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Troll si nasce o si diventa?

I comportamenti anti-sociali e distruttivi dilagano nelle comunità online, in alcuni casi fino a precludere la possibilità di commentare. Ma chi sono davvero i troll? E perché lo fanno?

Troll, esseri mitologici per alcuni maligni, per altri solo birichini, nella realtà online sono quelle persone che con il loro comportamento anti sociale impediscono una discussione civile. Una ricerca della Stanford e della Cornell University ha cercato di capire se questo comportamento è tipico di alcune persone con caratteristiche particolari oppure ciascuno di noi, date le circostanze e il contesto, potrebbe diventare un troll.

Per farlo hanno analizzato le discussioni avvenute nel sito della CNN. I commenti analizzati sono stati 16 milioni e 1 ogni 4 dei post segnalati dagli utenti come indesiderabili erano stati immessi da persone che non avevano precedenti di un simile comportamento.

Persone normali, già in preda ad emozioni negative, trovandosi in un contesto che le sollecita ancora di più, si scatenano comportandosi da perfetti troll.

I troll online: un po’ di background

La definizione classica ci descrive il troll come una persona che intenzionalmente disturba una discussione, a volte per il solo gusto di fare arrabbiare gli altri. Un comportamento quindi negativo, fonte di problemi per la maggior parte dei community manager che devono gestire i loro commenti.

I troll sarebbero, per lo più, dei sociopatici, e così sembrano confermare molte altre ricerche: individui che hanno particolari tratti caratteriali, addirittura biologici (Cesare Lombroso docet) che li predispongono all’aggressione e al trolling, appunto.

Il comportamento antisociale online è, a volte, una estensione dello stesso tipo di comportamento tenuto nella vita offline. Possono essere atti di aggressione vera e propria, molestie, o atti di bullismo.

Atteggiamenti che sono causa di rabbia e tristezza in chi li subisce dato che, secondo gli esperti, le ferite causate da queste aggressioni verbali possono a volte far più male delle ferite fisiche.

Anche in Italia sono molti i casi, alcuni perfino recenti, in cui abusi di questo genere hanno portato le vittime alla morte.

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Se spesso altre ricerche hanno affermato che alla radice di questo tipo di comportamento c’è la noia, la voglia di divertirsi o di sfogarsi, la ricerca di cui parliamo identifica invece due ragioni diverse: l’umore della persona e il contesto della discussione.

Smentendo quindi le ricerche per cui troll si nasce, sembrerebbe invece che lo si possa diventare.

Il troll: un comportamento che può essere contagioso

Il trolling può essere contagioso e una scintilla può bastare a scatenare un flame epico.

Come in un gregge, le persone tendono a replicare gli atteggiamenti osservati da altri, in un continuo trasferimento di emozioni e comportamenti.

Come nell’esempio della finestra rotta di Malcolm Gladwell (nel suo libro il punto critico: i grandi effetti di piccoli cambiamenti), ovvero che una finestra rotta può far pensare che l’incuria possa regnare e sia tollerata, così un commento non moderato potrebbe attrarne altri di peggiori: un comportamento negativo può portare al disordine in una comunità.

 

troll si nasce o si diventa

Come in una epidemia, il comportamento da troll può diffondersi da persona a persona.

Così i ricercatori hanno condotto i loro esperimenti cercando le verifiche a queste tre ipotesi:

  • il cattivo umore aumenta le probabilità di cui comportamento da troll
  • un contesto negativo (dove siano già presenti commenti di altri troll) favorisce il trolling
  • il comportamento da troll può diffondersi da persona a persona.

Il cattivo umore delle persone può aumentare le probabilità che si scateni il loro troll interno. Il cattivo umore, si sa e i ricercatori confermano, può avere un diverso andamento a seconda dei giorni e dei momenti della giornata. Si è più positivi la mattina e nei weekend, il cattivo umore ci conquista durante la giornate e nei giorni feriali.

L’andamento dei commenti negativi, da troll, nel sito della CNN confermerebbe il legame con l’umore delle persone.

La rabbia di certi commenti poi scatena altra rabbia, rendendo il fenomeno contagioso. Una strategia per gestire questo effetto , suggeriscono, potrebbe essere la creazione di un meccanismo di time out: prima di commentare ancora, l’utente deve attendere un certo periodo di tempo. Quanto tempo? Dopo 5 minuti le probabilità di risposte negative sono ancora alte, e diminuiscono dopo che siano trascorsi almeno 10.

Da non trascurare l’effetto domino: la presenza di commenti da troll induce altri commenti simili, in un crescendo direttamente proporzionale al loro numero. Non è invece una sorpresa che più un argomento sia scottante e controverso, più attragga e induca il commentare come un troll.

Conclusione

Non dovrebbe sorprendere la conclusione tratta dai ricercatori: il comportamento da troll è un atteggiamento tendenzialmente innato, ma che può scaturire anche spontaneamente da certe situazioni.

Il suggerimento, quindi, per le piattaforme di discussione? Prevedere dei meccanismi per limitare entrambi i tipi di troll, sia quello innato che istituzionale.

Bannare gli utenti che trasgrediscono le norme della comunità può essere una soluzione, a cui affiancare però le contromisure che possano mitigare o impedire il sorgere di situazioni che favoriscono il comportamento da troll. Tra queste non sono da trascurare il design stesso della piattaforma e le norme a cui attenersi: la frustrazione dovuta a una interfaccia utente poveramente progettata, la lentezza della stessa o l’impossibilità di pentirsi eliminando un commento inserito a caldo possono favorire l’insorgere di troll.