Cosa intendiamo quando diciamo welfare aziendale (no, non è solo la palestra in ufficio)

Il welfare aziendale indica le iniziative adottate dalle imprese per migliorare la qualità della vita dei dipendenti, dentro e fuori l’ufficio. L’idea è che l’azienda possa aiutare i propri impiegati nelle esigenze di conciliazione vita – lavoro e in questo modo incoraggiarli a essere più motivati e produttivi. Noti sono i programmi offerti da grandi imprese come Google ma la pratica di stabilire un piano di welfare si sta diffondendo anche nelle realtà italiane. Secondo il ministero del Lavoro, nel nostro Paese un contratto su tre offre ai dipendenti la possibilità di scegliere il welfare aziendale in alternativa al bonus in busta paga.

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Ogni azienda propone benefit diversi che riflettono le necessità dei propri lavoratori. Una ricerca di Top Employers ha individuato le misure più comuni nelle 79 aziende certificate Top Employers Italia 2017.

Eccone alcune.

Gestione dello stress e del tempo

Il 66% delle imprese offre corsi di time management per imparare a gestire le scadenze e a sfruttare al massimo le ore in ufficio. Secondo Top Employers, il 76% delle aziende si preoccupa, più in generale, del benessere psicofisico dei propri dipendenti, che viene monitorato attraverso questionari e domande specifiche in sondaggi periodici. Un esempio di realtà attenta a questo tema è la startup nata nel 2015 Mediaclinics Italia.

Fondo cultura

Nel 2016 la casa di moda Brunello Cucinelli ha introdotto la possibilità di chiedere il rimborso di tutte le spese che i dipendenti sostengono per musei, teatri, cinema e attività culturali. È sufficiente mostrare le ricevute. Altri adottano metodi diversi per promuovere la cultura in azienda: per esempio Tod’s, nella sua sede marchigiana, mette a disposizione una biblioteca.

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Sostegno per i caregiver

Vengono chiamate caregiver le persone che devono assistere un familiare non autosufficiente. Secondo il rapporto Welfare Index Pmi 2017, solo l’un per cento delle piccole e medie imprese adotta strumenti per aiutare i caregiver a conciliare l’assistenza con il lavoro. Ma, secondo l’analisi, il numero è destinato ad aumentare perché la richiesta di questo tipo di welfare è molto sentita dai dipendenti. Le misure a cui si pensa sono, per esempio, un servizio di ricerca di badanti oppure l’offerta di convenzioni con case di cura.

Programmi per smettere di fumare

ll 18% delle imprese Top Employers propone incontri e programmi per aiutare i dipendenti a smettere di fumare.

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Anno sabbatico

ll 56% offre la possibilità di un intero anno sabbatico per dedicarsi allo studio, all’aggiornamento professionale o anche per una pausa di riflessione personale. Passare un periodo lontano dall’ufficio fa tornare i dipendenti più motivati e proattivi sul posto di lavoro.

Pet days

Secondo alcuni studi, portare il cane in ufficio farebbe migliorare l’umore e la creatività degli impiegati e diminuirebbe il loro stress. Grandi aziende come Amazon e Google hanno già pensato a definire le loro politiche sugli animali domestici al lavoro. Nella sede italiana di Nintendo, a Vimercate, sono stati introdotti i pet Fridays, giorni in cui si può portare vicino alla scrivania il proprio cane.

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Ricarica per auto elettriche

Nella sede centrale di Pedrignano a Parma, Barilla ha installato la più grande stazione italiana per la ricarica di auto elettriche. Le iniziative per la mobilità sono molto diffuse: il 66% degli enti monitorati da Top Employers provvede a un parcheggio aziendale e alcune imprese mettono a disposizione un servizio di car sharing per il tragitto casa-lavoro.

Maggiordomo

Nel quartier generale della Diesel di Breganze, in provincia di Vicenza, per i 900 impiegati c’è a disposizione un maggiordomo che recapita alla scrivania beni come farmaci o vestiti ritirati dalla tintoria.

Attività sportiva

Il 71% delle imprese propone una serie di piani per l’attività fisica, con opzioni a scelta del dipendente, che vanno dalle iscrizioni in palestra, ai corsi di yoga. Molte aziende hanno attrezzato un’area per lo sport. Una di queste è Vittoria assicurazioni che ha aperto una struttura di circa 450 metri quadrati nella sua sede di Milano, a cui si può accedere anche in pausa pranzo o la sera.

welfare aziendale

Credits: Depositphotos #60167695

Banca del tempo

Il tempo è la risorsa più preziosa, soprattutto per chi lavora molto. Alla Ferrero gli impiegati possono scambiarsi il tempo per aiutarsi con le piccole necessità quotidiane come le incombenze domestiche, la cura dei figli, i lavori di manutenzione, l’assistenza agli anziani. L’azienda ha creato un registro, ad adesione volontaria, delle ore spese e delle ore versate e una bacheca per pubblicare le informazioni.

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Orto aziendale

In un locale apposito della Unicredit Tower di Milano, i dipendenti possono coltivare erbe aromatiche e piccoli frutti e ortaggi. È possibile recarsi all’orto in qualsiasi momento della giornata, anche se molti lo fanno durante la pausa pranzo.

Instagrammer of the week: intervista a Gabriele Colzi

Luce e colori pastello, è questa la firma che contraddistingue le immagini di Gabriele Colzi, in arte Gabdetails, giovane igers toscano che ha scelto instagram come veicolo per raccontare le sue emozioni e condividere i suoi scatti.

Gabriele racconta panorami urbani tenendosi però in bilico tra realtà e fantasia, inserendo nelle sue immagini elementi estremamente reali – uccelli, cieli che sembrano dipinti e nuvole – e giocando con la luce e con i colori pastello per raccontare la sua personale visione del mondo.

 Nonostante la passione per i viaggi lo abbia portato un po’ ovunque, da Tokyo a Londra, passando per Venezia così come molti altri luoghi, è Firenze la città che più ricorre nelle sue foto come città della memoria. È qui che è nata la sua passione per la fotografia e che Gabdetails ha iniziato a giocare con i colori. Rapiti dai colori e dalla bellezza dei suoi scatti, abbiamo chiesto a Gabriele cosa vuole dire per lui essere un igers. Per iniziare, domanda di rito: raccontaci tutto (o quasi) di te con 3 hashtag. «#Viaggiare: viaggiando si scopre sempre più di quello che ci portiamo dentro. Quando scatto una foto, vado a specificare quella che è la mia testimonianza. Durante un viaggio, vado a trovare, più che cercare: in un certo senso so già cosa cerco. Così vado a scoprire quel che posso fare mio per rielaborarlo secondo il mio punto di vista. #Guardare: cerco motivi nei dettagli, simboli nelle immagini, parole e suoni in quel che non è stato ancora detto. Quello che vedo, per come si mostra, non mi basta quasi mai. #Parlare: ci vuole tempo per capire certe cose, per questo la vita è così lunga e ci fa aspettare prima di ritrovare un po’ di fiducia. Con il tempo, sto scoprendo quanto dipendiamo gli uni dagli altri, quanto sia fondamentale comunicarlo, quanto abbia imparato a spiegarmi e ritrovarmi, grazie anche alla fotografia». 

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Nelle tue foto di nota come per te sia importante la luce e l’uso del colore, in particolare i toni pastello. Quali sono gli elementi che rendono una foto efficace su Instagram?

«Vediamo da sempre a colori. E per me, il colore rappresenta la vita, il pensiero, il sentimento. E, se il bianco e il nero già interpretano, l’uso del colore si lascia interpretare. Mi piace pensare che ogni sensazione si componga di sfumature azzardate. Col tempo, tutto diventa sempre più difficile da editare, ma forse più intriso di significato. Il mio uso del pastello è un modo di rinunciare alla realtà per valorizzarla in maniera più ideale.

In linea generale, è davvero difficile riuscire a dire con certezza quali sano gli elementi di efficacia di una fotografia su Instagram. Credo che i gusti della fotografia digitale seguano delle vere e proprie tendenze che si evolvono continuamente. Si può scegliere se seguirle o meno, ma, personalmente, sono sempre rimasto fedele al mio stile».  Per avere successo su Instagram, quanto è importante “seguire le regole” e quanto invece avere una propria firma ben riconoscibile? «Penso sempre che la ragione per la quale un quadro di Warhol sia venduto all’asta a centinaia di milioni di dollari sia la sua immediata riconoscibilità; così nell’arte, così su Instagram. Che sia un fil rouge innovativo o un editing impattante, che sia un racconto appassionante e ben strutturato o un metodo fotografico inatteso, l’importante è avere un’idea originale, riuscire a comunicarla quotidianamente e ritagliarti così il tuo spazio unico nel mondo Instagram.

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In un certo senso, le “regole da seguire” le creiamo noi stessi».

Qual è il tuo rapporto con i follower?

«Nell’ultimo anno, con l’avvento delle stories, il mio rapporto con i ‘followers’è cambiato drasticamente: raccontare più della mia vita, documentare le mie avventure in giro per il mondo, mostrare il backstage delle mie fotografie ha accorciato le distanze con i miei seguaci, creando un rapporto di complicità e, in qualche caso, anche amicizia.

Grazie ad Instagram sono riuscito ad incontrare, dalla Francia al Giappone, persone che non avrei mai pensato di poter vivere così intensamente.» Nelle tue foto ricorre spesso l’hashtag #GabDixit. Ci parli di questo progetto? «La fotografia per me è uno dei metodi più efficaci per usare il mondo, per significare quello che sono, quel che voglio rappresentare. Penso di fotografare non (solo) quello che vedo, ma (anche) quello che sono.

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E, laddove non arrivano i colori, le luci, le nuvole e le ombre, aggiungo un pensiero, una riflessione, un racconto che attinga dalla mia vita da ventitreenne per creare una cornice sempre diversa ad ogni nuovo frame. Mi lascio ispirare dalle mie esperienze, dalle persone e dalle letture, per restituire alla fotografia quella componente umana che (apparentemente) sembra mancare».

Come (e dove) ti vedi da qui a 5 anni?

«Sono quel tipo di persona che al futuro pensa poco. Mi continuo ad immaginare in viaggio, sempre in cammino, sempre instancabile. Sempre con la mia Canon al collo.»

Facebook

Week in Social: tutte le novità di Facebook, Instagram e YouTube

Aspettavi con ansia questo giorno della settimana, vero? E non certo per spendere metà stipendio, no? Eccoti allora servito: lascia stare il Black Friday, mettiti comodo e ripassa con noi le migliori news della settimana dal mondo dei social, leggendo la nuova puntata di Week in Social!

Facebook

Sappiamo quanto il social sia sempre al centro dell’attenzione quando si parla di fake news. Così, per garantire una maggiore trasparenza ai suoi utenti ed evitare nuove critiche, presto arriverà un tool per scoprire se abbiamo (inconsapevolmente) messo like o seguito account associati all’IRA, l’Internet Research Agency russa coinvolta nella campagna di disinformazione durante le ultime elezioni presidenziali USA. 

Entro la fine dell’anno, infatti, sarà disponibile nell’Help Center l’elenco completo di tutte le pagine Facebook e gli account Instagram legati all’organizzazione, in modo da consentire l’auto-verifica da parte degli utenti. Ottimo, no? Quasi.

Peccato, perché non sarà possibile controllare se ci siamo imbattuti nei post organici o, peggio ancora, negli ads di questi account. E considerando che il periodo interessato va dal gennaio 2015 all’agosto 2017 – quindi oltre due anni e mezzo – diciamo che le probabilità sono molto alte. Va bene così, apprezziamo il gesto, ma decisamente si poteva fare di più.

Facebook

Fonte: Facebook

Qualche soddisfazione in più arriva invece sul versante Messenger, per facilitare le transazioni su Marketplace e in generale per chi ama lo shopping social: Facebook e PayPal allargano lo spettro della loro collaborazione, aggiungendo una feature che rende possibile l’emissione di fatture direttamente attraverso la chat, senza dover uscire dalla conversazione.

Come funziona la nuova integrazione? Chi vende potrà semplicemente creare la fattura inserendo dati quali nome del prodotto, descrizione, prezzo, quantità e (se disponibile) anche una foto. Chi compra dovrà solamente selezionare “Pay with PayPal” per finalizzare l’acquisto. Ovviamente, il tutto con la massima sicurezza per gli utenti.

Facebook

Fonte: TechCrunch

 

Al proposito, Luca La Mesa, top teacher di Ninja Academy, ci lascia il suo parere: “Questa integrazione è un passo fondamentale nella chiara strategia di Facebook di abituarci da effettuare sempre più transazioni dentro la piattaforma. Nella prima fase Facebook ci sta abituando a “cercare” prodotti o servizi tramite sezioni ad hoc (Marketplace) o all’interno di Messenger (ad esempio gli accordi fatti per il delivery del cibo) mentre nella seconda fase ci vuole abituare a completare le transazioni senza dover abbandonare la piattaforma. Oltre all’aspetto di semplificazione per l’utente la parte più importante a cui credo che Facebook stia puntando è quella di “informazioni” relative ai nostri consumi. Gli Inserzionisti avranno dunque un numero sempre maggiore di dati per poter pianificare e ottimizzare le loro campagne.“.

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Instagram

Instagram ha introdotto un’altra piccola, interessante feature che rende di sicuro ancora più interattivi e divertenti i live. Ora, infatti, non dovrai necessariamente aspettare (e sperare) di essere invitato per unirti al live di qualcuno, ma potrai direttamente…autoinvitarti. Sembra brutto? Ma no. L’utente che stai seguendo dovrà comunque approvare la tua richiesta (adesso non esageriamo), e poi potrai semplicemente unirti al live come guest. L’unica cosa è sperare che la lista d’attesa non sia troppo lunga.

Chi sta trasmettendo il live, infatti, riceverà una notifica da ciascun utente che richiede di unirsi, nella sezione commenti. Toccando la nuova icona con i due smiley, potrà in qualunque momento consultare l’elenco delle richieste e quello delle persone che stanno guardando il live.

Facebook

Fonte: Instagram

Facebook

Un’altra novità riguarda poi le Storie. Questa volta non si tratta di una nuova feature, ma di un piccolo accorgimento per una fascia di utenti forse ristretta, ma pur sempre molto attiva: gli utenti “mobile web”, ossia quelli che accedono a Instagram da mobile, ma non attraverso l’app.

Fino ad ora questi utenti poteva solamente vedere le Stories, ma non realizzarle. Un peccato, no? Bene, adesso invece potranno divertirsi in prima persona, dal momento che avranno la possibilità anche loro di crearle, condividerle e salvarle, pur se con qualche funzione in meno (per ora, ad esempio, niente sticker, poll e location tag). Non si può ancora avere ancora tutto, ma ci stiamo lavorando.

Anche su questo, Luca La Mesa ci dice la sua: “Data l’importanza che i live video assumeranno nei prossimi mesi si sta lavorando per attivare tutte quelle funzionalità in passato disponibili solo tramite app terze. Da un punto di vista strategico la possibilità di coinvolgere gli utenti e invitarli/accettarli come guest apre scenari ancora più interessanti per poter sperimentare nuovi format”.

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Fonte: Instagram

YouTube

Chiudiamo infine la settimana con una buona notizia: YouTube ha annunciato infatti che introdurrà a breve una serie di provvedimenti per tutelare i minori in modo più attento e concreto. La principale novità, per il momento, è che tutti i commenti a sfondo più o meno esplicitamente sessuale sui video dei minori saranno rimossi.

Ma perché, non avveniva già? Non proprio. Naturalmente i commenti di questo tipo sono contro la policy di utilizzo della piattaforma, ma The Verge aveva recentemente svolto un’inchiesta proprio per segnalare la presenza di numerosi commenti predatori sotto numerosi video di bambini e adolescenti con migliaia di views. YouTube ha così preso seriamente la questione, rimuovendo immediatamente i video in questione e promettendo ulteriori azioni in questa direzione. Speriamo davvero sia solo l’inizio.

 

Chatbot, sms, email e annunci: come integrarli seguendo il Customer Lifecycle?

Il mobile ha rivoluzionato l’approccio al marketing digitale: se tutti sappiamo ormai che in Italia circa l’85% degli utenti utilizza uno smartphone per navigare su Internet (cifra destinata a crescere ancora nel prossimo futuro), non deve stupire che proprio questo dato ci fornisca indicazioni importanti sul rapporto che è possibile costruire con clienti e potenziali clienti all’interno del customer lifecycle.

Siamo abituati ad essere costantemente connessi e lo smartphone è diventato la naturale estensione tecnologica delle nostre vite, per questo vogliamo che le aziende entrino in questo spazio, a metà strada tra pubblico e privato, nel modo più utile possibile ai nostri bisogni, nelle varie fasi del nostro ciclo di vita come consumatori.

Analizziamo, quindi, il customer lifecycle proprio dal punto di vista del consumatore: la chiave per le aziende per imparare a comunicare meglio con i propri clienti oggi è ascoltarli.

Scopriremo la prospettiva dell’utente in quella serie di passaggi (il ciclo di vita del cliente, appunto) che ogni persona compie nell’esperienza di contatto con il brand, per arrivare ad una analisi di case history che ci mostreranno esempi concreti di applicazione.

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Customer Lifecycle: da visitatore ad ambassador del brand

Ogni fase del ciclo di vita del cliente è scandito da azioni precise, a cui l’azienda può rispondere con tattiche altrettanto precise: dal contatto iniziale, alla fedeltà nel tempo.

  1. Visitor: l’utente è potenzialmente interessato ed entra per la prima volta in contatto con il marchio. Google AdWords, landing page e landing social, chatbot, Facebook Ads, social content, Opt-in tool possono creare differenti combinazioni per raggiungere il potenziale cliente in questa prima tappa del suo ciclo di vita.
  2. Prospect: l’utente ha mostrato interesse. Qui l’azienda potrà adottare due diversi mix: tra SMS e storytelling, o tra email e storytelling.
  3. Activated User: l’utente ha già cominciato ad interagire con il brand. La tattica migliore in questa fase è costituita dalle due diverse combinazioni tra SMS e landing o tra email e landing.
  4. Customer: l’utente ha effettuato il primo acquisto e per assicurarsi che sia pienamente soddisfatto e resti in relazione con il marchio, è bene adottare una strategia basata su email o SMS, landing survey e chatbot.
  5. Active Customer: l’utente utilizza il prodotto/servizio. Anche in questa fase sarà possibile per l’azienda adottare diversi canali per mantenere la comunicazione con il cliente, attraverso SMS o email, più storytelling con call to action e chatbot.
  6. Loyal Customer: in questa ultima fase del suo ciclo di vita, il cliente diventa ambasciatore del brand. SMS o email, combinate con landing che riportino coupon e deal dedicati, più la possibilità di essere sempre in contatto tramite chatbot, costituiranno la strategia vincente per mantenerne la fedeltà.

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Il customer lifecycle ci mostra un ciclo di vendita diverso dal classico funnel automatico di marketing, con un approccio più centrato sulle persone e sul loro individuale ciclo di vita con il marchio. Per questo soluzioni nuove come chatbot, marketing automation, SMS ADS Pay per Click e Movietelling (la declinazione in video dello storytelling), diventano essenziali per conoscere il consumatore, integrando tutte le campagne sui diversi cluster, e per fare investimenti mirati.

Alcuni esempi di campagne mobile di successo

Entrando nel concreto delle possibili applicazioni delle soluzioni per le campagne mobile, scopriamo in che modo è possibile oggi unire SMS, email, social e landing per intercettare le diverse fasi del customer lifecycle.

1. Cassa Rurale ed Artigiana di Brendola – Settore Banking

Oltre ai casi di brand stranieri abbiamo voluto analizzare anche una case history tutta italiana: quella della Cassa Rurale ed Artigiana di Brendola, che ha utilizzato ADA, suite integrata di soluzioni per il mobile marketing di iDigital Company, per costruire e veicolare una Landing Survey, per condurre un sondaggio e comprendere il livello di conoscenza del mondo del Credito Cooperativo da parte del pubblico di riferimento.

La Cassa Rurale ed Artigiana di Brendola si era prefissata come obiettivo di marketing quello di comprendere il grado di interesse del pubblico verso il credito cooperativo e come la conoscenza della attività della Cassa Rurale ed Artigiana potesse influire nello scegliere un Istituto di Credito rispetto ad un altra Banca.

In collaborazione con l’Università degli Studi di Verona, ha quindi sfruttato le potenzialità della soluzione Landing Survey, per condurre un sondaggio al quale hanno risposto 198 utenti: tutti hanno compilato il questionario e lasciato i propri dati, ricevendo in cambio un buono sconto di 10 euro spendibile sul sito www.ventis.it.

Per ricevere questa risposta la Cassa Rurale ed Artigiana di Brendola ha effettuato campagne di SMS marketing e di email marketing che puntavano ad una Mobile Landing Page di atterraggio. La Landing Survey è stata inviata a 5277 utenti tramite UpperMail e a 3896 utenti tramite SMS. Il risultato sono stati 198 click ottenuti e 198 sondaggi compilati.

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2. Asmana Wellness World – Settore Wellness & Beauty

Si tratta di un centro benessere situato appena fuori Firenze, che aveva l’obiettivo di sfruttare la popolarità della pagina Facebook (139.000 like) per creare una lista di contatti profilati, da utilizzare per successive campagne di mobile e email marketing puntando così, su una strategia multi-canale.

L’azienda ha utilizzato la Landing Social Coupon, la soluzione di ADA che consente di acquisire i dati delle persone attraverso form dedicati, direttamente da smartphone, e grazie ad una campagna di post sponsorizzato con rimando a landing dedicata, ha proposto agli utenti la possibilità di proseguire l’esperienza di marca rilasciando i propri dati e ricevendo in cambio un coupon di sconto del valore di 5 euro.

I dati raccolti, in modalità automatica, unitamente al consenso al trattamento dei dati (triplo opt-in) sono rimasti così disponibili in piattaforma e utilizzabili per successive iniziative.

Sono state raggiunte 122.712 persone su Facebook, di cui 68.784 tramite traffico a pagamento e 53.928 da traffico organico, con 44.458 visualizzazioni uniche della landing page, 5.000 like sulla pagina e 560 lead acquisiti ad un costo di 0,125 euro (CPA – Cost per Acquisition).

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>>> Puoi incontrare il team di iDigital allo IAB Forum 2017, dal 29 al 30 novembre presso lo stand numero 62

3. American Eagle Outfitters – Settore Retail

American Eagle Outfitters è una catena che vende abbigliamento casual, scarpe, accessori per ragazzi e ragazze. Il brand utilizza un programma di messaggistica per annunciare ai clienti svendite speciali e svendite flash, includendo spesso codici promozionali tracciati poi al punto vendita (POS) e collegati al sito web mobile per lo shopping online.

Trattandosi di Activacted User e di Customer, l’azienda ha inviato messaggi circa una volta alla settimana, spesso con codici promozionali per il monitoraggio delle conversioni, sfruttando il senso di urgenza dovuto alla scadenza dell’offerta per generare un’azione immediata.

America Eagle ha quindi usato un canale Opt-in, gli SMS e il tracciamento dei codici per generare ulteriori risultati, guidando i clienti verso vendite mirate in occasione del cambio di stagione e delle liquidazioni, spingendo così i clienti a trasformarsi in Active Customer.

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4. ZPizza – Settore Food

La catena di ristoranti in franchising ZPizza puntava alla creazione di un database di utenti registrati alla newsletter e ai propri programmi di fidelizzazione da monitorare, con l’obiettivo di ottenere almeno 100 clienti in grado di effettuare una spesa da 50 dollari in su a settimana per ogni punto vendita.

Per raggiungere il suo scopo il brand ha creato una campagna di raccolta dati che integrava web e offline, email e SMS. Ha quindi realizzato e inviato a casa dei residenti entro i 3 chilometri da ciascun negozio delle cartoline promozionali con un codice da inviare via SMS insieme al proprio indirizzo email, per vincere una serie di premi. I partecipanti hanno ricevuto risposta all’indirizzo inserito in fase di registrazione e la campagna è stata comunicata anche attraverso il sito web e i canali social.

L’azienda ha così accresciuto il suo database attraverso i contatti inviati spontaneamente dagli utenti e aumentato le registrazioni al loyalty program (+5% durante i 6 mesi di attivazione della campagna), giungendo così all’identificazione all’interno di questo nuovo bacino di utenti del target ad alta spesa che ricercava per il monitoraggio.

Un ottimo esempio di passaggio da Prospect a Loyal Customer.

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I vantaggi dell’integrazione del customer lifecycle nel tuo mobile marketing

Integrare la strategia mobile marketing nel ciclo di vita dei clienti è utile per coinvolgere le persone sia nel contesto reale che in quello digitale, puntando sulla loro conoscenza del brand e sulla relazione che si costruisce nel tempo. Utilizzare gli SMS, ad esempio può essere utile anche per tracciare la collocazione geografica degli utenti, da utilizzare per future campagne geolocalizzate, molto efficaci su mobile. Mentre il tracciamento dei codici promozionali consente di delineare in modo ancora più preciso il percorso del cliente fino all’acquisto.

Se hai seguito questi tre esempi di campagne mobile efficaci, ora saprai che grazie a chatbot, marketing automation, SMS ADS Pay per Click che forniscono informazioni sul cliente che ha cliccato, puoi sempre trovare la soluzione giusta per integrare il tuo Mobile Marketing nel customer lifecycle dei tuoi clienti. Inizia a sperimentarlo subito per la tua prossima strategia di comunicazione multicanale.

>>> Puoi incontrare il team di iDigital allo IAB Forum 2017, dal 29 al 30 novembre presso lo stand numero 62

Standby Task Force mette i Social Network al servizio delle emergenze

Del ruolo dei Social Network in casi di emergenza o catastrofi se ne parla da molto tempo, basta pensare alla funzione Safety Check di Facebook, ma, ancora più utile per le squadre in azione sul luogo, è raccogliere tutte le informazioni più importanti in un modo organico ed organizzato. Ecco che allora scende in campo Stanby Task Force, una squadra di volontari del web sparsi per tutto il mondo con il compito di intervenire in caso di catastrofe per monitorare i social e supportare la meglio chi è sul campo.

Abbiamo intervistato Valeria Villan, un volontario del Core Team che ci ha spiegato come funziona questa organizzazione e come i social netowork, in fondo, abbiano anche un’anima umanitaria.

Cos’è Standby Task Force e qual è la sua mission?

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La Standby Task Force (SBTF) è una no-profit americana attiva nell’ambito del digital humanitarian. In situazioni di emergenze naturali o di crisi umanitarie, la SBTF opera nel campo dell’information management e del crisis mapping: i volontari della SBTF monitorano il web e i social media alla ricerca di informazioni utili alle organizzazioni che si occupano di rispondere all’emergenza.

Un semplice tweet che parla di una strada bloccata in un luogo colpito da un sisma, ad esempio, può diventare una informazione chiave per chi è sul campo e deve stabilire il percorso per portare gli aiuti nelle zone terremotate.

Tutte le informazioni raccolte sono categorizzate, analizzate, verificate e geolocalizzate, allo scopo di creare mappe o dataset che vengono condivisi con coloro che si occupano di rispondere all’emergenza.

Questa attività è iniziata nel 2010, con il terremoto che aveva colpito Haiti, e nel corso di questi sette anni la SBTF ha supportato, con i suoi servizi, la risposta umanitaria a quasi cinquanta emergenze in cinque continenti.

Cosa vuol dire far parte di un’organizzazione come la vostra, sia come professionisti che come volontari?

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La SBTF conta centinaia di volontari, sparsi letteralmente in tutto il mondo – dall’Australia agli Stati Uniti. Questo ci permette di poter operare 24 ore su 24 quando siamo chiamati a rispondere ad una emergenza. Lavoriamo esclusivamente da remoto, nel nostro tempo libero, ed utilizziamo diversi tool online per coordinare le nostre attività.

La maggior parte del tempo i volontari sono in “stand by”, ad eccezione di un gruppo, definito “Core Team” (di cui faccio parte), che si occupa delle attività quotidiane necessarie per la gestione di questa no-profit. Diventiamo operativi non appena riceviamo una richiesta di aiuto a fronte di un’emergenza umanitaria o una calamità naturale.

Il background dei nostri volontari è estremamente vario, come sono varie le capacità necessarie per rispondere a questo tipo di emergenze. Per tutti i nuovi volontari è prevista una formazione iniziale, e quando lavoriamo su una emergenza si crea sempre un bellissimo clima di collaborazione virtuale, con scambi di consigli e supporto reciproco in base alle competenze che ognuno mette a disposizione: chi conosce la lingua locale aiuta a tradurre le informazioni, chi ha competenze nel campo GIS (Geospatial Information System) supporta la geolocalizzazione delle informazioni e la creazione delle mappe, eccetera.

Quali sono i vostri partner e quali le aree di intervento?

Nel corso degli anni abbiamo lavorato per organizzazioni internazionali, ONG e governi nell’ambito dell’information management in contesti di emergenza umanitaria.

Lavoriamo principalmente in risposta a calamità naturali – come uragani, inondazioni o terremoti. A settembre, ad esempio, abbiamo realizzato su richiesta dell’OCHA (Ufficio per il Coordinamento degli Aiuti Umanitari delle Nazioni Unite) un’analisi dei danni subiti dagli edifici nella Dominica dopo che l’uragano Maria ha devastato questa isola caraibica mediante la raccolta ed analisi di immagini pubblicate online.

Anche Puerto Rico ha subito ingenti danni a causa dell’uragano Maria: abbiamo supportato la FEMA (l’agenzia federale che svolge le funzioni di Protezione Civile negli Stati Uniti) realizzando una mappa comprendente i dati sullo stato delle strade e degli ospedali a Puerto Rico nei giorni successivi al passaggio dell’uragano Maria, con informazioni raccolte sia sui social media che tramite l’analisi di immagini aeree.

Le nostre competenze sono state richieste anche a supporto di altre tipologie di emergenze: ad esempio, quando l’epidemia di Ebola aveva colpito Guinea, Sierra Leone e Liberia, la SBTF ha creato il più completo dataset di ospedali, cliniche e ambulatori nei tre Paesi colpiti dall’epidemia, fornendo uno strumento fondamentale per poter coordinare l’invio degli aiuti e sconfiggere l’epidemia.

Sappiamo tutti quanto, in caso di evento catastrofico, sia importante rassicurare parenti e amici. Come vi muovete in tal senso?

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Di norma, il nostro ruolo è quello di osservatori silenziosi. Raccogliamo informazioni che possono essere utili a chi risponde sul campo, ma non siamo noi quelli che, in prima persona, interagiscono con chi è alla ricerca di notizie sui propri cari, nemmeno quando lavoriamo su missioni SAR (Search and Rescue, ricerca e soccorso).

In alcuni casi, però, abbiamo preparato dei situation report interattivi in cui venivano tradotte in inglese le principali informazioni in merito all’emergenza o a quali enti contattare per avere supporto, nell’ottica di aiutare i famigliari di persone che potevano trovarsi nelle aree colpite.

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Cosa significa per una missione entrare a far parte delle vostre aree di intervento?

La SBTF lavora principalmente su attivazione, ovvero su richiesta da parte di un governo, una no-profit o un’agenzia che opera sul campo. In genere, siamo contattati quando si hanno troppe poche informazioni in merito ad un’area colpita da un’emergenza, o quando si è di fronte ad una situazione di information overload, ovvero la quantità di informazioni a disposizione è talmente elevata che l’ente che ci contatta non è in grado di analizzarla.

Ripetiamo sempre ai volontari che ogni missione è diversa da quelle precedenti. La quantità e la tipologia di dati disponibili online, infatti, varia a seconda del Paese, del tipo di emergenza o delle richieste degli attori umanitari che hanno richiesto il nostro supporto.

Di volta in volta, perciò, dobbiamo utilizzare degli approcci o degli strumenti diversi per la raccolta dei dati, per l’analisi o per la loro visualizzazione: una vera e propria sfida, a cui riusciamo a rispondere grazie ai nostri incredibili volontari.

Concludiamo con un piccolo manuale di sopravvivenza, che consigli ci dareste in caso venissimo coinvolti in situazioni di pericolo?

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Di consigli ce ne sarebbero mille, o quasi! Ma la regola «Think before you tweet or post» è quella che vale più di tutte. In situazioni di emergenza, ancor più che nella vita di tutti i giorni, bisogna essere consapevoli di ciò che si condivide online.

In queste situazioni è fondamentale evitare di diffondere notizie non verificate e di usare gli hashtag correlati all’emergenza per scrivere di temi non legati ad essa.

Non bisogna mai dimenticare che i social media non sono un numero di emergenza: le richieste di soccorso immediato, non devono essere twittate o postate su Facebook o Instagram, ma bisogna contattare i soccorsi attraverso i canali preposti.

Infine, ricordarsi sempre che non si sa mai chi può leggere ciò che viene postato online: mai pubblicare informazioni che possono mettere in pericolo qualcuno, sia direttamente che indirettamente.

Come funziona Sky Q e perché i decoder stanno cambiando (ma non moriranno)

Sono passati ben 15 anni da quando Sky faceva capolino nel panorama televisivo italiano, riunendo il duopolio satellitare (con relativa frammentazione di offerte) di Tele+ e Stream in un unico player: Sky Italia. Era il 2003, e la TV da allora è completamente cambiata, specie con l’arrivo della banda larga e dei player dello streaming online.

Netflix, Amazon Prime Video, iTunes Store sono i più grandi competitor della TV tradizionale, sia digitale terrestre che parabola, e in questi anni hanno portato a un risultato storico: secondo il Mary Meeker’s 2017 Trends Report infatti, per tutte le fasce d’età il tempo passato online (mettendo insieme tutti i device) supera nettamente quello speso davanti alla televisione!

Content is the king anche in ambito televisivo: non importa più dove, ma soltanto che cosa viene fruito. Per questo Sky ha presentato ieri, anche in Italia, l’ecosistema Sky Q, punto di rottura di una evoluzione costante nel tempo della piattaforma (ormai ex) satellitare.

La TV è cambiata, e anche Sky. Dalla parabola al fluid viewing: ecco Sky Q

Non esiste più il “Decoder”, ma un “ecosistema multimediale”

No, il decoder non è morto, anzi: si è moltiplicato! Dal decoder unico infatti, che spesso costringe a guardare Sky soltanto sul “televisore principale” di casa, si passa allo Sky Q Platinum, un media center collegabile alla parabola e alla rete internet di casa, permettendo così di creare un ambiente fluido.

Oltre alla app Sky Go infatti, pensata per l’utilizzo fuori casa e che guadagna l’interfaccia Q, si aggiungono gli Sky Q Mini, piccoli apparecchi collegabili ai TV di casa (fino a 5), in grado di collegarsi senza fili all’apparecchio principale.

Il nuovo Sky Q Platinum, l'HUB televisivo di casa

Il nuovo Sky Q Platinum, l’HUB televisivo di casa

Il vantaggio più grande? Un solo cavo che scende dalla parabola, e Sky su tutti i TV di casa contemporaneamente, con registrazioni indipendenti attivabili da qualunque apparato e trasferibili anche sui device mobili.

Basta litigi tra chi vuole vedere la partita e chi un film o una serie TV! (alza la mano se non ti è mai successo 🙂 )

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Content is the King, User Experience is the Queen

Qual è il più grande vantaggio di Netflix? Personalizzare i suggerimenti di visione sulla base di cosa si è visto e di quello che, secondo l’algoritmo, si potrebbe voler vedere.

Anche Sky, dopo l’apertura di Sky On Demand nel 2012, si allinea a questo paradigma, con la nuova Home di Sky Q.

In base infatti a quello che l’utente vede abitualmente, verranno suggeriti programmi di qualunque tipo (in diretta, on demand, registrati), in un sistema perfettamente integrato con le preferenze degli spettatori, e in grado di evolversi con i loro gusti.

La nuova interfaccia (unificata) di Sky Q

La nuova interfaccia (unificata) di Sky Q

I vantaggi più grandi sono quindi:

  • esperienza utente unificata su TV e devices mobili
  • la possibilità di mettere sullo stesso piano contenuti on demand, registrati e in diretta
  • iniziare un contenuto sulla TV e riprendere la visione dallo stesso punto in cui si è arrivati da un altro televisore o sulla app di Sky Go Q
  • trasferire le registrazioni dal decoder di casa allo smartphone e viceversa

Le App, il 4K e la nuova soundbar: Sky Q è solo il punto di partenza

Sky è stato uno dei primi player (il primo sulla piattaforma satellitare) a portare le trasmissioni HD in Italia, contribuendo quindi allo sviluppo dell’offerta televisiva e, indirettamente, al mercato delle TV HD. I competitor online stanno già facendo di meglio, portando la risoluzione 4K ai contenuti televisivi in maniera sempre più allargata, specialmente grazie alla diffusione della fibra ottica.

Anche Sky si adegua quindi a questo trend, rendendo il suo Sky Q 4K Ready e promettendo presto nuovi contenuti in altissima risoluzione (UHD).

La TV è cambiata, e anche Sky. Dalla parabola al fluid viewing: ecco Sky Q

Ma non solo, anche le app faranno capolino nel sistema, mutuando i contenuti del boxset Now TV all’interno di Sky Q: alcuni esempi saranno Sky Sport, Sky TG 24 e le applicazioni per lo streaming musicale, il tutto permettendo di non interrompere la visione (in modalità picture in picture).

Dal punto di vista dell’interazione con l’utente, verranno presto abilitati i comandi vocali dal telecomando (come su Apple TV, anche se non ancora in Italia) e verrà commercializzata una SoundBar, specificatamente sviluppata per la piattaforma e in grado di adattare il suono dinamicamente in base alla trasmissione vista.

Tiriamo le somme: conviene oppure no?

Se sei arrivato fino a questo punto, sei sicuramente un amante della tecnologia e, come tale, avrai capito che con Sky Q non potremo più identificare Sky semplicemente con parabola e decoder, ma come una piattaforma.

Questo porta con sé una nuova tipologia di sistema multimediale, che prende i vantaggi e lo sterminato numero di programmi della parabola e li combina con quelli della banda larga, facendoci dimenticare dove stiamo vedendo un determinato contenuto.

Un passo obbligato per Sky? Sicuramente è la sua naturale evoluzione: del resto, le piattaforme di streaming (Netflix in primis) stanno creando una vera e propria comunità intorno ad esse, grazie e soprattutto alla loro facilità di visione e all’essere taylor made sui gusti dello spettatore (oltre al costo ridotto, forse l’unico tallone d’Achille di Sky, anche se giustificato dall’offerta molto avanzata in tutti gli ambiti, specie in quello sportivo).

Questo quindi è il nuovo tema in casa della Pay TV di Murdoch: continuare a sviluppare contenuti, anche e soprattutto sportivi e proprietari, superando il concetto di televisione tradizionale.

 

 

twitter

Quanto contano le fashion blogger fuori da Instagram

Le fashion blogger, una delle categorie del digitale più conosciute e discusse dagli utenti, croce e delizia tra i tanti personaggi che popolano il mondo del web e dei social. Un termine tanto utilizzato da essere diventato ormai comune, usato dai più come una delle molte parole presenti nello slang odierno.

Non c’è da stupirsi, il fascino da sempre parte del mondo della moda e la fama raggiunta ha reso alcune di loro vere e proprie celebrità, aumentando significativamente la considerazione e l’attenzione su questa particolare categoria di blogger. Un’attenzione tale da rendere quasi scontato il binomio fashion + blogger, che popola in maniera netta anche le conversazioni online.

Ed è proprio dalle conversazioni che nascono e prosperano sui social che vogliamo comprendere di più su questo fenomeno, affidandoci non a opinioni, ma alla concretezza dei dati.

Le fashion blogger nelle conversazioni sui social media

Per affidarci agli insight, non potevamo che passare da un’analisi realizzata attraverso strumenti di web & social media listening. Così siamo stati in grado di scandagliare i contenuti online legati al topic fashion blogger e ricavarne dati reali.

Dal 1 Gennaio 2016 ad oggi sono oltre 25mila i post contenenti il tema, netta dimostrazione dell’interesse prodotto da queste particolari figure d’influencer.

fashion blogger: volume conversazioni online

Soffermandoci sull’andamento delle conversazioni è facile notare un picco rilevante l’1 Marzo 2016. Il motivo? Un tweet di Benji, noto musicista italiano da sempre molto attivo (e seguito) sui social. Il tweet in questione (che ritrae il compare Fede) risulta anche il contenuto più ritwittato nell’arco di tempo analizzato: oltre 3.600 retweet e quasi 9.000 like.

 

Gli altri top retweet hanno un tono molto meno “positivo”, legato più a un uso ironico del termine fashion blogger: ben quattro (e molto caustici) sono di @droghiere, particolarmente attivo sul prendere di mira la categoria.

 blogger top Twitter Retweets

Sempre restando su Twitter, è interessante l’analisi dei top hashtag. Oltre i più classici #OOTD (outfit of the day), #fashion e #blogger troviamo hashtag connessi a trasmissioni tv come #temptationisland e #uominiedonne. Un dato che lascia comprendere quanto la figura dei fashion blogger abbia ormai travalicato, come detto, il mondo digitale diventando parte rilevante anche in altri media. Non è un caso se molti reality vedono ormai tra le proprie fila volti noti del mondo social.

fashion blogger Top hahstag

Tra gli account più menzionati dominano invece @youtube (una delle piattaforma più utilizzate) e @chiaraferragni, che piaccia o meno una costante nelle conversazioni sul tema. La presenza di @fedez è anch’essa figlia della Ferragni e del loro fidanzamento, ampiamente raccontato sui social. Uno storytelling che farebbe impallidire quello di molte campagne di brand internazionali.

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La presenza di @giorgiapapasso e @marceloburlonx si riallaccia invece alla questione tv, essendo due tra i partecipanti di noti programmi televisivi molto chiacchierati in rete (Grande Fratello Vip e Pechino Express).

fashion blogger Top mentions

Fashion blogger: i topic connessi

Passiamo adesso lo sguardo ai contenuti, o meglio, alle tematiche connesse al termine fashion blogger. Anche in questo caso troviamo elementi abbastanza scontati, come ad esempio “foto”, vero must di ogni fashion blogger, e alcuni dei canali solitamente usati dagli influencer come Instagram e Twitter.

Accanto a questi troviamo anche sorprese interessanti che colpiscono immediatamente l’attenzione: una su tutte è “andate a lavorare”. Dietro l’utilizzo ironico si nasconde infatti un topic di discussione molto rilevante e che vede tra le protagoniste le giornaliste di Vogue, ovvero il riferimento ultimo per tutto ciò che riguarda il mondo della moda. Al termine della Milano Fashion Week dell’autunno scorso è scoppiata una forte polemica tra il noto magazine, nella persona di Sally Singer (Direttore Creativo Digitale del sito Vogue) ed altre importanti figure contro i fashion blogger.

Un attacco che ha creato numerose conversazioni online divise tra chi sosteneva la tesi delle influencer e chi invece la posizione di Vogue.

fashion blogger Topics

La Word Cloud, i termini più utilizzati nei post sul tema fashion blogger, rispetta le aspettative. In primo piano parole come fashion, influencer, webstar, ma anche il già citato lavorare fa capolino. Molto interessante la presenza delle emoticon, ormai parte integrante (e rilevante) del modo di comunicare online. La faccina che ride a crepapelle  fa capire il mood ironico che segue sempre più il termine fashion blogger.

Presenti anche alcuni nomi utenti, autori di Tweet che hanno raccolto numerose interazioni (@matteograndi, @therealgue e @lazzari_mets).

word cloud fashion blogger

Fashion blogger: il sentiment degli utenti

L’ultimo passo per comprendere appieno il parere del mondo social sul topic fashion blogger è analizzare il sentiment dei contenuti prodotti. A predominare nettamente è il sentiment negativo (48%), figlio delle tante critiche e della pungente ironia che ormai circonda questa categoria. Un sentiment in crescita quasi a dimostrare la sempre minor rilevanza (e credibilità) che i fashion blogger hanno sugli utenti.

fashion blogger sentiment

Il limitato peso dei contenuti neutri, solitamente rilevanti in questi tipo di analisi, si spiegano con la scarsa presenza di contenuti informativi a favore di quelli contenenti opinioni. Un elemento che fa capire, in concomitanza del largo sentiment negativo, ancor di più quanto le fashion blogger siano drive di post “personali”, in cui esprimere una propria opinione (solitamente non favorevoli).

Bastano pochi esempi per comprenderlo:

 

 

Conclusioni

Gli insight dal mondo social ci raccontano un rapporto (e un pensiero) non certo lusinghiero da parte degli utenti nei riguardi delle fashion blogger, ma non sempre il negativo è tutto NEGATIVO. I dati ci dimostrano quanto ormai le fashion blogger siano parte integrante del tessuto culturale e sociale italiano. Un legame talmente forte (e scontato) da farne termine di paragone, motivo di scherno, parola di uso comune.

Forse non saranno più riferimenti per quanto concerne moda e tendenze, ma sono e resteranno protagoniste della subcultura del bel paese.

Fashion influencer marketing: come stanare i furbetti

Se avete un’azienda fashion o una nuova collezione da promuovere, vi sarà capitato senza dubbio di ricevere da parte di una o più agenzie di comunicazione proposte di progetti incentrati sul fashion influencer marketing, ovvero sul coinvolgimento di blogger e influencer come amplificatori del vostro messaggio. Molti di voi, ne siamo certi, avranno anche stanziato budget più o meno importanti per queste attività, stuzzicati anche dai grandi numeri di impression e engagement potenziale dichiarati.

Ora, non vorremmo mettervi la pulce nell’orecchio, ma… avete la certezza di aver pagato per quanto promesso? In un mondo ricco di bot, fake follower e Instagram pod, è facile che abbiate effettivamente investito per… il nulla.

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Spesso spinte dalle stesse agenzie di PR per renderle di maggiore appeal sul mercato, infatti, sono centinaia, forse migliaia, le ragazze (e i ragazzi) cui unico merito non è certo quello di essere riuscite a coltivare una community di appassionati, ma di aver individuato il servizio di follow/ unfollow con la migliore qualità/ prezzo.

Ma come mai tantissime aziende affidano le proprie strategie di comunicazione a sedicenti fashion blogger, alimentando così la rovina del vero influencer marketing?

La risposta speriamo sia legata alla scarsa informazione che c’è in questo settore, diffuso ma forse ancora inesplorato. E così, ecco alcuni suggerimenti per capire se gli influencer che avete ingaggiato per la vostra campagna di comunicazione vi porteranno davvero dei risultati o solo bolle di numeri pronti a scoppiare da un momento all’altro.

Influencer con una crescita improvvisa dei follower

Pensate di svegliarvi una mattina e, ancora nel letto, prendere il telefono, aprire Instagram e… ritrovarsi con 100.000 follower sul proprio account. Incredibile, un sogno! Esatto, continuate a dormire sereni perché ciò non può avvenire in modo organico: una community non cresce dal giorno alla notte e picchi improvvisi di seguaci puzzano di falso a distanza di km. No, non vi stiamo chiedendo di monitorare quotidianamente i follower di tutti i papabili influencer in target per la vostra azienda, ma almeno di farvi un giretto su Socialblade sì: inserendo nell’apposito campo di ricerca l’account che volete monitorare, vi rilascerà una serie di informazioni utili come la crescita dei follower e dei following degli ultimi tempi. L’esempio qui sotto, mostra un account di una fashion influencer (promossa, tra l’altro, da una famosa agenzia di PR italiana) con oltre 300 mila follower su Instagram. Non trovate qualcosa di strano nell’andamento giornaliero dei follower? Non credete che acquisire 2k follower un giorno e perderne 30 il giorno prima sia anormale?

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O anche, non vogliamo pensare come possa essersi sentita il 3 settembre quando, in sole 24 ore, aveva perso più di 30.000 seguaci ?

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Sì, questi follower non possono essere totalmente veri. Sono comprati al kilo, come al mercato, e come le interazioni sui post. Non ci credete? Ecco un esempio di volantino di una agenzia che vende questo genere di servizi:

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Interazioni sospette

via GIPHY

A meno che l’Instagrammer che state monitorando non sia una Ferrari, no, non può essere in grado di passare da 0 a 100 (like) nel giro di 2 secondi. E, al contrario, un post che nelle prime ore non ha ricevuto interazioni, ma a fine giornata si ritrova migliaia di like, potrebbe essere sospetto. Se, quindi, avete intenzione di affidare la vostra campagna a un nuovo influencer, guardate il suo tasso di interazione monitorandolo anche a livello temporale. Inoltre, fate un rapporto tra numero di seguaci e interazioni ai post: una media organica è rappresentata dallo schema di Smartinsights che vi mostriamo qui sotto. Numeri molto distanti da questi potrebbero essere il risultato di attività poco organiche.

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Nota: sì, fortuna e bravura ogni tanto assistono anche l’influencer di turno che potrebbe vedersi una fotografia ricondivisa da profili con tantissimo seguito (reale), come ad esempio l’account stesso di Instagram, o la sezione “Esplora” del social network. Una eventualità assolutamente realistica, anche se rara, e soprattutto facilmente intuibile anche dai grafici: una situazione simile prevederebbe un afflusso anomalo il giorno della condivisione e i giorni seguenti, per poi sparire gradualmente.

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Your amazing pics

Dai, non diteci che davvero pensavate che tutti quegli “Amazing” “Wow” “Perfect Pic” sotto alle foto della vicina di Pinerolo fossero commenti veri postati con il cuore.

via GIPHY

Non vi offenderete come quando avete scoperto della non esistenza di Babbo Natale, quindi, se vi diremo che quei commenti sono il frutto di bot, ovvero di programmi che compiono delle azioni come se fossero esseri umani. Nel caso di Instagram, i bot possono essere in grado di fare molte cose, sostituendosi di fatto agli utenti nelle relazioni sui social media: like a tutti i post con un determinato hashtag, follow di profili targettizzati, o commenti con parole chiave ed emoticon degni dei migliori teenager americani. Smascherare queste attività è abbastanza facile: se l’account che seguite è italiano, i suoi post sono in italiano e dichiara una fanbase italiana, potrebbe essere davvero strano leggere centinaia di commenti in inglese e di povero contenuto sotto alle sue fotografie. Inoltre spesso, andando a stalkerare gli account che hanno lasciato il commento, ci si rende conto di come anche questi siano falsi: profili con tantissimi follower ed un solo post pubblicato, account privati senza foto profilo o strani personaggi di Paesi lontani.

Inoltre, chi utilizza i bot, può essere facilmente preso con le mani nel sacco anche dalla sezione “seguiti” di Instagram: come vedete dallo screenshot, che mostra il percorso da fare e non mostra account con bot in azione, dall’applicazione vi basterà andare sul cuoricino presente nel menù in basso e selezionare la visione “seguiti”. In quel feed, potrete monitorare tutte le attività delle persone che seguite, inclusi i vostri influencer. Se vedete centinaia di like alle foto nel cuore della notte o una intensissima – diciamo pure fuori misura – attività di commenti sulle più svariate foto, vi consigliamo di stare in guardia!

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Insomma, chi è senza fake follower scagli la prima pietra: ormai trovare fashion influencer con un seguito reale e pulito da bot e pods sembra una missione impossibile. E allora, cari marketing manager, non siate miopi: l’ossessione per i numeri, in questo caso, lasciatela a qualche altro dipartimento. Per fare influencer marketing è necessario puntare sui contenuti, su un messaggio da veicolare, e su persone reali con cui andare a interagire. Affidarvi a una macchina mangia soldi e finti fan, non vi aiuterà a scalare la vetta della popolarità, ma vi farà invece perdere di credibilità e professionalità agli occhi di chi con questo mestiere ci lavora in modo serio e onesto.

Evitate quindi di buttare migliaia di euro per centinaia di finte visualizzazioni e cominciate a fare investimenti più mirati, anche con dei micro influencer, che possano portare però conversioni reali!

Fashion Influencer

Chi sono le fashion blogger italiane più popolari su Instagram

Si amano, si divertono, piangono, si sposano, annunciano gravidanze e nuovi amori, vanno al mare con le amiche, si fotografano in attesa di uno shooting o a pranzo con la mamma. Conosciamo tutto di loro e meno forse dei loro outfit. Sono le inquiline indiscusse di Instagram, quelle che un tempo chiamavamo fashion blogger, che si improvvisavano scrittrici e che ora sono influencer in tutti i sensi e a 360 gradi. Ci suggeriscono cosa mangiare, dove andare per il weekend, come arredare le nostre case.

Fashion Influencer

Oggi vogliamo parlarvi proprio di questo, del lato più social del mondo fashion nostrano, e di tutto quello che fa scattare like e cuoricini alla velocità del secondo. Di tutti quei contenuti, immagini, video e storie che piacciono tanto agli oltre 14 milioni di utenti di Instagram e che hanno consacrato alcune delle fashion blogger più famose nell’olimpo del social fashion.

Ma chi sono, cosa fanno, cosa accomuna le fashion blogger sbarcate sull’isola felice di Instagram, neanche fossero amazzoni in guerra per accalappiarsi l’ultimo dei brand? La battaglia a suon di follower è forse l’ultimo e più redditizio dei capitoli di questa bellissima storia.

Redditizio? Si avete capito bene. Un Instagrammer con qualche migliaio di follower può arrivare a chiedere dai 500 ai 5 miladollari per post, ma quando i follower salgono verso i sei milioni, si possono guadagnare dai 20 mila ai 100 mila dollari per un singolo post.

Fashion Retail l'ottimizzazione delle vendite attraverso l'AI 3

Da “The Blonde Salad” a “Jou Jou Villeroy“, da “La Pinella” a “Nastilove” fino a “The Fashion Fruit“. All’origine dei tempi era il blog e alzi la mano chi non si è trovato, almeno una volta, a cercare consigli di stile tra quelle coloratissime e profumate quanto virtuali pagine.

Sulla loro passione per la moda, le fashion blogger di cui vi stiamo per parlare, sono state in grado di costruire un vero e proprio impero. Sono indiscusse icone di stile ma non solo. Cosa intendiamo dire? Presto detto. Al mare si va solo a Formentera, la centrifuga da portare sempre con se è quella a zenzero e cetriolo e il sushi “is the new pizza”.

Su Instagram le fashion influencer ci fanno entrare nelle loro vite, nei loro amori, nelle loro case e nella loro quotidianità. Sappiamo chi sono i loro cognati, cugini e fratellastri. Sappiamo qual è il loro cibo preferito, dove amano festeggiare il compleanno e tanto altro. Ma vediamo insieme cosa pubblicano con successo le più note fashion influencer italiane.

Chiara Ferragni e il “baby raviolo”

“Bellissimo il vestito che ha indossato all’opening ma come hai detto che si chiamerà il suo bambino?” Quello che abbiamo detto finora potremmo riassumerlo così. È la regina di tutte le fashion blogger, la sua vita è tutta un social. È già stata soprannominata Miss Mamma 2018 e partono le scommesse su quanti like riceverà la prima foto social dell’erede della coppia più cool del momento. Di chi parliamo? Di Chiara Ferragni ovviamente, la fashion blogger che tutto il mondo ci invidia.

Fashion Influencer
Originaria di Cremona, è stata la vera pioniera delle blogger di moda, tanto che la sua storia è diventata una case study all’Università di Harvard. Chiacchieratissima, imitatissima, sempre molto seguita e amata dal pubblico e dalle case di moda.

Ad oggi conta circa 11 milioni di follower su Instagram. La futura mamma fashion appassiona gli utenti Instagram con foto dei suoi viaggi, dei suo incontri, dei suoi look ma i post che riscuotono più successo ( da 1 a 2 milioni di like) sono quelli che riguardano la sua gravidanza, la sua quotidianità con Fedez e ovviamente il matrimonio imminente!

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La Pinella e la sua famiglia allargata

Meno nota come fashion influencer ma conosciutissima come volto tv. È Alessia Marcuzzi, per tutti, La Pinella, per il web. Con più di 3 milioni di follower, la Marcuzzi prestata al mondo social si è buttatta a capofitto nel mondo fashion lanciando un proprio brand di borse e pelletteria. Originali, divertenti e cool le foto con i look da indossare per le vie di Roma o le vacanze a Dubai, ma a catturare di più l’attenzione e i cuoricini dei suoi seguaci sono le foto che la ritraggono con i figli, il marito e tutta la grande famiglia fatta di ex fidanzati, cognati, nuove mogli e tanti bambini.

Fashion InfluencerValentina, piccole Ferragni crescono

Perché averne una quando se ne possono avere due? Ci riferiamo al fenomeno Ferragni. C’è chi è impegnato tra proposte di matrimonio ed ecografie e chi a girare il mondo in compagnia del fidanzato. È Valentina Ferragni, sorella minore di Chiara che ha deciso di prendere in mano gli affari di famiglia ed entrare a tutti gli effetti nel fantastico mondo di The Blonde Salad.

Fashion Influencer

Certo, non è facile farsi un nome quando un membro della propria famiglia è così noto, ma Valentina può già vantare più di 1,4 milioni di follower su Instagram. Tra le sue foto sul social network più noto nel mondo del fashion blogging, si possono trovare numerose immagini in cui indossa outfit sempre eleganti e alla moda. Ma a piacere di più sono le foto che la ritraggono ogni volta in una città diversa e in compagnia del fidanzato, presto cognato di Fedez.

Eleonora Carisi, e il vintage che piace

Meno nota delle sorelle Ferragni, ma con uno stile davvero particolare. Eleonora Carisi, 652mila follower e quelle atmosfere settecentesche e vintage che piacciono tanto ai suoi follower. Da paesaggi retrò a dettagli rock, quello che traspare dai suo scatti condivisi su Instagram è che gli outfit facciano solo da sfondo ad ambientazioni acchiappa like. Sarà forse proprio questo a piacere ai suoi scatenati follower?

Fashion Influencer

E voi, quale profilo e fashion influencer non potete fare a meno di seguire e perchè? Scrivetecelo. Dove?  Ovviamente sulla nostra pagina Facebook, il nostro gruppo LinkedIn e su Twitter!

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