"Fever", la rabbia di Paolo Marchetti premiata da Getty Images [INTERVISTA]

Il giovane fotografo si aggiudica la Getty Images Editorial Grant 2012 con un lavoro sul ritorno del Fascismo in Europa

Paolo Marchetti,  fotoreporter romano classe ’74,  ha vinto il Getty Images Editorial Grant 2012 con un lavoro intitolato Fever – The Awakening of European Fascism. Noi di NinjaMarketing lo abbiamo intervistato e ci siamo fatti raccontare com’è lavorare e affrontare situazioni difficili e a rischio per amore della fotografia e del proprio lavoro.

Hai vinto un premio molto importante per il tuo lavoro sul risveglio del fascismo in Europa e ti accingi a proseguire all’estero questa tua ricerca. In che modo cambierà il tuo lavoro e nello specifico l’approccio alla tematica del fascismo?

Il presupposto del mio gesto fotografico è sempre un lavoro che faccio su me stesso e sulla mia personalità, sul mio desiderio di incontrare davvero l’altro e dimostrargli la volontà di costruire insieme il mio racconto. Il passo successivo è sempre costituito da una lentezza che caratterizza questo mio approccio, necessario a comunicare che la mia urgenza non si esprime nella fotografia ma piuttosto nella volontà di capirci. Questo è stato il mio criterio fino ad ora e resterà invariato nelle fasi successive. Tuttavia ho intenzione di individuare quale potrà essere la nuova forma di racconto volta per volta, ricercando come sempre, la giusta distanza fisica e mentale. Ciò che raccoglierò tramite questo mio atteggiamento determinerà, come ha sempre fatto, la mia fotografia. Ritengo che non sia dunque possibile, ne’ tanto meno stimolante per me, programmare in anticipo quale possa essere lo scambio più giusto. Io non so prendere qualcosa e andarmene semplicemente, è una mia prerogativa, quello che voglio è scambiare.

Lavorando a Fever ti è capitato di trovarti in situazioni di pericolo?

Ho assistito in quattro anni a moltissime circostanze diverse tra loro e questo è stato il privilegio che ho avuto grazie al coraggio e all’accoglienza delle persone che ho voluto raccontare.
Lasciarmi entrare senza ribadire la mia estraneità è stato il loro gesto più prezioso e questo mi ha fatto respirare con serenità ogni tipo di accadimenti, anche quelli meno piacevoli.

Sei stato premiato in passato per un reportage sulle gang in Nicaragua, scattando dei ritratti in un carcere minorile. Cosa ti porta a lavorare all’estero e ad affrontare tematiche così crude?

In quell’occasione ho trascorso un periodo di tempo limitatissimo all’interno di alcune carceri minorili in Nicaragua per via delle restrizioni ministeriali e l’esperienza fu ancora una volta profonda, basata su un atteggiamento empatico e sullo scambio.
Trascorsi diversi giorni nelle carceri Nicaraguensi, in principio senza macchina fotografica e per poche ore al mattino, e lo feci per permettere ai detenuti minorenni di visualizzarmi, sì come un ospite osservatore ma non come un estraneo con l’intento di prendere qualcosa per portarselo via. Il tentativo fu quello di rendere il gesto fotografico naturale e senza che potesse farli percepire come animali in gabbia. Dunque realizzai quelle foto soltanto negli ultimi giorni trascorsi in ciascuna delle carceri. Il tempo trascorso senza la mia macchina fotografica rappresentò la chiave per accorciare le distanze e procurarmi la possibilità di dimostrare il rispetto che gli dovevo.

Ovviamente l’uomo è al centro delle mie ricerche, ma ciò che accomuna le storie che racconto è il mio desiderio di spingermi ai bordi dell’esistenza umana e cercarne una “traducibilità” visiva, che sia emozionale ma soprattutto fedele alla realtà. La fotografia nutre l’irreversibile ambizione di vivere il mondo personalmente, per conoscerlo e per conoscermi. Non c’è storia che mi interessi se non quelle che mi richiedano di liberarmi dalle mie strutture mentali e le mie consapevolezze, fare fotografia mi ha aiutato a maturare molto.
Prima di tutto questo però, c’è la consapevolezza che fare dell’informazione è una pretesa altissima e che rappresenta una responsabilità che non può mescolarsi alle smanie personali. Cerco dunque di investigare nelle storie e restituirle con la massima umiltà e con la consapevolezza che il desiderio di perdermi nel mondo è la diretta conseguenza di quello che faccio. Racconto la vita degli altri e questo in nessun modo può essere il passaggio che cerco per arrivare dove voglio.

Il tuo lavoro nelle carceri minorili e Fever hanno un trait d’union nei sentimenti forti come la rabbia e la ribellione. Qual è il tuo approccio a questo tipo di emotività e soprattutto, qual è il segreto per ritrarla allo stato puro, facendo in modo che la macchina fotografica sia un mezzo invisibile che non alteri in alcun modo situazioni e stati d’animo?

“Fever” è si il racconto di un fenomeno in grandissima crescita che si sta verificando nella nostra società ma, prima di tutto, rappresenta il primo grande capitolo di una ricerca più ampia che sto affrontando negli ultimi anni. Sto tentando di approfondire un sentimento primordiale che sta caratterizzando sempre più i nostri tempi: la rabbia.
Ho cominciato ad interrogarmi sui fattori scatenanti e sui molteplici strati emotivi in cui può esprimersi ed ho da subito intuito che il primo passo necessario sarebbe stato quello di farmi investire emotivamente, mediante l’esperienza diretta.
Il canale politico è stato il primo passo ed ho compreso da subito che inseguire la rabbia sarebbe stato un cammino denso, come correre nel miele, e il tentativo di impregnarsi completamente in certe dinamiche, attraverso la condivisione del quotidiano, si è spesso rivelato contaminante, faticosissimo.
“INTERRUPTED” è il nome del mio lavoro sui componenti delle gang detenuti nelle carceri minorili in Nicaragua, e racconta una storia davvero diversa, per caratteri culturali, sociali ed geografici con tutto ciò che ne comporta, ma la sensazione che ho vissuto interrogandomi sulla matrice di questo fenomeno è stata ancora una volta contaminante. Credo tuttavia che questo dipenda dal mio costante impegno nel rendermi disponibile nei confronti dell’altro.

Nella mia fotografia cerco l’opportunità di trovare una “traducibilità” visiva di studi personali sull’uomo in storie autentiche, attuali e tangibili. In questa mia fase di ricerca la rabbia rappresenta il nucleo di ciò che voglio conoscere.
Il mio metodo per riuscire a restituire le mie intuizioni? Un solo presupposto, lasciarmi contaminare da tutto questo, perdermi nel coinvolgimento emotivo senza mai abbandonare un presupposto etico imprescindibile, il rispetto e la voglia di conoscere la matrice delle storie, senza porre filtri, né ideologici né culturali.

La vita da reporter. Raccontaci quali sono le emozioni che si provano a lavorare in contesti difficili e, per i più, scomodi.

Come ho già detto l’esperienza è definitiva, spesso troppo forte e la lentezza per affrontare tutto questo è necessaria. La scelta di volersi contaminare e condividere in certi contesti ha un prezzo che personalmente pago con regolarità, ma questo è un approccio empatico che utilizzo anche negli approfondimenti giornalistici di diversa natura. E’ la mia maniera, l’unico metodo che ho per assicurarmi di aver davvero respirato nel nido delle storie che scelgo.
A dire il vero, risolvo le mie ripercussioni emotive ricorrendo all’umiltà, un principio imprescindibile che mi rende capace di aprire il cuore ogni volta che ho la presunzione di voler tradurre i sentimenti in informazione per tutti.
Il fotogiornalismo è una disciplina delicatissima e trovo imprescindibile il lavoro sulla propria personalità di cui parlavo precedentemente.

Fever è un progetto che porti avanti da quattro anni. E’ cambiato il tuo modo di lavorare nel corso di questo tempo e se sì che tipo di evoluzioni ci sono state?

In quattro anni ho cambiato il mio metodo moltissime volte ed ho imparato a concentrarmi sulla distanza fotografica ed umana. Questa ricerca sulla distanza mentale, ideologica e fisica nei confronti degli altri si è rivelata ovviamente retroattiva, dunque le dinamiche umane tra me e i miei soggetti mi hanno sempre aperto porte in termini di conoscenza del tema sul quale stavo indagando, ma anche sullo strumento più importante per raggiungere i miei scopi, ovvero la mia personalità. E’ proprio in questo che la fatica emotiva si esprime ai massimi livelli, lavorare sugli altri ha questo presupposto cioè mettere in gioco innanzitutto se stessi. Credo che il risultato più probabile di questo atteggiamento sia la restituzione autentica di fotografie capaci di raccontare il mondo e svelare la nostra lettura della realtà. Questo è un percorso lunghissimo però e sento di dover ancora imparare molto.
Le evoluzioni che ho attraversato durante questi quattro anni si sono sempre evidenziate su di me, sulla mia capacità di lettura della realtà, sulla mia lucidità in fase di analisi e sul linguaggio del corpo opportuno volta per volta. Si può ottenere o perdere per sempre una fotografia grazie soltanto a questo, il linguaggio del corpo.

Hai ricevuto diversi premi e collabori con le maggiori testate nazionali e internazionali. Ti è mai capitato di rifiutare un lavoro o di aver detto “Questo proprio non posso farlo”?

Fino ad oggi ho accolto sempre con il massimo entusiasmo ogni proposta , anche quelle che sentivo più distanti da me, ma sono un professionista e un amante profondo di questa disciplina, dunque ritengo di dovermi sempre misurare anche quando presumo che la commissione non sia in grado di farmi vibrare. Ritengo inoltre che sia rischioso per il proprio percorso culturale rifiutare certe esperienze a meno che non si tratti di qualcosa che violi i propri principi.

Quando si lavora a stretto contatto con persone che non si conoscono, in  mondi lontani dal nostro, la prima regola è il rispetto per le usanze altrui. Come si fa a farsi rispettare e guadagnarsi la fiducia, da straniero e soprattutto, da fotoreporter?

Si può fare molto con il linguaggio del corpo, con gli occhi, con l’atteggiamento e con la lentezza ovvero, la voglia di vivere personalmente il mondo senza farsi gestire dall’urgenza di portate a casa il lavoro. Io fotografo per vivermi tutto questo e per tornare con un bagaglio il più ricco possibile e credo che il desiderio di voler essere davvero testimone della vita degli altri si percepisca. Credo che le persone lo sentano e si accorgano degli intenti di chi vuole condividere e raccontare la loro vita. Questo di desiderio lo porto nello sguardo, e gli altri credo se ne accorgano facilmente.

Quali consigli daresti a chi si avvicina a questo mestiere e sogna di seguire le tue orme?

Consiglio con forza di essere innamorati di questa materia e di quello che rappresenta. Scordarsi del gesto fotografico ed indagare sul proprio desiderio di voler raccontare con le immagini. Lavorare su se stessi e capire fin da subito che impregnarsi della realtà che si decide di restituire tramite la fotografia, rappresenta il presupposto imprescindibile.

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Scritto da

Anna Sergio

Laureata in Lingue orientali a Napoli, "specializzata" in Marketing a Roma, vive con il cuore a Londra e la testa in Giappone. Blogger, appassionata di libri, musica e ... continua

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