L’estate sta per arrivare, ma Facebook è ancora alle prese con le pulizie di primavera. Infatti è l’ennesimo periodo di aggiornamenti per la piattaforma social sviluppata a Menlo Park. Non allarmarti, non è ancora ora di pubblicare lamentele sui soliti cambiamenti di Facebook; si tratta principalmente di aggiornamenti sotto il cofano, relativi all’algoritmo che analizza le notizie interessanti e ad alcuni aspetti dell’interfaccia utilizzata dagli amministratori delle Pagine.
Il fattore tempo
Perché un vasto numero di utenti visualizzi un post pubblicato da una Pagina, questo deve ricevere una quantità minima di Mi Piace, condivisioni e commenti. Così funziona l’EdgeRank, l’algoritmo di Facebook che analizza i contenuti sulla piattaforma. Pochi giorni fa, due ingegneri di Facebook hanno annunciato che un nuovo fattore influenzerà il posizionamento dei post sul News Feed degli utenti: il tempo.
Per usare le loro parole:
Sulla base del fatto che non si scorre velocemente un post, ma si sta sullo schermo per più tempo rispetto ad altri nelle vicinanze del News Feed, si deduce che si tratta di qualcosa che si è trovato interessante e si può iniziare a fare emergere ulteriori messaggi come quello più in alto nel News Feed. Abbiamo iniziato a implementare questa funzione e continueremo nelle prossime settimane. Ci aspettiamo cambiamenti significativi nella distribuzione del News Feed grazie a questo aggiornamento.
Facebook conferma così la sua attenzione per l’esperienza dell’utente, che dev’essere essere costituita da un equilibrio di contenuti delle Pagine – che siano più inerenti possibile agli interessi delle persone – e di elementi pubblicati dagli amici.
Le risposte salvate
L’altra novità interessa i community manager. Se sei uno di loro, e ogni giorno devi rispondere prontamente a una grande quantità di domande da parte degli utenti, questa notizia ti farà piacere.
Facebook sta testando un nuovo strumento chiamato “Risposte Salvate“, che permetterà a chi gestisce Pagine per i business di scrivere, salvare e riutilizzare risposte preimpostate da usare per rispondere agli utenti. Questa novità permetterà di risparmiare molto tempo nella gestione della comunicazione.
Il servizio, che per ora è attivo solo per un gruppo selezionato di amministratori, è nidificato nell’interfaccia di messaggistica delle pagine, e offre un strumento semplice che permette all’amministratore di creare una nuova risposta e salvarla per usarla successivamente. C’è anche una barra di ricerca, per chi ha bisogno di tante risposte pronte.
Alla sua attivazione il servizio offre alcune risposte preimpostate che permettono di capirne il funzionamento. Queste possono essere personalizzate o affiancate da altre create da zero. Dopo aver salvato una risposta, basterà cliccarci sopra per inviarla all’utente. Potrai inoltre accedere rapidamente alle risposte salvate dal box di risposta ai messaggi, cliccando su un’apposita icona.
Molto utile è la possibilità di inserire dei box che personalizzano automaticamente le risposte in base all’utente a cui si risponde. Questi box inseriranno nella risposta, per esempio, il nome o il cognome dell’utente, il nome o cognome dell’admin o un link, permettendo di risparmiare ancora più tempo.
Per adesso lo strumento è in test; Facebook non ha ancora annunciato ufficialmente il suo lancio e i pochi utenti che possono usarlo non hanno nemmeno ricevuto un avviso della sua attivazione. Nulla di nuovo comunque da parte del social, che spesso attiva nuove funzioni ad alcuni utenti perché ne testino l’uso prima del rollout ufficiale.
Finalmente non dovrai più aprire in continuazione il tuo FAQ e fare copia e incolla per ogni risposta.
Allora, che ne pensi delle novità annunciate da Facebook? Faccelo sapere nei commenti!
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Paolo Navahttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngPaolo Nava2015-06-15 15:20:512015-06-15 15:20:51Facebook cambia l'EdgeRank e introduce le "risposte salvate"
“Io ho un piccolo hotel a Roma… come faccio a essere primo su Google cercando Roma?” o ancora “Come faccio a scaricare foto ad alta definizione da Instagram?”. Queste sono solo alcune domande stravaganti che nel primo caso Rudy Bandiera, blogger e consulente web, e nel secondo Orazio Spoto, digital e social media strategist, ci hanno confessato di aver ricevuto da parte di clienti… o potenziali tali 😮
Lavorare nel settore digital non è tutto rose e fiori! Per quanto non esistano domande stupide esistono però committenti restii a comprendere la giusta essenza del mondo della comunicazione digitale e che rendono la vita difficile a molti collaboratori.
Chi si trova quotidianamente impegnato a sviluppare piani di comunicazione, strategie di digital marketing e social media management sa benissimo che la prospettiva del cliente può essere pericolosa ma anche affascinante: ammettiamolo, qualche volta può far scattare anche qualche risata o stimolo creativo!
Così abbiamo chiesto ad alcuni esperti digital del settore – Rudy Bandiera, Jacopo Guedado Mele e Orazio Spoto – di raccontarci le più strane richieste a loro pervenute.
L’esperienza di Rudy Bandiera
“Questa storia NON riguarda un cliente, perché uno così come cliente non credo lo vorrebbe nessuno. Ero a un evento abbastanza noto in Italia, in ottica di fitness e sport… in effetti mi chiedo ancora il perché abbiano chiamato proprio me per parlare nella plenaria 🙂 Comunque, avrei dovuto a parlare di ‘scenari futuri’ ovvero di Web, di inbound, di 3.0 e di tutte quelle cose di cui si parla quando si deve fare capire alle persone che esistono delle opportunità di crescita pur essendoci la crisi. Ovviamente durante l’intervento durato circa 30 minuti, ho parlato anche di Google e accennato al discorso SEO, non tecnicamente ma semplicemente per fare capire quali sono le dinamiche del motore, come ‘ragiona’ e a cosa serve essere posizionati”.
Ma a fine evento succede l’inimmaginabile… 😉
“Mi si avvicina un uomo con un tono molto cordiale. Mi fa i complimenti per l’intervento e mi dice, con fare circospetto come se mi stesse svelando un segreto o dicendo una cosa che ha pensato lui per primo al mondo ‘io ho un piccolo hotel a Roma… come faccio a essere primo su Google cercando Roma?’ Ecco… a quel punto io credo si avere risposto qualcosa tipo ‘dovrebbe chiamare un hacker oppure un prestigiatore, vista la concorrenza. Oppure investire qualche milione, ma credo siano tre soluzioni difficilmente raggiungibili. Le consiglio altro…’ e poi ho cercato di spiegargli il perché fosse praticamente impossibile che la cosa accadesse. Capito, adesso, perché sono FELICE che non sia un mio cliente? 😉 ”.
L’esperienza di Jacopo Guedado Mele
foto Facebook/Marius Mele
E se c’è chi ignora totalmente il mondo in cui lavori dall’altro canto c’è chi sa ‘sfruttare’ male risorse e motivazione. Particolarmente “triste” quanto accaduto al digital coach Jacopo Guedado Mele.
“Tempo fa, un consulente di un’importante agenzia di comunicazione mi ha contattato per coinvolgermi nella realizzazione di un portale eCommerce internazionale in ambito alimentare. Ho risposto con entusiasmo, attivando subito un team di lavoro eterogeneo, composto da professionisti provenienti da diversi ambiti: dall’UX, al content management fino agli esperti di internazionalizzazione. La squadra ha lavorato ogni notte per due settimane proponendo, infine, nove diverse versioni del documento. Il nostro lavoro è stato tanto apprezzato da far ottenere al consulente la possibilità di entrare a far parte dell’organico aziendale. Purtroppo, però, ha deciso di non riconoscere nulla al team che ha contribuito a ottenere questo risultato insieme a lui. Affidandosi quindi ad altri, la strada del progetto non ha seguito il percorso lineare con cui era stato pensato, bensì uno molto più tortuoso. La morale di questa storia la lascio a voi”.
Sì, lavorare in questo settore è veramente frustrante a volte, c’è chi riesce a vanificare sforzi e sacrifici pur di non riconoscere un ottimo lavoro!
L’esperienza di Orazio Spoto
Ma può capitare anche che la realtà vada oltre il limite dell’immaginario e si attribuiscano a social come Instagram potenzialità tipiche di piattaforme di condivisione come Flickr.
“Parlare di un social così particolare come Instagram è sempre un duro lavoro. Che lo si faccia per attività di consulenza o semplicemente per ‘evangelizzare’ un amico durante un aperitivo, le domande che mi sento fare sono sempre strane e originali. Una delle domande più frequenti riguarda la possibilità di scaricare le immagini in alta risoluzione. In pratica Instagram viene scambiato per una piattaforma su cui si possono caricare immagini ne’ più nemmeno come si potrebbe fare su un hard disk. Altro tema caldo sono i filtri. Molti pensano che per pubblicare una foto su Instagram bisogna obbligatoriamente usarli. Un po’ come se fossero le forche caudine”.
Insomma lavorando nel mondo digital ne capitano di tutti i colori! Ma nonostante ciò chi è veramente un professionista di certo non si scoraggia e mantenendo un aplomb impeccabile va avanti, sorride e cerca di compiere la sua missione da digital Ninja 😆
E a voi, è mai successo di ricevere qualche richiesta strana? Raccontatecelo tra i commenti 😀
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Felicia Mammonehttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngFelicia Mammone2015-06-15 14:30:002015-06-15 14:30:00Quando il lavoro digital può essere frustrante: la parola ai professionisti della rete [INTERVISTA]
Richieste di loghi abnormi, invii di immagini in word, urgenze delle 17:59 di venerdì e molto, molto altro ancora: i clienti sanno bene come rendere difficile la vita dei graphic designer.
Credo lo possiedano nel DNA e non mi stupirei se esistesse un’accademia per i clienti alle prime armi che devono imparare come generare ogni giorno richieste assurde da sottoporre ai graphic designer (compito difficilissimo che richiede un talento davvero raro!).
Scherzi a parte, ormai i poveri clienti sono presi di mira e resi oggetto dei più disparati meme o resoconti bizzarri. Ma siamo sicuri che i graphic designer abbiano la coscienza così pulita? Che non cedano anche loro al lato oscuro della forza, ogni tanto, bersagliando proprio i tanto bistrattati clienti?
La risposta arriva dalla nuova serie dedicata al fantastico mondo dei creativi: le bugie che i graphic designer raccontano ai loro clienti! Scoprile tutte su Creative Market e segnala la tua confessione con l’hashtag #designersLies.
1. Il tuo sito attuale è abbastanza buono ma bisogna lavorarci un po’.
La verità: “Oddio, i miei occhi, i miei occhi!”
2. Il logo si basa su una geometria circolare per un maggiore equilibrio estetico.
La verità: “Questo trucco impressiona sempre i clienti.”
3. Qui ci sono alcuni lavori fatti per Nike, Ford e Coca Cola.
La verità: “È tutto lavoro non ufficiale realizzato all’università.”
4. Siamo una prestigiosa web agency.
La verità: “Siamo solo io e il mio pc, a casa, in mutande.”
5. Hai ragione, sembra molto meglio così.
La verità: “L’hai totalmente rovinato ma hey, sono i tuoi soldi.”
6. Hai sempre la massima priorità!
La verità: “Proprio dopo tutti i miei buoni clienti.”
7. Il mio fax non funziona, posso spedirtelo via email?
La verità: “Stai scherzando? Che anno è questo? Chi possiede un fax oggigiorno?”
8. Sto caricando il design ultimato proprio adesso.
La verità: “Sono in ritardo e sto finendo di fretta mentre parliamo.”
9. Sono stato sveglio tutta la notte a lavorare sul progetto.
La verità: “Ho buttato tutto giù alle 3 di notte dopo una maratona di Breaking Bad.”
10. Ho usato il rosso per trasmettere un senso di passione e intensità.
La verità: “Il rosso è il colore di default dello sfondo in Photoshop.”
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Manuramakihttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngManuramaki2015-06-15 13:50:122015-06-15 13:50:1210 bugie che i graphic designer raccontano ai loro clienti
Non c’è modo migliore di iniziare una nuova settimana Ninja che con un recap degli spot più belli, divertenti ed emozionanti dei giorni appena passati.
Siete pronti per una nuova dose dei migliori video della settimana? Vi aspettano un commovente racconto della vita di un’azienda e del suo titolare, un viaggio attraverso la storia della musica ed effetti grafici davvero in grado di… trasformare la vostra espressione 😉
HSBC: Lift
Sarà la colonna sonora di Yann Tiersen, sarà l’efficace metafora dell’ascensore per raccontare gli alti e bassi di ogni storia (o azienda, in questo caso), sarà la cura nei dettagli nel ricostruire ambienti e abiti dagli anni ’70 ad oggi, ma questo spot ci è piaciuto tantissimo.
Capace, seppur in forma metaforica ed edulcorata, di raccontare come non spesso avviene il percorso intricato e complesso a cui va incontro chi decide di fondare un’azienda, lo spot di HSBC parte della campagna “It’s Never Just Business” è un esempio pregnante di un buon storytelling, che ci racconta il viaggio di un “eroe” verso la conquista finale.
“Lift è davvero una metafora del viaggio di un’azienda e delle persone che ne sono a capo. Ci guida attraverso il tempo, e hai modo di vedere e provare quegli eventi che accadono nel ciclo di vita di un’impresa. Sì, è un viaggio in ascensore, ma è il più straordinario viaggio in ascensore del mondo.” Nick Rowland, Grey London Creative Director
Apple: History of sound
Dai primi grammofoni ai sistemi digitali, la storia della musica e dei suoi supporti di registrazione ed ascolto è stata attraversata da grandi innovazioni. Apple è stata senza dubbio una grande protagonista in questo senso per quanto riguarda almeno l’ultimo decennio. Questo è lo spot realizzato per il lancio di Apple Music, e che ripercorre gli ultimi 127 anni di storia del suono.
Honda: Give and Take
Da una parte metti, dall’altra togli. Non si può avere tutto. La vita è un compromesso. Honda ci tiene a farci sapere che queste regole di vita non valgono per il suo nuovo modello, e ha scelto di farlo usando una buona dose di morphing ad effetto comico assicurato.
Target: Take Pride
In occasione del Pride Month, Target ha rilasciato la sua campagna istituzionale #takepride in supporto della comunità LGTB.
Un collage di immagini originali e contenuti documentaristici accompagnati da un voice over emozionante, in grado di rendere universale e coinvolgente un messaggio importante: “We’re not born with pride. We take pride. Pride in celebrating who we were born to be” (Non siamo nati con l’orgoglio. Ci prendiamo l’orgoglio. L’orgoglio di celebrare quello che siamo nati per essere.)
Heineken: The Insider
Ultimo episodio in ordine cronologico della campagna istituzionale di Heineken, “Open Your World“. Questa volta protagonista è Parigi con le sue vie meno conosciute, i suoi locali più esclusivi e i suoi personaggi più interessanti.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Elena Silvi Marchinihttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngElena Silvi Marchini2015-06-15 13:40:542015-06-15 13:40:54HSBC, Apple, Honda: i migliori video della settimana [VIDEO]
Come tutto anche il nostro modo di vivere e abitare evolve: cambiano l’esigenze e con queste le strutture, l‘arredamento, la funzionalità degli oggetti. Un’evoluzione la cui interpretazione diventa sfida chiave per proporre soluzione e rimanere protagonisti nel mercato. Ikea che da sempre fa dell’innovazione uno dei suoi tratti distintivi non poteva certamente sottrarsi a questa sfida. Non affatto un caso per chi conosce l’azienda svedese, da sempre in prima linea nel proporre al proprio pubblico un approccio sempre nuovo e distante dai soliti schemi: design, comunicazione, proposta commerciale, non c’è tratto che non sia influenzato da questa visione. Chi meglio quindi di Marcus Engman, responsabile Ikea per la progettazione di nuovi prodotti, poteva darci qualche previsione sulla casa del futuro?
La casa, uno spazio sempre più “fluido”
Per consuetudine e tradizione siamo sempre stati abituati a pensare alla casa come un’ambiente “fisso”, caratterizzato da una struttura e composizione molto rigida. Una camera con letto e armadio, una sala con divano e tv, schemi ordinati che nel prossimo futuro potrebbero scomparire. La continua urbanizzazione (entro il 2017, l’Organizzazione Mondiale della Sanità prevede che la maggioranza delle persone vivrà nelle aree urbane) sta spingendo verso spazi abitativi sempre più piccoli e soprattutto eclettici, capaci cioè di reinventarsi ed avere spesso utilizzi molto differenti.
Un cambiamento che segnerà profondamente anche l’arredamento, con oggetti che dovranno essere ibridi, in grado di rispondere contemporaneamente a esigenze molteplici. Il classico divano sarà anche letto e perché no, luogo dove mangiare.“Stiamo già assistendo all’acquisto di molti più divani letto che divani”, dice Engman. Un trend che non smetterà e che potrebbe far diventare il nostro vecchio caro divano il centro della casa: un mobile multi-uso dove socializzare, riposarsi, mangiare.
Ben presto, uno sgabello potrebbe essere il mobile più importante
Come detto dovremmo abituarci a vivere spazi sempre più ridotti e conseguentemente meno ammobiliati. La contaminazione diverrà l’elemento essenziale in fase di progettazione, trasformando gli odierni mobili in elementi polifunzionali. Dice Engman:
“È possibile che presto uno sgabello diventi uno dei pezzi più importanti dei mobili nella vostra casa, perché può fare così tante cose oltre essere uno sgabello. Si può usare come un comodino, una sedia, un tavolino o una scaletta e si può facilmente progettarli per renderli componibili.“
Pronto a scegliere il tuo nuovo sgabello?
La fine delle “case magazzino”
La casa è sinonimo di memorizzazione. Ogni angolo di essa presenta strutture atte a conservarei nostri oggetti: cassettiere, armadi, librerie, mensole CD. Un’abitudine che già sta svanendo, stretta tra la limitazione di spazio degli appartamenti odierni e le nuove tecnologie di archiviazione che non necessitano di spazio fisico (cloud). Un minor numero di oggetti che ci porterà a migliorare il nostro rapporto con questi, spingendoci a renderli visibili e parte essenziale dei nostri spazi.
Vetrine e mensole aperte prenderanno il posto degli attuali armadietti e mobili chiusi, per accentuare il carattere esibizionista della casa. “La gente vuole mettere in mostra le loro collezioni, non nasconderle“ e proprio per questo gli oggetti dovranno essere funzionali oltre che estetici, così da rispondere alle necessità polifunzionali a cui andremo in contro.
Ecletticità che farà rima con intelligenza e con oggetti sempre più smart. Un esempio? Torniamo da Ikea. L’azienda svedese ha annunciato che lancerà a breve una serie di lampade capaci di caricare wireless dispositivi che supportano tale standard. Un primo piccolo passo verso un futuro in cui mobili e tecnologia conviveranno al meglio. Ciò non significa che i mobili diverranno presto gadget, ma che saranno in grado, grazie a nuove funzionalità, di far diventare la vita di casa più semplice e migliore. Un domani in cui la gente potrebbe scaricare un aggiornamento come oggi fa con lo smartphone e quindi aggiungere nuove features ai propri mobili.
Una partita che suscita grande interesse tra i produttori. Non a caso Ikea ha presentato all’ultimo Salone del Mobile una cucina smart molto simile a ciò che potremmo ospitare in casa nostra negli anni a venire.
Il flat design al servizio del packaging
Parlando di Ikea, come si poteva non parlare di packaging? L’azienda svedese ha rivoluzionato il mercato con i suoi celebri kit di montaggio, croce e delizia di milioni di clienti. Sull’argomento packaging Engman è piuttosto diretto: “Siamo sempre alla ricerca di imballaggi flat“, una soluzione per rendere finalmente le spedizioni sostenibili e vantaggiose. I prossimi anni saranno chiave in tutto ciò e vedranno secondo Engman le aziende sempre più impegnate per trovare soluzioni d’imballaggio migliori, così da incentivare l’acquisto e ridurre il costo dei prodotti.
Una direzione potrebbero essere gli studi del MIT su materiali 4D programmabili, capaci di assumere forme se scaldati o bagnati. Sistemi avveniristici e probabilmente lontani, in grado però di tramutare in realtà questa volontà sempre più flat.
Parola chiave: personalizzare
La passione per la customizzazione, una volontà che conosciamo bene già oggi. Chiunque di noi, seppur in piccolo, vi è rimasto colpito. Una passione che è troppo spesso sinonimo di tempo e costi alti ma che non può non essere considerata dalle aziende. La personalizzazione, la capacità di rendere un oggetto unico e più vicino possibile al desiderio dell’utente/cliente, è probabilmente la frontiera più rilevante nel home design, ma non solo.
Una vera sfida per gli attuali player del mercato, una sfida promettente ma difficilmente conciliabile con le caratteristiche della produzione di massa. I diversi esperimenti che hanno visto la luce oggi indicano quanto rappresenti una priorità, un’eccezione che in futuro potrebbe diventare regola.
L’emozione del tatto
“Le persone passano la maggior parte del loro tempo a toccare schermi“, dice Engman. Una necessità irrinunciabile che può diventare noiosa, appiattendo le sensazioni tattili. Proprio per questo nelle abitazioni del futuro troveranno spazio tessuti strani e fortemente materici, progettati appositamente per contrastare l’effetto piatto dei touch screen.
Materiali capaci di emozionare ricordandoci un senso sempre meno stimolato e al tempo stesso aggiungere valore agli oggetti della nostra quotidianità.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Kuccimurahttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngKuccimura2015-06-15 11:00:492015-06-15 11:00:49La casa del 2020? Eccola, nelle 7 previsioni di IKEA
“Fare carriera” è uno stimolo onnipresente nella vita lavorativa, a qualsiasi livello, per qualsiasi professione. Ecco qualche consiglio per fare ordine nel tuo metodo e nelle tue priorità, cercando di fissare delle mete e arrivare soddisfatto a fine giornata.
Vivi la tua vocazione…
Se ti sei fermato al binomio “lavoro vs carriera” sei già caduto nella prima trappola. Se è innegabile che chi lavora in vista del futuro sia più motivato di coloro che lo fanno meramente per lo stipendio, è ancor più vero che chi lo fa esprimendo se stesso sia ancor più soddisfatto.
Guarda al presente prima che al futuro e concilia vita personale e professionale, poiché il lavoro è uno dei fattori che determina la tua identità: sta a te decidere quanta importanza dargli.
… cercala, trovala e ritrovala
“Talvolta si prende come cattiva abitudine l’essere infelici.” G. Eliot
Prima di cercare un lavoro o di fossilizzarti su quello che hai, prendi coscienza delle abilità e degli interessi che ti definiscono: non cadere nella trappola dell’abitudine, non sederti pensando che sei stanco, ma mettiti in piedi e guarda dall’alto il puzzle della tua professionalità.
Sia che tu sia disoccupato o che tu abbia una carriera avviata, abbi sempre uno sguardo d’insieme, così che, anche se scendi a compromessi, tu sappia sempre dove vuoi arrivare o quando i tempi sono maturi per cambiare rotta.
Ricorda che puoi decidere liberamente il numero di pezzi, ossia l’impegno che vuoi profondere e le competenze che vuoi raggiungere. Probabilmente dovrai scegliere e ri-scegliere, finirai un puzzle e dovrai/vorrai cominciarne un altro, perché la tua carriera difficilmente sarà a senso unico.
Goditi il percorso non la meta, la carriera non il ruolo
La tua carriera è un viaggio formativo: impara, integra, inventa. Nel contesto attuale ci sono poche certezze, quindi non vale la pena focalizzarsi su un ruolo, ma piuttosto sulle competenze: sono queste a determinare il tuo valore e a permetterti di scegliere, quando se ne presenterà l’occasione.
Abbi la pazienza di decidere come arredare la tua mente, ma comincia a farlo ora.
Fai le pulizie di primavera
“La mente umana è come un piccolo ripostiglio vuoto, e sta a noi riempirlo con mobili di nostra scelta.” S. Holmes
Mettere in ordine i propri spazi vitali è un esercizio virtuoso, ma si tratta solo della punta dell’iceberg. Le mensole che devi spolverare e arredare sono nella tua testa: si tratta, anzi, di un bell’appartamento.
Vuoi uno studio privato, un luogo di pace da decorare con la tua passione segreta? Perfetto! Bada però che essa non invada bagno, salotto e cucina, altrimenti ti converrà scegliere se farne il tuo nuovo lavoro o ridimensionare lo spazio che uno dei due occupa nella tua vita. Di sicuro, la soluzione non è quella di ributtarla nello studio, chiudendo la porta prima che debordi fuori.
Cerca una coerenza tra possibilità, voglia e aspettative: puoi fare come il famoso detective, che si sforza di dimenticare che il sole gira intorno alla terra per non occupare memoria inutilmente, ma come lui dovrai accettare lo scherno della gente comune (e magari sorprenderla con il tuo genio).
Sii indispensabile
L’esercizio più utile che puoi fare per auto-formarti è chiederti: “Chi assumeranno se mi licenziano? (/se non assumono me?)”.
La risposta “uno che lavora di più” può valere per un lavoro che non richiede una spiccata professionalità, ma un’azienda è composta dalle competenze e dalla personalità dei suoi dipendenti.
Spesso quello che sai trasmettere vale più di quello che sei: enfatizza le tue abilità dimostrandoti maturo, indipendente, coinvolgente e organizzato e genererai un circolo virtuoso di cui sarai il fulcro, indipendentemente dal tuo ruolo in azienda.
Compiaci te stesso
“La filosofia è paga di pochi giudici, e di proposito evita la folla.” Cicerone
Quanto è sottile il confine tra l’autogratificazione e il prestigio? Quanto è facile cedere alle lusinghe dell’approvazione? Dove finisce davvero la volontà degli altri e dove inizia la mia? E ancora: è più utile insegnare ad una platea o essere il più ignorante nella stanza? Essere applauditi o applaudire? Scrivere un libro o leggerlo?
Aristotele afferma che l’uomo è un animale sociale, e questo si manifesta in modo subdolo nella tua menti, come in quella di tutti noi, portandoci spesso a scegliere il plauso immediato piuttosto che la tranquillità nel sonno.
Il prestigio è una tentazione onnipresente, e dunque una distrazione che ti impedisce di operare scelte razionali. Ottenere il favore di clienti, colleghi e superiori rischia di diventare la tua priorità senza che tu te ne accorga. Non ignorare gli altri, impara da loro, ma non alimentarti dei giudizi esterni, perché minano la tua autostima.
Pensa a te stesso. Fai in modo di sorridere alla fine di un compito senza cercare l’approvazione degli altri: magari arriverà, ma sarà secondaria. Sei tu a innaffiare le radici dell’albero della tua carriera personale, e sempre tu deciderai come potarlo, di volta in volta.
Crea bei ricordi
Ridi, trastullati, bighellona, socializza. Prenditi le tue pause, che aiutano a scandire il lavoro, e concediti il tempo per scambiare due battute con i colleghi/clienti o per cogliere il lato comico di un incarico.
I bei ricordi si fissano nella memoria portandosi dietro le nozioni tecniche, ed entrambi devono far parte della tua carriera lavorativa.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Doubleharkenhttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngDoubleharken2015-06-15 09:30:142015-06-15 09:30:14Fare carriera, 7 consigli per lavorare soddisfatti
Ogni giovane imprenditore con un sogno e con la determinazione di trasformare quel sogno in realtà, spesso si rivolge ad acceleratori d’impresa o partecipa a gare per conquistarsi i favori di Business Angel in grado di fornirgli il supporto necessario per poter prendere il volo. Abbiamo intervistato Anna Testa, a capo del #WCAP di Telecom Italia a Milano e giurata del Demo Day che si terrà a chiusura dello Startup Pitch Lab di Ninja Academy. Ecco qualche prezioso consiglio per evitare strafalcioni e affascinare l’audience per avere l’attenzione che il nostro progetto merita.
In quanto responsabile del TIM #WCAP di Milano ne avrai sentiti di pitch. Cosa non vuoi più sentirti dire da chi ti presenta la sua idea d’impresa?
“Come è composto il team?” Risposta: “Da me soltanto”. Il team è la vera cosa che conta. Monadi isolate non sono un buon biglietto da visita per gli investitori, da diversi punti di vista.
Il primo è che il rischio è focalizzato su una persona soltanto, il secondo è che è impensabile che il business possa essere portato avanti da un solo individuo, soprattutto in ottica di scalabilità – anzi direi che è proprio impossibile! Infine, essere da soli non è dimostrazione del fatto di essere ottimi comunicatori con abilità persuasive: se non si è convinto uno sviluppatore a lavorare al proprio progetto nonché sulla bontà di quest’ultimo, è evidente che sarà difficile farlo con un investitore.
Qual è l’errore più comune commesso dai founder alla prima esperienza?
L’errore più comune è l’ideare un prodotto senza aver prima testato il mercato. Il programma di accelerazione si focalizza proprio su questo aspetto.
Presentaci il TIM #WCAP come se dovessi fare il pitch di una startup.
TIM #WCAP fa crescere le imprese di domani.
Da giurata delle startup partecipanti allo Startup Pitch Lab, che consiglio daresti a coloro che dovranno mettere alla prova il loro pitch?
L’attenzione di chi analizza diverse idee e in un lasso di tempo ristretto può calare nel giro di un paio di minuti. La presentazione deve essere d’appeal e riassumere i punti chiave già dalle prime 2/3 slide. Bisogna essere “sexy”, chiari e grintosi. È necessario spiegare in maniera sintetica sin da subito il problema che si risolve e la relativa soluzione.
Se si è riusciti ad essere abbastanza accattivanti sin dalle prime battute, si riuscirà a stimolare la curiosità degli investor e magari a portare a casa qualche risultato.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Nickyhttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngNicky2015-06-12 17:40:362015-06-12 17:40:36Come conquistare un business angel con un pitch? [INTERVISTA]
Lo scorso 11 giugno siamo stati a Parigi per il PrestaShop Day, il più grande evento sull’eCommerce in Europa, durante il quale gli esperti hanno fatto il punto della situazione del settore. Non poteva mancare, naturalmente, Bruno Lévêque, co-founder di PrestaShop, al quale abbiamo posto qualche domanda su PrestaShop e sull’importanza della community.
Il PrestaShop Day ha avuto un enorme successo. Cosa diresti al tuo te del passato?
Probabilmente mi direi di non avere timore, di essere ambizioso fin dall’inizio. Quando è nato PrestaShop non avevo idea che sarebbe diventato così grande. Ogni volta che raggiungiamo una milestone, ad esempio quando abbiamo raggiunto 100 membri, e poi 10mila, 100 mila e quest’anno saranno un milione, pensiamo sempre che sia fantastico. Ma poi se penso a Pinterest (la cui country manager francese era tra gli speaker dell’evento) e vedo che hanno 17 milioni di utenti, mi viene voglia di pensare ancora più in grande! Quindi mi direi “pensa in grande”, e in realtà è ciò che effettivamente ho fatto grazie a mentor, investor, business angels che mi hanno dato dei buoni consigli.
Hai fondato PrestaShop a 22 anni. Quale momento ricordi con maggiore emozione?
Uno dei ricordi più belli risale al primo mese, quando eravamo un piccolo team che lavorava in un piccolo ufficio di 20 mq. Il ricordo più bello riguarda la prima telefonata che abbiamo ricevuto. Non avevamo soldi, nessun budget per il marketing, avevo usato 3000 euro dei miei soldi per fondare PrestaShop all’epoca ed è solo grazie al sito, al prodotto e alla community che cominciava a crescere. Così abbiamo ricevuto la prima telefonata e credo che quel ragazzo sia qui oggi. Il suo nome era Ludovique, viveva nell’Est della Francia e ci aveva chiamato solo per dirci che il nostro prodotto era fantastico, ma che aveva fatto delle migliorie e che avrebbe voluto mandarcele. È stato il primo contributo che abbiamo ricevuto.
All’epoca il mio scopo era quello di creare una web agency e PrestaShop doveva solo essere il nostro prodotto per l’eCommerce per avere un vantaggio competitivo sulle altre agenzie. Ma col tempo il software è diventato così importante e la community così vasta che abbiamo dovuto chiudere l’attività della web agency e focalizzarci sul software.
Oggi hai presentato la nuova mascotte di PrestaShop, Preston – che, a proposito, adoro – e il nuovo claim che è “WeCommerce is better eCommerce”. Puoi spiegarci il concetto che sta dietro al rebranding dell’azienda?
WeCommerce è una combinazione tra la community e PrestaShop. Sono convinto che tutti abbiano un talento individuale, ma è la combinazione del talento della community che rende PrestaShop favoloso. Ecco perché abbiamo scelto questo slogan e come mascotte Preston, che è un pulcinella di mare. È un animale molto affascinante, che vive in comunità, vola in tutto il mondo, sempre in comunità, ed è un animale molto leale, che sceglie il suo partner per tutta la vita. È stato facile e logico scegliere questo animale come simbolo della nostra community.
Prima hai detto di pensare sempre in grande. Dove vedi PrestaShop tra 5 anni?
Tra 5 anni, e forse anche prima, raggiungeremo un milione di store attivi. Oggi sono 250mila, quindi siamo al 25% dell’obiettivo. Vogliamo diventare la community di eCommerce più grande al mondo e vogliamo essere ovunque. Ora siamo in 207 diverse nazioni e vogliamo continuare a tradurre la piattaforma in altre lingue, avere moduli locali (moduli per la spedizione o il pagamento per ogni nazione del Mondo), ed ecco perché abbiamo lanciato il fondo da 1 Milione di dollari dedicato ai developer. I nostri obiettivi sono la community e il numero di store attivi.
L’Italia è il terzo Paese in Europa per utilizzo di PrestaShop, dove Francia e Spagna. Cosa pensi della community italiana?
La community italiana è cresciuta drammaticamente. È sempre un piacere venire in Italia, ho partecipato agli ultimi eventi a Milano, come il Netcomm Forum e il Meetup PrestaShop. L’eCommerce in Italia sta crescendo e sta diventando sempre più professionale.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Ayumi Kenseihttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngAyumi Kensei2015-06-12 16:42:142015-06-12 16:42:14Bruno Lévêque su passato, presente e futuro di PrestaShop [INTERVISTA]
Le startup sono un’impresa, e si sa, lanciarsi in un’avventura imprenditoriale in Italia non propriamente è un gioco da ragazzi.
Eppure i media nazionali alternano il catastrofismo alle storie di epici successi di startup innovative. Ma come è possibile che un giovane riesca a costruire un’azienda nel Belpaese con una burocrazia soffocante, il Made in Italy mortificato (vedi battaglia a Bruxelles sull’etichettatura obbligatoria) e una tassazione così esosa?
Un recente editoriale di Dario D’Elia, direttore di “Tom’s Hardware”, cita un’indagine dell’Università di Bologna e ASTER (il consorzio della Regione Emilia Romagna per l’innovazione e la ricerca industriale) svelando l’arcano: 9 startup italiane su 10 sono finanziate dai soldi di mamma e papà. Tra le voci autorevoli a sostegno dello studio di D’Elia arriva anche quella del presidente nazionale di Confartigianato Giorgio Merletti, che denuncia la situazione in un recente tweet.
Abbiamo parlato di questo tema (e di molto altro) con Benedetta Gueresi, 40enne mantovana fondatrice di “Gueresi Financing” (con sede a Firenze e Mantova), consulente in progettazione finanziaria e in investimenti d’impresa per attività di sviluppo e internazionalizzazione, progettista in ambito di fondi europeo e mediatore creditizio. Benedetta ha svolto anche numerose attività didattiche per conto di Ecipar Rimini, Federazione Banche Credito Cooperativo di Milano, Assindustria Siena, Nuovo Cescot Bologna, Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” etc.
Ciao Benedetta, partiamo forte: cosa ne pensi di questa indagine che ci dice che 9 startup su 10 cominciano solo grazie ai soldi di mamma e papà?
Diciamo che la mia esperienza parla di una realtà molto particolare (finanza agevolata) che in buona parte suffraga quanto sostenuto dall’indagine da te citata. Innanzitutto capiamoci subito su una cosa: quando cerchiamo liquidità per fare impresa la banca non è il soggetto tutor che ci instraderà, tenterà anzi di dissuaderci. Anche se nel 70% dei casi dalla banca non si potrà prescindere, indirettamente o come appoggio, tuttavia si dovranno/potranno utilizzare tutta una serie di misure finanziarie – purtroppo non conosciute o conosciute male – che, se ben gestite e miscelate tra loro, aiuteranno notevolmente a bypassare il problema del mancato appoggio bancario, alleggerendo così anche l’apporto di “mamma e papà”. Dal mio punto di vista, i fattori frenanti per l’accesso al credito delle startup, sono principalmente 3:
1)Mancata Progettazione Finanziaria: gap derivante da scarsa professionalità di consulenti-coaches, soprattutto pubblici; dalla complessità nel “reperire”, “capire”, e “sfruttare” informazioni utili per accedere a tutta una serie di misure agevolative di fundraising; dall’eccessiva burocratizzazione del sistema, che stronca sul nascere sia la ricerca che lo sfruttamento dei fondi.
2)Business Idea deficitaria: se è vero che il sistema finanziario poco appoggia le nuove aziende è anche vero che prima di lamentarsi del mancato appoggio di un soggetto finanziatore (sia esso banca, stato, UE, o venture capitalist) bisognerebbe farsi delle domande serie circa la bontà del proprio progetto, prima tra tutte: “Se fossi una terza persona e leggessi il mio progetto, mi colpirebbe e ci crederei?”
3) Sistema bancario distorto: L’Italia è uno dei pochi paesi al mondo (ci batte anche il Belize!) in cui le banche finanziano solo il certo e non hanno interesse a scuotere il sistema finanziando un progetto sulla base di una business idea supportata da un business plan potenzialmente vincente. Per le banche italiane viene prima il profitto garantito e poi, eventualmente, il rischio calcolato. Ecco perché il trend di oggi ci indica che le aziende finanziate, nonostante grandi proclami dei politici di turno, sono solo le PMI già stabili sul mercato (quindi mature), prevalentemente operanti in settori tradizionali e con cash flow convincente per le banche.
A che punto è il mito dei giovani che dal nulla fanno impresa (e magari anche i soldi)?
Credo poco ai miracoli finanziari. La categoria “giovani imprenditori” in realtà maschera una generazione di 30-45 enni che tenta di uscire dall’empasse di una vita fatta di precarietà ed insoddisfazione (magari dopo anni di studio ed esperienze lavorative non qualificanti) cercando un’identità lavorativa nuova e gratificante. Difficilmente ho incontrato sul mio percorso lavorativo nuove imprese giovani costituite da titolari al di sotto dei 30 anni che d’emblée partissero con idee chiare, capacità gestionale e know how all’altezza del mercato.
Secondo aspetto: difficilmente o raramente si diventa “ricchi” se si parte dal nulla, a meno che non si sviluppino progetti altamente innovativi, fuoriusciti, per esempio, da spin-off universitari (casi rari); o incubatori d’impresa pubblico-privati; oppure a meno che non si sviluppino rami aziendali direttamente collegati ad aziende famigliari, preesistenti da tempo, e da cui “succhiare” linfa finanziaria e fette di mercato che garantiscono crescite al di sopra della media. Il mito “giovane”, “sconosciuto”, “talentuoso e velocemente ricco” poco si sposa con la realtà.
Donne e startup: da donna, cosa ne pensi del proliferare di bandi e finanziamenti in rosa?
Come sai non credo nella ghettizzazione delle donne e sono per la meritocrazia a tutti i livelli e per tutti: se vali devi avere una possibilità, a prescindere che tu sia donna o uomo. Non avrei mai approvato le quote rose, figuriamoci i bandi in rosa.E poi, parliamoci chiaro: che cosa significa “imprenditoria femminile”? Cosa denota rispetto ad “un’imprenditoria maschile”? Dopo tanti anni non l’ho ancora capito. A mio parere con il pullulare dei bandi in rosa si è creata una distorsione di mercato tale per cui da un lato tali bandi si sono rivelati – anche a causa della loro stessa strutturazione tecnica (parametri, punteggi valutativi ecc) – fautori di centri estetici, saloni di bellezza, aziende di pulizie, negozi d’abbigliamento, bar (quindi più un incentivo alla tradizione che non un incentivo verso l’innalzamento del livello imprenditoriale femminile) e dall’altro sono divenuti spesso un mezzo “maschile” per la realizzazione di nuove attività imprenditoriali. Mi è capitato direttamente di vedere aziende nelle cui compagini societarie figurano, come titolari aziendali (spesso senza averne competenza) mogli, madri, cugine amiche, nonne ma poi effettivamente chi opera è “il maschio” di famiglia.
Startup innovative, web e comunicazione: sarebbero quasi il 30% del totale. Secondo la tua esperienza, qual è l’identikit di chi le crea.
Per lo più sono costituite da ragazzi tra i 30 e i 35 anni massimo, al 50% laureati in materie scientifiche (ingegneria, informatica e marketing), e al 50% diplomati presso istituti tecnici, provenienti da precedenti esperienze lavorative (spesso poco edificanti) ma nei settore d’interesse. Tutti loro difficilmente alle prime armi o freschi di studi. Purtroppo sono poco inclini alla brevettazione e alla tutela intellettuale del proprio lavoro (marchi registrati), probabilmente anche per la difficoltà del processo stesso di brevettazione.
Puoi farci un esempio del ciclo di vita di aziende “giovani” per cui hai lavorato su bandi e finanziamenti. Come nascono, come crescono e come (e se) finiscono.
Tra le aziende seguite e che seguo tutt’ora esempio che mi piace citare è “Tecom Energie Srl“, micro-impresa localizzata a Mantova, costituita nel 2010 da Lorenzo Sacchi, architetto oggi 31enne, specializzato nella ristrutturazione di edifici storici con la passione per l’efficienza energetica. Tecom nasce come successione naturale alla precedente azienda di famiglia (operante collegato ma differente) ed inizia ad operare nell’ambito dell’efficienza energetica. La prima fase di startup (primo anno) è stata autofinanziata; io sono entrata in azienda nel luglio 2011 quando era necessario reperire risorse per sviluppare nuovi prodotti e servizi, assumere personale, potenziare la struttura aziendale in termini di tutela proprietà industriale. Alla fine del 2011 abbiamo richiesto ed ottenuto un finanziamento a valere su fondo Firm Fesr – Regione Lombardia, per la prototipazione di un nuovo sistema di pilotaggio luci led. Nel Maggio 2012 abbiamo richiesto ed ottenuto un voucher a fondo perduto per assunzione a tempo indeterminato di un giovane tecnico e, nel medesimo anno, abbiamo richiesto ed ottenuto un finanziamento nazionale a fondo perduto per il deposito del marchio europeo. Oggi, al 4° anno di operatività, l’azienda funziona bene, investe, ha assunto altro personale e prevedo lunga vita, soprattutto per il coraggio che ha di investire. La moria di startup spesso avviene al secondo/terzo anno quando viene meno la capacità gestionale: spesso non si ha il polso del mercato, non se ne capisce l’andamento e si ha scarsa flessibilità rispetto alle sue richieste.
Startup in Italia: la nuova impresa è destinata a rimanere un argomento da convegno?
Per mia natura sono sempre molto realista e oggettiva, ma non distruttiva. Credo nelle nuove aziende, ma non credo nell’approssimazione e soprattutto non credo che tutti possano fare impresa. Sarà possibile incentivare la nascita fluida di nuove imprese, sfruttando appieno anche la potenzialità di finanziamenti pubblici e soggetti finanziatori terzi, solo quando ci saranno delle precise condizioni: da un lato quando il Sistema-Italia sarà sburocratizzato e reso finalmente snello, libero dalle influenze forti di lobbies finanziarie e produttive, che troppo spesso incidono anche sulla programmazione finanziaria delle risorse pubbliche e, dall’altro lato, quando chi vuole fare impresa sarà effettivamente pronto e preparato per assumersi tale responsabilità. Qui entra in gioco la scuola, a tutti i livelli: insegnare ai giovani italiani la responsabilità, dovrà essere la principale sfida formativa del futuro.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00David Mazzerellihttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngDavid Mazzerelli2015-06-12 15:20:272015-06-12 15:20:27Startup: per cominciare serve l'aiuto di mamma e papà? [INTERVISTA]
Era il 1947 quando la coprywriter Frances Gerety, dell’agenzia pubblicitaria N. W. Ayer & Son, partorì uno degli slogan pubblicitari di maggior successo nel mondo dell’advertising.
Aveva un cliente di quelli difficili da accontentare, la De Beers, un colosso dell’oreficeria che voleva lanciarsi sul mercato delle gemme e pietre preziose con un messaggio evocativo ma allo stesso tempo saldo, che identificasse al meglio il concetto d’amore e di matrimonio per le famiglie americane.
Frances al termine di un lungo processo creativo propose ai suoi committenti il seguente testo da associare alle future campagne De Beers: un diamante è per sempre.
Il messaggio era (ed è ancora) di una chiarezza disarmante, perfetto, sintetico e si adattava come un guanto alle esigenze richieste.
Un diamante è per sempre v2.0: la campagna 2015
Quello slogan viaggia per le settanta primavere a passo spedito, negli anni è diventato parte integrante delle campagne pubblicitarie della De Beers con tale forza ed iconicità da meritarsi il titolo di “slogan del secolo” dalla rivista Ad Age nel 1999 e, stando alle dichiarazioni dei grandi capi della Forevermark (uno dei marchi del gruppo) sarà oggetto di un vero e proprio reboot per la campagna autunnali della collezione autunnale.
Veniamo nello specifico ai parametri di quella che sarà la campagna autunnale della Forevermark.
Charles Stanley, presidente della divisione statunitense del marchio, ha così illustrato la scelta di riutilizzare lo slogan del 1947 e come verrà messa in atto:
It can bring greater emotional attachment to our name and can help us propel our awareness much more strongly.
[…] and along with that is the aspiration to last forever. To hold on your hand forever.
Può generare un grande attaccamento emotivo al nostro nome ed aumentare con maggior forza la nostra consapevolezza come marchio. […] inoltre vi è l’ispirazione a che (la relazione) duri per sempre. Affinchè ci si tenga per mano per sempre.
Si tratta di un ricorso a meccanismi di brand awareness che hanno mostrato la loro efficacia in tutto il secolo scorso, De Beers in questo senso “gioca sul sicuro” ed ha già preannunciato che oltre a tutte le iniziative di pubblicazioni standard, il lancio della campagna verrà corredato da un nuovo spot televisivo ad hoc ed un evento a New York.
De Beers ed il reboot dello slogan, revival o riabilitazione identitaria ?
Calma non siamo impazziti, né abbiamo intenzione di scivolare off-topic passando dai diamanti a Guzzanti (nonostante la cosa ci solleticherebbe non poco). Il video che vi abbiamo appena mostrato è uno degli effetti che a nostro avviso ha portato la De Beers a riutilizzare il “suo” slogan marcando questa scelta con tanta forza.
Sempre in relazione alla presentazione della campagna dalla Forevermark hanno fatto sapere che durante i gruppi di studio, “un diamante è per sempre” veniva inserito nelle ricerche ai campioni di utenti ed in molti casi questi ultimi non riuscivano ad abbinare il motto a nessun marchio, solo di rado si ricordavano appartenesse alle collezioni De Beers.
Questa piccola rivelazione può essere quindi indicatrice di un fenomeno che rischiava di compromettere il rapporto tra slogan e marchio per cui era stato creato.
Se in molti non sanno a quale prodotto si riferisca “un diamante è per sempre” pur riconoscendo quella frase come propria del comune sentire visti i continui usi e adattamenti anche in altri ambiti nel corso degli anni (e di qui la parodia del Tremonti ministro), significa che quello stesso slogan ha perso la sua riconoscibilità per il brand, da icona è diventato un soggetto a sé stante.
In un certo senso possiamo vedere questo fenomeno come una nemesi della marchionimia. La marchionimia è quel fenomeno legato ai nomi commerciali di prodotti di così grande impatto nel quotidiano tale per cui il nome del marchio si sostituisce alla nomenclatura del prodotto stesso. Tanto per fare un esempio, è il fenomeno per il quale siamo soli chiamare scotch il nastro adesivo, come se scotch fosse il nome in inglese del nastro quando in realtà è solo una marca di nastro adesivo. O per le creme di nocciola che nel nostro sentire comune chiamiamo sempre e comunque Nutella o simil-nutella.
In questo caso sembra si sia verificato l’esatto contrario, lo slogan invece di appiccicarsi al marchio creando un legame indissolubile ha finito col “mangiarsi” il brand e slegarsi dallo stesso. A questo punto è probabile che alla Forevermark abbiano tentato di invertire la rotta riappropriandosi del motto affinché sia ben chiaro, ogni qual volta si pronunci quella frasi in qual si voglia contesto, che il rimando cognitivo deve essere ai diamanti De Beers ed a nessun altro.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.png00Hikari-Kunhttps://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2018/06/nm-logo-new.pngHikari-Kun2015-06-12 12:00:082015-06-12 12:00:08Lo slogan del secolo pronto per il reboot: De Beers (ri)lancia "un diamante è per sempre"
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