nostra vita. Come mai, allora, non si sente parlare di altissimi numeri legati al mondo startup in Italia? Come mai non siamo tutti startupper?

Semplicemente perché passare dall’idea all’azienda è un percorso che richiede passaggi complessi e difficili da affrontare partendo da zero, nonostante l’utilizzo, oggi, di strumenti come social network, piattaforme per la ricerca di lavoro, portali di crowdfunding.

Tra l’idea di business e l’azienda, dicevamo, ci sono una serie di step da tenere presenti, che spesso costituiscono la maggiore difficoltà verso il successo. Quali sono?

  • La scelta di un modello di business, che descrive la logica in base alla quale un’organizzazione crea, distribuisce e cattura valore;
  • la costituzione di un team valido ed affidabile con le competenze specifiche che creda nell’idea e possa apportare le giuste competenze;
  • la ricerca dei finanziamenti pubblici che diano supporto nelle fasi iniziali dell’impresa;
  • la compilazione di un business plan completo che esprima al meglio l’idea e le sue potenzialità di guadagno e di riuscita;
  • il matching con investitori interessati a lanciare la startup sul mercato.

Solo al termine di questo percorso, si può arrivare a parlare di startup.

Sembra complesso, vero?

Worknet Easy social Job

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Trasformare un’idea in business può essere semplice

Un worknet come Easy Social Job nasce proprio per questo: rendere più semplice ogni passaggio, fornendo in un unico luogo tutte le risorse, umane e di consulenza, necessarie al fatidico passaggio dall’idea di business alla startup.

Al tempo stesso, offre una essenziale possibilità di matching tra professionisti che non trovano collocazione nel mondo del lavoro e imprese alla ricerca proprio di quella figura.

Un worknet, insomma, è un luogo che potremmo definire win-win: per le aziende, che possono trovarvi professionalità giuste e possibilità di finanziamento; per i professionisti, in cerca della loro azienda ideale; per gli investitori, sempre alla ricerca di idee valide in cui credere e su cui puntare.

Iscriversi è davvero molto semplice: basta creare un profilo personale e mettere online il curriculum vitae, per permettere a chi cerca la nostra professionalità di trovarci. Siamo in un luogo interamente dedicato allo sviluppo di idee e progetti di business, nel quale si socializza per ampliare il proprio network professionale e trovare le competenze necessarie per lo sviluppo di una idea.

Le idee sono sviluppate in uno spazio privato ad hoc che può essere visionato solo da chi partecipa alla stessa, e che mette al riparo i proprietari dell’idea da chiunque voglia copiarla, uno degli aspetti più temuti dai futuri startupper.

Concluso lo sviluppo dell’idea, la stessa viene pubblicata nello ShowCase (vetrina virtuale) dove potrebbe avvenire il matching tra aziende e startupper.

Come valutare le idee postate? Tramite UP & DOWN simile al like di facebook.

Una startup è una band, non un solista.

Hai già l’idea giusta? Cosa aspetti a  svilupparla e condividerla nel worknet di Easy Social Job? Il successo del tuo business è più vicino di quanto immagini!

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Elon Musk è riuscito a farci sembrare sexy persino i Tir

Non poteva fare entrata più trionfale Elon Musk: alla guida del nuovo truck Semi, il CEO di Tesla ha aperto così l’evento al quartier generale della casa automobilistica a Hawthorne, in California.

L’entrata alla Over The Top forse è stata un po’ esagerata, ma del resto Tesla prospetta di spaccare il mercato dei trasporti sbaragliando i concorrenti con una soluzione  che non vuole essere solo innovativa, ma che promette soprattutto prestazioni migliori e costi di gestione più bassi rispetto ai truck a diesel.

E il nuovo tir elettrico è solo metà delle novità di Tesla: la vera protagonista della serata, quella che ha fatto girar la testa al pubblico dell’evento, è arrivata vestita di rosso e sculettando. Stiamo parlando della seconda generazioni dell’auto sportiva elettrica di Tesla, Roadster che per un attimo ha fatto dimenticare a tutti le notizie più recenti dei problemi di produzione della casa automobilistica californiana. Ma lasciamo il gioiellino rosso alla fine e procediamo per ordine.

Semi, il tir elettrico di Tesla è BAMF

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LEGGI ANCHE: BMW, Ford e Volkswagen fanno un mega patto per non farsi fregare da Tesla

Per un attimo avete pensato che BAMF fosse qualche strana caratteristica tecnica? Sbagliato! BAMF è l’acronimo di “Bad Ass Mother F *** er” e per la cronaca è il termine con cui Elon Musk ha definito i suoi nuovi tir elettrici: non c’è trasmissione, nessuna frizione, nessun motore di grandi dimensioni, eppure il CEO di Tesla scommette sulle prestazioni da capogiro di Semi.

E non solo: Musk ha anche affermato che il vetro del camion è “a prova di esplosione termonucleare” e che gli interni della cabina di guida sono pensati per il tempo medio che un camionista vi trascorre dentro, circa 10-14 ore al giorno (e forse di più se dorme nel truck): non c’è al momento la zona sul retro dei sedili dove solitamente i camionisti riposano tra un trasporto e l’altro.  Un’altra novità è che il volante non si trova a destra o a sinistra, bensì in centro.

Da vicino, Tesla Semi è gigantesco, grazie anche alla carenatura aerodinamica apposta in cima. A differenza dei camion standard in cui i serbatoi del carburante sono chiaramente visibili su ciascun lato, la fonte di energia del camion Semi Tesla non è immediatamente evidente. La batteria è integrata nel telaio del camion e nascosta dietro una cornice rigida. Questo, secondo Tesla, fornisce protezione alle batterie e sicurezza aggiuntiva dell’auto.

In produzione nel 2019, avrà il sistema Autopilot che mantiene una determinata velocità, rallenta nel traffico e assicura di restare nella propria corsia. L’autoarticolato è prenotabile con un anticipo di 5 mila dollari, ma il prezzo finale non è stato ancora reso noto.

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Una megaricarica

Per i nuovi truck, Tesla ha pensato a un nuovo tipo di stazione di ricarica, Megachargers, che saranno più potenti delle Supercharger che la casa automobilistica già offre per le sue auto. Le unità di ricarica saranno distribuite in tutto il mondo per supportare il lavoro dei camionisti che guideranno i tir elettrici.

I nuovi Megacharger saranno alimentati ad energia solare: Musk sostiene che i camionisti saranno in grado di caricare in poco tempo, mentre ad esempio scaricano il loro carico o si prendono una pausa di 30 minuti lungo la strada. Le Megacharger offriranno loro abbastanza energia per guidare fino a circa 400 miglia. Non è chiaro dove o quando inizieremo a vedere queste nuove stazioni spuntare, o quanto costerà usarle, ma Musk ha dichiarato che la produzione del primo Semi sarà nel 2019, dunque presumibilmente tra due anni le Megacharger saranno già disposte in giro per il mondo.

A testare per primo i nuovi camion elettrici Tesla sarà il numero uno della grande distribuzione americana, Wal-Mart, che a proposito ha dichiarato: “Abbiamo una lunga tradizione nel testare nuove tecnologie, siamo contenti di essere fra i primi a testare i nuovi veicoli Tesla”.

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Roadster, un mostro rosso

Ammonta a 200mila dollari, invece, il listino di partenza della nuova auto sportiva a quattro posti. Roadster 2 è l’aggiornamento superpotenziato della Roadster presentata nel 2008. Va da zero a circa 100 kmh in 1,9 secondi e ha un’autonomia di mille chilometri dalla presa elettrica.

Tesla l’ha definita “l’unica supercar in grado di offrire prestazioni da record e spazio per quattro passeggeri”: il tetto è in vetro leggero e rimovibile nel bagagliaio, per offrire ai passeggeri un’esperienza di guida decappottabile. Insomma, un auto elettrica per non passare inosservato e per la quale bisognerà aspettare il 2020, sebbene sia prenotabile da subito con un anticipo di 45mila dollari.

E dopo un tir a prova di atomica e una supercar elettrica, quanto dovremo aspettare per una vera KITT senziente? Elon, pensaci tu!

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Ha qualcosa da chiedere? Le 7 migliori domande da fare al recruiter durante un colloquio di lavoro

Durante un colloquio di lavoro quasi sempre capita di sentirselo chiedere: «Ha qualche domanda?». Meglio non farsi prendere alla sprovvista e pensare a quello che davvero interessa sapere e che potrebbe chiarire che a quel posto ci teniamo davvero. I candidati che, con le loro curiosità, mostrano che hanno a cuore l’azienda nel suo complesso e non solo il loro interesse personale sono quelli che convincono di più. Almeno secondo il responsabile Talent Acquisition di Johnson & Johnson Sjoerd Gehring. Il manager ha raccolto le sue sette domande preferite, che gli sono state rivolte dai candidati durante un colloquio e ne ha parlato in un contributo su The Muse, un portale online statunitense che offre consigli sulla carriera.

Secondo Gehring,  la domanda al recruiter è l’ultima possibilità per fare una figura ottima nella selezione. Una persona che chiede qualcosa di appropriato e originale ha più chance di distinguersi rispetto a chi pone interrogativi classici del genere: «come si svolge la giornata tipo in azienda?» oppure soltanto «quando mi farete sapere come è andata?».

Ecco le sette domande che hanno colpito Gehring e che si potrebbero prendere come spunto in vista del prossimo colloquio di lavoro.

Domande al recruiter

1. Perché questo ruolo è importante per la crescita dell’azienda?

Dal punto di vista del candidato è utile per capire se sarà un ruolo di alto o basso profilo e le aspettative che si hanno in lui. Al datore di lavoro mostra una persona che non è interessata solo al suo futuro ma anche a quello dell’organizzazione. Qualcuno che vuole avere un impatto sulla produttività dell’azienda.

2. Cosa ti piace di più del lavorare qui?

«Mi è stato chiesto soltanto da un candidato», scrive Gehring, «e ne è uscita una bella conversazione sul perché è gratificante lavorare nella nostra azienda dal punto di vista personale e professionale». È la domanda perfetta per prendere un po’ alla sprovvista il recruiter e ottenere una risposta onesta.

3. Ha qualche riserva su di me o sulle mie qualifiche?

Una domanda coraggiosa. «Così coraggiosa che sono rimasto impressionato dalla sicurezza del candidato che me l’ha rivolta», dice Gehring. E anche intelligente perché permette di affrontare i dubbi del selezionatore sulla tua capacità di affrontare quel ruolo. Nel caso in questione, la persona è stata in grado di mitigare le preoccupazioni del recruiter su una lacuna che vedeva nel suo curriculum. Spiegò che aveva preso un anno sabbatico non pagato per prendersi cura della figlia mentre sua moglie tornava a studiare al college.

Domande colloquio di lavoro

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4. Chi cura il wireframing del sito aziendale?

È una domanda specifica, in questo caso è stata fatta da un potenziale web designer. Ma è un esempio per mostrare una richiesta che cala il candidato già nel ruolo per cui si sta proponendo. Può essere l’inizio di una discussione sui processi e sui contributi da apportare per lo sviluppo dei progetti in corso. «Era come se già stessimo lavorando insieme», dice Gehring.

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5. Posso incontrare alcune delle persone con cui lavorerò?

Tipica di un candidato interessato alle dinamiche di squadra e alla cultura aziendale. Non è una persona che vuole arrivare in ufficio, sedersi alla scrivania e passare la giornata in una bolla con le cuffiette all’orecchio. È consigliato porla per capire con chi si dovrà interagire ogni giorno.

Domande al recruiter

6. Chi occupava questo ruolo prima? Perché se ne è andato?

Questa può essere una domanda molto rivelatrice. Perché la posizione per cui ti sei candidato è disponibile? Se il motivo è una promozione del precedente impiegato, questo può farti sperare in possibilità di carriera. Se la persona non ha soddisfatto le aspettative, potresti chiedere quali sono stati i problemi incontrati. Ma se il selezionatore risponde in modo evasivo, potrebbe essere una questione inappropriata e sarebbe meglio cambiare argomento.

7. Come vengono gestiti i disaccordi professionali nel team? Mi fate un esempio?

Un’altra domanda che mostra un candidato che conta sul team working e sa che il modo di lavorare insieme in un gruppo può determinare il successo o il fallimento di un progetto. Per chi affronta il colloquio è un interrogativo utile a capire se si troverà di fronte a un ufficio di “yes men” o se il confronto rispettoso è incoraggiato per assicurare che tutte le strade possibili siano percorse per raggiungere al meglio gli obiettivi.

Body shaming, il caso Rihanna e alcuni consigli per fermare i leoni da tastiera

Tutto è iniziato ad agosto, con una foto di Rihanna in un costume succinto di pailettes e piume, che mostrava un decolté generoso. Rihanna si mostrava più formosa e con qualche chilo in più, sexy e confident, scatenando una serie di commenti negativi che la definivano fat, grassa. Tra le schiere di quelli che la vedevano imperdonabilmente ingrassata anche Chris Spags di Barstool Sport, un magazine maschile che ritiene opportuno dedicare all’argomento un lungo articolo.

(NB: l’articolo è stato rimosso ma è disponibile ancora nella sua versione cache ed è documentato in numerosi screenshot.)

Sostanzialmente, nel pezzo si profetizza un futuro distopico in cui tutte le belle donne sexy sono diventate obese a causa del trend “mi accetto come sono e mangio tutta la pizza che voglio” lanciato da Rihanna. Insomma, questo l’incubo che toglie il sonno alle notti di Spags.

Il dibattito online si è poi espanso, ma il body shaming ai danni di Rihanna non si è fermato e continua, tuttora, in forme più o meno violente, a essere una parte considerevole dell’engagement online della cantante.

Un post condiviso da badgalriri (@badgalriri) in data: 21 Ott 2017 alle ore 23:23 PDT

Siamo sempre noi donne quelle sbagliate

Il volume costante di commenti di body shaming nei confronti di Rihanna, nonostante il suo atteggiamento impaccabile sia offline sia online, è preoccupante. A nulla sono valse le risposte ironiche della cantante delle Barbados, né tantomeno il suo sereno ignorare le critiche e continuare a postare foto discinte del suo magnifico corpo burroso: una fetta di chi la segue continua ad additarla come grassa e a fare gentili congetture sulle angolazioni delle foto.

Quello che preoccupa è come il corpo sia diventato un tema di dibattito, un argomento come un altro su cui scrivere pubblicamente di un’altra persona, un metro di giudizio su cui misurare il valore di qualcuno.

Il fenomeno del body shaming non è nato ad agosto, ma negli ultimi due anni ha preso una consistenza preoccupante, che ha coinvolto un sempre crescente numero di star, tutte donne ça va sans dire. L’oggetto della disputa non sono il loro talento o loro idee, ma è il loro corpo.

Tutto diviene oggetto di dibattito: troppo formose, poco formose, troppo muscolose, androgine, anziane, eccessivo sovrappeso o l’eccessiva magrezza. È quest’ultimo il caso dell’attrice di Modern Family Sarah Hyland che è stata additata come anoressica o peggio ancora come promotrice di valori pro anoressia per aver postato sue foto in bikini o con una maglietta over size. L’attrice, di sua costituzione molto esile, ha spiegato di stare poco bene e di avere problemi di salute nel prendere peso, ma i commenti degli haters non si sono arrestati.

“The best way out is always through”- Robert Frost. Symbolism by @_dr_woo_ for one of my favorite quotes

Un post condiviso da Sarah Hyland (@sarahhyland) in data: 12 Set 2017 alle ore 08:48 PDT

Le altre vittime

Le star vittime dell’odio online mirato al loro corpo sono in un numero sempre crescente: Demi Lovato, Kate Nash, Kelly Clarkson, Ariel Winter, Paris Hilton, Jessica Simpson, Lady Gaga, Amber Rose, Megan Trainor, Jennifer Lawrence, Susan Sarandon, Lily Collins, Gigi Hadid, Emma Stone, Gal Gadot, Keira Knightley, Kelly Osburne, Gabourey Sidibe, Khoel Kardashian, Amy Schumer, Alyssa Milano, Nicki Minaj, Sasha Pieterse, Beyoncè, Serena Williams.

Questi sono solo alcune delle personalità che sono state viste “additate” online a causa del proprio corpo, costrette a giustificarsi per aver perso peso, averne preso, avere un seno prosperoso e amarlo, per essere muscolose o per non esserlo abbastanza. Ovviamente non riportiamo casi di pochi sporadici casi, ma casi di veri e proprie valanghe di commenti contenenti body shaming.

“Quando sei una donna, hai una strana relazione con il tuo corpo perché – soprattutto quando sei un personaggio pubblico – sei costantemente giudicata”
Kate Nash, the Independent

Il mondo in cui viviamo ci ha abituati a vivere d’immagini univoche e su quelle immagini abbiamo importato i nostri modelli estetici e i nostri giudizi insensati. Ogni anno gli standard di bellezza cambiano senza riuscire mai a essere veramente inclusivi, ma soprattutto quegli standard si riversano in un dibattito online incontrollato che giudica tutto ciò che è diverso.

? @notionmagazine #NOTION73 ?

Un post condiviso da Meghan Trainor (@meghan_trainor) in data: 8 Lug 2016 alle ore 13:16 PDT

 

Il body shaming, spiegato senza giri di parole

Body shaming vuol dire, letteralmente, far vergognare del (proprio) corpo.

Il body shaming non è un fenomeno figlio dei giorni nostri, ma con i mezzi digitali è diventato più evidente e più specifico. Evidente perché lo vediamo perpetuato ogni giorno sui profili social non solo di star ma anche dei nostri amici e specifico perché la verticalità della relazione foto-commento consente l’amplificarsi del fenomeno: l’insulto viene incanalato da una persona a un’altra dove la prima assume i contorni della collettività. In altre parole data la pubblicità dell’atto denigratorio perfino il silenzio assume contorni di pubblico consenso oppure, ancor peggio, il sostegno all’offesa diviene tangibile attraverso il diretto supporto (like ai commenti) o moltiplicandosi.

Di seguito un semplice esercizio: riuscite a ricordare una volta in cui avete commentato una foto o scritto uno status in cui avete apostrofato qualcuno (famoso o non) per aver preso peso/essere anoressic*/avere troppi pearcing/tatuaggi/essere brutt*/troppo vecchi*?
Secondo una ricerca promossa da Nutrimente Onlus, condotta su circa 4000 italiani tra uomini e donne di età compresa tra i 18 e i 55 anni, molti di voi risponderanno affermativamente, infatti 1 persona su 2 dice di essere stata giudicata negativamente per il suo peso corporeo. Questo condiziona l’autostima delle persone (45%) e provoca l’aumento degli stati d’ansia (43%). Il sesso più colpito, con numeri schiaccianti, è quello femminile.

?GIRL POWER? this suit is on sale! Link in bio

Un post condiviso da A S H L E Y G R A H A M (@theashleygraham) in data: 1 Nov 2017 alle ore 15:58 PDT

Quindi, postare o non postare?

La costante oggettivazione del corpo femminile ci pone così al nostro limite: da un lato non possiamo postare foto del nostro corpo, dall’altro siamo assolutamente chiamate a farlo. E le star, che devono incarnare il modello cui aspirare, diventano così contraddittoriamente colpevoli due volte: di non assomigliarci e di non essere perfette.

Per queste due colpe, ogni giorno, le sacrifichiamo sull’altare delle foto di Instagram e delle gif di Twitter. Ma dietro di loro ci sono milioni di donne ogni giorno vengono punite a causa delle proprie foto profilo, nei gruppi Facebook di novelli Casanova e in gruppi WhatsApp in cui circolano, violando la loro privacy, le loro foto per il divertimento del gruppo del liceo o in prove degrandanti come pull a pig, la “sfida” a sedurre una ragazza grassa.

LEGGI ANCHE: “Pull a Pig”, l’ultima moda dei cretini. E altri esempi di bullismo digitale sulle donne

L’immagine delle donne viene dilaniata, rivisitata e giudicata in continui modelli estetici e – il web c’insegna – nemmeno se sei meravigliosamente Rihanna sarai salva dall’essere fatta a pezzi. Commento dopo commento, che sia online oppure no. Eppure lei, Rihanna, ci sta insegnando qualcosa attraverso le sue fiere foto degli ultimi mesi: ci sta insegnando che se ti ami abbastanza puoi essere una 38 o una 44 e affrontare con i tuoi pantaloni Balenciaga il video più hot dell’anno.

Consigli di sopravvivenza digitale

Purtroppo il fenomeno del body shaming è molto comune, come fare a difendersi? Trattandosi di un problema culturale probabilmente la migliore strategia è quella della messa in mora digitale.

Segnalate i commenti offensivi, segnalate i commenti che vi mettono a disagio e, soprattutto, non fatelo solo per i contenuti che vi riguardano direttamente ma anche se riscontrate comportamenti d’odio sotto foto/status di altre persone.

Segnalate i profili e le pagine che diffondo hate speech e body shaming, che prendono di mira persone o gruppi di persone. Nei casi particolarmente gravi potete rivolgervi alle autorità competenti.

Facebook sfida ufficialmente YouTube: i nuovi tool per chi fa video

Se “Content is the King”e “Distribution is the Queen”, Facebook ha deciso di creare il regno dove re e regina possano convivere: Facebook for Creators!

Facebook sarà sempre più protagonista nella creazione e nella condivisione di contenuti multimediali esclusivi grazie alla nuova app e il nuovo website Facebook for Creators dedicato a tutti i creators: creativi, webstar e autori che desiderano condividere le proprie passioni e le proprie idee con la loro community.

Facebook_Big

Il Web è pieno di persone che realizzano video sulle loro passioni (ricette di cucina, videogames, makeup, parodie più o meno divertenti, ecc.) e li postano sui loro social condividendoli con la loro community. Finora, il canale preferito per la pubblicazione dei video è stato sicuramente YouTube, tanto che essere “youtuber” è diventato negli ultimi anni un vero e proprio status symbol e ha fatto le fortune offline di molte delle star della società mediatica attuale.

Facebook For Creators è la risposta di Mark Zuckerberg a YouTube: è uno spazio pensato per le esigenze specifiche dei creators capace di arrivare potenzialmente a oltre 2 miliardi di utenti della community di Facebook e dalle enormi potenzialità di monetizzazione. Inoltre la viralità di Facebook è nettamente superiore a quella di YouTube perché permea maggiormente la quotidianità degli utenti.  

youtubers

Facebook For Creators si sviluppa in due iniziative principali: un’app dedicata ai Creators e un contenitore specifico ed esclusivo per le community.

Facebook Creator App

Un’app pensata appositamente per soddisfare le numerose esigenze dei Creators con un semplice smartphone, creare video agilmente e connettersi con la propria Community velocemente. Queste le principali features:

  • Live Creative Kit: accesso esclusivo a un pannello di gestione per la personalizzazione dei propri video (intro e finali dedicati, stickers personalizzabili per l’interazione coi fan, grafiche customizzabili…)
  • Community Tab: Una casella di posta unificata per entrare in contatto più agilmente con tutti i fan della community dislocati su Facebook, Instagram e Messenger
  • Camera&Stories: Possibilità di utilizzo dei fun camera effects tipici delle Stories Instagram e Snapchat; facilità di crossposting sulle diverse piattaforme, comprese le Stories di Facebook, per garantire maggiore engagement.
  • Insight: l’analisi dev’essere sempre parte integrante di una buona programmazione e Facebook For Creators garantisce un facile accesso alle metriche relative alla condivisione del proprio video, della Pagina e dei fan

L’app è disponibile da oggi per iOs, mentre gli utenti Android dovranno aspettare ancora qualche mese. L’aspetto interessante per i brand è la possibilità di usare l’app anche come Pagina e non solo come profilo personale.

creator-app

Un nuovo sito per i Creators

Facebook For Creators è un nuovo sito dove i creatori di contenuti possono trovare risorse e idee per realizzare video sempre più performanti.
Sul sito si possono apprendere nuove tecniche per la pubblicazione dei propri video, entrare in contatto con la community di creators per scambiare consigli e idee e restare sempre aggiornato su tutte le novità.

facebookforcreators

Rimane solo un problema, se Youtuber è un termine fonicamente piacevole, Facebook non permette la stessa facilità neologistica: Copy di tutto il mondo, è il vostro momento!

Ecco i robot che camminano da soli, saltano e fanno cose impensabili

Chi mastica di robotica sa bene che, oltre all’annoso problema delle batterie, una delle questioni più difficili da risolvere (o meglio da fixare) è sempre stata la gestione dell’equilibrio nei movimenti delle macchine.

Non sono un ingegnere, per carità, ma un curioso giornalista, e come tale mi limito ad osservare le cose che vedo, e poi farmi o fare domande. Riguardo i robot (così come siamo oramai soliti definirli), una costante che ricordo di aver notato ogni qual volta mi ci sono imbattuto in questi ultimi anni in eventi e fiere di innovazione è che questi simpatici assemblati intelligenti avessero sempre dei fili attaccati a qualcosa. Il problema dell’alimentazione e delle batterie, appunto.

Farli camminare da soli, la sfida più difficile

Ma fateci caso: quanti di voi hanno visto un robot camminare davvero? Il più delle volte sono fermi, altre fanno piccoli movimenti poggiando non su gambe e articolazioni come noi umani ma su ruote, rotelle, eccetera. Stiamo parlando, ovviamente, dei cosiddetti robot assistenti e/o “domestici”.

E seppur il settore della robotica è uno di quelli a più alto fattore di studio e prototipazione continui, negli ultimi anni di queste macchine ne abbiamo viste anche muoversi, camminare, o effettuare anche operazioni difficili come scendere le scale. Anche in questo caso, osservando bene, ci saremo accorti del fatto che in queste operazioni i robot (penso ad esempio a quello che di importante si sta facendo anche qui in Italia dalle parti dell’IIT di Genova di Roberto Cingolani) sono “assistiti” o dall’uomo o da supporti meccanici come impalcature mobili, ganci e così via.

Questo perché – spiegano gli ingegneri che li progettano – avremo pure fatto passi in avanti enormi in tema di intelligenze artificiali, capacità di calcolo, miniaturizzazione hardware, eccetera, ma attualmente la gestione del baricentro starebbe ai robot come a un ubriaco la prova del palloncino.

Un salto (mortale) in avanti

Eppure. Eppure c’è una (ex) startup che sembra aver risolto davvero questo problema. Non solo ha eliminato i fili e impalcature, ma ha dato gambe e braccia ai robot, e ora sta riuscendo a farli saltare, correre, addirittura fare Parkur. Guardate questo video del loro quasi umanoide Atlas, diffuso in rete proprio in queste ore.

Una storia bellissima, quella dei ragazzi di Boston Dynamics: partiti come tanti dai garage, avevano fatto l’exit (venduto l’azienda) niente di meno che a Google. Che dopo averci investito milioni di dollari lo scorso anno aveva deciso di mollarli, disponendo la chiusura della divisione.

Eppure quella squadra di visionari, ingegneri, ricercatori, designer e sviluppatori non si è mai fermata. E non si fermerà tanto facilmente.

Se tra 20 anni vedremo davvero i robot camminare per strada, gran parte del merito sarà certamente loro.

@aldopecora