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Standby Task Force mette i Social Network al servizio delle emergenze

«I volontari della SBTF monitorano il web e i social media alla ricerca di informazioni utili alle organizzazioni che si occupano di rispondere all'emergenza» - Valeria Villan, Core team

Del ruolo dei Social Network in casi di emergenza o catastrofi se ne parla da molto tempo, basta pensare alla funzione Safety Check di Facebook, ma, ancora più utile per le squadre in azione sul luogo, è raccogliere tutte le informazioni più importanti in un modo organico ed organizzato. Ecco che allora scende in campo Stanby Task Force, una squadra di volontari del web sparsi per tutto il mondo con il compito di intervenire in caso di catastrofe per monitorare i social e supportare la meglio chi è sul campo.

Abbiamo intervistato Valeria Villan, un volontario del Core Team che ci ha spiegato come funziona questa organizzazione e come i social netowork, in fondo, abbiano anche un’anima umanitaria.

Cos’è Standby Task Force e qual è la sua mission?

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La Standby Task Force (SBTF) è una no-profit americana attiva nell’ambito del digital humanitarian. In situazioni di emergenze naturali o di crisi umanitarie, la SBTF opera nel campo dell’information management e del crisis mapping: i volontari della SBTF monitorano il web e i social media alla ricerca di informazioni utili alle organizzazioni che si occupano di rispondere all’emergenza.

Un semplice tweet che parla di una strada bloccata in un luogo colpito da un sisma, ad esempio, può diventare una informazione chiave per chi è sul campo e deve stabilire il percorso per portare gli aiuti nelle zone terremotate.

Tutte le informazioni raccolte sono categorizzate, analizzate, verificate e geolocalizzate, allo scopo di creare mappe o dataset che vengono condivisi con coloro che si occupano di rispondere all’emergenza.

Questa attività è iniziata nel 2010, con il terremoto che aveva colpito Haiti, e nel corso di questi sette anni la SBTF ha supportato, con i suoi servizi, la risposta umanitaria a quasi cinquanta emergenze in cinque continenti.

Cosa vuol dire far parte di un’organizzazione come la vostra, sia come professionisti che come volontari?

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La SBTF conta centinaia di volontari, sparsi letteralmente in tutto il mondo – dall’Australia agli Stati Uniti. Questo ci permette di poter operare 24 ore su 24 quando siamo chiamati a rispondere ad una emergenza. Lavoriamo esclusivamente da remoto, nel nostro tempo libero, ed utilizziamo diversi tool online per coordinare le nostre attività.

La maggior parte del tempo i volontari sono in “stand by”, ad eccezione di un gruppo, definito “Core Team” (di cui faccio parte), che si occupa delle attività quotidiane necessarie per la gestione di questa no-profit. Diventiamo operativi non appena riceviamo una richiesta di aiuto a fronte di un’emergenza umanitaria o una calamità naturale.

Il background dei nostri volontari è estremamente vario, come sono varie le capacità necessarie per rispondere a questo tipo di emergenze. Per tutti i nuovi volontari è prevista una formazione iniziale, e quando lavoriamo su una emergenza si crea sempre un bellissimo clima di collaborazione virtuale, con scambi di consigli e supporto reciproco in base alle competenze che ognuno mette a disposizione: chi conosce la lingua locale aiuta a tradurre le informazioni, chi ha competenze nel campo GIS (Geospatial Information System) supporta la geolocalizzazione delle informazioni e la creazione delle mappe, eccetera.

Quali sono i vostri partner e quali le aree di intervento?

Nel corso degli anni abbiamo lavorato per organizzazioni internazionali, ONG e governi nell’ambito dell’information management in contesti di emergenza umanitaria.

Lavoriamo principalmente in risposta a calamità naturali – come uragani, inondazioni o terremoti. A settembre, ad esempio, abbiamo realizzato su richiesta dell’OCHA (Ufficio per il Coordinamento degli Aiuti Umanitari delle Nazioni Unite) un’analisi dei danni subiti dagli edifici nella Dominica dopo che l’uragano Maria ha devastato questa isola caraibica mediante la raccolta ed analisi di immagini pubblicate online.

Anche Puerto Rico ha subito ingenti danni a causa dell’uragano Maria: abbiamo supportato la FEMA (l’agenzia federale che svolge le funzioni di Protezione Civile negli Stati Uniti) realizzando una mappa comprendente i dati sullo stato delle strade e degli ospedali a Puerto Rico nei giorni successivi al passaggio dell’uragano Maria, con informazioni raccolte sia sui social media che tramite l’analisi di immagini aeree.

Le nostre competenze sono state richieste anche a supporto di altre tipologie di emergenze: ad esempio, quando l’epidemia di Ebola aveva colpito Guinea, Sierra Leone e Liberia, la SBTF ha creato il più completo dataset di ospedali, cliniche e ambulatori nei tre Paesi colpiti dall’epidemia, fornendo uno strumento fondamentale per poter coordinare l’invio degli aiuti e sconfiggere l’epidemia.

Sappiamo tutti quanto, in caso di evento catastrofico, sia importante rassicurare parenti e amici. Come vi muovete in tal senso?

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Di norma, il nostro ruolo è quello di osservatori silenziosi. Raccogliamo informazioni che possono essere utili a chi risponde sul campo, ma non siamo noi quelli che, in prima persona, interagiscono con chi è alla ricerca di notizie sui propri cari, nemmeno quando lavoriamo su missioni SAR (Search and Rescue, ricerca e soccorso).

In alcuni casi, però, abbiamo preparato dei situation report interattivi in cui venivano tradotte in inglese le principali informazioni in merito all’emergenza o a quali enti contattare per avere supporto, nell’ottica di aiutare i famigliari di persone che potevano trovarsi nelle aree colpite.

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Cosa significa per una missione entrare a far parte delle vostre aree di intervento?

La SBTF lavora principalmente su attivazione, ovvero su richiesta da parte di un governo, una no-profit o un’agenzia che opera sul campo. In genere, siamo contattati quando si hanno troppe poche informazioni in merito ad un’area colpita da un’emergenza, o quando si è di fronte ad una situazione di information overload, ovvero la quantità di informazioni a disposizione è talmente elevata che l’ente che ci contatta non è in grado di analizzarla.

Ripetiamo sempre ai volontari che ogni missione è diversa da quelle precedenti. La quantità e la tipologia di dati disponibili online, infatti, varia a seconda del Paese, del tipo di emergenza o delle richieste degli attori umanitari che hanno richiesto il nostro supporto.

Di volta in volta, perciò, dobbiamo utilizzare degli approcci o degli strumenti diversi per la raccolta dei dati, per l’analisi o per la loro visualizzazione: una vera e propria sfida, a cui riusciamo a rispondere grazie ai nostri incredibili volontari.

Concludiamo con un piccolo manuale di sopravvivenza, che consigli ci dareste in caso venissimo coinvolti in situazioni di pericolo?

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Di consigli ce ne sarebbero mille, o quasi! Ma la regola «Think before you tweet or post» è quella che vale più di tutte. In situazioni di emergenza, ancor più che nella vita di tutti i giorni, bisogna essere consapevoli di ciò che si condivide online.

In queste situazioni è fondamentale evitare di diffondere notizie non verificate e di usare gli hashtag correlati all’emergenza per scrivere di temi non legati ad essa.

Non bisogna mai dimenticare che i social media non sono un numero di emergenza: le richieste di soccorso immediato, non devono essere twittate o postate su Facebook o Instagram, ma bisogna contattare i soccorsi attraverso i canali preposti.

Infine, ricordarsi sempre che non si sa mai chi può leggere ciò che viene postato online: mai pubblicare informazioni che possono mettere in pericolo qualcuno, sia direttamente che indirettamente.

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