YouTube Music Awards: chi ha vinto e cosa c'è di diverso

YouTube Music Awards: chi ha vinto e cosa c'è di diverso

Si sono svolti ieri sera, 3 novembre 2013, i primi YouTube Music Awards, il grande evento mediatico creato da Google per premiare i talenti, emergenti e non, della sua piattaforma video. I video più visti, più amati, più condivisi nel corso degli ultimi 12 mesi sono stati i protagonisti dello show presentato da Jason Schwartzman e Reggie Watts, diretto da Spike Jonze e in diretta dal Pier 36 di Manhattan.

Quali sono stati dunque i video vincitori, e soprattutto: cos’è successo durante la prima edizione del “festival musicale” più atteso delle ultime settimane?

I vincitori degli YouTube Music Awards

Video dell’anno: “I Got a Boy” delle Girls’ Generation
Artista dell’anno: Eminem
Video risposta dell’anno: “Radioactive” di Lindsey Stirling (ft. Pentatonix)
Fenomeno dell’anno: “I Knew You Were Trouble” di Taylor Swift
Video rivelazione dell’anno: Macklemore & Ryan Lewis
Video innovazione dell’anno: “See Me Standing” di DeStorm

YouTube Music Awards: chi ha vinto e cosa c'è di diverso

YTMA: perché sono diversi dai VMA di MTV e gli altri Awards

Sono in molti oggi a sottolineare come lo spettacolo -descritto nelle ultime settimane come l’ulteriore pedina nella strategia di Google all’attacco della televisione come contenitore di intrattenimento di alto livello- non sia stato progettato come agguerrito competitor di eventi quali gli MTV Video Music Awards o magari i più tradizionali Grammy.

Strano, divertente, diverso, senza fronzoli, caotico, disorganizzato: questi sono stati gli aggettivi più utilizzati per descrivere lo show, probabilmente non quelli che ci saremmo aspettati dai primi awards organizzati da Google (e dalle enormi tasche di Google, in particolare).

Al di là dei premi, cosa possiamo ricavare da questo evento? Lo show ha registrato un picco massimo di ascolti di 220 mila spettatori. Certamente un numero esiguo se confrontato con le cifre della televisione. Basta dire che l’ultima edizione dei VMA è stata guardata da 10 milioni di persone.

Questo dato si traduce in una sconfitta per YouTube e Google? Crediamo di no, per diversi motivi. Anzitutto, la tecnologia di trasmissione: lo streaming ha evidenti e conosciuti limiti rispetto al broadcasting, ed è in grado di raggiungere molti meno spettatori del canale televisivo. Alcuni momenti del live sono stati contrassegnati da qualche problema tecnico, visivo e audio, che tuttavia ha fatto parte del gioco, in uno show che fin da subito è stato presentato dagli hosts come “non organizzato, senza nulla di schedulato”.

Massima centralità è stata dedicata all’utente, che non solo ha votato il proprio video preferito, ma anche stabilito chi fossero gli artisti in nomination, scelti sulla base dei livelli di engagement tra cui le views, i likes, le condivisioni, commenti e iscrizioni ai canali. Sembrerà banale, ma di certo siamo molto lontani dagli spettacoli di autocelebrazione dell’establishment discografico. Il fatto che sia mancato il simbolico red carpet la dice lunga su questo punto 🙂

Come dimostra la presenza della categoria “Video risposta dell’anno”, lo show è stato creato per celebrare il consumo di musica e le sue tante forme di ri-creazione, che si materializzano in cover e parodie, tra le tipologie di contenuto che hanno fatto la fortuna di YouTube. È stato celebrazione di ciò che avviene dentro YouTube, dove sono gli utenti a decidere, scegliere, condividere, commentare. YouTube, dove le persone ascoltano musica e guardano video, cosa che non fanno più in tv.

Uno dei punti chiave della regia di Spike Jonze è stata la messa in scena non di tradizionali esibizioni live degli artisti ma di video musicali dal vivo, ricreati on stage. Come ad esempio il riuscitissimo “Afterlife” degli Arcade Fire con l’attrice Greta Gerwig.

YouTube Music Awards: chi ha vinto e cosa c'è di diverso

YTMA: perché non hanno bisogno di essere come gli altri show

Il web supererà la tv, YouTube scavalcherà la televisione. In molti sostengono questa tesi, che noi però non ci sentiamo di appoggiare, e questo evento un po’ ci supporta in tal senso.

Anzitutto, abbiamo visto che le più grandi tecnologie non sono mai state distrutte da quelle nuove, quanto piuttosto inglobate. Hanno mutato forma, hanno subito ridimensionamenti, ma non sono mai scomparse del tutto. Concertazione tra tecnologie, non superamento. E del resto le produzioni televisive più interessanti stanno investendo online per diffondere contenuti complementari a quelli televisivi (com’è ad esempio per le web serie parallele ai telefilm più seguiti, come “The Walking Dead”).

Gli YouTube Music Awards non hanno presentato i classici momenti topici, al limite tra il memorabile e lo scandaloso, ai quali siamo abituati con altri spettacoli, quelli di cui si parla per anni, di cui la gente scrive per giorni online e che gli addetti ai lavori classificano come “strategia di marketing”. Questo ha forse fatto perdere appeal allo show, che in alcuni punti ha portato a qualche calo di attenzione. Ma forse non è di questo che YouTube ha bisogno.

L’esibizione chiaccheratissima di Miley Cyrus, per intenderci, ha portato migliaia di persone a scrivere di lei online, a cercare video, contenuti. Tutti erano online a cercare Miley Cyrus quando è stato rilasciato il video di “Wrecking Ball”. Un lancio perfetto. Ciò non è servito, a livello di sceneggiatura, agli YTMA, durante la visione dei quali all’utente bastava cliccare sulla colonna di destra se voleva vedersi tutti i video dell’artista che si esibiva in quel momento.

YouTube Music Awards: chi ha vinto e cosa c’è di diverso

Gli YouTube Music Awards ci sono piaciuti?

Gli YTMA sono forse stati il festival di chi non ama gli MTV Music Awards, ma non ne sono stati assolutamente i sostituti.

Nello show abbiamo visto il prodotto più fedele dell’azienda che li ha creati, una piattaforma dove le persone si collegano per ascoltare musica, divertirsi con i video, godere anche di sceneggiature di ottima qualità, ma spesso in mobilità, non sempre con una rete wi-fi. Il consumo audivisivo su YouTube è intermittente, irregolare, breve e intenso.

In Tv, o su servizi a questa più affini come Netflix e Holu, si guardano telefilm della durata di 50 minuti, o show che possono durare ore. Ma non su YouTube.

Attendiamo il prossimo anno per verificare tutte queste nostre osservazioni, ma nel frattempo lasciate qui le vostre! Avete seguito questa prima edizione degli YouTube Music Awards? A voi sono piaciuti? Qui potete rivedere tutte le performance!

Ipo: le azioni di Twitter arrivano a 25 dollari [BREAKING NEWS]

I rumors erano già accesi intorno all’argomento: Twitter ha rivisto al rialzo il prezzo delle proprie azioni per lo sbarco in Borsa a New York atteso per il prossimo 7 novembre, e il nuovo range annunciato è di 23-25 dollari, rispetto all’iniziale forbice di 17-20 dollari previsti nella documentazione presentata.

In questo modo, il valore dei servizi del social network potrebbero acquistare un valore fino a 13,6 miliardi di dollari. Emettendo sul mercato 70 milioni di titoli, infatti, il servizio di microblogging si posizionerà in questo modo sul Nyse con la possibilità di mettere sul mercato ulteriori 10,5 milioni di titoli, in base a quanto emerge dai documenti depositati alla Securities and Exchange Commission.

Dopo l’arrivo in borsa di Facebook nel maggio 2012, che aveva aperto con 38 dollari ad azione, è quello di Twitter quello più atteso negli ultimi anni e, mentre si commentano i passi verso la quotazione, già si parla polemicamente di “Instatwitter”, un’unione delle caratteristiche dei servizi Instagram e Twitter, visti gli ultimi aggiornamenti rilasciati dal gruppo.

La modifica è stata fatta proprio nell’ottica dell’IPO, probabilmente mossa furba più che intelligente, che risulta come un occhiolino agli inserzionisti che in questo modo hanno più spazio, attraverso le immagini, per le campagne pubblicitarie, con netta gioia degli investitori.

L’ombra dell’esperienza di Facebook

Come se ciò non bastasse, altre critiche in atto, sempre sul confronto con l’andamento in Borsa di un anno fa di Facebook, riguarda il pericolo speculazione: dopo l’Ipo si rischia crollo come per Facebook l’anno scorso?

In sintesi, il business de “la settimana di Twitter” vede analisti non particolarmente entusiasti, investitori istituzionali meno scettici, considerati comunque ricavi raddoppiati (e perdite triplicate) ma anche le prospettive nel business pubblicitario, affari d’oro per le banche d’investimento che stanno orchestrando l’Ipo di Twitter e punto di vista degli utenti, probabilmente, per un attimo dimenticato.

Com’è essere copywriter, oggi? Scopriamolo a Milano il 19 novembre.

Così come tutte le professioni della comunicazione, anche quello del copywriter è un mestiere che negli ultimi anni ha dovuto confrontarsi ed adattarsi ad una miriade di cambiamenti dati luogo dall’avvento della comunicazione digitale.

A questo tema è dedicato l’evento How To Be A Copywriter, Today previsto per il 19 Novembre a Milano. L’iniziativa prende vita proprio dal desiderio e dalla necessità di riflettere sulla trasformazione che il mestiere del copy ha subito e dalla volontà di rendere questa figura maggiormente consapevole della propria rilevanza nella comunicazione sia offline che digital.

Quest’iniziativa nasce da un’idea della copywriter Sara Guidi Colombi e ha preso forma  grazie all’entusiasmo e all’esperienza di Pasquale Diaferia e al supporto dell’Associazione TP – pubblicitari professionisti.

Tanti speaker d’eccezione, nonché copywriter di grande esperienza, sono pronti a riflettere su questo tema: tra gli altri, Luca Scotto Di Carlo, Creative Director di M&C Saatchi, Claudio Muci, User Experience Designer, Pasquale Barbella, Past President ADCI e Jack Blanga, Creative Director di Meloria.

La conferenza si svolge il 19 novembre 2013, presso la sede dell’Associazione TP, in Via Andrea Salaino 7, a Milano. La quota di partecipazione è di 70 €, vi consigliamo di iscrivervi al più presto perché i posti sono limitati.

Google Street View: ecco le 20 immagini più "spaventose"

Google Street View: ecco le 20 immagini più "spaventose"

Google Street View: ecco le 20 immagini più "spaventose"

Google Street View ti fa conoscere il mondo, ti porta sul Rio delle Amazzoni, ti accompagna lungo le strade di New York e San Francisco, ti presenta le bellezze delle nostra penisola, ti conduce in Africa e in Australia.

Bello, bellissimo e pazienza per la sensazione di essere piombato dritto dritto in Orwell, 1984, ci si può convivere tutto sommato, no?

Il mezzo, per sua natura, a volte cattura immagini bizzarre, strane, spaventose. È il caso della gallery presentata da Mashable, in cui troviamo scatti a volte divertenti, a volte inquietanti.

Come definire l’alieno con tanto di bandana, sorpreso sbracato su una sedia? Quantomeno fuori moda. E gli uomini-piccione giapponesi? Se fossimo sul set di un film di David Lynch, ci sarebbe da preoccuparsi. Idem per i burloni mascherati sulla highway: passare di lì in macchina deve aver causato qualche fremito agli automobilisti.

I manichini in Chile, invece… be’, lì davvero siamo nei dintorni dell’horror, così come la cittadina di New Baltimore (N.Y.), che sembra uscita da uno degli incubi di Lovecraft e l’invasione di gabbiani (Hitchcock, questo è un accostamento facile).

Non vi anticipiamo altro, godetevi la gallery (e occhio alla foto bonus, una vera chicca da intenditori). Se proprio siete impressionabili, accendete le luci della cameretta! 🙂

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Lou Reed, Halloween, Sviluppo Globale: i migliori annunci stampa della settimana

Come ogni lunedì vi proponiamo la classifica dei migliori annunci stampa della settimana, perché anche sotto le feste comandate la creatività non va in vacanza!

Check this out: 

Rolling Stone Magazine: Tribute to Lou Reed

Per dare l‘ultimo saluto al  grande poeta del rock Lou Reed, la rivista musicale specializzata RollingStone ha creato insieme ad DLV BBDO Milano una print celebrativa che rivisita la copertina del primo album dei Velvet Underground.

La celebre banana di Andy Warol è stata ruotata e formando la smorfia di una bocca triste.

Advertising Agency: DLV BBDO, Milan, Italy
Executive Creative Directors: Stefania Siani, Federico Pepe
Art Director: Valerio Mangiafico
Copywriter: Matteo Maggiore

Pepsi: Halloween

È la print in assoluto più condivisa di questo Halloween 2013! I creativi di Buzz in a Box hanno vestito la lattina del loro cliente Pepsi con un mantello brandizzato Coca-Cola. Una comparativa decisamente ben riuscita che gioca sul concetto travestimento dell’orrore con una connotazione negativa sul competitor diretto di Pepsi.

Chissà se Coca-Cola risponderà a questo tiro mancino pubblicitario andando ad aggiungere un nuovo scambio di creatività alla lunga lista di schermaglie tra i due brand. Intanto in rete c’è già chi ci scherza su.

Advertising Agency: Buzz in a Box, Brussels, Belgium
Creative Directors / Art Directors: Gregory Defay, Quentin Gascard
Photographer: Jekyll n' Hyde
Additional credits: Account Manager: Tu Anh Ha

MINI: Wicked

Anche Mini non si è fatta sfuggire l’occasione della festa di Halloween per promuovere il proprio marchio. In questa print l‘effetto di luci rende la simpatica automobile decisamente malvagia!

Advertising Agency: Chemistry, Dublin, Ireland
Creative Director: Emmet Wright
Art Director: Fabiano Dalmácio
Copywriter: Rob Maguire

The Guardian: Paris and Mumbai/London and Lagos

Due grandi immagini realizzate grazie al contributo di Jean-Marie Vives, l’eclettico artista 3D rubato al cinema (visual effect per Il favoloso mondo di Amélie, Alien la clonazione), specializzato in creazione di ambienti surreali, fanno da sfondo a queste due print per la rubrica “Global development” del quotidiano online TheGuardian.com.

Immagina se Londra stesse crescendo velocemente come Lagos o immagina se Parigi avesse le stesse auto di Mumbai. Recuperare il ritardo sul mondo che cambia velocemente.

Advertising Agency: BBH, London, UK
Executive Creative Director: David Kolbusz
Art Director: Shelley Smoller
Copywriter: Raphael Basckin
Illustrator: Jean-Marie Vives

Merrell Footwear & Clothing: Plastic cage/Metal cage

L’ambiente di lavoro può essere asfissiante, quasi una prigione! Lo sa bene il brand di calzature sportive Merrell che, in questa campagna stampa, ha voluto lanciare un messaggio di libertà: “Let’s get outside!” Ottima la scelta grafica dei fogli di carta che danno dinamismo all’intera print.

Advertising Agency: Proximity, Santiago, Chile
Creative Directors: Marcelo Con, Fernando Cuevas, Daslav Maslov
Art Directors: Cristián Ziro Salazar, Daslav Maslov
Copywriter: Fernando Cuevas
Digital Producer: La Mano Estudio

Sandra Ortega Mera è l'erede ufficiale del patrimonio di Zara

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La figlia di Amancio Ortega, cofondatore di Inditex, grande azienda di moda spagnola proprietaria del famoso brand Zara, è appena diventata la donna più ricca di Spagna.

Sandra Ortega Mera è stata dichiarata infatti, anche se mancano ancora le conferme ufficiali, erede del 90% del patrimonio della madre Rosalia Mera, scomparsa l’estate scorsa a causa di un’emorragia cerebrale.

L’eredità, stimata intorno ai 7,3 miliardi di dollari, comprende le partecipazioni azionarie in Rosp Corunna Participaciones Empresariales, che possiede a sua volta il 5,1% di Inditex.
Secondo il Bloomber Billionaire Index, ciò rende Sandra Ortega Mera la 182esima persona più ricca del pianeta, nonché la seconda azionista più grande dell’azienda fondata dai suoi genitori.

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Una panoramica del gruppo Inditex: quali brand oltre a Zara?

Il gruppo Inditex è un colosso della moda e dell’abbigliamento, diffuso in tutto il mondo grazie ai suoi 6.104 punti vendita, proprietario di 8 brand: Zara, Massimo Dutti, Pull and Bear, Oysho, Bershka, Stradivarius, Zara Home e Uterqüe. Zara da solo rappresenta intorno al 65% del fatturato.

Nonostante l’azienda operi in un settore maturo e caratterizzato da un folto numero di competitors, il fatturato 2012 è cresciuto del 16% (15,95 miliardi di euro) e l’utile netto del 22% (2,36 miliardi di euro).
Inoltre, durante l’anno scorso, Inditex è riuscita a creare ben 10.802 nuovi posti di lavoro, contribuendo ad incrementare l’occupazione in questo periodo di crisi.
Recentemente infatti un rappresentante di Zara, il più famoso brand del gruppo, è stato ospite di Rock the Job, un evento incentrato sul mondo del lavoro, dove ha potuto spiegare le modalità con cui il marchio stia sostenendo la propria crescita.

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Il Fast Fashion di Zara: portare un abito dalla passerella al negozio in due settimane

L’azienda è famosa per il suo particolare metodo di produzione, il cosiddetto Fast Fashion, già descritto da Mirko Ferrari per Ninja Marketing, che permette di abbassare radicalmente il tempo necessario ai capi per approdare nei punti vendita; si parla di due settimane per passare dalla fase di progetto a quella di vendita al dettaglio, un’inezia.
Altre aziende hanno imitato questa metodologia, ma per ora solo l’impresa spagnola riesce a farla rendere al 100%, scopriamo perché.

Produrre in casa per incrementare la flessibilità

La strategia di integrazione verticale a monte e a valle, perseguita da Inditex, le permette di avere un controllo diretto sulla produzione, a partire dalla fase di creazione del design fino alla vendita nei negozi di proprietà. L’outsourching, quando effettuato, viene eseguito nei vicini Portogallo o Marocco, permettendo agli output prodotti di poter riconfluire velocemente nella sede di La Coruna, pronti per essere ultimati e spediti in tutto il mondo.

Al contrario di quasi tutte le aziende di abbigliamento mondiali, Inditex possiede una percentuale molto bassa di produzione in Cina. Sebbene più economico, situare la propria sede di produzione nel paese asiatico allungherebbe notevolmente la catena del valore, rendendo più rigida l’offerta dell’impresa.

Una produzione guidata dalla clientela

Questa stretta integrazione tra le varie fasi della catena del valore permette di rispondere velocemente agli stimoli del mercato e mantenere basse le scorte. La produzione di massa attuata da Inditex è quindi trainata dall’effettiva domanda della clientela e ciò permette una perfetta gestione del magazzino, creando quindi maggiore redditività.

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I designer, presenti nella sede centrale di La Coruna, sono in contatto giornaliero con i manager di negozio e possono seguire l’andamento delle vendite giorno per giorno, vedendo cosa si vende e cosa la gente  prova ma non compra.
Questo permette di fare previsioni attendibili riguardo ai futuri trend di vendita, permettendo di evitare di mettere a saldo prodotti che la gente non gradisce.

Inoltre, una delle caratteristiche più apprezzate dai clienti, specialmente del marchio Zara, consiste nella grande variabilità dell’offerta di prodotti negli store. Capita sovente che da una settimana all’altra vi siano nuovi modelli di abito e questo stimola la clientela a visitare i punti vendita con maggiore frequenza, incrementando le vendite.

Zara, la vera pubblicità sono i punti vendita

Altra particolarità dell’azienda consiste nella bassa, se non quasi inesistente, percentuale di ricavi destinata alla pubblicità ed alla promozione.
Mediamente i fashion retailer spendono circa il 20/30% dei propri ricavi in promozione, mentre lo stesso dato, riferito al marchio Zara, si aggira attorno ad una percentuale dello 0,5%.
Questo risparmio consente di sostenere il più alto costo dovuto alla produzione locale e gli investimenti effettuati per la particolare configurazione dei negozi.

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Molta attenzione è riservata infatti ai punti vendita, visti come emanazione dell’anima dei brand del gruppo.
Situati in aree di prestigio, in città con più di 100.000 abitanti o nei più importanti centri commerciali internazionali, gli store sono davvero un marchio distintivo. Protagoniste inoltre sono anche le vetrine, che possono essere considerate il primo canale di comunicazione delle catene del gruppo.

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Il mercato cinese è l’obiettivo per il futuro

Per il futuro Inditex ha intenzione di rafforzare ulteriormente la sua posizione internazionale aumentando il numero dei punti vendita ed espandendosi in nuovi mercati.
Nel 2011 il 70% delle vendite veniva conseguito in Europa ma, data la situazione stagnante ed il progressivo invecchiamento della popolazione del vecchio continente, l’azienda sta volgendo lo sguardo verso altri mercati, in particolare verso quello cinese.
Dei 179 negozi aperti in Asia nel 2011, ben 156 sono stati aperti in Cina.

Conquistare il mercato cinese sarà un’impresa impegnativa, come confermano le parole di Pablo Isla, che ha assunto il ruolo di presidente del gruppo nel 2011, “andare in Cina per noi sarà come cominciare di nuovo in Europa”.

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I punti di forza e le difficoltà di Zara nel mercato cinese

Ilaria Campos, una progettista di Zara, afferma che, salvo piccole differenze riguardo la predilezione dei colori, i gusti delle donne cinesi sono sorprendentemente simili a quelli delle europee. Il modo di vestire e le caratteristiche dei capi di abbigliamento del marchio spagnolo sembrano essere molto apprezzati dal gentil sesso del paese asiatico.  Questo è un punto a favore del mercato cinese, in quanto per una ditta di abbigliamento non vi è variabile più importante da tenere in considerazione quanto i gusti dei propri clienti.

Tuttavia conquistare la Cina non sarà facile. Gli abiti di Zara, ad esempio, relativamente a buon mercato in Europa, risultano in Cina decisamente più costosi rispetto alla concorrenza locale. Inoltre, data la grande distanza dal luogo di produzione, vendere in Cina risulta più costoso per l’azienda che  tenterà di conquistare gli acquirenti cinesi pur proponendo un prezzo più alto.
Occorrerà innanzitutto costruire in Cina la stessa fama che il marchio gode nei paesi europei per trainare le vendite nel paese asiatico e per sostenere la politica di prezzo più elevata.

 

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Il futuro della moda in oriente?

E’ probabile comunque che Inditex sarà costretta in futuro ad espandere ed a insediare il proprio modello di business in Asia, creando una divisione logistica e di progetto sul territorio cinese.
D’altronde è opinione comune di molti analisti di mercato che, data la situazione di stallo economico presente in Europa, la Cina e il mondo asiatico cominceranno sempre più a guidare ed a condizionare le nuove tendenze in fatto di moda e di fashion a livello mondiale. Non stupisce quindi l’interesse del colosso spagnolo di rafforzare la propria presenza nei mercati dell’oriente, destinati forse ad assumere in un futuro non lontano un ruolo di leadership nel mondo della moda.

12 mosse per contrastare lo stress

1. Scaricatevi

Fate sport. Lo sport è un anti-depressivo naturale e vi aiuta a esprimere la rabbia che accumulate in ufficio. Visto che non potete prendere a pugni il vostro capo, immaginatevelo su un sacco. Il resto lo sapete fare da soli.

2. Prendetevi un’ora

Un’ora di cosa? Di riflessione. Almeno una a settimana. Per riflettere su voi stessi, sulla vostra settimana, su dove sta andando la vostra vita. Altrimenti la quotidianità ci trasforma in criceti che corrono sulla ruota, corrono ma non sanno verso dove e perché. Quando ci prendiamo una paura possiamo guardare il nostro percorso, vedere cosa sta andando bene, cosa sta andando male, togliere risorse da qualcosa che non ci sta dando nulla per investirle in qualcosa di più adeguato.

3. Preparate l’agenda

Non solo lavoro. Nell’agenda vanno anche gli impegni leggeri: tutto quello che ha un orario ma riguarda qualcosa che vi piace: opera, lettura, palestra, famiglia, paracadutismo, parrucchiera, estetista, amante. Se non vi concedete del tempo la vostra energia, come in un videogioco, si abbasserà costantemente.

4. Priorità

Non tutte le cose che dovete fare hanno la stessa importanza: bene, scrivetele su un foglio e classificatele per importanza ed urgenza. Una volta classificate bisogna capire quali potete fare voi, quali potete delegare, quali possono essere lasciate in stand by. Inoltre ricordatevi che i grandi obiettivi devono essere divisi in livelli intermedi da monitorare, altrimenti andrete sicuramente in stress perché non li avete ancora raggiunti.

5. Rinunciate ad essere perfetti

Non ci riuscirete e provandoci avrete solo frustrazioni; invece le vostre imperfezioni vi rendono umani, interessanti, originali. Cercate di usare le vostre imperfezioni come vostro marchio di fabbrica.

6. Smettete di provare a cambiare le persone

Le persone non cambiano a meno che non vogliono cambiare. Altrimenti starete combattendo con i mulini a vento. E anche quando vogliono cambiare, ci vuole molto tempo. Invece di pensare a perché gli altri non cambiano, investite queste energie nel fare di voi il cambiamento che volete.

7. Abbracci

Viviamo in un mondo di parole ed immagini. Ma a volte ci dimentichiamo del contatto corporeo. A volte un abbraccio vale più di mille parole. Abbracciate almeno un amico/a, un collega, un qualcuno al giorno. E fatevi abbracciare. Cosa succede?

http://www.youtube.com/watch?v=EeiN19YKkRA

8. Non rimandare ciò di cui hai paura

Spesso quello che ci stressa non è nelle cose, ma nel pensiero delle cose. Sono stressato perché penso che devo presentare un progetto e non mi sento in grado oppure devo chiarire una questione con un collega e ho paura di come reagirà.

Questo crea ruminazioni, cioè paranoie. Affrontare subito quello che temiamo ci preserverà dalle perdite di tempo. Inoltre nella maggior parte quello di cui avevamo paura risulterà essere solo un’ombra.

9. Trasgredire

Jung sosteneva che ognuno di noi ha un’Ombra, cioè tutte le nostre inclinazioni che non vorremmo che gli altri vedessero. Dexter lo chiama il Passeggero Oscuro. Ognuno di noi ce l’ha (fortunatamente non tutti abbiamo il desiderio di uccidere).

Meglio conoscere queste parti e, ogni tanto, assecondarle in maniera adeguata (senza fare male a sè e agli altri). I sette peccati capitali hanno ancora il loro fascino, vi siete chiesti il perché?

10. Eliminare le persone nocive

Non letteralmente. Non le dovete fare fuori. Semplicemente non ci dovete passare troppo tempo. Il vostro tempo libero è poco, le persone con cui lo passate dovrebbero essere “nutrienti”: quando state con loro provate sensazioni piacevoli: pace, gioia, energia, rilassamento.

Se invece passando tempo con qualcuno sentite che ne uscite spossati, stanchi, demotivati questo va bene solo se riguarda il vostro lavoro. Per il tempo libero sono troppo nocive. Cercate di passarci il minor tempo possibile.

11. Creatività al lavoro

La maggior parte della giornata la passiamo al lavoro, se il lavoro non ci piace significa che stiamo passando la nostra giornata a fare qualcosa che ci disturba. Iperstressante. Cercate di modificare il vostro job in maniera che vi rispecchi, cercate, quando possibile, di aggiungere, fatelo un po’ vostro. Nel lungo periodo cercate di modificarlo rispetto ai vostri bisogni interiori. Sembra impossibile, a volte basta solo un po’ di creatività e tanta determinazione.

12. Dire NO!

E’ ora di rifiutarsi di fare tutto quello che ci chiedono. Altrimenti gli altri vi useranno fino a spremervi. Qualche bel no vi preserva da carichi di stress enormi, anche gli altri devono occuparsi delle cose.

L'Incubatore del Politecnico di Torino vince il Premio Nazionale dell'Innovazione con Ecolumiere

Dopo le StartCup regionali, di cui abbiamo seguito da vicino l’edizione calabra e quella piemontese, l’innovazione che nasce negli incubatori italiani si è riunita al Premio Nazionale dell’Innovazione, che quest’anno è stato ospitato all’interno del Festival della Scienza di Genova.

Nella mattina del 31 ottobre presso il Teatro della Gioventù si è infatti svolta la fiera delle startup vincitrici delle competizioni di Business Plan regionali.

Nel pomeriggio Riccardo Luna ha quindi condotto la premiazione: prima sono saliti sul palco i 4 migliori progetti delle categorie Life Sciences, ICT – Social Innovation, Agrifood-cleantech, Industrial, quindi sono stati consegnati i premi delle migliori startup nate negli incubatori universitari italiani.

Premi speciali

Il premio speciale UK Trade & Investment è stato assegnato a:
On-iris: molecola organica per ripristinare il funzionamento della retina;
Re-OIL: elettrodomestico per produrre sapone recuperando gli oli esausti utilizzati nelle cucine.

Hanno vinto invece il premio speciale Intel:
Scalable Data Analytics: soluzioni innovative per l’analisi efficiente di Big Data, in grado di analizzare grandi quantità di dati in modo scalabile utilizzando tecnologie Cloud.
Youwrist: bracciale in grado di leggere le vibrazioni nel polso a seguito dei movimenti delle dita. Dei sensori codificano questi segnali e, una volta acquisiti e rielaborati, vengono utilizzati come comandi per un qualsiasi altro componente elettronico, quale smartphone, tablet, personal computer, consolle videoludica e altro.

Infine si sono aggiudicati il premio speciale Microsoft:
Scloby: registratore di cassa evoluto che permette l’emissione di scontrini fiscali e fatture oltre che la gestione dell’inventario e delle campagne promozionali in modo facile ed intuitivo tramite tablet, smartphone e pc
Scalable Data Analytics.

I vincitori: l’incubatore del Politecnico di Torino vince il Premio Nazionale dell’Innovazione

I vincitori delle quattro categorie sono stati:
– ICT/Social Innovation: Anymaker, stampante 3D per bambini. Partendo da un disegno digitale i bambini possono ideare ed immediatamente realizzare i giocattoli desiderati e nel contempo vivere un’esperienza coinvolgente e d’apprendimento;
– Life Sciences: On-iris;
– Industrial: Optosensing, sensori in fibra ottica per il monitoraggio delle infrastrutture e delle aree territoriali;
– Agrifood-cleantech: Ecolumiere, linea innovativa di dispositivi di illuminazione LED, che consente un risparmio energetico grazie alla regolazione automatica della luminosità, emessa in funzione della luce già presente.

La vittoria assoluta di Ecolumiere ha consentito ad I3P, l’Incubatore di Imprese Innovative del Politecnico di Torino, da cui la startup è stata supportata, di vincere la Coppa dei Campioni 2013 che premia i migliori Incubatori Universitari Italiani.

Se volete anche voi diventare i protagonisti dell’innovazione in Italia, cercate l’incubatore di imprese della vostra università o nella vostra regione. Potrete ricevere supporto nello sviluppo di business e nella stesura del Business Plan e avere la possibilità di partecipare così all’edizione 2014 di StartCup e Premio Nazionale dell’Innovazione.

L'empatia, la formula vincente dell'Inbound Marketer

empatia

Se sei un cinico, freddo e calcolatore, uno che pensa solo ai numeri, ti consiglio di perdere cinque minuti a leggere il post: nonostante il titolo possa far pensare a tutto, tranne che al business, ti mostrerò come, puntando su quello che non è misurabile, otterrai quello che cerchi: profitto e successo di lungo periodo.

La strategia olistica dell’Inbound Marketing

Dopo aver parlato dei principi, dei mezzi e dei canali dell’Inbound Marketing, voglio introdurre un concetto fondamentale per il successo di qualsiasi strategia olistica web based. Da ricercatore “empirico” del web ed osservatore delle SERP, voglio aiutarti a trovare il principio che sta dietro al successo di ogni strategia ben studiata.
La conoscenza di cui sto parlando non è solo di natura tecnica, ma concettuale.

Se riesci a leggere i trend, se riesci a connettere i puntini dei semi incastonati nel terreno, se hai una bussola ben settata, riuscirai a crearti alleati, fare branding, ottenere visibilità a prescindere da qualsiasi aggiornamento negli algoritmi dei motori di ricerca o dei social network. Il segreto è semplice e chiaro: il successo nel web del futuro, sarà appannaggio di quelle aziende che cercheranno di creare valore per i propri clienti/amici. Perché?

Proprio perché nello ZMOT, nel web dei prosumer, vince chi ottiene recensioni positive, chi aiuta a risolvere problemi, chi regala emozioni, chi dà suggerimenti utili, chi fa risparmiare, chi mantiene le promesse, chi si mostra friendly (anche facendosi trovare al momento giusto, ed al posto giusto ovvero con sito ottimizzato, veloce, sul device giusto, nel momento giusto). Non mancheranno tentativi di manipolazioni, a cui abbiamo già assistito e stiamo ancora assistendo, quali ad esempio il fenomeno deteriore delle recensioni a pagamento. Ma alla fine ogni tecnica manipolatoria verrà smascherata dalla potenza dirompente delle “conversazioni” (vedi quello che è successo con le tecniche di black hat SEO!). E credimi, se anche le aziende dovessero diventare amichevoli solo per calcolo, vivremo comunque in un mondo migliore.

empatia

Mettersi nei panni dei clienti o dei follower

Ogni strategia di marketing e non solo di inbound, per essere efficace richiede quindi un balzo evolutivo. Per poter essere non interruttivi, per riuscire a persuadere e convincere, per assicurarci un long term commitment, la strada è una sola: dobbiamo imparare a metterci nei panni dei nostri clienti, essere cioè empatici ed aiutarli, essere coerenti con le nostre promesse, stupirli.

Se il martellamento pubblicitario ti propina paradisi immaginari ma poi ti vende spazzatura, credi possa durare? Se ti vendono una vacanza da sogno e ti ritrovi in una bettola maleodorante, cosa scriverai dell’agenzia di viaggio sui social e cosa apparirà sulle SERP? E se tanti recensiranno negativamente l’agenzia quale futuro pensi possa avere? Quando nei mass media vigeva la regola del monologo -one to many- la realtà manipolata poteva funzionare, oggi, ma soprattutto domani, funzionerà sempre meno (il tempo è un gran signore). Se un brand alimentare si vuole dare un’immagine salutare e immette nel mio organismo junk food, sostanze che sono tutto, tranne che salutari, non c’è futuro per questa azienda che magari pagherà ricerche scientifiche compiacenti, testimonial farlocco, avrà anche successo a breve, ma nel lungo periodo verrà “smascherata” e nessuna operazione di riposizionamento sarà allora sufficiente.

Il valore della customer care (la mia esperienza)

Quando dalla propaganda si torna alla conversazione la via dell’inganno non funziona più. Ti faccio un esempio concreto di un brand e di un’esperienza personale. Non sono solito fare nomi e non sono stato pagato, ma in questo caso voglio farlo sia per ringraziare l’azienda, che l’addetta alla customer care (la migliore marketer che abbia mai incontrato), che per far sì che le best practice si propaghino viralmente e siano d’esempio. L’azienda di cui parlo è la Samsonite di cui non ho acquistato direttamente neanche un prodotto ma che sarà la mia fornitrice di valigie da viaggio vita natural durante. Perché?

Problema: tre anni fa dovevo partire per New York insieme alla famiglia e ci eravamo accorti che ad una valigia rigida di mia suocera (acquistata 8 anni prima e fuori produzione), si era rotta un clipse e non poteva essere chiusa. Per una molletta da un euro, avremmo dovuto spenderne oltre cento per un nuovo acquisto. Soluzione: cercare la molletta. Dopo aver girato per negozi ed essermi quasi rassegnato all’idea di dover ricomprare la valigia, ho scritto una mail al customer care della ditta produttrice. La collega (poiché di vera marketer si tratta) avrebbe potuto tranquillamente dirmi che la valigia era fuori produzione e che avrei dovuto ricomprarne una nuova, magari ad un prezzo scontato. Invece mi ha chiesto di fotografare la valigia ed il particolare rotto e di inviare una mail.

Al momento ho pensato che fosse solo un contentino e che avrei ricevuto una risposta cortese del tipo: “non possiamo fare nulla”. L’indomani, nella mia mail, ho trovato la seguente risposta: “abbiamo la clipse, mi dia il suo indirizzo che gliela spediremo”. Immagina la mia felicità! Ringrazio e chiedo i dati per inviare il bonifico o a chi lasciare gli estremi della carta di credito. Risposta: serve solo l’indirizzo, è tutto gratis.

Traduzione in termini economici: l’azienda non ha venduto niente, l’addetta ha “perso tempo”, ha perso i soldi della molletta e quelli della spedizione (udite udite) con corriere = l ‘azienda ha fatto un regalo ad uno che non era neanche cliente. Riflessione: l’azienda può misurare quello che ha perso ma non quello che ha guadagnato. Domanda al cinico calcolatore: secondo te fare tale mossa “disinteressata” è stata una decisione saggia (economica) o una follia (antieconomica)? Che tipo di roi avrà il suo investimento?

Non ho la risposta certa ma so solo che ora il brand si ritrova un evangelist che comprerà esclusivamente le sue valigie, che le consiglierà agli amici, che parlerà della sua esperienza sui social e che poiché è un ragazzo fortunato, senza compensi, ne parlerà come case history su Ninja Marketing. 😉 Fai le tue valutazioni, ma la morale della favola è che entrare nelle scarpe di qualcun altro non è semplice, può essere antieconomico nell’immediato, ma è l’unica via che assicura la visibilità, la viralità, il buzz, il passaparola che è poi la chiave di volta dell’Inbound Marketing o web marketing e del branding.

La visione empatica dell’ Inbound Marketer

Nei prossimi post, in cui mi occuperò di Inbound marketing, di SEO e di come tentare di costruire “scientificamente” quella che in markettaro si definisce la propria “Buyer persona” (il proprio cliente tipo) e di ricostruire il “Buyer journey” ossia quello che potremmo tradurre impropriamente l’esperienza di acquisto (ma non solo), cercherò di delineare un modus agendi e di mostrare i tool necessari per creare un business profittevole.

Il messaggio che voglio lanciare ora però è il seguente: il successo dipende sicuramente anche da fattori tecnici, ma senza una visione “empatica”, un progetto di serietà ed impegno nel lungo periodo, non c’è futuro. Il principio di cui parlo non è nuovo, in tanti ne hanno già scritto e se vuoi fare un upgrade ti consiglio alcune letture che realmente ti possono aiutare a diventare un bravo marketer ma soprattutto ti possono far settare meglio la tua bussola interiore, per affrontare qualsiasi sfida lavorativa e non.

Il primo libro che mi viene in mente è un manuale dell’empatia, la bibbia dei manager americani, un libro che seppure degli anni 30, resta attuale e prodigo di consigli utilissimi per affrontare meglio la vita, il lavoro e le relazioni: “Come trattare gli altri e farseli amici” di Dale Carnergie.

Il secondo è quello del padrone di casa. Si tratta di Create! di Mirko Pallera: la cui lettura mi ha introdotto nel mondo Ninja Marketing e mi ha spinto ad ampliare gli orizzonti. Il terzo è “La civiltà dell’empatia” di Jeremy Rifkin e il quarto (l’ordine è solo casuale, sono tutte perle) è “Good Works” di Philip Kotler che insegna come coniugare profitto e responsabilità sociale dell’impresa.

Buon inbound marketing e buona empatia a tutti. 😉

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I 5 migliori smartphone Android del 2013

I 5 migliori smartphone Android del 2013

L’autunno è un periodo importante per i dispositivi Android: con il natale alle porte, i produttori spingono i propri top di gamma per la fase decisiva della guerra delle vendite. E voi? Sognate uno smartphone per natale? Vi aiutiamo a decidere con la nostra top 5 Android devices!

1) Google Nexus 5

I 5 migliori smartphone Android del 2013

 

Nuovissimo arrivato di casa Google, il Nexus 5 realizzato da LG Electronics. è la pura visione di Android seondo Google. Privo di personalizzazioni del produttore, questo device è, come tutti i Nexus, il banco di prova di Big G: sarà il primo a montare Android 4.4 KitKat e a godere degli aggiornamenti futuri. A differenza del Nexus 4, questo dispositivo viene venduto anche in Italia.

Con le caratteristiche di un top di gamma, display da 5 pollici ed un prezzo di soli €349, è lo smartphone dal miglior rapporto qualità/prezzo. Una novità caratteristica riguarda la fotocamera stabilizzata, che permette di ridurre l’effetto mosso delle foto; di certo però sono interessanti anche caratteristiche come: la ricarica wireless, 4g LTE e sistema WiFi ultraveloce (dual-band). Disponibile in due colori: bianco e nero.

2) Samsung Galaxy S4

I 5 migliori smartphone Android del 2013

Cavallo di battaglia del colosso coreano, il Samsung Galaxy S4 offre molte soluzioni innovative, come un menu a tendina speciale che si attiva grazie al doppio swype o delle opzioni fotografiche uniche. Insieme al suo rivale HTC One, il Samsung S4 è diventato uno standard di riferimento. Se volete attirare lo sguardo della gente oltre ad avere un superdevice, l’S4 farà al caso vostro. Il prezzo va dai 400 euro ai 450, disponibile nei colori bianco e nero.

3) HTC One

I 5 migliori smartphone Android del 2013

Se siete dei veri patiti della musica dovreste orientarvi sull’HTC One: il modello di punta HTC è infatti dotato di Beats Audio, per un’esperienza sonora sempre ricca e fedele alla realtà.

Ovviamente questa non è l’unica caratteristica che ne fa uno smartphone competitivo: con delle specifiche hardware molto simili all’S4, il punto forte di HTC One sta nell’apprezzata interfaccia HTC Sense, che permette widget esclusivi e tante personalizzazioni. Molto interessanti anche le caratteristiche della fotocamera: la funzione HTC Zoe permette di scattare in automatico fino a 20 foto e un video di 3 secondi. Disponibile nei colori Glamour Gray (nero) e Polar White (bianco).

4) Motorola Moto X

I 5 migliori smartphone Android del 2013

Dopo essere stata acquistata da Google, Motorola è ripartita alla grande con il Moto X, uno smartphone acquistabile solo on-line e totalmente personalizzabile: è persino possibile far stampare un’incisione con un messaggio personale sul retro!

Moto X monta un hardware leggermente sottotono rispetto ai suoi concorrenti più blasonati, ma il device risulta comunque velocissimo e la batteria dura un po’ di più. Se volete un device unico, il Moto X potrebbe essere quello che fa per voi. Al momento il Moto X non è acquistabile in Italia: fatevelo comprare da un vostro amico che abita in America!

5) Sony Xperia Z

I 5 migliori smartphone Android del 2013

Per le persone avventurose che però non vogliono rinunciare alle specifiche tecniche, Sony ha pensato a questo Xperia Z. Resistente a polvere, immersioni, getti d’acqua, graffi ed urti, l’Xperia Z monta una fotocamera da 13 mpx con tecnologia HDR: il massimo per la Phoneografia.

L’unica pecca di questo dispositivo sta nel prezzo, un po’ alto rispetto ai concorrenti ( a partire da 539 euro), e nella frequenza degli aggiornamenti: Sony non è nota per la tempestività delle release Android. Disponibile nei colori bianco, nero e purple.

Scegli il tuo Android

Abbiamo presentato quelli che secondo noi erano i migliori smartphone Android del momento. Qual è il migliore? All’indomani dalla presentazione del Nexus 5 siamo davvero curiosi di vederlo in azione perché, sulla carta, è il device dal miglior rapporto qualità/prezzo.

Tutti gli smartphone della classifica si differenziano per un aspetto in particolare, e scegliere il migliore in un’ottica oggettiva è davvero difficile. La soluzione sta nello scegliere lo smartphone su misura per voi: quale scegliereste? Segnalatecelo nei commenti! 😉

UPDATE: I ninja ascoltano i loro “guerrieri” e, viste le tante richieste di ampliare il numero dei device Android recensiti, abbiamo scritto la seconda parte di questo articolo.

Si parla di LG G2, Huawei Ascend P6 e Samsung Galaxy Note 3. Buona lettura!