Buche nelle strade? Ci pensano Twitter e Tweeting Pothole!

Con acquazzoni estivi e probabili temporali violenti, è capitato molte volte di trovare le strade in condizioni che fanno pensare immediatamente a paesaggi lunari anziché a città urbane: poca manutenzione, asfalto steso male, meteo avverso e la città si riempie di buche (spesso più simili a vere e proprie voragini) capaci di mettere in difficoltà anche guidatori attenti ed esperti. Twitter, in questo caso sembra non essere uno strumento utile a risolvere il problema. A Panama, però non è così.
Telemetro Reporta, un’importante stazione televisiva panamense, in collaborazione con niente meno che Ogilvy e Mather, ha infatti deciso di lanciare l’iniziativa Tweeting Pothole, che sfrutta proprio Twitter per provare a risolvere il problema del manto stradale.

Il progetto è molto semplice: installare un device all’interno delle buche che, una volta azionato dal passaggio dell’auto, invia automaticamente un tweet di protesta alla pubblica amministrazione, sollecitando così una risposta e – possibilmente – una risoluzione.

L’account Twitter El Hueco Twitero ha ottenuto un enorme successo raggiungendo oltre 5.000 follower. Dato l’elevato numero di buche stradali e di dispositivi installati, il Ministero dei Lavori Pubblici è stato letteralmente sommerso dai tweet di reclami spiritosi e ironici provenienti dalle buche e ha iniziato ad occuparsi del problema riparando l’asfalto delle città e facendo diventare Twitter e il progetto Tweeting Pothole il vero asso nella manica degli automobilisti di Panama.

Vorreste anche voi una cosa del genere nelle vostre città? Pensate che possa essere una buona iniziativa?

Digital Scoreboard 2015: come cresce il digitale in Europa [REPORT]

Digital Scoreboard 2015 come cresce il digitale in Europa [REPORT]

Secondo la Digital Agenda Scoreboard 2015, il documento che analizza annualmente la situazione del digitale in Europa, molti degli obiettivi previsti per la digitalizzazione dell’Unione europea sono stati già raggiunti, mentre molti altri restano ancora mete piuttosto lontane.

Se sei nato negli anni Ottanta probabilmente da bambino immaginavi il 2015 come un futuro in cui tutti avremmo indossato assurde tute spaziali, avremmo già viaggiato su macchine volanti e utilizzato gli ologrammi per sostituirci sul posto di lavoro. Invece, tra i traguardi che i Paesi dell’UE non hanno ancora raggiunto c’è quello relativo alla diffusione dell’eCommerce come strumento di ampliamento del mercato potenziale. Una realtà che per le imprese è ancora distante anche a causa delle differenti normative nazionali.

Molte PMI ancora non vendono online e anche l’eShopping resta prevalentemente un’estensione dello shopping reale, dato che difficilmente si effettuano acquisti da altri Paesi dell’Unione.

Durante la Digital Assembly a Riga, il commissario europeo per l’economia e la società digitali Gunther Oettinger ha presentato i dati del report annuale analizzandoli sulla base di cinque dimensioni fondamentali: connettività, capitale umano, eCommerce, cloud e servizi online, e-Government e infine ricerca e sviluppo.

Secondo quanto emerge dalla Digital Agenda Scoreboard 2015, la strategia per il mercato unico digitale è stata adottata al momento giusto e può contribuire in modo significativo a risolvere le questioni in sospeso per il digitale in Europa.

Il primo passo del digitale in Europa: tutti connessi

Digital Scoreboard 2015 come cresce il digitale in Europa [REPORT]

Riusciresti ad immaginare di trascorrere un’intera giornata senza collegarti ad Internet per controllare la tua posta o per postare il tuo ultimo imperdibile selfie?

Forse allora ti serve sapere che negli ultimi due anni si sono registrati 20 milioni di abbonamenti in più a Internet a veloce (almeno 30Mbps), ma gli abbonamenti veloci restano comunque meno di un terzo del totale. Decisamente più rapida la diffusione del 4G, disponibile per il 79% delle famiglie, rispetto al 27% di due anni fa, fattore direttamente collegato all’enorme crescita del l’uso di dispositivi mobili.

La banda larga oggi è disponibile a tutti in Europa grazie alle tecnologie fisse, che coprono il 97% delle famiglie. Resta invece insufficiente la copertura Internet delle aree rurali.

LEGGI ANCHE: Il futuro è dei droni? Gli ultimi successi di un mercato in espansione

Il paragone con gli Stati Uniti è ancora impari, dato che il traffico Internet per utente (download e upload) è molto più elevato negli Stati Uniti che in Europa sia su rete fissa (75GB contro 39GB al mese) che su mobile (1,8 GB vs 0,8GB al mese sugli smartphone).

Nel 2014 l’82% degli europei si è connesso a Internet, il 75% dei cittadini UE lo usa regolarmente, mentre il 65% lo usa ogni giorno. Insomma, potrebbe sembrare assurdo, ma un 18% della popolazione europea non ha ancora mai usato Internet.

Cosa facciamo online?

Digital Scoreboard 2015 come cresce il digitale in Europa [REPORT]

Ben il 52% degli europei va online per leggere le ultime notizie e informarsi, mentre il 47% utilizza il web per accedere a servizi di e-Government.

Il 46% degli utenti va online per accedere ai propri profili sui social network, mentre il 38% scarica musica, film e giochi. Il 29% usa il web per chiamare o video chiamare.

Nonostante l’enorme diffusioni di dispositivi mobili, che ci permetterebbero di avere a disposizione i nostri dati sempre e ovunque, solo il 22% dei cittadini dell’Unione utilizza servizi di cloud per archiviare dati.

Cosa vogliono gli Europei

Digital Scoreboard 2015 come cresce il digitale in Europa [REPORT]

Tra i desideri principali degli Europei c’è quello di poter fruire musica e video direttamente online, da altri Paesi dell’UE quando sono a casa e dal proprio Paese quando si trovano all’estero.

Ma il web è anche un ottimo strumento per lo shopping e il 50% degli Europei fa acquisti online, mentre il 44% utilizza strumenti di banking online.

Solo uno su sette, però, compra da altri Paesi dell’UE. Il motivo? Principalmente la paura.
Paura che i nostri dati personali vengano usati in modo scorretto, o che i dati del nostro conto bancario vengano rubati, o ancora paura di non poter cambiare o restituire ciò che abbiamo acquistato.

Il problema delle vendite online in Europa

Digital Scoreboard 2015 come cresce il digitale in Europa [REPORT]

Foto: Melenita

Internet è un ottimo strumento per vendere, ma solo il 15% delle aziende europee vende online.
Nell’eCommerce le PMI sono ancora lontane dalle grandi compagnie: solo il 14,5% vende online, contro il 35% delle grandi imprese. E appena il 9% delle vendite proviene dall’eCommerce.

Solo il 7% delle PMI vende online ad altri Paesi dell’UE, soprattutto a causa di alcune barriere: costi di trasporto e spedizione troppo elevati, garanzie costose, tassazioni straniere troppo complicate, scarsa conoscenza di norme e regolamenti.

Uno dei problemi principali del digitale in Europa resta la scarsa uniformità delle normative: se le regole per l’eCommerce fossero le stesse in tutti i Paesi dell’Unione, il 57% delle imprese prenderebbe in considerazione l’idea di vendere online verso altri Paesi.

Gli Europei hanno ancora bisogno di skill digitali

Una società digitale è composta da cittadini con competenze digitali e ancora solo il 60% degli Europei possiede competenze digitali di base.

Ma una società digitale è basata anche su un’economia digitale e quindi composta da lavoratori digitali. Negli ultimi dieci anni i lavoratori dell’ICT sono cresciuti di più del 3% all’anno, in tutti i settori dell’economia, anche se i posti di lavoro destinati a professionisti con competenze specifiche sono ancora difficili da coprire e il 41% delle imprese riscontra problemi nel reclutamento di personale in grado di rispondere alle specifiche esigenze informatiche.

L’Europa ha bisogno di lavoratori digitali e il 32% dei lavoratori possiede solo competenze digitali scarse.

Il progresso dell’Unione è dato dal progresso dei singoli Paesi

digitale in europa

Secondo il DESI (Digital Economy and Society Index) Danimarca, Svezia, Olanda e Finlandia primeggiano nel rank digitale europeo, mentre l’Italia resta tra i Paesi con uno sviluppo più lento del digitale in Europa, insieme a Croazia, Grecia, Romania, Polonia, Cipro, Slovacchia, Repubblica Ceca, Ungheria e Bulgaria.

Le tecnologie digitali e Internet stanno già trasformando il nostro mondo. Ma le barriere esistenti rappresentano una perdita di beni e servizi per i cittadini, un limite per le imprese sul web e per le startup, un ostacolo per aziende e amministrazioni pubbliche, che non possono beneficiare pienamente degli strumenti digitali.

Abbattere i muri che regolano il mercato digitale in Europa, passando da 28 mercati nazionali ad uno solo, potrebbe contribuire alla nostra economia, secondo le previsioni dell’UE, per 415 miliardi di euro all’anno, creando circa 3,8 milioni di posti di lavoro.

Facebook: con "See First" metti gli amici in primo piano

Spesso Facebook è fonte di noia, diciamoci la verità. Ogni utente ha tanti amici che pubblicano contenuti interessanti, ma che purtroppo spesso si perdono in un mare di post pubblicati da conoscenti e dalle pagine seguite. Anche gli sviluppatori della piattaforma si sono accorti di questa problema e, per assicurarsi che la noia non porti nessuno ad abbandonare la nave, hanno iniziato a testare una nuova funzione. Si chiama “See first” (“Vedi per primo”) e si può attivare direttamente sul profilo dell’amico (o della Pagina) interessato per fare in modo che i suoi post siano sempre in cima al News Feed personale.

See First potrebbe essere il Sacro Graal per chi vuole assicurarsi che Facebook non escluda i suoi contenuti – come chi gestisce una Pagina. Ma oggi spostiamo il focus sugli utenti in quanto questo potrebbe permettere a tutti di decidere attivamente cosa vedere su Facebook. Attualmente Facebook offre solo due possibilità: seguire un utente/Pagina o smettere di seguirlo (si può anche scegliere di ricevere una notifica ogni volta che qualcuno pubblica qualcosa, ma non siamo qui a parlare di stalking 😉 ).

La conseguenza della seconda scelta è di far sparire completamente quell’utente dal proprio Feed. Ma quando si vogliono effettivamente vedere i contenuti di un amico? Ecco che entra in gioco See First, mostrando i suoi contenuti nel punto più importante di tutta la piattaforma: le prime posizioni del proprio News Feed.

Qualche anno fa Facebook ha provato a offrire la possibilità di scegliere i contenuti visualizzati attraverso un sistema di cursori che permettevano di scegliere quante foto o quanti post vedere. Troppo complicato. Successivamente è stata proposta la possibilità di decidere quanto vedere di ciascuno dei propri amici. Anche in questo caso gli utenti stavano ben alla larga da una confusione simile.

LEGGI ANCHE: Facebook: pronti a giocare su Messenger?

L’ultimo aggiornamento risale all’anno scorso, con il menu delle preferenze su ciascun profilo, che permette di scegliere se seguire o meno un dato utente. Mancava però la possibilità di segnalare un profilo/Pagina come preferito per assicurarsi di vedere i suoi contenuti. È proprio a questa mancanza che Facebook vuole mettere una toppa. Cliccando sul tasto “Segui già” sul profilo di un utente a breve si potrà scegliere tra “Smetti di Seguire” o “Vedi per primo”.

Già da qualche tempo il social è in missione per affinare il proprio feed: nascondendo lo spam, mostrando con maggior frequenza le persone con cui interagiamo e analizzando per quanto tempo gli utenti osservano i post per determinarne l’importanza. Ma nonostante il potere dell’Edgerank – l’onniscente algoritmo di Facebook – la piattaforma non riesce a determinare alla perfezione quello che desideriamo vedere. Notizie, video, eventi, ma See First punta tutto sulla ragione per la quale gli utenti alla fine tornano su Facebook: gli amici.

Twitter: con lightning arriva un nuovo modo di vivere gli eventi

C’è un nuovo progetto a cui sta lavorando Twitter: si chiama Lightning e cambierà il nostro modo di vivere gli eventi. O almeno questo è l’obiettivo, secondo il team dedicato che sta lavorando alla nuova funzione.

Da Twitter, basterà premere un pulsante con l’icona per arrivare a una schermata dedicata agli eventi: breaking news, calamità naturali, spettacoli, sport, ma anche eventi culturali, in pratica tutto ciò di cui twitteranno gli utenti potrebbe diventare potenzialmente un evento. Aprendo un evento, si arriverà a una raccolta di tweets scelti e selezionati da un team di redattori disposti non necessariamente in ordine cronologico. Niente più feed automatici quindi, ma veri e propri pacchetti di messaggi, foto e video (e, ovviamente, straming da Periscope) riprodotti a schermo intero, in grado di immergere l’utente nell’esperienza al 100%.

Tra le dichiarazioni del social cinguettante, quella che non ci saranno tempi di caricamento e soprattutto che sarà possibile incorporare questi eventi attraverso il web e renderli visibili anche a chi non dispone di un account Twitter.

In sostanza, Twitter vira verso una nuova era del giornalismo, con la speranza di raccogliere nuovi utenti e potenziare l’interesse degli investitori e gli introiti ricavati dalla pubblicità, fino ad oggi piuttosto deludenti.

Non c’è ancora una data ufficiale di lancio del progetto, che si vocifera però disponibile entro la fine dell’anno. Noi ovviamenete non vediamo l’ora di provarlo: Twitter è il social real time per eccellenza, e il real time marketing sta diventando sempre più diffuso tra i brand di qualunque settore, siamo curiosi di vedere come sarà utilizzato nelle strategie di comunicazione anche questa nuova funzione!

Le star del web: il business degli influencer

Il business dell'Influencer Marketing

Un tempo erano semplicemente chiamati testimonial. Le facce che dall’inizio della storia della televisione popolavano gli schermi e catturavano l’attenzione di milioni di occhi per vendere ogni tipo di prodotto. Oggi si chiamano influencer.

La sostanza non cambia. Ciò che invece cambia sono i media che vengono utilizzati.

Da testimonial a influencer

influencer marketing

Chi si ricorda di Chef Tony? Il mitico cuoco che promuoveva i coltelli tagliatutto Miracle Blades?

La televisione ha fatto scuola: calciatori, star di Hollywood, soubrette e cantanti. Da sempre li vediamo promuovere ogni genere di prodotto in qualche modo legato alle loro professioni. Fatta eccezione per Kevin Costner.

Cosa è cambiato?

I social media sono entrati di diritto a far parte del gioco e i testimonial sono diventati influencer. Si tratta di vere e proprie web-star intercettate dalle aziende per promuovere i brand.

Non sono più personaggi famosi che diventano testimonial, sono persone normali che diventano influencer. Personaggi in grado di influenzare una cerchia più o meno ampia di persone e condizionarne scelte, gusti e impressioni.

I canali di queste moderne star del web sono i social media: Facebook, Instagram e Youtube, ma anche il caro vecchio blog.

Le aziende si sono accorte del potenziale di questi nuovi personaggi pubblici e pagano cifre impressionanti per coinvolgerli nelle loro campagne. Parliamo di somme che vanno dai cinque ai dieci mila euro per post sponsorizzato fino a centinaia di migliaia di euro per campagne più strutturate.

Cos’è l’influencer marketing?

influencer marketing

Chiara Ferragni - TheBlondeSalad

L’influencer marketing non è altro che il coinvolgimento di personaggi influenti del web in campagne promozionali. Le modalità possono essere differenti: invito ad eventi, post sponsorizzati con annessi product placement, paid shouts e così via.

Instagram in particolare è diventato l’ambiente ideale di questo nuovo micro-universo per una serie di motivi.

Ha un engagement sui post 60 volte più ampio rispetto a Facebook e 120 rispetto a Twitter. È un social in forte crescita, con 300 milioni di utenti attivi, 75 dei quali attivi ogni giorno. Infine, coinvolge una fascia di popolazione giovane e ricettiva e l’uso di immagini e video lo rendono di immediata fruizione.

Molti brand contattano utenti in vista, con un seguito importante, per sponsorizzare prodotti e servizi. Questo metodo di coinvolgimento ha più o meno la stessa logica dietro i Facebook ads. La differenza fondamentale sta nella presentazione dei prodotti, che risulta molto più coinvolgente e nativa.

Instagram non ha ancora aperto a tutti la possibilità di sponsorizzare i post. Ma anche se dovesse farlo, l’esperienza utente è comunque diversa. Ricorrere agli influencer risulta spesso un metodo più efficace, legato al referral più che al semplice content o native advertising.

LEGGI ANCHE: Instagram Marketing: cosa impariamo dai dati dei 100 account più seguiti al mondo

Chi sono gli influencer?

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Il settore che ha avviato il filone d’oro sui social network è sicuramente quello del fashion. Partendo dai famosi blogger come Chiara Ferragni e Mariano Di Vaio, è cresciuta una generazione smisurata di fashion blogger o instagramers.

Queste personalità influenti hanno creato un vero e proprio impero dietro al loro nome. E i cachet per coinvolgerli in campagne social sono ormai proibitivi per molti piccoli brand.

Ovviamente più ampio è il reach più sale il cachet.

Lo stesso avviene per gli Youtuber di successo: Il più conosciuto e pagato al mondo passa il tempo a giocare e recensire videogiochi. È svedese, si chiama PewDiePie ed ha oltre 30 milioni di persone iscritte al suo canale YouTube. Il suo guadagno? Circa sette milioni di dollari l’anno. In parte ricavati da Youtube ads e in parte da iniziative private con aziende.

Altro esempio è Smosh, una coppia di amici con la passione per i video che grazie ai lori sketch comici hanno un seguito di oltre 20 milioni di persone. Anche per loro vale lo stesso discorso: quando milioni di occhi guardano i tuoi video, i brand non vedono l’ora di farne parte.

Ma su Instagram account da circa 500 mila followers ricevono quotidianamente offerte da utenti, brand e nuove aziende per sponsorizzare un prodotto o una pagina.

Dietro ad Instagram si sta sviluppando un mercato immenso, in parte motivato dal fatto che la celebre piattaforma, acquistata da Facebook per un miliardo di dollari, non ha ancora iniziato a monetizzare. È però possibile scovare pagine Instagram in vendita per 400.000 dollari, segno che il potenziale non manca.

Cosa sta cambiando?

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Nuove piattaforme, nuova audience e nuove dinamiche. Queste sono tre variabili che oggi i marketers di tutto il mondo devono considerare.

In un mondo dove si inizia a comunicare su Snapchat, postare foto su Instagram e fare live video su Periscope, siamo ancora sicuri che i soliti metodi di social media marketing funzionino?

Come dicono i Millennials: “Facebook è roba vecchia”. Allora iniziamo a preoccuparci di cosa dirà la generazione Z.

MoleScope, quando lo smartphone parla al vostro dermatologo

Con l’arrivo dell’estate e le ripetute esposizioni al sole, aumenta il rischio di malattie alla pelle, tra le quali c’è la più terribile di tutte: il melanoma. Per questo è buona norma utilizzare una crema solare in grado di proteggerci dai pericolosi raggi UV. Detto questo, non siamo qui per dare consigli di bellezza ma per dimostrare come, da anni, la tecnologia sta facendo passi da gigante nel settore sanitario (tant’è che ormai si sente sempre più parlare di medicina 2.0).

LEGGI ANCHE: Arriva l’app AgendaDottori e la sanità diventa 2.0

Un caso fresco fresco arriva dal lontano Canada, precisamente Vancouver, e si chiama MoleScope: un servizio che permette alle persone di monitorare la salute della loro pelle direttamente da casa. Come?

MoleScope, come funziona?

MoleScope funziona attraverso tre diversi elementi: un mini-microscopio che si attacca alla fotocamera dello smartphone, un’applicazione Dr. MoleScope ( attualmente disponibile solo per iOS ma a breve anche per Android ) ed una piattaforma di analisi cloud-based chiamata DermEngine.

Attraverso il mini-microscopio, dotato di lente a zoom ottico e illuminazione di precisione, basta posizionare la fotocamera sulla parte del corpo desiderata e fotografare. Le immagini ottenute, di alta definizione, possono essere condivise con i dermatologi di fiducia oppure con una rete di specialisti della pelle disponibili sulla piattaforma online, pronti ad offrire l’assistenza di cui si ha bisogno. Una volta ricevute queste immagini, i medici si attivano per analizzarle nei loro laboratori e fornire informazioni più dettagliate. Qualora ci fosse un accenno di un problema, lo scoprirai subito.

MoleScope, da chi nasce l’idea?

L’idea nasce da Mayriam Sadeghi che, diversi anni fa, durante il suo dottorato di ricerca in Scienze Informatiche ha progettato questo dispositivo. Oggi finalmente il progetto è diventato realtà, grazie alla sua presentazione ufficiale al Congresso Mondiale di Dermatologia a Vancouver.

Mi piace lavorare con la gente per aiutarla a gestire la loro salute” afferma Sadeghi. “Questo è esattamente quello che ho immaginato di fare come studente e ora la mia visione si è realizzata, attraverso il lancio di MoleScope e della mia azienda MetaOptima Technology”.

Molescope, tanti vantaggi in un unico dispositivo

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Oltre al fatto di prevenire e controllare l’insorgere del cancro alla pelle, numerosi sono i vantaggi che derivano da questo dispositivo. Sicuramente un notevole risparmio di tempo in caso di lunghe attese all’ospedale per prenotare visite mediche che, a volte, non possono aspettare tutto quel tempo. Con MoleScope chiunque può tenere sotto controllo la salute della pelle da casa o comunque può avere una risposta ad ogni dubbio o preoccupazione nel breve periodo. E non finisce qui!

Una grande aspirazione per Sadeghi, è quella di aiutare con MoleScope le comunità che non hanno facilmente accesso a specialisti della pelle. Grazie a questo dispositivo, infatti, sarà finalmente possibile mettere in contatto aree remote con i centri maggiori e all’avanguardia nel settore sanitario.

Attualmente sono disponibili due versioni di MoleScope: uno “basic” al prezzo di 149,00 dollari ed un altro più “professional” in quanto dotato di ulteriori funzioni al prezzo di 200,00 dollari.
È importante sottolineare come MoleScope non nasce come dispositivo terapeutico ma come strumento finalizzato alla produzione d’immagini e alla loro comunicazione presso i centri specializzati in materia. Saranno loro poi a consigliarci, qualora ci fosse bisogno, il modo migliore per agire.

eSports: lavoro o semplice passione? La parola a Lapo Raspanti aka Terenas [INTERVISTA]

Lapo Raspanti aka Terenas

Il gaming professionale è diventato un fenomeno virale tra gli amanti dei videogames. D’altro canto poter trasformare la propria passione in professione è una cosa a cui ambiscono in molti. In questo articolo cercheremo di capire cosa si cela dietro il mondo degli eSports (e se questi rappresentano un vero e proprio lavoro).

Piccola premessa necessaria: l’anno scorso circa 27 milioni di persone hanno visto il campionato mondiale di League of Legends sulla piattaforma streaming Twitch (ormai del colosso Amazon). Cifre da capogiro se pensiamo ai 18 milioni di spettatori sintonizzati sulle finali NBA. Sì, il fenomeno del gaming professionale interessa per lo più l’America. Uno dei beneficiari di questa crescita è il Team SoloMid, una multigaming che ha contribuito a far diventare la passione per un videogioco un vero e proprio sport. Tuttavia, anche in Italia gli Esports stanno prendendo piede.

Io, da buon nerd ed ex giocatore di League of Legends, ho avuto il piacere di fare due chiacchiere con Lapo Raspanti aka Terenas e, insieme a lui, ho cercato di capire perché gli eSports sono diventati così seguiti.

Buongiorno Lapo/Terenas e benvenuto. Perché gli eSports hanno raggiunto, in così poco tempo, un grosso bacino di utenza?

I videogiochi e gli eSports sono arrivati a questo punto perché i giochi che hanno creato il grosso degli eSports (CounterStrike e LoL), hanno un costo irrisorio per cominciare a giocare.
Tanti giocatori porta ad avere tanti spettatori nel caso ci siano spettacoli.
Altri giochi prima di questi due hanno spianato la strada (Starcraft), ma la complessità del gioco e il costo di entrata iniziale non permetteva a tanti di entrare in questo mondo, al contrario di Counterstrike (costo irrisorio) e League of Legends (Free to Play) che sono anche più semplici ed accessibili.

Il genere MOBA ha battuto la concorrenza. Secondo te, questo a cosa è dovuto?

Semplicemente, spesso alla gente piace vedere animali/persone venire alle mani. È così da tempi immemori, dall’antica Roma ad oggi. E non c’è niente di male in ciò, i videogiochi ci hanno permesso di portarlo a un livello che non fa del male a nessuno, è divertente da guardare ed estremamente competitivo.
In questo caso è anche più raffinato, vista la complessità dei campioni, dei loro kit e degli obiettivi di squadra.

Una generica mappa di un MOBA (fonte: Wikipedia)

Lavorare giocando potrebbe essere il sogno di molti. Ma si guadagna realmente?

Dipende da come si vuole guadagnare, se attraverso gli eSports, quindi essere un giocatore professionista che viene pagato per competere ad altissimo livello, oppure se come Youtuber/Intrattenitore.
Si può guadagnare moltissimo, dipendentemente dalla propria capacità.
Giocatori americani e koreani vengono pagati fino a mezzo milione di Euro all’anno per giocare in un team, considerata la loro bravura.
E questo esclude sponsor e quant’altro.

Cosa consiglieresti a chi volesse intraprendere la strada del gaming professionale?

È un mondo difficile: richiede un impegno costante, tantissimo tempo e anche un pizzico di capacità personale innata.
Certo, chiunque può arrivare a quei livelli se sa davvero migliorarsi, ha il cervello e lavora costantemente. Ma queste cose, le si ha un po’ nel sangue, come per ogni altro sport competitivo.

Per concludere, come pensi si evolverà il panorama degli eSports? Scomparirà nel giro di qualche anno, o continuerà ad aver seguito come i suoi cugini – gli sport tradizionali – ?

Sparire? Non penso che possa scomparire dalla mappa un business da diversi miliardi di dollari all’anno.
Crescerà anzi smisuratamente, al punto che ci sono MOLTE compagnie che vogliono provare a creare un sistema di scommesse come per gli sport tradizionali, e quelli porteranno ancora più soldi all’interno di questo mondo.
Speriamo soltanto che rimanga più “pulito” di altre realtà: penso alla FIFA, e al recente scandalo.

Con quest’ultima domanda, il nostro incontro con Lapo è concluso. Grazie per la chiacchierata e auguri di un good game nel Field of Justice. Tu, invece, sei attratto dal mondo del professional gaming o sei un casual player?

10 cose che abbiamo imparato al PrestaShop Day [EVENTO]

PrestaShop

La settimana scorsa siamo stati al PrestaShop Day, l’evento organizzato a Parigi da PrestaShop e dedicato al mondo eCommerce. In quest’occasione abbiamo avuto la possibilità di ascoltare interessanti case study da Airbnb, Pinterest, BazarChic, Twenga, OVH e importanti annunci da Bruno Lévêque, founder di PrestaShop.

LEGGI ANCHE: Bruno Lévêque su passato, presente e futuro di PrestaShop [INTERVISTA]

Ecco 10 cose che abbiamo imparato e che ci hanno colpito particolarmente

eCommerce

Ogni cliente è una persona unica

Ecco perché ogni esperienza di prodotto deve essere unica e personalizzata.

Ispira e ricompensa la tua community

Perché in questo modo sarà una community fedele e partecipativa.

La relazione con il cliente è un vero lavoro, una vocazione

Non sottovalutarla.

 

Puoi partite anche con poco, ma con molto impegno e sacrificio il tuo shop online può diventare un successo globale

Con determinazione, il team e i tool giusti anche il tuo piccolo e-shop può diventare un’azienda internazionale.

Non pensare subito al marketing

Investi sulla supply chain, sul mobile e sulla fotografia: è fondamentale!

Impara dagli altri

Non si tratta di copiare, ma di essere ispirati a fare solo il meglio.

Non avere paura del fallimento

Non tutto può andare per il verso giusto fin dall’inizio, sii preparato a fallire a ad imparare dai tuoi errori,

SEO rocks

Un bel portale eCommerce non serve a molto se non lavori al posizionamento!

eCommerce SEO

PrestaShop ha stanziato 1.000.000 $ per gli sviluppatori

Perché bisogna sempre accontentare le esigenze degli utilizzatori del prodotto e chi può farlo meglio dei developer che ogni giorno lavorano per rendere PrestaShop sempre migliore?

WeCommerce is better eCommerce

Il nuovo claim di PrestaShop che accompagna la nuova mascotte: Preston. Un pulcinella di mare molto legato alla comunità in cui vive, proprio come gli utilizzatori di PrestaShop.

WeCommerce is better eCommerce from PrestaShop on Vimeo.

Ecco qualche numero dell’evento

Prestashop Day

Welcome Email, come costruire una solida relazione con i nostri visitatori [INFOGRAFICA]

Tempo di acquisti. Entrate in un negozio e il personale non vi considera. Arrivate in un altro e venite guidati in una vera e propria esperienza. Quale preferireste?

Lo stesso procedimento dovrebbe essere utilizzato per le Welcome Email, biglietto da visita per il potenziale visitatore e consumatore cui ci rivolgiamo. Molto spesso capita di trovarci nella posta mail anonime, cui non bisogna rispondere e che non aggiungono nulla alla nostra esperienza.

LEGGI ANCHE: Cos’è l’Inbound Marketing e cosa fa davvero un SEO Strategist?

Affinchè i visitatori del nostro sito, o acquirenti se si tratta di un sito e-commerce, siano attratti dai nostri contenuti, è necessario attirarli con strumenti accattivanti.

Le welcome email sono il mezzo di comunicazione utilizzato da circa 81% di siti B2C per introdurre i nuovi iscritti nella realtà del loro sito web; ecco dunque alcuni semplici consigli per rendere questo primo passaggio un momento di curiosità e stimolante.


“Per favore non rispondere a questa email”

noReply, ecco l’account più utilizzato nelle welcome email. Inviando mail anonime, però, si costruisce una comunicazione unilaterale, senza diritto nè di replica nè di informazione.

Inviare una mail da un account esistente permetterà invece al nuovo di iscritto di porre delle domande riguardo al servizio, agli sconti o modalità di pagamento, rendendo questo primo passo una vera esperienza personalizzata.

L’obiettivo deve essere quello di costruire un legame, ed è necessario farlo dall’inizio; rivolgetevi dunque al vostro interlocutore chiamandolo per nome. Stop dunque a Gentile Utente!

“Grazie per esserti iscritto!”

Mai dimenticare una parola chiave all’inizio della frase, anche quando si tratta dell’oggetto di una email. Aiuteremo così, da un lato, il nostro interlocutore a capire di cosa stiamo parlando e dall’altro, per le informazioni successive, saprà già che i nostri contenuti parlano direttamente delle attività programmate.

Il nostro lettore va sempre coinvolto e invitato a salvare il nostro contatto dal momento che, le comunicazioni future, porteranno sempre informazioni potenzialmente interessanti.

Stop ai testi fotocopia

Vuoi essere sicuro che la tua welcome email venga letta fino in fondo? usa parole ad effetto e argomenti persuasivi, i welcome gift sono sempre i migliori. Aiutano a dare il benvenuto al tuo visitatore, offrendogli un piccolo incentivo; un consumatore sorpreso e contento oggi, sarà un fedele acquirente di domani.

Infine, il linguaggio che si utilizza riveste un ruolo molto importante: mai dare per scontato il potere delle parole. Iniziare sempre con un argomento ad effetto, richiamando l’attenzione fino alla fine della nostra email.

Un produttore di idrogeno ha acquisito il portale di medicina italiano Pazienti.it

Il 15 aprile 2011 su Ninja Marketing si parlava già di Pazienti.org e del perché Working Capital aveva deciso di finanziare l’idea della giovane Linnea Passaler, CEO del portale che ci raccontava le novità della seconda release del portale. A giugno 2015, a distanza di quattro anni, si parla di Pazienti Exit.

LEGGI ANCHE: Pazienti.org 2.0: le ragioni del successo e l’evoluzione dell’innovazione

L’acquistata: Pazienti.org

Fondata nel 2010 dalla dottoressa Linnea Passaler, Pazienti.org non è ormai forse più da tempo definibile startup, almeno anagraficamente per il decreto Startup. Anche la stessa maturità che porta all’acquisizione da parte di un gruppo importante è sicuramente sinonimo dell’essere diventati un’azienda vera e propria.

Oltre all’articolo del 2011 dedicato alla seconda release di Pazienti.org, avevo intervistato ed incluso Linnea tra i cofounder italiani di startup a cui chiedere un consiglio. In effetti ora, dopo la Pazienti Exit, potremo anche chiederle come e perché si arriva a vendere la propria idea, e soprattutto come lo si riesce a fare in Italia.

Ecco cosa consigliava la fondatrice di Pazienti:

“Una buona idea è utile, ma non è la cosa più importante: quello che conta davvero, per realizzare un progetto di successo, è l’esecuzione, quindi avere un team eccellente e non fermarsi mai di fronte ai no e alle cose che sembrano “impossibili”. Continuare, insistere e perseverare per trovare una strada per realizzare le cose. E’ questo che fa la differenza, alla fine: la tenacia e il talento del team.”

L’acquirente: Gruppo Sapio – Sapio Life

La società che ha acquistato il portale dei consigli medici è il Gruppo SAPIO, famoso per la produzione e commercializzazione di idrogeno, metà italiana (brianzola per la precisione, per tutti quelli che sono passati almeno una volta da Monza sulla A4) metà americana. Propria a Monza infatti nasce nel 1922 come produttrice di gas tecnici, diffusa in quasi 100 anni di attività su tutto il territorio nazionale.

Proprio la metà a stelle e strisce, la controllata Americana Sapio Life, che opera sempre nella produzione di gas, ma per il settore medico, ha scelto di firmare la Pazienti Exit, acquistando di conseguenza il milione di contatti mese che hanno risolto l’annoso problema delle prescrizioni mediche da Yahoo Answers.

Le possibili sinergie Pazienti Exit

Il valore dell’exit non è stato rilevato, ma Pazienti è stata una delle prime startup italiane, e una delle poche ad aver superato la soglia del milione di fatturato annuo. Il che non può che far pensare ad un’acquisizione ad almeno nove zeri.

Dalle dichiarazioni sembra che comunque Pazienti rimarrà indipendente, ma avrà una maggior solidità economico finanziaria per incrementare l’investimento nell’innovazione medicale presentando una più ampia gamma di servizi.

L’obiettivo dichiarato dalla società acquirente è l’interesse per il mercato digitale, e l’innovazione digitale. L’obiettivo per Pazienti lo chiederemo direttamente a Linnea in una raccolta delle più famose exit italiane.