LinkedIn: le novità più importanti che potrebbero arrivare nel 2018

Mancano davvero pochi giorni alla fine dell’anno e possiamo ormai affermare con certezza che il 2017 ha decretato sotto molti aspetti un vero e proprio punto di svolta per i marketers di tutto il mondo, a causa delle molteplici novità che sono state introdotte mese dopo mese.

Ma quali altre sorprese ci aspettano nel 2018? Abbiamo già parlato nelle scorse settimane dei trend previsti il prossimo anno per Facebook, Instagram e Twitter. Questa settimana chiudiamo la nostra rubrica parlando del social più business di tutti, ovvero LinkedIn.

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Risale a Giugno la notizia della acquisizione di LinkedIn da parte di Microsoft per la modica cifra di 26,2 miliardi di dollari, uno dei technology-industry deal più oneroso registrato negli ultimi anni. Questa operazione non ha apportato modifiche sostanziali alla piattaforma, ma c’è stata una rapida evoluzione a livello di AI e big data analysis.

Vediamo ora nello specifico quali saranno gli aggiornamenti previsti per questo social media nei prossimi mesi.

Miglioramento delle opzioni di Recruiting e Job Search

LinkedIn nasce come piattaforma dedicata agli addetti alle Risorse Umane e ai candidati alla ricerca attiva di un lavoro; questa sua caratteristica verrà ulteriormente incrementata grazie a un lavoro preciso sulla raccolta dei dati dei 500 milioni di utenti iscritti.

Ad Ottobre LinkedIn ha già lanciato una nuova feature in fase beta chiamata “Talent Insight” che permette ai recruiter di approfondire ulteriormente la ricerca dei giusti candidati per la posizione richiesta perfezionando il targeting.

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Dato il continuo aumento del numero delle aziende che utilizzano LinkedIn come punto di riferimento nel processo di selezione ed assunzione, Microsoft  ha deciso di investire in questa direzione per trasformare la piattaforma nella  destinazione chiave a cui i datori di lavoro e le persone in cerca di lavoro possono – e devono – rivolgersi.

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Integrazione continua con le Microsoft App

Possiamo affermare che questa non è una vera e propria sorpresa: ovviamente nel 2018 Microsoft procederà ad una ulteriore integrazione delle funzioni di LinkedIn con le sue applicazioni, in particolare con le offerte Enterprise.

Questo per semplificare la vita alle aziende che utilizzano già gli strumenti di Microsoft, permettendo loro di ottenere maggiori informazioni e assistenza attraverso la piattaforma, risparmiando tempo e rendendo il flusso più lineare e diretto.

Più spazio ai contenuti Video

Come già successo per Facebook e Twitter, anche LinkedIn ha deciso di adattarsi al trend del momento, iniziando a promuovere maggiormente i contenuti Video. A partire dall’estate 2016 la piattaforma ha reso possibile a tutti gli utenti – dopo un periodo di test per gli influencer – di pubblicare video in formato nativo sul proprio profilo e di consultare le principali metriche di insight dopo la pubblicazione dello stesso.

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Successivamente sono stati aggiunti i geo-filtri in stile Snapchat per gli eventi e le conferenze, ovvero degli overlay attivati dalla posizione dell’utente che possono essere utilizzati solo mentre si partecipa agli stessi. Questi filtri possono contribuire alla promozione degli eventi e aumentare il coinvolgimento dei partecipanti, ma potrebbero anche aiutare LinkedIn a diventare la piattaforma preferita dai marketers per la comunicazione live degli eventi.

Infine, proprio il CEO di LinkedIn Jeff Weiner ha recentemente annunciato che “[…] sono certamente aperti all’idea di creare contenuti video originali e ad un certo punto saranno molto interessati ad esplorare questo formato insieme a terze parti”: questo vuol dire che l’azienda potrebbe cercare di finanziare dei contenuti esclusivi, come ad esempio una nuova suite di programmazione e creazione video esclusiva della piattaforma.

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LinkedIn non smette mai di stupire e grazie all’acquisizione da parte di Microsoft riuscirà sicuramente a distinguersi rispetto ai suoi competitors. Con questa ultima puntata abbiamo terminato la nostra rubrica sui trend del prossimo anno: ci aspetta un 2018 davvero ricco di novità social!

Addio alle “application”: saranno i recruiter a contattare i candidati (anche quelli che non cercano lavoro)

Leggere un annuncio, verificare il possesso dei requisiti e pensare se la posizione offerta può essere interessante. In caso affermativo, si prepara la candidatura, in genere compilando un curriculum vitae. La routine di chi cerca un lavoro da tempo non va più (soltanto) in questo modo. Secondo gli esperti, può essere più efficace costruirsi un proprio network di contatti fidati oppure proporsi a un’azienda con un’idea piuttosto che con il semplice cv. Presentare la propria “application“, termine che ha quasi fatto dimenticare quello di “candidatura”, in alcuni casi è poco utile.

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La selezione del personale ha attraversato una serie di cambiamenti veloci, in particolare da quando è arrivato Internet. Chi si trova d’improvviso sul mercato del lavoro può vivere momenti di intensa confusione. «Nel corso dei miei dieci anni come CEO di Hays – dice Alistair Cox – non ho mai visto una così rapida evoluzione del mondo dell’HR come quella a cui stiamo assistendo oggi». Ed è proprio la società di selezione Hays a delineare le direttrici su cui si muoverà il recruitment nei prossimi anni.

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Da Advertise & Apply a Find & Engage, come cambia la selezione del personale

Secondo l’ultimo report della società, Recruitment remodelled, nei prossimi anni si assisterà a un nuovo trend su come trovare lavoro. Che potrebbe lasciare un po’ perplessi all’inizio. Dimenticate il modello offerta di lavoro – candidatura. Questo approccio, definito Advertise & Apply non è più sufficiente, secondo Hays. I recruiter si orientano sempre più su quello Find & Engage. Significa che per farsi assumere non si dovrà più cercare un annuncio per una posizione e inviare il curriculum in risposta. Saranno i selezionatori a individuare i prescelti, anche fra chi sta già lavorando e non è interessato a cambiare lavoro.

LEGGI ANCHE: I test più strani fatti durante un colloquio di lavoro (ad insaputa del candidato)

«Questo nuovo approccio garantisce una migliore selezione dei profili. Spesso le competenze di chi sta cercando lavoro non sono in linea con quanto necessario a un’azienda. Il più delle volte è un candidato passivo che è in linea», spiega a Ninja Francesco Brusati, Marketing Executive di Hays.

«Con la tecnologia, le dinamiche del mondo digitale, l’avvento dei big data, il Find & Engage è la soluzione più appropriata. Con i nuovi sistemi come l’analisi dei dati, e attraverso il nostro sistema interno di database con migliaia di candidati, scoveremo quello più adatto per ogni posizione».

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Il ruolo dei candidati nel nuovo modello di recruiting

Questo approccio presuppone anche il coinvolgimento dei candidati perché considerino con interesse l’opportunità della nuova offerta. Il recruiter dovrà costruire un rapporto per un periodo prolungato con i candidati, si legge nel report di Hays, e dare vita a un dialogo, reale o virtuale, attraverso i social network, con persone che potrebbero diventare le prescelte per una posizione in futuro. Questo significa anche conoscere con precisione gli interessi e le aspirazioni di ognuno.

Sephora: retail offline

Così Sephora resiste ad Amazon e alle vendite online (investendo in tecnologia)

Bellezza, innovazione, customer experience e strategia omnichannel, cosa vi viene in mente? Ovviamente Sephora! La società francese fondata nel 1973 e acquisita da LVMH (Louis Vuitton and Moet Hennessy) conferma per il 2017 un trend positivo delle vendite in store. Come? investendo in tecnologia e basandosi sui Big Data per offrire un’esperienza acquisto unica e irripetibile ai consumatori.

Sephora: LVMH

San Francisco, quartier generale di Sephora, un nome tutto bellezza (il nome Sephora deriva dall’ebraico Tzipporah con significato femminile di “bella”) e aggiungiamo innovazione e competitività. Tanta da affrontare e farla franca anche con il colosso Amazon.

Il 2017 si conferma infatti un anno vincente per Sephora, con oltre 750 store nel mondo (oltre 100 in Italia) e contribuendo a una crescita organica dei ricavi del gruppo del 12% nei primi nove mesi. Sephora continua a rinnovare i propri negozi e aprirne di nuovi, ponendo il digital al centro dell’esperienza utente.

Andiamo a guardare più da vicino gli ingredienti del suo successo.

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Sephora e la tecnologia “off line”

Perché Sephora investe tanto nella tecnologia in store? La domanda sorge spontanea in un panorama che vede il retail online in crescita costante a scapito dei negozi fisici. La risposta è altrettanto spontanea: alle persone piace ancora provare e toccare il make up prima di comprare. Il consumatore richiede infatti un’esperienza che coinvolge non solo i sensi della vista o dell’udito offerti dall’acquisto online, ma anche il tatto e l’olfatto, presenti (ad oggi) solo nell’offline.

In un’era digitale, ovviamente, l’esperienza in store non può prescindere da quella online e tramite una strategia Omnichannel innovativa Sephora riesce a integrare armoniosamente i due canali nell’esperienza di acquisto.

Sephora: make up

LEGGI ANCHE: Basi di Proximity Marketing: le soluzioni per il retail offline che non stai ancora considerando

Ad esempio in store più piccoli, provvisti di meno stock rispetto ai grandi, Sephora ha dotato i dipendenti di smartphone, così da poter trovare e spedire ai clienti ulteriori prodotti tramite il sito web. Alcuni store come quello di Newbury Street a Boston non hanno nemmeno la cassa e i clienti effettuano il check out dallo smartphone del personale addetto. Ovviamente i training dei consulenti Sephora sono focalizzati non solo a formare professionisti nel Beauty ma anche a renderli padroni degli strumenti digitali.

Della shopping experience “innovativa” fanno parte anche i servizi che Sephora offre sia in store che online (alcuni purtroppo non ancora presenti in Italia). Un esempio è Color IQ , un servizio che assegna un numero di colore IQ ad ogni cliente, dopo aver scansionato la superficie della pelle e averne individuato il tono. Il risultato è preciso scientificamente e il cliente può utilizzare il numero IQ nella ricerca dei fondotinta, correttori o sfumature per labbra adatti al tono della sua pelle. E se non è possibile andare in store? Il cliente può in ogni caso rispondere ad un quiz per ricevere il suo numero di colore IQ.

Sul versante digitale, il laboratorio di innovazione di Sephora a San Francisco è dotato di un’intelligenza artificiale soprannominata Virtual Artist all’interno della sua app mobile o nel sito web che utilizza il riconoscimento facciale per provare virtualmente i prodotti per il trucco.

Inoltre, anche il versante social è molto apprezzato dai consumatori, con un’ottima presenza In Instagram soprattutto nelle Stories, mentre nel sito web è presente una community, Beauty Insider, che permette ai membri di condividere foto, recensioni e parlare dei prodotti.

L’utilizzo dei dati. Anzi, dei big data

A differenza di Amazon, dove i marchi ricevono dati limitati e poco o nessun controllo sull’algoritmo del colosso,  i servizi di Sephora tengono costantemente i consumatori all’interno delle proprie App e dei propri siti. Sephora in questo modo raccoglie una gran quantità di dati e analizza le abitudini dei clienti in negozio migliorandone costantemente l’esperienza sia online che offline, a livello sia informativo che di servizi. Il contenuto grazie ai Big Data sarà flessibile, in quanto utile a un ampio segmento di pubblico, ma allo stesso tempo personalizzabile alle esigenze di un singolo acquirente.

LEGGI ANCHE: I Big Data rappresentano il futuro prossimo del Content Marketing e della Customer Experience?

Inoltre proprio basandosi su dati raccolti, Sephora sa di avere un audience variegata e offre opzioni multiple di acquisto e servizi sia online che offline. Per esempio per educare i customer all’applicazione del trucco, realizza dei video tutorial per il versante online e sedute di trucco gratuite e negli store.

Un brand forte e coraggioso, che riesce a portare avanti con successo la vendita in store e allo stesso tempo sul versante online, utilizzando i Big Data in modo consapevole e restituendo all’utente un’esperienza acquisto integrata e personalizzata.

 

UPDATE: una versione precedente di questo articolo riportava una crescita organica dei ricavi di Spehora del 12%.

12 trend per il 2018 che ogni consulente digital dovrebbe tenere d’occhio

Parlare di digital trend del 2018 nei giorni che precedono il 2018 è quanto di più banale si possa fare. E allora, perché lo stiamo facendo? Perché quello che leggerai in questo articolo, influenzerà te e tutta la tua strategia di digital marketing nei prossimi mesi. Quali sono i digital trend che dobbiamo aspettarci il prossimo anno?

12 digital trend da attendersi nel 2018

L’uso dell’intelligenza artificiale (Ai)

Il 57% dei marketer usa già l’intelligenza artificiale, con ottimi riscontri di marketing, e anche a te sarà capitato in più occasioni di conversarci, negli ultimi mesi, sia attraverso gli annunci che sui social media. Grazie ai chatbot e a nuove interfacce, l’Ai entrerà prepotentemente nel mondo della customer experience, e continuerà a svilupparsi, non solo nel 2018, ma anche nei successivi anni, puntando a un’esperienza sempre più efficiente e personalizzata.
Aspettiamoci, dunque, più automazione, ma anche una iper-personalizzazione dei contenuti.

I video

No, non ne abbiamo ancora abbastanza. I contenuti video sono già molto diffusi, e continueranno a essere presenti online. Sono i più apprezzati non solo dai marketer, ma anche dagli utenti, che, come riportato da Live stream, preferiscono video di qualità, live, e li prediligono ai testi scritti, mentre secondo Facebook, il video dal vivo ottiene 3 volte più visualizzazioni rispetto ad altri contenuti.
Come sfruttare i video live? Per raccontare il dietro le quinte di un evento, presentare la tua azienda, i dipendenti e collaboratori, pubblicizzare un’offerta o promuovere i tuoi prodotti, offrire assistenza ai clienti, rispondere alle domande del pubblico, fare webinar.
Insomma, da’ valore al tuo messaggio e tieni gli spettatori incollati al video, fino alla fine: interagisci con loro, e una volta superato l’iniziale timore di apparire in video, sarà un gioco da ragazzi!

Il mobile

Mobile- friendly. Do you know? Te lo abbiamo già ripetuto più volte nel corso del 2017, e se non l’hai ancora fatto, possiamo metterci una pietra sopra. Si avvicina il Natale, e siamo tutti più buoni. Ma, in vista del 2018, sarà sempre più importante che la tua digital strategy sia pensata per il mobile. Inizia dal tuo sito web, e anticipa i competitor con una strategia video mobile-friendly. Perché?
Perché la visualizzazione dei video da mobile supererà la visualizzazione da desktop e laptop, il 92% degli utenti che guarda video da mobile li condivide con altri, il 40% degli utenti che guarda video da mobile è portato ad acquistare un prodotto, il video online rappresenta circa il 50% di tutto il traffico mobile, il cellulare è lo strumento più usato per navigare sul web, e il 70% delle ricerche verrà da dispositivi mobile il prossimo anno. Ti abbiamo convinto?

Customer Experience Marketing

Quanto è importante che un cliente viva un’esperienza positiva nel momento in cui entra in contatto con un brand? Moltissimo. Il servizio clienti in-store, la visualizzazione della tua inserzione online o di uno degli annunci della tua attività su Facebook; saranno questi i momenti che, sommati, permetteranno ai tuoi clienti di formulare un giudizio sul tuo brand. E se ti cercano online, e trovano informazioni confuse o carenti, o se riscontrano disservizi o insoddisfazione, non ti daranno una seconda possibilità. Per questo, il 68% dei marketer afferma che la propria attività di marketing sarà sempre più focalizzata sull’esperienza del cliente.
Cosa significa? Garantire un’esperienza coerente e personalizzata su tutti i canali, comprendere le esigenze degli utenti, non deludere le loro aspettative e premiarne la fedeltà. I clienti saranno ben più disposti a scambiare i propri dati, in cambio di esperienze migliori con il brand e i tuoi prodotti.

Il content marketing

Sia chiaro. Il content marketing non è una tendenza, ma nel 2018 avranno sempre più valore i contenti di qualità. Tra l’altro, Smartinsights ci dice che il 70% delle persone preferisce conoscere un brand attraverso un articolo invece che attraverso un annuncio. Bada bene, quando parliamo di content marketing ci riferiamo a tutte le comunicazioni digitali, dall’ottimizzazione dei motori di ricerca ai social, all’e-mail marketing, alla creazione di contenuti per il sito web, ai podcast, gli e-book, i white paper, le infografiche, le landing page. Ma se è vero che il content marketing produce più lead ed è più economico di molte altre forme di marketing, è altrettanto vero che farlo bene è tutt’altro che semplice.
Occorrono: un approccio strategico, pianificazione, costanza, contenuti di qualità, unici, condivisibili, di valore, e che creino consapevolezza del marchio, familiarità e intenzione all’acquisto.

Le ricerche vocali

Tra i digital trend del 2018 troviamo la ricerca vocale, che è presente praticamente ovunque: telefoni, laptop, tablet, computer. Ti diciamo di più: entro il 2020, il 50% di tutte le ricerche sarà probabilmente una ricerca vocale. Chi usa la ricerca vocale?
Principalmente i giovani, ma anche gli adulti. Ciò significa che l’ottimizzazione della ricerca vocale dovrebbe far parte della tua strategia di marketing, e che dovrebbe includere parole chiave long tail, e un linguaggio più naturale. Perché le persone scriveranno “ricetta pizza”, ma chiederanno al proprio cellulare “qual è la migliore ricetta per fare la piazza”.

La pubblicità in tv

Milton Hershey scriveva: “Dagli qualità, questo è il miglior tipo di pubblicità”. Varrà anche e soprattutto nel 2018, che continuerà a registrare un declino della costosa tv tra i canali pubblicitari di digital marketing, che opteranno più per i social media e gli annunci di YouTube piuttosto che per gli spot televisivi.
Quindi, se non stiamo guardando la TV, dove stiamo guardando i video? Su Netflix, Hulu e i social media.

I social network

Di’ la verità: tra aggiornamenti e algoritmi, non sai più come raggiungere i tuoi follower. Nel 2018 dovrai lottare ancora di più, ed ecco perché tra i digital trend abbiamo inserito la strategia.
Da dove si parte per elaborare una strategia? Dall’analisi dei tuoi obiettivi, dello scenario e posizionamento comunicativo, per poi passare allo studio del target a cui desideri parlare e della giusta piattaforma social, a partire da quelle in cui il tuo target trascorre il suo tempo.
Cosa pubblicare? Scegli i contenuti più adatti a ogni canale e che rispondano agli interessi del tuo pubblico; usa i social network anche per il Social Commerce, l’Interactive Experience, il Social CRM, il Customer Service e il Social Listening, investi in advertising, e misura, misura, misura. Solo così, potrai migliorare.

La generazione Z

Nel 2018, molte aziende focalizzeranno il proprio marketing sulla Generazione Z, fatta di giovani nati dopo la metà degli anni ’90. Chi sono?
Generalmente hanno una limitata capacità di spesa, sono meno fedeli al singolo brand rispetto ad altre generazioni, amano lasciare feedback e vogliono tutto e subito. Navigano online, principalmente su YouTube, e, neanche a dirlo, prediligono contenuti video. Pronto a impostare la tua strategia sulla Generazione Z?

La trasparenza

Trasparenza e fiducia sono state parole chiave nel 2017 e lo saranno anche nel 2018. Gli utenti leggono le recensioni del tuo brand, ti cercano sui social, esplorano il sito, vogliono sapere tutto prima ancora di arrivare a te. E le piattaforme vanno sempre più verso questa direzione, permettendo alle persone di lasciare recensioni ovunque.
Questo digital trend crescerà, per cui ti consigliamo di aprire le porte della tua azienda, con trasparenza, e umanità. In questo arduo compito, potranno esserti utili gli influencer, per lavorare su credibilità e reputazione.

Il local

Il panorama digitale sta rendendo più facile che mai per le aziende locali interagire con i consumatori, e ci aspettano tante novità nel 2018 da Google e Facebook. Cosa significa tutto questo per la tua azienda locale?
Che potrai competere con i brand più grandi, e che questi ultimi si concentreranno sul marketing locale, quindi per essere all’altezza dei grandi del marketing, dovrai mettercela tutta.
Fa’ in modo che il 2018 sia l’anno in cui lavori alla tua migliore strategia di digital marketing. Pensa locale e digitale, e che il potere dei ninja sia con te.

User Experience

Le più assurde leggende su web design e user experience, smontate (anche da Adobe)

Un sistema fluente e intuitivo è sintomo di una buona user experience. Molti professionisti di UX, però, eliminano e lasciano da parte molti dettagli non ritenendoli essenziali, mascherandoli con elaborazioni grafiche attraenti ed eleganti; ma cercare spasmodicamente l'”estetica perfetta” non è la giusta strada da intraprendere. Tanti designer agiscono con moltissime convinzioni che spesso si rivelano vere e proprie false credenze. Vediamo tre di questi falsi miti molto diffusi:

1. “Semplice” e “minimale” sono la stessa cosa

Diventare essenziali e minimali nel tentativo di puntare alla semplicità è uno dei crimini sulla user experience più frequenti. Mentre la semplicità è in effetti un fattore chiave per un prodotto di successo, infatti, essa è comunemente confusa con la riduzione estrema. Concentrarsi solo sugli elementi più salienti, quindi, può consistere in una strategia che si ritorce contro, oltre che celare complessità nascoste che ottengono l’effetto contrario, richiedendo all’utente sforzi di memoria maggiori.

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2. Dotarsi di strumenti digitali garantisce successo

La mentalità di dotarsi di un particolare strumento con la convinzione che sarà determinante per il successo continua a essere costante, specialmente dopo il boom delle app mobile. Costruire un’app, ad esempio, non porta sempre dei vantaggi, dato che non è estremamente necessario per tutte le attività o per qualsiasi tipologia di prodotto. Sempre più persone navigano grazie agli smartphone, e l’utilizzo di questi device è in continua crescita, ma gli utenti restano fedeli a una selezione limitata di app. Progettarne una non implica necessariamente che gli individui clicchino il tasto “download” proprio sulla propria app.

3. La chiave è possedere un’interfaccia utente che catturi l’attenzione

La cosiddetta “dribbblization of design” è la moda secondo cui ci si concentra maggiormente su piccoli dettagli dell’interfaccia utente ignorando il sistema più grande che li contiene. L’orientamenrto ai dettagli non è una brutta abitudine, ma quando gli aspetti estetici del proprio progetto iniziano a prendere il sopravvento sulla user experience e sull’architettura complessiva, quello è il momento in cui abbiamo bisogno di fare un passo indietro e osservare se il sistema di lavoro è tanto intuitivo quanto l’abbiamo pensato inizialmente.

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Queste sono solo alcune di quelle convinzioni che spesso spingono esperti di UX a commettere molti errori in fase di progettazione, quando dovrebbero effettivamente concentrarsi sull’esperienza utente, elemento che porta davvero al successo di un progetto. UX designer come Zoltán Gócza e Zoltán Kollin hanno pensato a un sistema per aiutare professionisti nel campo della UX a non commettere errori e a compiere decisioni corrette in ambito di design: UX Myths.

Questo sito web riassume moltissime convinzioni sbagliate riguardanti il mondo della user experience, della grafica, del web design, come “Gli utenti Mobile sono distratti“, “Se funziona per Amazon funzionerà anche per te” o “Se il tuo design è buono, i piccoli dettagli non hanno importanza“. Le motivazioni che spinto i due designer a elaborare questo strumento sono legate all’aiutare figure come le loro a migliorare e velocizzare decisioni in ambito di progettazione, oltre che a convincere il pubblico dell’importanza dei metodologie di lavoro basate sull’efficacia e i valori del pensiero critico. Il sito ha ricevuto moltissimi feedback positivi, oltre che milioni di visite. Tradotto in dodici lingue, sta diventando un must per gli esperti di UX. Sono disponibili anche le stampe dei diversi “falsi miti”, che sono stati pubblicati anche in un libro.

Per saperne di più, è possibile consultare un’intervista di uno dei due autori sul blog di Adobe.

 

Come migliorare la pubblicità video ora che comanda lo smartphone

Nell’era del mobile in un mondo in cui gli utenti fruiscono di contenuti soprattutto attraverso i propri smartphone, gli annunci video hanno dovuto cambiare e adattarsi a nuovi supporti. Considerando che gli smartphone non sono televisioni in miniatura, i dispositivi mobili devono essere considerati come un nuovo canale che richiede contenuti ed esperienze che si adattano in termini di velocità, pertinenza e fruizione.

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Ancora oggi la televisione è uno strumento straordinario in cui vengono veicolati messaggi pubblicitari in video spettacolari, ma che tuttavia è entrato in competizione con i dispositivi mobili. Oggi gli smartphone ci permettono di portare in giro per il mondo uno schermo al di fuori dalle mura domestiche.

Viviamo in un periodo di vero è proprio boom per i video su mobile, con uno sviluppo esponenziale della fruizione di video sui social, in particolare su Facebook e Instagram.

Per questo motivo Facebook ha deciso di condurre una ricerca per esaminare l’efficacia dei video tradizionali realizzati per la TV, confrontandoli con i video nativi creati per mobile.

Quello che è emerso dall’analisi condotta su 759 video realizzati da circa 300 brand è che replicare gli annunci tv in un ambiente mobile, non è sempre l’approccio più efficace in quanto gli utenti percepiscono in maniera differente gli annunci su Facebbok rispetto a quelli televisivi.

Lo studio evidenzia come per la prima volta gli annunci video nativi mobile stiano registrando delle prestazioni nettamente superiori rispetto agli annunci video tradizionali. L’analisi è stata condotta suddividendo gli annunci video in tre differenti cluster:

Video adattati ai dispositivi mobile: solitamente di lunga durata in cui il marchio del brand compare nei primi secondi del video;

Mobile first: video di breve durata in cui il marchio del brand compare nei primi secondi del video;

Video tradizionali: che tendono a non mostrare il marchio del brand nei primi secondi del video.

Come cambia la pubblicità tramite video nell'era dei dispositivi mobili

Il confronto tra queste tre tipologie di video ha evidenziato come i video tradizionali, che rappresentano circa un quarto di quelli analizzati, abbiano dei risultati meno performanti in termini di ricordo di marca, indipendentemente dalla percentuale di video visualizzato.

Infatti i video tradizionali tendono a non mostrare nei primi secondi del video il marchio del brand influendo negativamente in questo modo anche su credibilità e rilevanza del brand.

Gli spot televisivi solitamente vengono trasmessi in situazioni di “visualizzazione forzata” in cui le persone guardano lo spot per tutta la sua durata, per cui ha senso inserire il marchio alla fine del messaggio. Situazione che invece cambia radicalmente su mobile dove il 47% del valore di un video viene trasmesso nei primi tre secondi e il 74% nei primi dieci, trascorso questo tempo l’attenzione inizia a ridursi.

Questi risultati evidenziano come sia necessario adottare un approccio differente per i messaggi pubblicitari video per mobile, per creare annunci più efficaci che aumenteranno appeal, prestazioni e copertura.

Andiamo quindi a vedere delle best practice per adattare i video tradizionali ai supporti mobile.

Brand e messaggio in evidenza

Per aumentare il riconoscimento e il ricordo di marca, uno dei primi accorgimenti da avere nella realizzazione di un video promozionale per mobile è quello di mettere in evidenza il marchio e il messaggio principale che si vuole comunicare nei primi secondi del video.

  • Inserire il marchio sin dall’inizio

Come dimostrato dallo studio condotto da Facebook, prima viene posizionato il marchio nel video, migliori performance si riusciranno ad ottenere. Molto spesso i video condivisi sui social non raggiungono i risultati sperati poiché il messaggio veicolato non è chiaro, il marchio non è riconoscibile o lo spettatore non sa quale azione deve compiere dopo averlo visto.

  • Migliorare la creatività

Siamo tutti consapevoli del fatto che le immagini valgono più di mille parole. Utilizzando grafiche, movimenti o altri elementi visivi, migliora la comprensione del messaggio e l’attenzione degli utenti.

  • Andare subito al sodo

La scarsa attenzione degli utenti su mobile richiede un approccio differente nella costruzione dei video promozionali. Per questo diventa di fondamentale importanza catturare immediatamente l’attenzione degli utenti definendo sin dall’inizio il contesto e il messaggio principale che si vuole comunicare.

Tagli e proporzioni

Le visualizzazioni da mobile evidenziano l’ulteriore necessità di adattare i video agli schermi dei dispositivi mobili. In che modo possiamo sfruttare al meglio spazio e contenuto?

  • Ottimizzare le proporzioni

Realizzare formati video quadrati e verticali, migliorano le prestazioni di visualizzazione su mobile poiché per gli utenti diventa più semplice fruire dei contenuti in quanto non devono ruotare gli smartphone per visualizzarli meglio. Le proporzioni video consigliate sono di 4:5 per Instagram e di 2:3 per il news feed di Facebook.

  • Giocare con le griglie video

Anche se le dimensioni dello schermo di uno smartphone sono molto più piccole rispetto a quelle di una televisione, ci sono diversi modi di sfruttarlo utilizzando nuovi formati e creatività. Come ad esempio quello di dividere lo schermo per mostrare contemporaneamente duo o più video. In questo modo si migliora la dinamicità e il ritmo del video.

  • Messaggi chiari e diretti

Tenuto presente che la l’attenzione nei confronti dei contenuti visualizzati dagli utenti su mobile è considerevolmente diminuita è importante sin dai primi secondi del video mettere in risalto il messaggio che si vuole comunicare. Bisogna quindi essere chiari e diretti concentrando l’attenzione sul prodotto o sulla promozione.

Durata

Su Facebook e Instagram la soglia di interesse e attenzione degli utenti è vertiginosamente diminuita, per questo bisogna creare video sempre più corti e che catturino immediatamente l’attenzione.

 

  • Video più brevi

La capacità più importante è quella di riuscire nell’arduo compito di racchiudere in pochi secondi il fulcro del messaggio che vogliamo comunicare. Gli studi di Facebook hanno dimostrato che video della durata compresa tra 6 e 15 secondi hanno maggiori performance rispetto a video più lunghi.

  • Creazione di miniserie

Se si vuole adattare uno spot televisivo ad un formato mobile, una buona idea potrebbe essere quella di suddividere in mini serie il contenuto utilizzando un messaggio finale chiaro ed uguale per tutti i video.

  • Ritmi più veloci

La velocità con cui fruiamo i contenuti da mobile è aumentata. Gli utenti amano i ritmi incalzanti, le immagini rapide e i montaggi veloci. La creazione di video promozionali dinamici aumentano l’interesse e il coinvolgimento degli utenti.

Conclusioni

La rivoluzione pubblicitaria è chiaramente già in atto. Nuovi formati, nuove piattaforme e nuove forme di creatività permettono ai brand di differenziare i loro video messaggi pubblicitari.

Il cambio di paradigma da spot pubblicitario tradizionale a spot mobile, consente di creare nuove storie più coinvolgenti e divertenti aumentando così il coinvolgimento e il ricordo di marca.

Tutti i numeri dell’eCommerce nel 2017 (e i trend per il prossimo anno)

Dicembre è il mese del Natale e dei buoni propositi ma è anche il mese delle riflessioni sull’anno che sta per finire e dei risultati: e a proposito di somme da tirare, parliamo dell’eCommerce, delle performance ottenute dal “commercio digitale” in questo 2017 e, perché no, proviamo a fare qualche previsione per il 2018.

eCommerce 2017: in una visione globale vince la Cina

Tutte le statistiche e tutti gli studi consultabili online non fanno che confermare l’inarrestabile ascesa dell’online shopping praticamente in tutti i mercati. Già il 2016 non aveva lasciato alcun dubbio a tal proposito grazie a performance con cifre da capogiro: si parla di 1,6 miliardi di utenti in tutto il mondo che hanno acquistato prodotti online spendendo quasi 2 trilioni di dollari, una cifra che potrebbe raddoppiare entro il 2020.

Tra i 10 Paesi con il più alto tasso di penetrazione di vendite online a metà del 2017 non poteva mancare la Cina, seguita da Corea del Sud e Regno Unito: gli Stati Uniti si fermano al settimo posto mentre cresce esponenzialmente in Europa il mercato online della Germania.

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Mercati con il più alto tasso di penetrazione di shopping online 2017 (2Q) – Fonte: statista.com

È la Cina, insieme al resto dell’Asia, infatti a farla da padrone in questa visione globale di risultati nelle vendite online. Il mercato eCommerce storicamente concentrato a occidente, anno dopo anno si sta radicalmente spostando verso est in favore degli eStore asiatici: secondo le infografiche del Global eCommerce Statistics di Shopify, i 672 miliardi di dollari incassati dalle vendite online della Cina si traducono anche in una decrescita esponenziale del mercato statunitense che nel 2015 rappresentava il 22,2% del mercato globale eCommerce e che quest’anno è scesa al 19,9%.

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Non solo Alibaba, ma quasi: il colosso dell’eCommerce guidato da Jack Ma si confermava leader assoluto delle vendite online per questo 2017 già dal terzo quarto dell’anno. Il sito è stato infatti utilizzato da ben 488 milioni di utenti negli ultimi 12 mesi.

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Percentuali di vendita online degli USA su scala globale dal 2015 al 2020 – Fonte: Shopify Enterprise

LEGGI ANCHE: eCommerce: cosa ci insegnano i 25 miliardi di vendite in un giorno di Alibaba

Parliamo di categorie: cosa abbiamo comprato online?

L’esponenziale crescita delle vendite online non vale per tutte le categorie merceologiche: sembra infatti esserci ancora, in tal senso, molta differenza tra le percentuali di acquisto in negozio (in-store) e lo shopping online. L’unica categoria che supera più del doppio l’acquisto tradizionale in negozio sembra essere quella dei cosiddetti prodotti leisure o intrattenimento, ossia libri, musica, film e video games seguiti da un lieve sorpasso dell’online sull’offline anche dei giocattoli. Bollino nero ancora per i beni alimentari che con il loro 23% fanno, per ora, ancora molta fatica rispetto al più tradizionale acquisto in negozio.

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Preferenze tra shopping online e in-store in base alle categorie nel 2017 – Fonte: statista.com

Nulla di nuovo dal fronte dei consumi americani: secondo l’Omnichannel Selling Guide fornita da BigCommerce la categoria con il più alto tasso di vendite online negli Stati Uniti (2017) è rappresentata, come per il global, dall’entertainment (44%) seguito dall’abbigliamento (43%), l’elettronica (34%) e infine dai prodotti per la bellezza e cura della persona (29%).

Dati positivi per l’eCommerce nel 2017: e l’Italia?

Non sembrano esserci dati confortanti che riguardano l’Italia: il nostro Paese, già da un’indagine di Eurostat relativa al 2016 sembrava essere uno dei fanalini di coda dell’Europa per quanto concerne le vendite online. Le cose stanno cambiando ma con percentuali di crescita molto basse (spesso sotto il 10%).

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Fonte: Eurostat

Secondo il rapporto di Casaleggio Associati 2017 in Italia la diffusione degli acquisti online ha raggiunto l’88,7% della popolazione tra gli 11 e i 74 anni nel 2016, con 42,6 milioni di italiani che dichiarano di poter accedere a internet da desktop o da mobile: un dato in crescita del 2,8% rispetto al 2015 e prevedibilmente simile rispetto al 2017.

Anche in Italia la distribuzione del fatturato eCommerce nei diversi settori vede quello del tempo libero e del turismo continuare a rappresentare la quota più consistente del mercato, arrivando congiuntamente a generare il 74% del fatturato complessivo. Ma in un Paese dove quasi tre imprese su quattro (il 72%) hanno un canale che permetterebbe di vendere online, ma solo una su dieci ha ricevuto ordini, di strada ce n’è ancora da fare.

eCommerce 2018: alcune previsioni

Difficile predire il futuro, ma quello imminente, almeno nel mondo dell’eCommerce non è così imprevedibile. Forbes ha stilato un elenco di trend che potrebbero caratterizzare le attività dello shopping online del 2018 mettendo in primo piano una crescita esponenziale di eCommerce gestiti da liberi professionisti indipendenti. Secondo Tomas Slimas, infatti, non è mai stato così semplice anche per un singolo individuo aprire un’attività online e vendere anche senza il supporto di un intero staff aziendale.

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Al secondo posto tra le previsioni per il 2018 troviamo un possibile (nonché abbastanza scontato) incremento dell’utilizzo di AI: il potere dei chatbot sembra in effetti aumentare e la loro intelligenza combinata a opportunità come la blockchain technology permetterà loro di diventare sempre più precisi e utili al consumatore. Nel 2018 si prevedono sempre più investimenti da parte delle aziende sullo sviluppo dei chatbot e servizi correlati al customer care.

Dai personal shopper virtuali ai software AI per la personal recommendation technology, il futuro del retail online sembra essere incentrato sulla ricerca spasmodica di una customer experience sempre più su misura. I consumatori stanno scegliendo sempre di più acquisti su siti di brand cliente-centrici e in grado di soddisfare qualsiasi tipo di richiesta particolare: dal marketing personalizzato alle policy di spedizione e reso più shopper-friendly.

Questo approccio verso la personalizzazione potrà forse inibire il potere dei “prodotti raccomandati” generici dando spazio a un rapporto 1:1 diretto tra il consumatore e le sue abitudini suggerendo solo prodotti su misura: una personalizzazione real-time dove ogni shopper potrà avere accesso a contenuti unici durante l’acquisto. Parliamo di consigli sui prodotti selezionati a seconda dei gusti o preferenze personali, della localizzazione, dell’età e quindi della generazione oltre che una selezione basata anche sugli acquisti passati e sui tipi di interazione con il brand: insomma, una user experience sempre più automatizzata e soprattutto precisa.

 

Sport Science, così la tecnologia “allena” gli atleti

Lo sport, soprattutto ad alti livelli, è questione di dettagli e anche un miglioramento dell’1 – 2% delle prestazioni può essere fondamentale per ottenere i propri risultati.

Le nuove tecnologie e la continua ricerca nel campo della Sport Science stanno sviluppando sempre più nuovi e alternativi metodi per migliorare le prestazioni sportive e molti team e federazioni stanno investendo nel settore.

ReTIMER: Tecnlogia VR per migliorare la qualità del sonno

Il caso recente più interessante è quello della Nazionale Australiana di calcio che è riuscita nel suo obiettivo di qualificarsi ai prossimi Mondiali in Russia (quelli dove non ci sarà l’Italia, tanto per capire) grazie alla regolazione del sonno e alla realtà virtuale.

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Il Dr. Craig Duncan, esperto di scienze dello sport che segue la squadra australiana, ha pianificato un programma scientifico del sonno basato sull’utilizzo di tecnologie VR per garantire un migliore recupero di energie ai giocatori australiani in occasione dello spareggio contro l’Honduras. Lo spareggio prevedeva un primo match in Honduras e dopo soli tre giorni la partita di ritorno in Australia, con conseguente rischio di disputare una gara sottotono a causa del jet-lag e di un viaggio di 24 ore per tornare in patria. Per ovviare a questo problema e garantire il passaggio del turno, il Dr. Duncan ha deciso di utilizzare Re-Timer, un visore che utilizza una light-therapy per regolare i cicli del sonno e combattere la stanchezza da jet-lag.

Grazie all’utilizzo di particolari luci blu e verdi, ReTimer sopprime la produzione corporea di melatonina, l’ormone complice della sensazione di stanchezza, e permette a chi lo utilizza di regolare autonomamente il proprio orologio biologico e ritrovare più velocemente la miglior condizione fisica.

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L’Australia, se ha saputo battere l’Honduras 3 – 1 e qualificarsi ai Mondiali di Russia 2018, lo deve in parte anche alle nuove tecnologie e all’utilizzo di ReTimer, anche se il Dr. Duncan evidenzia “Non siamo ancora arrivati al livello in cui è la tecnologia a rivoluzionare il calcio, ma quello che fa la differenza è la strategia con cui la si usa e sapere misurare i dati e i risultati del nostro lavoro”.

3D Motion Tracking per la prevenzione degli infortuni

Un altro interessante e nuovo utilizzo delle tecnologie nel mondo dello sport è MVN Analyze di Xsens, una serie di sensori indossabili durante l’attività fisica che tracciano l’atleta creando una sequenza 3D Kinematic attraverso la quale è possibile capire se l’atleta sta eseguendo correttamente i movimenti o sta compensando e quindi è a rischio infortunio.
La novità di questi sensori sta proprio nella grande indossabilità che permette un tracciamento nella vita reale e non in laboratorio, dando maggior valore ai risultati.

L’altro aspetto molto interessante è che il 3D Motion Tracking può essere utilizzato in ambito sportivo sia per la prevenzione degli infortuni degli atleti, sia per autovalutare i propri movimenti capendo dove si può migliorare. Ancora più importante, il tracciamento 3D può essere utilizzato in tutte le terapie riabilitative e per la cura di difetti posturali.

Rugby e WattBike: un caso tutto italiano!

Anche in Italia stiamo iniziando a pensare in ottica Sport Science, anche se come sempre con un po’ di ritardo rispetto a Paesi come gli Stati Uniti o l’Australia.

La Federazione Italiana Rugby, infatti, ha siglato da poco un contratto di collaborazione con WattBike mirato ad ottimizzare la preparazione individuale degli atleti della Squadra Nazionale e dei due Top Team Benetton Rugby e Zebre.

Wattbike, che sviluppa apparecchiature di alto livello per il ciclismo indoor, ha fornito alla Federazione quattro bici altamente tecnologizzate per quegli atleti per i quali possano rendersi necessarie sedute di fitness aggiuntive, lavori di ritorno in campo specifici o semplici sedute di preparazione fuori dal campo.

Le bici grazie a WPM (Wattbike Performance Monitor) catturano tutte le metriche utili all’atleta come forza, tecnica e performance e le elaborano in tempo reale mostrando i progressi e impostando lavori personalizzati.

Strategia e misurazione delle performance nello sport, come nel marketing, sono due strumenti fondamentali per ottenere quel vantaggio competitivo necessario a fare meglio dei propri competitors…o a qualificarsi al prossimo Mondiale!

L'arte classica incontra la robotica per Pantheon, la nuova campagna Spotify per RapCaviar

Spotify non smette di stupire e trasforma i cantanti Hip-Hop in sculture classiche

Spotify non sbaglia un colpo e, dopo aver ripetuto anche quest’anno lo straordinario successo dei Billboard data-driven, aver omaggiato ben due volte Stranger Things con il test che – in base alle tue playlist – ti fa scoprire quale personaggio della pluripremiata serie Netflix sei e la sua interfaccia trasformata nel sottosopra, a 2017 non ancora terminato, ha trovato un modo geniale di celebrare anche il genere Hip Hop e una delle sue playlist più famose: RapCaviar.

LEGGI ANCHE: Spotify lo ha rifatto: anche quest’anno le pubblicità data-driven

SZA come Afrodite per RapCaviar Pantheon di Spotify.

SZA come Afrodite per RapCaviar Pantheon di Spotify.

SZA, Metro Boomin e 21 Savage nel Pantheon di Spotify

La scorsa settimana il colosso della musica in streaming on demand, ha presentato al Brooklyn Museum tre sculture a grandezza naturale che ritraggono fedelmente Metro Boomin, 21 Savage e SZA, i tre artisti scelti per inaugurare “Pantheon” l’iniziativa che celebra l’Hip Hop e RapCaviar, una delle playlist Spotify più seguite al mondo.

Ma dall’headquarter è arrivata prontamente la promessa che questo è solo l’inizio; sono tanti gli artisti della scena rap che verranno immortalati come divinità dell’arte classica.

Dallo scalpello, al braccio robotico: come nascono le opere di Pantheon

Mero Boomin, Savage 21 e SZA ritratti come le divinità classiche per Pantheon, la campagna Spotify che omaggia RapCaviar

Se lo stile richiama l’arte della Roma imperiale, la realizzazione è avanguardistica. Le sculture di Pantheon sono state realizzate in collaborazione con SpecialGuest e create con bracci robotici presso la fabbrica digitale Neoset Designs.

Tuma Basa, Global Head of Hip Hop Spotify, ha dichiarato: «Abbiamo celebrato i nostri artisti esattamente come gli antichi romani hanno fatto con le divinità. Metro Boomin, 21 e SZA quest’anno hanno dimostrato con i loro successi che sono qui per restare. La loro musica è per sempre e così li abbiamo immortalati, con lo stile e il rispetto greco-romano».

Mentre per Seth Farbman, Chief Marketing Officer Spotify, questo è il modo giusto per rendere omaggio all’intera scena Hip Hop: «L’Hip Hop non ha solo dominato la scena musicale ma ha profondamente influenzato l’intera cultura americana. Siamo onorati di avere artisti che ogni giorno contribuiscono ad abbattere le barriere plasmando questa cultura».

Il regista John X di M ss ng P eces ha creato un cortometraggio esclusivo di Pantheon, narrato dalla voce fuori campo di Pharrell Williams, che racconta nel modo migliore la genesi di queste tre opere.

campagne adv 2017

5 campagne adv per raccontare il 2017 che sta finendo

Il 2017 sta per terminare e anche nel mondo dell’advertising si iniziano a tirare le somme dell’anno ormai passato. Il momento per ricordare le campagne che più ci hanno emozionato è dunque davvero arrivato.

Nel 2017 abbiamo visto come anche nel mondo della pubblicità qualcosa stia cambiando: non si parla più solo di brand, di prodotto, ma tutto è legato alla sensibilizzazione dei consumatori su argomenti importanti e alla promozione di valori condivisi. Il pubblico non è più interessato solo ai beni materiali, ma sempre di più anche ai grandi temi sociali che caratterizzano il millennio.

LEGGI ANCHE: Cosa abbiamo condiviso di più su Instagram nel 2017

Abbiamo dunque scelto cinque campagne che hanno rappresentato cinque grandi temi dell’anno che sta terminando. La nostra lettera di fine anno al nostro io del prossimo futuro, per ricordarci da dove siamo passati e cosa è stato davvero importante nel 2017.

1. Il nuovo ruolo della donna: The future is female

Oggi il tema dell’emancipazione femminile è più sentito che mai; si parla di donne leader, che non hanno paura di combattere da sole le proprie battaglie, indipendenti, che sanno fare team. Il nuovo Jedi donna, Rey in Star Wars, è solo l’ultimo degli esempi.

Fearless Girl, incarna proprio tutti questi ideali: la scultura, idea dell’agenzia McCann New York creata dalla scultrice Kristen Visbal, è stata posta davanti al grande toro di Wall Street. Una donna che sfida i poteri e i grandi clichè di una città cosmopolita, e a volte troppo orientata ai forti poteri, solo, maschili.

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2. Ancora storytelling, ma sui social: Stories are everywhere

Le Stories su Instagram sono state le grandi protagoniste di questo 2017: ci hanno permesso di condividere i nostri momenti indimenticabili e ci hanno fatto vivere i momenti significativi di altre persone, nella vita quotidiana e nei momenti più speciali.

Stories are Everywhere – lo spot di Instagram – è un modo divertente di farci capire come la nostra vita di tutti i giorni o le nostre esperienze, siano tutte storie da raccontare e “instagrammare“.

3. Influencer o realtà? Like My Addition

Non sempre la realtà è quella che ci appare sui social media. Abbiamo prima portato un esempio di come Instagram possa essere uno strumento di svago e condivisione, ma è necessario non dimenticare che tutto ciò che vediamo spesso nasconde un significato molto diverso da quello che ci appare.

Con Like My Addition è stata creata una influencer, Louise Delage, che in poche settimane ha raggiunto migliaia di follower, condividendo la sua vita felice, esclusiva, invidiata, ma il cui profilo nascondeva un messaggio molto diverso da quello che era l’apparenza: solo un personaggio finto, creato da Addict Aide, il portale che combatte le dipendenze, che voleva raggiungere e sensibilizzare sui rischi dell’alcolismo i giovani francesi usando uno dei social preferiti dai Millennials.

4. Diversità e integrazione: The Talk

Il tema caldo dell’anno è stato il dibattito sull’integrazione delle diversità, che dovrebbe essere un argomento ormai superato ma che purtroppo ancora ci riguarda molto da vicino.

Procter & Gamble con The Talk porta sullo schermo diverse generazioni di mamme e figli di colore, mostrandoci come gli anni passano ma le raccomandazioni e le differenze tra persone siano ancora ferite profonde e irrisolte, che toccano da vicino soprattutto i bambini e gli adolescenti.

5. I Millennials, cittadini del mondo: Don’t Go There. #LiveThere

https://www.youtube.com/watch?v=LaxJar8rksI

I Millennials e il viaggio: grazie alle tecnologie e a un mercato di turismo low cost oggi è molto più facile conoscere il mondo. Airbnb sta diventando sempre più protagonista nel mondo del turismo, soprattutto tra i giovani, che cercano alloggi per brevi periodi, per lavoro e per svago.

A volte però, spostandosi spesso, si ha la sensazione di non sentirsi mai veramente a casa: con il suo messaggio Don’t Go There. #LiveThere, Airbnb promuove uno stile di viaggio che mira a portarci a pensare che in realtà non stiamo solo viaggiando per il mondo, ma lo stiamo davvero vivendo. Ogni nuovo luogo è davvero casa.