Donne contro donne: quanto ci costa la carriera!

Tra atteggiamenti testosteronici e lotte per le prime posizioni gerarchiche, forse abbiamo perso la vera opportunità di restare donne in quello che facciamo

Domani uscirà un libro, Facciamoci Avanti. Le donne, il lavoro e la voglia di riuscire.
Sembra che se ne senta forte la necessità, giustificata dal fatto che nonostante le lotte di genere, i movimenti sessisti e le dimostrazioni parascientifiche dell’importanza della presenza femminile in un’organizzazione di successo, c’è ancora qualcosa degno di allarme sociale, perché “non è solo che noi donne continuiamo a non metterci in primo piano, ma anche che non notiamo questo divario e non cerchiamo di colmarlo.”

Quarantatrè anni, quinta donna più potente del mondo del 2011 secondo Forbes, sin dal suo ormai famoso TedX “Perchè le donne leader sono ancora troppo poche” del 2010 in cui si chiede perché la percentuale di donne che raggiungono l’apice della carriera nella loro professione sia inferiore alla percentuale di uomini nella stessa posizione: ad esprimersi in questi termini è Sheryl Sandberg, la top manager di Facebook, che da anni non fa che affermare che le donne non dovrebbero accontentarsi di essere seconde agli uomini come invece si riducono a fare.

Ma lei non è il braccio destro (e forse anche un pezzo di cervello) della prima donna in versione maschile Zuckerberg?

Un’altra carrierista a finire seconda è quella che pure sta scatenando più di qualche pensiero in queste ultime settimane: Marissa Mayer, Ceo di Yahoo!, che dopo aver preso la decisione di abolire il telelavoro è riuscita a tirarsi addosso le polemiche di moltissime donne che non condividono la sua visione di crescita aziendale. Anche lei come la collega è stata considerata il personaggio dell’anno, ma a soffiarle il primo posto è stata un’altra prima donna in versione maschile: Obama. Secondo il Time infatti è quella di un uomo la personalità più influente dello scorso anno.

Ma rileggiamo attraverso i commenti di altre donne quello che è appena accaduto in Silicon Valley con il libro in uscita della Sandberg, che non piace soprattutto a prestigiose firme del giornalismo (femminista) americano, e la bufera scatenata dallo stop al telelavoro della Mayer…

“a partire dal premio Pulitzer e firma di punta del New York Times Maureen Dowd che, letta la notizia su Yahoo e il telelavoro, scrive un commento sul suo blog dal titolo inequivocabile: “Scendi dalla nuvola“. E il resto dell’articolo non è più tenero: con tanto di velenosi riferimenti alla precedente polemica che aveva colpito Marissa Mayer: la sua brevissima pausa maternità: «Ho bisogno di solo due settimane di stop», disse allora ricevendo critiche e battute ironiche, come quella con cui la Dowd chiude il suo pezzo: «Lei ha un asilo nido fuori dalla porta del suo ufficio. Ma non tutte sono così fortunate». E in poche ore ecco arrivare quasi settecento commenti.

E non va meglio con gli altri giornali: «La sua decisione è un insulto alla nostra intelligenza», strilla il Boston Globe“.

Secondo l’autrice del libro la causa del ritardo femminile è nell’atteggiamento femminile stesso perché le donne facilmente si rassegnano a una posizione di secondo piano e rinunciano alla carriera che sognano.
Così per avere successo ed essere accettata nelle posizioni di comando, ogni donna deve adottare una strategia del compromesso: risultare intelligente e consapevole, farsi avanti od opporsi platealmente e drasticamente a decisioni che si ritengono sbagliate non paga. Meglio essere “carina”, apparentemente debole ma determinata.

Allora Usa Today, per firma della giornalista e scrittrice Joanne Bamberger, coglie l’essenza della polemica:

“ecco la nuova battaglia delle mamme. Chi sono le nemiche delle donne? Altre donne. La tesi è semplice: le loro parole lasciano l’amaro in bocca a tante lavoratrici che soprattutto in questo periodo di crisi devono affrontare mille difficoltà. Loro si dimenticano da dove vengono. Forse le intenzioni sono buone, ma i risultati sono disastrosi”.

“Essere donna”: che espressione inflazionata

La discussione in atto è riassumibile in queste due posizioni.

Una di rimprovero, per cui nonostante le condizioni di vita e quelle lavorative siano nettamente migliorate negli ultimi decenni, le donne continuano a non saper raggiungere i traguardi professionali maschili.
Una di giustificazione, per cui sono i condizionamenti sociali che mettono le donne in condizione di non riuscire a mettersi in pari col sesso forte.

La mia domanda è: ma dobbiamo?

Il pressing mediatico spinge noi donne ad essere in gara con gli uomini, con le altre donne e con noi stesse. Ma non mi sembra affatto strano che in questo modo ancora non si riesca a comunicare efficacemente perché, dalla politica agli affari, fino ai luoghi “femminili” per eccellenza come il no profit (o la famiglia!), il divario tra le posizioni coperte da uomini piuttosto che da donne esiste ed è netto, in Italia in particolare. E non mi piace neanche la chiave di lettura che la stampa ha dato agli avvenimenti americani di cui sopra, perché nella dialettica di “donne per le donne” e di “donne contro le donne” non esiste un’antitesi alla posizione per cui le donne dovrebbero ridimensionare tutta questa tensione verso obiettivi sinceramente discutibili.
Discutibili nella misura in cui, ovviamente, nel lavoro la donna non trova una dimensione di completamento della propria identità come nelle altre dimensioni, ma cerca l’unico luogo di desiderabilità sociale e di approvazione per se stessa.

Cosa dobbiamo fare allora? Combattere per affermare nuovi ruoli?
O magari iniziare a riaffermare il nostro, distinguerlo da tutti gli altri con carattere e senza ipocrisie.

Il premio nobel per l’economia Krugman dà ragione a chi, come Sandberg, cerca di affermare nuovi modelli, per preparare le donne ad essere davvero parte integrante di un sistema sociale (e non limitarsi a sfruttarle come unico sistema di welfare esistente, per tornare ancora alla condizione italiana).

A mio avviso è la lotta per le prime posizioni gerarchiche a corrompere anche l’identità di genere e far sgretolare sempre più le reti sociali in cui il ruolo femminile è -e resta- il presupposto per la buona riuscita di un progetto, che sia lavorativo, politico o familiare.

Ma che ormai siano proprio gli uomini a prendere più spesso le parti delle donne per cercare di aprire loro gli occhi credo riassuma perfettamente il motivo della sconfitta del gentil sesso quando, nel mancare al proprio ruolo, non sa fare altro che rincorrere quello degli altri, come in cerca di una (meravigliosa) identità perduta.

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