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Come l’amministrazione Trump sfrutta i social media per il controllo dei visti

Le leggi sull'immigrazione cambiano al tempo dei social: come in USA la nuova amministrazione sfrutta i social per controllare i visti

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È di qualche giorno fa la notizia che dalla prima metà di ottobre entrerà effettivamente in vigore una direttiva, voluta dall’amministrazione Trump, che prevede di effettuare un controllo rigoroso degli account social media e delle ricerche sul web compiute da chi fa domanda di visto per entrare negli USA.

Come previsto da un aggiornamento della politica del “Privacy Act” del 1974,  l’atto progettato al fine di stabilire pratiche eque sulle modalità con cui il governo raccoglie, mantiene, usa e divulga dati per le testimonianze su un individuo, gli immigrati in possesso della “green card” (la carta di cittadinanza), i cittadini naturalizzati e i residenti permanenti potrebbero essere soggetti alle nuove linee guida. E ad effettuare questo tipo di controlli sarà il Dipartimento della Difesa Nazionale americana (DHS).

L’idea di procedere ad un esame accurato dei social media nel momento in cui viene presentata una domanda di visto non è certo nuova: si tratta semmai di una radicalizzazione di una politica iniziata durante la Presidenza Obama, di riformare le leggi sull’immigrazione, specie a seguito degli attacchi terroristici avvenuti nel 2015 a San Bernardino, in California.  Allora, Syed Rizwan, il ventottenne terrorista che uccise 14 persone in un centro per disabili, non solo aveva passato tutti i controlli delle referenze ma gli era stato approvato anche un visto K-1, nonostante sostenesse apertamente la violenza della jihad attraverso il suo account social.

Con le nuove linee guida pubblicate nel registro Federale, la lista delle domande che tramite apposito questionario viene normalmente sottoposta ai visitatori prima di varcare i confini USA, conterrà nuove informazioni riguardanti: i numeri seriali dei passaporti in precedenza utilizzati, recapiti email e telefonici degli ultimi 5 anni, indirizzi fisici, lavori svolti e viaggi effettuati negli ultimi 15 anni, ma soprattutto gli username utilizzati sui social media degli ultimi 5 anni e i risultati di ricerca sul web

Il questionario, presentato mesi fa dall’amministrazione statunitense e approvato il 23 maggio scorso dall’Ufficio per la gestione e il bilancio, fa parte del Memorandum del 6 marzo 2017 del Presidente Trump redatto allo scopo di aumentare il processo dei controlli per tutti coloro che fanno domanda per un visto americano.

Nella prima sezione del Memorandum viene subito enunciato lo scopo di questa nuova politica: “È la politica degli Stati Uniti volta a tenere i suoi cittadini al sicuro da attacchi terroristi, incluso quelli commessi da cittadini stranieri”.

Nella seconda sezione si specifica che il Segretario di Stato e quello della Difesa Nazionale possono procedere a perfezionare protocolli e procedure al fine di migliorare i controlli sulle domande di visto e di aumentare la sicurezza dei cittadini americani.

In particolare, i Protocolli e le Procedure per i visti dovrebbero focalizzarsi su due punti:  “prevenendo l’entrata negli Stati Uniti di cittadini stranieri che possono aiutare, sostenere, o commettere atti violenti, criminali o terroristi.” e  “assicurando la raccolta corretta di tutte le informazioni necessarie a valutare rigorosamente i motivi dell’inammissibilità o i motivi per il rifiuto di altri benefici legati all’immigrazione.”.

L’agenzia di stampa Reuters preannunciava la notizia già tempo fa, sottolineando come “gli ufficiali consolari possono richiedere tutti i numeri di passaporto precedenti, lo storico di cinque anni di account sui social media, indirizzi email e numeri di telefono e 15 anni di informazioni biografiche incluso indirizzi, lavoro e storia di viaggio.”

Inizialmente il Dipartimento di Stato ha risposto dichiarando che il questionario sarebbe stato somministrato soltanto agli individui “meritevoli di ulteriori accertamenti per legami con il terrorismo o altre minacce per la sicurezza nazionale” e per condurre un più rigoroso controllo della sicurezza nazionale.

Ed è vero che, secondo quanto previsto dal provvedimento, le risposte a queste domande potranno essere rilasciate in maniera facoltativa e che un officiale dell’Immigrazione non potrà costringere un cittadino straniero a compilare il form, ma è altrettanto vero che è prevista un’apposita postilla nel questionario che evidenzia come il mancato rilascio delle informazioni possa causare il ritardo o il diniego della concessione del visto.

Dunque, un documento che non ha mancato di destare diverse reazioni e critiche, proveniente soprattutto dal mondo accademico che ha ritenuto queste disposizioni troppo gravose, in quanto tacciate di provocare lunghi ritardi nell’elaborazione dei permessi e scoraggiare l’arrivo di studenti stranieri in America.

L’avvocato Adam Schwartz dell’Electronic Frontier Foundation (EFF), l’organizzazione internazionale non profit di legali rivolta alla tutela dei diritti digitali e della libertà di parola sul web, commentando questa nuova policy su BuzzFeed News ha dichiarato come “queste linee guida si applicano anche ai cittadini che comunicano e sono in contatto con gli immigrati sulle piattaforme di social media”.

E aggiunge: “Noi consideriamo questo uno dei più grandi processi di sorveglianza ad alta tecnologia degli immigrati e sempre più persone saranno sottoposte al controllo dei social media.  C’è un trend crescente al Dipartimento di difesa, che è quello di ficcare il naso negli account social di immigrati e stranieri e noi pensiamo sia una invasione della privacy che ostacola la libertà di parola”.

Anche il co-direttore del “Brennan Center’s Liberty And National Security Program”, Faiza Patel, ha sottolineato come questo “costituisca ancora un altro capriccio, cominciato dall’amministrazione Obama e alimentato dalla credenza che i social media aiuteranno gli Stati Uniti a fermare un possibile attacco nel paese”.

In ogni caso questa nuova politica ha diviso l’opinione pubblica in due. Da una parte c’è chi sostiene che ciò possa permettere facilmente al governo di tenere in considerazione gli orientamenti politici e religiosi dei candidati nel processo di richiesta del visto d’immigrazione. Altri sostengono, invece, che non ci sia alcuna evidenza a suggerire che questi dati possano essere d’aiuto, perché se è vero che le informazioni aumentano, aumentano però anche i costi.

Senza considerare le preoccupazioni per la privacy e la libertà personale dei cittadini americani, visto che passare al setaccio i profili social di un potenziale visitatore che potrebbe avere parenti o amici residenti negli USA, equivale a mettere il naso anche nelle conversazioni online con possibili cittadini americani. Dunque, queste norme verrebbero applicate di riflesso anche a loro, ponendo tutti sotto l’occhio di un Grande Fratello digitale.

La cosa che più sorprende è che gli USA sono, da sempre, il Paese che più di tutti prevede nel suo ordinamento uno dei più rigidi e severi processi per la richiesta di visto, quindi viene da chiedersi che bisogno ci sia di renderlo ancora più restrittivo. Che questo Memorandum nasconda in sé una precisa strategia politica che fa leva sulla paura del terrorismo e sul bisogno dei cittadini americani di sentirsi al sicuro?

E se l’America venisse ancora colpita nel suo cuore nonostante queste nuove misure, quale sarà la prossima mossa? Si erigeranno davvero dei muri, si chiuderanno tutte le frontiere o si deciderà finalmente di rivedere la politica estera portata avanti fino ad oggi?

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