Vi presentiamo Jack e Lauren, la coppia che guadagna fino a 9 mila dollari per un post su Instagram

Jack Morris (@doyoutravel) ha 2 milioni di follower su Instagram, Lauren Bullen (@gypsea_lust) ne ha 1,2 milioni.

Sono una coppia di giovani ragazzi, belli e abbronzati che gira il mondo grazie ai brand e agli sponsor del Turismo. Sono ciò che chiamiamo Influencer.

Ma come hanno raggiunto una meta del genere? Come sono riusciti a diventare degli influencer strapagati e a vivere il loro sogno di vita?

Vi riportiamo, con il benestare di Jack, parte di una sua intervista in cui risponde direttamente ai suoi follower.

Quanti anni hai e da dove vieni?

Ho 26 anni e sono nato in un piccolo villaggio fuori Manchester.

Come riesci a guadagnare?

I Brand e gli Enti del settore turistico mi pagano per promuovere i loro prodotti o le loro località su Instagram. Promuovo solo cose che realmente mi piacciono o in cui credo, ed è molto importante per me ed è la ragione per la quale i miei post trovano il favore dei miei follower.

Sei andato al college?

No. Crescendo non ho mai realmente saputo cosa volessi fare. Ho finito la scuola a 17 anni e sono andato direttamente a lavorare. Prima di iniziare a viaggiare ho lavato tappeti per 5 anni.

2015, words cannot describe. It’s been an endless adventure that’s for sure! I watched the sun rise from the top of Adams peak in Sri Lanka, drove an auto rickshaw 1000km across India, kicked back in the Maldives, jumped down waterfalls in Bali, gambled in Vegas, experienced the Loi Krathong festival in Thailand, swam with whale sharks in the Philippines, island hopped around Greece, camped out in the Wadi Rum desert, got ambushed by lemurs in Madagascar, ate crepes under the Eiffel Tower, bought a motor bike older than me and road tripped across Vietnam, and most importantly I made some life long friends along the way. I’m so stoked and never been more excited for a new year, I can’t wait to share it with you guys! Wishing you all the best for 2016, follow your passion and chase your dreams, this is your world and anything is possible! Next stop – Bangkok! Un post condiviso da JACK MORRIS (@doyoutravel) in data:

Come hai conosciuto Lauren?

Ci siamo conosciuti a marzo 2016 lavorando insieme alle Fiji. Da quel momento siamo diventati inseparabili per l’intero viaggio. L’ultima notte alle Fiji le ho chiesto di seguirmi a Bali, lei ha accettato e stiamo insieme da allora!

Qual è la peggiore città in cui sei stato?

Ho un rapporto di amore ed odio con Marrakesh. È una città davvero unica ed interessante con milioni di opportunità per i fotografi. Sfortunatamente la maggior parte delle persone del posto sono estremamente maleducate e aggressive. Non ho mai detto vaffanculo così tante volte nella mia mia vita […] E non sono stato sfortunato, con chiunque abbia parlato mi hanno confermato la stessa esperienza.

Da quanto tempo giri per il mondo?

Dal 2012.

Cosa consigli a chi viaggia per la prima volta?

Non pianificate troppo. Se parti zaino in spalla allora ti conviene prenotare un volo solo andata e una camera per la tua prima notte. Sii socievole e incontra nuove persone. Queste persone potrebbero diventare i tuoi migliori amici. Interagisci con le persone del posto, non metterti al riparo e non stare sul sicuro. Le cose possono andare male e devi reagire spontaneamente. Dici spesso di Si!

Welcome to our jungle oasis ⌲ thanks @fsbali for the beautiful stay ?#fourseasonssayan Un post condiviso da JACK MORRIS (@doyoutravel) in data:

Ora che alloggi in hotel di lusso, ti manca mai la community degli “zaini in spalla” e degli ostelli?

Per anni ho frequentato gli ostelli, incontrato nuove persone ogni giorno, mi sono ubriacato con nuovi amici e risvegliato in nuovi posti. Rimarranno i migliori giorni della mia vita. In questi ultimi due anni però i miei interessi e le mie passioni sono cambiati. Non frequento hotel di lusso così spesso, quando lo faccio è per lavoro. Il resto del tempo alloggio in appartamenti AirBnb o in boutique hotel. […] Gli ostelli sono divertenti quando viaggi da solo per conoscere nuove persone, ma quando sei con la tua partner (Lauren) preferisco avere uno spazio privato.

Come garantisci che tutte le tue immagini stiano bene insieme?

Modifico tutte le mie foto con lo stesso tipo di stile con i miei preset di Lightroom dunque si somigliano tutte tra loro (sono riconoscibili). Inoltre cerco sempre di dare uno sguardo alla griglia cercando di pianificare le immagini successive per essere sicuro che funzionino con gli altri feed recenti.

doyoutravel_instagram

Come riesci a scattare foto in località molto frequentate senza nessun altro in giro?

Il più delle volte scattiamo circa 1 ora dopo l’alba. A quell’ora anche le località molto frequentate sembrano tranquille.

I Social Media spesso ritraggono solo la versione felice della vita delle persone o dei loro viaggi. Cosa ne pensi?

Le persone devono ricordare che la mia vita su Instagram rappresenta solo il 5% della mia vita reale. Non vorrei mai rappresentare qualcosa che non sono, ma ovviamente non posto contenuti di ogni aspetto della mia vita. Come la maggior parte delle persone ritraggo solo i momenti felici. Ad ogni modo non creo nulla di finto o provo a mostrare sempre gli aspetti reali delle mie migliori esperienze.

Quanti paesi hai visitato?

45

One last gelato in Italy ? next stop Paris! ✈︎

Un post condiviso da JACK MORRIS (@doyoutravel) in data:

I Pro e i Contro di essere un Influencer?

Pro: la libertà, essere pagato per la mia passione, avere l’opportunità di vivere esperienze che non avrei mai pensato possibili, incontrare persone che la pensano come me, avere il potere di condividere la mia voce con una quantità enorme di persone.

Contro: l’unica cosa negativa che mi viene in mente è la pressione legata all’essere un influencer. Alcune volte sento di dover mettere in dubbio il mio lavoro o ho bisogno di uscire e creare contenuti extra solo perché non ho postato per qualche giorno.

Quali sono tre luoghi che vorresti visitare nel 2017?

Tahiti, Sud America e Finlandia.

Ti dedicherai anche alla produzione di video?

Certo! Attualmente sto editando alcuni clip che ho girato durante un mio recente viaggio in Cambogia. Sto ancora imparando le tecniche di video making & editing e spero di migliorare ed essere in grado di caricare sempre più video e di qualità migliore. Vorrei postare 1 video per ogni viaggio.

 

chef growth officer coca cola

Il CMO è morto, lunga vita al CGO: il caso Coca-Cola

Ti sarai accorto che da qualche tempo abbiamo cominciato ad introdurre la figura del Growth Hacker e come sia destinata ed essere una professionalità chiave non solo per startup e aziende nell’ambito tech, ma anche per aziende consolidate e operanti nel fast moving.

Ebbene questo fenomeno di diffusione della figura professionale sembra essere in pieno corso.

Cambiamenti nella leadership Coca-Cola
Con una nota di pochi giorni fa, in cui si anticipavano diversi cambi di poltrona ai vertici aziendali, Coca-Cola ha annunciato di aver eliminato il ruolo del Chief Marketing Officer e aver istituito un nuovo ruolo: il Chief Growth Officer.

La figura – che verrà ricoperta da Francisco Crespo – si occuperà di marketing, strategia commerciale e manterrà un occhio di riguardo per i consumatori e l’innovazione.

Ma se anche Coca-Cola – il brand per eccellenza, costruito su anni di marketing – ha eliminato il CMO, cosa significa questo per il futuro di questa funzione?

Il paradosso di Coca-Cola

Marketing Week ha ben riassunto il paradosso di Coca-Cola: da una parte le ricerche di mercato suggeriscono che la forza del brand e la predisposizione dei consumatori nei suoi confronti sono significativamente in crescita, ma dall’altra le vendite sono andate progressivamente diminuendo.

Ecco il fatturato annuo Globale di Coca-Cola dal 2009 al 2016:

Fatturato Coca-Cola

Fonte: Statista

Se i massicci investimenti in comunicazione sono serviti a scaldare i cuori dei consumatori nei confronti della bevanda, non sono stati sufficienti a stimolare un consumo maggiore o più frequente, come testimonia il progressivo calo dei volumi, che negli ultimi 5 anni sarebbe passato da 48 a 44,3 miliardi di dollari, cifre importanti, ma che rappresentano un’erosione che raggiunge quasi l’8% . Insomma: “non di sola pubblicità vive il mercato”.

La stessa tensione tra CMO orientato alla pubblicità vs CGO votato alla crescita si può cogliere nel messaggio del CEO di Coca-Cola James Quincey che, ringraziando l’uscente CMO de Quinto per i suoi meriti nello sviluppare le pubblicità e identità del marchio, sottolinea come il nuovo CGO abbia però un “chiaro compito di guidare la crescita globale”.

Il lecito dubbio è quindi: il CMO invece non aveva come scopo l’aumento delle vendite?

Il marketing sta perdendo il suo market?

Finché i marketers continueranno a posizionarsi come esperti in pubblicità, posizionamento di marca, millennials e nelle ultime mode passeggere del digital – anzichè essere alla guida della crescita – vedremo sparire altri CMO.

Thomas Barta – Esperto di marketing leadership

Secondo uno studio condotto dalla società di recruiting Russell Reynolds, le funzioni che più comunemente sono coperte dal CGO includono il marketing, l’innovazione, gli insights e R&D e la totalità dei CGO avrebbe un background nel marketing.

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Ma perché quindi sostituire un CMO con un CGO?

La risposta andrebbe ricercata nel desiderio di abbattere le gerarchie e i silos funzionali, in modo da velocizzare i processi e permettere la contaminazione delle idee. Per permettere questo, il Chief Growth Officer risponde direttamente al CEO, e nel caso di Coca-Cola pare proprio che il marketing riporterà al CGO.

CGO responsabilità

In un certo senso il CGO sarebbe una sorta di “apprendista CEO”. È però altrettanto chiaro che il comandante che sa guidare le truppe attraverso un campo minato, lo saprà fare con maggiore semplicità anche attraverso un bel prato fiorito. Allo stesso modo le competenze del Growth Officer sono altamente trasferibili e ogni marketer che voglia essere future-proof non può permettersi di ignorarle.

Identikit del Chief Growth Officer

identikit del chief growth officer

Un CGO che si rispetti possiede le seguenti caratteristiche (che anche tu dovresti sviluppare):

  • È un cercatore d’oro: il compito del Chief Growth Officer è trovare soluzioni che possano apportare una crescita significativa del fatturato. Con questo obiettivo in mente il CGO andrà a cercare best practice non solo nei posti “ovvi”, ma scandaglierà azienda e mercati in modo olistico, per scovare sacche di eccellenza e nuove opportunità fuori dal terreno battuto, ad esempio cogliendo spunti da altre categorie merceologiche o da processi interni trasferibili in altri dipartimenti.
  • Ascolta i consumatori: per crescere bisogna avere consumatori disposti ad acquistare e per questo, ancor prima di sviluppare pubblicità persuasive è fondamentale avere un prodotto/servizio che risponda a dei bisogni reali. Il CGO deve avere il consumatore al centro, conoscerne gusti, bisogni e pain points, deve sapere utilizzare gli insights in modo non descrittivo ma “creativo”, cioè orientato alla creazione di nuove soluzioni che offrano risposta alle necessità in continua evoluzione dei propri clienti.
  • È un provocatore: il CGO deve per definizione essere orientato all’innovazione e anticipare le esigenze dei consumatori, per permettere alla propria azienda il first mover advantage quando identifica del “blank spots”, delle opportunità del mercato. Questo può anche significare farsi paladini di un’idea di prodotto o servizio dall’alto potenziale, ma che deve essere ancora sviluppato. Per questo il Chief Growth Officer ha un buon tasso di provocazione e propensione al rischio nel proprio DNA
  • Abbatte le barriere e unisce: il CGO è in grado di relazionarsi con diversi dipartimenti e funzioni aziendali ed unirle in una mission comune, per creare nuove sinergie in grado di fornire alla propria azienda opportunità di lungo periodo.
  • È agile: il CGO deve essere in grado di identificare modi per prendere le decisioni in modo fluido e veloce, prendere rischi calcolati e innovare con risorse limitate e processi snelli.
  • Conosce il proprio business: per essere in grado di abbattere le barriere interne all’azienda e posizionarsi come un interlocutore credibile è importante che conosca il settore, i processi ed il mercato di riferimento.

Il tempo rivelerà quante di queste caratteristiche possiede Francisco Crespo. Nel frattempo vi invitiamo ad approfondire la figura del Growth Hacker con il Corso in Growth Hacking & Performance Marketing di Ninja Academy (Formula Online + LAB)!

Come costruire una personal identity che non tradisca mai sé stessi

Joe è nato a New York, nel Queens, da genitori istriani, emigrati prima che le persecuzioni ordinate da Tito li avrebbero costretti a lasciare il Paese. Joe, in un ambiente familiare molto vicino al mondo della cucina ma anche della tv – attraverso sua madre Lidia – inizialmente lavora a Wall Street per abbracciare, poco dopo, il mondo della ristorazione e soprattutto del business, unendo la passione per il cibo con le conoscenze acquisite nel mondo della finanza.

Nel 1993 convince i genitori a investire nel ristorante Becco, nel cuore di Manhattan, che ha un gran successo e poi cinque anni dopo insieme allo chef Mario Batali apre un altro locale a NY, “Babbo” che conquista subito tre stelle Michelin. Nel 2010 viene contattato dalla Fox che con Masterchef lo consacra al grande pubblico.

Ad affascinarci dell’identità digitale di Joe “vongolino” Bastianich è il suo account Instagram che lui gestisce senza mai dimenticare il suo background e la sua anima troll.

Influencer di food senza essere chef

Uno degli elementi più affascinanti di Bastianich, che emerge con forza soprattutto durante il programma di Masterchef, è che Joe è uno dei più noti influencer in tema food senza però essere uno chef.

Joe rappresenta il business del mondo della ristorazione senza tuttavia risultare mai sterile o venale, come di solito l’aspetto economico di questo tipo di attività “creative” viene vissuto dal racconto online e non. Questo è possibile attraverso una narrazione risemantizzata: a parole come “guadagno” preferisce la genuinità di “far quadrare i conti“.

“Non sono uno chef ma continuo a pensare che non sia facile coniugare l’anima creativa che li caratterizza con quella che fa quadrare i conti e li fa vivere”

@delposto #breadandbutter

Un post condiviso da Joe Bastianich (@jbastianich) in data: 2 Mar 2017 alle ore 10:25 PST

 

Ricordati le radici “che tieni”

Probabilmente appare scontato che Joe non tradisca le proprie origini, ma non lo è, soprattutto in un mondo glamour come quello del food e del business. Joe attinge a piene mani alla grande legge taciuta della comunicazione online “la verità vince” (o anche quella dell’amore che vince sull’odio e sull’invidia). Certo, non tutta, un po’ filtrata, ma pur sempre la verità.

Joe punta moltissimo sulle sue radici italo-americane senza mai tradirè nè la cucina della madre italiana, nè il suo gusto so american: questo si traduce sia in un racconto del cibo diverso dal solito immaginario di alta cucina (c’è tanto posto per lo street food e tantissimo per gli alcolici) sia in un racconto della propria quotidianità. A fare le foto venga il dubbio sia proprio lui, un po’ storte, leggermente fuori fuoco a volte, che ritraggono un pranzo in famiglia o con la madre. Joe mixa il glamour della vita “da tre(mila) stelle Michelin” a quella del ragazzo che raccoglieva le vongole per rivenderle ai ristoranti. Joe “vongolino” Bastianich non è mai andato via.

Non a caso non utilizza filtri Instagram, o comunque mai invasivi. Coincidenze? Noi di Ninja crediamo di no.

excited to be here @todayshow tune in at 845am @mattlauernbc @savannahguthrie

Un post condiviso da Joe Bastianich (@jbastianich) in data: 28 Mar 2017 alle ore 05:17 PDT

 

Il lato humour della vita

Joe ha senso dell’humour, probabilmente è la sua arma forte per muoversi in un contesto pieno di etichette e di persone che hanno un’immagine personale molto istituzionale e rigorosa. Il suo prendersi poco sul serio si traduce in maniera complessa e multicanale: video umoristici su come si beve il wiskey, selfie trash, testi ironici, hashtag “inesistenti” e fotomontaggi. Vorremmo soffermarci soprattutto su due punti: gli hashtag e i fotomontaggi. Si tratta di due aspetti che possono apparire di lettura banale, ma secondo il nostro giudizio sono il simbolo di un discorso di autorappresentazione molto stratificato.

Gli hashtag servono per indicizzare una foto: a delineare gli argomenti e gli interessi, permettendo soprattutto alle persone fuori dalla nostra cerchia di follower di trovare il contenuto pubblicato. Utilizzare hashtag chiari o tra i più usati è il modo per farsi trovare più facilmente su una piattaforma che produce milioni di contenuti video al giorno. Alcuni influencer – e non solo, abbiamo molti amici che ne sono i fieri alfieri – non utilizzano hashtag, o meglio ne usano due o tre completamente sconnessi e di difficile indicizzazione. Un esempio? Fare la foto al proprio cane Charlie e usare l’hashtag #Charlie. Perchè un influencer dovrebbe farlo, se abbiamo detto che non è utile? Per affermare con forza da un lato la propria notorietà e influenza, dall’altro per contribuire a un’immagine di sè lontana da quanti rincorrono gli schermi e la notorietà. Pura contraddizione, ma non nel mondo della digital identity.

Rtrain #delays #subway #NYC #newyorkfuckincity this is the real flavor or new york city

Un post condiviso da Joe Bastianich (@jbastianich) in data: 2 Mar 2017 alle ore 15:39 PST

@saturnioeyewear #sunglasses #dope #piazzadellarepubblica #milano @me_by_melia milano #toscano antico

Un post condiviso da Joe Bastianich (@jbastianich) in data: 1 Feb 2017 alle ore 06:54 PST

#giussepino #dontdodrugs #highschool epic conch neckwear

Un post condiviso da Joe Bastianich (@jbastianich) in data: 1 Feb 2017 alle ore 04:35 PST

 

E poi ci sono i fotomontaggi. Joe ne è un grande appassionato, ne ha realizzati a decine tanto che adesso sono i suoi fan a crearne per lui e lui a condividerli. Sono fotomontaggi semplici e poco tecnici, attraverso cui realizza un sofisticato stakeholder engagement dall’alto, o meglio, orizzontale. In altre parole Joe Bastianich ingaggia altri influencer e personaggi rilevanti in una modalità desueta per non dire rara: li prende in giro, ironizzando su difetti fisici e stereotipi. Il dibattito online che ne deriva è una perfetta bomba da social: humour, coinvolgimento del grande pubblico e l’assoluta orizzontalità del dibattito tra influencer: le persone possono godere lo spettacolo di vedere i propri idoli ridicolizzati – e stare ovviamente al gioco – da un’altra icona, proprio come fanno loro con i propri amici. Joe Bastianich ci offre il racconto – che pretende di essere – autentico di un mondo alto, inarrivabile, dov’è possibile accostare Cannavacciuolo ad Angry Birds oppure Cracco a una Spice Girls.

Joe in questo modo usa una registro a noi vicinissimo, quello dell’uomo qualunque, disintermediandolo in un contesto, invece, del tutto fuori dalla nostra portata. Joe vongolino è diventata una star.

domani…@masterchef_it o Harry Potter? Mandate i vostri fan art a fanart@bastianich.com Pic: Fabrizia Noto

Un post condiviso da Joe Bastianich (@jbastianich) in data: 18 Gen 2017 alle ore 10:55 PST

@realmaramaionchi #celebritymasterchefit

Un post condiviso da Joe Bastianich (@jbastianich) in data: 30 Mar 2017 alle ore 12:47 PDT

Valerioooooo #masterchefit #spiceupyourlife @masterchef_it #fanart di Ruggiero argentieri

Un post condiviso da Joe Bastianich (@jbastianich) in data: 9 Mar 2017 alle ore 16:00 PST

L’importanza dei social media oggi per l’educazione e l’apprendimento

Negli ultimi anni i pedagogisti e gli educatori, laddove i primi si occupano dei progetti educativi e i secondi dell’azione educativa, si sono ritrovati a fare i conti con nuove sfide derivate dai social media. L’utilizzo di questi da parte dei millennial (i nati tra il 1982 e il 2004), e in particolare della generazione z (ossia i nati dal 1995 fino al 2010) ha prodotto nuovi quesiti, nuove domande cognitive a cui i ricercatori lavorano per trovare risposte.

Quali sono le caratteristiche chiave dei social media e che importanza possono avere oggi per l’educazione e l’apprendimento? Quali sono i limiti e quali le opportunità? I processi educativi devono modificarsi in funzione di un’era digitale in continuo mutamento?

Non avremo la presunzione di rispondere a queste domande: non siamo nel luogo adatto e non ne abbiamo le competenze. Possiamo però indagare il mondo dei social media, e offrire spunti di riflessione sul delicato tema dell’educazione.

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Negli ultimi dieci anni la crescita delle piattaforme social, all’interno dell’ecosistema del web 2.0, è stata significativa. Come sottolineò Mark Zuckerberg, ormai sette anni fa, «stiamo andando verso la costruzione di una rete web dove la condizione di base sarà quella sociale» (BBC News, 2010). Oggi i social media sono perciò il cuore dell’uso delle tecnologie digitali, pertanto il tema richiede attenzione continua della comunità educativa.

L'importanza dei social media oggi per l’educazione e l’apprendimento

I potenziali benefici motivazionali

Come disse Zygmunt Bauman, i giovani della generazione z non conoscono una vita che non sia interconnessa, poiché «nati in un mondo intessuto da una connettività cablata, con fili o senza fili».

Come sottolineato dai ricercatori Mason e Rennie, «gli spazi comunitari condivisi e la comunicazione tra gruppi costituiscono la parte predominante di ciò che entusiasma i giovani, contribuendo alla loro perseveranza e motivazione nello studio». L’architettura social mediale non stimola soltanto le motivazioni e l’interesse degli studenti, ma aumenta l’uguaglianza tra essi, poiché è un ambiente in cui tutti possono controllare i contenuti, creali, fruirli. Ad esempio, John Willinsky parlando di Wikipedia, afferma come «oggi uno studente che faccia anche la più piccola correzione ad un articolo di Wikipedia dà, in pochi minuti, un contributo allo stato della conoscenza pubblica maggiore di quanto non fossi capace di fare io durante l’intero periodo universitario».

L'importanza dei social media oggi per l’educazione e l’apprendimento

Educare ai social media, apprendere con essi

Pedagogisti ed educatori ritengono che oggi i social media siano in grado di offrire alternative all’offerta formativa che caratterizza le istituzioni educative tradizionali. L’uso dei social implica, per esempio, che i ragazzi siano prosumer piuttosto che consumer, ossia partecipino attivamente alla produzione di conoscenza. Inoltre, secondo Lee e McLoughlin, l’apprendimento dovrebbe essere un «processo sociale partecipativo» che sostiene gli obiettivi e i bisogni della vita di ciascuno. Molti pedagogisti, perciò, iniziano a sostenere che i social media possano essere usati a sostegno di quello che Goodyear e Ellis chiamano «apprendimento serio centrato sullo studente». Piattaforme come Facebook, YouTube e Twitter, incontrano queste teorie, non fosse altro che per la conformazione tecnologica di rete sociale, orizzontale.

Ancor prima di apprendere con i social media, è necessario offrire agli studenti un’educazione a essi, ossia la capacità di capirne i funzionamenti, le opportunità e le minacce. Da questo punto di vista, la sfida più urgente per gli educatori è quella di trovare un equilibrio tra la conoscenza dei mezzi tecnologici e il loro possibile utilizzo come fonte per un nuovo modello di insegnamento. Un nuovo metodo basato sulla libertà dell’individuo, dello studente, nel scegliere il percorso educativo sulla base delle sue inclinazioni, su ciò che lui produce e condivide, sulle sue passioni.

Le app che aiuteranno i bambini siriani ad imparare giocando

Nel 2017 ancora si parla di guerra, purtroppo!
In un mondo globalizzato sono anche queste le situazioni che ci riguardano e per fortuna c’è chi non volta le spalle e pensa alle app come un supporto a circostanze tanto disagiate come la guerra in Siria che da 6 anni dilania quella terra e ha coinvolto ben 2,5 milioni di bambini siriani.

Parlare di bambini significa parlare di futuro e questi “adulti in miniatura”, perché ne avranno già viste tante, stanno subendo ingiustizie, sono privati del loro diritto all’educazione scolastica, avranno dei grossi traumi da superare che probabilmente condizioneranno anche le loro capacità di apprendimento chissà per quanto tempo.

Le due gaming app Antura and the Letters e Feed the Monster sono state premiate al concorso EduApp4Syria supportato dal governo norvegese e da diversi partner, con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo di alternative educative e gratuite a servizio dei bambini estromessi dalle scuole a causa del conflitto, sfruttando l’enorme diffusione di smartphone anche tra i rifugiati.

La grande forza di questo progetto è la collaborazione, si tratta infatti di progetti con licenza open source e i code sono disponibili su GitHub al fine di favorirne il massimo utilizzo e l’ulteriore creatività, adattandole anche a una gamma più ampia di bambini rifugiati.

Antura and the letters

2 app che aiuteranno i bambini siriani ad imparare giocando
Studiata appositamente per bambini di 5-6 anni di età, quest’app è un supporto per imparare la lingua Araba. Solitamente è quella la fascia d’età nella quale i bambini iniziano a leggere e scrivere, le basi per diventare un adulto che pensa.

Dobbiamo agire ora o rischiamo di perdere un’intera generazione con enormi effetti a lungo termine

Questo dichiara Børge Brende, Ministro Norvegese degli Affari Esteri.
L’obiettivo dell’app è risolvere puzzle e guadagnare premi andando a scovare le lettere nascoste nelle ambientazioni di gioco. Interessante è che l’applicazione non richiede connessione, i bambini possono utilizzarla ovunque.
L’app è disponibile per Android e iOS.

Feed The Monster

Collezionare e crescere dei piccoli e amichevoli mostri grazie ai quali i bambini potranno imparare a scrivere e a parlare correttamente: come unire lo svago del gioco e imparare la propria lingua divertendosi. Un mix vincente, soprattutto per chi non ha alcuna alternativa e potrebbe recuperare a fatica queste capacità.

In linea con l’obiettivo principale non sono previsti acquisti in app, niente advertising, è totalmente gratuita, non necessita di una connessione ad internet per funzionare e si può scaricare dal Play Store e dall’App Store.

Un plus di entrambe le applicazioni è il loro peso in termini di MB, meno di 100 così da poter fare il download più facilmente ovunque.

Lo smartphone come ponte per imparare

Questi bambini, vittime innocenti di una delle più grandi crisi umanitarie della nostra generazione meritano tutti i nostri sforzi per aiutarli a superare la sfida di non poter frequentare la scuola.

Ha dichiarato Mark Smith, direttore senior per le emergenze umanitarie in World Vision, uno dei partner no-profit di EduApp4Syria.

E per questo un altro obiettivo fondamentale è attivare una collaborazione con gli operatori mobile, aziende tecnologiche e organizzazioni umanitarie per far in modo che più famiglie possibili vengano a conoscenza di questa possibilità per i loro figli e siano in grado di poter scaricare le app sul loro smartphone.

Edu4AppSyria si adopera anche per misurare l’impatto dei giochi, se si ottengono buoni risultati il governo norvegese contribuirà a finanziare versioni in altre lingue ma quello che ci auguriamo è che non servano in futuro!

Netaddiction, una storia di successo per l’editoria digitale

Netaddiction è un editore italiano nativo digitale che produce contenuti per il web dal 1999 attraverso otto testate. Gli argomenti trattati online spaziano dall’entertainment, con portali come Multiplayer.it e Movieplayer.it, al food, con iFood.it e Dissapore.com, passando per il lifestyle, con Bigodino.it, fino alla tecnologia, tramite HDblog.it e LegaNerd.com, e all’automotive, con HDmotori.it.

Una formula di successo quella di Netaddiction che non si ferma all’ambito web ma coinvolge anche il cartaceo con i romanzi legati alla narrativa young adult e adult e la produzione video con Casa Surace.

Il gruppo editoriale ha chiuso il 2016 confermando una crescita in termini di fatturato che ha superato di poco i 10 milioni di euro, con 40 dipendenti nelle sedi di Milano e Terni. Inoltre, nei primi mesi del 2017 i settori food e lifestyle hanno avuto un incremento dell’utenza del 45%, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

Quest’anno Netaddiction compie 18 anni e non è molto comune trovare storie vincenti nell’ambito dell’editoria digitale, soprattutto nel nostro Paese. Abbiamo dunque incontrato per voi Andrea Pucci, Ceo e fondatore del gruppo editoriale.

Andrea Pucci

Puoi raccontarci come nasce Netaddiction e quale è stata la sua evoluzione negli anni?

Netaddiction è nato negli anni ruggenti di Internet, alla fine dello scorso millennio, sulla scia delle suggestioni della gold rush dei primi anni, quando tutto (più o meno) per tutti era possibile. In particolare, all’epoca, volevo condividere la mia passione per i videogiochi con gli “internauti” e cercare di aggregare le community attorno a un sito: Multiplayer.it. Posso affermare che quel primo obiettivo è stato ampiamente raggiunto. Nel corso degli anni, l’azienda si è trasformata ed evoluta, come internet del resto. L’espansione degli argomenti trattati online, che oramai rappresentano qualunque aspetto della vita umana, ha avuto un riflesso anche su Netaddiction che ha esteso le sue attività allargando progressivamente gli ambiti del business, dai media alla distribuzione, al commercio elettronico, all’editoria cartacea fino alla produzione video.

Tech, cinema, game, lifestyle e food: sono tanti gli ambiti in cui si muove Netaddiction. Qual è il settore maggiormente apprezzato?

Abbiamo cercato di puntare all’eccellenza in ogni nostro settore. Dapprima nel mondo dei videogiochi e del cinema, con Multiplayer.it e Movieplayer.it. L’ultimo settore, in ordine temporale, su cui abbiamo riposto la nostra attenzione e impegno è stato il food, che merita un discorso a parte. La “food-mania” degli ultimi anni è figlia del successo di format televisivi come Masterchef, Hell’s Kitchen, Cucine da incubo. I cuochi sono diventati chef-star e le iscrizioni a scuole secondarie di formazione professionale, come gli istituti alberghieri, sono esplose. Improvvisamente il mestiere di chef, da faticoso e dietro le quinte, è diventato di moda. Negli ultimi cinque-otto anni, è cresciuto il fenomeno del turismo gastronomico, grazie alle diverse guide e, in particolare, a Tripadvisor. Siamo tutti diventati sommelier, degustatori, gastro-fighetti.

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Contemporaneamente, una delle industrie più floride del nostro paese, quella enogastronomica, è stata l’ultima a utilizzare il mezzo Internet per captare clienti e opportunità in modo consapevole. Potevamo forse esimerci dal seguire questo mercato, forse l’ultimo barlume di gold rush anni ‘90? L’approccio al settore è stato duplice in modo da recuperare il ritardo: da una parte verso gli operatori e i professionisti, con l’acquisizione di Dissapore.com, dall’altra verso il consumatore, con la nascita di iFood.it e la community di food blogger. Il nostro attivismo in proposito non finisce qui e presto annunceremo altre due operazioni per consolidare ulteriormente la nostra presenza nel food.

Social ed Editoria: come lavorate da questo punto di vista e quali piattaforme utilizzate maggiormente per diffondere i vostri contenuti?

I nostri progetti pubblicitari non prescindono mai da un’eco social, che amplifica il messaggio generato sul sito web e arriva addirittura a creare contenuti peculiari autosufficienti. Pensiamo a Casa Surace ad esempio, che è nata e cresciuta quasi esclusivamente su Facebook. Quindi potremmo dire che è essenziale avere una duplice presenza, forte e radicata, sia sul web sia sui social.

Quanto secondo te c’è ancora da fare e da migliorare nell’ambito dell’editoria digitale?

Internet sta subendo uno sdoppiamento di personalità in questo momento, se mi passate l’eufemismo. Da un lato, c’è l’internet del motore di ricerca (Google) che guida gli utenti verso questo o quel sito web. È il modello di navigazione classico, quello in cui siamo nati, soprattutto per chi naviga da desktop. Dall’altro, ci sono gli smartphone e le app social, che bypassano il primo internet, creando un ecosistema a parte, che sfrutta e utilizza l’infrastruttura dell’altro, ma se ne sta in disparte. L’editoria digitale sta nel mezzo, tra il vecchio e il nuovo, tirando un colpo al cerchio e uno alla botte, spesso incrementando i costi per presidiare entrambi i “mercati”, in un regime di valori pubblicitari discendenti, perché anche l’investitore pubblicitario si sdoppia, ma senza raddoppiare i budget. Il rischio che vedo è un crollo verticale della qualità, in un sistema che diventa sempre più quantitativo. Mi verrebbe da dire: “potere ai lettori”, ma l’unica cosa che non è cambiata rispetto a 18 anni fa è che l’informazione digitale era, ed è, percepita come doverosamente gratis.

Netaddiction è anche Casa Surace: qual è il segreto del successo di Simone, Daniele, Alessio, Andrea e di tutti gli abitanti della casa del centro di Napoli?

Hanno una rara capacità di parlare al pubblico, che con il passare del tempo diventa sempre più ampia e virale. Vivono in un incredibile momento di rinascita della cultura e delle tradizioni del sud Italia, e di Napoli in particolare, e ne diventano portavoce ideali. Abbiamo avuto l’onore di conoscerli ancora acerbi e di condividere con loro le stesse passioni. Il resto è talento puro.

Casa Surace

credits: Emilio Pantuliano Photographer

Nel 2017 siete diventati maggiorenni. Un bilancio di questi 18 anni di attività? Quali sono i vostri obiettivi futuri?

18 anni vissuti pericolosamente, potremmo dire. Abbiamo visto crescere ed evolvere internet in tutte le direzioni, permeare le nostre vite personali e professionali. Ci siamo inventati e reinventati più e più volte cercando di dare una risposta alle esigenze di clienti e lettori. Siamo organismi viventi in costante evoluzione, per adattarci alle necessità di mercato. Oggi Netaddiction raggiunge più di 16 milioni di utenti unici, online e offline, sui social, negli eventi e sugli scaffali delle librerie. Siamo una delle ultime realtà indipendenti sul mercato a offrire contenuti di qualità e ci auguriamo di poterlo continuare a fare per sempre, interpretando il futuro così come l’abbiamo fatto in passato. Perché del resto, chi si ferma è perduto.

Idea Hand

Quanto si è innovativi (e come esserlo di più)?

Innovazione. Una parola che al giorno d’oggi è usata in numerose (troppe?) occasioni, che per molte imprese diventa uno dei punti cardine all’interno della strategia aziendale. Essere innovativi, infatti, è sicuramente un pregio che può portare a risultati molto soddisfacenti, in qualunque campo si operi. Ma quanto si può essere innovativi? C’è un modo per quantificare l’innovazione?

Idea Milky Way

Ideo, agenzia internazionale di design, ci ha provato. Dopo aver studiato numerosi progetti svolti in passato, focalizzati sul pensiero innovativo, l’impresa si è resa conto che definire cosa fosse l’innovazione, specialmente considerando contesti molto variegati, era quasi impossibile.

Tuttavia, ogni progetto innovativo ha sempre un elemento in comune, necessario quando si deve creare qualcosa e cioè l’abilità organizzativa di adattarsi costantemente e rispondere al cambiamento.

In questo modo, Ideo ha identificato sei principi per un’impresa innovativa: determinazione (purposefulness), sperimentazione (experimentation), senso di responsabilità (empowerment), collaborazione (collaboration), capacità di osservare l’ambiente (looking out), capacità di realizzare efficacemente nuove idee (refinement).

Ispirandosi a questi principi è stato elaborato un sondaggio, chiamato Creative Difference, in cui ogni ogni membro di un team aziendale può fornire feedback sulla sua esperienza e sul lavoro che sta svolgendo; questo porta ad analizzare l’efficacia di un team di lavoro e quanto questo può essere più innovativo.

Un ottimo strumento, specialmente per grandi aziende, in cui si può verificare ad esempio se un team è orientato all’obiettivo, ma non c’è molta collaborazione tra i membri, se analizza costantemente l’ambiente in cui deve operare ma non ha capacità di sperimentazione, o altro ancora. In poche parole, Ideo ha creato un metodo per misurare l’innovazione.

Ma, in conclusione, come si fa a essere più innovativi? Non possono esistere regole fisse su cui basarsi, ma ogni team può sempre spingersi a migliorare, obiettivo dopo obiettivo, stimolando il proprio pensiero innovativo.

Alcuni consigli?

#1 Non rimanere bloccati su una sola idea (ma nemmeno due, e neanche tre)

Metodi di progettazione tradizionali? Approccio “Lean Startup”? Cose da dimenticare. I risultati di Creative Difference dimostrano che quando un team elabora cinque o più idee differenti, ha il 50% di possibilità in più di lanciare con maggior efficacia il proprio prodotto. Meglio analizzare più di un’idea ed essere flessibili, per puntare alla sperimentazione e a far prendere la strada giusta al progetto.

Ideas

#2 Sfidare lo status quo, e sentirsi a proprio agio nel farlo

È confermato che essere propositivi e sicuri di sé, sfidare l’ordinario e riuscire ad essere determinati nel farlo aumenta le probabilità di successo. Non aver timore di esprimere il proprio pensiero e riuscire ad agire in autonomia, anche in presenza del proprio leader, è un modo efficace per stimolare idee nuove e interessanti.

#3 Un obiettivo chiaro, preciso e consistente alimenta l’innovazione

Essere innovativi non significa andare fuori dalle righe e dimenticarsi della strategia. Un obiettivo coerente, insieme a un’accurata organizzazione delle proprie priorità, aiuterà un team ad adattarsi e a lavorare più efficacemente. Ecco perché è molto importante che in un team ogni componente tenga sempre presente mission e vision aziendali, per dare stabilità e costanza al proprio lavoro, fondato sul pensiero innovativo.

Innovation Strategy

#4 La distanza aiuta a collaborare

Può sembrare strano, ma Creative Difference ha dimostrato che team che lavorano a distanza lavorano meglio rispetto a team che lavorano nello stesso luogo o con pochi membri che lavorano “in remoto”. Questo avviene, probabilmente, perché avere le proprie forze distribuite in luoghi diversi porta il team a organizzarsi più strenuamente e a incentivare la collaborazione e la condivisione di informazioni.

#5  Aggiornarsi quotidianamente può portare a maggior successi

Per giungere a un obiettivo e realizzare qualcosa di innovativo in modo più rapido ed efficace, è bene lavorare con il proprio team ogni giorno, aggiornandosi su ogni step di lavoro, organizzando continuamente la propria tabella di marcia. Su questo punto il valore chiave è sicuramente la collaborazione, che deve essere presente in modo costante in ambito di progettazione.

Team Ideas

#6 Il leader deve aiutare, non comandare

I dati di Creative Difference dimostrano che i team con leader in grado di aiutare ogni membro del gruppo, convinti che il proprio ruolo sia quello di mettersi a disposizione del team, hanno più successo rispetto a team che mantengono una classica struttura top-down, basata sull’idea tradizionale (e sbagliata) di leader. Chi è responsabile di un team, quindi, deve risolvere eventuali problemi, proporre soluzioni, smorzare le tensioni, essere propositivo in merito alla condivisione di idee e portare tutti i membri in direzione dell’obiettivo da raggiungere.

Vuoi saperne di più?
Ideo e Creative Difference

Come (non) affrontare un divorzio sui social media

Quante volte avete sentito parlare di come i social media siano la causa della fine di una relazione o di come abbiano minato il nostro senso di fiducia nei confronti del partner? Molti i consigli che circolano sul web su come vivere una relazione in maniera sana anche sui social, pochi invece quelli che aiutano ad affrontare al meglio un divorzio.

Gli utenti dei social network e soprattutto di Facebook, tendono a condividere solo momenti felici o divertenti della propria vita come grandi traguardi o frangenti che possano attirare consensi e quindi Like. Ma quando si tratta di prendere posizione su un argomento intimamente doloroso come può essere un divorzio come è meglio comportarsi?

https://twitter.com/TheFunnyTeens/status/847599440189718528

Un argomento sempre ricoperto da un fitto strato di tabù quello delle coppie che si separano e il perché è sì insito nella nostra cultura ma risponde a esigenze di buona reputazione sia social che non. Gli errori riscontrabili sui social media per mano delle coppie che scoppiano hanno dei pattern abbastanza regolari e spesso scontati, non è quindi difficile individuarli e tentare di correggerli.

Non rivelate i dettagli del vostro divorzio

Alla base di tutti i gesti più inappropriati c’è sicuramente rancore e voglia di ottenere consensi e appoggio morale in un momento di assoluta solitudine.

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Spesso a causa di una vera e propria dipendenza dai social media, o forse per mera abitudine a condividere anche il superfluo, molte persone in fase di separazione dal partner trovano difficile tracciare un solco netto tra la vita privata e quella social. Affrontare un divorzio non è semplice e spesso rende particolarmente vulnerabile il partner portandolo a cercare conforto ovunque sia possibile, e proprio i social media rappresentano in questi casi il primo strumento di espressione.

Il processo è semplice, richiede poco sforzo ma spalanca le porte del focolare a tanti, troppi spettatori. Le coppie dovrebbero mantenere le questioni personali relative al proprio divorzio lontano dal pubblico, per pudore, per rispetto o semplicemente perché un frangente tanto intimo e doloroso non meriterebbe di essere dato in pasto a chiunque vi abbia concesso la propria amicizia virtuale.

Non condividete post compromettenti

Avete presente quando nei film americani il poliziotto che arresta il criminale recita la frase di routine “hai il diritto di rimanere in silenzio, qualsiasi cosa dirai potrà essere usata contro di te in tribunale”? Prendetela per buona anche in situazioni poco poliziesche: la parola d’ordine è “tacere”, il più possibile, anche quando le dita prudono e vorrebbero dar sfogo ad atti poco ponderati.

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Tutto quello che scrivete o pubblicate in fase di separazione dal partner potrà veramente essere usato contro di voi (anche legalmente) e mettervi in cattiva luce. Se volete parlarne con gli amici, solo quelli fidati, fatelo al telefono o meglio di persona, non su Facebook. Questo perché specialmente durante i primi periodi si può essere facilmente preda di raptus di ira e crisi di gelosia e scrivere cose delle quali pentirsi presto.

Se ci sono figli, niente foto con il nuovo compagno o compagna finché gli accordi con l’ex partner non sono stati definiti e, in ogni caso, è consigliato attendere almeno un anno prima di rendere pubblica una nuova relazione sui social.

Quello che andrebbe sviluppato durante un divorzio è un insolito e anacronistico senso di auto-censura. Assicuratevi di non avere nulla di compromettente già pubblicato sul vostro profilo e prima di postare qualsiasi cosa inerente o meno alla vostra situazione sentimentale chiedetevi  sempre se e come possa minare la vostra integrità morale e sociale.

Non diffamate il vostro (o la vostra) ex

Quando si affronta un conflitto viene naturale entrare nel ruolo della vittima per due motivi: da una parte chi subisce un’ingiustizia attira per pathos ed emotività un forte appoggio morale, dall’altra contribuisce a infangare la reputazione del carnefice. Su Facebook questo spesso si traduce con la pubblicazione di post incriminanti in grado di rivelare particolari privati sull’ex partner.

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Mentre attirate l’attenzione e il supporto di molti, non dimenticate che le conseguenze potrebbero non essere quelle attese, specialmente quando non si hanno prove inconfutabili delle accuse lanciate. Ogni informazione di natura negativa sul vostro ex dovrebbe essere ben veicolata verso un canale legale e non sui social media.

Il divorzio è già un passo doloroso ed estremamente difficile e un uso incosciente dei social network non potrà che peggiorare la vostra posizione e causare ancora più dolore. Qualsiasi cosa accada affrontatela con elevati livelli di privacy: solo pochi e intimi amici dovrebbero avere il privilegio di essere coinvolti.

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Piquadro promuove l’innovazione con MyStartup Funding Program

Piquadro ha appena lanciato una nuova campagna di comunicazione e vuole promuovere l’innovazione e l’intraprendenza attraverso il suo progetto MyStartup Funding Program, ideato per premiare i migliori progetti di business nell’area della tecnologia applicata all’industria della valigeria e dell’accessorio moda.

Piquadro per startup

Marco Palmieri – AD Piquadro

MyStartup Funding Program, un’occasione per le startup del fashion

Una nuova opportunità per le startup del settore moda, che premierà l’impresa giudicata più meritevole con una somma di 100.000 euro e un percorso di accelerazione in Silicon Valley.

“Ho sempre creduto nel potere delle idee e il progetto MyStartup Funding Program vuol essere un
incoraggiamento a credere nelle sfide più difficili con l’obiettivo di stimolare l’innovazione e sviluppare le
iniziative imprenditoriali meritevoli, ha dichiarato Marco Palmieri, Amministratore Delegato di Piquadro.

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Piquadro si è sempre distinta per design innovativo, funzionalità e colori che ne caratterizzano i prodotti, creati con e per l’alta tecnologia.

Il più recente rapporto sul sistema moda, The State of Fashion 2017, presentato a Londra alla fine dello scorso anno ha già previsto una crescita del valore generato dal fashion system globale, in media del 2,5-3,5%, in recupero rispetto al +2-2,5% del 2016.

Pur trattandosi di un dato ancora lontano dallo storico tasso annuo di crescita del 5,5% che il settore aveva registrato dal 2005 al 2015, proprio l’innovazione nella produzione e nei prodotti guiderà questa crescita.

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La nuova campagna Piquadro per l’innovazione: valore e valorizzazione

Il nuovo concept della campagna di Piquadro, espresso visivamente dal visual di Alan Gelati, gioca su un
copy provocatorio: “Solo chi non accetta ciò che appare scontato, può definirsi un vero innovatore”.

La campagna non è solo espressione dei valori del marchio, ma punta a sostenere con capitali e competenze i giovani che vogliono realizzare attività imprenditoriali.

Tutte le informazioni sul bando e sull’iniziativa sono già disponibili sul sito dedicato di Piquadro.

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iMessage di Apple: le potenzialità per i brand

Avete mai pensato di usare iMessage all’interno della vostra strategia di mobile marketing? Negli ultimi mesi sempre più aziende hanno deciso di essere presenti nell’app store dell’ecosistema Apple dedicato esclusivamente allo scambio di messaggi.

Alcune fra queste sono: Chanel, Airbnb, Yoox, Zalando, ma la lista delle aziende che ne fanno parte è in continua espansione. Diversi studi hanno confermato che il futuro risiede nelle app di messaggistica in quanto è all’interno di applicazioni come Whatsapp, Facebook Messenger e Telegram che gli utenti hanno le loro interazioni maggiori, ed è per questo che le aziende non possono sottovalutare questo fenomeno.

Per dare un’idea, ogni giorno su Facebook Messenger e WahtsApp vengono inviati circa 60 miliardi di messaggi, mentre su Telegram sono circa 15 miliardi.

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In questa direzione si è mossa Apple, che ha deciso di implementare e migliorare la sua applicazione nativa di messaggistica, ovvero iMessage. È stato creato un ecosistema che oltre a mandare messaggi, foto, video e audio è in grado di interagire con effetti speciali e con applicazioni di terze parti dedicate.

Sono proprio le applicazioni che fanno la differenza, ne esistono di diverse tipologie, dallo svago a quelle dedicate alla produttività, esistono app che permettono di avere adesivi brandizzati di celebrities e aziende, app dedicate ai viaggi e all’intrattenimento ecc.

Perché essere presenti su iMessage

Molteplici sono i vantaggi per le aziende che vogliono inserirsi dentro questo ecosistema, elenchiamo i principali:

  • Aumentare la propria Brand Awareness: questo è il caso di aziende che attraverso la creazione di adesivi brandizzati possono più facilmente consolidare il loro marchio. Un modo è quello di creare un app che permette di scaricare degli sticker come ad esempio hanno fatto Chanel e L’Oréal.
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  • Far conoscere i propri servizi mobile: molte persone che ricercano app dentro iMessage possono venire a conoscenza che un marchio ha una propria app con servizi dedicati al mondo mobile. È il caso di Louis Vuitton che nell’ecosistema iMessage ha creato degli adesivi che pubblicizzano la sua app che si chiama Louis Vuitton City Guide, un app che permette di avere delle guide dettagliate di molteplici metropoli.
  • Incrementare le vendite: in questa circostanza si parla di aziende che permettono di fare acquisti o prenotazioni direttamente da iMessage, esempi sono Zalando, Yoox e Airbnb. Questo è molto interessante per le aziende in quanto un utente può portare a termine un acquisto restando dentro l’app di iMessage, senza doverne mai uscire.
  • Acquisire nuovi clienti: la condivisione di sticker o contenuti come prenotazioni su Airbnb o acquisti fatti su Zalando, viene fatta in modo semplice e spontanea incrementando una sorta di wom tra le persone che condividono questi contenuti via messaggio.

Concludendo possiamo affermare che i motivi per cui le aziende decidono sempre di più di interagire con i propri utenti attraverso il canale della messaggistica sono molteplici. Nel 2016, infatti, si è registrato che il 66% degli utenti è entrato in contatto con un’azienda attraverso app di messaggistica istantanea. In poche parole, usando questa strategia è possibile aumentare la propria visibilità e consolidare relazioni con i clienti più fedeli.

Quali sono le vostre app che preferite su iMessage?