Cerchi lavoro? Prendi in ostaggio un hashtag su Instagram

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In un mondo sempre più digital, rapido e inarrestabile, il protagonista in grado di scandire conversazioni, pensieri, contest e strategie di marketing diventa sempre più l’hashtag.

Introdotto ed utilizzato per la prima volta dagli utenti di Twitter, il simbolo “#” si è trasformato in un tool essenziale in tutte le piattaforme social, in grado di aggregare messaggi o di creare keywords che stimolino le conversazioni e l’engagement dei propri follower.

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Anche su Instagram, uno dei social network che fa della condivisione di immagini la sua principale mission, l’hashtag si converte in un digital tool dalle grandi potenzialità in ambito marketing, in grado di generare buzz, attenzione e visibilità attorno a brand, prodotti e servizi che le aziende offrono.

Nonostante si riveli sempre più uno degli strumenti migliori per emergere dal groviglio social, utilizzare hashtag – o abusarne – non risulta sempre sufficiente per poter creare interazioni e buzz sul proprio brand o prodotto. Bisogna ricercare modi innovativi per fare storytelling o creare contenuti virali ed originali sul web.

Uno studente olandese, in cerca di nuove opportunità, sembra esserci riuscito bene.

“I want to play a game”

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Max Kurstjens è un giovane creativo olandese, studente in Svezia. Per rendersi appetibile nel mondo del lavoro, ha pensato bene di mostrare tutta la sua creatività e, così, invece di optare per un classico invio via email del proprio curriculum, ha ideato una strategia innovativa per poter catturare l’attenzione delle più importanti agenzie creative, scegliendo come strumento Instagram.

Appropiandosi – e burlandosene un po’ – di uno dei tool social più amati, utilizzati ed abusati da aziende e users, Max Kurstjens si è trasformato in un vero e proprio attentatore in versione 2.0, “sequestrando” gli hashtag di alcune delle agenzie più attive sul social network.
L’unica modalità di riscatto? Offrire un caffè o, meglio, un colloquio di lavoro al creativo olandese!

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Attraverso la creazione di account fake, ognuno dei quali dedicati agli hashtag presi in ostaggio, si è reindirizzati alla pagina web wehaveyourhashtag.com. Qui, evocando una delle più celebri pellicole horror, il creativo olandese si rivolge direttamente alle sue vittime.

Sulle parole minacciose di “Saw – L’enigmista”, il gioco di riscatto inizia nella homepage, dove è possibile ritrovare, dal menu a scomparsa sulla sinistra, l’elenco di tutti gli hashtag “in ostaggio”. Una volta selezionato, si è rinviati ad una sezione in cui sono specificate le condizioni di riscatto, per potersi riappriopiare del proprio # e salvaguardare la propria brand image su Instagram.

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Un modo originale di richiamare l’attenzione dei selezionatori ed aspirare ad un colloquio di lavoro!

Dai mosaici di immagini creati attraverso gli hashtags su Instagram al sito web dedicato alla richiesta di riscatto, il giovane creativo si è rivolto in modo diretto alle agenzie, reiventando a proprio modo le regole di digital recruiting, rendendo l’hashtag un potenziale killer tool nelle strategie di job hunting sui social media.

Cari ninja, cosa ne pensate della creatività di Max Kurstjens?

Possiamo classificarlo come una innovativa strategia social di personal branding?

Ecco cosa ha imparato il marketer che ha analizzato 2000 cervelli [INTERVISTA]

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Guru mondiale del brand, brand futurist e consulente di noti marchi come McDonald’s, American Express, Nestlé, Procter&Gamble, Microsoft. Martin Lindstrom è considerato “una delle 100 persone più influenti al mondo” ed è un esperto di neuromarketing.

Martin ci ha dedicato qualche minuto per raccontarci le sue ultime ricerche e parlarci del suo lavoro.

Le aziende chiedono i tuoi consigli per lanciare nuovi marchi o rilanciare quelli in crisi. Quale di questi due scenari consideri più impegnativo oggi?

So che suona strano, ma mi piace lavorare con i marchi che stanno affrontando una crisi. La ragione principale è che nel 90% dei casi riusciamo a superarla. La gioia di risollevare le sorti delle aziende, aiutare le persone il cui lavoro è in pericolo, e vedere i fondatori e i proprietari sorridere non ha prezzo.

In Brandwashed, riveli come i marchi manipolano i consumatori ad acquistare i prodotti. Significa che Vance Packard aveva ragione?

Aveva proprio ragione. Eppure, per dimostrare di aver ragione ha manipolato alcuni dei dati. Il che è ironico perché non era necessario che lo facesse – bastava aspettare e avrebbe condotto il tipo di studi che siamo in grado di condurre oggi (come l’utilizzo di fMRI), la prova sarebbe stata chiarissima.

In Buyology, spieghi le motivazioni psicologiche che stanno dietro i nostri acquisti. Mi puoi dire perché continuo a dare i miei soldi a Candy Crush Saga?

Si può incolpare un’area nel cervello chiamata Nucleus Accumbens – chiamato anche il nostro posto del “desiderio”. Qui è dove si genera e si mantiene la dipendenza. Numerosi studi recenti hanno esplorato perché Candy Crush è così coinvolgente e tutti hanno concluso che la ragione principale è che il gioco si adatta costantemente al tuo livello di performance assicurando che tu sia sul punto di ottenere una ricompensa – la sensazione di aver conquistato il gioco – poi il gioco regola il livello successivo leggermente in modo da sfidarti di più. Quel tic tac ci fa sentire sfidati in quanto esseri umani e quindi continuiamo a giocare.

I marketer sono bugiardi cronici o narratori eccezionali?

Entrambi – alcuni sono narratori eccezionali, la maggior parte sono narratori medi e alcuni sono bugiardi cronici.

Puoi darci un’anteprima della tua ricerca di neuromarketing? Che cosa hai scoperto analizzando 2.000 cervelli?

Abbiamo imparato che:

La pubblicità subliminale funziona davvero.

– Che il ruolo del logo è cambiato – infatti alcuni dei più potenti messaggi di marca non hanno più bisogno di un logo, ma hanno bisogno “simboli indiretti”.

– Quanto più si utilizzano i sensi quando si costruisce un marchio, più potente è il messaggio

– L’inserimento di prodotti funziona solo se fatto in un contesto.

– Le avvertenze sanitarie sui pacchetti di sigaretta hanno l’effetto contrario.

Sei un brand futurist. Se davvero puoi prevedere il futuro, mi puoi dire chi vincerà nel lungo periodo, Apple o Samsung? Che cosa accadrà ai Google Glass? Coca-Cola rivelerà la sua ricetta segreta?

Apple o Samsung: entrambi – proprio come ci sono diverse marche automobilistiche top, lo stesso avverrà nel caso di beni elettronici.

I Google Glass  falliranno a breve termine – ma sopravviveranno in un contesto professionale su lungo termine.

La ricetta segreta della Coca-Cola è già stata rivelata, eccola:

Estratti fluido di Coca: 3 dram USP
Acido citrico: 3 once
Caffeina: 1 once
Zucchero: 30 (quantità non chiara)
Acqua: 2.5 galloni
Succo di lime: 2 litri, 1 quarto
Vaniglia: 1 once
Caramello: 1.5 once (o più per il colore)
Ingrediente segreto 7x (utilizzare 2 once per 5 galloni sciroppo)
Alcol: 8 once
Olio di arancio: 20 gocce
Olio di limone: 30 gocce
Olio di noce moscata: 10 gocce
Coriandolo: 5 gocce
Neroli: 10 gocce
Cannella: 10 gocce

Fonte: TIME magazine 2011

Vanno a ruba le startup food italiane

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Sarà l’EXPO 2015 dedicato al food, sarà la nostra tradizione culinaria, o forse saranno le capacità degli imprenditori di startup italiane food; sta di fatto che quattro exit in due mesi sono un dato più che confortante per il nostro ecosistema startup.

Le irresistibili startup food italiane: Cibando, l’exit apripista

Il primo annuncio è di dicembre, riguardo all’acquisizione di Cibando da parte del colosso indiano di prenotazione ristoranti Zomato.
Guk Kim, fondatore di Cibando, app e website per la ricerca di ristoranti, che avevamo intervistato tra i 30 co-founder italiani, seguirà lo sviluppo del progetto per l’Italia, rafforzando in primis la mappatura di Milano come capitale dell’esposizione universale e Roma, per poi svilupparsi rispetto a tutto il territorio italiano.

Il brand Zomato già conosciuto ed attivo in 20 paesi, dove registra ben 310 mila ristoranti iscritti, sta espandendo la propria presenza su scala mondiale acquisendo startup locali, proprio come ha fatto in Italia con Cibando. Ha infatti di recente acquisito MenuMania in Nuova Zelanda, Lunchtime e Obedovat, in Repubblica Ceca e Slovacchia, e Gastronauci in Polonia, con una previsione di ulteriori 15 nazioni da lanciare durante il 2015.

Nella dichiarazione di Pankaj Chaddah, co-founder di Zomato, appare come Cibando con i suoi 82.000 ristoranti sia stata la scelta migliore per approdare in Italia, considerando solo Yelp come altro possibile competitor in Italia.

Intanto in Italia sono previste assunzioni per 30-40 persone, che andranno a supportare il team originario di Cibando.

Doppia acquisizione per Tripadvisor

Evidentemente Tripavisor non la pensava esattamente come Zomato, soprattutto perchè di startup tricolori ne ha acquistata ben due. La prima è Mytable, che consente di prenotare tavoli nei ristoranti ed ha già un forte partner come Groupon per le prenotazioni dei coupon. Il servizio, come Groupon del resto, è già stato integrato con le recensioni di Tripadvisor.

Il sito della startup Restopolis, fondata da Almir Ambeskovic, invece, è stato già sostituito dal motore di ricerca di ristoranti The Fork, già operativo in Francia, Spagna, Svizzera, Inghilterra e Belgio con più 20.000 ristoranti prenotabili e recensiti, di cui ora 5.000 in Italia. La differenza ed il punto cruciale rispetto a cui Tripadvisor ha scelto di investire nel maggio 2014 in La fourchette, startup francese che centralizza l’organizzazione di the fork, è proprio il sistema di recensioni, che rendendo possibile il commento solo a chi ha effettivamente consumato, evitando così le problematiche derivante dalle false recensioni.

Grazie a Thefork è possibile non solo trovare i migliori ristoranti in città, ma ottenere buoni sconto per le prenotazioni effettuate, fino al 50%.

LEGGI ANCHE: Tripadvisor rivela come gli utenti scelgono i ristoranti

Rocket Internet sempre più delivery-driven con Pizzabo

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Rocket Internet conferma con le ultime tre acquisizioni (Pizzabo, DeliveryHero, LaNeveraRoja), il trend in tema delivery food e l’obiettivo di diventare leader globale nel segmento takeaway come annunciato nella presentazione di Business Update di Febbraio 2015 intitolata “Building Global Giants in Food & Groceries – the new Frontier in eCommerce”.

Anche se non è dato sapere a quanto è stata acquisita Pizzabo, la startup di Pizza delivery fondata nel 2009 da Christian Sarcuni, sappiamo invece quanto è costato il 30% di DeliveryHero cioè 496 milioni di euro.

LEGGI ANCHE: Doppia IPO a Francoforte per Zalando e Rocket Internet

Storytelling e Internet of Things: la nuova frontiera della narrazione tra Smart Home e Augmented Reality

“Senza dubbio, questo è un momento magnifico per uno storyteller. Questo afferma Lance Weiler riferendosi alle possibilità offerte dall’Internet of Things alla storytelling: parliamo di “sfruttare” gli oggetti connessi alla Rete per ampliare le possibilità espressive del racconto. Una mutazione è in atto: la capacità di integrare concretamente le storie con la realtà grazie ad app, augmented reality, iBeacon, codici Qr e NFC.

Un ottimo spunto ci viene da Geoffrey Long quando parla di smart home e storytelling: è vero, le case traboccano di racconti, ogni spazio abitativo racchiude una storia. Le cucine sono piene di racconti, le fotografie bisbigliano gioie e dolori degli inquilini, giocattoli e vestiti hanno una loro storia, per non parlare dei mobili e dell’architettura di una casa. E una smart home può dare tracciare nuove strade su cui uno storytelling può avventurarsi: un piccolo schermo in una cucina che, leggendo un codice QR oppure attraverso un dispositivo NFC, racconta cosa ha ispirato la ricetta di uno chef, oppure un episodio legato a quel particolare oggetto, o ancora il racconto della nascita.
E che dire di un gioco simil-nascondino con un cartone animato virtuale che scorrazza per casa, proiettato attraverso piccole telecamere e che interagisce con l’utente attrverso lo smartphone?
Ancora, ogni casa potrebbe avere una sua voce: ogni stanza potrebbe raccontare una storia, anzi tante storie quanti oggetti contiene.

Per capire di cosa stiamo parlando, proviamo ad applicare una famosa tecnica narrativa di scuola anglosassone: Show, don’t tell! Vediamo qualche esempio interessante.

Lighthouse in the Woods: il progetto di Geoffrey Long

L’esperimento di Geoffrey Long, presentato il 23 aprile scorso durante l’Evening of Innovation, è interessante e inquietante allo stesso tempo. Parliamo di una storia di fantasmi immersiva, in cui l’utente, con un paio di Oculus Rift, si trova chiuso in una stanza senza finestre e pieno di quadri, a tu per tu con una voce che racconta la maledizione che ha colpito la sua famiglia. Ogni membro è introdotto uno alla volta: la voce racconta la tragica fine che ha colpito il malcapitato e il rispettivo ritratto si illumina. L’utente non può lasciare la stanza, ma può muoversi all’interno di essa, anche se non può modificare la storia.
Gli Oculus Rift garantiscono un’esperienza immersiva a 360 gradi, ma il passo ulteriore potrebbe essere un mix fra gamification, IoT e storytelling, in cui l’utente potrebbe avere un ruolo nella narrazione.

Bear 71, il documentario interattivo della NBF

“Un documentario come nessun altro”. Già, Bear 71 è un progetto di documentario che, nonostante abbia già quasi tre anni di vita, è ancora attualissimo. Girato nel parco nazionale Banff, in Canada, il documentario vuole mostrare il rapporto fra uomo e specie selvatiche, in particolare valutando l’impatto antropico sulla natura selvaggia. La storia di Bear 71, un orsa grizzly, viene raccontata da Mia Kishner, ma dalla prospettiva dell’animale, dal momento in cui i rangers la catturano per farle indossare il collare per seguirla fino al momento della sua morte. Ma Bear 71 non è solo questo: è un fantastico esperimento di documentario interattivo, il cui obiettivo è capire in che punto, in un mondo in cui la tecnologia è ovunque, finisce il mondo connesso e inizia il mondo selvaggio.
Il documentario, di certo, fa di tutto per rendere complicato dare una risposta: fra realtà aumentata, app per il  tracciamento degli animali, installazioni nei parchi e sensori di movimento probabilmente i confini tra civiltà e natura sono così labili da non essere riconoscibili.
Il progetto ha vinto il Gold Cyber Lions Award e il sito…beh, il sito è da vedere.

Le opportunità si moltiplicano per gli Storyteller

Forse ha ragione Lance Weiler: questo è un buon momento per essere uno storyteller. L’IoT amplierà le modalità espressive di una narrazione e permetterà agli utenti di interagire con la storia: ci aspettiamo un bel divertimento immersivo.

Content marketing: le 3 basi per una perfetta strategia

E-commerce e social media: il modo di comunicare e generare vendite è ormai cambiato in modo radicale. Un brand e i suoi prodotti, se non sono presenti sul web, non riusciranno ad esistere nella mente del consumatore.

Ad oggi è molto importante lavorare sui contenuti dei propri prodotti e servizi, elaborando un’efficace strategia di content marketing.

Ma cosa vuol dire, prima di tutto? Il concetto chiave è racchiuso all’interno di questa definizione:

“Content marketing is a strategic marketing approach focused on creating and distributing valuable, relevant, and consistent content to attract and retain a clearly-defined audience — and, ultimately, to drive profitable customer action.”

Content Marketing significa cambiare il comportamento di un consumatore attraverso le parole; una strategia a lungo termine è funzionale solo se costruita per portare una persona a riflettere, valutare, acquistare e, infine, giudicare.

LEGGI ANCHE: Visual Content Marketing: commetti questi errori?

Il piano per agire corettamente sul mercato è quello di presidiare le conversazioni e il web fin dal primo momento: è scorretto pensare di utilizzare il content marketing solo nella fase di post acquisto. Per poter entrare nella memoria del target è necessario farsi conoscere.

Il primo step è quello di capire come un consumatore ricerca le informazioni su un prodotto o riguardo ad un brand; Procter & Gamble e Google sono partiti da un approccio innovativo, basato solo su strumenti digital, per creare un efficace strategy plan.

Zero moment of Truth

Il momento perfetto per far parlare il nostro prodotto. Il consumatore ha percepito un bisogno ed è alla ricerca di informazioni!

In questa fase è necessario battere i competitor creando forme di comunicazioni accattivanti, da un lato e, dall’altro, cercare opinion leader in grado di costruire un’immagine veritiera e convincente del prodotto.

Azione concreta per una comunicazione accattivante: è rappresentata da un banner in primo piano sui motori di ricerca o un post sui social media per lanciare un prodotto.

Azione concreta per creare un’ottima opinione: ricercare blogger o influencer adatti, fargli testare e far parlare il nostro brand e la novità attraverso la loro esperienza.

First moment of truth

Il giorno della scelta del prodotto in store è arrivato: aver costruito contenuti solidi, prima, ha fatto entrare il prodotto nella mente del target di riferimento e potrà essere ricordato al momento della scelta.

Un’azione strategica, in questa fase, è quella di non lasciare da solo il consumatore, ma accompagnare la sua esperienza d’acquisto. Il fatto che si ricordi di noi non significa certezza.

azione concreta per spingere l’acquisto: i social possono svolgere un’azione importante in questa fase. Fate in modo che chi acquista possa condividere anche l’esperienza vissuta. I contenuti non sono solo brand ma soprattutto persone.

The second moment of truth

Attraverso questa definizione si indica il momento in cui le persone vivono un’esperienza con il prodotto. I social e la crescente interazione permettono ad ogni consumatore di condividere le sue idee ed impressioni con altri potenziali clienti.

Monitorare le conversazioni è il metodo migliore per capire se la strategia, implementata fino a quel momento, funziona o se deve essere migliorata.

Azione concreta per monitorare: in questa fase viene in aiuto il crisi management, una pratica che permette ad ogni impresa di osservare le opinioni che le persone hanno riguardo al prodotto, risolvendo dubbi o rispondendo a domande di approfondimento.

Da ultimo, mai dimenticare, anche per il content marketing, due tipi di analisi: la prima a livello di contenuti, affidandosi a strumenti che misurino le impression ottenute. Quest’attività aiuta a capire se i messaggi sono stati studiati in modo adeguato ed inseriti nel giusto contesto.

In secondo luogo mai dimenticarsi di analizzare l’andamento del prodotto: sono lo specchio del successo. Ad oggi, se un prodotto non ha funzionato, è dovuto in gran parte da attività di comunicazione scorrette e non misurate.

Un consumatore che ci osserva oggi, può essere un potenziale cliente domani e un opinion leader del nostro futuro.

Da Star Trek alla realtà: la tecnologia ci salverà la vita?

Roberto Ascione è un imprenditore e opinion leader internazionale nella digital health. Ha un’esperienza ventennale in marketing e comunicazione, trasformazione dei processi di business e innovazione applicati alla salute. Attualmente è Presidente di Razorfish Healthware parte di Publicis Groupe. Al via oggi una serie di suoi guest post su tecnologia, salute e innovazione.

Dopo 2 anni, oltre 300 partecipanti in lizza e 21 squadre in shortlist, manca solo un anno di lavoro per i 10 Team finalisti che si contenderanno il premio Qualcomm Tricorder XPRIZE, l’annuncio a Gennaio 2016.

Con background culturali e professionali differenti, i 10 team finalisti raccolgono giovani laureati, ricercatori e startup nel campo biotech ma anche player affermati nel settore dei dispositivi medici; tutti provenienti da diverse parti del mondo, dal Canada agli Stati Uniti, dall’Europa all’Asia.

Per chi non lo sapesse, il Qualcomm Tricorder X-Prize è un concorso di respiro globale che segna una rivoluzione nel settore della digital healthcare: l’innovazione e l’integrazione delle tecnologie diagnostiche alla base dello sviluppo di un dispositivo mobile incentrato sul consumatore (assimilabile al Tricorder medico di Star Trek® ), in grado di diagnosticare 15 patologie mediche di comune affezione – come il diabete, l’anemia, l’ictus – e di registrare parametri vitali come la pressione arteriosa, la frequenza cardiaca e la temperatura.

Mentre il backend del dispositivo sarà caratterizzato da una tecnologia diagnostica sofisticata e di precisione, il frontend dovrà essere il più user-friendly possibile, così da permettere a tutti di fare diagnosi sulla salute affidabili. In pratica l’assistenza sanitaria sarà nelle mani del consumatore stesso. E, chiaramente, aspetti quali la sicurezza dei consumatori e la conformità alle normative sono parte dei requisiti.

I team finalisti hanno tempo fino a maggio 2015; i prototipi di lavoro saranno poi sottoposti a test di sicurezza per il consumatore e valutazioni di esperienza diagnostica fino a gennaio 2016 quando, in occasione del 50 ° anniversario di Star Trek, sarà proclamato il vincitore.

Considerando l’ampia gamma di competenze presenti in questi team, l’output sarà sicuramente un interessante mash-up di tecnologie, design, ingegneria e scienze biomediche. E questo è ancor più vero se si considera che alcuni team come Aezon e DMI hanno definito partnership strategiche con colossi come la NASA, il National Institute of Health, la Bill and Melinda Gates Foundation e il Center for Bioengineering, Innovation and Design.

Rick Valencia, Senior VP e General Manager di Qualcomm Life ha affermato che “Le tecnologie che si stanno sviluppando per il Qualcomm Tricorder X-Prize potrebbero avere un impatto globale esponenziale, non solo nella diagnosi da remoto delle malattie, ma su una miriade di altre aree mediche, tra cui il monitoraggio continuo della salute, la prevenzione delle malattie e la gestione delle malattie croniche.”

Ecco, io non potrei essere più d’accordo ma soprattutto sono più che ansioso di vedere queste idee materializzarsi in prototipi di lavoro – e magari portarci vicini al riuscire a trasformare la fantascienza del XXIII secolo in una realtà medica del XXI secolo.

D’altra parte diventa sempre più attraente il mercato dei dispositivi indossabili, soprattutto dopo quello che è accaduto con il recente lancio della Apple Watch: Samsung e Sony hanno praticamente preceduto l’annuncio del loro rivale con una serie distinta di nuovi dispositivi e gadget. È chiaro che in questo scenario in rapida evoluzione, dove i dati sanitari possono essere monitorati e analizzati con dispositivi, applicazioni e piattaforme in grado di dare a chiunque una visione olistica, reale e contestuale della propria salute e benessere, il concetto di future health non sembra più così lontano.

5 lezioni dalle aziende più odiate d'America

Per farsi odiare dai propri consumers bisogna metterci impegno ma, nel 2014, molti colossi statunitensi hanno fatto un lavoro encomiabile.

Un recente rapporto del sito 24/7 Wall Street ha rivelato le 5 grandi aziende che si sono distinte per alienazione che, per motivi e con gravità differenti, vengono percepite in maniera pessima dal pubblico.

Ecco 5 esempi che servano dai quali trarre importanti lezioni  in termini di marketing e pr.

1. General Motors: il silenzio può essere costoso

C’era una volta in cui General Motors era una delle forme empiriche dell’American Dream. Crisi, recessione, scissioni, acquisizioni dopo, nel 2014 è diventata una delle aziende più odiate d’America. Complici anche 42 morti causate da problemi di accensione relativi ad alcuni modelli della grande casa automobilistica “made in U.S.A.”, General Motors è stata posta sotto indagine preliminare dal procuratore federale di New York anche per non aver comunicato il difetto delle automobili né tantomeno ritirato tempestivamente dal mercato le vetture coinvolte.

Le scuse ufficiali dell’AD Mary Barra e il ritiro dal mercato dei veicoli sono stati fatti solo nel 2014, dopo ben 10 anni dai primi problemi riscontrati. Aver soprasseduto sulla questione è costato alla GM il ritiro di 34 milioni di auto per un costo pari a 2,7 milioni di dollari nei primi sei mesi del 2014.

Il consiglio più ovvio – anche se vero – è quello di fare le cose bene ma la lezione più importante da trarne è che sorvolare su un errore e non affrontarlo pubblicamente  ed immediatamente può essere molto costoso, in termini di soldi e di reputazione. Gli effetti a lungo termine di errori invariati possono inoltre aumentare esponenzialmente la spesa per ricostruire la reputazione persa.

2. Uber: la cattiva pubblicità può far male

Se dovessimo premiare chi ha fatto del detto “no publicity is bad publicity” il suo mantra, una dei candidati sarebbe sicuramente Uber. La società ha fatto molto parlare di sè per la sua bollente adv “hot chicks” riuscita prevalentemente a sollevare, più che il consenso popolare, polemiche a non finire in quanto ritenuta sessista. Anche se la società ha cercato di virare verso l’umiltà il danno era fatto e , nel 2014, le azioni di Uber parlavano più forte di quante parole non si potessero dire per contenere la bagarre.

La lezione che impariamo da Uber, quindi, riguarda la qualità che vince sulla quantità: il “purchè se ne parli” non crea consumatori fedeli, nemmeno a breve termine.

3. Walmart: quando i dipendenti scontenti possono affossare un business

Che la mega catena di superstore Walmart abbia di fatto danneggiato la gran parte delle piccole e medie imprese statunitensi ponendola già come una delle imprese più odiate d’America, non è sorprendente. È tuttavia a causa del trattamento che subiscono i suoi dipendenti che rischia di far scappare molti dei suoi abituali clienti.


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Secondo la classifica fatta dal portale Glassdoor, il colosso del retail statunitense guadagna appena 2,8 stelle su 5 e meno della metà dei votanti afferma di approvare il CEO Doug McMillon. Walmart è il più grande datore di lavoro privato in America con più di 1,4 milioni di membri dello staff in attivo, un trattamento migliore – o la percezione di esso – porterebbe non solo al miglioramento delle relazioni con i dipendenti ma anche ad una migliore percezione da parte degli avventori.

I dipendenti sono le prime persone ad interagire con i consumatori e i suoi migliori promotori. Migliorare le relazioni con loro può diminuire il turnover e incrementare il miglioramento della shopping experience.

4. Comcast e DISH Network: il customer service è la chiave

Troppe aziende spendono cifre astronomiche in marketing e pr quando spesso – in relazione al servizio offerto – la vera chiave per il successo è un customer service preciso, puntuale e affidabile. Nella carta dei diritti dell’uomo 2.0 andrebbe aggiunto un comma importante, il diritto inalienabile dell’uomo a rescindere da un abbonamento. In italia le punte più elevate di stalking lo raggiungono le compagnie telefoniche, in America vanno forte anche i canali televisivi via cavo.

Comcast e DISH hanno sempre lesinato sul fronte del customer service ma una telefonata – diventata un fenomeno virale – di una coppia che voleva semplicemente disconnettersi dal servizio e che è stata trattata malissimo, è stata la peggior pubblicità possibile.

Si può essere i miglior media relation o community manager sul mercato ma prima o poi la gente scopre ” when you’re putting lipstick on a pig”.

I media non si sono certo farti scappare questa succulenta occasione, neanche il celebre New Yorker.

5. Spirit Airlines: si ottiene quello per cui si paga

Il prezzodei biglietti della Sirit Airlines è uno dei più competitivi sulla scena statunitense ma, secondo il Consumer Reports 2013 è la compagnia ad aver ottenuto il minor punteggio complessivo dato dai consumatori. La compagnia ha addirittura sposato questa immagine tanto che Paul Berry, il portavoce di Spirit, ha dichiarato: “L’unica cosa che i consumatori dicono di noi è che la cosa più importante è il prezzo. Noi competiamo su quello”.

Va bene essere competitivi ma l’amore e la fedeltà ripagano a lungo termine.

Philips Hue: come ho (ri)scoperto il piacere di una bella luce [RECENSIONE]

La domotica non mi aveva mai interessato più di tanto.  Il poter controllare la mia abitazione secondo regole nuove mi sembrava un qualcosa di molto remoto rispetto alla mia quotidianità. Ecco, almeno fino ad oggi la domotica mi sembrava un qualcosa di molto distante da me. Poi, però, è capitato che grazie a un regalo di un amico scoprissi il Philips Hue.

Guardatevi intorno quando siete a casa vostra alla sera. Come cambia il vostro tinello quando la luce non è più quella del sole ma quella elettrica? Personalmente, la cosa mi è saltata all’occhio quando per sbaglio ho comperato una lampadina gialla al posto di una bianca:  una variazione apparentemente piccola che ha prodotto un effetto disastroso (quella luce gialla era veramente brutta).

Eppure, quando mi è stato donato il Philips Hue, il mio essere poco-appassionato-di-domotica ha preso il sopravvento, dato che la prima cosa che ho chiesto al mio interlocutore è stata: “Ok, ma quindi che fa di tanto speciale?”.

La risposta è più articolata di quanto si pensi.

Il Philips Hue, infatti, cambia l’illuminazione domestica: ne regolare l’intensità, modulandone e intrecciando i colori di ogni punto-luce  per ottenere un effetto diverso. Gestisce l’accensione, lo spegnimento e tutte le modifiche cromatiche da remoto, da desktop e da smartphone. Può creare effetti luminosi nuovi.
Ecco, è questo che fa il Philips Hue. Migliora la luce domestica e ne semplifica la gestione. Detta così, sembra una roba da poco. E invece, da poco non è.

Assemblaggio e attivazione

Il Philips Hue – Starter Kit è composto da 3 lampadine, un “bridge” e i relativi cavi per connetterlo al modem. Quando lo apro, provo subito a cercare le istruzioni per capire come funziona (essendo poco avvezzo, come detto prima, a tutto ciò che è domotica).
“Metti la lampadina, collega al modem wi-fi il bridge, scarica l’app e accedi”.

Semplice, immediato. Perfetto, mi dico, proviamo.

Monto una sola lampadina (perché in effetti si parte dalle basi, soprattutto se sei poco avvezzo in termini domotici come me) e collego il bridge al wi-fi. Poi, scarico l’app sul mio smartphone.

Inizialmente, la luce della lampadina è semplice, normale, niente di così speciale. Attivo l’app e seguo l’iter per settare il mio bridge. Mi registro, attivo il mio dashboard, sincronizzo bridge, connessione e account e accedo al mio pannello di controllo. Ora posso usare tutto il potenziale del mio Philips Hue.

Che, in effetti, è molto.

Una library molto ricca di “scene”, che fanno cambiare alla lampadina croma e intensità. Dal viola al giallo, all’azzurro fino al bianco: grazie al cursore del dashboard, posso regolarne il tono, così da ottenere sfumature non settate.

Mi decido, e monto anche le altre due in punti luce differenti. Riaccedo all’app, e continuo a giocare con scene e colori. L’effetto è veramente d’impatto, la casa sembra assumere contorni differenti. Tutto merito della luce.
Ecco, sì. La luce. Questo Philips Hue comincia a piacermi.

L’illuminazione come non l’avevo mai immaginata

Nei giorni seguenti, provo a capire cosa offra il sistema di gestione. Se la domotica mi permette di “relazionarmi” con la mia casa, allora proviamo a capire come. Accedo al sito Philips Hue e scopro che posso programmare l’accesione e lo spegnimento della luce, però andando oltre al semplice “gesto” dello spegnere: posso ad esempio programmare il Philips Hue per simulare l’alba e regalarmi così un risveglio più dolce di quello del “bip-bip” della sveglia. Il comando “Spegni tutto” mi permette di disattivare tutti i punti luce anche da lontano (e fare quelli che una volta si chiamavano “scherzi da prete”). Posso salvare le ambientazioni che creo io, aggiungendole alla mia library. Insomma, una serie di funzionalità niente male. Solo quella “Spegni tutto” mi si ritorce contro, visto gli sms minatori che ricevo da casa mentre continuo a dare l’imput di accendere e spegnere la luce mentre sono fuori casa: “Smettila di giocare con la luce o mi viene l’emicrania”: sì, forse quella funzione non è da abusare.

Feedback

In effetti, non pensavo di dirlo quando ho ricevuto questo regalo così particolare: il Philips Hue è sul serio un impianto che può incidere sul modo di vivere la propria abitazione e, se ben utilizzata, anche cambiare le abitudini. Forse il limite sta proprio nel modo di interfacciarsi alla domotica come concetto, un modo di “vivere” lo spazio domestico ancora troppo distante dalla quotidianità di molti. Se però la sintesi concreta è un oggetto come il Philips Hue, beh, sarà semplice abituarcisi.

Digital marketing ROI e l'ansia da prestazione dei marketer

John Wanamaker ROI advertising

Complimenti! Anche quest’anno il budget destinato alle attività di digital marketing è aumentato. Eppure, prima di darti una pacca sulla spalla, il CMO, dai capelli ormai bianchi e dagli occhi lividi e stanchi, ti ha guardato con aria di sfida e ti ha detto:”Voglio proprio vedere cosa porterai a casa con tutti quei soldi“.

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Ora, non prenderla troppo sul personale: se sei un social media manager o un digital media strategist o un “addetto alle varie ed eventuali attività di marketing” e ti hanno affidato delle risorse per realizzare la tua strategia social, ci sta che il tuo superiore, assillandoti, ti chieda: “Ehi, quanto ci abbiamo guadagnato con quell’aforisma di Einstein sulla fanpage?”

Probabilmente, mentre leggevi la frase qui sopra, ti sarà sfuggita l’allitterazione della lettera “T”. “Tua”, “tuo”, “ti”. La senti tutta questa pressione? Bene. Sappi che lo stress che percepisci tu è di gran lunga minore rispetto a quello che sente un CMO.

digital marketing roi

I CMO sono stressati: ecco perché

Come riporta un articolo su Adobe, infatti, il 93% dei CMO dichiara di passare le notti insonne, quando si tratta di giustificare al board il ROI sulle attività di marketing. Come se non bastasse, un 50% si trova in difficoltà quando deve dimostrare come i ritorni economici siano direttamente collegati alle attività di marketing.

Ma c’è un pensiero che tormenta il tuo Responsabile Marketing e Comunicazione come se fosse sottoposto alla tortura della goccia cinese: investire o no sulle attività di digital marketing? L‘81% a gran voce dice che spenderebbe di più sui canali social e sulle attività di mobile marketing, se solo riuscisse a tracciarne il ROI.

Eppure, un timido 23% di marketer B2C sostiene di misurare facilmente i ricavi delle attività di content marketing, anche se un 51% continua a pensare che sia sfidante giustificarne l’efficacia. E pensare che un 15% dei CMO intervistati, proprio non ci pensa al ROI di queste attività. E per quanto riguarda le attività sui social media? Un 8% è felice di ammettere che è in grado di determinarne il ritorno.

C’è qualcuno che veramente può stare tranquillo? Pare proprio che il 75% dei brand possa vivere sereno: ad esempio il ROI sulle campagne di programmatic advertising si misura tenendo conto dei tassi di conversione. Se un 51.9% per le proprie attività di marketing sceglie il video, ecco che l’email marketing è ancora lo strumento più attendibile per misurare il ROI.

Ma come? Alcuni riescono, altri no, e altri ancora escludono dal calcolo del ROI le attività social?

ROI marketing

La verità è che i CMO non sono preparati

Insomma, c’è poco da stare allegri. Sono drammatici i risultati pubblicati da una ricerca apparsa sul Fournaise Marketing Group. Lo studio si basa su una serie di interviste rivolte ai big boss del marketing di tutto il mondo, Italia compresa, naturalmente.

Veniamo al dunque: sai perché i CMO si sentono così insicuri e stressati? Perché non sono adeguatamente preparati. Il 90% delle lauree in marketing e affini non presenta nel piano di studi un corso in performance marketing & ROI. Ma a lasciare a bocca aperta è la notizia che l’85% dei Responsabili Marketing possiede sì una laurea, ma non specifica in ambito marketing, bensì in lettere, sociologia, storia e lingue.

Quindi, stando così le cose, non dovremmo stupirci più di tanto se i CMO hanno i capelli bianchi anzitempo. Ma allora, non è impossibile calcolare il ROI delle attività di marketing, digital comprese. Basta dotarsi di conoscenze. E io che pensavo fosse un’impresa per pochi.

Una speranza dall’econometria: lo studio di Microsoft & BrandScience

Microsoft Advertising e l’agenzia di esperti in econometria BrandScience hanno condotto uno studio che ha interessato Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania, Norvegia, Danimarca e Svezia su 455 campagne di prodotti a largo consumo (impulso, food&drink, casalinghi, bellezza). L’oggetto della ricerca è comprendere quali siano le attività di marketing che impattano realmente sulle vendite e in quale misura.

TV mezzo in cui investe la pubblicità

La TV continua a essere il mezzo su cui i brand investono di più in pubblicità. E fin qui, nulla di nuovo. Che cosa sorprende realmente? Solo il 4% dell’adv viene investito sul canale digitale. E pensare che l’online è il secondo mezzo più proficuo in termini di ROI.

Al primo posto allora, ci sarà la TV? E invece no. A dominare la classifica è il cinema. Infatti, a fronte di un investimento di 1€, le attività di marketing sui canali digital restituiscono un €1.43. E quanto frutta il cinema? € 2.64. Terzo posto per la TV, che ha un ritorno di €1.26.

Ehi, ma fino ad ora abbiamo sempre parlato di ROI (return on investment). E se stessimo inseguendo un indicatore di performance errato?

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Dal ROI al RROI il passo è breve

RROI e non ROI. Proprio così. Ma come, deve esserci un errore. C’è una “R” di troppo. E invece no. Proprio quella R in più  potrebbe essere la tua àncora di salvezza. Se fino a qualche tempo  fa tiravi fuori dal cilindro la citazione di John Wanamaker:

Metà dei soldi che spendo in pubblicità è sprecata; il problema è che non so di quale metà si tratti

oggi, qualcosa è cambiato. Secondo lo studio, è più corretto parlare di revenue return on investment, RROI, appunto, che si calcola dividendo i ricavi ottenuti dalle attività di marketing per i costi sostenuti.

calcolare RROI

Sembra evidente che l’online non solo produca un RROI eccellente ma pare proprio che influenzi positivamente anche il RROI degli altri media. Ma in quale misura?

Prendiamo la TV. Il RROI del mezzo televisivo arriva a 0.74. Se aggiungiamo però le attività digitali a supporto dell’adv in televisione, ecco che in totale il RROI della TV sale a 1.26 (+70% grazie all’online). E il RROI del cinema? 1.54, ma se combiniamo le performance delle attività online, aumenta del 71% e raggiunge il valore di 2.64.

Quindi, tutti gli investimenti dell’advertising devono essere mirati all’online? No, certo che no. Anche perché il canale online non è immune da disastrosi risultati in termini di performance. Ça va sans dire: occorre combinare l’uso dei canali tradizionali con quelli digitali. Intanto puoi pensare di rivedere il tuo approccio al digital ROI: le tue campagne online rendono poco? Forse è il caso di allocare le risorse in altre attività.

Digital marketing e roi

5 modi per aumentare il ROI delle tue campagne digital

Come riporta uno studio della McKinsey&Company, a fronte di considerevoli investimenti in ambito digital advertising, le aziende devono tenere in mente che un primo passo verso l’aumento del ROI (o RROI) deriva dall’eliminazione dell’inefficienza.

1. Taglia gli investimenti improduttivi. Subito!

A che serve continuare a fare campagne facendo leva su 10.000 keyword, considerate le migliori per il proprio settore di riferimento, se solo la metà si rivela profittevole?

Luna

2. Non guardare il dito, guarda la luna

Non soffermarti su cost per lead e cost per acquisition. Non è da quei dati che capisci realmente il valore delle attività digital sul volume d’affari. Prova a considerare l’impatto del digital adv sull’intero margine lordo del business.

3. Se è digitale, allora è misurabile

Il dato digitale diventa tanto meno effimero e più tangibile, se consideriamo che tutto ciò che viaggia sul web è tracciabile. Un aiuto viene proprio dall’approccio econometrico alla base dello studio di Microsoft Advertising e BrandScience. Inizia ad aggregare i dati…

4. Sviluppa un sistema di tracciamento unico

Ogni agenzia e centro media a cui ti affidi produce il proprio report sull’andamento delle iniziative digital con relativi indicatori di performance.
Il passo definitivo è determinare internamente un modello unico di misurazione e di indicatori di successo delle campagne che comunicheremo ai nostri partner esterni; avrai così un sistema condiviso che renderà i dati comparabili tra di essi e compatibili con i report interni. E sopratutto aderenti ai nostri modelli di attribuzione dei costi.

Albert Einstein

5. Gli earned media sono le leve su cui investire

Il sito aziendale è un owned medium. La TV che passa lo spot del tuo prodotto è un paid medium. L’influencer che parla del tuo brand sul suo blog è earned media. Massimizzare il valore degli owned media significa, ad esempio, investire in attività SEO per promuovere il proprio sito.

E se questa folle corsa a essere primi a tutti i costi su Google fosse solo una tua ossessione? Per giunta inefficiente? Pensa: potrebbe essere molto più produttiva una strategia di digital PR.

In fondo, diceva il caro Albert: “Non tutto ciò che può essere contato conta e non tutto ciò che conta può essere contato”. Sarà proprio vero?

 

Like su Facebook, dimmi Mi Piace e ti dirò chi sei

Passiamo molto del nostro tempo sui social network: condividiamo idee, emozioni, attività della nostra vita quotidiana. E dispensiamo like su Facebook.

L’azione che compiamo più spesso su questo social network, senza in realtà dargli troppa importanza, è apprezzare ciò che condividono le nostre connessioni. Sicuramente ciò che pubblichiamo dice molto di noi: ciò che condividiamo racconta i nostri gusti, opinioni, anche ideologie.

Molti di noi però non hanno una cognizione precisa dell’immagine che mostriamo agli altri in rete; è un po’ come nella realtà: non sempre siamo coscienti dei “segnali” che diamo agli altri.

I più non si rendono conto che determinati comportamenti tenuti online possono essere molto più significativi di un semplice click, riflettendosi nelle ricerche dei nostri colleghi e datori di lavoro o nella serp del selezionatore a cui abbiamo inviato un CV.

Facebook ti conosce meglio di quel che credi

Dalle scarse capacità empatiche delle persone passiamo ora alle capacità dei calcolatori: gli studiosi delle Università di Cambridge e Stanford hanno elaborato un algoritmo che, attraverso i like su Facebook, riesce a valutare la personalità delle persone.

Tale algoritmo è così efficace che può essere elaborato un valore preciso sulla persona che sta esaminando già dopo pochissime preferenze. Più aumenta il numero dei dati forniti al calcolatore, tanto questo è in grado di comprenderci a fondo.

I nostri dati, forniti sotto forma di apprezzamenti, permettono al sistema di farsi un’idea tanto precisa su di noi e sui nostri comportamenti abituali, comprese le scelte d’acquisto che operiamo, i brand che amiamo, la musica che diffondiamo, che nemmeno le persone a noi care riuscirebbero a disegnare.

 

I ricercatori hanno infatti calcolato che il software ci conosce meglio dei nostri colleghi di lavoro già dopo 10 mi piace . Bastano appnea 70 like per conoscerci meglio dei nostri amici più stretti e 150 per comprenderci meglio dei nostri genitori. Superati i 300 apprezzamenti, la mente digitale vi può descrivere meglio del vostro partner.

Like su Facebook: quanto vale un Mi piace?

Quello che sembra solo un gesto impulsivo (sperando che siate estranei al fenomeno dell’autolike) è in realtà spesso una presa di posizione che può svelare molte cose su di noi.

Pensate a quante volte avete storto il naso quando un vostro contatto ha cliccato mi piace su canzoni neomelodiche, post sulle scie chimiche, santo del giorno, duckface assortite e sul resto dei contenuti della varia umanità presente sul popolare social network. Ora pensate a cosa gli altri possono pensare quando esprimete preferenza pubblica per i contenuti che gradite.

 

 

Quanto possono essere utili questi dati per veicolare efficacemente campagne costruite su target specifici? Moltissimo, ed è per questo che, accanto ai post di amici, parenti o immensamente popolari, la notizia sponsorizzata sarà sempre presente.

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Invisibile, certo, nascosta tra gli aggiornamenti di stato sul gossip del giorno, corredata del rassicurante “ai tuoi amici piace questo contenuto”. Però è pubblicità a tutti gli effetti, mirata, costruita sul tuo profilo, sulle tue impostazioni generali, ma anche sul gradimento che esprimi ogni giorno con apprezzamenti e condivisioni.

Il messaggio pubblicitario su misura ha un costo oggettivamente basso: per raggiungere 1200 persone con un promoted post sono sufficienti appena cinque dollari e, con 15 dollari in più, il messaggio può arrivare a 4600 utenti specificamente individuati attraverso strumenti che Facebook mette a disposizione nella creazione dell’inserzione.

Piccoli introiti moltiplicati per il numero stratosferico degli utenti presenti sul social di Mark Zuckerberg.

E in tutto ciò, chi ci mette la faccia sei tu!