La ricerca della felicità al tempo dei social media: intervista a Sebastiano Zanolli [INTERVISTA]

zanolli

Nello streaming dei nostri social media è facile riavvolgere il nastro e assistere a momenti passati, oppure crogiolarsi, scrollando il presente del proprio smartphone. Uno studio dell’Università di Houston, pubblicato dal prestigioso Journal of Social and Clinical Psychology conferma il tabù: i social media provocano stress, e lo stress è causato dall’assistere allo spettacolo delle vite degli altri e della loro apparente felicità.

Quando osserviamo qualcuno, infatti, diventa inevitabile comparare la qualità della sua esistenza alla nostra. Ma se le informazioni che di norma dovrebbero restare private o inaccessibili diventano di dominio pubblico, il banco salta. I social media non creano giocoforza depressione, ma i sintomi depressivi tendono ad emergere attraverso un uso particolare di questi mezzi, unito ad una certa predisposizione (ed immaturità) individuale.

C’è bisogno di fare chiarezza e tirarsi su di morale: niente di meglio che una bella chiacchierata con Sebastiano Zanolli, manager e scrittore (QUI potete leggere la sua bio). Sebastiano non ama definirsi “motivatore”, ma i suoi libri e le sue serate riscuotono sempre più successo tra chi, la motivazione, un po’ l’ha persa. Succede nella vita.

Alcune persone che si confidano con me hanno dentro un vero disastro emotivo, eppure dalle foto su Facebook sembrano vivere solo di momenti felici. Sui social media assistiamo ogni giorno alla narrazione di qualcosa di cui, di fatto, non sappiamo nulla. La questione è semplice: quando sfoglio la mia home non do un’occhiata nelle vite delle persone, ma al racconto che esse stesse fanno delle proprie vite”. E la differenza è gigantesca: la gran parte della gente tende a postare i momenti felici – o meglio, quelli che possono apparire tali – tralasciando quelli negativi. Nel mezzo c’è una brutta bestia: l’invidia, amplificata in “un tempo in cui i social media ci portano a fare più attenzione a quello che non abbiamo piuttosto che a quello che abbiamo“.

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Se siete tristi per Facebook, un po’ ve lo meritate

I social media sono un potenziamento delle capacità umane sia in negativo che in positivo: possono muovere ad invidia ma anche fare del bene agli altri”, ci spiega Sebastiano. Alla fine della fiera insomma è sempre tutta questione di individui e maturità: “Sì, e se per caso scambiamo un istante di felicità per la totale felicità… la depressione un po’ ce la cerchiamo. E forse ce la meritiamo pure”.
Se credi che un completo intimo sia bello di per sé e non capisci che è bello perché indossato da una modella, il problema è solo tuo. Se scambi una foto di un istante per la totale felicità, il problema è sempre solo tuo”. La buona notizia, dunque, è che la responsabilità personale gioca un ruolo fondamentale, almeno finché la società resta libera.

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Contro la pianificazione della felicità

Sono in molti a confondere il “diritto alla felicità” con il “diritto alla ricerca della felicità”, due concetti che sembrano simili ma che hanno un oceano nel mezzo: quello che separa le dottrine filosofiche e politiche nate dalla rivoluzione francese e quelle sbocciate in seguito all’avvento degli Stati Uniti d’America.

Lasciamo stare il diritto e concentriamoci sulla ricerca:

Paragonare la tua situazione a quella di altri è un pensiero antico quanto il mondo: c’è qualcuno là fuori che ha un letto più caldo del mio. Per risolvere questa (fastidiosa?) situazione hai due possibilità: o vai allo scontro (rubi il letto!) oppure ti metti in gioco e, in un sistema di mercato – che dovrebbe garantire a tutti pari opportunità – provi anche tu ad avere un letto caldo (o più caldo!) del tuo vicino. Ricercare la propria felicitá è la pulsione più umana che ci sia”.

Insomma, abbiamo noi in mano il pannello di controllo delle nostre vite e non serve che qualcuno (la società, lo Stato) ci dica cosa è bene o cosa è male per noi, perché siamo in grado di comprenderlo da soli.

“È normale ipotizzare che ci sia sempre un modo migliore di vivere e i social media diventano un vero e proprio potenziamento del tuo benchmark. Basta essere consapevoli che ogni ‘classifica’ ha in sé gli spazi per creare l’infelicità, ma anche i margini per stimolare a migliorarsi”.

Il dirigismo non paga mai, rende solo più fragile il sistema. Non ci serve qualcuno che ci dica che non si devono mangiare certi panini perché troppo grassi, non serve un sistema che ci considera dei minus habens. Altrimenti non miglioreremo mai”.

Le persone dunque potrebbero essere meno fragili e facili preda di invidie e rancori? “Sì, se ci fosse più libertà”.

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Quel passato che resta tra noi

Alzi la mano chi non ha mai avuto un sussulto quando, aprendo Facebook, si è trovato davanti a foto risalenti ad un passato molto spesso già in archivio. La conversazione, grazie ai social media e alle app di messaggistica, si arricchisce di immagini, video, geolocalizzazioni, audio etc. ma (non dimentichiamolo!) resta pur sempre una conversazione: ovvero qualcosa di transitorio.

I new media ostacolano questo precetto fondamentale, fissando la conversazione nel tempo e nello spazio. Non ci saremmo mai sognati di immortalare per sempre le chiacchiere dei sabati sera spesi con gli amici davanti ad una birra, eppure oggi, basta un selfie per fissare momenti che fino a poco fa non avremmo mai sentito il bisogno di conservare. Le conversazioni infatti nascono per esaurirsi, non per restare sempre tra noi; e il passato che si confonde col presente porta all’inquietudine.
È vero, i social media ti mettono davanti ad un passato difficile da cancellare, tutto è tracciabile, tutto è registrato. Ma è un problema che non riguarda solo Facebook ma la tecnologia a 360 gradi, si pensi alla videosorveglianza, ad esempio, piuttosto che ai sistemi satellitari. La presenza di un passato costantemente ‘presente’ fa emergere in noi necessità di coerenza. Con molti rischi, come un’ipotetica fidanzata gelosa che ti chiede di attivare il Gps come prova d’amore. Se restano le tracce di ogni cosa che facciamo, decade un po’ il paradigma della imperfezione e casualità della vita”.

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Questi ragazzini tutti al cellulare: pensassero alle donne

In una recente chiacchierata con Cesare Cadeo, il celebre televenditore Mediaset ci ha confidato di non sopportare proprio tutti quei ragazzi che si siedono attorno ad un tavolo, a Milano, a fare l’aperitivo e preferiscono lo schermo del proprio cellulare alle belle ragazze che hanno intorno.

Sebastiano se la ride: “Io Cadeo, Michele Serra e tanti altri, siamo inadatti a dare lezioni. E sapete perché? Perché non capiamo nulla del mondo dei giovanissimi di oggi, allo stesso modo in cui i miei genitori non capivano nulla di me quando mi chiudevo in camera ad ascoltare ‘Made in Japan’ dei Deep Purple”.
Ogni epoca insomma ha le sue routine, i suoi linguaggi, i suoi riti che, visti da fuori, possono sembrare stupidi e insulsi. Ma attenti a non cadere nel relativismo: “Questo sforzo di comprensione non significa che tutto andrà bene, conclude Sabastiano “Non sappiamo nulla delle vite di questi ragazzi ma probabilmente non lo scopriremo mai”.

Perché quando sarà tempo di fare bilanci saremo troppo vecchi o troppo stanchi. O la storia sarà andata troppo avanti e ai comandi della nostra mente – come ci insegna “Inside Out” della Pixar – ci sarà un’emozione nuova. Quanto più lontana possibile, ci auguriamo, dal palinsesto del sentimentalmente corretto.

 

Social Media: le cose che gli esperti sanno più di te [FREE MASTERCLASS]

Ti candidi ai colloqui come Social Media Manager professionista ma fermati a pensare: è solo da due anni che smanetti con i Social Network, pensi che questo possa bastare per considerarti un esperto?

I Social Network vivono nel web, un mondo infinito e imprevedibile, dove l’unica via di sopravvivenza è l’adattamento continuo alle nuove tendenze. Questo processo, però, non è di certo un’impresa facile e spesso si rischia di semplificare confondendo due figure che sono invece molto distanti fra di loro: il professionista e l’appassionato di Social Network. In realtà la strada che l’appassionato deve percorrere per diventare un professionista è ancora lunga e in salita, fatta di formazione, esperienza e aggiornamento continuo.

Detto questo, se ti stai chiedendo se sei un esperto o solo un appassionato, scoprilo al Corso in Social Media Marketing (Formula Online + Lab).

Quanto conosci i Social Media? Le nozioni per metterti alla prova

Giovedì 19 novembre dalle 13 alle 14 saremo in compagnia di Filippo Giotto e Simone Tornabene, rispettivamente Social Media Manager e Social Media Advisor nonché docenti del Corso Online in Social Media Marketing & Community Management, i quali ci guideranno in un percorso fatto di statistiche e dati che solo i migliori Social Media Manager conoscono.

Parleremo di come riconoscere la reale portata dei Social Media Trend al fine di trasformarli da una minaccia in un opportunità di crescita aziendale e di come prendere le decisioni migliori per realizzare un Social Media Plan di successo.

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Qualora fossi impossibilitato a seguire i web live potrai ritrovare sulla piattaforma e-learning video e slide a distanza di un paio di giorni dalla diretta e solo per un periodo limitato di tempo.

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Ricapitoliamo:

FREE MASTERCLASS
Quanto conosci i Social Media? Le nozioni per metterti alla prova
Filippo Giotto e Simone Tornabene
Giovedì 19 Novembre 2015, dalle ore 13 alle 14

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Il team Ninja Academy resta a tua disposizione per qualsiasi dubbio o chiarimento.
Puoi scrivere a info[@]ninjacademy.it o telefonare allo 02 40042554 o al 346 4278490.

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I migliori videogame dedicati a Star Wars

star wars videogame classifica migliori

Di tutti i franchise divenuti videogiochi, ben pochi (o forse nessuno) sono stati tanto prolifici come Guerre Stellari. Le parole videogioco e Star Wars vanno in coppia meglio di C3PO e R2D2, meglio di Han e Leia o anche dei ratti womp e di Tatooine.

È difficile elencarli tutti. Ho passato in rassegna molti titoli che meritavano per atmosfera (la battaglia di Hoth in Star Wars: Shadows of the Empire) o che erano assurdamente divertenti nello stile di gioco (Star Wars: Jedi Power Battles). Ho cercato, quindi, di puntare le eccellenze che questa serie ci ha dato, per quanto riguarda il mondo dei videogiochi.

Star Wars: Knights of the Old Republic (1° posto)

kotor gameplay

Ok. Sto parlando del padre di Mass Effect. Questo gioco è riuscito a regalarmi una storia migliore di qualsiasi altro film-prequel. Il titolo che dovrebbe essere considerato un vademecum sugli RPG di Star Wars.

L’incredibile quantità di scelte che puoi compiere nel gioco – ormai famoso con l’acronimo di KOTOR – ti fa sentire, forse per la prima volta, completamente immerso nell’universo di Star Wars, nonostante la storia sia ambientata migliaia di anni prima ancora che Luke e Leia fossero una vaga idea nella mente dei loro genitori.

KOTOR, ancora oggi, mantiene una posizione di tutto rispetto nella categoria degli RPG migliori di sempre, non parliamo poi di quella che ha tra i videogiochi di Star Wars.

LEGO Star Wars: La Saga Completa (2° posto)

lego star wars la saga completa gameplay

È difficile immaginare un mondo dove non veniamo sommersi, ogni anno, da un videogioco LEGO. Sai perché? LEGO Star Wars ti suggerisce qualcosa? Questo gioco è letteralmente esploso alla release. Ha venduto milioni di copie, trasformando la piccola TT Games (Traveller’s Tales) in una delle maggiori aziende produttrici di videogiochi. Senza il successo di questo titolo, forse il brand LEGO non sarebbe mai cresciuto nel modo in cui è riuscito a fare.

LEGO Star Wars: La Saga Completa diverte e racconta, attraverso i mattoncini più famosi del mondo, la storia dei film di George Lucas. Tutto utilizzando centinaia di personaggi diversi: Luke Skywalker, Han Solo, Chewbacca o Darth Vader, sono solo i più classici degli esempi che potevo farti.

PS → La Saga Completa, raccoglie tutti i titoli LEGO dedicati a Star Wars.

Star Wars: Battlefront II (3° posto)

star wars battlefront II gameplay

Finché non uscirà l’attesissimo Star Wars Battlefront (previsto per la fine di novembre), Star Wars: Battlefront II è il miglior modo per confrontarsi con dozzine di giocatori. Come alcuni dei migliori videogame su Star Wars, Battlefront ha preso lo stile di gioco di un franchise esistente e di successo (Battlefield), e l’ha inglobato nel proprio universo.

Rispetto al primo episodio della serie, oltre l’aggiunta di nuovi veicoli, mappe e missioni, in Battlefront II potrai finalmente volare a bordo di un Tie Fighter o guidare la ribellione, deflettendo colpi di blaster con Obi-Wan Kenobi. Sì, hai capito bene, battaglie nello spazio e la possibilità di controllare in battaglia uno dei personaggi storici di Star Wars.

L’imminente Battlefront sembra prendere tutte le parti buone del suo predecessore e, addirittura, migliorarle. La forza scorre potente in questo videogame.

Videogame e Star Wars: e la tua classifica?

Questa era la mia classifica personale. Come scritto in apertura, è stato difficile limitarmi a un podio, ma come in tutte le competizioni che si rispettino, questa è la procedura standard. O sbaglio?

Passandoti la spada laser, quali videogame dedicati all’universo di Star Wars inseriresti in una top 3? Scrivila nei commenti!

Alessandro Lazzaroni e la sfida di Domino's Pizza in Italia [INTERVISTA]

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Pizza. Una delle parole italiane più conosciute e masticate al mondo. Una grande sfida per Domino’s, leader mondiale della pizza a domicilio  e già presente in oltre 80 mercati, quella di portare la pizza in Italia.

Unire tradizione e innovazione e conquistare un mercato importante, dal punto di vista dell’immagine e della forza del brand, certo, ma anche per il consistente numero dei consumi legati al prodotto.

Alessandro Lazzaroni, master franchisee di Domino’s Italia, ha raccolto la sfida.

LEGGI ANCHE: Business sostenibile in Sicilia: Cum Laude, storia di una borsa 

Manager in Mc Donald’s e poi direttore retail per Galbusera, Lazzaroni sa bene che, nel paese del blasonato made in Italy, la qualità ha un peso specifico importante.

Il cliente italiano, esigente, va conquistato anche con la velocità dei servizi: l’obiettivo ambizioso è diventare la pizzeria di rifermento del quartiere.

Il 5 ottobre il primo punto vendita ha aperto al pubblico a Milano; ho chiesto ad Alessandro Lazzaroni circa i piani di sviluppo nei prossimi mesi, di come si possa essere globale e locale allo stesso tempo e, sì, anche della pizza con l’ananas.

Innovazione, mozzarella di bufala ed eccellenza nel servizio. Cos’altro c’è nel menu di Domino’s Italia?

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Ingredienti di qualità, eccellenza nel servizio e innovazione tecnologica sono proprio i tre punti di forza sui quali punta Domino’s Italia. A questi potremmo aggiungere una grande voglia di vincere una sfida, quella di portare in Italia, patria della pizza, un brand internazionale.

Per farlo, come dicevo, abbiamo unito tre elementi di successo. Il primo è la qualità, perché per imporsi sul mercato italiano dalla qualità non si può prescindere: per studiare le ricette siamo quindi partiti dall’impasto e dalla scelta delle materie prime di eccellenza, dalla salsa di pomodoro 100% italiana alla scelta di alcune specialità d.o.p come mozzarella di bufala, Prosciutto di Parma, grana padano e gorgonzola.

Il secondo è il servizio, perché solo l’organizzazione di Domino’s può garantire una velocità e una puntualità nella consegna della pizza, calda e gustosa, che non ha eguali fra le tradizionali pizzerie a domicilio italiane.

Il terzo è la tecnologia, perché possiamo vantare alcuni elementi assolutamente innovativi nel settore della pizza a domicilio: la possibilità di ordinare online, di pagare online o alla consegna sia in contanti sia con carte e bancomat, e di seguire in tempo reale lo stato del proprio ordine, di memorizzare il proprio ordine per esser ancora più rapidi per l’ordine successivo e molto altro ancora che vedrà la luce nei prossimi mesi.

“Domino’s Pizza in Italy? Oh yes, we did!” Anche per un’azienda globale del food l’ingresso nel mercato italiano è sempre un traguardo da festeggiare? Che numeri vi aspettate?

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Certo, non nascondo che per Domino’s l’arrivo nel Paese che ha dato i natali alla pizza è un evento di grande importanza; l’Italia, oltre ad essere la patria della pizza è anche uno dei mercati più importanti al mondo in termini di consumi e, anche per questo, ci aspettiamo di poter avere uno sviluppo importante e veloce.

Apriremo una decina di punti vendita nei prossimi 12 mesi e poi inizieremo ad aprire altre pizzerie attraverso il franchising, cercheremo i migliori franchisee tra i nostri collaboratori in modo tale da poter alimentare sempre più il modo di far business di Domino’s.

Cosa porterai dall’esperienza maturata in McDonald’s nelle strategie di un marchio che fa dell’asporto uno dei suoi punti di forza?

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L’esperienza professionale che ho avuto in McDonald’s è stata molto importante e, sicuramente, mi ha insegnato a porre la massima attenzione ai dettagli nel lavoro e l’importanza di creare processi semplici per governare sia il flusso produttivo sia la gestione di un punto vendita.

Da ultimo penso che McDonald’s abbia sviluppato delle ottime competenze di local store marketing e proprio queste competenze saranno fondamentali per una società come la nostra, visto che ci poniamo l’obiettivo di diventare la pizzeria di riferimento nei diversi quartieri nei quali apriremo.

Gorgonzola, prosciutto di Parma e Grana Padano, ma tra gli ingredienti c’è anche l’ananas. Qualcuno ha già comprato la pizza hawaiana? Che reazioni hanno suscitato i prodotti più vicini al mercato statunitense?

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Sì, abbiamo già venduto un buon numero di pizze hawaiane, che nella nostra versione prevedono la farcitura con Prosciutto di Parma d.o.p.

La pizza hawaiana, assieme alla “Extravaganza” (farcita con pomodoro, mozzarella, salame pizzante, wurstel, prosciutto cotto, cipolle, funghi freschi, olive e peperone), è una delle “signature pizza” di Domino’s in tutto il mondo, uno dei cavalli di battaglia che non potevano certo mancare nel menu.

Come dicevo, la pizza hawaiana, pur così lontana dai gusti italiani, ha avuto un buon numero di richieste, perché suscita curiosità.
E dirò di più: un buon numero di clienti, soprattutto i più giovani, ha voglia di provare gusti alternativi, più “americani”, e ha richiesto di inserirli nel menu.

Sicuramente nel futuro sapremo stupire i nostri clienti con dei prodotti nuovi ed originali, prodotti che potranno avere sia dei gusti tradizionali sia dei gusti non tipici della nostra cultura culinaria.

La prima apertura a Milano, quali sono i progetti futuri per la patria della pizza?

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Il nostro obiettivo è quello di ampliare la rete di Domino’s prima a Milano e poi nel resto d’Italia.

Fra il 2015/2016 è prevista l’apertura di un nuovo punto vendita a Milano e poi, sempre nel corso del 2016, puntiamo ad aprire un’altra decina di punti vendita distribuiti sempre nell’area metropolitana milanese.

Si tratterà sempre di negozi a gestione diretta da parte della mia società, che detiene i diritti di “master franchisee”, ma l’idea è quella di avviare un percorso di crescita in tutto il Paese, nord, centro e sud, puntando sul franchising.

Social media: come impiegarli nella formazione? [HOW TO]

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Non è una associazione immediata o frequente: i social media per lo più si associano o al divertimento e relax, oppure al marketing e alla pubblicità, inclusi i casi in cui li si usa per promuovere se stessi o il proprio lavoro da professionisti.

L’uso dei social media nella formazione si fa sempre più esteso e intenso. Dalle scuole ai corsi aziendali o per adulti i social media possono essere un ottimo strumento a supporto  della formazione, nessuno escluso.

I metodi di erogazione di un corso possono essere molteplici e diversi. I principali possono essere:

  • instructor-led: il classico, tutti in aula con un istruttore.
  • webinar: un seminario erogato in remoto via web. una veste nuova per il classico metodo menzionato in precedenza.
  • e-learning: i corsi sono tenuti a distanza, come un webinar. Sono di solito articolati in più lezioni o sessioni, con esercizi e quiz o esami da svolgere.
  • blended learning: una forma mista di erogazione, che include almeno due dei metodi precedenti.

Da Facebook a Twitter, o Snapchat e YouTube, tutti possono contribuire a rendere ciascuno di questi percorsi di apprendimento più ricchi e fruttuosi grazie al supporto tecnologico extra.

MOOC (Massive Open Online Courses, corsi di massa aperti e online) che stanno prendendo sempre più piede anche nelle aziende, con piattaforme che offrono la possibilità di creare e ospitare corsi senza doversi preoccupare delle infrastrutture necessarie oppure con software  (anche open source) da installare internamente.

I MOOC sembrerebbero uno strumento inopportuno da adottare per la formazione aziendale.

L’aspetto aperto (open) di tali piattaforme potrebbe spaventare: per quale ragione si dovrebbe aprire al pubblico generale la propria cultura e know-how aziendale?

In realtà questo rischio non c’è.

Si potrebbe tranquillamente aprire a tutto il mondo una serie di corsi aziendali se non sono relativi a chissà quali segreti industriali, non solo come strategia in aiuto del marketing per diffondere la brand awareness con la propria filosofa aziendale e valori, ma anche come modalità di reclutamento.

Uno degli obiettivi dichiarati di edX è proprio quello di sopperire alla mancanza di certe figure professionali, specie in ambito tecnologico. Su 100mila o più partecipanti ad un MOOC, poiché il tasso di abbandono è elevato, solo 10mila o meno arrivano alla fine e ottengono una certificazione. Ma costituiscono pur sempre un interessante bacino in cui trovare le competenze di cui l’azienda è sguarnita.

In alternativa, basterebbe considerare un MOOC aperto, sì, ma solo ai propri dipendenti e rete di collaboratori (includendo, perché no, i fornitori): una classe di corsi che qualcuno ha battezzato GROOC: Group Open Online Courses, corsi di gruppo aperti e online.

Chi fosse interessato, può approfondire su MOOC.org, una piattaforma open source creata da edX per offrire a scuole, università, aziende e privati la possibilità di creare e tenere i loro corsi oppure può esplorare  i servizi di Udemy for business.
Sono entrambi solo degli esempi delle piattaforme disponibili.

Formation. Clavier
Non è necessario però iniziare con l’uso di piattaforme così specializzate e avanzate.

Anche i social media più popolari e universali possono essere usati come supporto alla formazione in diversi modi:

  • Un gruppo Facebook può permettere di scambiare aggiornamenti, annunci, foto e video e, in generale, il tipo di informazioni che ci si scambierebbe di persona.
  • Twitter può essere utile per coordinare le attività, dare scadenze, indicare fonti (usando le liste) o, creando un hashtag, addirittura creare contenuti in maniera cooperativa. (si veda, in Italia, per esempio, il caso twitteratura )
  • Youtube può essere usato per pubblicare pillole formative da guardare prima di andare a scuola o al corso, secondo il paradigma della classe capovolta (Flipped classroom) oppure può essere usato per ospitare le risposte e i progetti  svolti dagli allievi.

Sono solo alcuni degli esempi in cui le piattaforme esistenti possono essere usate: si potrebbe anche pensare di usare Instagram per mostrare ad una classe i lavori dei singoli, o, come nel caso di twitter, per creare dei feed a tema.

Che la formazione sia un campo d’azione interessante per i social media lo si può evincere anche da un interessante progetto che la rete European Schoolnet dei ministeri dell’istruzione europei ha portato a termine tra aprile 2012 e maggio 2013 con la collaborazione di Facebook: il progetto SMILE (Social Media In Learning and Education).

Un progetto che mirava proprio a capire le sfide e opportunità da affrontare nella formazione di studenti immersi in un mondo in cui i social media e la tecnologia sono una una parte importante e onnipresente.

Un centinaio di docenti provenienti da trenta paesi dell’unione europea hanno partecipato per investigare le tendenze e identificare i migliori approcci sull’uso dei social media nella formazione.

I temi e gli aspetti oggetti di studio:

  • Cosa sono i social media?
  • Uso di social media nelle scuole
  • I principi pedagogici dell’uso dei social media
  • L’uso dei social media per la formazione e sviluppo personale
  • L’uso responsabile dei social media
  • Le policy e sfide poste dall’adozione dei social media nelle scuole

I risultati della ricerca sono stati pubblicati e resi disponibili.

Oltre ai social network più noti e già citati, sono stati presi in esame anche LinkedIn, Slideshare, Flickr, GooglePlus, WordPress, Wikipedia e del.icio.us

Non tutte, è vero, possono essere considerate piattaforme di social media, ma tutte possono avere un ruolo nella formazione con l’obiettivo dichiarato  dai ricercatori di sfidare i modelli formativi tradizionali, rovesciando le gerarchie e permettendo agli allievi di comunicare, collaborare e coordinarsi utilizzando sistemi a loro noti e che sono, oramai, pervasivi.

Non ci si limiti a considerare questi risultati e aspetti solo relativamente all’ambiente scolastico: sono preziosi e rilevanti anche in ambito aziendale e professionale.

La rete e i social media sono diventati di uso comune, facilmente accessibili (esiste, è vero, ancora un certo grado di digital divide in Italia, ma, si spera, sempre minore) e fruibili ovunque grazie ai dispositivi mobili.

Un ulteriore vantaggio, non trascurabile, è che usando sistemi già noti al pubblico cui ci si rivolge, non occorre obbligarli all’uso di sistemi LMS (Learning Management System) proprietari, evoluti e sicuramente preziosi ma con una importante curva di apprendimento associata.

I social media possono essere un prezioso strumento per la formazione di ogni tipo e livello, rendendo possibile, fruibile e accessibile una formazione continua, abbattendo non solo barriere temporali o geografiche ma anche i costi della formazione tradizionale, intesa come formazione in aula.

Un tipo di formazione che non va certo considerata obsoleta o inefficace, ma che può essere integrata, arricchita dall’uso della tecnologia.

Può esserne sostituita? Voi che dite?

Scrivere efficacemente per il social: ce lo racconta Massimo Guerci

massimo guerci

Se è vero che il contenuto è sovrano, ed è vero che ogni giorno ci piace sentir raccontare le storie in modo originale, è vero anche che c’è bisogno sempre di più di scrivere contenuti che sappiano viaggiare sul web in modo creativo e dinamico. E per far questo, ci sono delle regole. Massimo Guerci, docente del Master Online in Web Marketing & Social Media, ce le racconta con una breve chiacchierata.

1. Pare che storytelling sia la parola più abusata del mondo digitale, cosa ci puoi aggiungere di nuovo?

C’è veramente poco da aggiungere, anche perché lo storytelling esiste da sempre. Sicuramente sono cambiati i mezzi per scrivere e raccontare le storie, anche perché prima era un mestiere; oggi ognuno di noi può scrivere la propria, attraverso un’applicazione, in qualsiasi luogo e in tempo reale.

2. Scrivere testi che non annoino: cosa dobbiamo sempre tener presente?

Regole classiche: non usare frasi fatte, non essere autoreferenziali, saper dosare i “paroloni” ed essere sintetici.

3. Quali sono i focus su cui deve puntare chi scrive per l’engagement?

Nei canali social si utilizza un linguaggio vero, quotidiano. Per questo serve un po’ di personalità, altrimenti il rischio è di confondersi tra le mille voci che popolano le nostre timeline.

4. Scrittura creativa: “classica” vs “digital”. Quali sono le differenze tra te e Shakespeare?

scrivere massimo guerci

A parte il taglio di capelli, non molte. Credo che le regole principali per scrivere siano le stesse, oggi bisogna saper cogliere più velocemente quello che succede nel mondo. In 24 ore, le notizie diventano vecchie.

5. L’instant marketing riesce sempre a divertirci. Come può un brand cavalcare i trend anche momentanei? E poi, di che colore era per te il vestito?

Oggi tutti fanno instant marketing e per questo c’è bisogno di una creatività veramente efficace per emergere. Bisogna conoscere bene gli argomenti prima di lanciarsi, perché è molto facile inciampare in clamorosi “fail”. Ho visto creativi pensare e pubblicare un instant in mezz’ora per poi spendere giorni interni a rispondere a commenti e critiche devastanti. Tra l’altro, come la storia del vestito insegna, tutti amano commentare.

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Che fine ha fatto Tom di Myspace?

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Nel 2005, sul web, ce ne erano poche di certezze. Molti di noi navigavano ancora con il cavo, accompagnati da quel suono che ci divideva dalle porte del paradiso dell’internet. Alcuni di noi forse litigavano ancora con i genitori per le bollette del telefono a fine mese troppo salate, e provavano a risparmiare minuti tenendo sempre sott’occhio il tempo di connessione, che senza accorgercene superava improvvisamente l’ora e niente, ci preparavamo alla prossima discussione mensile. C’è una cosa, però, che ci accomunava tutti: il follow di Tom quando aprivi un nuovo spazio su Myspace. Lui era lì, con la sua maglietta bianca – Mark, sorry, non ti sei inventato niente con quei tuoi look minimal – di spalle ma con un grande sorriso, pronto ad accoglierti in uno dei primi social network del web, quando probabilmente ancora non sapevamo che si chiamassero social network.

Che fine ha fatto Tom di Myspace

È stato il nostro primo amico digitale, il primo ad averci insegnato a riconoscere qualcuno dal suo avatar invece che dal suo vero aspetto, il primo ad averci dato l’idea di poter davvero entrare in contatto con qualcuno senza conoscerlo nella realtà e, ammettiamolo, il primo ad aver alimentato il nostro ego nella speranza di diventare famosi online, con questo primo follower sconosciuto.

Come nelle migliori famiglie, dove tutti sanno ma non parlano per non mettere il dito nella piaga, del declino di Myspace preferirei non parlare: siamo tutti complici di aver sostituito la foto – santino di Tom con quella di Mark. Ma dovremmo davvero sentirci così in colpa? Oggi il povero Tom, dopo aver abbandonato Myspace nel 2009, gira per le strade della Silicon Valley ubriaco inveendo contro l’era moderna? Frequenta bar poco raccomandabili in California dove, tra uno shot e un altro, racconta di come il 2.0 lo dobbiamo a lui?

Che fine ha fatto Tom di Myspace

No, niente di tutto questo. Frenate la fantasia: Tom se la passa da-pa-u-ra. O, meglio, come uno splendido multi milionario quarantacinquenne in pensione. La sua nuova passione, la fotografia, lo porta in giro per il mondo e le sue foto pubblicate su Instagram raggiungono migliaia di persone in giro per il mondo. Selfie, pochi. La sua identità digitale è nostalgicamente sempre la stessa: foto profilo con la t-shirt bianca e @myspacetom come nickname.

Che fine ha fatto Tom di Myspace

Già nel 2011 in un post su Google+ e nel 2012, in un battibecco con un suo follower su Twitter, aveva chiarito abbastanza bene le sue intenzioni di godersi la pensione d’oro.

Oggi queste fantastiche immagini non possono che confermarci che Tom ha terminato di vivere i suoi 15 minuti di popolarità, ma forse non dovrebbe poi farci così tanta tenerezza! 😀

Leggi anche: Myspace svenduto a Specific Media per 35 milioni di dollari

Eni e i social network: il parere di Roberto Ferrari [INTERVISTA]

Roberto_Ferrari
Qualche settima na fa Eni, grande multinazionale operante nel settore oil & gas, ha aperto la sua nuova pagina Facebook global: una scelta interessante, che ha colpito gli addetti ai lavori e che segna un’evoluzione nella loro social strategy.
Per chiarirci le idee su idee, obiettivi e aspettative di questa piccola grande svolta, abbiamo interpellato Roberto Ferrari, capo della Digital communications di Eni.

Eni sbarca sui social network: quali sono state le scelte che vi hanno portato a invertire la rotta e definire come strategica una presenza su questi canali?

A dire il vero Eni non ha invertito la rotta rispetto alla presenza sui social. Siamo presenti sulle principal piattaforme da anni con alcune presenze già molto consolidate: per darle qualche numero il canale linkedin ha circa 300 mila follower, il canale Twitter più di 20 mila il canale YouTube offre 1500 video.
E anche le attività di business hanno canali sia di comunicazione sia di caring.
La svolta, se così si può definire, è stata la recente pubblicazione della global page su Facebook.
Una piattaforma su cui Eni aveva già investito in passato con alcune pagine tematiche,  dal mondo della cultura è quello delle scuole, e che ora si arricchisce con una presenza globale. Un percorso che non è stato facile, parliamo della piattaforma con maggiore interattività,  ma che ci garantisce di essere sul principale network del mondo nel modo giusto e parlare con una comunità che potrà finalmente ascoltare anche la nostra voce.

Quali sono i pillar che avete identificato per costruire la vostra social strategy?

Il pilastro centrale della nostra strategia è la convinzione che una presenza fine a se stessa, come dire….tanto per esserci, non ci  porterà grandi a risultati e non aiuterà l’azienda a comunicare meglio.
Il nostro obiettivo è presidiare nel modo migliore ogni piattaforma per quello che può offrirci sia in termini di modalità di comunicazione sia i termini di stakeholders potenzialmente raggiungibili. Come dicevo ad esempio già da tempo LinkedIn è diventato uno strumento importante per le nostre attività di recruitment, mentre ora che abbiamo lanciato un blog – eniday – in cui raccontiamo in modo un po’ meno istituzionale le nostre attività e il mondo dell’energia pensiamo che fb sarà un canale importante per diffondere questo tipo di contenuti.

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La scelta di uno dei vostri competitor, Enel, di entrare con una strategia molto propositiva come #Guerrieri lo scorso anno non ha pagato. Ha influito quel caso nella scelta di non entrare prima in questo mondo?

No, le nostre scelte di comunicazione non sono mai guidate da quello che fanno i nostri competitor. Noi abbiamo usato le piattaforme social al meglio per quelle che erano le nostre opportunità di comunicazione rispetto ai diversi target. Poi le cose cambiano, nelle aziende e fuori. Oggi eni ha deciso di raccontarsi in un modo nuovo e in questo certamente ci aiuta ad usare i canali social.
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All’estero è ormai scontato essere propositivi nel dialogo con i consumatori, e difficilmente un’azienda non presidia i canali social in maniera attiva. Da Eni ci aspetteremo lo stesso?

Noi siamo già impegnati nel dialogo con i consumatori in quasi tutte le nostre aree di business. Certamente nessuna azienda  che vuole continuare ad essere sul mercato può pensare di ignorare un canale di comunicazione e che tutti i clienti  ormai considerano come naturale. Certamente colmeremo a breve il gap in quelle aree che ci vedono ancora poco attivi.
Facebook è una certezza fra i social network, tanto da risultare ormai imprescindibile.

Secondo la tua opinione, quali saranno i canali del futuro, per un’azienda come Eni?

Facebook è una certezza oggi. Mi permetta questa precisazione,  ma nella mia carriera ho visto altri grandi “fenomeni” come Second life nascere, diventare imprescindibili e sparire velocemente. Io sono certo che FB ha davanti ancora anni di successo, ma credo che nel mio ruolo oltre a fare le cose che è giusto fare sia importante guardare oltre. Cercare strategie magari meno scontate, ma che possono offrire nuove strade. Ora sarebbe davvero difficile profetizzare quali piattaforme avranno successo in futuro. Però ci sono  due aree tematiche che terrei in grande considerazione: l’utilizzo delle immagini e dei dati. Secondo me stiamo ancora facendo esperimenti ma potrebbero vedersi novità importanti.

Serie TV, le top app Android per i telefilm addicted

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Per gli appassionati delle serie TV, l’appuntamento con il proprio telefilm preferito è qualcosa di sacro, un vero e proprio impegno da non perdere. Per questo motivo sui nostri smartphone non possono mancare specifiche app che consentano di organizzare i propri «impegni telefilmici», a maggior ragione dopo lo sbarco in Italia di Netflix, probabile causa del declino della vita sociale di molti.

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Ecco quattro app per non perdere i propri episodi preferiti, ben consci dell’esistenza di altre app del genere e del continuo proliferare di nuovi applicativi dai propositi sempre più ambiziosi.

TVShow Time, perfetta fusione tra agenda e community

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TVShow Time è senza ombra di dubbio una delle app più diffuse tra i series addicted. Disponibile non soltanto per Android ma anche per iOS, è utilizzabile inoltre dal proprio pc accedendo al sito ufficiale con le proprie credenziali.
Una volta creato il proprio account, è possibile aggiungere le serie TV seguite scegliendo, per ciascuna di esse, l’ultimo episodio visto. TVShow Time automaticamente creerà un elenco di puntate da vedere, in modo tale che l’utente possa spuntare, di volta in volta, la puntata appena vista e tenere aggiornato il proprio profilo.

Il punto di forza di TVShow Time è sicuramente la possibilità di condividere i propri progressi e i contenuti con una vasta community: l’utente può infatti commentare ciascuna puntata anche facendo uso di frame video della puntata stessa e di meme. L’interazione con la community, il numero di commenti e i like ricevuti permettono l’assegnazione di diversi “distintivi”.

Altre caratteristiche proprie di questa app sono le notifiche live in caso di uscita di una nuova puntata, l’auto-rilevamento di una puntata vista in streaming e la protezione da eventuali spoiler nel feed di Facebook (queste ultime due funzioni sono possibili grazie all’installazione dell’apposita estensione per Chrome). Inutile, ma simpatico, il counter che indica quanto tempo della propria vita si è trascorso a guardare serie TV e la possibilità di associare al proprio profilo il personaggio di una serie preferita.

SeriesGuide, non solo serie TV

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SeriesGuide rappresenta, per numero di download da Play Store, la principale antagonista su Android di TVShow Time. Le funzionalità sono ovviamente quelle standard per questo genere di app: SeriesGuide consiglia, grazie alla collaborazione con trakt e TheTVDB, le serie attualmente più in voga; inoltre, collegando il proprio account trakt, è possibile creare delle librerie personalizzate. Dopodiché, mediante un’interfaccia molto semplice e lineare, è possibile aggiungere le serie TV seguite e spuntare gli episodi guardati.

Il plus di SeriesGuide rispetto ad app similari è la possibilità di creare anche liste di film guardati e da guardare, allo stesso modo delle serie TV. Di contro, tuttavia, si riscontrano carenze in fatto di community (l’app è pensata per essere un’agenda personale, l’unica interazione social possibile è la condivisione della propria attività su Facebook, Twitter e Google+) e per quanto riguarda i reminder per i nuovi episodi o i temi grafici, funzioni aggiuntive disponibili con la versione a pagamento.

TV Series, your shows manager

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TV Series, già dalla prima ricerca su Google Play Store, dal quale è scaricabile gratuitamente, si propone come il gestore delle nostre attività telefilmiche.

Al primo accesso è possibile registrarsi ed usufruire di un cloud che registra i nostri dati oppure utilizzare l’app senza registrazione online. Successivamente sarà possibile aggiungere le serie TV alla nostra libreria in maniera semplicissima: basta ricercarne il nome mediante la barra di ricerca posta in alto e selezionare l’apposito simbolo accanto al risultato della ricerca, indicando l’ultima puntata vista.

La schermata principale di TV Series presenta quattro differenti sezioni: un feed di notizie relative alle serie TV da noi seguite, l’elenco delle serie TV registrate in libreria, i prossimi episodi da vedere e un calendario sul quale vengono indicate le prossime uscite. Dal menù a tendina, attivabile sul lato destro della schermata, è possibile accedere alle nostre statistiche, ad un elenco di notizie direttamente dal mondo delle serie e ad altre interessanti impostazioni, tra cui la creazione di liste personalizzate.

Series Addict: Material Design per l’app che vuole primeggiare

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Series Addict è l’app Android più giovane tra le quattro analizzate e, ad ora, conta poche decine di migliaia di download. La particolarità di quest’applicazione è senza dubbio il design, semplice e lineare, in pieno stile Material.

Al primo utilizzo verrà richiesto di collegare l’account trakt, una procedura non obbligatoria. La schermata principale, in cui primeggia un colore azzurro pastello, permette l’aggiunta delle serie TV seguite, ricercabili attraverso una barra di ricerca. Una volta fatto ciò, dal menù laterale è possibile aggiornare i propri progressi per ciascuna serie.

La maggior parte delle opzioni è raggiungibile dal già citato menù a tendina, mentre la schermata madre dell’app mostra esclusivamente due liste: “Upcoming”, indicante i prossimi appuntamenti, e “Recent”, con le puntate andate in onda da poco. Francamente appare ancora come un’app acerba, soprattutto per l’assenza di funzioni social e di una community, ma risulta ottima la funzione di notifica programmabile per le puntate in uscita.

Starbucks: oltre il caffè, tanta tecnologia mobile

Starbucks: tecnologia oltre il caffè

Cosa ti viene in mente se dico frappuccino e muffin al cioccolato?! La risposta è, ovviamente, Starbucks! La nota catena internazionale, (pronta al suo sbarco in Italia?), ha da sempre investito molto nel marketing e ciò gli ha permesso di conquistarsi una posizione di primato tra le caffetterie americane al mondo.

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L’azienda ha puntato già da qualche anno su un connubio perfetto tra il settore alimentare (di appartenenza) e quello tecnologico: oggi vi parliamo della sua strategia mobile in attesa dell’arrivo dei suoi coffee shop in Italia.

Con l’app di Starbucks ordini la colazione e salti la fila

È nel dicembre 2014 in Oregon che nasce l’app Starbucks: un sistema di ordinazione mobile che funziona grazie al modello Mobile Order and Pay. L’idea è di ordinare un caffè prima ancora di arrivare al negozio, per evitare le file che, per un’azienda così nota, sono piuttosto lunghe. Il punto di forza sta nella capacità di rispondere a un bisogno delle persone: risparmiare tempo senza però rinunciare “ai piaceri della vita”.

Dopo aver selezionato i prodotti dall’app, è sufficiente indicare la propria posizione e l’app suggerisce la caffetteria più vicina. A quel punto si paga e ci si reca nel coffee shop per ritirare l’acquisto.

My Starbucks Rewards: accumula punti e vinci i premi

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Sempre tramite l’app puoi iscriverti al My Starbucks Rewards, un programma fedeltà che ti premia con una stella d’oro (un punto) ogni volta che acquisti un prodotto Starbucks. I premi sono organizzati in 3 livelli: livello di benvenuto (buono di compleanno e offerte personalizzate via e-mail), livello verde (ricariche gratuite per bevande in-store) e livello oro (cibo gratis e gold card personalizzata).

Quando vuoi puoi controllare la quantità di stelle accumulate e qualora non dovessi accorgerti di aver ottenuto un premio, sarà l’azienda ad avvisarti contattandoti personalmente via e-mail.

Ricarica wireless gratuita: un motivo in più per concederti una pausa

Starbucks: tecnologia oltre il caffè

L’investimento di Starbucks nel settore tech non finisce qui. Vuoi trascorrere del tempo in caffetteria ma hai il telefono scarico? Non è più un problema! Starbucks ti mette a disposizione delle postazioni di ricarica wireless gratuite.

Basta avere un telefono compatibile con il sistema Powermant oppure prendere in prestito un apparecchio con entrata micro-USB da attaccare direttamente al tuo smartphone. L’iniziativa è stata creata in collaborazione con Duracell .

La partnership con Spotify e The NewYork Times

Arriva il caffè a tempo di musica grazie alla partnership tra Starbucks e Spotify. In questo modo gli abbonati al servizio musicale in streaming potranno ottenere punti dal programma fedeltà di Starbucks da spendere presso il colosso delle caffetterie. I clienti potranno, inoltre, legare i loro account Spotify e Starbucks, inviando le proprie preferenze sui brani da inserire nelle playlist ascoltabili nei punti vendita, dove di solito si recano.

Molto importante è anche la partnership con The NewYork Times che, dalla metà del 2016, mette a disposizione direttamente sull’app di Starbucks alcuni dei propri articoli di giornale. Inoltre tutti coloro che acquisteranno abbonamenti online o su stampa per il Times potranno guadagnare punti (le ormai famose stelle) con cui acquistare cibo e bevande.

L’applicazione è disponibile per i dispositivi iOS e Android e nasce negli Stati Uniti ma, dato l’enorme successo, da pochi mesi si è diffusa anche in Europa.

Starbucks sta arrivando in Italia: quali di queste tecnologie mobile saranno disponibili per il nostro Paese?