"Liking isn’t helping": non basta un mi piace per cambiare il mondo

La campagna sottolinea, attraverso immagini shockanti ed irriverenti, che per cominciare a cambiare le cose dovremmo fare qualcosa in più di un semplice like

“Se hai un cuore commenta o, almeno, metti mi piace”

Quante volte questo messaggio è apparso sulle vostre bacheche di Facebook accompagnato da un’immagine strappalacrime di un bimbo malato o di un cagnolino con qualche malformazione? Di suddetti post ne possiamo contare almeno decine ogni giorno e, sinceramente, ne abbiamo fin sopra i capelli.

Perchè? Come mai? Esseri senza cuore! Insensibili! Egoisti!  Ecco gli epiteti che vi aspettano se provate a spiegare che ad un bambino in Africa non apparirà magicamente un panino col prosciutto tra le mani, o che la leucemia non smetterà di colpire poveri innocenti, se cliccate mi piace o condividete un post. Magari bastasse questo!

Il messaggio lanciato dalla campagna Liking isn’t helping, realizzata dall’agenzia Publicis Singapore per il progetto Crisis Relief Singapore, è proprio questo:

Cliccando su “mi piace” non salverai un bambino dalla guerra, condividere non ti servirà a portare via una donna da un uomo che la maltratta e un tweet non ferma il diffondersi di malattie e carestie.


Le immagini drammatiche si alternano, in questa sensibilizzazione (giustamente) forzata, ad un coro di pollici in sù che simulano chiaramente la filantropia che coglie l’utente in un momento di particolare sensibilità: il mondo non diventa migliore attraverso un click.

L’evidente ironia della campagna – che si prefigge la mission di educare – riesce a cogliere appieno tutta l’inutilità delle manifestazioni di preoccupazione e sensibilità verso questi temi (se affrontati in questo modo).

Perché, allora, quando una pagina Facebook o un account privato pubblica sul proprio profilo una delle immagini sotto accusa la voglia di cliccare per dare il nostro sostegno c’è? Le motivazioni sono diverse:

  • coinvolgimento emotivo;
  • voglia di mostrare agli altri il nostro essere caritatevoli e socialmente impegnati;
  • empatia e leva emozionale;
  • engagement del condivido-perché-ti-sostengo (potremmo ipoteticamente chiamarlo così per indicare il fattore pietà-tenerezza-rabbia che questo tipo di immagini suscitano nell’utente).

Vere o meno che siano le nostre intenzioni nell’aiutare gli altri, è chiaro che non è certo cliccando su un link che le cose cambieranno. Se poi a tutto questo ci aggiungiamo il solito voyeurismo digitale che ormai coinvolge tutti, il dubbio nasce, basti pensare al caso della Concordia e di tutta la delitto-mania scoppiata in particolare in Italia.

Non c’è terremoto, inondazione o disastro che non abbia il suo seguito emozionale sulla rete: l’importante è sapere dove fermarsi tra il rendersi utili – condividendo numeri verdi e diffondendo informazioni per la raccolta fondi – e il far prolificare lo spam emotivo.

Ovviamente le parodie di tale “pratica” in rete non si sono risparmiate: è infatti facile trovare pagine Facebook dal titolo “Se hai un cuore condividi! Se non ce l’hai scommetto che sei morto” o “L’arte di salvare il mondo condividendo un link (se hai un cuore)“.

Insomma, se vogliamo davvero cambiare le cose ‘Be a volunteer. Change a life.‘ E voi, da che parte state?! :)

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