Apple ha un brevetto “segreto” per usare la tecnologia dei bitcoin

La “mela morsicata” si lascia catturare dal fascino della blockchain. E lo fa per trovare soluzioni per rendere più sicure lo scambio di dati e di transazioni all’interno della sua Rete.

Apple ha depositato la scorsa settimana un brevetto nel quale presenta una tecnologia che fa uso della blockchain all’interno di un sistema che crea e verifica i timestamp (o marca temporale, una sequenza di caratteri che viene usata nel campo informatico per rappresentare e uniformare date e orari).

Il brevetto è stato depositato presso l’United States Patent and Trademark Office e può rappresentare un passo importante per la diffusione della blockchain presso un pubblico di massa.

Ecco come funziona il sistema ideato da Apple e perché l’azienda di Cupertino ha scelto la blockchain per realizzarlo.

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L’architettura multipla di Apple

Da quello che si riesce a intuire dalla lettura del brevetto, il sistema ideato da Apple punta a rendere gli scambi dei dati e di transazioni più sicure, attraverso proprio l’uso della blockchain.

Il programma recepisce l’informazione e genera un blocco contenente un timestamp. Prima di aggiungerlo agli altri blocchi della catena, c’è un doppio meccanismo di controllo, quello tipico del consenso, con i miner che verificano ogni transazione che avviene sulla rete peer-to-peer .

E poi uno successivo che si occupa di verificare proprio il timestamp, prima che questo viene aggiunto. Un’architettura “multi controllo” che consente secondo Apple di evitare che dati danneggiati o modificati vengano aggiunti all’interno del sistema.

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La blockchain e il nodo sicurezza

La blockchain ha attirato l’attenzione dei grossi player dell’hitech mondiali proprio perché possiede al suo interno un meccanismo che aiuta ad allontanare il rischio di frodi.

All’interno del libro mastro decentralizzato infatti ogni transazione che avviene viene verificata e approvata dal consenso dei partecipanti. Un meccanismo di trasparenza nel quale ognuno dei nodi ha accesso ai dati degli altri, e questo aumenta il livello di sicurezza del sistema.

Anche Apple sceglie di cimentarsi nella blockchain proprio per i vantaggi sul nodo “sicurezza”. Nel caso specifico, l’uso della tecnologia per l’archivio del timestamp è duplice, consente di mantenere il tempo corretto in modo permanente, e protegge la Rete da episodi di corruzioni, se un singolo nodo fosse compromesso da malintenzionati.

Instagram 2017

Cosa abbiamo condiviso di più su Instagram nel 2017

Tempo di bilanci, riflessioni e valutazioni. Prima di brindare al nuovo anno social che tra spoiler e nuovi annunci si prospetta già ricco di novità, è tempo di goderci tutto quello che di veramente bello e virale ci ha regalato Instagram nel 2017.

Tra foto, stories, super zoom, mini video e cuoricini Instagram ha visto crescere la sua community di mese in mese, godendosi quest’estate il lieto evento: gli 800mila utenti attivi al mese sulla piattaforma. Di novità ce ne sono state eccome e non c’è da stupirsi se Instagram è diventata nell’ultimo anno una delle piattaforme più utilizzate e desiderate dai marketers di tutto il mondo.

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Ma cosa abbiamo amato veramente sul social delle immagini? Quale post ci ha strappato un like spontaneo? Quale storia ha catturato letteralmente la nostra attenzione? Di quale profilo non possiamo più fare a meno? E diciamocelo chiaramente, quanti di voi non hanno resistito al #Picoftheday almeno una volta in questo lungo e intenso anno social? Prima di abbandonarci alle stories di Natale, tra alberi, dolci e maglioncini a tema natalizio vediamo insieme un anno di Instagram e partiamo proprio da loro: gli hashtag!

Instagram 2017

Finchè #love non ci separi

Non c’è concorrenza e questo ci fa ben sperare, a trionfare su Instagram è l’amore in tutte le sue forme e l’hashtag #love continua ad essere il più utilizzato in assoluto. Associato a quasi 1 milione e mezzo di post, #love si aggiudica la medaglia d’oro. Al secondo posto un altro ever green che spopola sul social delle immagini. Di quale parliamo? Di #fashion ovviamente.

Ad utilizzarlo le più famose fashion blogger del mondo che si battono a suon di foto acchiappalike per conquistare il cuore di brand e follower ma anche semplici utenti appassionati del mondo fashion. A seguire troviamo gli intramontabili #photooftheday, #photography, #art, #beautiful, #travel, #happy, #nature e #picoftheday.

Instagram 2017

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Beyoncè regina di Instagram

Beyoncè sta ad Instagram come Despacito sta all’estate 2017. È la regina indiscussa del social delle immagini. Una sua foto smuove popoli e like come niente. Non ci sorprende, infatti , che la foto che ha ottenuto più “like” nell’ultimo anno (ben 11.185.682) è stata quella con cui la regina del pop con tanto di pancione a seguito ha annunciato ai fan di aspettare due gemelli.

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Che non ce ne voglia il futuro pargolo di casa Ferragni – Fedez, ma siamo sicuri che il 2018 saprà farsi perdonare. Al secondo posto con 11.035.285 like il seguitissimo Cristiano Ronaldo con la foto che immortala la nascita dei gemelli. A seguire il trapianto di Selena Gomez ed ecco di nuovo i pargoli di Beyoncè e Ronaldo. Cosa li accomuna? Il sentimento, il richiamo alla normalità e alle cose veramente importanti della vita.

Instagram 2017

I nuovi influencer di Instagram hanno quattro zampe

Sono più famosi dei loro padroni, rubano letteralmente la scena alle più note e gettonate influencer. Sono simpatici, irriverenti e acchiappalike, sono i nostri amici a quattro zampe. I cani appaiono nelle nostre bacheche e timeline di Instagram almeno una volta al giorno e quindi all’incirca sei volte alla settimana. Un trend, quello dei selfie con i propri animali o addirittura account dedicati che non accenna a ridimensionarsi ma continua la sua implacabile ascesa verso l’olimpo dei social.

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Ed eccoli in versione indoor e outdoor, mentre giocano o si dedicano alle coccole con i loro umani. Ad aggiudicarsi il primo posto, tra i pet più seguiti su Instagram è jiffpom, il volpino di Pomerania che ha letteralmente conquistato i cuori dei suoi più di 7 milioni di follower. A portare alta la bandiera del mondo pet su Instagram è, in seconda posizione, la gatta persiana Nala con circa 3 milioni e mezzo di follower. Sul podio anche il simpaticissimo Doug the Pug, il carlino americano con circa 3 milioni di seguaci. Li avete già visti?

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Le città e le attrazioni più fotografate

Con i social si può andare ovunque ed essere ovunque. Ed ecco che ci troviamo a New York, poi a Roma, poi a Londra e subito dopo nel nostro quartiere. Su Instagram non sono sole le persone ad essere immortalate e condivise ma lo sono anche le location che fanno da sfondo ai nostri momenti social. Tra le città più fotografate troviamo sicuramente New York, seguita da Mosca, Londra, San Paolo e Parigi. Tra le attrazioni e le location da sogno troviamo invece Disneyland,Times Square, Central Park, la Tour Eiffel e Tokyo Disneyland in Giappone.

Week in Social: news importanti dal (macro) mondo di Facebook e non solo

Più puntuale del commercialista nel riscuotere le tasse, torna la nostra rubrica Week in Social, che vi aggiorna su tutto quello che nel mondo (social) è accaduto. Eccezionalmente questa settimana di sabato perché anche i ninja – a volte – devono piegarsi al tempo che scorre. Ma a scorrere è anche la nostra passione, quindi eccoci qui, ad allietare il nostro weekend.

Facebook

Questa settimana corpose news provengono da Casa Zuckenberg che, più che casa, ormai possiamo definire un villaggio.

La novità più attesa è che Facebook regala la musica ai videomaker. Non male, no? Il problema del copyright ha dato non pochi problemi a voi giovani creativi, ma con Sound Collection ora tutti gli incubi passeranno. Il nuovo servizio promosso da Facebook permette infatti di scaricare musica gratis -avete letto bene: gratis -per utilizzarla in libertà su Instagram e su Facebook.

Essendo ancora in lancio l’offerta non si può dire che sia vastissima, ma al momento presenta circa mille brani musicali e oltre 1500 effetti audio.

Luca la Mesa, top teacher di Ninja Academy, ci dice che probabilmente questa è “una delle novità più attese. Molto spesso i video hanno avuto problemi di copyright e questo grande regalo di Facebook spero sia solo l’inizio. Si è parlato anche, ma senza conferme ufficiali, del fatto che Facebook stia provando a pre-negoziare anche i diritti di diverse canzoni per poter estendere l’offerta. I video sono il futuro e una buona musica di sottofondo  è fondamentale.”.

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Siamo tutti un po’ più felici, vero?

Non siatelo troppo, abbiamo comunque un’altra notizia. Facebook cresce, e cresce tanto sia in termini numerici che economici. Sappiamo dunque che molti sforzi del digital marketing sono rivolti a questa piattaforma ed è per questo motivo che il social in questione ha deciso di contabilizzare i ricavi nel paese di fatturazione: se da un lato questa può essere un’ ottima notizia perché più nulla, per quanto ci riguarda, passerà da Dublino, ora tutto sarà nelle mani della fiscalità italiana. Ahia? Vedremo!

Instagram

E se una novità tocca Facebook, inevitabilmente una riguarda Instagram. La piattaforma social che cresce sempre di più ora darà più spazio agli appassionati del ‘follow’. Se vi piace tanto una tematica, un settore, una località non dovrete più seguire profili veri e propri ma anche solo gli ‘hashtag’. Ebbene sì, ora potrete anche diventare seguaci non solo di @NinjaMarketing ma anche di #ninjamarketing. Forte, vero?

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Speriamo solo che ora gli utenti diventino però più responsabili e che non continuino #a #usare #hashtag #così #a #caso.

Twitter

A volte ritornano? Ma no, in fondo noi a Twitter vogliamo tanto bene. Non potremmo mai non volerne perché il social che cinguetta cerca in tutti i modi di stare al passo con i tempi e con gli altri social.

Da quando Instagram non è più un social dedicato all’aspetto visual (ce lo insegnano le luuuunghe didascalie che spesso accompagnano le foto e quel ‘famoso’ aggiornamento di Instagram che permette di modificare i contenuti) anche Twitter deve mettersi al pari. Non bastano i caratteri in più, ora si potranno anche unire i tweet e creare veri e propri threads.

 

Non ci credete? Sì, ecco la super novità!

 

Il nostro Top Teacher Luca La Mesa ci segnala inoltre che è molto “interessante in particolare per le possibilità di storytelling che abilita. All’interno del Social Media LIVE Program abbiamo analizzato degli account che già lo hanno testato e abbiamo ragionato sulla sua utilità in particolare nel mondo degli eventi per valorizzare le presentazioni degli speaker con delle sequenze di foto/slide+testo. ”
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E anche per questa settimana è tutto, alla prossima!

Ital Collective: quando la street art diventa sostenibile

di Silvia Scardapane

In una città frenetica come Berlino, tra migliaia di artisti e magnifiche opere di arte urbana, vive un duo di street artisti che ha saputo contrapporre la lestezza del colore alla voracità metropolitana.

Si tratta del collettivo Zebu, noto per aver realizzato una mini esposizione nella stazione metropolitana di Birkenstrasse, ricostruendo un tempio che celebrava “l’atto della procastinazione”. Famosi anche i numerosi interventi nati sui muri berlinesi e una ricca produzione serigrafica che li contraddistingue positivamente nell’ambito del mercato artistico indipendente. Dal mondo del graffiti writing alla ricercatezza urbana: oggi il duo berlinese lavora non solo per lo spazio pubblico e condiviso ma anche (e soprattutto) per una vasta fetta di appassionati e fruitori, privilegiando nettamente le vaste superfici e, come spesso sottolineano, l’uso non solo della mano ma del corpo tutto. Ed è proprio il corpo (o parti di esso) ad essere protagonista dei lavori di Zebu; energico, flessibile e duttile: gli arti illustrati dagli artisti sembrano allungarsi e adeguarsi in uno spazio mutabile e in un tempo indefinito. I temi mai banali si legano fortemente all’attualità e l’uso minimale del colore ne sottolinea anche la drammaticità. Eppure, il più delle volte, il messaggio che ne risulta è non solo simpatico ma anche irriverente.

Così la vena tragicomica che ne caratterizza le produzioni è stata attenzionata dal marchio di abbigliamento Ital Collective, azienda che sfida la sfrontatezza dello streetwear puntando sul rispetto per la natura con l’impiego di fibre sostenibili in alta qualità. A questo si aggiunge la piena considerazione della salute dei lavoratori ed una estrema cura per i dettagli e la creazione di capi unici nel loro genere. Il motto “From Murales to Unique Hemp made Collections” apre la campagna creativa ed eco-friendly della neonata azienda su Kickstarter.

Ital Collective ha difatti scelto di collaborare con numerosi artisti di fama internazionale per promuovere l’arte di strada, con la creazione di murales, e l’importanza di vivere in modo sano e comodo con i capi che indossiamo.

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La capsule collection firmata da Zebu include coloratissimi socks, giacche, camicie, t-shirt ed una serie di pochette. Le giacche sono realizzate in canapa e poliestere riciclato dalle bottiglie in plastica cestinate. E poi, ancora, cotone organico e bottoni in cocco. Ogni produzione, in edizione limitata, è resa unica dalla presenza di un’etichetta che viene apposta dall’azienda come una firma dell’artista. Tra le numerose altre collaborazioni troviamo: Paula Duro, VINCS, Elna e OnlyJoke. Ognuno di loro, per l’occasione, ha realizzato e firmato una tela serigrafata in edizione super limitata.

“Crediamo che la qualità non sia soltanto riferibile ad un prodotto ben fatto. Al di là del concetto delle best practice di produzione, ci sono anche altri scopi come l’arte, la ricercatezza dei materiali e il messaggio che si vuole dare alla società” Ital Collective, azienda di abbigliamento

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Il caso Ital Collective è indubbiamente uno dei più interessanti dell’anno perché non solo dà vita ad una ricercata collaborazione con artisti sparsi in tutto il mondo ma presta anche grande attenzione alla sostenibilità, proponendo al mercato una soluzione reale alle produzioni che non rispettano la natura e le politiche di fabbrica. Persino gli antichi egizi impiegavano la canapa per vestirsi e creare favolose opere d’arte e siamo orgogliosi di confermare che anche le produzioni aziendali possono, proprio tramite l’arte urbana, propagare tali valori alle comunità di tutto il mondo.

Stay green! Stay creative!

Ho incontrato Andrea Dusi, il 40enne che vuole correre da solo alle prossime elezioni

Una nuova formazione politica vuole presentarsi alle prossime elezioni politiche. Di loro abbiamo raccontato qualcosa, ma sappiamo ancora poco. Di certo sappiamo che non sono politici di professione ma imprenditori, consulenti per il pubblico e il privato, investitori, manager di grandi aziende, startupper ed esperti di tecnologie e digitale, chiamati a raccolta da Andrea Dusi, 40 anni, ideatore dei cofanetti Emozione3, che lo scorso anno ha venduto la sua azienda a SmartBox, per una cifra che si aggirerebbe intorno ai 20 milioni di euro.

L’imprenditore veronese, che in queste settimane sta viaggiando su e giù per l’Italia («su treni regionali, perché voglio capire “di nascosto” i problemi degli italiani», specifica) per presentare “10 Volte Meglio”, non chiama la sua nuova creatura politica partito né movimento. Piuttosto «un gruppo di persone, che fanno».

Non si collocano né a destra, né a sinistra, né con Grillo e intendono correre da soli, promettendo «un cambiamento radicale» e un impegno in politica «a tempo determinato». A partire dal fondatore, che mette in discussione anche la sua eventuale premiership.
Pur essendo molti di loro dei cervelli di ritorno dalla Silicon Valley, dichiarano da subito di non volerne portare qui i modelli e, anzi, vogliono che paghino regolarmente le tasse. «Prendiamo Amazon – dice Dusi – che spesso vende prodotti sui quali ci rimette e invece guadagna solo con i servizi cloud, ma grazie a questo quante aziende hanno chiuso? Se l’Europa non è in grado di alzare la voce su queste cose, dove finiremo? Facebook ha ancora oggi il diritto di voto in capo a una sola persona. Prendiamo poi i motori di ricerca, in Europa c’è solo Google. Abbiamo in mano a poche persone e aziende le nostre vite. E c’è un tema molto importante che è quello della gestione dei nostri dati. Lo Stato deve intervenire».

L’ho incontrato in un bar della Stazione Termini, a Roma. (Il mio cappuccino l’ha offerto lui, che invece ha preso un tè. Uno scontrino di 4,80 euro, in totale).

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Andrea, perché hai scelto di fare politica?
«Oggi politica è sporcarsi le mani. In Grecia eri obbligato se venivi estratto a sorte a fare il politico per un anno. Noi abbiamo creato una lista civica nazionale, non di professionisti della politica ma di professionisti che vogliono mettersi a disposizione del Paese facendo politica in prima persona. In 10 volte meglio c’è tanta impresa, tanto business, soprattutto, c’è futuro. Direi una visione di futuro. Nei partiti politici esistenti non c’è una visione di futuro. E il futuro parte da quello che insegneremo ai bambini, e in come lo insegneremo. Dalla prima elementare, ad esempio, vogliamo portare bilinguismo, rafforzamento della matematica, coding, Arduino e filosofia».

Coding e filosofia a partire dalle elementari

La filosofia a partire dalle elementari? Dobbiamo educare le macchine a collaborare con noi?
«Sì, perché probabilmente anche la programmazione domani sarà fatta da altre macchine, dall’intelligenza artificiale. La nostra visione di mondo mette l’uomo al centro, non è il modello americano della Silicon Valley, o di Londra o di Berlino. Gli esperimenti già fatti, anche di linguaggio sull’intelligenza artificiale, sono preoccupanti. Il tema di fondo è chi insegna alle macchine. L’intelligenza artificiale impara da qualcosa. Da chi vogliamo che l’intelligenza artificiale sia guidata? Ed è la domanda che io faccio anche sulla scelta della classe politica. Peraltro, oltre al danno la beffa, perché in Silicon Valley, Singapore, Dubai, Cina, abbiamo esportato i migliori cervelli italiani che lì stanno facendo intelligenza artificiale».

Cosa c’entrano l’intelligenza artificiale e la filosofia con la guida politica di un Paese?
«Negli ultimi 12 mesi ho incontrato oltre 6 mila studenti universitari per parlare di tecnologie e di futuro, non solo in Italia ma anche in Africa, Est Europa, Sud America, e solo gli italiani sono quelli che dicono “abbiamo paura di doverci accontentare”. Come si fa a stare in silenzio? Io ho avuto fortuna nella mia vita professionale, me la sono meritata questa fortuna con l’exit di Emozione 3…»

A proposito dell’exit, non abbiamo mai capito davvero a quanti milioni hai venduto la tua azienda, puoi divulgarne l’importo?
«Nel 2019 potrò divulgarlo, ma vorrei ultimare il concetto».

Prego
«C’è l’urgenza di un profondo cambiamento, di un cambiamento radicale. L’ho capito un anno fa, mentre un giorno mi trovavo in aeroporto per partire in vacanza con mia figlia. Avevo fatto un po’ di soldi, avrei potuto godermi la vita e magari reinvestirli nella creazione di qualche altro business, e invece ho capito che avrei dovuto fare qualcosa per lei e il suo futuro. In quel momento è iniziata a nascere l’idea di fondare 10 volte meglio, cosa che poi ho fatto chiamando amici a destra, sinistra, persone che avessero voglia come me di mettere a disposizione competenze».

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Cos’è 10 Volte Meglio

Ecco, 10 Volte Meglio. A prescindere da un nome non proprio efficace… cosa siete, un partito, un movimento?
«Il nome 10 Volte Meglio piace o non piace, non ci sono vie di mezzo. Siamo un gruppo di persone che fanno e, soprattutto, che nella loro vita hanno sempre dimostrato di saper fare. Tra di noi ci sono consulenti che hanno lavorato per anni con la Pubblica amministrazione, che sanno come funziona (e soprattutto non funziona) la macchina pubblica, imprenditori, manager, professionisti… Certamente non siamo famosi come i nomi che vedete ogni giorno in televisione o sui giornali, ma siamo persone conosciute e stimate nei rispettivi ambienti di lavoro, che si mettono a disposizione dell’Italia, per un periodo di tempo determinato».

Volete essere come dei temporary manager, quindi?
«Forse, ma a differenza di un manager noi abbiamo anche molta passione, perché sentiamo come nostro il Paese».

Manager, imprenditori e professionisti ragionano sempre dai numeri. Dicci qualcosa sull’Italia, vista da voi…
«Dal 2007 al 2016, dati Caritas, il numero di italiani dai 18 ai 44 anni che sono in una condizione di povertà assoluta sono passati da uno su cento a uno su dieci. E poi rischiamo di prendere seriamente grandi treni che arrivano, dall’intelligenza artificiale, all’Internet of Things, al trasporto delle persone e delle cose, e poi ancora energia, ambiente, turismo. Diventeremo gli schiavi – uso una parola importante – degli indiani e dei cinesi. Nel 2050 dagli attuali 60 milioni passeremo a circa 37 milioni di italiani e l’età media sarà 54 anni. E i nostri politici stanno ancora a parlare del Pil che è migliorato o peggiorato di mezzo punto…»

Diego Piacentini

Diego Piacentini

Il Team di Piacentini? “Un’operazione di cosmesi di Renzi”

Quando diventerai Presidente del Consiglio, cosa farai?
«Riforma della Pubblica amministrazione. E le riforme si fanno sempre con mai contro. Nel 1870 in Giappone l’imperatore aveva il problema della casta dei Samurai, iniziò con lo scontro frontale, poi capì che lo scontro non serviva a niente e servisse più l’incontro. Bene, dalle sette famiglie di Samurai di allora ne scaturisono aziende che oggi sonola Sony, la Panasonic, eccetera, e noi qui siamo a parlare di Team per la trasformazione digitale, ovvero un’operazione di cosmesi del buon Renzi…»

Ci stai dando un titolo: Dusi contro Piacentini…
«Hanno preso un americano, non un italiano, perché un americano che vive in America e dichiara di voler tornare in America è un americano non è un italiano. L’innovazione passa per osmosi, non calata dall’alto. Mi chiedo a cosa serva un team con una trentina di tecnici, sicuramente bravissimi, per fare innovazione top down, perché sarà inefficace. Noi nella Pubblica amministrazione, dove il 20% dei dipendenti è front office e l’80% è back office, vogliamo portare almeno 5 mila nuovi addetti tra data scientist, programmatori, software engineer. E li vogliamo mettere in mezzo agli altri, formando team misti. E dove per osmosi si innescherà davvero l’innovazione nella macchina amministrativa del Paese».

Rinominare l’Istruzione in Ministero dell’Educazione

Ok, immaginiamo che la tua lista vinca le prossime elezioni politiche. Cosa faresti nel tuo primo giorno da Presidente del Consiglio?
«Non è detto che sarò io il Primo Ministro, io ad oggi sono rappresentante politico di 10 Volte Meglio, non è detto che sia io quello più adatto a ricoprire quel ruolo. Ciò detto, nel primo Consiglio dei Ministri intanto dovremo capire e revisionare quello che c’è. E poi inizieremo a mettere a terra le poche grandi innovazioni intorno alle quali abbiamo costruito il nostro programma, ovvero Istruzione, che cambieremo strutturalmente, partendo dal nome in Ministero dell’Educazione. La scuola deve insegnare il merito, e in base al merito degli studenti si calcolerà anche il ranking delle migliori università, che faranno a gara per avere gli studenti migliori e non il cugino di, il figlio di, l’amante di».

1,4 nuovi posti di lavoro nel turismo (liberalizzando)

Secondo punto?
«Il turismo, che oggi rappresenta tra diretto e indiretto il 10,5% del Pil. Noi abbiamo un piano in cinque anni che può fare +80% sul Pil, soprattutto creando nuovi posti di lavoro».

Quanti posti di lavoro?
«Secondo le nostre proiezioni, nel solo settore turistico, potremo arrivare ad almeno 1,4 milioni di nuovi occupati. Devi però cambiare radicalmente l’approccio. Sono stato recentemente a un incontro sul Turismo: l’italiano era in doppio petto, quello sloveno in maniche di camicia, quello spagnolo che ha 51 sedi in giro per il mondo era senza cravatta. La forma è sostanza, soprattutto quando si parla di turismo. Da troppo tempo siamo in panchina come Italia. Vero, con oltre 50 milioni di turisti siamo secondo posto al mondo per turismo, ma guardiamo i dati dei mesi non estivi, perché è lì che si vedono le maggiori opportunità di crescita.
Da noi non, ad esempio non si parla di turismo culturale… Sul turismo la prima cosa da fare è liberalizzare. Soprattutto al Sud, bisogna dire al privato “vuoi tu, privato, prenderti il Teatro di Siracusa, aprirci un bar, offrire nuove esperienze, eccetera?” In base a un rating capiremo se quel patrimonio può essere mantenuto a reddito e creare anche nuove opportunità…»

Quindi dovremo aspettarci bar nei Musei e una discoteca al Colosseo?
«Chiaro che no, devi mettere delle condizioni. Ma intanto ciò che è certo è che mentre facciamo questa intervista il Teatro di Siracusa è chiuso e c’è un’erba alta così».

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Abolizione della Partita Iva per chi fattura meno di 80 mila euro l’anno

Quindi, primi due pilastri Istruzione e Turismo. E poi?
«Sviluppo economico. Niente Partita Iva se fatturi meno di 80 mila euro: non devi aprire la partita Iva, risparmi costi d’apertura, commercialista, eccetera. Ci sono dei settori dove l’Italia deve essere leader. Vogliamo creare 10 Free Tax Area, dove chi fa impresa e viene lì e lavorerà su AI, IoT, robotica, droni, nuove forme di trasporto e logistica riesca ad avere costo del lavoro uguale stipendio lordo, cioè nessun costo aggiuntivo, e oltre a questo detassazione completa per 10 anni. La miopia non fa vedere che l’arrivo di queste aziende potrebbe spostare in 5 anni da 350 mila posti di lavoro in questi settori a oltre 1 milione».

Ok, posti di lavoro, detassazione, eliminazione dell’Iva, eccetera. E poi dove li prendi i soldi per governare l’Italia?
«Quando tu crei un’industria in un settore, che attualmente non esiste, stai creando anche ricchezza. E poi c’è l’indotto. Ci sono dei settori che sono strategici per la sopravvivenza. L’AI ha una portata che è superiore di cento, mille volte più forte della scrittura».

A.A.A. Candidati (e firme) cercansi

Ci dicono che state avendo qualche difficoltà a raccogliere le firme…
«Abbiamo bisogno anche di candidati, e di aiuto per partecipare alle prossime elezioni. Sul nostro sito potete trovare tutte le tappe e gli appuntamenti con i banchetti dove poter firmare».

In cosa sei diverso dagli altri. Da Renzi, da Grillo, da Salvini?
«Sono persone che non vivono più in un mondo reale. L’invito è di guardare non solo alle parole, certamente bellissime, che sentiremo nei prossimi mesi. Addirittura tutti in questo periodo parlano anche di blockchain, ma nessuno dice cosa vorrà farci con questa nei primi cento giorni. Io lo dico, per prima cosa noi vogliamo portare su blockchain il registro delle imprese».

Non mi hai detto, però, in cosa siete diversi da loro…
«Non facciamo promesse impossibili e destinate a morire subito dopo la campagna elettorale. Portiamo solo quattro temi, molto verticali, perché tutti da qui a marzo arriveranno con promesse e idee straordinarie e bellissime. Io chiedo di valutare il curriculum di ogni nostro candidato. Perché è famoso Zuckerberg? Non è che quando ha inventato Facebook non esistessero altri social network, ma lui è bravo in execution ed in Silicon Valley è famoso per questo. Noi siamo persone brave in execution. Ma ripeto, leggete e valutate liberamente cosa fa e ha fatto nella sua vita ciascuno dei nostri candidati».

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Alzare la voce con i colossi della digital economy

Vuoi portare in Italia il modello della Silicon Valley?
«Sono assolutamente critico nei confronti della Silicon Valley. Non dobbiamo copiarla, sarebbe la cosa più sbagliata. Prendiamo Amazon, che spesso vende prodotti sui quali ci rimette e invece guadagna solo con i servizi cloud, ma grazie a questo quante aziende hanno chiuso? Se l’Europa non è in grado di alzare la voce su queste cose, dove finiremo? Facebook ha ancora oggi il diritto di voto in capo a una sola persona. Prendiamo poi i motori di ricerca, in Europa c’è solo Google. Abbiamo in mano a poche persone e aziende le nostre vite. E c’è un tema molto importante che è quello della gestione dei nostri dati. Lo Stato deve intervenire».

Sono aziende private…
«Non vedo dove sia il problema. A cavallo degli anni 30 AT&T era in una situazione di dominio simile a quella che abbiamo oggi. Avevano fatto ogni tipo di brevetto.. Prima hanno scorporato dall’azienda la Bell, e poi hanno nazionalizzato i brevetti. Enche da noi, va detto, qualcosa si è provata a fare: Monti, ad esempio, da commissario europeo, ebbe il coraggio di tassare la Microsoft».

Quindi vorresti nazionalizzare Google e Facebook?
«Le tasse si pagano in Italia, devono pagarle qui. Non c’è alternativa. Amazon in alcuni settori fa dumping, perché vende merce a un prezzo inferiore al costo. C’è un problema di legge, anche, ma bisogna avere coraggio. La politica una volta era almeno paritetica alle forze industriali ed economiche, oggi soggiace. Oggi abbiamo una politica che non ha visto Monte Paschi, Anton Veneta, Banca Popolare di Vicenza. Ci vogliamo ancora continuare a fidare di loro?
Ripeto, noi non siamo pro Silicon Valley, tutt’altro. Ma siamo consapevoli che sta arrivando un’ondata tecnologica e dobbiamo essere pronti a fare la nostra parte».

@aldopecora

Roch Riley CEO Shazam

Breve storia di Shazam, da 0 all’exit ad Apple per 400 milioni

Alla fine è successo: Apple ha sferrato il colpaccio comprando Shazam per una cifra che si aggira intorno ai 400 milioni di Dollari e la “musicale” azienda inglese di tutta risposta si gode ora il bottino tanto sudato. Per la milionaria app, infatti, quello fino al deal vincente non è stato un percorso fatto solo di successi. Al contrario, per i primi sei anni di vita la storia di Shazam è stata costellata dalla minaccia della bancarotta.

La storia di Shazam

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Dal 2002 al 2008 – Gli anni neri nella Storia di Shazam

Shazam fu lanciata per la prima volta come servizio per telefoni cellulari nel 2002 dall’azienda Shazam Entertainment Ltd. I fondatori erano Chris Barton e Philip Inghelbrech, allora studenti dell’Università della California a Barkley, Dhiraj Mukherjee dipendente di Viant, un’azienda di consulenza a Londra e Avery Wang, laureato in Elettrotecnica e Matematica e appena dottorato a Stanford.

Il nome Shazam deriva da un’esclamazione introdotta nel 1940 per indicare qualcosa di straordinario successo spontaneamente o per magia, un po’come Abracadabra!

L’idea dei fondatori era effettivamente straordinaria, connettere le persone con la musica nell’ambiente in cui si trovavano utilizzando il microfono del telefono.  Un concetto semplice, ma difficile da implementare: in ambienti pubblici infatti il microfono non recepisce solo l’audio del brano, ma anche il rumore di fondo delle voci, delle tazzine del caffè nei Bar, della porta che sbatte.

storia di Shazam: rumori di fondo

Nonostante ciò, i pionieri di Shazam riescono, per cominciare, nell’impresa di scindere il rumore dalla musica. Avery Wang elabora l’algoritmo, generando per ogni ascolto di 15 secondi un’impronta digitale audio poi comparata al Database musicale di Shazam (circa 1 milione di canzoni nel 2002).

Tecnicamente erano a bordo, ora mancavano gli investitori per salpare. All’inizio del 2000 però gli App Store non c’erano, il telefono in voga era il Nokia 3310 e l’interesse per il mobile era quantomeno lontano: Shazam era troppo innovativa rispetto ai suoi tempi!

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Come dichiarò Dheeraj «Essere più avanti del mercato genera anche conseguenze», infatti nessuno voleva investire in un progetto così rischioso e, numeri alla mano, ancora senza potenziali clienti. Quando stavano per gettare la spugna un Angel Investor capitalizzò 1 milione di Dollari nel progetto e nel 2001 altri 8,5 milioni vennero da investitori di capitali di rischio.

Nokia 3310

Shazam vide la luce nel 2002 come servizio telefonico in Inghilterra. Per utilizzarlo l’utente doveva chiamare un numero di telefono per 50 pence, ridotto poi alle cifre “2580” e dopo 15 secondi riceveva un SMS con il titolo della brano. Nonostante l’innovazione, la crescita di Shazam  si rivelò molto lenta, con poche migliaia di utenti e il rischio di bancarotta per sei anni. Deeraj anni dopo commenta così la storia di Shazam: «Se sei un imprenditore, cerchi di cogliere opportunità in determinate situazioni, mentre se non lo sei vedi ostacoli, rischi o sfide. La regola generale è non andare in bancarotta e restare vivi per combattere un giorno in più».

2008 – App Store salva le sorti di Shazam

Un’idea così straordinaria d’altronde non poteva morire per lungimiranza e nel luglio del 2008 arriva la svolta: apre l’App store di Apple e Shazam ne entra a far parte in forma gratuita integrandosi con iTunes. Indovinate dove si posiziona? Prima in classifica!

Nell’ottobre 2008 entra a far parte anche del Play Store di Android. E da qui in poi la storia di Shazam si fa piena di successi.

Google Apple Store

Nel giro di 18 mesi, Shazam viene scaricata 10 milioni di volte in 150 nazioni e circa l’8% degli utenti acquista dopo il riconoscimento del brano la canzone su iTunes. Nel 2011 Apple annuncia che Shazam è stata la quarta app gratuita più scaricata da App Store.

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Nel 2011 oltre la musica, l’app viene ampliata permettendo all’utente di cercare programmi TV e pubblicità, con la possibilità di accesso a offerte speciali e ad altri contenuti. Sempre nello stesso anno, Shazam annuncia una partnership con Android e iOS per ascoltare i brani con Spotify una volta riconosciuti e un’integrazione con Facebook per visualizzare nel feed i brani ascoltati, taggati o acquistati.

 Nel 2013 entra a far parte della Azienda Rich Riley, ex Yahoo!, come CEO di Shazam, per prepararla alla quotazione in borsa.

Roch Riley CEO Shazam

Non solo Apple, Android e Spotify ma anche gli artisti si interessano mano a mano a Shazam, come mezzo per catturare nuovi fan. Dal 2014 infatti una partnership con famosi cantanti e gruppi tra cui Coldplay, OneRepublic, Pitbull, Maroon 5, Alicia Keys, permette a quest’ultimi di condividere le canzoni che amano di più, quelle che li hanno influenzati e  che vogliono promuovere al grande pubblico.

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Altre eventi importanti nella storia di Shazam sono nel 2015 l’estensione delle potenzialità dell’app con Visual Shazam che permette il riconoscimento delle immagini con logo Shazam o QR Code. Nel 2016 l’integrazione nel social network Snapchat e il lancio di Shazam for Brands. Queste continue sperimentazioni la fanno nominare da Fast Company una delle app più innovative del 2016.

2017 – La realtà aumentata e l’acquisto da parte di Apple

Ci siamo, è il 2017: Shazam è nella Top Ten delle App più importanti al mondo: è presente in 200 Nazioni con più di 1 miliardo di download e ogni mese supera 120 milioni di utenti attivi.

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Nonostante sia in vetta, l’azienda non smette di sperimentare e innovare: a marzo annuncia Shazam AR, la realtà aumentata per il riconoscimento immagini e a luglio Brand Takeover per brandizzare temporaneamente la classica schermata di ascolto. Addirittura lancia un programma televisivo Beat Shazam.

Da qui, all’accordo con Apple il passo è breve, non solo per sancire la continuità di un rapporto cominciato un decennio prima, ma soprattutto perché l’azienda di Cupertino vuole ancora garantirsi un vantaggio competitivo in un settore centrale per il suo business, quello musicale. L’acquisizione di una compagnia la cui qualità maggiore è sempre stata quella di precorrere i tempi potrebbe oggi essere la chiave per una serie di novità, che vanno ben oltre la prevista integrazione delle funzionalità di Shazam come native per gli iPhone.

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Nasce la partnership Ikea e Sonos: musica e suoni nella Smart Home

Ikea e Sonos annunciano una partnership che riempirà le case di “musica e suoni”.

La collaborazione si pone come terzo step dell’iniziativa Ikea Smart Home: il primo passo del progetto è stato il lancio nel 2015 di una linea di prodotti con sistema di ricarica wireless Qi integrata negli elementi d’arredo, il secondo è stato il lancio dei suoi prodotti di illuminazione smart nel 2016.

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La partnership sonora dovrebbe vedere la sua realizzazione nel 2019.

“In Ikea ci sforziamo di realizzare soluzioni per la vita domestica, integrando nei nostri mobili tecnologie che siano economiche e facili da utilizzare, rendendo così la domotica accessibile a tutti”, ha dichiarato il portavoce di Ikea Björn Block, “Insieme a Sonos vogliamo estendere a tutti musica e suoni in casa, e creare prodotti che consentano alle persone di ascoltare musica insieme nella propria abitazione. Collaborando con Sonos, vogliamo combinare il design d’arredo di Ikea con l’esperienza di Sonos nel campo della musica casalinga di qualità.”

Musica e suoni diffusi in modo intelligente

Ikea non ha ancora reso nota la realizzazione del terzo smart step. Potrebbe prevedere la vendita della gamma esistente di diffusori Sonos oppure sviluppare prodotti innovativi, un connubio tra la proprietà intellettuale di Sonos e il proprio network di designer d’arredamento.

I prodotti Sonos supportano già numerosi servizi di streaming musicale sia gratuiti che in abbonamento come Spotify e Apple Music, ma soprattutto integrano i principali assistenti virtuali quali Alexa e Google Assistant.

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L’espressione “musica e suoni” lascia però pensare che gli altoparlanti potrebbero essere utilizzati non solo per diffondere musica all’interno delle abitazioni, ma in modo particolare per mettere in comunicazione tutti i dispositivi della propria linea smart. Potrebbero fungere da campanello elettronico, sistema di interfono, segnale acustico di fine lavaggio, sirena d’allarme, rilevatore di fumo…

Le forme di applicazione grazie all’integrazione con il sistema di illuminazione smart sarebbero quindi moltissime.

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L’ambizioso progetto Ikea Smart Home

Ikea sceglie di scommettere su di un partner solido per offrire una smart home semplice ed economica ai suoi 780 milioni di clienti.

Il punto di forza della collaborazione risiede certamente nel segmento a cui si rivolge: fascia di popolazione giovanile, informale, fortemente sensibile al rapporto qualità-prezzo, attenta alla praticità ma che non rinuncia al piacere dello shopping.

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Ikea Smart Home si distingue dai prodotti degli altri competitor nel campo della domotica per la completa integrazione con altri elementi di arredamento della compagnia.

Basti pensare che con il lancio del kit Tradfri erano già da subito disponibili pannelli, scaffali e ante retroilluminate a led, tutti collegabili al dimmer e  controllabili attraverso l’app (per Android e iOS) in pochi tocchi.

Ora non resta che scoprire se continuerà l’ascesa di Ikea nell’Olimpo delle smart home e se riuscirà a perseguire i suoi obiettivi di democratizzazione della domotica in favore di prodotti funzionali, intelligenti ed economici.

Quanto si è investito in tecnologia europea nel 2017

L’Europa si è svegliata e ha finalmente aperto il vaso di Pandora dell’hi-tech: nel 2017 sono stati investiti ben 19 miliardi di Euro in ambito start-up, con un aumento dell’occupazione di tre volte in più rispetto agli altri settori dell’economia (al +0,8% secondo la Commissione Europea) e un totale di 5,5 milioni di sviluppatori contro i 4,4 degli Usa.

Sono solo alcuni dei dati che emergono da The State of European Tech, il rapporto del fondo venture capital Atomico, realizzato in collaborazione con Slush.

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Un vero e proprio salto in avanti per il vecchio continente già rispetto al 2016, quando gli investimenti si erano fermati a 14 miliardi di $.

Chi ha messo pioù soldi (e su cosa)

L’intelligenza artificiale che ottiene 4,6 miliardi $, Saas con $4 miliardi e l’hardware manufacturing con 2,9 miliardi $ mentre l’Internet of Things si ferma a 2,3 miliardi $ di capitali.

Quest’anno circa 2000 investitori statunitensi hanno fatto almeno un accordo in Europa, più del doppio rispetto al 2012, e i venture capitalist asiatici hanno versato ben $1,8 miliardi in società europee tecnologiche.

Il rapporto evidenzia, inoltre, un’importante presenza di aziende europee nel The Billion Dollar Club: sono sette le società che durante il 2017 si sono aggiunte alla lista.

Così, con l’arrivo dai Paesi Bassi di Trivago (viaggi e trasporti), The Hut Group (retail), Purplebricks (immobiliare) e Improbable dalla Gran Bretagna, Talend dalla Francia (enterprise app), Outfit7 dalla Slovenia e Rovio dalla Finlandia (games), l’Europa si aggiudica un totale di 41 aziende innovatrici, dove si annoverano veterane del calibro di Skype, Spotify e Zalando.

Ottimi risultati, certo, ma c’è ancora tanto da fare perché i paesi europei sono indietro rispetto a Israele e Usa per capitale investito pro capite.

Un esempio a chilometro zero? L’Italia è un mercato con un enorme potenziale di rialzo.

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Come va l’hi-tech in Italia

A proposito, come si posiziona il nostro Paese? Non molto bene, purtroppo. Il report, che si basa su una rilevazione di 3500 aziende europee, aggiudica il primo posto per gli investimenti hi-tech alla Gran Bretagna, il secondo alla Germania e il terzo alla Francia. L’ Italia si ferma solo al 14° posto. Milano, importante centro di innovazione a livello nazionale, è addirittura 10° nella classifica degli hub europei delle start-up mentre spiccano Londra, Berlino e Barcellona.

Afferma Camilla Brocado, partner di Atomico: “Nonostante un Pil di $1,85 migliaia di miliardi, l’Italia non sembra ancora riuscita a creare un ecosistema di venture capital proporzionato al suo potenziale”.

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Di certo, però, il report sfata il falso mito della scarsa potenzialità di investimenti in hi-tech in Europa e dei VC europei che non vanno oltre i confini. Fare previsioni può essere pericoloso, ma Tom Wehmeier si lancia nel delineare quattro possibili scenari per il 2018:

  1. I founder avranno enormi vantaggi competitivi dalla regolamentazione;
  2. Le società europee non tecnologiche aumenteranno gli investimenti in hi-tech, passando da centinaia di migliaia a trilioni di dollari;
  3. I founder europei aumenteranno gli sforzi per sfruttare i pool di talenti ingegneristici al di fuori degli hub tradizionali;
  4. Arriveranno importanti venture capitalist che decideranno di investire in Ico (Initial Coin Offering).
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Pandoro Vs Panettone: chi vince la sfida delle pubblicità natalizie?

«Vorrei un videoclip pieno di sentimenti autentici, che possa coniugare sano buonismo natalizio con la capacità di riabilitare tutti gli eterni esclusi». Sì, assieme al Natale torna lei, la bambina tanto amata (e odiata) dell’ormai celebre spot del Buondì Motta.

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Questa volta il traguardo è ancora più ambizioso: distinguersi, con una promozione originale, nella gelida giungla della corsa al dolce delle feste, gustoso tappo conclusivo di abbuffate epocali e mai – e dico davvero mai – in grado di accontentare tutti.

Panettone e Pandoro, non ne resterà nemmeno uno

A chi non piace l’uvetta, chi odia i canditi (protagonisti dell’ultimo divertente spot di Motta), chi “o il panettone o niente” e chi “il pandoro con la crema altrimenti è secco”, ma c’è da scommettere che andranno a ruba lasciando gli scaffali deserti. Se è evidente quanto l’offerta si sia ben presto adeguata proponendo una serie di infinite variazioni alla sfida classica Pandoro Vs. Panettone con dolci glassati, ricoperti al cioccolato e abbinati a sapori esotici e stravaganti, come è cambiata l’idea creativa intorno a questo prodotto negli ultimi anni?

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Le 2 Sorelle Bauli

Toni seri ed emozionanti per la réclame di Bauli firmata dal regista di Immaturi e Perfetti Sconosciuti, Paolo Genovese.

Il prodotto si distacca dai soliti toni enfaticamente felici del Natale e si concentra sui rapporti umani, quelli fra le sorelle Clara e Francesca che, alla fine di un lungo contrasto a colpi di fette di pandoro Bauli, torneranno a dimostrarsi affetto. Al centro di tutto, la famiglia. Immancabile la lacrimuccia finale nel romantico abbraccio sotto la neve.

Lo spot di McCann Worldgroup Italia, conserva in sottofondo l’arcinota colonna sonora “A Natale puoi” in un video emozionante in cui lo storytelling dimostra tutta la sua efficacia, portato alle estreme conseguenze del mini-film e che all’interno della campagna integrata prevede anche l’invito a lasciare il proprio messaggio attraverso il sito dedicato Fatti col cuore.

Mai più eterni esclusi grazie ai canditi di Motta

L’abbiamo detto in apertura: torna a farsi vedere l’ironia dissacrante dei creativi di Motta già anticipata dalla discussa campagna di Buondì (noi Ninja li abbiamo intervistati qui.)

Lo spot televisivo (ancora a firma Saatchi & Saatchi), accompagnato dal videoclip della colonna sonora, spezza una lancia a favore dell’eterno escluso, il più escluso di tutti, di sempre: il candito a Natale. A nulla valgono i tentativi del candito (in realtà educatissimi) di imbucarsi a una festa vip o di nascondersi dietro l’uvetta nella speranza di partecipare al party.

Riabilitare tutti gli eterni esclusi, a partire da uno strano, goffo candito gigante. Un messaggio positivo dopotutto, no? Non ti sveliamo il finale ma ti assicuriamo che farai il tifo per il candito con tutte le tue forze.

Non è la prima volta che Motta tinge di ironia il rosso Natale: già nel 2016 aveva presentato la campagna “Col Curry” in cui rassicurava gli appassionati del panettone originale: sarebbe rimasto senza papaya, tofu tritato e alga essiccata. Nessuno stupore se il mondo vegan aveva dimostrato qualche perplessità come reazione a un trolling così deciso: un pubblico fuori target che in nessun caso avrebbe consumato un prodotto a base di uova, latte e burro. Traccia una linea di continuità con delle prospettive del tutto nuove: è il panettone originale ed è originale il suo modo di parlare alla gente.

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Melegatti, Scanu e la crisi

Chi può dimenticare la grottesca trovata di un paio di anni fa da parte di una delle più note aziende di dolci per le feste italiane? La confezione limited edition con il faccione di Valerio Scanu stampato non tardò a suscitare ilarità sui social, inseguendo una strategia di comunicazione che probabilmente non era ben chiara neanche all’azienda stessa: rivolgersi ai più giovani? O alle loro mamme che per rendere più felici i figli avrebbero comprato il Pandoro dell’influencer del momento? Una campagna che non ha portato ad altro se non a far rimpiangere i testimonial storici del brand come Franca Valeri.

pandoro valerio scanu

Subito dopo, altro tentativo fallito per lo storico marchio italiano, approdato sui social con una serie di grafiche davvero troppo aggressive e in alcuni casi perfino omofobe. La ricerca di una comunicazione più giovane, simpatica e moderna si è rivelata davvero deludente per un prodotto che avrebbe invece dovuto puntare tutto sulla sua tradizione familiare.

melegatti fail

Dopo il tentativo un po’ goffo di svecchiare il suo messaggio, Melegatti ha attraversato fasi alterne e non solo a livello di advertising. Quest’anno infatti il caso ha riguardato la solidità dell’azienda e la possibilità di riprendere la produzione senza lasciare a casa i dipendenti o dover ricorrere alla cassa integrazione. In qualche modo, attraverso i social e una mini-campagna di sensibilizzazione sull’onda dell’hashtag #NoiSiamoMelegatti sono stati proprio i dipendenti a salvarsi: tanti consumatori hanno risposto all’appello, scegliendo di dare supporto alla produzione acquistando un pandoro e permettendo all’azienda di riprendere la produzione e non arrivare al fallimento.


E oggi si parla della produzione di altre 5.000 unità che saranno vendute direttamente nello spaccio aziendale e permetteranno di arrivare con qualche certezza alla produzione delle colombe per Pasqua.

Le parole più cercate su Google nel 2017

Dimmi quello che hai cercato su Google e ti dirò chi sei, cosa ami e come hai trascorso il 2017. Le ricerche che abbiamo effettuato quest’anno sono un interessante (e divertente) modo per riassumerlo e ripercorrere avvenimenti, fatti e personaggi.

Scopriamo cosa resterà di questo 2017 attraverso Google Trends.

 

 

Google

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Parole emergenti

Cosa è successo quest’anno?  La classifica delle parole emergenti ci fa scoprire gli argomenti che hanno registrato il maggiore incremento nelle ricerche (non il maggior numero di ricerche in assoluto). Al primo posto Nadia Toffa de Le Iene, che ha recentemente subito un malore. Seguita da tragedie, sport e il tormentone tutto italiano dell’anno: Occidentali’s Karma.

Personaggi

Abbiamo già intuito che il 2017 non è un anno che ricorderemo con gioia. Chester Bennington, Paolo Villaggio, Nadia Toffa: la classifica sui personaggi è dominata da lutti e tragedie.

Menzione d’onore a Chiara Ferragni, unica in classifica che pare abbia qualcosa da festeggiare.

Eventi

Quel pareggio con la Svezia che ci ha lasciato fuori dal Mondiale brucerà ancora per un po’. In classifica troviamo eventi sportivi , politici, come le proteste in Catalogna e l’Uragano Irma.

Cosa vogliamo trovare su Google?

Google è utilizzato soprattutto per cercare una risposta ad una curiosità o per risolvere un problema. Ad esempio, moltissimi italiani quest’anno hanno avuto voglia di fare le uova in salomoia e cucinare la carbonara,  in molti hanno avuto l’esigenza di fare un backup dei propri file e di screenshottare chissà cosa (non lo voglio sapere).

Provo una profonda ammirazione verso gli italiani scoprendo che il perché più cercato è sull’indipendenza della Catalogna, poi leggo che all’ottavo posto c’è “Perché Fedez piange” e cambio idea. Qualcuno si è chiesto come mai fischino le orecchie o le cicale cantino (avete avuto problemi ad addormentarvi, forse?), altri perché si festeggino l’8 marzo e Ferragosto.

Ecco la mia parte preferita: le ricerche del significato delle parole. Cosa significano ipocondriaco, mannaggia, e – non poteva mancare – despacito? Namaste, Panta Rei e Karma in classifica, probabilmente non per scopi pacifici o filosofici, ma legati alla canzone vincitrice a Sanremo. Ma ci sono anche Ius soli e Rosatellum: italiani, ci siamo salvati in calcio d’angolo.

PER APPROFONDIREQui il report completo

Cosa cerca su Google il resto del Mondo?

Tra le parole emergenti IPhone 8 e X, Meghan Markle, la fidanzata del principe Harry, e la serie tv Tredici. Uragano Irma, Bitcoin e l’attentato di Las Vegas le notizie più virali. I personaggi che si sono contraddistinti? Meghan Markle, Kevin Spacey e la Wonder Woman Gal Gadot. Alcuni giornali hanno scritto che Nadia Toffa è la terza persona più cercata su Google nel 2017, ma non è esattamente così: ricordiamo che si tratta sempre di una classifica sull’incremento delle ricerche rispetto all’anno precedente.

Una curiosità: i meme più cercati sono Cash me outside, il passeggero trascinato fuori da un volo United Airlines e Elf on the Shelf.