Serie A: la classifica sui social network

Le squadre di calcio utilizzano sempre di più e con attenzione i social network, strumenti in grado di limitare la distanza tra i tifosi e la squadra, aprendo un dialogo continuo e senza filtri. Facebook, Twitter, Instagram e Snapchat, ma non solo: l’Inter, ad esempio, è il primo club di Serie A iscritto a Weibo, il social cinese ibrido tra Twitter e Facebook. L’agenzia di data analysis tedesca Result Sports ha da poco rilasciato un report con la classifica dei principali club europei sui social. Le uniche squadre italiane che spiccano sono Juventus, Milan, Inter, Roma e Napoli. Noi ninja, nella nostra analisi, aggiungiamo anche Lazio, Atalanta e Fiorentina, che con Milan e Inter si contendono gli ultimi posti disponibili per il palcoscenico europeo.

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Su Facebook

La classifica vede, anche qui, la Juventus in testa con quasi 25,5 milioni di fan, seguita a ruota dal Milan che si attesta sui 24,8 milioni. Terzo posto per la Roma con 8,5 milioni, poi Inter con 6,1 milioni, Napoli con quasi 4 milioni, Fiorentina con circa 2 milioni di follower. Chiudono la Lazio con appena 700 mila fan e l’Atalanta con 180 mila. Per quanto riguarda la creatività nella gestione della pagina e l’engagement delle campagne di comunicazione su Facebook, contro la Juventus non c’è partita. Non solo video, fotografie, card con citazioni: la Juventus mette al centro due parti fondamentali di una società di calcio: i tifosi e i giocatori.
Bene anche la Roma, che nel 2016, secondo il report di Result Sports, è stata la seconda squadra europea che è cresciuta di più nella presenza sui social, in particolare su Facebook. Ottima iniziativa il Facebook Live per porre domande ai calciatori.

#AskPeres: il brasiliano risponde alle domande dei tifosi!

We are live with Bruno Peres!Eccoci LIVE con Bruno Peres! #AskPeres

Gepostet von AS Roma am Dienstag, 14. März 2017

Twitter

Su Twitter vince il Milan, con 4,5 milioni di follower, seguito dalla Juventus con 4,1. Terzo posto per la Roma con 1,3 milioni, poi Inter con 1,2, Napoli un milione, Fiorentina con 524 mila follower, Lazio 418 mila e Atalanta con 220 mila follower. Nessuna delle squadre in esame, però, dialoga con i follower, utilizzando il canale in modo unidirezionale.

Instagram

Anche su Instagram la Juventus è prima, con 6 milioni di follower più di 4700 immagini postate. Le squadre, in generale, non brillano per creatività. Solo il Milan si è spinto nel postare un mosaico di 9 immagini per festeggiare i 3 milioni di follower.

Squadre di serie A sui social network: non c'è partita

Snapchat

Tutte le squadre hanno un canale YouTube, nel quale postano video di allenamenti, conferenze stampa, spezzoni di partita, highlight. Ma l’utilizzo più innovativo dei video è dato da Snapchat, che anche in Italia resta una delle piattaforme più apprezzate dai millennial (la terza, dopo Facebook e Instagram).

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Soltanto due le squadre che utilizzano Snapchat: Juventus e Inter. Il pre e il post-partita sono i momenti preferiti per raccontare le storie attraverso l’app del fantasmino.

Attualmente, per numero di seguaci, creatività e presenza, la Juventus vince nettamente il campionato dei social network. Hanno anche playlist su Spotify, insomma…

Snapchat alla conquista di Twitter?

Negli ultimi giorni, voci e fonti indiscrete sembrano confermare che il colosso dei giovani social, Snapchat, abbia intenzione di acquistare Twitter. Sarà vero? Sarà falso? E perché dovrebbe? Proviamo a capirlo insieme.

Twitter, gli US Open e la crisis management

Prima di tutto, una certezza: sia Snapchat che Twitter non hanno fatto trapelare nulla che potesse far pensare a una trattativa. Però nel tempo si è parlato di grandi brand e potenti aziende interessate a entrare nel mondo dei social network attraverso quest’acquisizione: Apple, Disney, Google, Microsoft sono stati per un po’ di tempo attenti corteggiatori di Twitter, i quali però sembrano essersi nel tempo tirati indietro lasciando, alla fine, il social “sedotto e abbandonato”. Perché non pensare quindi a un’entrata in scena di Snapchat?

Probabilmente per la valutazione: 18 miliardi è la valutazione fatta di Twitter, il quale continua comunque a essere considerato “in vendita”. Pare però che nessuno sia interessato ad andare oltre il 60% di tale valutazione.

Al di là del tema strettamente economico, i vantaggi di tale acquisizione per Snapchat sarebbero notevoli. L’app di video-chat, nel tempo, acquisisce sempre più utenti, e dopo l’entrata in Borsa la sua ascesa sembra essere infinita. Dall’altra parte, Twitter è una certezza dei social network, fra i più amati (e non compresi), rimane il canale prediletto del Presidente Trump (!) ma non sta vivendo il suo periodo migliore. L’unione di questi due canali potrebbe dare nuova linfa al sito di microblogging, creando un polo social che potrebbe, con i suoi oltre complessivi 500 milioni di utenti confrontarsi quasi alla pari con gli altri grandi player del mercato.

Snapchat e gli over 35, Pascoli e la poetica del fanciullino

Si valuti ad esempio la solida base di partnership strategiche di Snapchat con aziende come NBC Universal ed eventi come le Olimpiadi. Twitter già da un po’ lavora sul binomio sport/live streaming e sull’eSport: con un’eventuale acquisizione, si potrebbero aprire scenari interessanti riguardanti il mercato per lo streaming video di eventi sportivi, da molti considerati uno dei mercati più floridi. Ed è solo uno degli esempi.

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Infine, una nota sul pubblico. Con Twitter, Snapchat avrebbe dalla sua un’altra piattaforma live per attirare utenti/spettatori e potrebbe andare anche oltre la Generazione Y, senza però allontanare gli utenti attuali che frequentano la piattaforma: insomma, un “tutti insieme appassionatamente” + “l’unione fa la forza”, per la gioia di tutti gli inserzionisti che in questo modo potranno anche puntare su nuovi prodotti e target.

Twitter, conseguentemente, si potrebbe aprire a nuovi pubblici, andando a tamponare il primo problema che si sta palesando in questi anni: quello della mancata crescita della base utenti. Problema che invece non ha Snapchat, con un trend di crescita molto sostenuto.

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Senza considerare, infine, le possibilità anche economiche che si genererebbero: il secondo endemico problema di Twitter è infatti fare soldi, nell’accezione più pratica del termine. Il suo modello di business non funziona più ed è chiaro che una scossa potrebbe rivelarsi un toccasana per le finanze di Jack Dorsey e co.

Verde di dollari, insomma, che a volte è anche il verde della speranza. Unito al blu di Twitter e al giallo di Snapchat potrebbe creare un nuovo, incredibile arcobaleno di business e contenuti. E poi dicono che i social non ne combinano di tutti i colori!

Come funziona la verifica delle notizie su Facebook

Ne abbiamo già parlato qualche tempo fa ma ora più che mai a Menlo Park continua la battaglia contro le fake news, e più precisamente contro il proliferare di notizie false e tendenziose che ormai da anni infestano le timeline del social network e contro le quali Zuckerberg nel suo Manifesto ha deciso di combattere aspramente.

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È di qualche giorno fa la notizia del primo missile lanciato dalla “nuova arma” nemica dei generatori seriali di panzane: ecco che arriva il bollino con un triangolo rosso, che indica che la notizia è “Disputed”, ovvero contestata (da uno o più testate che si occupano di fact checking per Facebook).

E manco a dirlo, di cosa potrà mai parlare la prima fake news contestata da Facebook? Ovviamente: Donald Trump, il neoeletto presidente americano già famoso per la sua controversa campagna elettorale zeppa di fake news, della quale Buzzfeed si è occupato in questo report. Quale sarebbe la fake news? Un articolo pubblicato da The Seattle Tribune ha riportato la notizia che le varie fughe di informazioni riservate sul Presidente sarebbero state causate dall’utilizzo di uno smartphone Android, il quale sarebbe stato crackato e dal quale sarebbero state prelevate informazioni top secret.

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Ma, sorpresa e colpo di scena, l’articolo in realtà è stato pubblicato “ad arte” da un sito che sembra si sia sempre occupato di fare satira (una sorta di Lercio malfatto in salsa USA), il quale aveva proposto il post solo per ricevere quante più condivisioni possibili. Il “triangolo rosso”, insomma, se l’è guadagnato di default.

Analizzando quindi nello specifico: come fa Facebook a scovare le fake news e ad etichettarle come inattendibili?

La piattaforma si avvale della collaborazione di numerose testate giornalistiche, tra le quali anche Snopes.com e Politifacts (le quali hanno effettivamente identificato la bufala su Trump sopra citata), che hanno il compito di scovare le fake news attraverso un minuzioso processo di fact checking che si rifà al codice etico redatto dal Poynter Institute, una famosa e prestigiosa scuola di giornalismo americana.

Tutto bello, bellissimo, tranne che per il piccolo problema: a svelare la bufala – tranne nei casi più eclatanti –  deve essere prima praticamente sempre qualche utente, il quale si fa carico della segnalazione.

Il processo infatti ad oggi risulta essere il seguente:

• l’utente o gli utenti (e solo nei casi più eclatanti) segnalano il contenuto fake e lo inviano a Facebook per l’analisi;
• le segnalazioni all’articolo devono essere maggiori di un certo numero, affinché venga preso in considerazione da Facebook;
• il contenuto in questione viene sottoposto al vaglio di due società “terze”, che di fatto poi svolgono i processi di fact checking attenendosi ai processi prestabiliti dai codici etici;
• al termine di questo lavoro – che comunque richiede il suo tempo per essere svolto a regola d’arte – qualora si prefiguri la presenza di una fake news, il contenuto viene contestato e quindi bollato con il triangolo rosso.

Ovviamente il sistema è ancora allo stato embrionale, ed è solo un primo passo nell’attuazione di contromisure adeguate nel contrasto alla proliferazione e distribuzione di contenuti falsi, materiale altamente nocivo alla salute della buona informazione e che talvolta è riuscito a generare situazioni spiacevoli, come nel caso del Pizzagate. Ciò non toglie che sia perfettibile: la lentezza del sistema è ancora un problema da risolvere, e che rende i risultati ottenuti sostanzialmente inefficaci. Nel caso della notizia su Trump, ad esempio, Facebook ha impiegato cinque giorni ad applicare del bollino, arrivato quando erano già state effettuate più di 80k di condivisioni (e il danno era ormai già fatto).

Per capire se il sistema di fact checking funzionerà anche da noi, dovremmo attendere ancora un po’: il sistema non è ancora disponibile in Italia.

In ogni caso, sembra che il percorso per arrivare a disporre di una serie di misure automatizzate efficaci contro il proliferare di fake news sia ancora lungo: staremo a vedere.

SXSW 2017: tutte le novità e le curiosità del festival

Per 10 giorni nel mese di marzo, in occasione dell’SXSW festival , la Città di Austin in Texas diventa un parco giochi interattivo che attira curiosi ed esperti di tecnologia da tutto il mondo.

Il South by Southwest Festival è un appuntamento annuale molto atteso, nel corso del quale attraverso speech e panel vengono presentate grandi idee riguardanti tecnologia, design, cultura e innovazioni. Vediamo cosa è successo e di cosa si è parlato durante il SXSW 2017.

Gli abiti smart finalmente diventano realtà

L’iconico brand Levi’s in collaborazione con Google ha lavorato alla progettazione di una nuova giacca rivoluzionaria che grazie alle nuove tecnologie diventa smart. Si chiama Levi’s Commuter Trucker Jacket il nuovo capo che a prima vista sembra una normalissima giacca di jeans, ma che nasconde all’interno della manica sinistra un sensore touch screen che permetterà a chi la indosserà di controllare il proprio dispositivo mobile attraverso dei semplici gesti.

Pensata soprattutto per i ciclisti , la giacca Commuter consentirà di rispondere alle chiamate, controllare il volume della musica, ottenere indicazioni stradali, sarà acquistabile nel corso del prossimo autunno al prezzo di 350 dollari.
Ivan Poupyrev, Technical Program Lead di Google ATAP, ha affermato:

In futuro tutto sarà connesso.

Campagne non convenzionali coinvolgono gli utenti

Durante il SXSW le strade di Austin diventano una vetrina in cui i brand cercano di attirare l’attenzione dei partecipanti per promuovere i propri prodotti o servizi. La campagna che è riuscita ad attirare maggiormente l’attenzione dei passanti, suscitando un buzz online è stata quella del servizio di video on demand Hulu per promuovere l’uscita della nuova serie “ Il raccolto delle ancelle”.

Donne vestite da ancelle simbolo dello show, camminando per strada in fila per due, in completo silenzio, sono riuscite a coinvolgere le persone facendogli vivere da vicino quella che è l’atmosfera dello spettacolo.

Una notte con Ridley Scott

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Fonte @Comingsoon

Una folla di fanatici del cinema, dopo due ore di fila davanti il teatro Paramount di Austin, è riuscita ad ascoltare l’acclamato regista di Alien, Ridley Scott. Il teatro, colmo di persone, è esploso in un caloroso applauso, quando Scott è salito sul palco per presentare il suo nuovo film.

Dopo l’esordio del regista sul palco ha preso vita una rapida sessione di domande e risposte tra il pubblico e il cast del film. La notte si è conclusa con la proiezione del film Alien nella sua versione originale del 1979, suscitando un grande entusiasmo negli spettatori presenti.

Amazon presenta i suoi droni

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Fonte @Fortune

In occasione del festival il colosso Amazon presenta per la prima volta dal vivo i droni progettati per il suo futuro servizio di consegna noto come Prime Air. Tutti coloro i quali speravano di vederli in movimento, sono rimasti delusi, i velivoli, sono stati mostrati all’interno di una teca di vetro sotto l’occhio attento della sorveglianza.

Il drone mostrato in Texas risulta simile a quello utilizzato da Amazon per effettuare al prima consegna test, lo scorso anno in Inghilterra. Ed è proprio nel Regno unito, che il colosso dell’e-commerce ha stretto un accordo con il governo, finalizzato a portare avanti i test con i suoi droni per le consegne.

L’innovazione per dare nuova vita agli spazi abbandonati con il bando culturability

Sostenere progetti culturali innovativi ad alto impatto sociale che riattivano e danno nuova vita a spazi, edifici, ex siti industriali abbandonati o in fase di transizione. Questi gli obiettivi di “culturability – rigenerare spazi da condividere”, il nuovo bando della Fondazione Unipolis che sarà presentato venerdì 17 marzo a Napoli, presso gli Ipogei della Basilica del Buon Consiglio (via Capodimonte 13, ore 18).

Rigenerare spazi da condividere, una nuova concezione di città

La rigenerazione e il riuso di spazi a partire dalla cultura e dalla creatività, è un tema di rilevante attualità, che sta assumendo una dimensione quantitativa e qualitativa sempre più importante. Da un lato, c’è una disponibilità crescente di spazi dovuta, oltre che alla crisi economica, ai processi di cambiamento e trasformazione dei processi produttivi, assieme all’affermarsi di una diversa concezione delle città. Numerosi sono anche i luoghi culturali che hanno perso la propria funzione originaria (teatri, cinema, musei chiusi) e necessitano di ridefinire la propria identità con forme nuove.

Culturability

Dall’altro lato, la crescita di spazi ibridi che presentano una vocazione culturale e creativa innovativa, diventano occasioni di socialità e di percorsi partecipativi dal basso, generano risposte nuove ai bisogni emergenti. In molte di queste iniziative, la cultura può rappresentare il punto di partenza per avviare progettualità dal forte impatto sociale, con processi di collaborazione e co-progettazione tra cittadini, organizzazioni private e istituzioni pubbliche.

Tuttavia, nonostante la crescente diffusione di queste esperienze, sono ancora molti i limiti di questa tendenza, soprattutto per le difficoltà di coordinamento, nella creazione di rapporti efficaci di partnership con il pubblico e la capacità di assicurare loro una effettiva sostenibilità economica nel tempo.

È sulla base di questo insieme di valutazioni che Fondazione Unipolis, dopo la positiva esperienza del 2016, indice un nuovo bando che si propone di intercettare e supportare progetti che abbiano queste nuove modalità di fare cultura nei diversi territori del Paese.

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400 mila euro per riempire gli spazi vuoti di creatività col bando culturability

bando culturability

Con questa quarta edizione del bando, la Fondazione mette a disposizione complessivamente 400 mila euro per supportare quelle iniziative in grado di riempire di creatività gli spazi vuoti e restituirli alle comunità locali, unendo cultura, innovazione e coesione sociale, collaborazione, sostenibilità e occupazione giovanile. Fra le proposte pervenute, ne saranno selezionate 15 che avranno l’opportunità di partecipare a un percorso di formazione nei mesi di giugno e luglio.

Tra queste, nel mese di settembre, una Commissione di Valutazione selezionerà i 5 progetti finalisti che riceveranno 50 mila euro ciascuno e continueranno l’attività di mentoring.

Gli altri 150 mila euro saranno utilizzati per realizzare le attività di formazione e accompagnamento per l’empowerment dei team, rimborsi spese per partecipare ai programmi di supporto.

L’iniziativa è sviluppata in partnership con Avanzi/Make a Cube³ e Fondazione Fitzcarraldo, che coadiuveranno Unipolis nel percorso di accompagnamento ai team.

Un ulteriore contributo verrà messo a disposizione grazie alla collaborazione con la Direzione Generale Arte e Architettura Contemporanee e Periferie Urbane del Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo. Fra i 15 finalisti, in aggiunta ai 5 beneficiari del contributo di Unipolis, la Commissione di Valutazione selezionerà altri 2 progetti ai quali attribuire una menzione speciale e un contributo del valore di 10 mila euro ciascuno.

L’appuntamento è a Napoli il 17 marzo, alle ore 18

bando culturability

La call di “culturability” è aperta dal 16 febbraio al 13 aprile 2017. Organizzazioni sociali, imprese o cooperative culturali e team informali, composti in prevalenza da under 35, possono candidare i propri progetti online sul sito www.culturability.org.

All’incontro di presentazione a Napoli saranno presenti: Roberta Franceschinelli – responsabile culturability Fondazione Unipolis, Alessandra Clemente – assessore ai Giovani Comune di Napoli, il nostro co-founder di Ninja Marketing Alex Giordano – docente di Marketing, Comunicazione e Pubblicità dell’Università degli Studi di Napoli Federico II°, Antonio Giuseppe Martiniello – Made in Cloister, Enzo Porzio – socio fondatore Cooperativa La Paranza.

Ingresso libero con iscrizione su Eventbrite tramite questo link http://bit.ly/2mIf48l.

Il Growth Hacking serve solo per le startup?

Quest’articolo è stato scritto da Raffaele Gaito, Imprenditore Digitale, Growth Hacker e Blogger e Docente del Corso in Growth Hacking & Performance Marketing.

Raffaele Gaito

Sono diversi anni ormai che mi occupo di Growth Hacking e che affianco aziende e professionisti che vogliono intraprendere questo “percorso”.

In tutto questo tempo ho notato una serie di domande frequenti che mi vengono fatte, sia dai clienti che da semplici appassionati che vogliono saperne di più. Potremmo pensarle quasi come se fossero delle FAQ sul Growth Hacking.

Effettivamente quando una “disciplina” è relativamente nuova è anche normale che alcuni aspetti siano poco chiari, soprattutto a chi la osserva dall’esterno.

Di tutte queste domande, oggi mi piacerebbe rispondere a una in particolare che, da quando ho iniziato a fare corsi di formazione su questa tematica ho visto crescere in maniera esponenziale:

“Ma il Growth Hacking serve solo alle startup?”

Se ci pensi la domanda è sacrosanta. Tutte le volte che si sente parlare (o si legge) in giro di Growth Hacking gli esempi fatti sono sempre gli stessi: AirBnB che ruba gli utenti a Craigslist, Hotmail che crea la firma virale, Dropbox che fa il boom con il referral program, e così via.

A una prima occhiata, fermandosi a questi esempi, potrebbe sembrare che il Growth Hacking sia una “roba per startup”, ma non è così.

Se da un lato è vero che questa disciplina (o questo approccio, per essere precisi) è nata tra i banchi dei coworking della Silicon Valley verso fine anni 2000, è anche vero che da allora è maturata tantissimo fino a travolgere di prepotenza anche le grosse aziende.

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Ma facciamo un attimo un passo indietro: perché ho detto che questa disciplina è nata tra le startup della Silicon Valley?

Eh si, per il Growth Hacking esiste una data (e una persona) ben precisa dalla quale il tutto ha inizio. Il 26 Giugno 2010 un signore di nome Sean Ellis scrive un post dal titolo “Find a Growth Hacker for your startup”.

Il post fa particolarmente scalpore nell’ambiente startup e, in particolare, nel mondo del marketing digitale. Ellis, che fino al giorno prima si era definito un Marketer, si rende conto che nell’ecosistema startup (dove la scarsità di risorse la fa da padrona) era necessario un nuovo approccio: un approccio basato su velocità, creatività e bassi budget.

Per capirci, lui è il tizio che ha introdotto il referral program di Dropbox facendola passare da 100.000 utenti a 4 milioni in 6 mesi e trasformandola nel colosso che conosciamo oggi.

Le startup raramente possono permettersi un grosso budget dedicate ad attività di marketing tradizionale e ancora più raramente hanno a disposizione persone che possano gestire queste campagne e, peggio ancora, non possono aspettare sei mesi per vedere dei risultati.

A tutto questo aggiungi il fatto che i canali tradizionali si saturano di anno in anno e i costi di acquisizione crescono in maniera esponenziale e avrai la “ricetta perfetta” del perché si è reso necessario una piccola rivoluzione del marketing digitale.

Nel famoso post di cui sopra, Sean Ellis descrive il Growth Hacker come “una persona il cui vero nord è la crescita”. Una persona che ogni giorno, tutto il giorno si occupa di far crescere il business.

Stop.

E qui torno alla domanda principale di questo post: il growth hacking serve solo per le startup?

Visto che parliamo di far crescere un business dovrebbe essere abbastanza ovvia la risposta: assolutamente no! E il motivo è molto semplice: tutti i business hanno bisogno di crescere. Poco importante quale sia il grado di maturità dell’azienda e in che mercato essa operi, c’è sempre bisogno di crescere.

growth-hacking 2

Ovviamente sto usando la parola “crescita” in maniera volutamente generica. Una startup nata da pochi mesi ha esigenze di crescita ben diverse da un’azienda da 100 dipendenti che si trova sul mercato da 6 anni. Giusto?

Il fulcro del Growth Hacking è proprio questo: è una metodologia, un mindset, un processo che può essere calato in qualsiasi tipo di business e adattato in base alle singole esigenze.

Perché in fin dei conti quello che cambia è solo la metrica da far crescere. Il Growth Hacking si occupa di individuare quella precisa metrica e poi si concentra sul migliorarla.

Una. Metrica. Per. Volta. Non dimenticarlo mai.

Non posso non citare lo stesso Sean Ellis che da una delle più belle definizioni del Growth Hacking in circolazione:

“Il Growth Hacking serve a capire chi sono i tuoi migliori clienti e a trovare un modo per ottenerne di più”.

Ora dimmi, quale azienda non vorrebbe più clienti? 😉

Proprio su questo tema, circa un annetto fa, fu pubblicato un bellissimo post da Harvard Business Review dal titolo Every Company needs a Growth Manager. Quel post è stato senza dubbio uno spartiacque: se un nome importante come Harvard Business Review parla di Growth Hacking allora la cosa è seria!

In quel post (che ti invito fortemente a leggere) i due autori Jeff Bussgang e Nadav Benbarak introducono l’argomento in maniera abbastanza inequivocabile con un perentorio:

“Growing revenue and profits is a core objective of most companies”.

Ti ricorda qualcosa?

L’articolo introduce la figura del Growth Hacker prendendo esempi famosi come Facebook e Pinterest e sottolineando come sia importante, al giorno d’oggi, che la “crescita” diventi un reparto ad hoc dell’azienda. Non può essere casuale, non può essere lasciata in mano al reparto Product o al reparto Marketing, c’è bisogno di qualcuno che si occupi full time di questo. Tutto il giorno, tutti i giorni.

Growth Hacking: la via del successo per le startup

Oltre a una panoramica iniziale sulla figura del Growth Hacker (che ti risparmio), la riflessione veramente interessante che fa il post è nella definizione dei task che il reparto di Growth Hacking può avere, anche e soprattutto all’interno di una grossa azienda:

  1. Definire gli obiettivi di crescita rispetto al funnel aziendale
  2. Fare dei dati il loro pane quotidiano e fornire continui insights agli altri reparti
  3. Comunicare le modifiche del prodotto necessarie agli obiettivi di crescita
  4. Definire e implementare gli esperimenti

Ed ecco come, quasi per magia, in un reparto completamente nuovo (quello dedicato, appunto, al Growth Hacking) confluiscono task di product management, task di marketing, task di data analysis, task di sviluppo e tanto altro!

La conclusione degli autori non lascia spazio all’interpretazione:

“Aspettatevi di vedere un reparto Growth Hacking in tutte le aziende. Come sempre accade, l’innovazione parte dalle startup e piano piano migra verso le grandi aziende”.

È passato un anno da quel post e quella previsione è già realtà.

Molte grosse aziende del mondo IT e hi-tech hanno messo in piedi un reparto Growth Hacking alla pari del reparto Marketing o qualsiasi altro reparto “classico”.

Qualche esempio? Facebook, Linkedin, SAP, Intuit sono gli esempi classici che porto ai miei clienti e studenti.

Ma se volessimo dare uno sguardo fuori dal mondo digital e tech ci sono tanti altri esempi di big company che stanno virando in questa direzione. In Europa e, in particolare nelle città di Londra e Amsterdam (le capitali indiscusse del Growth Hacking), ho visto in azione questa nuova metodologia in aziende del calibro di Philips, ING, Heineken, e così via.

E come tutto ciò può essere implementato nella realtà? Soprattutto in un contesto di azienda consolidata dove esistono gerarchie ben definite, tempi biblici per prendere decisioni e approccio pachidermico all’innovazione.

Il modo più semplice e indolore è di formare un piccolo team interno dedicato al Growth Hacking. Un team con massima libertà d’azione, budget dedicato e che si focalizzi su un nuovo prodotto o una nuova funzionalità.

Partire piano e partire dal basso e, soprattutto, capire che si tratta di un approccio e di un mindset e non di una misteriosa formula magica o di una serie di trucchetti.

 

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Fazland startup

Fazland, la startup che confronta i preventivi da artigiani e aziende

Per Fazland il 2017 è iniziato con un nuovo investimento di 4,5 milioni di euro, che vede l’ingresso di Ad4Ventures, corporate venture capital del gruppo Mediaset, insieme ad una cordata di investitori privati guidati dall’attuale leader investor RedSeed Ventures.

La piattaforma web, lanciata nel 2014 a Reggio Emilia da Vittorio Guarini, Alessandro Iotti, Giovanni Azzali e Federico Panini, nasce con l’obiettivo di portare online il mercato dei servizi, mettendo in contatto utenti e professionisti attraverso un comparatore che consente a chiunque di trovare i migliori esperti in tutta Italia.

Per conoscere qualcosa in più sulla storia di questa interessante startup e sugli sviluppi futuri dell’azienda, abbiamo rivolto qualche domanda al CEO Vittorio Guarini

Fazland startup

Come nasce l’idea di Fazland e come funziona il servizio?

Fazland nasce a una reale esigenza di tanti consumatori e dei founder Vittorio Guarini,  Alessandro Iotti, Giovanni Azzali e Federico Panini: sulla base delle nostre esperienze, ci siamo resi conto di quanto sia difficile trovare bravi professionisti, soprattutto quando ci si trova in una nuova città dove non è possibile affidarsi al tradizionale metodo del passaparola.

Così è nata l’idea di rendere accessibile a tutti un servizio che mette a disposizione il contatto diretto con professionisti altamente qualificati, su tutto il territorio nazionale.

Fazland è una piattaforma web lanciata su scala nazionale nel 2014 con l’obiettivo di portare online il mercato dei servizi. Il compito di Fazland è di mettere in contatto utenti e professionisti attraverso un comparatore funzionale e veloce permettendo a chiunque di trovare i migliori professionisti qualificati su tutto il territorio nazionale.

L’utente quando accede a Fazland, attraverso il sito desktop o l’app mobile, può richiedere preventivi personalizzati da professionisti qualificati di svariate categorie quali Casa, Business, Persona, Eventi per poi valutare autonomamente la proposta migliore e concludere la trattativa  telefonicamente.

Fazland startup

In Italia la disoccupazione è un problema molto urgente. Quanto può aiutare il mercato del lavoro la possibilità di ricollocare correttamente domanda e offerta, anche grazie al digitale?

Penso che servizi come Fazland possano creare nuove opportunità di lavoro in quanto uno strumento come il nostro aiuta le aziende e professionisti ad accrescere il business attraverso l’invio quotidiano di nominativi di nuovi clienti.

Il nostro obiettivo è di aiutare le nuove professioni come wedding planner o cuoco a domicilio a farsi conoscere e di supportare gli artigiani come imbianchini, idraulici, elettricisti a superare la concorrenza attraverso una nuova clientela.

Nel 2017 è ancora difficile spiegare in Italia cosa sia una PMI innovativa o qualcosa è finalmente cambiato?

È ancora abbastanza complesso spiegarlo, soprattutto per un imprenditore in Italia partire e crescere in un contesto ancora pieno di contraddizioni e barriere all’ingresso per cambiamento e innovazione. Tuttavia siamo consapevoli del fatto che qualcosa sta cambiando e possiamo essere portatori di cambiamento con la nostra stessa impresa, artefici del nostro destino e con la voglia di fare.

Non pensiamo alle difficoltà ma vogliamo essere fiduciosi sul futuro anche in questo senso.

Fazland startup

Come si diventa uno startupper? Qual è stato il percorso del team di Fazland?

Ritengo non esista un percorso preciso per diventare uno startupper, ma sicuramente bisogna avere il carattere e la lungimiranza di trasformare un’idea in un progetto di business.

Fazland, ad esempio, è nato come una risposta ad una reale esigenza: il primo anno abbiamo ricevuto 500 mila euro di investimento e introdotto le prime risorse, il secondo abbiamo raddoppiato i numeri, oggi contiamo su investor come Mediaset, 6 milioni raccolti nel 2016 e 40 dipendenti.

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Recentemente avete ricevuto un importante investimento. Quali nuovi obiettivi vi consentirà di raggiungere?

Abbiamo raccolto un importante investimento da parte del gruppo Mediaset e RedSeed Ventures, nostro attuale lead investor che ha creduto in noi fin dal primo round del 2014.

I finanziamenti verranno investiti in comunicazione cross mediale, inclusa una massiccia campagna TV da poco lanciata con testimonial Giorgio Chiellini, per permetterci di incrementare sia il numero di utenti che utilizzano il servizio sia la nostra base di professionisti, inoltre in figure strategiche ad arricchire il nostro team per il raggiungimento degli obiettivi sfidanti di quest’anno.

il filo di nicky viaggio intorno al mondo con i social

Il Filo di Nicky: un progetto editoriale costruito girando il mondo

Il suo nome è Nicoletta Crisponi, classe 1986, contributor di Ninja Marketing prima, ha lanciato il progetto il Filo di Nicky che oggi la sta portando in giro per il mondo per verificare attraverso un’incredibile esperienza una delle più famose teorie delle reti sociali: quella dei sei gradi di separazione.

Nicoletta si è fatta conoscere già con la campagna 1kiss4NewYork, nel lontano 2011, grazie alla quale si è aggiudicata una borsa di studio che le ha permesso di completare la sua tesi di laurea.

Oggi è impegnata in un nuovo progetto – di cui Huawei è main sponsor – a metà strada tra blogging e personal branding, ancora una volta per un viaggio. La meta però stavolta è un po’ più ambiziosa: un giro del mondo, realizzato solo grazie ai suoi contatti social (media).

Ti sembra pazzesco? Nicoletta è già in viaggio e abbiamo chiesto direttamente a lei cosa significa questa avventura, qual è l’obiettivo finale e cosa ha scoperto finora.

Mollare tutto e partire per un giro intorno al mondo è una cosa che solo i guerrieri Ninja più impavidi possono provare, ma la storia di Nicoletta ribadisce un concetto davvero importante nel business come nella vita: solo ciò che facciamo mossi dalle più profonde passioni è in grado di realizzarsi e cambiarti la vita.

Come nasce l’idea del Filo di Nicky e cosa ti aspetti da questo viaggio intorno al mondo?

Come ogni idea nasce da un bisogno: il mio era quello di partire dopo un anno e mezzo ferma in un lavoro a tempo indeterminato, in una routine che purtroppo (o per fortuna) non fa parte del mio carattere. Ho questa costante necessità di imparare, di mettermi alla prova e di conoscermi meglio.

Allo stesso tempo non sono una che sa stare con le mani in mano e avevo bisogno di un progetto su cui lavorare, un obiettivo perché il viaggio non sia solo fine a sé stesso ma una vera e propria opportunità anche una volta tornata a casa.

il filo di nicky viaggio intorno al mondo con i social

Photo: Claudia Trentani

Mi aspetto (o per lo meno ci proverò!) di diventare una persona migliore, piú paziente, perdere ogni minimo pregiudizio che inevitabilmente culturalmente ci portiamo addosso, conoscere nuovi lati di me e amarmi ancora di più. Ora ci sono solo io a prendermi cura di me stessa, anima e corpo, ed è importante che entrambi siano forti o è impossibile reggere questi ritmi a lungo.

A che punto sei del tuo viaggio? Quali sono le prossime tappe?

Il viaggio è ancora lungo, sono piú o meno al 20% ed il mio cervello è già quasi in crash per la quantità di informazioni nuove ogni giorno! Sono partita poco dopo Natale e tornerò poco prima della fine di quest’anno, non posso assolutamente perdermi la pizza della Vigilia di Natale a casa con i miei!

Ora sono in Giappone e tra una ventina di giorni volerò alla volta della Malesia dove farò una breve sosta prima di ripartire verso le Filippine e da lì Cambogia, Vietnam, Bali…

il filo di nicky viaggio intorno al mondo con i social

Photo: Claudia Trentani

Quali sono state le difficoltà più grandi affrontate finora e quali le emozioni più forti?

Il razzismo è una cosa che mi manda fuori di testa: il mio semplice esser una ragazza bianca che viaggia da sola fa sì che io sia vista come ricca e alla ricerca di facili avventure. Dover litigare ogni volta per poter pagare il giusto prezzo, il non poter far una passeggiata in spiaggia da sola di notte, il dover spiegare che non ho nessuna voglia di fare sesso con degli sconosciuti è sfiancante e triste insieme.

Le emozioni più forti me le hanno regalate le persone incontrate e la natura. Quando ti senti libera da etichette, dal tempo, da inutili bisogni sei così piena che un semplice tramonto ti può far commuovere e ok, se sei alle Maldive è decisamente più semplice, ma è proprio l’equilibrio della testa a far la differenza.

Un giorno, proprio in una piccola isoletta alle Maldive, un gruppo di bambini ci ha avvicinato e dopo esserci scattati un milione di selfie mi hanno chiesto del cioccolato, ma purtroppo non avevo nulla con me. Ecco che allora uno di loro scompare in casa e ricompare con una tavoletta, me la porge tutto sorridente e non c’è stato verso di restituirgliela. Qui capisci quanto alle volte basti davvero poco.

O ancora una meravigliosa donna imprenditrice indiana in uno Stato che ancora non è davvero pronto all’indipendenza femminile che mi saluta, mi abbraccia e mi sussurra “vai e conquista il mondo anche per noi che oggi ancora non possiamo”. Una responsabilità meravigliosa di un messaggio che ora porterò con ancora più coscienza e dignità.

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Raccontare un viaggio intorno al mondo attraverso i social e su un blog: credi che questa esperienza ti stia insegnando qualcosa in più sullo storytelling?

Sullo storytelling e sull’organizzazione del tempo, delle risorse e sull’importanza dell’andare oltre un foglio excel, un po’ più modello lean . Il problema non sono le storie da raccontare, ne ho di nuove ogni giorno ma questo deve coincidere con l’organizzazione degli itinerari, la creazione delle connessioni, i contatti con gli sponsor, la vera e propria pubblicazione, la pianificazione e moderazione sui social e la creazione di contenuti ad hoc foto e video.

L’integrazione tra piattaforme e la resa delle storie in maniera autentica e spontanea sono il mio vero challenge e ammetto che, a due mesi dalla partenza, non sono ancora al passo come vorrei. Ora un paio di amici hanno iniziato a darmi una mano e spero di regalarvi presto la finestra sul mondo che per oggi esiste solo nella mia testa per un’esperienza ancora più completa.

il filo di nicky viaggio intorno al mondo con i social

Photo: Claudia Trentani

360 giorni per girare il mondo e poi? Cosa vorresti fare una volta tornata a casa?

Questa è la domanda da 1000 punti! Spero che il lavoro di questo anno mi permetta di metter in piedi un progetto di racconti di viaggio in grado di camminare con le sue gambe verso nuove avventure ma ammetto che un posticino per gli eventi e le strategie di comunicazione non mancheranno mai.

Ho avuto la fortuna di trovare subito la mia strada e amo enormemente la natura effimera e faticosa di questo mondo che crea bellezza momentanea. Mi tengo ben stretti i contatti sudati in questi dieci anni di lavoro e non ho paura di trovarmi senza lavoro una volta a casa, al contrario, credo che questa esperienza sarà solo un valore in più per tutti.

Nike

Nike lancia il primo hijab per un mercato in crescita

Nike lancerà sul mercato il primo hijab per atlete musulmane. Il brand sportivo ha progettato una versione hi-tech del velo tradizionale. Il modello è composto da un materiale ultra leggero ed elastico, destinato a dare una “traspirazione ottimale”.

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Il nuovo capo d’abbigliamento, utilizzato per coprire la testa e le spalle, andrà ad unirsi alla collezione Spring 2018 e sarà commercializzato durante le olimpiadi invernali in Corea del Sud.

Nike Pro Hijab nell’ultimo commercial

Si chiamerà Nike Pro Hijab ed è già comparso nell’ultimo commercial lanciato qualche settimana fa su Youtube. Nello spot alcune donne musulmane praticano boxe, skateboard e altre attività agonistiche.

Alcuni seguaci hanno criticato il video dichiarando che il commercial riportava una rappresentazione falsa delle donne musulmane. “Credo che questo annuncio sia un totale fallimento. Non indossiamo hijab e non corriamo per strada” ha scritto una donna sulla pagina Instagram della società, riporta l’agenzia di stampa Reuters. Dal canto suo Nike ha dichiarato che il prodotto è stato testato da atleti in Medio Oriente al fine di soddisfare soprattutto i requisiti culturali.

Nike e l’interesse per il mondo islamico

Sono diversi i brand che guardano con interesse al “modest fashion” e in generale all’abbigliamento in linea con i principi islamici. Inoltre cresce sempre di più li numero delle donne provenienti da paesi islamici che eccellono nello sport e che hanno fatto del velo una vera e propria bandiera di appartenenza culturale. Per questa ragione Nike sta dimostrando un concreto interesse per il mondo islamico e lo ha già dimostrato in passato: nel 2015 il brand ha rilasciato l’app ”Nike Training Club” anche in lingua araba.

Nike

Una strategia di marketing che sottolinea, ancora una volta, il primato di Nike all’interno di un segmento di mercato al momento ignorato dalla maggior parte dei retailers sportivi. La spesa dei consumatori musulmani sui capi di abbigliamento ha un valore stimato di 243 miliardi nel 2015, riporta un articolo di Reuters citato da Bloomberg. Inoltre i musulmani attualmente costituiscono il 23% della popolazione mondiale, e si prevede un aumento al 29,7% entro il 2050, secondo il Pew Research Center.

Nike si unisce ad altri marchi di moda a livello mondiale che hanno iniziato ad abbracciare la moda musulmana. Nel mese di febbraio 2016, Uniqlo ha collaborato con la stilista Hana Tajima per creare una collezione che comprendeva anche lo hijab.

nike

La pattinatrice Zahra Lari indossa lo hijab di Nike

ricerche di mercato e social media

Le ricerche di mercato ai tempi dei social media

“I mercati sono conversazioni”. È con questa tesi che ha inizio The Cluetrain Manifesto il famoso libro-cult che nel 1999 ha previsto scenari e caratteristiche di quel nuovo mercato segnato da un certo fenomeno chiamato Internet.

Oggi la tesi è più che confermata: nel 2015 gli stessi autori dopo 16 anni aprono una nuova edizione del libro affermando: “Avevamo ragione, i mercati sono conversazioni”.

Sembra quindi chiaro che per comprendere le dinamiche del mercato sia necessario ascoltare e interpretare queste conversazioni, molte delle quali hanno luogo sui social media e sono difficili da monitorare con le tecniche di ricerca tradizionali, fondate su altri ambiti di indagine.

Ma in un contesto del genere c’è ancora spazio per le ricerche di mercato o andrebbero piuttosto considerate pratiche obsolete? In questo articolo cerchiamo di fare il punto su come sia cambiato il ruolo di questa disciplina e su come il social media marketing potrebbe ricevere supporto dalle metodologie più diffuse.

ricerche di mercato e social media

Nascono nuove esigenze

È un grave errore teorizzare prima di avere dati certi. Si finisce per distorcere i fatti, per adattarli alle teorie, invece di adattare le teorie ai fatti. (Sherlock Holmes).

Nell’era della big data analysis i social media sono anche visti come una fonte inesauribile di dati che i brand possono tradurre in preziose informazioni per il loro business.

Ciò che viene richiesto alle aziende oggi è di approcciare al mercato con azioni di marketing effettuate spesso in real-time o addirittura ragionando con una logica “predittiva”; in entrambi i casi, l’ascolto della Rete dovrebbe avvenire in maniera sistematica e continuativa.

In risposta a tali esigenze ci vengono quindi in aiuto le attuali tecniche di ricerca come ad esempio il social media monitoring, tramite cui è possibile monitorare  contenuti e comportamenti degli utenti sui social media, o pratiche come lo studio dei trend e la sentiment analysis, che consentono di avere un quadro delle tendenze in atto e del “mood” che si genera nei confronti di una tematica.

LEGGI ANCHE: Gli strumenti di monitoring più utili per la vostra social media strategy

     

ricerche di mercato e social media

Le ricerche di mercato sono in via d’estinzione?

Dando uno sguardo a queste forme di elaborazione dei dati verrebbe da rispondere sì. Le ricerche di mercato di stampo “classico” come sondaggi, focus group e interviste, sono tecniche che devono rispettare metodologie rigorose e che producono risultati in tempi generalmente più lunghi rispetto alle loro “alternative digitali”. Tuttavia, ci sono anche aspetti che ci fanno considerare queste modalità di ricerca ancora fondamentali e soprattutto in grado di dialogare con quelle più evolute.

Per prima cosa, per quanto essi siano diffusi, i canali digitali non sono gli unici “luoghi” in cui avvengono le conversazioni; il pubblico dei social media aumenta di giorno in giorno ma nonostante ciò, non è in grado di rappresentare da solo l’intero mercato oggetto d’indagine.

Un secondo aspetto riguarda il ruolo che le diverse forme di ricerca possono svolgere: i sistemi di monitoraggio e di analisi sono in grado di scattare una fotografia anche molto dettagliata di un determinato fenomeno, tuttavia, essi si limitano spesso a fornire una risposta al “cosa” senza approfondirne il “perché”; in altre parole, queste tecniche consentono di individuare tendenze o comportamenti ma non di comprenderne le motivazioni o le logiche che vi stanno alla base. Ecco che allora entrano in gioco le ricerche di stampo tradizionale che invece possono essere un valido supporto per andare in profondità su quelle tematiche che gli strumenti digitali hanno identificato come rilevanti.

Un mix di più tecniche

Immaginatevi di analizzare i dati ottenuti con Buzzsumo per individuare una serie di utenti particolarmente attivi o degli influencer da sottoporre poi ad interviste personali (deep interview), oppure di utilizzare un tool di social media monitoring come Socialmention e farlo dialogare in maniera sinergica con la tecnica del focus group con cui arrivare a considerazioni più precise.

Le possibilità di integrazione tra i due mondi sono molteplici e ci piacerebbe conoscere la vostra opinione a riguardo. Secondo voi continueremo a sentir parlare di ricerche di mercato ancora per un po’? Condividete le vostre esperienze sulla nostra pagina di Facebook o sul gruppo di Linkedin.