Ninja Social Oroscopo dal 5 all'11 Febbraio

Astro blogger di Una Parola Buona Per Tutti, a rapporto! C’è da scrivere un Ninja Social Oroscopo della Settimana, subito!
Con questi Marte e Venere nello smemorato Pesci bisogna essere un po’ imperiosi e tenere d’occhio le scadenze… Per fortuna ci sono il Sole e Mercurio nell’Acquario che con un colpo di genio risolveranno ogni ritardo di consegna!

I segni d’Acqua infatti questa settimana potrebbero avere la testa tra le nuvole e le mani impegnate in qualcosa di più interessante della tastiera, quindi avranno probabilmente bisogno di tutto il supporto tecnologico per la gestione rapida e a distanza della loro vita sociale (fuori dal letto!): ai Pesci servirà un superdotato Everypostche pubblica ovunque, ti scatta una foto dove sembri sul pezzo (grazie ai filtri!) e ti manda anche una mail di recap. Nonostante la tua testa tra le nuvole di zucchero filato impossibile che tu perda un update!Il cancro avrà tanta voglia di chiacchierare ma, come spesso in questo periodo, l’iniziativa non sarà il suo forte… Che ne dici di un classico Hootsuite ma con la nuova funzione Suggestions che ti suggerisce # in base ai tuoi tweet precedenti?? Lo so, la tua tweet story è mielosissima!!Per lo Scorpione invece sarà importante monitorare anche a distanza gli analytics delle sue prestazioni… e non aggiungo altro. Spredfast??

Il Capricorno ci stupirà con un bisogno irrefrenabile di comunicare il suo amore. Dal pulpito, come sempre, ma con una certa dolcezza… The Distant Hello fa per lui che, come ben sappiamo, con questo Plutone infuocato in transito certo non si lascia fermare od impaurire da una manciata di chilometri di distanza. E se dall’altra parte della tazza (di caffè) ci fosse un Sagittario questo Capricorno dovrebbe stare attento che nonostante i modi per questa settimana un pò rudi qui si è pronti a grandi passi!

L’Acquario ancora più del solito ama il crowdfunding: innovativo, sociale e collaborativo… la morte sua!! Questa settimana la lampadina del suo genio potrebbe essere accesa anche in remoto grazie ad Alyt che gestisce ogni sorta di apparecchio casalingo. Il Toro ne ha già ordinati un paio e sta cercando anche di collegarlo a frullatore e micronde perchè in questa settimana ha più di una cenetta da preparare al suo amore. L’Ariete sa che ne avrebbe bisogno per realizzare tutti i progetti che sta mettendo in piedi… ma questa settimana vorrebbe evitare decisioni così definitive perchè quest’accoppiata di Venere e Marte in Pesci lo rende addirittura insicuro. Solo per qualche giorno, però!

La Vergine non ha proprio tempo, cari miei. Soprattutto per l’amore. Di sesso non se ne parla. Per fortuna per gestire le sue pagine social ha imparato che le bastano 18 minuti al giorno. Ma potrebbe riuscirci in 15. La Bilancia, per una volta amante della competizione, potrebbe cogliere la sfida e dimostrare che anche lei, nonostante si perda ogni tanto nel perfezionismo estetico, riesce nell’impresa. L’efficienza questa settimana combatte con l’eleganza. Finisce in pareggio ma esulta il suo capo!

I Gemelli saranno intrattabili, sappiatelo fin da subito. Che fare quindi?? Fategli sfogare fisicamente tutta l’energia in eccesso cumulata tra i bicipiti. Ed anche i manager non hanno più scuse: esistono gli esercizi da scrivania. Sudati voi, sollevati noi…
Chiudiamo in bellezza con il Leone che stravince da tempo come la campagna #LikeAGirl al SuperBowl: nulla di nuovo ma piacere, gioia, grinta, sicurezza di sè.
Enjoy the week 🙂

Everlast: tu la chiameresti "pugile donna" o solo "pugile"? [VIDEO]

everlast

Il binomio donne e sport negli ultimi mesi sembra essersi affermato con particolare successo nell’advertising. Parliamo di quella che vuole essere, nelle intenzioni dei creativi dietro alle campagne, la rappresentazione di sport come pratica anche agonistica, attraverso la quale esprimersi e affermarsi, disvalorizzando l’attività fisica come mero strumento per ottenere un corpo socialmente accettabile. L’ultimo brand a provarci, secondo noi con successo, è Everlast con “I’m a boxer“.

Protagonista è una ragazzina che, con sguardo fiero e sicuro, si allena nel suo sport, la boxe, e, come recita il voiceover “immagina di vincere, e immagina un mondo in cui non importa se sei un uomo o una donna, quello che conta è quanto bene giochi”.

La battuta finale recitata dalla giovane, rivolta direttamente ad un generale voi, a chi guarda il video, dice: “Non definitemi una donna pugile. Io sono una pugile“.

everlast pubblicità

everlast pugile

i'm a boxer

pubblicità stereotipi femminili

Quello di Everlast è un filmato che ne richiama alle mente altri, recenti, che hanno per protagoniste bambine e ragazzine alle prese con quelli che sono luoghi comuni e stereotipi ancora duri a morire. Ricordate ad esempio “Inspire her mind” di Verizon o “Princess Machine” di GoldieBlox? Entrambe le campagne insistono sull’importanza di ispirare le più giovani nel perseguire le loro ispirazioni in campi finora dominati da uomini come la scienza o, appunto, lo sport.

Always con la sua campagna #LikeAGirl recentemente riproposta durante il Super Bowl, o gli ultimi spot Dove centrati sul rapporto madre-figlia. Sempre più brand scelgono di affrontare il tema degli stereotipi femminili partendo da questa fascia d’età, forse per aggirare la difficoltà di rappresentare un corpo femminile adulto che non sia omologato, esteticamente valorizzato.

Voi cosa ne pensate?

Credits:

Director: Claire Edmondson
Production Company: Steam Films
Cinematographer: Catherine Lutes
Executive Producer: Carling Acthim
Producer: Jason Aita
Art Director: Erika Lobko
Wardrobe: Basia Wyszynski
Editilng: Married to Giants
Editor: Michael Durst
Executive Producer: Denise Shearer
Online Artist: Trevor Corrigan
Online Assistant: Preeti Torul
Transfer: Alter Ego Post
Colorist: Tricia Hagoriles
Producer: Jane Garrah
Original Music, Sound: Apollo Studios

Samsung, basta una penna per essere creativi [VIDEO]

samsung smartphone

Era da un po’ oramai che aspettavamo uno spot, fatto così, di uno smartphone. Un video creativo, magnetico, divertente, in cui il prodotto e le sue funzionalità tornano ad essere al centro del discorso e non oggetti subordinati alle narrazione delle religion wars sfruttate dai brand (la campagna “The Next Big Thing” insegna). Il nuovo video di SamsungOne pen, infinite possibilities” ci piace perché presenta il nuovo Galaxy Note S-Pen attraverso l’utilizzo di tecniche coinvolgenti come la finger manipulation mista a stop motion.

Creato per mettere in risalto l’utilità della penna incorporata nel dispositivo, il video dispiega una dopo l’altra tutte le funzioni che trovano nello strumento un valido aiuto, accrescendo nelle intenzioni dei progettatori il valore dell’esperienza di utilizzo: dalle feature operative come il taglia e incolla, a quelle più creative come scattare fotografie ed editarle.

samsung spot

LEGGI ANCHE: Perché Samsung continua ad attaccare Apple?

samsung pubblicità

samsung galaxy note

one pen infinite possibilities

Il video di Samsung ricorda due filmati che qualche anno fa avevano positivamente attirato l’attenzione della rete: “Proteigon” di Burayan, che ad oggi conta 3 milioni di views, e “Unleash Your Fingers“, un video da 9 milioni di views prodotto proprio dalla divisione francese della multinazionale sudcoreana. Per non parlare di Honda “Hands“.

Tutti questi video creano una rappresentazione suggestiva dei bisogni di esplorare e di creare, delle persone prime e dei consumatori poi. Certamente le strategie di “attacco” (di cui ovviamente non solo Samsung si è servita per la sua comunicazione) possono rivelarsi utili per costruire un’immagine di marchio forte e in grado di opporsi ai competitor; sicuramente riescono meglio di altri spot a catturare l’attenzione di quella fetta di utenza che sceglie prodotti tecnologici in base ad impulsi emotivi e non a fattori tecnici. Ma un video come questo non è 10 volte più divertente da guardare?! 😉

Il video è stato realizzato da Vallée Duhamel. Qui potete visionare anche il making of del video.

11 candeline a Menlo Park: buon compleanno Facebook!

11 candeline a Menlo Park: buon compleanno Facebook!

Il 4 febbraio 2004 andò online thefacebook.com, il sito ideato da Mark Zuckerberg destinato agli studenti di Harvard: sono passati 11 anni di distanza ma Facebook  ha fatta molta strada, passando da annuario del college a social network (e marketplace) con più utenti al mondo.

I dati pubblicati da Vincenzo Cosenza parlano chiaro: con i suoi 1,2 miliardi di utenti attivi al mese Facebook è di gran lunga la più frequentata delle piazze virtuali. Al secondo posto, con la metà degli utenti attivi c’è QZone, il social network che va per la maggiore in Cina, la nazione più popolosa al mondo che ha chiuso le porte a Facebook e agli altri social occidentali. Al terzo posto Google Plus.

I motivi del successo di Facebook

Tra un paio di anni la creatura di Zuckemberg sarà un teenager e nell’evoluzione del web sono pochi i siti di successo che sono arrivati a una così veneranda età: per restare sulla cresta dell’onda bisogna sempre innovare ma senza stravolgere la propria natura.

Facebook è riuscito a diventare un riferimento essendo stato tra i primi social media orizzontali, ha saputo accogliere persone di ogni età e dai gusti più differenti. Tramite i gruppi e le pagine è riuscito poi ad aggregare le preferenze degli utenti e diventare più trasversale.

Con sapienza il board del social ha saputo copi… ehm!  prendere spunto dagli altri network e negli anni ha introdotto delle migliorie che hanno reso più completo il social. Basti pensare ai recenti Place Tips oppure agli hashtag presi in prestito da Twitter con minore successo a causa delle differenti opzioni della privacy.

Le novità dell’ultimo anno

11 candeline a Menlo Park buon compleanno Facebook

Dal suo decimo compleanno Facebook si è aggiornato costantemente.

Quello che più si nota nella gestione del network è la consapevolezza di essere diventato uno strumento imprescindibile della nostra vita quotidiana: Facebook ha iniziato a spingere i trend del momento, come nel caso dei mondiali di calcio, delle elezioni e dei fenomeni sociali come l’Ice Bucket Challenge e la lotta al bullismo.

Possiamo stilare un elenco di tutte le novità rilevanti dall’ultimo compleanno:

Qual’è stata la novità dell’anno per voi? Cosa ci riserva Facebook per il prossimo anno?

UPDATE: Mark ha deciso di festeggiare celebrando la #giornatadegliamici

UniCredit nella Top 10 degli Intranet Design Awards 2015: il racconto dei protagonisti [INTERVISTA]

E’ notizia di poche settimane fa, e – in quanto appassionati di nuove tecnologie e italiani – ci ha reso subito molto orgogliosi: la nuova intranet di UniCredit si è posizionata nella top 10 globale degli Intranet Design Awards 2015 di Nielsen Norman Group. Leggiamo nella nota diffusa nella newsroom del Gruppo:

Per la prima volta un’azienda con sede in Italia entra nella lista delle migliori dieci Intranet aziendali del mondo.

Si tratta di un riconoscimento molto importante e prestigioso, che ha premiato nel migliore dei modi lo sforzo del team di lavoro. OneGate è una intranet che fa della funzionalità, della semplicità e della personalizzazione i pilastri principali del proprio successo e dell’apprezzamento dei dipendenti worldwide, con una grande cura agli aspetti di content management.

Quale modo migliore di capire meglio alcuni aspetti progettuali, se non intervistando direttamente il team di Group Internal Communications UniCredit (mostrato anche nella foto iniziale dell’articolo)? Da non perdere la testimonianza diretta dei protagonisti del successo, attraverso le parole di Patrizio Regis (Responsabile di Group Internal Communications UniCredit) e Fabio Delton (Responsabile di Digital Internal Communications UniCredit).

1) Perché è stata implementata la intranet, quali erano le necessità organizzative?

Patrizio Regis. La nostra nuova Intranet risponde alla necessità di comunicare con tutti i dipendenti con strumenti evoluti in linea con il Web e di semplificare l’uso degli strumenti digitali interni.

Una multinazionale “glocalizzata” come UniCredit, presente con attività bancarie in 17 paesi con 8.600 sportelli bancari, operante in circa 50 mercati, con quasi 149.000 dipendenti, frutto di una serie di integrazioni tra realtà culturali e organizzative molto differenti, ha bisogno di una piattaforma a supporto della comunicazione che consenta il raggiungimento di tutti i colleghi, con messaggi univoci, che facciano percepire a tutti il senso di appartenenza ad un’unica organizzazione.

L’idea della nostra Group Intranet è nata da questo, e ora possiamo dire di offrire ai nostri colleghi una singola piattaforma digitale con un’esperienza utente omogenea e ai nostri comunicatori la possibilità di adottare una strategia di comunicazione interna efficace e coerente.

2) Come è stato organizzato il lavoro, come era composto il team di progetto?

Patrizio Regis. Per sottolineare la metodologia di design partecipativo che abbiamo applicato gli americani direbbero “it takes a village”.

Il nostro team di Digital Internal Communications, responsabile dell’evoluzione dei canali digitali interni nell’ambito della Comunicazione Interna, è sempre stato composto da 5 o 6 persone. Per tre anni, però, più di 40 altri attori, provenienti dalle nostre strutture di Comunicazione Interna locali e da diversi dipartimenti e paesi, hanno lavorato direttamente con noi del core team sul nuovo design. Hanno partecipato a diversi workshop internazionali e a varie attività di ricerca: valutazione dei bisogni in termini di contenuti, esplorazione di come i dipendenti lavorano, per identificare, tramite la ricerca dell’esperienza utente (UX), le varie opzioni di design e di costruzione dell’architettura informativa. Il concept, l’interaction design e l’architettura informativa, sono quindi nate da un processo basato sulla metodologia di progettazione centrata sull’utente, che identifica le esigenze e le aspettative degli utenti finali a partire già dalla fase di design e progettazione.

Abbiamo dovuto prendere in considerazione tutti questi elementi a causa della grande varietà di esigenze dei nostri utenti: oltre ai numeri di cui sopra, dobbiamo ricordare che UniCredit opera in business anche molto diversi fra di loro, come l’Asset Management o il Corporate Banking.

Abbiamo applicato quasi ogni tecnica di User Centered Design esistente. Siamo partiti dalla definizione delle “personas”, che è stata poi seguita da workshop, focus group, card sorting, test su prototipi, e la sperimentazione in un ambiente live. Fino ad oggi, più di 3.500 colleghi sono stati coinvolti in user test, sia di persona che on line.

E’ un focus importante: consideriamo infatti che le risorse utilizzate per ricerche UX sono state il 10-15% del totale del budget dedicato al progetto: un numero che si discosta dagli standard degli investimenti in ricerca, che ci ha permesso di costruire un concept da un lato veramente vicino all’utente, dall’altro realmente flessibile e scalabile per venire incontro alle esigenze future.

3) Quali sono i principali elementi di innovazione disegnati e implementati rispetto a una intranet ‘standard’?

Fabio Delton. Le aspettative dei dipendenti rispetto all’approccio con una Intranet sono notevolmente cambiati rispetto al passato. I nostri colleghi oggi si aspettano di avere un’esperienza utente come quella che hanno sul Web: funzionalità avanzate, user interaction intuitiva, formati editoriali accattivanti, ricercabilità dei contenuti ottimizzata, accessibilità da diversi device. E’ la user experience sul Web che setta le aspettative anche nei confronti dei canali digitali interni.

La sfida di una Intranet evoluta è quella di rispondere a queste esigenze. Abbiamo voluto rispondere definendo alcuni “pilastri”, ovvero fondamenti di alto livello che hanno ispirato e continuano ad ispirare la realizzazione delle singole funzionalità.

  • L’homepage è l’unico entry point: qualsiasi azione l’utente debba fare, qualsiasi canale debba raggiungere, ci arriverà passando dalla homepage della intranet.
  • Architettura informativa: i contenuti sono organizzati come il collega si aspetta e collocati dove li andrebbe a cercare. Siamo passati dalla precedente logica in cui nell’organizzazione guidava la struttura che forniva i contenuti, a una in cui guida la tipologia del contenuto stesso.
  • Targeting: il sistema riconosce l’utente e mette in evidenza i contenuti più utili per la sua attività “standard” senza impedirgli comunque l’accesso, tramite motore di ricerca, a tutti gli altri contenuti.
  • Multilingua: le pagine sono disponibili in diverse lingue, potenzialmente sino a 7 versioni.
  • Formati editoriali: meno contenuti, ma di maggior qualità e con un ricorso “importante” alla multimedialità, per fornire ai colleghi un’esperienza analoga a quella che hanno quotidianamente su internet.
  • Personalizzazione: possibilità di scegliere contenuti aggiuntivi “on demand” e widget extra.
  • Funzionalità social: interconnessione col social network interno – OneNet – attraverso cui è possibile condividere gli articoli della intranet, votare, pubblicare il proprio status, etc.
  • Cross Site Search: un motore di ricerca unico che raccoglie risultati sia dalla intranet che da altri canali federati.

4) Quali sono le principali ragioni che vi hanno permesso un posizionamento tra le eccellenze secondo NNGroup?

Fabio Delton. Jakob Nielsen, il direttore di Nielsen Norman Group e massima autorità mondiale dell’usabilità web, ha accompagnato il premio dicendo:

“La intranet di UniCredit ha un design frutto di un processo esaustivo e di uno strabiliante lavoro collaborativo. UniCredit ha creato un framework flessibile, dotato di contenuti personalizzati che rendono più soddisfatti i dipendenti oltre che più produttivi.”

Pertanto riteniamo che siano stati aspetti come il lavoro di team, l’ascolto massivo dei colleghi, la progettualità, la personalizzazione, l’investimento sulla qualità dei contenuti e il loro targeting a dare alla nostra intranet quella marcia in più, consentendoci di distinguerci dagli altri partecipanti e permettendoci di essere la prima azienda italiana di sempre a ricevere questo riconoscimento, che per autorevolezza è un po’ come se fosse “l’Oscar delle Intranet”.

5) In che modo state tracciando e misurando il successo della intranet? Quali sono i principali KPI considerati strategici?

Fabio Delton. Misuriamo attraverso indicatori quantitativi e qualitativi, mutuando l’approccio del Web alla comunicazione interna: ad esempio, una notizia va creata attraverso formati editoriali interessanti e va supportata nella promozione e ricercabilità come una qualsiasi notizia di un quotidiano online, o permettere che gli utenti possano accedere ed usare con successo un tool online è come accompagnarli in un processo di eCommerce. Pertanto anche gli strumenti di misurazione che adottiamo ci permettono di monitorare tali processi con lo scopo di migliorarli.

Sono innanzitutto gli indicatori delle Web Analitics a testimoniare l’efficacia della intranet: numero di utenti che quotidianamente accedono alla intranet, totale pagine visitate, durata media delle visite, tasso di abbandono delle pagine. Tradotto in numeri: a partire dall’adozione della nuova intranet, sono stati rilevati rispettivamente 1) aumento di oltre 100% del numero di utenti giornalieri; 2) riduzione del tasso di abbandono (bounce rate) del 53%; 3) aumento del numero totale di page views del 95%.

In aggiunta ai dati registrati in automatico, ci sono le testimonianze più dirette, ottenute tramite survey on line, durante gli user test fatti personalmente o da remoto – parte integrante del processo derivante dall’adozione dello User Centered Design – e i feedback ottenuti attraverso un sistema di polls & rating, che ci hanno consentito di misurare quanto più rapidamente l’utente medio raggiunga il contenuto ricercato, quanto più complete ed intuitive siano le funzionalità proposte, quanto sia rilevante il sistema di monitoraggio di qualità dei contenuti, quanto gli stessi web editors impieghino meno tempo nel predisporre e pubblicare la pagina di una news o di un contenuto multimediale. Tempo medio di reperimento di un contenuto ridotto del 67%, crescita della soddisfazione dei partecipanti ai test del 96% rispetto all’Intranet precedente.

6) Quale è il valore aggiunto che le logiche 2.0 e le soluzioni digitali possono portare alla collaborazione tra dipendenti e colleghi, in particolare nelle organizzazioni complesse come UniCredit?

Patrizio Regis. L’equilibrio tra strumenti di comunicazione unidirezionale e social agevola la collaborazione tra gruppi di lavoro diversi, velocizza il processo di condivisione di informazioni chiave, indispensabili per “parlare la stessa lingua”. In più riduce i costi diretti ed indiretti derivanti dalle dimensioni e dalla distribuzione geografica dell’organizzazione.

Le informazioni in azienda crescono in continuazione e rischiano di essere sempre più frammentate, i tempi per fruirne in una giornata lavorativa tendono a diminuire, i processi digitalizzati sono in continuo aumento. Il lavoro quotidiano del nostro team è far sì che i nostri 149.000 colleghi possano fruire delle informazioni e delle applicazioni di uso quotidiano nel modo più efficiente possibile anche sul fronte interno.

Per far questo usiamo paradigmi e strumenti propri del Web anche nella comunicazione interna. La soddisfazione e l’engagement dei dipendenti sono d’altra parte correlati anche alle aree della comunicazione, della partecipazione, della conoscenza ed adesione ai valori e alle strategie dell’azienda, dell’accesso agli strumenti lavorativi e personali. Tutti aspetti in cui i canali digitali interni possono essere considerati fattori abilitanti.

In Italia vi sono 10 milioni di lavoratori dipendenti: penso che oggi una delle sfide per le aziende sia quella di investire nel campo dei servizi e delle applicazioni digitali interni, con l’obiettivo di facilitare il lavoro quotidiano attraverso contenuti e servizi di qualità e di facilitare la relazione fra dipendenti e azienda grazie a strumenti dedicati. Anche questo può contribuire ad avere colleghi più coinvolti e soddisfatti.

Fast Food Styling: i trucchi dei food stylist in 3 video backstage

Fragole ritoccate col rossetto, purè di patate al posto del gelato, biglie nella zuppa Campbell per far venir sù gli spaghetti: i food stylist ne hanno elaborati di trucchi per rendere i loro scatti così perfetti da rasentare l’inverosimile!

Si guarda ma non si mangia, quindi, o perlomeno così accadeva qualche decennio fa. Oggigiorno il food styling si è fatto un po’ più sincero, grazie alla facilità d’intervento in post-produzione con photoshop ma anche alla crescente cultura dell’immagine che i social media hanno contribuito a diffondere: adesso che chiunque può scattare una foto dei propri piatti e pubblicarla su Instagram, infatti, non vi è più alcun dubbio sul come il cibo debba realmente apparire in fotografia.

In più, in un’era in cui l’attenzione a un’alimentazione sana è sempre più diffusa, uno scatto patinato di un cibo troppo perfetto può essere addirittura controproducente. Ecco, dunque, perché il food styling si è evoluto, nonostante alcuni espedienti siano comunque sopravvissuti per permettere al cibo di sostenere le lunghe ore passate sotto ai riflettori senza spalmarsi sul set dopo pochi minuti.

Proprio in questo contesto il designer e videomaker Minhky Lee ha deciso di mettere a frutto la sua esperienza nel mondo degli spot tv e della food photography mostrando in una serie di tre video (ma speriamo siano molti di più) qualche piccolo trucco di cui il food styling si avvale ancora oggi per far venire l’acquolina agli occhi.

In Real food, but not really possiamo ammirare le differenze di aspetto tra la food photography fatta in casa e quella dei professionisti.
Spilli ferma-insalata, batuffoli push-up per fette di pane poco prosperose, glicerina per l’effetto “sudato”, insomma: per i non addetti ai lavori il backstage è più allettante che mai!

Il Native Advertising sostituirà completamente i banner?

 

Per native advertising s’intende la forma di advertising online che assume l’aspetto dei contenuti del sito sul quale è ospitata, con il proposito di generare interesse e riprodurre l’user experience, sia nell’aspetto che nel messaggio, del contesto in cui è posizionata.
È molto più complicato di una semplice pubblicità che “esplode casualmente” mentre navighi, perché basata su uno studio accurato di dove le marche possono estendere la loro portata tramite le pubblicazioni online.

LEGGI ANCHE: “Corso in Content Marketing: strategie di contenuto per i canali digital e social”

Nessuna scoperta rivoluzionaria, è sempre esistito sotto vari nomi: pubbliredazionali, contenuti sponsorizzati, sponsored post, e così via… ma si usava poco perché considerato “debole”.
Poi qualcosa è cambiato… si inizia a capire che un banner che si impone all’improvviso al centro della pagina infastidisce chiunque, irritando e creando confusione, ma soprattutto scaturisce un meccanismo di diffidenza preventiva. L’obiettivo diventa perciò conquistare e mantenere la fiducia degli utenti.

Il primo a cambiare le carte in tavola è stato Twitter, dopo essersi quotato in borsa ha aperto al pubblico la sua piattaforma advertising, che punta solo sul native adv, scaturendo un bel dilemma: restare ibridi o no?

Il native advertising in numeri

Circa il 54% degli utenti di Internet non vede i banner difatti il 50% di clic su di essi sono accidentali. Solo il 10% dei consumatori si fida della pubblicità online, al contrario, il native adv incrementa il 52% di attenzione e risulta più credibile.

A fronte di tali numeri non c’è da meravigliarsi del perché gioca un ruolo fondamentale, secondo Ad Age, il 70% dei marketers B2B ne stanno già facendo oggetto di grandi investimenti per le loro strategie mediatiche.

Nel native advertising la narrazione è la chiave dei content

I contenuti in forma di narrazione vengono fortemente amplificati da questo tipo di “strumento”. Tenendo presente che i consumatori apprezzano i messaggi validi e contestualizzati, permette infatti di posizionare il contenuto in modo mirato, consentendo in tal modo ai marchi di ottimizzare le campagne promozionali; ma soprattutto il native adv recapita i messaggi in modo discreto e direttamente agli utenti reali, catturando la loro attenzione e mantenendola più a lungo.

Per concludere possiamo affermare che se il contenuto è di qualità, alla gente, non interessa se qualcuno ha pagato per metterlo lì.
Perciò la qualità e la scalabilità del native advertising potrebbe colmare il divario tra il brand e i banner pubblicitari. Staremo a vedere…

Ecco perché la tua strategia di Content Marketing non funziona [INTERVISTA]

intervista alberto maestri

Laureato in Marketing e Strategia, Alberto Maestri è stato uno dei 25 partecipanti worldwide al Weave The Future Project, organizzato dal Gruppo Marzotto, e ha fatto parte del team organizzativo del TEDx Reggio Emilia. Oggi collabora con Ninja Academy e sarà docente del Corso Online in Content Marketing.

Insieme a Francesco Gavatorta ha scritto “Content Evolution – La nuova era del marketing digitale” in cui ci racconta la sua visione dei cambiamenti digitali in atto in ottica transmediale e crossmediale. Il suo testo è in uscita tra qualche settimana ma siamo riusciti ad avere qualche anticipazione nell’intervista di oggi.

1. Come posso attivare il contenuto digitale giusto, al “posto” giusto, al momento giusto?

Credo che la parola chiave capace di rispondere a tutte e 3 le sotto-domande sia rilevanza. E’ la rilevanza che trasforma un contenuto digitale qualsiasi in quello giusto, distribuito nel “posto” giusto e al momento giusto. Cosa è rilevante per l’audience all’ascolto?

Nel suo ultimo manuale del 2013 Your Brand: the Next Media Company, Michael Brito propone un esempio adeguato: quando, diversi anni fa, il professionista statunitense di Social Business aveva bisogno di ottenere un finanziamento, la sua attenzione veniva costantemente catturata da tutti i format commerciali e pubblicitari che trattavano del tema (cartellonistica, spot in TV e in radio). Nell’istante successivo la soluzione del suo problema, come per magia quelle comunicazioni sono diventate del tutto irrilevanti, non più degne di interesse.

In quanto persone e consumatori, il nostro cervello funziona proprio in questo modo: per i Content Marketer diventa strategico cavalcare questo concetto per aumentare le probabilità e profondità di “consumo” dei contenuti progettati ed erogati. Al tema si collegano argomenti oggi molto caldi come quelli del Real-Time Marketing e del Newsjacking.

content marketing alberto maestri

2. Quali sono i contenuti digitali più efficaci per la mia azienda? Come faccio a sceglierli?

Per capire quali sono i contenuti più efficaci, le aziende devono fare chiarezza su 3 principali aree tematiche:

Identità organizzativa: in primis, le organizzazioni devono studiare sé stesse. Chi sono? Quali sono i valori corporate condivisi? Quali sono le peculiarità e le leve strategiche che hanno permesso di posizionarsi sul mercato e di crescere rispetto ai concorrenti? Solo così esse potranno iniziare a trovare le tematiche e i format più convincenti, capaci di coinvolgere e persuadere gli utenti all’ascolto.

Audience: chi sono le persone che popolano l’audience? Troppo spesso Manager e aziende danno per scontata la loro conoscenza. Negli ultimi anni i consumatori sono diventati incomprensibili e infedeli agli occhi di Manager e uomini d’impresa: uso spesso la metafora del pirata per rendere l’idea. I customer journey si fanno complessi e multi-touchpoint e le informazioni ridondanti: per fortuna, gli strumenti digitali permettono un’analisi delle persone più approfondita e mirata. A proposito, consiglio la lettura di un paper di Gianluca Diegoli, che parlando della progettazione della Digital e Social Media Strategy per una PMI del settore abbigliamento riprende il concetto di persona applicandolo al mondo digitale.

Sostenibilità: la terza variabile serve a dare il giusto equilibrio alle prime due. Può infatti capitare che l’incrocio tra analisi interna (dell’identità organizzativa) ed esterna (dell’audience) “spingano” il Content Marketer verso soluzioni di Content Mix insostenibili per l’azienda.

È invece molto importante che la strategia e il progetto di Digital Content Marketing siano sostenibili durante tutto il loro ciclo di vita. Per fare un esempio semplice, non è possibile pianificare la produzione di una web series se il budget dedicato, il team interno all’impresa e le competenze non sono adeguatamente tarati.

content marketing circle

3. Cos’è il branded content? Perché devo intrattenere il mio target?

Riprendo le parole contenute nel recentissimo manuale di Paolo Bonsignore e Joseph Sassoon Branded Content – La Nuova Frontiera della Comunicazione d’Impresa dicendo che il branded content è un grande entertainment. Si tratta della produzione di contenuti informativi, educativi e di intrattenimento realizzati da un’azienda e/o un brand e in grado di attrarre il pubblico su temi a essa pertinenti, ma non immediatamente riconducibili ai suoi prodotti e servizi.

Un caso bellissimo e 100% italiano viene da Illy con il progetto Artisti del Gusto, premiato a livello nazionale e internazionale. L’intrattenimento delle persone è ormai diventato fondamentale: troppi messaggi, troppi stimoli (spesso tutti uguali tra loro) hanno creato nel tempo una sorta di “corazza” cognitiva negli individui, che non ne vogliono più sapere di commercial e pubblicità.

Al contrario, riuscire a fornire loro un contenuto utile, interessante e sticky è davvero importante: permette di limitare i livelli di diffidenza verso il messaggio, facendolo sedimentare nella mente. Non è un caso, per esempio, che sempre più banche e assicurazioni si affidino allo storytelling e al marketing dei contenuti per raggiungere gli utenti in modi nuovi e meno (palesemente) commerciali.

Cos’è il branded content

4. Ok, ho trovato i contenuti. Fighissimi. Ora come posso distribuirli?

Leggo spesso articoli e post sul declino dell’importanza dei siti web aziendali, a favore di social media e apps. Niente di più sbagliato! I siti web devono continuare ad avere quel ruolo di hub che da sempre li contraddistingue, diventando anche la “casa” (o la landing page) della maggior parte dei contenuti aziendali.

Ma – guidati dalle linee guida definite dal Digital Content Marketing – è necessario comunque ripensare la loro funzione e le modalità di interazione con l’audience. Con il progetto Coca-Cola Journey, la multinazionale di soft drink è stata uno dei primi first mover in questa direzione. Guardate anche come Audi sta rivoluzionando il concetto di showroom, con la piattaforma Audi City.

D’altra parte, da qualche anno è possibile affermare che, per quanto riguarda la distribuzione dei contenuti, oltre ai siti web “c’è di più”: sto parlando dei social media, delle apps, degli strumenti ad hoc. Durante il corso avremo modo di approfondire questi strumenti, che se adeguatamente utilizzati diventano volano per progetti vincenti di transmedia e crossmedia storytelling.

5. Perché i contenuti devono essere contestualizzati?

contenuti contestualizzati

In realtà, forse ora diventa necessario porsi la domanda inversa: perché i contenuti non dovrebbero esserlo?

Come spieghiamo ampiamente insieme a Francesco Gavatorta in Content Evolution, il nostro nuovo libro che uscirà tra poche settimane, la strategicità della rilevanza di cui parlavo qualche riga sopra e la condizione di multi-tasking e multi-device delle persone pongono la rilevanza come dimensione di primo piano. Gli individui sono sempre in giro, e in ogni preciso istante hanno bisogni differenti.

Già alcuni anni fa, i fondatori di Ninja Marketing Mirko e Alex parlavano di segmentazione per momenti di vita sottolineando che, anche all’interno di una stessa giornata – le persone indossano “cappelli” differenti: dello studente, del consulente, del genitore, dell’amico, etc. D’altra parte, i device mobili ci hanno “abituati male” (o troppo bene, a seconda delle prospettive): nel manuale The Mobile Mind Shift il team di Forrester Reseach scrive cose interessanti a riguardo.

Gli autori parlano del crescente desiderio di avere tutto subito, all’interno di uno span temporale molto breve tra percezione del desiderio e download dell’app necessaria per soddisfarlo (mobile moment). Non è un caso che un Guru come Brian Solis abbia allertato di recente sulla necessità di progettare non tanto Mobile-first, quanto piuttosto Mobile-only Strategy.

Ancora, pensate alle occasioni perse dalle organizzazioni che non credono nel Search Marketing e non investono in parole chiave strategiche per il proprio business, diventando invisibili agli occhi dei motori di ricerca. Le marche e le aziende che non riescono a posizionarsi in tutti questi nuovi contesti digitali non riusciranno poi a rialzare la testa: a parità di prodotto offerto, per loro emergere diventerà sempre più difficile… e costoso!

HoloLens vs Google Glass: chi vincerà la sfida della realtà aumentata?

In occasione dell’anteprima di Windows 10, il colosso di Redmond ha stupito il pubblico presentando HoloLens, un visore per realtà aumentata che offre «nuovi modi per comunicare e per creare» ricorrendo agli ologrammi. E’ una sorta di computer da indossare sulla testa come se fosse un caschetto. E’ dotato di sensori avanzati, lenti trasparenti che consentono di vedere l’ambiente circostante e audio surround che permette di capire la provenienza del suono.

Windows lancia la sua sfida alla conquista dell’augmented reality dopo l’annuncio di Mountain View di voler azionare il tasto pausa sull’esperienza Google Glass.

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A prima vista potrebbero i due dispositivi potrebbero sembrare simili, ma come spiega anche Mashable offrono un tipo di esperienza del tutto diversa.

Le principali differenze tra HoloLens e Google Glass

I Google Glass sono pensati per essere indossati tutto il tempo. Si possono scattare e condividere fotografie, scrivere e ricevere messaggi, ottenere direzioni ed alert dall’agenda. L’idea di base è di avere davanti agli occhi ciò che di solito compare tra le notifiche dello smartphone.

HoloLens è invece ideato per essere indossato per un tempo limitato, a differenza dei Google Glass che sono stati percepiti fin dalla loro comparsa come dispositivi invasivi. Tutti volevano guardare il mondo con gli “occhiali intelligenti”, ma nessuno voleva essere osservato attraverso quelle lenti.

Proprio per via delle paure legate alla privacy o ad eventuali usi illeciti, la storia dei Google Glass è stata particolarmente tormentata. Gli speciali occhiali sono infatti stati vietati in numerosi luoghi pubblici quali bar, ristoranti e cinema, nonché ritenuti pericolosi alla guida. HoloLens, invece, non sembra incutere timore. Concepito per essere utilizzato solo in determinati momenti, al termine del suo utilizzo può essere tranquillamente riposto.

Se i Google Glass funzionano attraverso i comandi vocali, Hololens può essere azionato con semplici gesti, così come accade con la tecnologia Kinect. Fattore che rende l’intero concept decisamente più futuristico.

Nel video di presentazione, Microsoft mostra gli usi potenziali dello speciale headset, che spaziano dalle istruzioni “aumentate” su come aggiustare una tubatura all’espansione della propria computer workstation come in Minority Report.

HoloLens è un dispositivo wireless e standalone, ossia non deve essere collegato ad alcun computer o telefono per funzionare. Come annunciato da TechCrunch il visore è completamente autonomo, dotato di CPU e GPU, nonché di un terzo chip chiamato Holographic Processing Unit (HPU), pensato specificamente per questo nuovo tipo di dispositivo. E’ uno strumento indispensabile per sfruttare le nuove Holo API integrate in Windows 10. Promette una presenza virtuale interattiva e può essere utlizzato per esperienze lavorative di tipo collaborativo, per ricevere istruzioni da remoto, per migliorare la game experience. Il suo grande potenziale potrebbe trovare applicazione nel campo dell’ingegneria e del design.

Il futuro dei Google Glass

Il programma Explorer che finora aveva consentito a sviluppatori e appassionati di dotarsi di un paio d’occhiali connessi ha chiuso i battenti il 19 gennaio. Attraverso il profilo Google+ dedicato, Mountain View ha però fatto sapere che l’avventura Glass proseguirà, lasciando la divisione X dei laboratori di Ricerca & Sviluppo.

Come spiega la BBC si trasformerà in una vera e propria startup che avrà come obiettivo la trasformazione degli smart glass da gadget di nicchia per nerd a vero e proprio prodotto di consumo. I tempi di produzione del prossimo modello rimangono però top secret.

Un falso account Linkedin per promuovere uno show televisivo

Un falso account Linkedin per promuovere uno show televisivo

Quante volte abbiamo sentito parlare di stalking e con la creazione dei social network il fenomeno sembra ancora più diffuso. I social, infatti, fanno ormai parte della vita quotidiana di giovani e meno giovani che, attraverso questi punti di incontro virtuali, possono condividere pensieri, immagini e notizie.

La ricerca ossessiva del controllo, della conoscenza e l’impulso irrefrenabile all’intrusione nella sfera privata della vittima sono, certamente, facilitati dai canali social. Ma c’è chi non risulta spaventato da questo fenomeno, anzi lo utilizza a proprio vantaggio.

Un falso account Linkedin per promuovere uno show televisivo

VIER, una catena di televisione belga, in collaborazione con l’agenzia BBDO Belgio ha creato una campagna promozionale definita: ‘Stalker’, un thriller psicologico che dispone di due investigatori per risolvere i crimini legati a molestie.


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Per il lancio di questa nuova serie, il canale TV ha utilizzato Linkedin in maniera molto originale.
Linkedin è ormai conosciuto come il principale social network professionale; ma ha anche un lato un pò inquietante, basta pensare alla funzione: ‘Chi ha visitato il tuo profilo?’

Il noto canale televisivo ha creato un falso account, sfruttando proprio questa funzione come ‘nuovo strumento di comunicazione’. Nel giro di pochi giorni, il falso account ha visitato 12.000 profili Linkedin, in questo modo ogni utente è stato avvisato della visita del profilo Stalker. Risultato: il 63% delle vittime ha gettato uno sguardo al profilo Stalker.

un falso account linkedin per promuovere uno show televisivo

E, nonostante, Stalker non avesse nemmeno un account Twitter, la campagna ha generato circa 27.600 tweet.
Questa è la prima volta che un marchio utilizza questo social network per promuovere il lancio di una nuova serie e nonostante il modo, condivisibile o non, è stato di certo un grande successo.

C’è da dire però che la campagna mette in luce i due momenti fondamentali che caratterizzano l’uso del mondo social: il passaggio dal giusto utilizzo al lato oscuro del web.

Credits:
Creative Director: Jan Dejonghe, Sebastien De Valck, Arnaud Pitz
Art Director: Jan Dejonghe
Copywriter: Jutta Callebaut
Account Manager: Lore Desmet
Account Director: Isabel Peeters
Videographer: Jasper Heldenbergh
​Social Strategy: Julie Bogaerts
Client: SBS Belgium VIER
Client contacts: Steven Vlassenroot, Steven Huyers