Google My Business: la piattaforma che ha unito tutti gli strumenti di Big G [GUEST POST]

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Questo articolo è stato scritto da Claudio Gagliardini, Web marketing specialist e docente del corso “Google My Business” della Collana Digital Business.

Qualche anno (o secolo) fa, girava voce che Google (e più in generale il web) non fosse un buon referente per le piccole aziende. Men che meno per quelle a carattere locale. Un bar con un sito internet, si diceva: e cosa se ne dovrebbe fare?

L’assioma era semplice e, per molti versi, del tutto comprensibile: i clienti di un’azienda a carattere locale sono i residenti della zona, che già ci conoscono perfettamente e i passanti, anche occasionali, che vedranno la nostra insegna e le nostre vetrine e, qualora abbiano bisogno di noi, entreranno nella nostra attività e compreranno.

Facile e, prima della crisi, anche abbastanza vero. Del resto, come diceva un ex Presidente del Consiglio, “i ristoranti sono sempre pieni” e così anche i bar, le pasticcerie e molte altre tipologie di aziende. Tanto vero che, negli ultimi anni, le serrate e i fallimenti hanno superato di gran lunga i successi, determinando quel panorama che tutti oggi conosciamo bene: depressione, stagnamento, recessione.

Inevitabile, qualcuno sostiene, ma quello che in troppi non hanno compreso è che, in meno di 10 anni, il mondo è cambiato in modo irreversibile e ha subito, nel breve volgere di una trentina d’anni o meno, tre importanti rivoluzioni: la rete internet, i social media (web 2.0) e la rete mobile, con l’avvento e il successo globale degli smartphone (e simili).

Google My Business: la piattaforma che ha unito tutti gli strumenti di Big G [GUEST POST]

E la crisi economica? Quella è soltanto la logica ed inevitabile conseguenza di un cambiamento troppo rapido per essere assorbito e somatizzato dal sistema, che dopo un breve periodo di crescita vertiginosa si è ritrovato a fare i conti con una realtà completamente nuova, nei confronti della quale si è rivelato del tutto inadeguato.

Anno 2015, nuovo scenario: una società sempre più liquida che si muove come le onde del mare e che non si riconosce più nei modelli precedenti, adottando nuovi stili di vita e, soprattutto, muovendosi molto di più, per lavoro, per turismo, per necessità.

Cosa cambia, rispetto al modus operandi e alla tradizione delle PMI e delle attività a carattere locale? Praticamente tutto. Cambiano le tempistiche, le esigenze dei clienti, la conformazione e le aspettative di un target sempre meno definibile ma sempre più profilabile, da andare a cercare in rete, piuttosto che nelle prossimità dell’azienda.

Resta uno zoccolo duro di clienti, per lo più avanti con gli anni, ma il resto è tutto in quotidiana e ciclica discussione, in una lotta con la realtà e con le meteore che, sempre più agevolmente, popolano il mercato per poco tempo, turbandone gli equilibri e generando nuove aspettative, desideri e necessità, quasi mai semplici da soddisfare.

Google My Business: la piattaforma che ha unito tutti gli strumenti di Big G [GUEST POST]

La rete diventa vitale, i social network sono le nuove piazze e la nuova “prossimità”, Google non è più “l’amico delle grandi”, ma tende una mano a tutti, con una nuova filosofia sempre più local e sempre più mobile, che vede negli utenti dotati di smartphone i migliori alleati delle aziende che sanno sfruttare la rete e i suoi servizi.

Uno tra tutti: Google My Business è la piattaforma che ha unito pressoché tutti gli strumenti di Big G per le aziende in un unico e semplice strumento, con il quale si può gestire tutto da qualsiasi dispositivo, in tempo reale e in modo per lo più gratuito.

Strumenti potenti e flessibili, come AdWords, Search Console (il vecchio “strumenti per webmaster”), Analytics, YouTube, Google+ ed Hangout, si ritrovano sotto un solo grande “cappello” per essere gestiti in proprio o con l’aiuto di consulenti e agenzie, mantenendo sempre il controllo e la proprietà dei propri account.

Google My Business: la piattaforma che ha unito tutti gli strumenti di Big G [GUEST POST]

Usare questo pacchetto non è difficile, ma richiede competenze specifiche e, soprattutto, non si deve intendere come qualcosa che va a sostituire la vecchia e “pesante” gestione dei singoli strumenti, quasi sempre “appaltata” esternamente, ma che ad essa si integra alla perfezione, lasciando la guida nelle mani dell’azienda, anziché di esterni.

Conoscere le opportunità offerte da Google My Business è dunque una grande opportunità, che non richiede un grande investimento formativo, ma una buona guida che sappia illustrarne le caratteristiche e il funzionamento, per iniziare ad utilizzare questa piattaforma nel modo giusto.

Nel suo nuovo libro, Vincenzo Petruzzi ci spiega il potere della Gamification [RECENSIONE]

E’ possibile usare il gioco per generare e stimolare cambiamenti nei comportamenti e nelle performance individuali? Lo spiega bene “Il Potere della Gamification”, il libro scritto da Vincenzo Petruzzi (con l’introduzione di Franco Amicucci).

LEGGI ANCHE: Giochi da Prendere sul Serio: il libro che spiega come applicare la Gamification al business e alle aziende [RECENSIONE]

Dopo le prime pagine di introduzione, l’autore – esperto di consulenza nella didattica multimediale – spiega i fondamentali della Gamification.

Cosa è la Gamification? A cosa serve? E come si applica? Cosa NON è la Gamification?

Il libro continua elencando le principali leve positive della Gamification, che spingono le persone a giocare:

  1. Senso epico e chiamata
  2. progresso
  3. autoespressione
  4. possesso
  5. relazionalità
  6. scarsità
  7. imprevedibilità
  8. paura della perdita

La seconda parte dell’opera è dedicata alle applicazioni pratiche della Gamification nei diversi campi e settori come formazione, marketing, salute e benessere, ecosostenibilità, etc.

Pur non essendo una panacea e senza l’esistenza di una forma collaudata ex-ante, dunque, la Gamification può essere adoperata con successo in ogni contesto e per raggiungere gli obiettivi più disparati – che passino attraverso il cambiamento dei comportamenti delle persone.

Come? Questo libro ve lo spiega.

Twitter e Coca Cola: il primo emoji sponsorizzato per un brand

Emoji Coca Cola

Twitter e Coca Cola: il primo emoji sponsorizzato per un brand

In questi giorni Twitter ha introdotto il suo primo emoji sponsorizzato, appositamente pensato per un brand. Coca Cola, partner storico del social, è la prima azienda a beneficiare di un emoji tutto suo: basta un tweet con l’hashtag associato alla campagna – #ShareaCoke – e in automatico compariranno due piccole bottiglie dal look molto familiare che sembrano brindare tra di loro.

Da tempo ormai ci si chiedeva per quale motivo Twitter non avesse ancora aperto la strada ad accordi commerciali per gli emoji brandizzati, viste le fortunate esperienze in occasione dell’uscita di Star Wars e degli ultimi MTV Music Awards. In quei casi infatti gli emoji personalizzati non erano parte di una campagna pubblicitaria a pagamento, ma semplicemente un modo originale, pensato dal social, per celebrare in maniera ancora più divertente e coinvolgente due grandi eventi molto popolari fra gli utenti.

L’accordo tra le due compagnie sembra arrivare dopo un lungo corteggiamento da parte di Coca Cola, agevolato anche dall’intervento di Niche, la startup recentemente acquisita da Twitter, che ha lo scopo di creare partnership fra pubblicitari e social media celebrity.

Twitter e Coca Cola: il primo emoji sponsorizzato per un brand

Per promuovere l’iniziativa, infatti, sono state coinvolte anche alcune star dei social, come Grayson Dolan e Robby Ayala. Il loro invito a condividere l’hashtag con la promessa di follow, stelline o addirittura DM agli utenti ha dato decisamente i suoi frutti.

La campagna, come era prevedibile, ha riscosso un enorme successo, ma non solo grazie all’intervento di volti noti del web: l’hashtag #ShareaCoke è entrato in tendenza in modo organico, senza sponsorizzazioni, a dimostrazione del fatto che gli utenti hanno più che apprezzato l’emoji brandizzato.

D’altra parte si è trattato di un lavoro di squadra: il brand strategy team di Twitter, Coca Cola e l’agenzia creativa W+K hanno lavorato insieme per il design e la strategia di lancio dell’emoji in tutto il mondo. Per Ross Hoffman, Senior Director della global brand strategy di Twitter, i rapporti di lunga data con Coca Cola hanno giocato un ruolo fondamentale per testare questo nuovo tipo di collaborazioni, soprattutto in termini di posizionamento e KPI.

Come dichiarato in un’intervista a Techcrunch: “Questa era l’occasione perfetta per lavorare con un partner agile e smart che rendesse possibile tutto ciò“.  

Visti i risultati ottenuti, è molto probabile che la collaborazione con Coca Cola possa aprire le porte a nuovi accordi con le aziende per realizzare altri emoji brandizzati a pagamento. Anche se il social preferisce non sbottonarsi troppo su possibili scenari futuri, di sicuro un orientamento in questa direzione troverebbe un mercato più che favorevole.

Gli emoji su Twitter sono stati da sempre associati a grandi eventi ed è prevedibile che molte aziende, come Coca Cola, siano disposte a investire più che volentieri sulla sia di questa iniziativa.

Fu durante la Coppa del Mondo del 2010 che iniziò a balenare l’idea in casa Twitter di introdurre gli hashflag – inizialmente si chiamavano così – e con l’edizione seguente dei Mondiali del 2014 furono finalmente introdotti sul social quelli che sono gli odierni emoji a tutti noti.

Nel tempo – diventati parte integrante della comunicazione anche su Twitter, con cui condividono in fondo la filosofia del breve, veloce e immediato – gli emoji hanno guadagnato un ruolo sempre più consistente sui social. C’è quindi da spettarsi senza dubbio una lunga fila di brand in lista d’attesa.

Quale sarà il prossimo emoji personalizzato? Si accettano scommesse.

Maker economy, è italiana la stampante 3D alta 12 metri

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La maker economy è un nuovo modello in cui tutto può essere autoprodotto e in cui svanisce la necessità di dipendere dal mondo industriale o da entità invalicabili che detengono la capacità produttiva. Un modello economico che inizia a non essere più una semplice utopia da quando la tecnologia, soprattutto con la nascita delle stampanti 3D, ha spinto alla creazione di intere community che si identificano come makers.

Un grandioso progetto produttivo che si potrebbe definire indipendente, è quello sognato e realizzato da WASP, acronimo di World’s Advanced Saving Project, produttrice di grandi macchine da stampa 3D, con un’idea ben chiara da realizzare: la ricerca del benessere collettivo e della conoscenza condivisa.

“Non è necessario essere grandi per trattare grandi temi, sono proprio questi contenuti a dare un senso al nostro operato”, affermano dal team di WASP.

Stampa 3D e maker economy, così si trovano soluzioni ai problemi dello sviluppo sostenibile

La stampa 3D risulta ormai in una fase piuttosto avanzata del suo sviluppo. Lontano dalle più immediate applicazioni nell’ambito del design e della moda, si lavora già sulla possibilità della stampa di organi umani e sull’opportunità di trovare soluzioni condivise legate ai diversi ambiti della vita dell’uomo.

Un modello, quello della maker economy, esportabile ovunque, pensato per essere efficace soprattutto laddove ancora non esiste un tessuto produttivo e una rete di infrastrutture ben funzionanti. Uno sviluppo sostenibile autoalimentato e senza grossi problemi logistici.

Cos’è WASProject?

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Foto: ItalDron

WASP è una realtà molto particolare: non accede ad alcun finanziamento e reinveste gli utili in ricerca, mentre la vendita delle stampanti più piccole, già in commercio, è il mezzo per raggiungere l’obiettivo di una mega stampante in grado di aiutare a risolvere un gravissimo problema del mondo, quello della casa.

Oggi, dopo tre anni di attività, il fatturato dell’azienda si avvicina a due milioni di euro e dà lavoro, tra dipendenti e collaboratori, a una quarantina di persone. E a breve si aprirà anche al mercato negli Stati Uniti.

Un progetto ambizioso: una casa per tutti, ovunque

“Le stime internazionali prevedono entro il 2030 una rapida crescita della richiesta di alloggi a prezzi accessibili ed adeguati per oltre 4 miliardi di persone con un reddito annuo sotto i 3000 dollari. La maggior parte di questi non potrà spendere più del 10% delle proprie entrate annue per soddisfare la richiesta abitativa. Per soddisfare questa domanda le Nazioni Unite stimano che per i prossimi 15 anni vi sarà un fabbisogno giornaliero di 100.000 unità abitative.

Da questo presupposto parte l’ultimo esperimento di WASProject, una enorme stampante 3D, alta 12 metri, in grado di dedicarsi direttamente in loco alla stampa di strutture abitative, per soddisfare le esigenze primarie umane secondo un modello di sviluppo sostenibile.

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L’idea è quella di costruire un villaggio, replicabile ovunque, che assecondi queste esigenze: “Una casa stampata con costo tendente a zero realizzata con materiali reperiti sul luogo è affiancata da un giardino verticale, sempre stampato con questa tecnologia, dove si pratica la coltura idroponica”.

Terzo elemento del villaggio in 3D: un laboratorio contenente altre stampanti 3D compatte, con le quali realizzare manufatti di ogni genere e creare lavoro. Un esempio di come la maker economy sia in grado di autoalimentarsi in ogni senso, generando non solo prodotti, ma anche occupazione, con esperti in quelle che potrebbero essere le professioni del futuro: designer, stampatori e tecnici del 3D.

Convinti che “le idee che circolano consentono all’intelligenza collettiva di migliorare il progetto stesso”, WASP ha appena concluso uno spettacolare evento a Massa Lombarda, durante il quale il focus è stato proprio la condivisione delle conoscenze e il punto sulla sperimentazione. Il tema ambizioso “La realtà del sogno” e al centro della tre giorni di incontri la grande stampante 3D da 12 metri.

Se “l’era dell’artigianato digitale è alle porte”, grazie alla maker economy può essere alla portata di tutti.

Google Fortunetelling: il browser predice il futuro ed è subito virale

GOOGLE_FORTUNE_TELLING_il_browser_predice_il_futuro_e_e_subito_virale4Quanti di noi non vorrebbero sapere che cosa ci aspetta nei prossimi minuti, mesi, anni? Nemmeno un giovanissimo Max Pezzali nel lontano 1993 aveva resistito al fascino di una zingara che per qualche moneta in nord sud ovest est si proponeva di svelargli quale sarebbe stato il suo destino.

Oggi sulle bacheche Facebook di molti di noi è comparso il link ad un nuovo curioso browser, il Google Fortunetellieng, che si propone come la versione tecnologica ai vecchi indovini: barra di ricerca firmata Google dove poter inserire la nostra domanda, un click su “predici il mio futuro” e il gioco è fatto!

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Quello che, però, non ci si aspetta è che non appena si inizia a scrivere la propria domanda, tra quelle suggerite compaiono:
Dove posso trovare un posto sicuro?
Ritroverò la mia famiglia?
Gli uomini smetteranno di combattere?

È proprio in questo momento che cominci a sentirti piccolo piccolo con i tuoi stupidi desideri che riguardano il ragazzo che vive di fronte a dove lavori, la possibilità di viaggiare, avere una promozione, una casa più grande. Ma è difficile pensare a qualcosa che non ci tocca in prima persona, no?
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Ecco che la schermata cambia:
è ovvio che non possiamo predire il tuo futuro! Questa frase ti colpisce in pieno volto ed è proprio in questo momento che ti rendi conto che non avevi capito proprio nulla. Già perché mentre noi ci preoccupiamo di che vestito indossare per uscire a ballare questa sera, 60 milioni di rifugiati ogni singolo giorno si chiedono se mai ce l’avranno un futuro.

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Un numero di persone più o meno pari a quelle del nostro bel Paese si trovano costrette ad abbandonare le loro cose, le case di famiglia costruite con il sudore dei propri avi e partire, partire per cercare in qualche modo di darsi una possibilità: possibilità che a volte finisce faccia in giù sulle spiaggie di Bodrum.

Il messaggio è chiaro: “Abbiamo utilizzato un falso sito Google per attirare la tua attenzione visto che apparentemente sei interessato di quello che sarà il tuo futuro. Per favore prenditi un momento per pensare anche al loro”.

Ognuno di noi potrebbe essere nato nel lato del mondo “sbagliato” e si sarebbe potuto ritrovare da un giorno all’altro senza casa, senza vestiti puliti, senza nemmeno la possibilità di fare una doccia, mangiare un piatto caldo o bere dell’acqua pulita.

fotografia di Osmar Sagirli

fotografia di Osmar Sagirli

Noi che siamo qui ora davanti a questo articolo invece, probabilmente, un tetto sopra la testa ce l’abbiamo, quando partiamo per le vacanze ci dobbiamo sedere sulle valigie per riuscir a chiuderle e il nostro cestino dell’umido viene svuotato ogni due giorni di quello che abbiamo dimenticato per troppo tempo in frigorifero.

Dietro il Google Fortunetelling c’è l’agenzia BrainMedia che con questa campagna, oltre a invitare tutti alla riflessione, aiuta a raccogliere donazioni alla UNHCR, associazione delle nazioni unite che è sensibile, appunto, al problema dei rifugiati.

La campagna sta avendo un ottimo successo in tutto il mondo; è incredibile. Siamo davvero molto felici che la gente si preoccupi di questo problema e decida di condividerlo creando consapevolezza. Jort Boot, owner of BrainMedia.

Il messaggio si sta effettivamente diffondendo a macchia d’olio sui social media; in 24ore Google Fortunetelling è stato nominato in 731 tweet e i numeri sono in costante aumento.

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Questa campagna ci invita a riflettere, a dar un’occhiata alle iniziative sociali vicino a noi che si occupano dei rifugiati, di donare il nostro tempo, o i nostri soldi o anche semplicemente il nostro amore per diffondere il messaggio.

Io ho fatto la mia parte e voi?

Cosa vuol dire essere un Ninja del web? [STORIFY]

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Lunedì 14 settembre abbiamo dato il via ad un’onda social che ha coinvolto tutti i protagonisti del panorama digitale italiano. Ci siamo chiesti: cosa dà ad un Ninja del web quella marcia in piú? Cosa ci rende più forti, più bravi.. in una parola più Ninja?

I docenti della Ninja Academy e i membri della redazione di Ninja Marketing hanno spiegato con un tweet o con un post su Facebook cosa volesse dire per loro essere #UnNinjaDelWeb e far parte di un #DigitalDreamTeam.

  Poi abbiamo esteso l’invito a tutti i nostri lettori e ai nostri Guerrieri della Academy. I tweet non sono tardati ad arrivare! I nostri 3 preferiti sono delle Guerriere Francesca Gonzales, Federica Oggioni e Federica Rampa:

#UnNinjaDelWeb: lo storify

La conversazione ha coinvolto docenti, professionisti, lettori, editor, contributor, in poche parole tutti i Ninja appassionati di tecnologia, di social media e di un nuovo modo di intendere il marketing e la comunicazione.

Ecco i tweet più belli, c’è anche il tuo? 🙂

Ebay Italia, 20 anni fatti di passioni

Ebay Italia 20 anni fatti di passioni

eBay spegne le sue prime 20 candeline, ma lascia che siano i suoi utenti a soffiare e festeggiare.

Ad oggi, uno dei market place più famosi al mondo, ha raggiunto oltre 4,5 milioni di utenti attivi e 26 mila venditori professionali hanno aperto il loro store e iniziato il loro business, online.

Ebay Italia 20 anni fatti di passioni

eBay Italia ha scelto così di celebrare in un modo nuovo il suo traguardo, lasciando da parte discorsi su successi aziendali e traguardi finanziari, ma concentrandosi sui reali protagonisti, senza i quali nulla sarebbe stato possibile: le persone e le loro storie.

All’interno del sito è già presente una sezione con diverse esperienze di successo, una vetrina ma anche un racconto di alcuni venditori, per avvicinare i consumatori alle persone e non solo a semplici opportunità di business.

eBay, dunque, ha scelto di seguire questa linea di pensiero e festeggiare il suo anniversario con un libro online “20 anni di passioni”, raccontando venti storie speciali di utenti italiani.

Ebay Italia 20 anni fatti di passioni

L’e-book è un prodotto digitale inedito che ha coinvolto la scrittrice Pulsatilla e l’illustratore Carlo Stanga.

Per quale motivo dunque iniziare da storie di semplici oggetti? Spesso ci si dimentica che alcuni hanno per noi un valore affettivo, non solo materiale; così come l’inizio di un nuovo business è anche animato da passioni sincere.

Proviamo a pensare a quale emozione proveremmo se trovassimo online il giocattolo tanto desiderato da bambini oppure la chitarra suonata da un musicista famoso.

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Il prestigioso sito di e-commerce sceglie così di colpire ed emozionare i propri consumatori, lasciando ai suoi utenti il compito di creare storie, non vendendo solo prodotti ma regalando e raccontando anche di piccoli sogni.

Ebay Italia 20 anni fatti di passioni

I venti utenti, o meglio, i venti protagonisti italiani, che descrivono le mille sfaccettature dell’universo eBay sono sia privati sia venditori, fino ad arrivare ad aziende no profit che hanno organizzato raccolte fondi attraverso la piattaforma.

Conosceremo dunque la storia di una Barbie portatrice di un grande significato affettivo, oppure di come la trama di un tappeto possa nascondere una storia affascinante o ancora di come anche vecchi oggetti possano avere nuova vita.

Ebay Italia 20 anni fatti di passioni

Da vent’anni eBay non è solo una piattaforma online ma anche un luogo virtuale, dove si parla e si condividono passioni. E forse tante persone, dopo aver letto i venti racconti impareranno ad apprezzare il vero valore degli oggetti.

“Un oggetto per me inutile può essere fondamentale per un’altra persona e questo è davvero entusiasmante per chi, come me, vive e trae ispirazione dalle persone”.

“20 anni di passioni” vi aspetta qui.

Blacklane: il servizio di trasporto in città che vuole sfidare Uber [INTERVISTA]

Blacklane:il servizio di trasporto in città che vuole sfidare Uber

Conosciamo bene il grande numero di servizi di trasporto via terra che il mercato ci mette a disposizione. Partendo dai più tradizionali Taxi fino a giungere ai servizi di sharing come Uber, le alternative sono molte e per le tasche di tutti. All’interno di questo marasma generale, che è il mercato dei trasporti, giunge anche Blacklane, startup berlinese che opera in tutto il mondo attraverso un offerta nuova rispetto a quella dei suoi competitor.

Fondata nel 2011 da Jens Wohltorf e Frank Steuer a Berlino, fornisce un portale web attraverso il quale gli utenti possono mettersi in contatto con autisti professionisti, via app mobile o sito web. Le automobili vengono prenotate anticipatamente a tariffe fisse.

La novità maggiore riguarda il metodo di pagamento: a dispetto di altri servizi, il prezzo che viene visualizzato al momento della prenotazione corrisponde esattamente a ciò che si pagherà a fine corsa, e comprende le tasse, i pedaggi e via dicendo. Questo fattore costituisce un chiaro vantaggio per chi viaggia per lavoro a spese dell’azienda o per chi, più semplicemente, non vuole ritrovarsi dei costi aggiunti inaspettati.

Abbiamo contattato, Adam Parken, responsabile della comunicazione di Blacklane per fargli qualche domande e conoscere più dettagli sulla startup.

Quando e come è nata Blacklane?

Blacklane: il servizio di trasporto in città che vuole sfidare Uber
Il nostro CEO e Co-founder, Jens Wohltorf, si trovava spesso in viaggio a causa della sua attività di consulenza. Durante questi viaggi si è reso conto che era abbastanza semplice organizzare i voli o trovare gli hotel, cosa che non si poteva dire degli spostamenti via terra. Ricevute, valute differenti, società di servizi frammentati e taxi di tutto il mondo; tutti con standard di qualità e di prezzo totalmente differenti tra loro che rendono gli spostamenti via terra un punto dolente per i viaggiatori.

Grazie alle osservazioni di Jen e alle conoscenze tecnologiche dei nostri fondatori, incluso il CTO Frank Steuer, si è pensato di creare un servizio che rispondesse alle esigenze di chi viaggia molto spesso.

Perché dovremmo utilizzare Blacklane e non un qualsiasi altro servizio, come Uber e Mydriver?

Blacklane offre ai viaggiatori una serenità che nessun altro servizio è in grado di fornire. I clienti hanno la possibilità di prenotare la corsa in anticipo, consapevoli che il proprio autista lo starà aspettando nel punto stabilito. Le nostre tariffe sono all inclusive e garantite, il cliente non ha nessuna preoccupazione riguardo a eventuali sovrattasse o costi aggiuntivi.

Tutti i nostri autisti, di tutto il mondo, sono provvisti di licenza per il lavoro commerciale e assicurati secondo le normative locali.

Il nostro servizio clienti è disponibile 24h/24h e 7/7 come anche la nostra assistenza sui social media o via email. In aggiunta, il nostro servizio tiene traccia dei voli, cosicché i conducenti vengano informati che dovranno aspettare se il volo è in ritardo o in anticipo.

Milano, Roma, Firenze e Napoli sono le città in cui Blacklane è già presente. Perché avete scelto queste città? Quali saranno le prossime?

Queste città sono le più frequentate da chi viaggia per affari e dai turisti, tutte le nostre scelte riguardo alle città provengono dalle richieste dei clienti. La nostra idea è quella di fornire un autista professionista per ogni viaggiatore e in ogni parte del mondo. Non possiamo svelare quali saranno le città successive, ma vorremmo colmare le lacune in Italia, in Europa e nel mondo.

“Elabora automaticamente il pagamento dopo le corse”: questa feature è il vostro cavallo di battaglia. Cosa ne pensano i clienti?

Blacklane: il servizio di trasporto in città che vuole sfidare Uber
Questa caratteristica è particolarmente utile in combinazione con la promessa fatta ai nostri clienti: la tariffa prevista durante la prenotazione non è soggetta a cambiamenti. Non facciamo pagare ulteriori pedaggi, tasse, imposte o mance, pertanto i clienti sanno che dal momento che si prenota una corsa la tariffa non subirà alcuna modifica e sanno pure che non devono portar dietro valuta estera.

Proprio su questo si basa la fiducia dei nostri clienti, che li rende propensi a raccomandarci ai loro amici e colleghi.

La vostra offerta prevede tre diversi tipi di vettura. Qual è la più richiesta in Italia?

La Business Class (Mercedes Classe E o BMW Serie 5) è la richiesta più popolare. Le altre due categorie sono business Van/SUV (Mercedes Classe V) e First Class (Mercedes Classe S o BMW Serie 7).

 

Da quanto appena appreso, Blacklane, è in grado di fornire il servizio giusto per ogni tipo di necessità, che si tratti di un semplice spostamento aeroporto – centro città o di un lungo viaggio via terra. Forse le tariffe non saranno alla portata di tutti ma è risaputo che un buon servizio richiede una congrua ricompensa.

NinjaUsa2016: i social media rovinano la politica. Ecco come

Donald Trump / a katz / Shutterstock.com

Donald Trump / a katz / Shutterstock.com

Deborah Pauly  è una ragazza biondissima e sorridente, nella vita fa la consigliera a Villa Park (Orange County, California), uno di quei posti in cui a tutti piacerebbe vivere. Dopo anni nei banchi del suo comune per Deborah è giunto il momento di fare il grande salto: ad aspettarla nel 2016 c’è la campagna elettorale per il rinnovo dell’assemblea di Stato della California. Candidata in quota GOP (e Tea Party), la sua sarà una strada in salita. “Quando è passata la riforma sanitaria di Obama” ci racconta, ho scritto su Facebook queste esatte parole: “Applaudire l’Obamacare è come applaudire uno stupro”. Aggiungendo: “Do you feel sodomized?” Un post volutamente provocatorio. “Quel che ricordo dopo fu un titolone sulla stampa locale che recitava più o meno così: ‘Consigliera locale paragona Obama allo stupro’. Sapete che il mio profilo è cresciuto moltissimo?”. Non abbiamo alcun dubbio, Deborah.

La marijuana di Jeb e la politica-intrattenimento

Politico ha posto per primo l’accento sul rischio che i social stiano “rovinando” il dibattito politico, esasperandone i toni e spingendo i contenuti verso il basso. Deborah ha le idee chiare anche su questo: “L’unico modo in cui i social media possono rovinare la politica è che la conversazione cominci e finisca con loro”. Ma per fortuna degli americani ancora non è così. Gli incontri, il porta-a-porta e i comizi, sono ancora molto popolari e consentono di andare a fondo nei contenuti. Tuttavia la tendenza alla estremizzazione del discorso, finalizzata a “prendere più like” e approvazioni, è un fenomeno reale, con conseguenze reali: il dibattito politico offline è ormai contaminato dagli strascichi delle polemiche online, che giocoforza fanno più notizia, essendo per loro natura più dirette, autentiche e frizzanti. I media tradizionali hanno preso l’abitudine di rilanciare i contenuti dei social, portandoli così all’attenzione di tutti, anche di chi non usa Facebook e Twitter.
La propensione al chiacchiericcio è evidente anche durante i confronti TV: nel recente #GOPdebate sulla CNN: le ricerche su Google sono letteralmente impazzite e non per approfondire la riforma sanitaria, né per le proposte sull’immigrazione, ma per saperne di più sulla moglie messicana di Jeb Bush e sulla figlia tossicodipendente di Carly Fiorina, scomparsa all’età di 35 anni.

usa 2016 google search

La issue della droga è emersa grazie alla “confessione” di Jeb: il secondogenito della dinastia Bush avrebbe fumato una canna in gioventù. La risposta dell’ex CEO di HP non si è fatta attendere: “La marijuana che fumava Jeb 40 anni fa non è quella di adesso”.

Ma in conclusione, chi è il vincitore sui social del dibattito alla Reagan Library? Le mention non darebbero adito a dubbi: su 2 milioni di post ben 446,117 sono stati dedicati a The Donald, seguito da Fiorina a 165,767. È interessante notare come i sondaggi della CNN sembrano seguire esattamente l’andamento delle mention: Carly Fiorina balza al secondo posto del gradimento dell’elettorato conservatore, recuperando molti punti su Trump.

Un pledge per l’America

Tra i think tank americani più influenti c’è l’Americans for Tax Reform (ATR): il suo cavallo di battaglia è un pledge (un accordo) che dai tempi di Ronald Reagan il suo visionario fondatore, Grover Norquist, fa firmare a tutti i candidati alle più alte cariche istituzionali. L’impegno? Non votare mai l’aumento delle tasse e della spesa, neanche di fronte all’apocalisse.

A guidare la comunicazione dell’ATR c’è John Kartch, che ci aiuta a fare chiarezza: “In America stiamo assistendo ad una vera e propria ondata populista: ci sono un sacco di persone che credono che le élite politiche di Washington e NYC stiano tramando contro il popolo per arricchirsi. Con questo clima, candidati come Donald Trump e Bernie Sanders sono perfetti per racimolare consenso”.
Ci sorge un dubbio: Trump, così ricco e potente, dovrebbe essere il candidato più distante dalla gente, oppure no? Ci viene in aiuto il “Time” che, in un recente editoriale lo scrive a chiare lettere: gli americani – sondaggi alla mano – sono cambiati e non cercano più il candidato della porta accanto. Sono un po’ stanchi del politico in jeans che fa di tutto per sembrare uno del popolo. All’America non serve più un uomo comune, serve un eroe. Meglio se atterra con un elicottero da sette milioni di dollari.

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Donald Trump, il miliardario che non piace ai miliardari

Trump è ricco e potente ma non fa parte delle élite”, ci tiene a precisare John. “Quando, ad esempio, acquistò la storica dimora Mar-a-lago in Palm Beach (Florida) i miliardari che possedevano già le loro ville laggiù facevano a gara per evitarlo, disgustati da lui e dal suo stile di vita. Il bello è che a The Donald non importa nulla del parere della gente ‘che conta’: lui, suo padre e suo nonno hanno lavorato duro per essere quello che sono. Gli americani lo sanno e non lo associano alla cosiddetta leisure class.

Trump meme

In soldoni il vecchio Donald non ha nulla da perdere. Né finanziatori o lobbisti a cui render conto (la sua campagna è completamente auto-finanziata). Così può permettersi di sbeffeggiare tutti, soprattutto Jeb. Il secondogenito della dinastia Bush è accusato di avere poca energia e carisma. In questo breve spot, una ragazza che assiste al suo comizio si addormenta. E così l’ex Governatore della Florida diventa per Trump il “rimedio ideale per curare l’insonnia”.

La risposta di Jeb arriva durante il dibattito: il suo nome in codice da presidente sarà “Eveready”, come le batterie. Trump incassa con sportività e il “5” tra i due è già un piccolo cult della rete:  

La realtà? Ad oggi i social non sono (ancora) decisivi

Capisco l’entusiasmo attorno ai social” prosegue John “ma dobbiamo guardare in faccia la realtà: ci sono milioni di elettori in America che non utilizzano nessun social e si informano da radio e TV. La maggior parte di essi sono anziani ma potete esser certi di una cosa: il giorno delle elezioni, si alzeranno ed andranno a votare”.
Mentre i giovani staranno a casa, come da tradizione. Sarà forse per questo che gli investimenti più importanti di ogni campagna sono tutt’ora orientati verso l’acquisto di spazi sul piccolo schermo per trasmettere quanti più spot possibile.
“La TV è la regina di ogni campagna. Raggiungere gli elettori con gli spot negli stati in bilico può fare la differenza tra la vittoria e la sconfitta. Ma i TV ADS costano molto. Se vuoi fare una campagna low cost la strategia migliore è creare dei contenuti per i social così interessanti da essere utilizzati come news televisiva. Il costo? Zero, ovviamente”.

Insomma aveva sempre avuto ragione Deborah, che nella sua corsa solitaria di provincia le spara grosse su Facebook per andare sui giornali. “Ma ricordatevi sempre che il tema che è di tendenza oggi può non esserlo più domani”. Già, gli americani sono fatti così, persone adorabili di facili innamoramenti (e disinnamoramenti), che hanno un disperato bisogno di un eroe che li protegga per sempre. Fino all’arrivo del prossimo.

Boost Your Business: Facebook incontra le PMI

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credit Monica Tarricone

L’Italia dei social riserva sempre qualche primato. Ad esempio la percentuale di utenti Facebook connessa con le piccole e medie imprese è pari all’86%,  più della media europea. Per poter sfruttare al meglio questa opportunità la Confcommercio e Facebook hanno organizzato “Boost Your Business” un road show che dopo Catania e Bari farà tappa il 28 settembre a Cagliari e il 7 ottobre a Milano. Un’occasione imperdibile per confrontarsi con il team di Facebook e allo stesso tempo sensibilizzare le aziende di piccole e medie dimensioni sulle opportunità – un tempo impensabili – offerte dal Social Media Marketing, come sottolinea il presidente nazionale dei giovani imprenditori di Confcommercio Alessandro Micheli.

“Le PMI rappresentano la spina dorsale dell’economia italiana e per rimanere competitive non possono più prescindere dal cogliere le opportunità offerte dal web e dall’innovazione tecnologica e digitale” ricorda Laura Bononcini, responsabile relazioni istituzionali Facebook Italia. La rivoluzione nel frattempo rivela tutta la sua potenza attraverso il report Deloitte, secondo cui nel 2014 Facebook ha generato in Italia un impatto economico di 6 miliardi di dollari e ha creato 70.000 posti di lavoro. 

Durante la tappa barese – che ha avuto luogo alla Fiera Del Levante – Carlo Tateo, Partner Manager di Facebook, ha mostrato i risultati di una ricerca Nielsen riguardo la capillare capacità della piattaforma di raggiungere il target di riferimento, stimata all’89% rispetto all’investimento contro il 38% dei media tradizionali.

Una garanzia tuttavia non abbastanza sufficiente per gli inserzionisti, se proprio pochi giorni fa Martin Sorrell, ceo del colosso pubblicitario WPP, ha pesantemente criticato la visibilità degli annunci sponsorizzati. E lo stesso si può dire della copertura organica e, quando dalla platea chiedono spiegazioni in merito, Tateo spiega che è l’esplosione dei contenuti ad aver determinato una riduzione dell’esposizione dal 20% al 3%. Nelle posizioni ufficiali di Facebook la tutela degli utenti è indicata alla base di molte scelte, una politica comprensibile visto che, per dirla con le parole della Community Engagement Market Lead di Facebook Francesca Capobianchi, “è innanzitutto una piattaforma fatta di persone reali”.

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